Mimmo Locasciulli – Cenere (Hobo/Believe Digital/Self, 2018)

Sono trascorsi nove anni dalla pubblicazione di “Idra”, ultimo album di inediti in studio e Mimmo Locasciulli ritorna con “Cenere”, disco che segue il doppio album antologico “Piccoli cambiamenti” e che rappresenta la summa del suo articolato percorso artistico nel quale ha attraversato generi musicali differenti dal folk al pop-rock, dalla canzone d’autore agli sconfinamenti nell’elettronica passano per il suo grande amore per il jazz. Registrato tra studi di Alba Musique di Parigi e gli Hobo Recording di Roma, questo nuovo album raccoglie dodici brani caratterizzati non sono solo dai diversi ospiti che li impreziosiscono, ma soprattutto dalla grande cura riposta nei testi, vibranti di intensità lirica e nelle strutture compositive. Abbiamo intervistato Mimmo Locasciulli per farci raccontare la genesi di questo disco, soffermandoci sulle ispirazioni alla base dei brani.

Un disco tuo disco in studio mancava dai tempi di “Idra”. Come nasce questo nuovo disco?
Tutto è stato abbastanza facile e naturale. Fortunatamente non devo sottostare a strategie di mercato o imposizioni di discografici, direttori artistici e produttori, ma semplicemente decido in completa autonomia quando far uscire i miei dischi. E' trascorso diverso tempo dall'ultimo disco in studio perché ritengo che un album debba uscire quando si ha qualcosa da dire. Certo l'aver ripreso in mano il mio repertorio in "Piccoli Cambiamenti" ha rappresentato una sorta di restart ma questo nuovo lavoro è nato in modo molto semplice quando ho sentito l'esigenza di scrivere nuove canzoni. 

Dal punto di vista musicale come si è indirizzato il tuo lavoro su “Cenere”?
Ho sempre composto canzoni muovendomi libero da moduli compositivi e stilistici univoci, cercando di far emergere con la musica gli stati d’animo attraverso le immagini che meglio si adattavano ai testi. Ho attraversato generi musicali differenti dal folk al pop-rock alla canzone d’autore fino a toccare l’elettronica e le contaminazioni con il blues e il jazz. “Cenere” raccoglie un po’ tutti questi suoni e, in un certo senso, compendia il mio percorso musicale. 

Al disco hanno collaborato diversi amici come Enrico Ruggeri e Büne Huber…
Enrico Ruggeri ha firmato il testo de  “Le Regole del Jazz”, un brano che ho subito fatto mio. Siamo molto diversi ma abbiamo molte affinità: in questo caso il modo sincero e spontaneo con cui proviamo a rapportarci con noi stessi e con l’essenza del nostro essere musicisti. Con Enrico Ruggeri c'è un’amicizia da più di trent'anni come è stato del resto con Francesco De Gregori e con Greg Cohen con il quale pure collaboro da tantissimi anni. Anche con Büne Huber) facciamo cose insieme da quindici anni lui ha tradotto e cantato "Natalina", io ho fatto le versioni italiane di quattro o cinque brani suoi. Facciamo anche dei concerti insieme, come è accaduto in questi ultimi nella Svizzera tedesca, dove abbiamo avuto un successo straordinario. Lui era ospite e cantava insieme a me alcune canzoni. Büne ha una sensibilità che mi piace molto e in questo disco abbiamo scritto insieme "Annaluna" che è una vera e propria meraviglia del creato. 

Non mancano alcuni ospiti speciali come Fabrizio Bosso, Pacifico e Awa Ly…
Come sai ho sempre avuto amore e sconfinamenti nel jazz, e in questo senso c'è la partecipazione di Fabrizio Bosso. Ultima ma non meno importante, c'è anche Awa Ly che conoscevo da tempo e sapevo che stava crescendo come vocalità e popolarità, soprattutto in Francia. La new entry è Pacifico con il quale avevamo fatto in passato un concerto alla Villa Palladiana di Ercolano più di dieci anni fa. Mi era piaciuto molto come persona. E', infatti, un tipo composto ed educato qualcosa di ben diverso da questi artisti che sgomitano. Ho avuto modo di ammirarlo molto anche nel corso dell'ultima edizione del Festival di Sanremo con Bungaro ed Ornella Vanoni. Pacifico vive a Parigi come mio figlio che è coautore di alcune canzoni con me nonché arrangiatore e comproduttore. Insomma, i cerchi si chiudono tra Roma e Parigi e il resto è stato lavoro di cesello e composizione dei testi. 

