Teres Aoutes String Band – Lo rock’n roll de la mountagna (Autoprodotto, 2018)

La Teres Aoutes String Band nasce da un’idea di Mario Poletti, mandolinista ben noto per la sua intensa attività artistica con i Lou Dalfin, e Fabrizio Carletto, bassista con alle spalle una lunga esperienza non solo in ambito trad ma anche al fianco di artisti come Michele Gazich e Massimo Priviero, i quali hanno unito le forze con Diana Imbrea (violino) e Oreste Garello (chitarra) per dar vita ad un originale progetto musicale volto a rileggere i canti e le danze della tradizione musicale delle Alpi Occidentali, esaltando le potenzialità espressive degli strumenti a corde. Dopo aver rodato dal vivo il repertorio, il gruppo ha recentemente dato alle stampe il suo album di debutto “Lo rock’n roll de la moutagna” nel quale si coglie non solo tutta l’energia e l’intensità dei loro live act, ma anche la loro capacità di reinterpretare i suoni e le melodie popolari, attraverso una cifra stilistica contemporanea nella quale si intrecciano roots-rock e folk anglosassone. Di tutto questo e molto altro abbiamo discusso con la band, in un racconto a tutto campo di questa avventura.

Partiamo da lontano. Come nasce la Teres Aoutes String Band?
Fabrizio Carletto: Con Mario ci conosciamo da molti anni, frequentando lidi musicali vicini e da appassionato di strumenti a corda ho subito stretto amicizia con lui.  Varie volte ci siamo proposti di fare qualcosa assieme e poi un giorno Mario me lo ha proposto…e siamo qui. Mi affasciano le sfide in musica, e quella di fare questo tipo di repertorio con una formazione di sole corde è davvero una bella sfida, a mio avviso pienamente vinta.
Mario Poletti: L’idea di una string band ce l’avevo da parecchio tempo e l’incontro con Fabrizio è stato un ulteriore stimolo, la condivisione di una visione simile del fare musica popolare, la passione per gli strumenti a corde e la buona sintonia che si è creata anche a livello umano ci ha permesso di superare varie difficoltà e di arrivare a concretizzare il progetto.

Mario, ci puoi presentare i protagonisti di questo quartetto che riscrive un po’ le regole del bal-folk?
Mario Poletti: Oltre a Fabrizio e a me gli altri due insostituibili membri della formazione sono Oreste Garello, chitarrista di Torino, mio ex allievo del Centro Jazz Torino con una cultura musicale tipicamente urbana che si è approcciato al folk con estrema versatilità e disponibilità e Diana Imbrea, rumena di nascita e, come me, carmagnolese di adozione, diplomata in violino frequenta il mondo
della musica classica ma è estremamente aperta nei confronti degli altri generi, entrambi, con la loro personalità hanno contribuito in maniera determinante al suono del disco.
Oreste Garello: Sì, il folk non è la mia lingua madre! Devo continuamente imparare, sia i brani che la “pronuncia” corretta.
Diana Imbrea: Io mi sono avvicinata alla musica folk grazie a Mario ed alla Teres Aoutes String Band ed è stato un incontro entusiasta da parte mia. Trovo facilità a entrare nell’armonia delle corde degli altri componenti ed è per me una soddisfazione veder ballare sulle note del mio violino.

Come è nata l’idea di realizzare il disco “Lo rock’n roll de la mountagna"?
Mario Poletti: Ci piaceva l’idea di accomunare le varie culture (lingue, canzoni e danze) che ci sono tra la Valle d’Aosta, dove sono nato e cresciuto vivendoci stabilmente per i primi venti anni della mia vita e la Val Vermenagna, dove vive Fabrizio e di farlo inserendo quelle che sono le nostre passioni musicali, il blues il rock il jazz, il tutto utilizzando strumenti tipicamente italiani, il mandolino che nasce in Italia nel 1600 e il violino che nello stesso periodo viene migliorato e codificato nella sua forma attuale.

