WOMEX, Las Palmas de Gran Canaria, Spagna, 24-28 ottobre 2018

Aka Trio Opening, foto di Eric Van Nieuwland
Alla sua ventiquattresima edizione il principale Expo della world music si inscena ancora una volta in Spagna (in passato ha fatto tappa a Siviglia e a Santiago de Compostela), spingendosi nel sud insulare, per sbarcare a Las Palmas de Gran Canaria, non lontano dalle coste del continente africano. Luogo di approdo e di passaggio, di accoglienza e di convergenze, di ponti gettati tra le culture, ieri come oggi, come le autorità amministrative locali hanno rimarcato nei discorsi di benvenuto nella serata inaugurale all’Auditorium Alfredo Kraus. Sotto la direzione di Alexander Walter della berlinese Piranha Arts, la manifestazione è sempre un segnale sensibile sullo stato del professionismo delle musiche del mondo. Tramontata da anni la presenza massiccia delle etichette discografiche, ormai davvero ridottissime in numero, il cuore della fiera è costituito dalle agenzie di booking che promuovono il loro roster di artisti, da alcuni festival internazionali e dalle rappresentanze nazionali, governative e private, che sostengono le musiche di tradizione e world (dalla Corea alla Scozia, dai Paesi Baltici a quelli scandinavi, dalla Catalogna al Canada, dalla Serbia alla Slovacchia, dalla Repubblica Ceca a – vivaddio – l’Italia di IWB e di Puglia Sounds). Nondimeno, i cinque giorni sono una grande occasione per dare visibilità a progetti e artisti (molti partecipano liberamente), per favorire incontri formali ed informali, per tessere o implementare relazioni. Insomma, il WOMEX è ancora un evento imprescindibile per chi segue il mercato dei suoni del mondo, nonostante siano sbocciati nuovi appuntamenti fieristici in diversi continenti (Mundial Montreal, Atlantic Music Expo, Visa for Music, solo per citare alcuni). 
Conferenza - Foto di Jacob Crawfurd
Volendo dare i numeri, sulla base dei dati forniti alla stampa dall’organizzazione, diciamo che l’Expo canarino ha accolto all’incirca 2.700 professionisti della musica, provenienti da 92 Paesi, centinaia di giornalisti accreditati (la maggior parte dei quali ha pagato una bella quota per l’ingresso alla fiera e agli showcase), ha proposto almeno 60 showcase con più o meno 300 artisti in rappresentanza di oltre 50 paesi. Inoltre, sono stati proposti 16 tra film e documentari, diverse conferenze, tavole rotonde e incontri di network. Ancora, ci sono state le session radiofoniche dell’EBU e la neonata WOMEX Academy, che ha il fine di accompagnare e facilitare la presenza di professional nel networking internazionale. Non di semplice fiera si tratta, dunque, ma di una scorpacciata di concerti serali (più un paio di showcase giornalieri diurni), distribuiti su cinque palchi nella zona dell’Auditorium/Palazzo della Musica in un’area centrale della città, molto prossima alla promenade allineata lungo la meravigliosa Playa de Las Canteras. Per la prima volta, considerata la mitezza del clima isolano, uno degli palchi è stato collocato all’aperto. La posizione non decentrata rispetto alla città dei concerti serali ha permesso ai cosiddetti womexicans, dopo le fatiche della giornata fieristica nella zona congressuale INFECAR, di raggiungere in poco tempo i venue, dove si sono svolte le esibizioni aperti al pubblico. Naturalmente, non sempre tutto ha funzionato a meraviglia, considerato che il continuo transito da uno showcase all’altro dovuto alle sovrapposizioni degli artisti, e il continuo parlottare, accompagnato dal bere, hanno pregiudicato un ascolto rigoroso, soprattutto nell’open air stage e nel cosiddetto Twin Stage B, 
