Jan Wouter Oostenrijk – We are connected (Mountain Records, 2017)

Combinare le etnofonie di area nordafricana con il jazz e il rock è prassi consolidata. Nondimeno, nel coltivare la sua passione per i suoni del mondo maghrebino il chitarrista olandese Jan Wouter Oostenrijk si è spinto oltre nella sua proposta di crossover, imbracciando la chitarra elettrica a quarti di tono che si è costruito e in cui il riposizionamento della tastiera e l’aggiunta di tasti extra permettono di coprire gli intervalli micro-tonali delle tradizioni arabo-islamiche. Studi di chitarra jazz e di improvvisazione al Conservatorio di Amsterdam, già membro della band marocchina Raïland, titolare di album come “Maghreb Jazz Guitar” (2006), “Sharqi Blues” (2013), in compagnia del batterista algerino Karim Ziad, e “Gnawa in Your Soul” (2015), accanto alla vocalist Farid Ghannam, nel suo Paese Jan Wouter è un affermato didatta della chitarra nonché collaboratore di artisti delle scene jazz e world internazionali. In trio con Marco van den Akker (basso fretless) e Bas Bouma (batteria), Oostenrijk produce una fluida collisione tra prog, rock, jazz e mood arabi e medio-orientali. Certo non è il massimo della ricercatezza, in fatto di immagini e di estetica, la copertina con i dromedari che attraversano un campo di tulipani gialli invece di calpestare la sabbia del deserto, ma rende l’idea dello spirito che anima i venticinque minuti del disco (Insomma, un EP più che un CD). “Sabah el Nour”, la risposta al “buongiorno” nel mondo arabo (significa “Che il tuo giorno sia luminoso”), è un ottimo biglietto da visita di questo lavoro. La successiva “Step Aside” attacca con un tempo gnawa, poi assume una connotazione ritmica rock su cui la chitarra di Jan Wouter si muove con libertà sulla scala Rast in Sol, che è un modo centrale nel sistema del maqām arabo. Quanto a “Huuiya” (“Libertà”), è ispirata ai movimenti danzanti sui ritmi del chaabi. Dal titolo si comprende che “Best of Both” è un elogio del multiculturalismo, visto come fonte di ispirazione e innovazione, alla faccia dei muri mentali e fisici che si stanno edificando in Europa. Invece, “Dutch in the Desert” mette in musica l’ispirazione derivata dalla partecipazione dell’artista olandese al festival Taragalte nel deserto del Marocco, celebrazione della cultura nomade dei tuareg. In “New Wave Oriental” il maqām Bayati in Re incontra stilemi hard rock e punk, con un orecchio ‘critico’ a “Killing An Arab” dei Cure. Infine, “Carry On” si rivolge al popolo siriano annichilito da guerra e povertà. L’album non lascia sbalorditi, ma la connessione è riuscita! 


Ciro De Rosa
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