BF-CHOICE: Maria Pia De Vito featuring Chico Buarque – Core [Coracão]

In “Core[Coracão]”, la vocalist partenopea, ai vertici del panorama jazz internazionale, offre cittadinanza sonora napoletana a tredici canzoni carioca. Sperimentatrice delle infinite possibilità sonore della voce, Maria Pia De Vito è artista versatile, sensibile e creativa...

BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

martedì 30 maggio 2017

Numero 309 del 31 Maggio 2017

Antenne ad ampio raggio per captare le musiche del mondo senza preconcetti, questo è Blogfoolk #309, che offre un’agenda di appuntamenti discografici e concertistici italiani e internazionali dal vasto spettro sonoro ed emozionale. Apriamo con “Folksongs Vol.2”, la seconda tappa delle convincenti trame musicali cucite dal mezzo soprano Tiziana Portoghese e del fisarmonicista Francesco Palazzo, per l’occasione accompagnati dal Folksongs Ensemble, formazione a geometria variabile, che annovera ben diciassette strumentisti, guidati dal maestro concertatore Andrea Gargiulo. Dalla voce di Palazzo il racconto delle esplorazioni che hanno portato a questa seconda produzione. Ci rivolgiamo, poi, ala poesia rock di “Prodigal Son”, il nuovo album del cantautore americano Elliott Murphy. Dalla Calabria arbëresh si affaccia il folk-rock di “Ajëret”, firmato dalla Peppa Marriti Band di  Santa Sofia d'Epiro, provincia di Cosenza. La bussola della musica dal vivo punta verso l’Est Europa, da Pirano e Lubiana la cronaca della edizione numero trentatré del Festival Druga Godba, che si è tenuto dal 25 al 27 maggio in Slovenia. Ci spostiamo più a sud, in Albania, nella bella città di Gjirokastër (Argirocastro), per il Fustanella Festival (19-21 maggio). Per la rubrica Strings, vi proponiamo un ricordo del chitarrista Giuseppe Leopizzi nel decennale della sua scomparsa, mentre sul versante jazz i nostri riflettori sono puntati sul sorprendente “Rockinnerage” del trio TriⱯpology, creato da Vincenzo Saetta (sax alto & elettronica), Michele Penta (chitarre, loop ed elettronica) ed Ernesto Bolognini (batteria). In conclusione, l’obiettivo di Valerio Corzani coglie il chitarrista e cantante maliano Afel Bocoum.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


COVER STORY
WORLD MUSIC
VIAGGIO IN ITALIA
I LUOGHI DELLA MUSICA
STRINGS
SUONI JAZZ
CONTEMPORANEA
CORZANI AIRLINES

L'immagine di copertina è un'opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Tiziana Portoghese, Francesco Palazzo, Folksongs Ensemble – Folksongs! Vol.2 (Digressione Music, 2017)

A distanza di tre anni dal pregevole primo volume del progetto “Folksongs!”, il duo composto dal mezzosoprano Tiziana Portoghese e dal fisarmonicista Francesco Palazzo, prosegue il proprio originale percorso di ricerca musicale con “Folksongs! Vol.2”, album nel quale hanno raccolto diciassette brani per lo più tradizionali, incisi dal vivo, con il Folksongs Ensemble, formazione a geometrie variabili composta da ben diciassette strumentisti, guidata dal maestro concertatore Andrea Gargiulo. Abbiamo intervistato Francesco Palazzo per farci raccontare questo nuovo lavoro, focalizzando la nostra attenzione sulla sua genesi ed in particolare sugli arrangiamenti orchestrali e la scelta del repertorio.

Il volume 2 di Folksongs arriva a due anni di distanza dal primo e splendido disco. Come si è evoluto in questi due anni il vostro sound?
Mentre nel primo album era chiara l'identità del duo fisarmonica e voce con incursioni di percussioni nel secondo volume è maturata sempre più l' idea di una sonorità orchestrale.