Ana Alcaide, Foto di Ciro De Rosa
dove anche la qualità fonica ha talvolta lasciato a desiderare. Come sempre dopo gli showcase serali di 45 minuti (dalle 21 alle 1.30 del mattino), per chi ancora avesse le forze, c’è stato il viaggio globale elettronico del Club Summit dove si sono prodotti sei DJ (tra cui l’argentino Uji, il dabke elettronico del siro-francese Wael Alkak, il nigeriano DJ Java e la britannica Emily Dust). In queste occasioni, ci si impone di ascoltare più musica possibile, anche al di là degli interessi specifici, per dare il senso della manifestazione e valutare la qualità globale delle proposte, obiettivo impossibile da raggiungere nella sua totalità per le concomitanze di cui si è già detto. Cosicché il resoconto sarà per forza di cose parziale, ma servirà – ci si augura – a dare un’idea di come si è articolata questa edizione, particolarmente riuscita sul piano musicale, e a fornire le coordinate per successive esplorazioni da parte del lettore sulla base degli artisti segnalati in questa cronaca. Inaugurazione mercoledì nella sala Sinfonica dell’Auditorium con “Tránsitos Atlánticos”, elogio della posizione geografica dell’arcipelago della Canarie. Germán Lopez, suonatore del timple, il piccolo cordofono, che è una sorta di progenitore dell’ukulele, imparentato con cavaquinho portoghese e cuatro venezuelano, è stato il maestro di cerimonia e direttore artistico della serata, creando un programma in cui ha interagito con il gruppo Caracoles di Tenerife (rumba e musica mestiza, con in evidenza il chitarrista German Cuesto, la brasiliana LaBaq (voce, chitarra ed elettronica: un po’ esile nella sua proposta), il quintetto spagnolo Aurora (flamenco dalle venature jazz e rock, in cui spiccano la voce potente del giovanissimo Pere Martinez, 
Kronos Quartet, foto di Eric Van Nieuwland
il piano di Max Villavecchia e il ballerino José Manuel Alvarez). Top della serata l’Aka Trio, formato dalla kora del senegalese Sekou Keita, la chitarra del virtuoso italiano Antonio Forcione e le percussioni del brasiliano Adriano Adewale. Da giovedì 25 a sabato 27, gli showcase mattutini, ospitati nella bella Sala Canarias dell’area fieristica, hanno offerto un palinsesto di tutto rispetto. Si è partiti con i Vishtèn, un trio canadese francofono (originari dell’isola di Prince Edward e delle isole Magdalen) che fonde con energia idiomi folk (Acadian, celtici e francesi): uno spettacolo in sé il loro uso percussivo dei piedi. Poi, Edina Szirtes Mókus, eclettica e talentuosa one-woman band (una volta tanto il termine non è abusato ma adeguato per chi come lei a sette anni fu squalificata da un contest perché i giudici non credevano potesse aver composto lei stessa il brano) artista ungherese, che fa uso di voce, violino e loop per stratificare melodie e armonizzazioni, attingendo tanto alle tradizioni magiare quanto alla canzone e ai linguaggio improvvisativo e avant-garde. Sublime nella sua solare linearità sonora è il trio malgascio Toko Telo, composto dal veterano chitarrista D’Gary, dall’ugola duttile di Monika Njava e dalla nuova generazione di musicisti rappresentata dal chitarrista Joël Rabesolo. Il quartetto bretone ‘Ndiaz (fisarmonica, tromba, sassofoni e percussioni), aduso alle fest-noz del nord-ovest francese, si è imposto con un mélange di danze popolari che raccolgono istanze world, jazz, stilemi est-europei e mediorientali. 
