Murat Coşkun, Zohar Fresco, Glen Velez, Andrea Piccioni – Masters Of Frame Drums (Pianissimo Music CmbH, 2018)

Accomunati dall’amicizia e dal desiderio di esplorare le potenzialità espressive dei tamburi a cornice, il turco Murat Coşkun, l’israeliano Zohar Fresco, lo statunitense Glen Velez e l’italiano Andrea Piccioni ovvero quattro tra i più apprezzati ed autorevoli percussionisti al mondo, hanno dato vita al progetto “Masters Of Frame Drums”. Dopo i grandi successi raccolti sui palchi di tutto il mondo, questo all star quartet ha deciso di cristallizzare questa fortunata esperienza artistica dando alle stampe l’album omonimo, un opera prima che coglie in modo sorprendente tutto il fascino dei loro live act e nel contempo esalta l’incrocio tra timbri, ritmi e culture differenti. Si tratta di un lavoro che si muove attraverso coordinate sonore differenti, mescolando la tradizione musicale del tamburo a cornice italiano di cui profondo conoscitore è Piccioni con i suoni mediorientali di Fresco e i ritmi sufi portati da Coşkun, a cui si aggiunge la forza evocativa delle musiche sciamaniche di Velez. Ad accompagnarci alla scoperta di questo progetto è proprio il percussionista italiano, ascoltato recentemente anche al fianco di Riccardo Tesi & Banditaliana in “Argento”, ed al quale non abbiamo mancato di fare qualche domanda sulla sua formazione e sul suo articolato percorso artistico.

Partiamo da lontanissimo. Com’è nata la tua passione per le percussioni ed in particolare per i tamburi a cornice?
È qualcosa che ho sempre avuto dentro, sono una persona tendenzialmente introversa e il ritmo è il linguaggio attraverso il quale riesco ad esprimere al meglio le emozioni, a trasformare le energie che ho dentro, a sublimarle in qualcosa di positivo e creativo. Attraverso il ritmo ho imparato a conoscere le possibilità del mio corpo e come utilizzarle; l’atto di suonare con gli altri, in quanto linguaggio corporeo e non verbale, mi permette di accedere all’essenza della persona che ho di fronte e con cui condivido l’atto di suonare e contemporaneamente di mostrarmi per quello che sono, senza filtri. Lo stesso può accadere quando suoni in pubblico, in quel momento si è “nudi”, il pubblico può sentire molto chiaramente se sei arrogante o sbruffone o appassionato o distratto, la musica mi ha insegnato ad essere reale e presente.

Ci puoi raccontare il tuo percorso di formazione?
Sono cresciuto circondato dall’arte, mio padre è un artista: pittore, scultore, restauratore, fin da piccolo sono stato esposto a colori e materia come legno e pietra, lui mentre crea è sempre immerso nella musica, classica prevalentemente. All’età di 18 anni ho cominciato a studiare le percussioni afro cubane, ma sentivo che non era quella la mia strada, poi un giorno mi capitò per le mani un cd di un percussionista americano di nome Glen Velez, e sentii per la prima volta il suono dei tamburi a cornice, fu una folgorazione! Da quel giorno mi misi alla ricerca di quei suoni che qualcosa dentro riconobbe come parte di me, mi innamorai soprattutto di quelli che considero come l’estensione della mia anima: il tamburello e il grande tamburo a cornice senza sonagli. In seguito ebbi la fortuna di incontrare, scambiare ed apprendere da molti straordinari maestri. Nel corso degli anni ho cercato di creare una sintesi di tutto quello che avevo appreso dai miei incontri con maestri di musica tradizionale Italiana, rinascimentale, barocca, persiana, indiana, turca, azera, sviluppando la mia tecnica e il mio set che è per l’appunto una summa di tutti questi elementi.