Le sessions di registrazione si sono svolte nell’arco di due mesi di lavorazione. Qual era l’atmosfera di quei giorni in studio?
Diana Imbrea: Il clima è stato rilassato mentre ognuno di noi registrava le tracce a casa di Mario, pur nella concentrazione di rendere al meglio un lavoro al quale tutti noi teniamo molto. Anche in studio da Max Tatti, che ha seguito la parte di mixaggio e masterizzazione, io e Mario andavamo volentieri a lavorare, consapevoli che lui avrebbe compreso la sonorità della Teres Aoutes String Band.
Oreste Garello: Non so se è un segreto, ma in realtà le registrazioni si sono svolte a casa di Mario, usando tecnologia molto semplice, sfruttando i tempi che ognuno di noi era in grado di offrire. Le “buone vibrazioni” che si sentono sul disco vengono soprattutto dalle prove e dai concerti dell'estate precedente; l'affiatamento sui pezzi ci ha permesso di sentirci più liberi per quanto riguarda i suoni, i soli, le voci.
Fabrizio Carletto: L’idea un poco eretica, per questi giorni, di registrare su un otto tracce nella sala prove di Mario mi ha subito stimolato, quasi come fare un salto indietro nel tempo. Abbiamo fatto un bel numero di prove e registrazioni “ad uso interno” e quando ci siamo buttati nelle session definitive tutto è stato davvero naturale. Come già detto Mario e Diana hanno seguito la parte del mixaggio e della masterizzazione e senza troppi patemi il disco era pronto. Ho fatto quindi una copertina un poco “rock – montanara” e come si dice…  les jeux sont faits!

Come si è indirizzato il vostro lavoro di ricerca e rielaborazione sui materiali tradizionali su cui avete lavorato?
Mario Poletti: Personalmente non ho fatto ricerca in quanto i brani che ho proposto sono cose che già conoscevo e che in diverse occasioni (tipo la Fiera di Sant’orso) mi capita di suonare in maniera spontanea e informale, la rielaborazione è avvenuta con la volontà di contaminarle con suggestioni e modalità interpretative prese dalla popular music anglosassone e afroamericana. La scelta di non utilizzare strumenti diatonici ci ha offerto molte possibilità.

Come avete scelto i brani tradizionali da rileggere?
Mario Poletti: Oltre ai brani originali, abbiamo scelto, tra la trentina di pezzi che abbiamo attualmente in repertorio, quelli che più ci piacevano e che potevano offrire una migliore diversità di atmosfere.

Nel titolo del disco è racchiuso l’incontro tra musica tradizionale dell’arco alpino con sonorità che vanno dal rock al blues. In questo senso come avete lavorato agli arrangiamenti?
Mario Poletti: La musica che abbiamo nelle nostre zone è, da un punto di vista armonico, sostanzialmente semplice e si basa sui tre accordi, tonica dominante e sottodominante, su cui si basa il blues e i suoi derivati, quello è stato il punto di partenza al quale si sono sommati i miei vari interessi e ascolti musicali, Ry Cooder, Daniel Lanois, Il Bill Frisell di Disfarmer e Nashville, le string band che suonano in strada a New Orleans, Django Reinhardt e l’Hot Club de France ecc ecc.
Fabrizio Carletto: Come spesso dico, da grosso amante dei musicisti sopra citati, il folk nostro ed il folk “loro” in verità è semplicemente folk, e le distanze sono molto effimere…anzi sono proprio vicinanze.

Tra le riletture mi ha colpito molto il tradizionale valdostano “De Bon Mateun”.
Mario Poletti: E’ tra le più gettonate in Val d’Aosta, quando durante una cena o festa il tasso alcolico si alza inevitabilmente prima o poi parte, anche la storia raccontata dal testo è divertente, me l’ha fatta conoscere anni fa Cesare Marguerettaz, un musicista valdostano con il quale ho praticamente iniziato la mia carriera di musicista, la versione che abbiamo registrato risente molto delle influenze di cui sopra.

