Nicola Sergio – Cilea Mon Amour (Nau Records, 2017)

Album raffinato e fluido, “Cilea Mon amour” raccoglie in otto brani un’atmosfera sognante cucita intorno alle musiche del compositore di origini calabresi Francesco Cilea (1866-1950). Si tratta di una rivisitazione di alcune composizioni che Nicola Sergio condensa in un flusso narrativo addolcito da una strumentazione acustica e da una prospettiva interpretativa jazzistica. In cui ogni strumento (pianoforte, sax soprano, flauto, contrabbasso e batteria) avanza un’interpretazione personale di arie complesse ma molto piacevoli, definendo gradualmente i tratti di uno spazio musicale mai contratto, anzi spesso aperto a diverse idee esecutive. Insomma già dal primo brano (“Pur dolente son io”) si intravede la direzione che Sergio vuole percorrere e che riesce a sviluppare con evidente coerenza, sospesa tra l’attenzione a una narrativa musicale tardo ottocentesca e così evidentemente legata alle aperture melodiche novecentesche, e la ripresa degli elementi più significanti, trasfigurati in un linguaggio contemporaneo. In termini generali l’album procede dentro un andamento morbido e deciso allo stesso tempo, e ciò che più colpisce è il modo in cui i moduli individuati dai musicisti riescano a incastonarsi in modo fluido e mai ripetitivo. L’atmosfera che definiscono questi movimenti è rarefatta, anche se non mancano dei passi decisi, in cui spesso il piano (che trascina gli altri strumenti in una dinamica sonora sempre interessante) riesce a marcare lo spazio in cui si sta muovendo. In molti casi si riconosce più nettamente l’alternanza tra la linea definita dalle melodie di riferimento e l’interpretazione estemporanea (“E la solita storia”), quasi sempre ricondotta alla linea principale dopo un dialogo e un confronto più avanzato tra gli strumenti. Si possono anche riscontrare momenti di grande apertura, determinati spesso da una costruzione ritmica più articolata (come nel caso di “Anima ho stanca”), che si configurano come delle incursioni più personali. Il terzo brano in scaletta è molto rappresentativo in questo senso, perché introduce l’ascoltatore a una dimensione sonora meno riconoscibile (soprattutto nella prima parte), che poi, sul finire del brano, riesce a confluire in un andamento definito e coerentemente evocativo. Il pianoforte sembra essersi ritagliato anche il ruolo di guidare gli altri strumenti e di condurli su un livello più indefinito e ameno, aprendo spesso a direzioni apparentemente inafferrabili, che vengono poi sostenute ed elaborate in modo compiuto. “Era un giorno di festa”, il quarto brano in scaletta, sembra volerci dire più o meno questo: l’introduzione del piano assorbe i suoni del brano precedente dentro toni più distesi e invita gli altri elementi, primo fra tutti il contrabbasso (che qui propone una melodia ampia e mai ridondante), a seguirne le tracce in uno spazio più profondo, in apparente contraddizione con il titolo del brano. La seconda metà della scaletta è introdotta da “Leonida”, l’unico brano scritto da Sergio: il ritmo cambia in modo radicale, con accenti più fermi e decisi, e il pianoforte percorre una linea melodica infinita, dentro la quale tutti gli altri strumenti propongono la loro presenza. Qui si sente molto bene il sassofono, che tratteggia una serie di frasi continue sul ritmo deciso di pianoforte e batteria. Tutto si asciuga quasi di colpo in colpi unisoni, lasciando spazio a “Io son l’umile ancella”, uno dei brani più belli dell’album. Sembra di navigare e vagare in un mare di suoni: le parole d’ordine sono fluidità, sospensione, ancorché decisione e precisione, dialogo e scambio. Nella prima parte del brano, il timone è affidato al contrabbasso per un lungo tratto, il piano si configura come uno strumento “di passaggio”, che introduce degli intensi e coerenti cambi di melodia e di tono, affidati al sax e alla batteria, che trovano uno spazio fermo per tutta la seconda parte del brano, fino a sincronizzarsi in una coda chiara e fuggevole allo tesso tempo. Il brano più affascinante è probabilmente “Dolcissima effige”, posto in chiusura dell’album. Tutto si svolge in un brevissimo tempo (meno di due minuti): è il più tradizionale, sognante e rarefatto. È la voce di Cilea presa in carico da Sergio, che si spegne in un silenzio straordinario. 


Daniele Cestellini
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