Trade Fair, Foto di Yannis Psathas
Infine, il fisarmonicista svizzero-bosniaco Mario Batkovic, dalla proposta musicale minimalista e iterativa, interessato più a una relazione simbiotica con il mantice piuttosto che impiegare effetti o loop per ampliarne le possibilità: una personaggio da seguire. Passando al pieno serale-notturno della macchina concertistica WOMEX, iniziamo dalle certezze riempipista, che provengono dalla rumba congolese proposta dai veterani Bakolo Music International, dalle danze del colombiano Frente Cumbeiro, dal funana capoverdiano-olandese dei Tabanka, dall’afro-beat-jazz degli Helsinki-Cotonou Ensemble e dal flamenco-latin groove di Marinah, ex Ojos de Brujo. Buona propulsione sonora è arrivata dal set rock saheliano del trio Kel Assouf ed dal crooner algerino Sofiane Saidi, che paga debito al suono rai anni ’80, con una band che gira alla grande. Invece, se si vuol parlare di raffinatezza timbrica e di eleganza sposata a sensibilità, il nome da fare è senz’altro quello del calore vocale offerto dalla capoverdiana Lucibela, accompagnata da un organico di chitarre, cavaquinho e percussioni. Procura sensazioni estatiche l’austero approccio cameristico del quintetto del maestro armeno Norayr Kartashyan (duduk, zurna, flauti e clarinetto armeno) con il suo gruppo Menua (violoncello, percussioni, duduk, flauti e cornamusa). Fra tradizione bardica azmari e sperimentazione si è collocato il set dell’etiopica Etenesh Wassie, accompagnata da basso acustico e contrabbasso. Portatore del repertorio femminile yemenita, trasmesso di generazione in generazione in linea femminile, è l’israeliano Gulaza, che privilegia ambientazioni sonore di matrice classico-cameristica (con chitarra, violoncello e percussioni),
Vishtèn, Foto di Ciro De Rosa
producendo grazia ed emozione. Coinvolgente il quartetto Invisible World, che allinea il contrabbassista ceco Tomáš Liška, il batterista conterraneo Kamil Slezák, il violinista turco Efe Turumtay e il fisarmonicista serbo Nikola Zarić: sono abili nel conciliare espressioni slavo-balcaniche e improvvisazione di matrice jazz . Di impronta folk anche l’energetico set degli scandinavi (sono norvegesi e svedesi) Sver (batteria, violino, chitarra, organetto, violini), il loro party folk danzereccio non ha lasciato indifferente la numerosa comunità di professional scandinave in prima fila a ballare. Un altro set di quelli tipicamente womexiani è stato quello dei londinesi The Turbans, con la loro musica da “manywhere”: un mix irresistibile di influenze Balkan, klezmer, mediorientali e irlandesi. Si ritaglia uno spazio non solo musicale ma anche politico il soul-funk afro-carioca di Liniker e os Caramelows, guidato da Liniker Barros, prima star transgender brasiliana. Altro highlight del festival, è stato il rock anatolico avant-retrò, a tinte psichedeliche e surrealiste, della cantante turca Gaye Su Akyol, il cui album “Istikrali Hayal Hakikattir” è stato da poco realizzato su etichetta Glitterbeat. Incuriosisce il progetto Ta Dhom Project – Viveick Rajagopalan, cortocircuito di tradizione carnatica del sud indiano e hip hop (tabla, basso, violino e tre rapper). Molto comunicativo ed energetico per vocalità il quartetto femminile Ladama (una venezuelana, una brasiliana, una colombiana e una statunitense).Da parte sua Kim So Ra è una creativa percussionista coreana che suona il tamburo bipelle janggu: la sua innovazione nell’uso dello strumento passa per esplorazioni ritmiche e per combinazioni timbriche con altri strumenti tradizionali (percussioni, liuto gayageum e piri) che si sono rivelate di grande impatto nel set di venerdì sera. Spostiamoci nella sala che ha ospitato la serie di concerti denominati Atlantic Connection, sorta di tributo all’arcipelago posto tra tre continenti. Qui, Ana Alcaide (voce, nyckelharpa e violino Hardanger), accompagnata dalla band ci ha trasportati in un suggestivo nell’universo spirituale femminile che è parte del suo ultimo album, “Leyenda”, ondeggiando tra moduli di musica antica, celtismo e tracce sonore sefardite. 