Splendida è anche "La chançon du Grand Gorret”. Ci potete raccontare questo brano?
Mario Poletti: Anche questa canzone risale alle mie prime esperienze musicali in valle, è di autore anonimo ma è attribuita all’Abbè Amè Gorret, personaggio vissuto in Val d’Aosta nel periodo a cavallo tra 1800 e 1900, come gran parte del clero valdostano di allora reclutato tra i ragazzi più intelligenti del villaggio e quindi diventato prete più perché era l’unica possibilità di studiare che per vocazione, grande alpinista ha partecipato alla prima ascensione dal versante italiano del Cervino ed era principali relatori alle riunioni annuali dell’allora neonato Cai, prete pieno di umane passioni è sempre stato relegato nei villaggi più isolati della regione, il testo è in francese che ai tempi era la lingua ufficiale della Val d’Aosta, la lingua italiana non si parlava ed è stata introdotta forzatamente dal fascismo. Il testo è molto poetico e parla delle sue considerazioni sulla sua vita durante la vecchiaia, nell’arrangiamento abbiano cercato di rendere la mestizia di cui è pervaso il testo.

Una delle chicche del disco è certamente "Mi l'hai basà” versione in occitano del classico "Dirty old town” di Ewan MacColl. Com’è nata l’idea di riscrivere questo brano?
Fabrizio Carletto: La colpa è di Mario, che mi ha detto che avrebbe ben visto un testo in vernantino per questo gran pezzo. Come si può dire di no a Mario? Quindi mi son messo di buona lena nel raccontare i “turbamenti” di un non ballerino ad un festino della mia valle, che si innamora della sua bella, pur essendo poco incline al ballo e quindi si trova in difficoltà ad approcciala. Ma come in un film, dopo molto pensare e tanto penare lui, nonostante non l’abbia fatta ballare, è riuscito a baciarla.
Mario Poletti: Non è vero, non è colpa mia…
Fabrizio Carletto: Scherzi a parte, Mario ha pungolato un lato della mia persona che spesso lascio quasi assopito per pigrizia, quello di scrivere per la musica. L’ho già fatto anche in passato, pure qui sotto stimolo “esterno” ed alla fine ci prendo pure gusto. Mi piace!

Mario, la Teres Aoutes String Band ti vede sorprendentemente anche nelle vesti di cantante. Come si sta nei panni del front-man?
Mario Poletti: Nel momento in cui abbiamo deciso il repertorio è nata la necessità di qualcuno che cantasse nelle varie lingue e l’unico che per nascita e per frequentazioni lavorative, pur non padroneggiandole, le aveva nelle orecchie ero io, da lì il mio attuale ruolo di front-man. Che dire, sarebbe meglio rispondessero gli altri….
Oreste Garello: Secondo me la dimensione del front-man emerge ancora di più nella gestione del concerto e del ballo, quando sentiamo che è necessario cambiare la scaletta al volo in relazione al feedback del pubblico. Questo aspetto forse è più importante in un gruppo folk che in un gruppo jazz o rock, per esempio.
Diana Imbrea: Se posso aggiungere trovo Mario molto a suo agio in questo ruolo perché tira fuori il leader e allo stesso tempo il maestro che è in lui. 
Fabrizio Carletto: è stata una propensione naturale, non a fare solo il leader, ma fare quello che Mario ha fatto per questo gruppo, cioè una specie collante o come si diceva in campagna nel secolo scorso, il “bacialè”, che faceva incontrare ile persone che volevano  sposarsi. Lui ha permesso di conoscerci e di intraprendere questa bella esperienza.

“I fije et Palanfrè” è del repertorio comune tra il Nizzardo e Vernante. Quanto è ricco il corpus di brani della tradizione delle alpi occidentali?
Fabrizio Carletto: Questo brano è uno dei classici che mi ha sempre affascinato fi da piccolo; da noi, a Vernante, si cantava spesso nelle feste e nelle osterie. Quando uscì il “W Jan d'l'Eiretto” dei Lou Dalfin nel 1990, restai ammaliato per la versione originale del pezzo, davvero toccante. L’idea di riproporla nella “versione vernantina” è stato quasi automatico e naturale. Ho contattato la corale dei “Vernantin” per il testo preciso e ci è subito piaciuta e quindi l’abbiamo non solo riproposta ma l’abbiamo pure inserita nel CD.