Quali sono le differenze e le identità tra il primo e il secondo volume?
Abbiamo focalizzato la nostra ricerca maggiormente sull'aspetto etnico rispetto al primo disco in cui c'erano più generi diversi e quindi aveva un carattere più antologico. Questo disco ha decisamente un taglio più etnico.

La novità sostanziale del volume 2 è rappresentata dalla presenza del Folksong Ensemble diretto da Andrea Gargiulo e in cui spiccano, tra gli altri, Roberto Ottaviano e Mauro Squillante. Com’è nata l’idea di farvi affiancare da questo ensemble a geometrie variabili?
Trattandosi di folksongs la fisarmonica suona in quasi tutti brani. Ho concepito l'orchestrazione come una forma di espansione della sonorità del mio strumento che di volta in volta cambia colore un po' come avviene attraverso l'uso dei suoi registri. È venuta spontanea l'idea di una sorta di fanfara, o piccola orchestrina balcanica sebbene in alcuni momenti si tinga di colore più lirico grazie alla presenza dell'arpa e dei clarinetti. 
L'ensemble mobile nasce dall'esigenza di calare ogni brano in una specifica emozione, per creare una sorta di ambientazione sonora di volta in volta diverso e in qualche modo unico. È stato un pò come cucire un vestito adeguato per ogni brano. Ad ogni traccia si affronta un viaggio e ci si cala in un nuovo paese, un nuovo mondo, una nuova storia...

Quanto è stata importante per il progetto Folksongs la lezione di Luciano Berio, Benjamin Britten, e Johann Gottfried Herder?
Le precedenti realizzazioni dei cicli di Folsongs da parte dei compositori del passato sicuramente sono state di esempio ma soltanto sullo sfondo, e in lontananza. La lezione che abbiamo accolto sta nella possibilità di interpretare in senso eterogeneo queste songs. Ho cercato di andare oltre un linguaggio specifico che invece lega fortemente i compositori del passato, essere legati  ad uno stile. In questo secondo ciclo di Folksongs ho cercato di costruire di volta in volta un linguaggio adatto al tema e allo stile del pezzo, a volte contemporaneo, a volte più pop, a volte più etnico...

Quali sono stati i criteri di scelta del repertorio da interpretare?
La varietà. Abbiamo cercato di alternare genere e colori diversi.

Nel disco sono presenti anche alcuni brani con musiche originali come “Statis Florigero” musicata da Tiziana Portoghese su testo dei Carmina Burana?
"Estatis florigero tempore", "A sunny day", e quelli che erano presentati come "Tre canti popolari" del primo disco sono ripresentati in questo secondo volume in veste orchestrale. Ci è sembrato bello mantenere un legame forte con il progetto iniziale.

Il disco abbraccia tradizioni musicali differenti dall’Italia al Nord Europa fino a toccare l’Africa e l’Asia. Qual è il comun denominatore di queste musiche del mondo?
La musica popolare contiene dei temi comuni, una sorta di archetipi culturali: la fanciulla sedotta e a volte abbandonata, l'amore non corrisposto, il ricordo di un passato idilliaco, o della bellezza perduta. Ci si può spostare geograficamente anche di migliaia di chilometri ma alla radice molto spesso si incontrano le stesse tematiche. 
Forse soltanto con il brano giapponese ci siamo spinti più in una dimensione metafisica, che comunque ci appartiene molto.

Dal punto di vista prettamente vocale, quali sono le novità che presenta quel nuovo disco a livello di timbri e colori musicali?
La voce per Tiziana è uno strumento che possiede la possibilità di declamare versi poetici. Al primo posto c'è l'intento espressivo di creare suggestioni, paesaggi emotivi. La sua vocalità piuttosto che dipendere da una forzata ricerca tecnica asseconda il senso profondo dei brani, facendo emergere il significato del testo. Una sorta di rilettura della teoria degli affetti dove testo e musica sono strettamente legati e interconnessi. L'impostazione lirica, leggera, pop o "antica" è solo, quasi, un particolare irrilevante.

