Mauro Palmas – Palma de Sols (SquiLibri, 2018)

#BFCHOICE 

Il compositore e strumentista cagliaritano, in compagnia di eccellenti musicisti, ritorna con un concept album, affidato al respiro di un sogno. Musiche che attraversano il tempo e i mari e intrecciano la poetica narrazione di Maria Gabriela Ledda, scritta per l’occasione. “Palma de Sols” è il nostro BF-Choice, che apre alla grande il nuovo anno.

Da oltre quarant’anni le corde di Mauro Palmas illuminano le esperienze musicali più pregiate che animano la Sardegna. Compositore e polistrumentista, il cagliaritano è centrale nel suono del gruppo di Elena Ledda, con cui nella seconda metà degli anni Settanta formò i seminali Suonofficina. Per di più, ha collaborato con una miriade di artisti – basti citare Don Cherry, Lester Bowie e Paolo Fresu – ed ha all’attivo numerosi progetti, oltre ad essere l’ideatore e il direttore artistico del festival “Mare e Miniere”. Da tempo la poetica delle corde di Mauro interagisce con le immagini (“Sonos ‘e memoria”, “Cainà”), con la parola scritta e recitata: pensiamo a “Cristiani di Allah”, “La via del pepe” e “Mare Chiuso” (in coppia con il fiatista Maurizio Camardi), pièce musical-teatrali costruite sui racconti di Massimo Carlotto, a “Scavi. Storie di miniera”, in cui la musica incornicia i bellissimi testi narrativi di Mariangela Sedda, recitati da Simonetta Soro, o, ancora più recentemente, a “Cosa ci porta il mare”, un reading di letteratura sarda in combutta con l’elettronica ben dosata da Francesco Medda, aka Arrogalla. Le note di Palmas, portate dai suoi strumenti melodici e armonici (mandola, mandoloncello, liuto cantabile, mandoloncello fretless), sanno essere terse e solari ma anche scure e umbratili, danzanti e meditative, sempre avvolgenti e visionarie. 
Negli anni Palmas ha sviluppato tecniche sui cordofoni che lo portano lontano da quelle accademiche delle orchestre di plettri. Le sue intenzioni musicali muovono, in senso creativo e personale, dal tessuto della musica popolare della terra sarda e dai tanti rivoli sonori del bacino del Mediterraneo. Così accade anche in “Palma de Sols”, il nuovo CD book, pubblicato per SquiLibri” nella collana Crinali, dopo un vincente crowdfunding. Un lavoro che è un attraversamento di “tempi e di mari”, in cui la musica di ricerca di Palmas si compenetra con il suggestivo racconto, che segue il respiro di un sogno, allestito da Maria Gabriela Ledda (presentato anche nella lunga traccia finale del disco, con il recitato di Simonetta Soro). In più, c’è lo splendido trattamento “sand art”: i disegni fatti con la sabbia da Elena Pusceddu, che insieme agli scatti di Andrea Boccalini e di Roberto Putzu aggiungono un ulteriore valore artistico a questa bella confezione editoriale. In epigrafe, Palmas ha indicato i dedicatari delle sue note: “[…] a chi dal mare ha saputo trarre ricchezza, a quanti al mare affidano la propria vita e le proprie speranze: ai tanti che ce la fanno, ai troppi che vedono il proprio sogno frantumarsi tra le onde”. La registrazione del disco è stata essa stessa un viaggio, dal momento che il musicista sardo ha incontrato in loco molti dei tanti compagni che hanno partecipato al progetto, piuttosto che portarli in una sessione unica in studio. Oltre a Palmas, nel disco ascoltiamo Simonetta Soro (voce), Marcello Peghin (Chitarra 10 corde), Silvano Lobina (basso), Marco Argiolas (clarinetto, clarinetto basso), Andrea Ruggeri (batteria e percussioni), Alessandro Foresti (organo), David Brutti (cornetto e sax soprano), Pierpaolo Vacca (organetto), Alessandro Aresu (chitarra elettrica), Fabio Rinaudo (uilleann pipes, musette, whistle), Pejman Tadayon (ney, setar), Francesco Medda “Arrogalla” (computer, dub) e il Quartetto d’archi Archaea String, composto da Mauro Fabbrucci (violino), Vieri Bugli (violino), Marcello Puliti (viola), Damiano Puliti (violoncello). I giorni del “Premio Parodi” sono stati l’occasione per incontrare Mauro Palmas nella sua Cagliari, entrando nel vivo del viaggio mediterraneo di “Palma de Sols”.