Quali sono state le tue principali esperienze artistiche?
Molto dure agli inizi della mia carriera. Quando venivo chiamato in un nuovo progetto mi presentavo con la mia brava borsa con dentro i tamburelli e tamburi a cornice, e sistematicamente mi sentivo dire “bello eh, ma non avresti delle congas, o magari il cajon”? oppure “ma suoni la cassa con il tamburello”?... Così ad un certo punto ebbi l’occasione di iniziare delle collaborazioni fuori dall’Italia, provai, sempre con la mia borsa al seguito e... miracolo! Da li ho iniziato una sorta di carriera di “emigrante in patria”, che vuol dire che vivo in Italia (e ci mancherebbe) ma oramai da molti, troppi anni, lavoro quasi esclusivamente all’estero. Ho la fortuna di lavorare trasversalmente in molti generi musicali, con artisti straordinari della world music come Wu Man dalla Cina, Sirojiddin Juraev dal Tajikistan, Homayun Sakhi dall’Afghanistan, Dónal Lunny dall’Irlanda. Oppure in ambito classica/antica come l’Ensemble Les Hault et Les Bas dalla Germania. Non ultimo ho avuto l’onore di collaborare in progetti con alcuni miei idoli del jazz come Paul McCandless, Gianluigi Trovesi, Bobby McFerrin, giusto per citarne alcuni... e tutto questo con i miei amati tamburi a cornice, senza dover accettare compromessi e anzi essendo valorizzato proprio per il mio essere Italiano e tamburellista, cosa che sento e vivo con orgoglio e passione. 
Purtroppo l’Italia continua ad essere una meta lontana da un punto di vista di progetti musicali di livello, ma io ce la sto mettendo tutta e spero di riuscire a combinare qualcosa di buono anche qui prima o poi.

Quanto è importante per te l’attività didattica?
Enormemente importante, è qualcosa che faccio con passione e dedizione. Le possibilità di crescita e di espressione sono innumerevoli e ogni persona che hai di fronte deve essere accompagnata nel trovare le proprie nel rispetto dei suoi tempi, questo per me è il compito dell’insegnante, è un onore e un onere e bisogna saperli accogliere entrambi. L’obiettivo della pratica per me va oltre il mero sviluppare una determinata capacità tecnica come la velocità o il fraseggio, bensì il realizzare un proprio spazio creativo in cui essere te stesso e sviluppare la tua propria unicità attraverso una pratica costante e gioiosa.

Ci puoi parlare del tuo metodo di insegnamento dei tamburi a cornice?
Ho sviluppato nel corso degli anni una mia tecnica e metodologia didattica che unisce diversi elementi fra cui la tecnica di solfeggio indiano e la pratica delle arti marziali come l’Aikido e il Tai Chi, con l’obiettivo di lavorare per unificare la mente ed il corpo abbattendo tutte le tensioni fisiche e psichiche insite nella pratica di questi difficili strumenti a percussione. 
Il tamburello è una sintesi perfetta di questa idea che ho applicato a tutti i miei strumenti. Il tamburello è uno strumento completo, che merita di sedere al fianco dei grandi strumenti a percussione come le tabla indiane o il tombak persiano, che richiede anni di pratica per essere compreso e sfruttato in tutto il suo potenziale, io propongo uno sviluppo graduale che unisce il linguaggio onomatopeico con un attendo studio della relazione mente-corpo-strumento, in sostanza un approccio totale.

Come nasce il progetto The Masters of Frame Drums?
Dall’amicizia e dalla comune, bruciante passione per i frame drums. Sono strumenti che stanno godendo di una enorme popolarità negli ultimi anni, ma in genere noi che li suoniamo già da un po’ ci conosciamo più o meno tutti, dato che giriamo per gli stessi festival e raduni presenti oggi un po’ ovunque. Personalmente amo confrontarmi con persone che condividono la mia stessa passione, e la curiosità e la gioia di vedere cosa combina l’altro con uno strumento simile o uguale al tuo prevale sempre sull’aspetto più banale della competizione, posso dire che la maggior parte dei miei amici è gente che suona i miei stessi strumenti.
Glen Velez, Zohar Fresco e Murat Coşkun sono prima di tutto delle persone a cui voglio bene umanamente e credo che il sentimento sia ricambiato. Il progetto è nato con l’intento di provare a scrivere musica originale per tamburi a cornice, facendo confluire all’interno le nostre differenti visioni musicali e stilistiche.