Quali sono i progetti futuri della Teres Aoutes String Band?
Mario Poletti: Suonare, divertirci e cercare di divertire, nel frattempo sono arrivate delle nuove idee che cercheremo di concretizzare.
Diana Imbrea: Suonare tanto, far ballare e magari anche incontrare altri gruppi dai quali prendere ispirazione del mondo folk e non solo. 
Fabrizio Carletto: Come dico spesso, giocando con le parole, se succede qualcosa è un successo. Qualcosa sta succedendo e speriamo di fare ancora tante belle cose noi e le nostre corde montanare.



Teres Aoutes String Band – Lo rock’n roll de la mountagna (Autoprodotto, 2018)
L’area alpina occidentale, compresa tra Alpi Graie, Cozie e Marittime, conserva una tradizione musicale ricchissima, un corpus musicale di canti e balli di grande fascino, spesso al centro dei repertori dei tanti gruppi e progetti artistici della scena bal-folk. Laddove, in generale, la tendenza è quella di rileggere questi brani privilegiando la cifra stilistica trad in senso stretto, va riscontrata anche la presenza di formazioni che si sono spinti più in là, esplorando e ricercando connessioni ed addentellati con altre sonorità. Un esempio ne è certamente la Teres Aoutes String Band, formazione tra le più interessanti emerse negli ultimi anni, nella scena musicale delle Valli Occitane italiane, e che vede protagonisti: Mario Poletti (mandolino elettrico, mandola, banjo mandolino, voce e ritmica), Fabrizi Carletto (basso, shortbassone, basso resofonico), Diana Imbrea (violino) e Oreste Garello (chitarra, lap steel guitar, banjo e voce), quattro strumentisti dal diverso background musicale, accomunati dal desiderio di ricodificare con originalità i suoni dell’arco alpino occidentale, mescolando roots-rock americano e folk anglosassone. Il loro disco di debutto “Lo rock’n roll de la moutagna”, registrato tra settembre ed ottobre 2017 presso lo studio Indaco di Carmagnola (To), li vede alle prese con dodici brani, tra composizioni originali, riletture e brani tradizionali, che nel loro insieme compongono un viaggio sonoro che si dipana dalla Valle d’Aosta al Piemonte per toccare l’Occitania e il Nizzardo. Ad aprire il disco è l’invito al ballo con la “Bourrèe”, brano che ci conduce tra le feste delle valli occitane con il violino della Imbrea che dialoga con le corde di Poletti e Garello. Ci spostiamo, poi, in Valle d’Aosta con la splendida versione del tradizionale “De bon mateun” con il basso di Carletto a scandire la ritmica e Poletti che ci regala una eccellente prova vocale. Il crescendo guidato dal mandolino di “Circles Teres Aoutes” con il violino a cesellare la linea melodica ci introduce ad un altro gioiello del disco “La chançon du Gran Gorret”, attribuita all’Abbè Amè Gorret, vissuto in Val d’Aosta tra Ottocento e Novecento e nella quale spicca l’interplay tra mandolino e lap steel guitar. Si torna a ballare con la travolgente “Courenta Carletta – The Dark side of d’la courenta”, mentre “Blues d’Aoste-De tsagne” ci regala l’incontro tra tradizione valdostana e blues con basso resofonico, banjo e violino a guidare una trascinante scorribanda sonora. Il disco ci riserva ancora sorprese con la gustosa “Mi l’hai basà” curiosa quanto gustosa riscrittura in occitano di Dirty Old Town di Ewan MacColl e “La veja dança - Courenta de La Rocha” cantata a due voci. Il brillante rondeau “Rondeu du dahu” ci conduce verso il finale in cui spiccano il tradizionale nizzardo “I fije ed Palanfrè” e il valdostano “Seundzo di carnaval”, ma soprattutto “Rigopop”, forse il brano dal taglio più cantautorale del disco che rappresenta una possibile direzione futura da intraprendere per la Teres Aoutes String Band. “Lo rock’n roll de la mountagna” è, dunque, un disco tutto da ascoltare, ma soprattutto da ballare, e lo conferma il successo che dal vivo sta riscuotendo questo eccellente progetto artistico. 



Salvatore Esposito
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