Partiamo dal titolo: cos’è “Palma de Sols”?
Foto di Dietrich Steinmetz
Il lavoro nasce, innanzitutto, dall’esperienza di “Mare e Miniere”, fatta nel Sulcis, perché “Palma de Sols”, in catalano, non è altro che l’antico nome dato a Sant’Antioco, la località sulcitana, il luogo in cui sbarcarono i catalani per la conquista della Sardegna. Da lì è nata questa idea del disco e della sua storia, concepita da Maria Gabriela Ledda, creando una sorta di viaggio su un veliero di genti che si mischiano: un corso, un catalano, un arabo che alla fine in un villaggio in festa creano una musica che è bastarda e meticcia.

Come si arriva musicalmente a “Palma de sols”?
Io riesco a costruire percorsi musicali cercando di crearmi delle immagini come avevo già fatto sulle scene del film “Cainà”. Oppure devo raccontare delle storie: non riesco ad avere il concetto del disco in cui ogni pezzo è slegato da un altro, ho necessità di raccontare storie, ciò mi  permette di costruire un percorso musicale. Dal punto di vista della costruzione e della composizione, ho avuto un’educazione da cinefilo, in cui tutto doveva avere un significato preciso, molto sovietica… molto ceco-slovacca: devo dare un senso, una motivazione. Sono molto legato alla natura, al mare, al vento. Nel disco precedente, “ll colore del maestrale”, volevo descrivere dei colori, delle immagini. Non ho mai pensato di riconoscere il vento dalla sua direzione, mi hanno insegnato ad accorgermi del maestrale a partire dal colore del cielo e dalla limpidezza del mare. In questo nuovo disco mi sono immaginato uno sbarco in un’isola piena di storia. Come dicevo, i catalano-aragonesi hanno iniziato a conquistare la Sardegna partendo dal sud, sono entrati esattamente da Palma de Sols, che diventerà Sant’Antioco per devozione al santo mauritano. La prima battaglia importante è stata quella di Iglesias (All’epoca “Villa Ecclesiae” in italiano “Villa di Chiesa”), dove addirittura ai locali fu dato l’onore delle armi perché si erano arresi solo per la fame, non erano stati piegati. Tutto questo territorio pieno di storia, mi ha fatto immaginare una dimensione di viaggio dove tutte le linee musicali di tutto il Mediterraneo si uniscono e si mischiano e ho cercato di descriverle in quel modo. Infatti, nel disco ogni brano ha un riferimento a un vento. Per esempio, “Est”, è la direzione delle chiese e del sole che sorge, “Éspero” è un nome del Ponente, che soffia dalla Spagna verso la Sardegna.

In molti tuoi progetti centrale è la parola recitata…
È sempre l’idea di raccontare delle storie, anche se la musica si regge da sola, si ascolta slegata dalla narrazione. Ma per la sua costruzione, ho la necessità di creare un susseguirsi di eventi e di situazioni, che altrimenti mi creerebbero dispersione, anche perché la musica deve avere delle caratteristiche uniformi e una linea di continuità.

Come è stato elaborato il lavoro?
Intanto, ho voluto riunire all’interno del disco tutte le persone con cui ho collaborato in questi anni. Ci sono Marcello Peghin, Silvano Lobina e Andrea Ruggeri, presenti anche nei dischi di Elena Ledda, che sono i compagni di sempre, con cui viaggio normalmente. Poi c’è Alessandro Foresti, un organista, con cui sto lavorando da anni e con il quale facciamo concerti per organo e mandoloncello. Alla voce c’è Simonetta Soro: devo dire che in quanto a cantanti sono viziato, perché lavoro con Simonetta ed Elena Ledda da tanto tempo, poi collaboro anche con la Gabriella Aiello… Quindi, come cantanti sono a posto… Poi, ci sono gli artisti che ho incontrato nel mio percorso artistico come Pejman Tadayon, David Brutti e Fabio Rinaudo, ai quali ho chiesto una collaborazione funzionale al tipo di sonorità che volevo ottenere. Per esempio, avrei potuto mettere le launeddas al posto della cornamusa, ma non l’ho fatto sia perché le launeddas non potevano fare quel tipo di fraseggio sia perché sarebbe stato scontato metterle e avrebbero portato da un’altra parte in termini di atmosfera. Invece, ho immaginato che in questo veliero ci fossero strumenti differenti. Quindi il ney di Tedeyon e la cornamusa di Rinaudo erano più adatti alla situazione. Ancora, c’è il quartetto d’archi, Archaea String, con cui collaboro sempre.