Il primo volume vi ha portato ad esibirvi anche all’estero, ed in particolare in Russia. Come saranno i concerti in cui presenterete Vol.2?
Ci aspettiamo molto da questo nuovo lavoro. Sarebbe molto bello stabilire delle collaborazioni con ensemble o direttori d'orchestra... E poi abbiamo ancora tante idee per tanti altri volumi di Folksongs!!


Tiziana Portoghese, Francesco Palazzo, Folksongs Ensemble – Folksongs! Vol.2 (Digressione Music, 2017)
#CONSIGLIATOBLOGFOOLK

Registrato dal vivo l’8 ottobre 2016 presso la Sala Multimediale della Fondazione Onlus Giovanni Paolo II, “Folksongs Vol.2” segue a tre anni di distanza il primo volume che cristallizzava il fortunato incontro artistico tra il mezzo soprano Tiziana Portoghese e il fisarmonicista Francesco Palazzo. Se il precedente si caratterizzava per un approccio prettamente cameristico alle riletture di composizioni del repertorio classico e contemporaneo, ispirate alle tradizioni popolari, in questo nuovo lavoro il duo ha spostato più avanti i confini della propria ricerca sonora proponendo una selezione di canti popolari da tutto il mondo, attraverso arrangiamenti orchestrali dagli originali addentellati in territori sonori diversificati, muovendosi sulle coordinate tracciate da Luciano Berio, Benjamin Britten e Johann Gottfried Herder. Ad affiancare il duo troviamo, infatti, il Folksongs Ensemble, una brillante formazione a geometrie variabili, diretta sapientemente da Andrea Gargiulo e composta da solisti come: Roberto Ottaviano al sassofono, Mauro Squillante al mandolino, e Lucia Bova all’arpa e strumentisti di valore quali: Giuseppe Scarati alla tuba, Antonio Demarco al trombone, Vito Vernì al corno, Martino Chiarulli alla tromba, Michele Bozzi ai flauti, Antonio Di Maso ai clarinetti, Michele Consueto al clarinetto, Sara Picuno al clarinetto, Lidia Valerio al clarinetto basso, Luigi Morleo, Vitantonio Gasparro e Vincenzo Guerra alle percussioni. Ottoni, flauti, clarinetti e percussioni si incontrano ora in nuclei più piccoli ora a pieno organico mescolando echi bandistici, spaccati sinfonici e sorprendenti aperture jazzy che arricchiscono il sound di nuovi colori e nuovi timbri impreziosendo il dialogo tra la straordinaria voce della Portoghese e i mantici di Palazzo. Durante l’ascolto, a colpire sono innanzitutto le nuove versioni orchestrali di brani, già ascoltati nel primo volume, come “Estatis Florigero” di Tiziana Portoghese (su un testo tratto dai “Carmina Burana”) e i “Tre canti popolari” (“A la claire fontaine”, “Ederlezi” e “Arirang”) e la versione strumentale di “A Sunny Day”. Quasi fosse un viaggio sonoro intorno al mondo, il disco riserva un susseguirsi continuo di soprese a partire dai canti del Nord Europa come i tradizionali svedesi “Liten Karin” e “Wermeland”, e quelli inglesi con la ballad elisabettiana “The Willow Song”, la splendida “The Pretty Girl Milking Her Cow” impreziosita dall’arpa solista di Lucia Bova e “The Salley Gardens” in cui gigantegia il sax di Ottaviano. Il percorso si dipana, poi, dall’Oriente con il tradizionale giapponese “Sakura” all’Africa (“African Echoes”) per fare ritorno in Europa con le tappe in Spagna (“A un niño ciegocito” e “Yo m’alegro”), Portogallo (“Modiñha”) e Sicilia (“Si maritau Rosa”). Insomma “Folksongs! Vol.2” è un lavoro di straordinaria bellezza, frutto di dedizione e passione, che non mancherà di colpire nel profondo la sensibilità di quanti vi dedicheranno un ascolto attento.