Hai citato "Annaluna" che mi ha riportato alla mente "Hotelsong", uno dei brani più belli del tuo repertorio e che arriva direttamente dal repertorio dei Patent Ochsner di Büne Huber. C'è un punto di contatto tra questi due brani?
Bisogna conoscere i Patent Ochsner che, al di là del lirismo di Büne Huber e della spiritualità dei suoi testi, è una rock band veramente trascinante. Fanno tre ore di concerto in media nei quali non si smette mai di ballare e di muoversi. Sono pazzeschi perché hanno vinto tutti gli award possibili ed immaginabili come miglior gruppo, miglior live e miglior disco. 
Büne mi piace molto perché è un po' la moltiplicazione di me. Io so di essere nello stesso tempo passionale e romantico ma anche molto energico. Lui è entrambe le cose. Dal punto di vista dei testi, le sue liriche hanno una profondità e un tocco di esotismo, magia nascosta che a me manca. Dal punto di vista della forza umana mi affascina molto perché è una grande persona. Credo che tutto questo emerga quando si scrive una canzone insieme come "Annaluna" che non è un pezzo trascinante ma ha una forza evocativa e una trama romantica che a me piace. C'è un racconto di una vita, di una persona che è anziana e vittima dei cambiamenti del tempo e riconosce gli errori che ha fatto ma in definitiva un sentimento lui lo conserva per questa donna: Annaluna. Mi è venuta questa idea dal nome della figlia di un mio carissimo amico giornalista svizzero che attualmente è diventato una vera e propria star perché è una specie di Lanny Bruce. Mi piaceva questo nome magico e per questo ho voluto un coautore magico come Büne.

Prima parlavi di questo momento di pausa che è seguito ad "Idra" che era caratterizzato da brani che scavavano nella tua interiorità, La title-track di questo nuovo album passa proprio da questi temi: la memoria, il tempo che passa, la trasformazione. E' un po' il punto di contatto con il tuo precedente lavoro?
Non scrivendo canzoni né a comando, né per fare cassetta, quindi senza un programma preciso, mi accorgo che nella mia musica c'è una continuità. 
Mi reputo un cantautore nel vero senso della parola. Un cantautore è il testimone del tempo che vive e lo racconta in musica attraverso le sue sensazioni, i suoi filtri e le sue emozioni. Se io non ho argomenti specifici fatti a comando da trattare, rispondo a quella che è la mia necessità emotiva e quindi ovviamente c'è una continuità con "Idra" come del resto c'è con "Piano Piano" o "Sglobal". E' un po' un percorrere tratti della mia vita. Certo c'è la memoria ma non il ricordo. La memoria ti accompagna nel presente e ti indirizza verso il futuro. Il ricordo lo usi alla bisogna, è come una fotografia. Hai colto nel segno quando dici che c'è una continuità con "Idra" nel quale c'era un analisi della quota, della quantità di amore che c'è nell'uomo in generale ed in particolare dentro di me. Per questo era impegnativo e tosto come temi. In questo nuovo disco c'è il tempo che passa, il racconto di cosa sono diventato io in qualche modo. La chiave di lettura è forse nell'ultima canzone "Il fuggiasco e l'alba" in cui praticamente confesso in termini di metafora poetica di non essere in linea con questi tempi che vivo. Io non li vivo bene questi tempi perché c'è una distonia nella mia vita che è l'impulso nelle cose da fare e la catena che ti impedisce di pensare ed agire come dovrebbe essere dal punto di vista della correttezza umana, della partecipazione e della testimonianza. Il mondo è andato un po' troppo veloce. E' tutto confuso e manca il senso di appartenenza, la dignità della propria natura e della propria provenienza. 