La registrazione del disco è stata essa stessa un viaggio…
Non è un disco nato in uno studio, anche se è naturale che in sala siano state fatte alcune registrazioni, per esempio quelle delle percussioni. Siamo andati a incontrare a casa loro molti dei musicisti: 
Foto di Dietrich Steinmetz
Marcello Peghin ad Alghero, Fabio Rinaudo a Genova, Pejman Tadayon a Roma, il Quartetto d’archi a Firenze, David Brutti a Foligno. L’organo a canne, opera da Gabriele Chiminelli, suonato da Alessandro Foresti, è stato registrato di notte nella chiesa di San Maurizio, a Breno, in val Camonica.

Il Quartetto d’archi interviene in “Luna Piena”, dove ti tieni in disparte…
Ho affidato loro un pezzo di mia scrittura, al quale non partecipo. Dovevo fare una frase iniziale, poi ho preferito non esserci. In questo disco non c’è l’esigenza che io debba apparire per forza in tutti i brani, essendoci un concetto unico. Sul palco di “Sonos ‘e memoria”, in cui ho lavorato con musicisti come Paolo Fresu, Furio Di Castri e Antonello Salis, è stato bello fermarsi e ascoltare cosa fanno gli altri musicisti. Qui, ho preferito ascoltare il quartetto, la loro esecuzione senza di me mi ha soddisfatto e  l’ho lasciata così.

La partitura è stata costruita sul tuo strumento?
Scrivo solo sul mio strumento, scrivo in maniera ignorante, nel senso che io non ho fatto studi, non ho una lettura a prima vista, che ottieni solo se da piccolo hai iniziato sempre così, non si acquisisce da grande, quando hai la testa piena di molte altre cose. Scrivo le parti sulla mandola e alla fine funzionano, ritornano…

Foto di Dietrich Steinmetz
Suoni quattro strumenti a corde, che coprono spettro sonoro ampio… 
Li ho inseriti a seconda dei brani, volevo che fossero presenti tutti e quattro: mandola, liuto cantabile, mandoloncello e mandoloncello fretless. Quest’ultimo, essendo non tastato, ti permette di fare i glissando e di fare molte altre cose. Nell’introduzione del pezzo finale del disco, il fretless fa la frase iniziale e il mandoloncello entra nel finale. Ho voluto differenziare sulla base delle esigenze musicali; sono due strumenti che hanno sonorità simili, perché stanno sullo steso registro, ma il fretless ti permette movimenti che il tasto non ti dà. Con il liuto cantabile riesco a lavorare molto sui bordoni: si tratta di un mandoloncello con la quinta corda, il mi, nel quale uso una tecnica diversa da quella delle orchestre a plettri, per esempio, uso il pizzicato, producendo suoni che possono ricordare la chitarra classica, la bandurria o la cetera gallurese-corsa. Per dieci anni abbiamo lavorato su un prototipo costruito da liutaio Giuseppe Triolo, di origine torinese ma monserratino d’adozione, che è scomparso nel 2017. Nel film “Passaggi di tempo” diretto da Gianfranco Cabiddu è descritta la lavorazione dello strumento. Un altro musicista presente in due brani è Francesco Medda, aka Arrogalla: dubmaster e manipolatore di frammenti digitali delle musiche dell’isola. Tra l’altro, fate concerti insieme e state lavorando a un disco... In sardo, con ironia fraterna lo chiamo “craccabuttonis”, ossia “schiaccia-bottoni”: Francesco riesce a trattare il suono veramente con gusto. Certo, lo devi tenere a bada, perché in un lavoro dei questo genere poteva essere devastante… Gli ho chiesto di fare qualcosa all’interno di queste sonorità e devo dire che ci siamo trovati, perché è riuscito a riprendere il tappeto sonoro che io facevo, 
Foto di Daniela Zedda
dandogli un insieme di caratteristiche e di effetti, che hanno creato un tappeto molto garbato e gustoso. Ha lavorato sulla traccia del brano, dopodiché l’ha rigenerato e creato… Arrogalla ha lavorato sulle voci di Elena Ledda o dei miei strumenti, campionando le parti: è un incontro-scontro tra due realtà differenti. Con lui facciamo dei concerti in coppia con elettronica e corde e abbiamo portato in scena lo spettacolo “Cosa ci porta il mare”, pensato come un viaggio nella letteratura sarda con le musiche mie e di Arrogalla e con la partecipazione di Giacomo Casti. Inoltre, stiamo lavorando a un disco in coppia che, probabilmente, uscirà nel 2019.

