Antonio Francesco Quarta & Romina Modolo – 113 (AFQ Produzioni, 2017)

Torniamo volentieri a parlare di Antonio Francesco Quarta per presentare il suo ultimo album, dal titolo “113”. Questo volta Quarta - seguendo un programma che ha fin qui attraversato diverse tappe con coerenza e precisione - dedica la sua attenzione a Leo Ferré, artista raffinato e profondo, dal cui esteso repertorio sono state qui selezionate quattordici canzoni. Come si può immaginare, l’incontro con uno dei musicisti più importanti del Novecento - la cui figura si lega in egual modo alla musica, alla letteratura e alla politica - produce dinamiche complesse, nell’ambito delle quali però Quarta riesce a orientarsi con molta disinvoltura (i brani scelti per la scaletta sono tutti molto belli e ben realizzati, dal vivo, con voce e pianoforte: in alcuni casi la selezione ha interessato brani composti interamente da Ferrè, in altri brani letterari musicati da quest’ultimo). Già nelle sue precedenti produzioni (l’ultima di cui abbiamo scritto in queste pagine riguardava Kurt Weill, ma sono rientrati finora nel suo programma di interpretazioni figure fondamentali del panorama musicale internazionale, come Atahualpa Yupanqui e Chavela Vargas) ha individuato un metodo convincente e sempre più raffinato. Basato sulla conoscenza, sull’approfondimento e, di conseguenza, su un progetto di indagine volto a selezionare gli elementi più rappresentativi della narrativa degli artisti in esame, in modo da poterne rappresentare non solo le voci e le musiche ma, in generale, la loro storia, la loro visione. Ascoltando questo album si definisce gradualmente proprio l’effetto di un’immersione nella fenomenologia dell’artista trattato, così come si è percepita nei lavori precedenti. Proprio per questo, torno a dire, è importante non solo ascoltare la musica di Quarta, ma sforzarsi in un tentativo non tanto di immedesimazione, quanto di inclusione, cioè di “verifica” di un linguaggio che si sforza, da parte sua, di aderire a una visione sempre più articolata del singolo album o delle selezioni dei brani di cui è composto. In altri termini, si può probabilmente dire che questo album è comprensibile fino in fondo se lo si considera come uno strato che si aggiunge agli altri che lo hanno preceduto, in modo da poterne riconoscere il ruolo in un programma di interpretazione di lungo corso. Un programma che si configura sempre di più come una rappresentazione coerente di elementi narrativi che si legano tra loro attraverso la musica (tanto ricercata quanto minimale), l’impianto melodico (basato su strutture solide ed equilibrate), l’interpretazione (coerente con i contenuti e fortemente empatica), i significati più profondi che i testi selezionati esprimono riguardo la vita, la politica, l’amore, la società. Questo ultimo punto può valere anche da raccordo dell’intero programma, perché dimostra, forse più degli altri, alcuni degli argomenti cari al nostro autore. O meglio, dimostra come il nostro autore sia attratto da un canzoniere prodotto in un quadro in cui si produce un’interazione molto forte tra fattori evidentemente artistici e, in generale, politici. Tutti fattori che, presi nel loro insieme, determinano a loro volta una visione musicale (come dicevamo prima, una narrativa) estremamente complessa, ancorché solida sul piano delle esecuzioni e della grammatica su cui si basa. Lo stesso riflesso determina - certamente con sfumature diverse - anche il profilo degli artisti in questione, legati a una dimensione allo stesso tempo profondamente intimistica e politicamente pubblica (sociale). Una dimensione molto fruttuosa (cioè ricca di esiti narrativi) e, allo tesso tempo, piacevolmente contraddittoria e piena di potenzialità, che si ricrea attraverso la forma della riproposta, in modi sempre nuovi e partecipati. Torno a dire, quindi, che la scelta di Quarta (ricordiamo che al pianoforte, come nel precedente, vi è la bravissima Romina Modolo), ha un valore simbolico preciso. E che estrapolare quegli importanti argomenti da un programma musicale non è facile, soprattutto quando si evita, con evidente bravura, la retorica e la più semplicistica evocazione storica o estetica. 


Daniele Cestellini
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