"La casa" sembra direttamente collegata al tuo libro...
"Come una macchina volante” è un libro di appartenenza. Ne "La casa" c'è un po' la mia casa dove sono nato e cresciuto ma è anche la metafora della nostra provenienza, del senso di appartenenza di cui dicevo prima. Io sono molto sensibile alle mie origini, all'educazione e all'indirizzo culturale che ho avuto dai miei genitori e ai miei amici, al mio paese dove sono cresciuto, i suoni che ho sentito, i tramonti, i soffi del vento, i sapori, gli odori. Sono quelle cose che apprendi e che ti restano dentro quando sei giovane e sei una carta assorbente. Sono gli elementi che ti danno l'imprinting per quello che sarai dopo. Sia nel libro sia ne "La casa" c'è il riconoscersi nelle proprie radici. Nel libro c'è tutta la prima parte della mia infanzia e della mia adolescenza a Penne (Pe) che non è altro che un atto di amore verso la mia nascita umana.

Quanto di personale c'è ne "La solitudine di un artista"?
E' la mia visione. L'artista non è solo quello di fama, infatti, quando presento il brano sottolineo sempre come la solitudine sia la vera natura dell'artista che si concretizza quando ognuno scrive lettera d'amore, una poesia, una canzone al di là dei successi o di estrinsecazione dei propri sentimenti. La solitudine non è quella di Quasimodo quando scriveva "ognuno è solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole ed è subito sera". Quella è una solitudine comunicativa, esistenziale. Quella dell'artista è qualcosa di diverso, di contemplativo ed estatico.  Quando si crea qualcosa con la propria fantasia è veramente il padrone dell'universo. Sei solo in un universo di cui sei il re.

Voliamo a New York e parliamo di "Columbus Avenue" nella quale spicca la tromba di Fabrizio Bosso...
Vado almeno una volta l'anno a New York perché l'altro mio figlio ha una casa proprio dalle parti di Columbus Avenue che è poi la strada che frequento di più, oltre ad essere molto bella. Un giorno ho assistito a questa scena semplicissima, normalissima e forse anche insignificante di una donna che correva con una borsa in mano e aveva dei fiori nell'altra mano. Ad un certo punto perde una scarpa o le si rompe un tacco e con un gesto di stizza butta via questi fiori, alza la mano e ferma un taxi per sparire poi nel nulla. Poi sono tornato a casa, stavo lì con degli strumenti perché era il momento in cui già stavo scrivendo il disco e mi è ritornata in mente quella scena che sarebbe stata molto bene all'interno di un film. Poi ho pensato che sarebbe stata bene anche dentro una canzone e partendo da quello spunto è nato il brano in cui il resto è fantasia. Per altro questa fantasia metropolitana è sottolineata in modo stupendo dalla tromba di Fabrizio Bosso.

"Ogni Volta Che Piove" l'ha scritta, invece, tuo figlio...
Io ho due figli. Uno che fa il musicista a Parigi dove compone colonne sonore per la televisione, le serie tv e la pubblicità. Fino a qualche tempo fa, dopo Greg Cohen, era anche il mio contrabbassista preferito. Ormai si è stabilito in Francia e ha anche uno studio di registrazione dove, in parte, ho registrato sia "Piccoli Cambiamenti" che "Cenere".  Ho un altro figlio, Guido che, dieci anni fa aveva fatto un bellissimo disco con  lo pseudonimo di Guido Elle. 
Per altro aveva realizzato anche due video, uno con la regia di Alex Infascelli e un altro con Silvio Muccino. Poi con molta autocritica nei confronti dello stile di vita, ha pensato bene che se la musica non la fai ad alti livelli può essere anche frustrante. Lui aveva già uno studio ben avviato come avvocato e ha continuato a fare questa professione. Scrive comunque ancora bellissime canzoni come "Anna Di Francia" in "Sglobal" e "Inverno" su "Piano Piano" delle quali ha firmato la musica. Ogni tanto gli rubo qualche melodia e poi ci metto le parole.