Parliamo di uno dei brani di punta del disco, che è “Gozos San Antìogo”, che più direttamente è di derivazione tradizionale.
Gozos San Antìogo” è presente, non solo perché con Simonetta Soro c’è stato un lungo lavoro di studio sulle Cantigas. La Spagna si è trattenuta per qualche anno in Sardegna, diciamo … circa 400 anni. I gozos (o gotzos oppure gòccius, parole derivate dal catalano goigs e dal castigliano gòsos, ndr) sono canti devozionali paraliturgici dedicati ai Santi e alla Madonna. In Sardegna ci sono tantissimi gozos in lingua castigliana, circa l’80% del repertorio; io ne ho trovato questo su Sant’Antioco, che calzava a pennello per la storia che raccontiamo. Gabriela Ledda ha descritto il mio sogno, in cui Sant’Antioco – originario del Nord Africa, tra i primi martiri cristiani sardi – è al centro di questa storia. 
Foto di Andrea Boccalini
Mi è sembrato opportuno recuperare questo brano ed inserirlo, che fosse importante da un punto di vista storico. Tra l’altro queste cose ormai non le canta più nessuno, ho trovato tanti testi di gòzos, ce ne sono per ogni santo, c’è un quantitativo incredibile. Abbiamo usato una metrica medievale, cercando in un certo senso di portarci anche al periodo: perfetto, quindi, il cornetto di Brutti e perfetto l’organo di Foresti. Poi ci sono il ney e gli strumenti che rispettano le caratteristiche di quel periodo.

“Suonata del corso”, in cui sei in solo, richiamo l’isola vicina…
È la rielaborazione di una corsicana, fatta con il liuto cantabile. Siccome il corso è un marinaio dalla “chioma di rame e vigore acerbo” che sentiva e ricordava le sue sonorità isolane, ho voluto inserire questo brano sardo che si riferisce alla vicina Corsica.

E di “Juan Edmond Ravel”, cosa dici?
È il timoniere Ravel, “sguardo di mare infinito e di fiamme, animo e sale tra i solchi della pelle bruna”: nel brano c’è riferimento alla tecnica del bolero… ho risolto il problema della citazione, lui per me è il trisavolo di Ravel, il musicista francese, però il timoniere è di origine spagnola…

C’è un brano che più rappresenta simbolicamente il disco?
Difficile trovare un pezzo che rappresenti di più il disco. Potrei dire “Buon vento”, che descrive quando il veliero se ne va via. Quindi la nostalgia, l’amargura, che ci poteva essere dopo la situazione di festa in cui si erano trovati. 
Come quando vai in un posto dove sei stato bene, dove ci sono state delle sensazioni, da un lato sei contento di andare via, dall’altro te ne vai portando con te un senso di nostalgia. Però, a pensarci bene, non riesco a trovare un unico brano che possa rappresentare il lavoro.

Quest’anno negli eventi collaterali del Premio Parodi, con Jacopo Tomatis e gli altri relatori abbiamo parlato di cliché nella world music. Dal tuo punto di vista, come evitare i cliché? 
Ogni volta che faccio una citazione, voglio che sia consona. Ti faccio un esempio: ho lavorato con il coreografo Mvula Sungani in spettacoli in cui venivano fatte danze (“Etnika” e “Danze dal Mare 2.0”, ndr) che ricordavano i balli sardi, lui ha fatto una citazione che non era un’imitazione. Se lavori citando con conoscenza e ci metti i musicisti giusti: pensa a Pejman che suona il ney ed è iraniano, allora funziona. Se prendessi io il sitar per metterlo in un brano, finirei per dare solo un gusto esotico, che diventa una volgare imitazione, Invece, se chiamassi un Ravi Shankar a farmi un fraseggio con il sitar, avrei il risultato voluto, che è una citazione colta e non una volgare imitazione di una sonorità. Quando faccio i dischi questa è la mia intenzione.