Ci puoi raccontare com’è nato il disco?
Il disco è nato contestualmente al nostro primo tour in Europa nel 2017, che ha visto proprio la sua genesi in Italia. Abbiamo fatto una residenza di una settimana a Cosenza in cui abbiamo arrangiato le composizioni che ognuno di noi ha portato e abbiamo avuto il nostro debutto al Teatro dell’Acquario di questa splendida città. Ci tengo a ringraziare ancora l’associazione che si occupa del teatro per averci fortemente voluto, spero di tornare da voi per il secondo disco! Al termine del tour, quindi dopo aver ampiamente suonato e testato i brani dal vivo, siamo entrati in studio a Freiburg in Germania e in due giorni è nato il disco.

Come avete scelto i brani da incidere?
Ognuno di noi ha portato due sue composizioni originali, ripartite fra brani per quartetto e duetti, oltre ovviamente ad un momento di solo per ciascuno. 
Il disco è stato suonato quasi tutto come in concerto, tutti insieme e praticamente quasi senza editing e sovraincisioni.

Come si è indirizzato il vostro lavoro in fase di arrangiamento?
L’idea alla base del progetto è quella di valorizzare non solo l’aspetto ritmico di questi strumenti, ma enfatizzarne quello melodico. Ci sono momenti molto diversi nel disco che rispecchiano le nostre rispettive visioni della musica, Il brano “Penace Creek” di Glen ad esempio ha al suo interno degli elementi tipici della musica minimalista e dei lavori di Steve Reich (con cui Glen ha lungamente collaborato), la composizione di Zohar “Paam Maam” è ispirata ai nove mesi di gestazione del bambino nel grembo materno, un brano in 9 in cui il beat è mutevole e cangiante come il movimento del feto all’interno del fluido in cui è immerso. Il pezzo “Reflections” di Murat è un dialogo melodico e intenso su un lento beat in 7 generato da tamburi intonati che suonano linee di basso, handpan, kalimba e overtone singing. Oppure il mio brano “Mandala”, ispirato ai dipinti di sabbia colorata in forma concentrica tipici della tradizione buddista tibetana e hindu.

Quali sono state le difficoltà che avete incontrato nell’arrangiare i brani?
Personalmente non parlerei tanto di difficoltà ma più di sfida e sperimentazione. Lo sforzo che abbiamo fatto è stato di concentrarci sul creare un sound che rappresentasse il gruppo, cosa non così scontata quando hai delle personalità così forti all’interno di una band. La voce è un altro elemento che ci caratterizza molto individualmente, sia utilizzata come elemento ritmico-percussivo sia per la creazione di melodie attraverso il canto, quindi nella realizzazione dei brani abbiamo cercato di creare una sintesi fa questi elementi vocali alla ricerca anche qui di un sound di gruppo.

Ascoltando il disco, ciò che colpisce è la vostra capacità non solo di sviluppare trame ritmiche originali ma anche una particolare cura per l’aspetto melodico. Come avete lavorato in questo senso?
Attraverso la condivisione del medesimo linguaggio, il linguaggio ritmico-melodico che utilizziamo ci aiuta a tessere le melodie del ritmo e condividerle reciprocamente, melodie alle quali poi ognuno porta il suo contributo. Il breve la nostra lingua comune nasce come una sorta di fusione fra il linguaggio onomatopeico dei tamburi che suoniamo (Dum, Pa, Ta, Ka) unito a elementi e concetti ritmici avanzati di musica indiana al quale poi ognuno di noi ha apportato le sue modifiche e personalizzazioni, ma nella sostanza rimane la stessa
lingua, questo ci aiuta a comprenderci in profondità e a compenetrare l’essenza del brano.