"Amnesia di un momento" rimanda un po' alle sonorità di Willy DeVille..
Quando scrivevo la musica di quel brano stavo pensando proprio a Willy DeVille e alle atmosfere tex-mex delle sue ballate con trombe e chitarre. Parlando con Gino Pacifico gli ho chiesto se se la sentiva di interpretare questo sentimento e lui è stato bravissimo nella scrittura delle liriche. 

Hai presentato di recente il disco dal vivo. Qual è stata la risposta del pubblico?
Dal vivo suono solo sei brani perché non è possibile fare un concerto solo con brani nuovi. Alla fine il pubblico ti chiede anche "Svegliami Domattina", "Un po' di tempo ancora" e anche "Intorno a trent'anni". Queste nuove canzoni sono state accolte in una maniera affettuosa. Sento l'ammirazione del pubblico. Non c'è compiacimento o l'applauso perché deve esser fatto. Quasi tutti, critica compresa, lo indica come uno dei miei dischi migliori e sono contento che arrivi anche dopo diciotto dischi. Vuol dire che la maturità piena è ancora di là da venire. Non sono nella fase calante della maturità.


Salvatore Esposito
Foto Mariangela Ottaviano


Mimmo Locasciulli – Cenere (Hobo/Believe Digital/Self, 2018)
Avevamo lasciato Locasciulli nel 2009 con l’ultimo suo bellissimo album di inediti, “Idra”, a mio parere, insieme all’epocale “Tango Dietro l’Angolo”, le due perle del canzoniere del medico-cantautore di Penne (la title-track e “L’attesa” sono due fra le più belle canzoni italiane di sempre). In mezzo il doppio antologico “Piccoli Cambiamenti” con brani storici re-incisi con una pletora di ospiti che andavano da De Gregori, che di Mimmo è stato mentore e per il quale il Nostro ha suonato per anni live e in studio (il celebre piano de “La Donna Cannone” è proprio di Locasciulli). a Ligabue, al cantante popolare abruzzese ‘Nduccio. Proprio “Idra” e “Tango” avevano in comune le frequentazioni newyorchesi: Greg Cohen, Marc Ribot, Joey Baron. Appena qualche mese fa è uscito anche il bel libro “Come una Macchina Volante” (Castelvecchi editore), un focus appassionato, divertente e divertito sugli anni di formazione dell’autore, fra l’infanzia e l’adolescenza in Abruzzo e gli anni dell’Università a Perugia e Roma. Questo nuovo “Cenere” ha come propria cifra la varietà degli arrangiamenti, curati insieme al figlio Matteo: tante belle canzoni e tanti mondi sonori differenti: la psychedelia british con tanto di sitar dei suoni di “Cenere”, la bella “Se Mai” che con l’aggiunta di un coro doo-wop avrebbe fatto invidia ai Platters o a Paul Anka, la passione per Tom Waits in “Il Fuggiasco e l’Alba” e “Columbus Avenue” (con la tromba di Fabrizio Bosso in evidenza), il moog e il testo incredibile di “Le Regole del Jazz” scritta con un altro collaboratore di lunga data, Enrico Ruggeri, il parco uso delle sequenze in “Cercami”e i mandolini popolareschi di “Annaluna”. Ma dovendo indicare i brani migliori del disco forse la preferenza va a proprio a “Le Regole del Jazz”, insieme a “Ogni Volta che Piove” che conferma che nel campionato “piano & voce” Mimmo non ha rivali e “La Solitudine dell’Artista”, il brano forse melodicamente più convenzionale, ma dove archi, flicorno e fisarmonica aggiungono colore a un testo di per sè importante. Notevoli anche “Cercami” e “La Casa” con il suo incedere folk-blues e la waitsiana nelle atmosfere “Columbus Avenue”. Un altro bel lavoro di uno di quei pochi cantautori che non sbagliano un disco, baluardo di una canzone d’autore classica ma sempre moderna e “in divenire”.


Gianluca Dessì
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