Porterai “Palma de Sols” dal vivo?
Sì, in formazione di quintetto, “Palma de Sols” è un concerto ripetibile, i cui brani verranno adattati a una formazione ristretta. Di questi tempi è già difficile andare in giro a suonare da soli, figurati con un ottetto... Per fare i brani con l’organo, Andrea Foresti ha un organo portativo, che non avrà la sonorità dell’organo a canne della chiesa, però va bene... . Poi ci saranno Marco Argiolas ai clarinetti, Andrea Ruggeri alla batteria, Silvano Lobina al basso e Simonetta Soro, voce cantante e recitante, nei concerti dove è prevista la parte letteraria.

Mauro Palmas – Palma de sols (SquiLibri, 2018) 
#ANTEPRIMA #BF-CHOICE

Suoni e voci, note che raccontano un viaggio di audaci marinai/musicisti, un racconto onirico che traduce l’idea di acque in cui si incrociano esistenze e destini, in cui si mescolano idiomi ed espressioni musicali. Da artista consapevole, Palmas mescola musiche, attingendo dal vasto territorio della memoria e dell’immaginazione, identità isolana forte ma, al contempo, aperta al mondo, mette le sue mandole al fianco di eccellenti strumentisti (chitarre, organetto diatonico, organo a canne, clarinetto, sax, setar, flauti, cornamuse, basso, batteria ed elettronica) ed un confronto fertile. La scrittura si dipana con efficacia funzionale e  profondo coinvolgimento espressivo. “Valzer degli increduli” è la bella apertura. sull’intro del liuto cantabile entrano prima l’organetto e poi l’organo, la batteria sostiene con discrezione il tempo danzante, mentre le altre corde (mandola e mandoloncello) contribuiscono allo sviluppo del brano, che fa trapelare risvolti prog. Il vento di Ponente dà il titolo alla seconda composizione: visualizziamo la nave che scivola sulle acque procedendo verso l’isola. “Èspero” è, infatti, costruita sull’intreccio dei cordofoni e l’elettronica di Arrogalla; possiede un tratto introspettivo a simboleggiare l’abbandono della propria terra (“Il viaggio è una partita con la sorte”, è l’incipit del racconto di Maria Gabriela Ledda). Gli archi dell’Archæa String Quartet conducono lo splendido “Juan Edmondo Ravel”, tema che si sviluppa a partire da un iterazione melodica e un ritmo che si colloca sulla sponda sud ed orientale del “mare chiuso” ma presenta anche dei nobili lineamenti raveliani. “Est” ci porta al pieno orchestrale dotato di una certa solennità, con la musette di Fabio Rinaudo e il clarinetto di Marco Argiolas che si ritagliano uno spazio solista. Segue “Gozos San Antìogo”, dalla struttura medievale, con la voce di Simonetta Soro in una procedura di dialogo responsoriale con il liuto di Palmas, mentre l’organo a canne accentua la dimensione ieratica ma si concede aperture sonore eccentriche; il cornetto, il ney e un tripudio di corde che si incastrano (chitarra a 10 corde, mandole e setar) arricchiscono l’ordito, fino al crescendo finale del solo organo. Il clarinetto prende la guida nella sognante “Cielo di Levante”, che si muove tra scintillii di chitarra elettrica, il passo scuro del liuto e i dosati live electronics di Arrogalla. Il leader è solo nella corsicana “Suonata del corso”, dove il timbro argentino del liuto cantabile allude al suono della cetra còrsa. Palmas si mette da parte nella evocativa “Luna Piena”, lasciando la sua partitura alla compiutezza timbrica del quartetto d’archi; “Buon Vento” è il canto dolce-amaro di commiato, con il mandoloncello fretless che apre, la cornamusa irlandese e l’organo che ne accentuano la veste elegiaca. Le porte di “Palma de Sols” si richiudono e il veliero si allontana sospinto dal vento, accompagnato dal mandoloncello. In realtà, c’è l’ultima, decima traccia (“Palma de Sols”), che è il racconto scritto da Maria Gabriela Ledda, narrato dalla magnifica voce di Simonetta Soro con l’accompagnamento delle corde di Palmas, dell’organo, delle pipes e dello sciabordio delle acque. É la tenzone tra suonatori nella piazza in festa per celebrare il santo: i musicisti si sfidano per conquistare “il potere di cancellare la tristezza”, facendo sorridere la statua lignea dell’altero Sant’Antioco, il santo profugo, il perseguitato, lo straniero “portatore di carità e guaritore di anime e corpi”.  Intenso Mauro Palmas, una vita tra le corde all’insegna del folk progressivo: per nostra fortuna!


Ciro De Rosa
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