Júlio Pereira, Foto di Ciro De Rosa
Il celebrato portoghese Júlio Pereira ha offerto il suo florilegio del cavaquinho in uno show davvero transoceanico. Quanto ai maliani Harouna Samake ‘Kamale Blues’ hanno messo al centro il suono del liuto ngoni (nonostante problemi fonici), mentre una scintillante e argentina celebrazione del timple e di altre piccole chitarre è arrivata dall’ensemble Timples y Otras Pequeñas Guitarras del Mundo, composto da artisti isolani che hanno imbracciato diverse fogge di timple, charango, ukulele, cuatro e cavaquinho. Buone nuove anche dall’offWomex stage (in cui agenzie ed etichette pagano per l’esibizione). L’ensemble Lingua Franca è un interessante quartetto di stanza in Olanda, la cui musica modale di composizione è suonata con tarhu, ney, violino, oud, chitarra, voci, marimba e percussioni ed attinge alle culture mediterranee orientali (da ascoltate il loro album “Ephemera”, realizzato nel 2017). I Kalakan sono un trio basco franco –spagnolo da seguire per gli impasti vocali, per l’uso di strumenti tradizionali (tamburi, alboka, harmonium e taxalaparta) e per un repertorio che spazia dal XV secolo alla contemporaneità. I Navá, un quartetto formato da due irlandesi e due iraniani residenti a Dublino, provano a raccordare con intriganti esiti, che possono ancora raggiungere uno stadio più elevato, l’Irish trad con i modi del radif iranico, imbracciando chitarra, banjo, santoor, tar e tombak (hanno inciso “Tapestry”, 2017). L’eredità musicale della First Nation e degli Inuit canadesi sono stati esplorati nelle esibizioni del tenore e pianista Jeremy Dutcher, che interagisce con campioni di field recording del primo Novecento, e dalla vocalist e autrice Elisapie, la quale evoca le terre artiche nelle sue composizioni. Non convince pienamente la guineana (equatoriale) Nelida Kerr, 
Moonlight Benjamin, Foto di Jacob Crawfurd
che inizia bene da sola accompagnandosi alla chitarra, poi, quando si ritrova con la sua band si smarrisce in un sound un po’ scontato. I polacchi Odpoczono, folk revivalisti provenienti da Łodź, risultano penalizzati dalla qualità fonicca, eppure la loro idea di spingere verso nuovi territori la dance music dei villaggi con innesti funky-rock-jazz merita di essere accolta. Due i coup de cœur della XXIV edizione, i traci Evritiki Zygia (gajda, davul, kaval, lyra dl Ponto e… Farfisa) e gli occitani San Salvador, I primi, latori di un potente (un po’ troppo alti i volumi nel loro set womexiano) suono trad dalle inattese venature prog e psichedeliche, i secondi sono un giovane sestetto di voci polifoniche e percussioni provenienti dal Massiccio Centrale, sud della Francia. A cavallo tra tradizione immaginata ed eredità linguistica d’oc, i San Salvador sono stati protagonisti di un concerto incandescente: una delle band da seguire. Si è trattato di uno dei punti più alti della rassegna, tanto è che il giorno successivo frotte di addetti ai lavori hanno fatto visita allo stand fieristico della loro agenzia per saperne di più. Chiudiamo con altri due momenti memorabili dell’edizione 2018, il clou della serata di venerdì 23 con la haitiana Moonlight Benjamin, voce e presenza scenica notevoli per la sacerdotessa voodoo residente in Francia, che ha mostrato tutto il suo charme e talento vocale nel porgere le canzoni del suo recente album “Siltane” (Ma Case, 2017), che attingono alla tradizione popolare dell’isola caraibica e ai testi di scrittori haitiani, accompagnata da una muscolare band rock-blues guidata da Matthis Pascaud, Gran finale concertistico il giorno successivo con il rituale collettivo offerto da The Garifuna Collective, formazione intergenerazionale elettroacustica. 
Garifuna The Collective
Il combo ha portato sul palco il groove poliritmico irresistibile della multiforme cultura sonora del popolo garifuna, popolazione afro-amerindiana delle coste atlantiche del Belizie. Conclusione dell’edizione transatlantica del WOMEX alla domenica, con la cerimonia di commiato, la premiazione dell’artista e attivista canadese ShoShona Kish, le suggestioni prodotte dal concerto, con l’oceano sullo sfondo, del fantastico Kronos Quartet, vincitori del Premio del WOMEX, e il riconoscimento per la quinta volta di seguito all’etichetta Glitterbeat Records per meriti discografici. Va detto che la scelta dell’etichetta prende in considerazione le proposte di un centinaio di giornalisti e presentatori radiofonici, nonché le votazioni espresse dalla World Music Charts Europe e dalla Transglobal World Music Chart nel corso di un anno. È fuor di dubbio che da un po’ tempo la Glitterbeat presenti un roster di artisti e di dischi che hanno raggiunto i vertici delle chart e delle programmazioni radio. Tuttavia, considerata la presenza di Chris Eckman (uno dei due boss della casa discografica), tra i sette Samurai che hanno selezionato gli artisti per gli showcase WOMEX di questa edizione, ci è sembrato un po’ inopportuno (nonostante i numeri che hanno portato l’etichetta al vertice) assegnare il riconoscimento propria alla pur benemerita label. L’appuntamento per WOMEX 2019 è fissato per il 23-27 ottobre 2019 nella finlandese Tampere: altro clima e altro budget, per affrontare i giorni di fiera nel costosissimo Paese nordico. Ad ogni modo, come si dice: «save the date». Info su www.womex.com 


Ciro De Rosa
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