Ci puoi raccontare come sono i concerti del progetto Masters Of Frame Drums?
Dal mio punto di vista ci sono momenti in cui ci sentiamo come quattro bambini al parco giochi alternati a momenti di grande lirismo, di profonda meditazione e di impennate ritmiche furiose, ma io sono sul palco, dovremmo chiederlo a qualcuno che ci guarda da fuori...A tal proposito se avete voglia di vedere dove suoneremo, dare un’occhiata a qualche video del gruppo, ascoltare in anteprima i brani, acquistare il disco o semplicemente dare uno sguardo a chi siamo e cosa facciamo potete farlo visitando il nostro sito web http://www.mastersofframedrums.com



Murat Coşkun, Zohar Fresco, Glen Velez, Andrea Piccioni – Masters Of Frame Drums (Pianissimo Music CmbH, 2018)
L’originale drumming ispirato alla tradizione sufi del “derviscio dei frame drums” Murat Coşkun, i virtuosismi tecnici e il lirismo della voce dell’israeliano Zohar Fresco, il suono iconico dei riti degli sciamani d’america di Glen Velez e le ritmiche della musica popolare italiana uniti alle sue esperienze in ambito jazz di Andrea Piccioni, sono questi gli ingredienti di “Masters Of Frame Drums”, album nato dall’esperienza maturata dal vivo di questo quartetto di straordinari percussionisti, accomunati dal desiderio di spostare sempre più avanti i confini della ricerca sonora nell’utilizzo dei tamburi a cornice. Incrociando i rispettivi repertori e backgroud artistici, i quattro percussionisti hanno messo in fila undici brani che, nel loro insieme, compongono un viaggio sonoro attraverso latitudini e longitudini differenti che attraversa in lungo ed in largo il Mediterraneo per approdare in Asia e poi America. L’ascolto conserva intatto il fascino dei loro concerti con i quattro maestri che si immergono in una vasta gamma di sonorità che spazia dalle ritmiche rituali a quelle più lievi e solari, il tutto impreziosito da una tensione continua verso l’improvvisazione e la ricerca di soluzioni sempre più originali. Tamburi italiani, bodhran, riqq, sasula, hang, bendir, tamburi a cornice accordati, si accompagnano all’utilizzo di body percussions, foot steps, e shaker componendo affreschi sonori in cui perdersi letteralmente. Durante l’ascolto, il quartetto si scompone e si ricompone brano dopo brano, spaziando dagli assoli al duo, passando per il trio, fino a ritrovare la composizione originaria della line-up. Le sorprese, dunque, non mancano a partire dall’iniziale “Penance Creek”, brano composto da Velez ed ispirato all’idea di purificazione attraverso l’acqua, nelle cui trame si colgono gli echi del potere sciamanico dei tamburi a cornice, esaltati dal dialogo tra i quattro percussionisti. Se dalla tradizione sefardita arrivano il canto per le nozze “Shecharchoret” con protagonisti Fresco e Coşkun e quel gioiello che è “Paam Maim” il cui ritmo circolare rimanda ai nove mesi della gestazione materna, al brano iniziale è ispirata “The Hunter” in cui il percussionista turco dà vita ad una funambolica performance con voce e tre tamburi. Quel gioiello che è il duetto tra Velez e Piccioni “Conversazione per due tamburelli” che, come scrive Stefan Franzen nelle note di copertina, “rimanda al dialogo tra padre e figlio”, ci introduce alla pregevole e meditativa “Reflections” di Coşkun con il quartetto al completo ad esplorare architetture ritmiche di incredibile bellezza. Il solo di tamburello di Andrea Piccioni “Jingle Jungle”, ripresa da una esibizione dal vivo e nella quale si intrecciano tarantella, blues e funk, ci conduce a “Mandala” che tra suoni e colori differenti rimanda al ritmo circolare e concentrico della tradizione religiosa buddista ed hindu. “Grounded” con il riqq di Coşkun a dialogare con i tamburi di Piccioni, Fresco e Velez, e il solo di bodhran “Simbiosis” del percussionista americano suggellano un disco prezioso da ascoltare con attenzione.


Salvatore Esposito
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