Salvatore Esposito

Elliott Murphy – Prodigal Son (Route 61 Music, 2017)

“Dal momento in cui lo conobbi, giovanissimo, a Long Island capii di che pasta era fatto”, così Billy Joel, nel film-documentario “The second act of Elliott Murphy”, racconta il suo incontro con Elliott Murphy evidenziandone il talento che si sarebbe manifestato, di lì a poco, con nel suo disco di debutto “Aquashow”. A fargli eco è Bruce Springsteen, amico di lunga data del cantautore newyorkese, che rimarca: “Non penso che Elliott abbia mai scritto una brutta canzone”. In questa affermazione è possibile leggere l’intera vicenda artistica di Murphy i cui dischi, nonostante il pregio indiscusso, hanno sempre faticato ad imporsi. Difficile dire se a penalizzarlo sia stata l’etichetta di “nuovo Bob Dylan” affibbiatagli dalla stampa, o piuttosto se le major come Polydor, RCA e Columbia, dalla quali è passato negli anni, non abbiano creduto abbastanza nel suo talento. Ciò che è innegabile è che, gli oltre quarant’anni della sua carriera sono stati un esempio di passione, dedizione e perseveranza, perché, come lui stesso ha detto ad Ermanno Labianca in “Like a Rolling Stone. 40 anni di cantautori americani”, “nel music business non è importante esserci ogni tanto, ma durare a lungo: quella è la vera scommessa”. Senza preoccuparsi troppo del non aver lasciato un segno nelle classifiche di vendita, Elliott Murphy ha preferito dedicarsi al suo songwriting, coltivando le sue passioni musicali come la sua vena poetica, e puntando ad essere vicino con le sue canzoni a coloro i quali hanno la sensibilità di coglierne la profondità. A distanza di due anni da “Aquashow Deconstructed” nel quale rileggeva e decostruiva il suo disco di debutto del 1973, Elliott Murphy torna con “Prodigal Son”, trentacinquesimo album in carriera, nel quale ha raccolto nove brani inediti che “come la storia del figliol prodigo della Bibbia”, scrive nelle note di copertina “hanno preso una stravagante via del ritorno. Infatti, molte di esse, sono state scritte prima di cambiare programma decidendo di rivedere il mio primo album. Sorprendentemente, quando le ho riprese in mano ho trovato i demo di queste canzoni ben più mature di quanto mi aspettassi”. Registrato presso il Question de Son Studio di Parigi e prodotto dal figlio Gaspard, il disco vede al suo fianco gli ormai inseparabili Normandy All Star: Alan Fatras (batteria), l’inseparabile Olivier Durand alla chitarra e Laurent Pardo (basso), quest’ultimo scomparso dopo le sessions, nonché la partecipazione, tra gli altri, di Leo Cotton (tastiere) e Melissa Cox (violino). Quasi fosse un concept album, i brani seguono una narrazione unitaria legati da un filo invisibile che li lega dando vita ad un vero e proprio “libro di canzoni”. Aperto dal sontuoso gospel-rock “Chelsea Boots”, brano di diritto già tra i suoi classici, il disco entra nel vivo con il folk acustico della riflessiva “Alone In My Chair” e il ritratto di una giovane donna di “Hey Little Sister”. Se “Let Me In” è una canzone d’amore come solo Murphy riesce a fare, la title-track, guidata dal pianoforte di Leo Cotton, ci conduce ancora attraverso i sentieri del gospel-rock. La pianistica “Karen Where Are You Going” ci introduce, poi, a “Wit’s End” nella quale il violino di Melissa Cox guida il crescendo strumentale su cui si innesta la voce del cantautore newyorkese. Completano il disco la gustosa “You'll Come Back To Me” e la monumentale “Absalom, Davy & Jacky O”, un brano dal taglio cinematografico nella quale, attraverso i suoi undici minuti, viene evocata la storia di Assalonne, uno dei figli di Re David. Insomma, “Prodigal Son” è uno dei dischi più belli ed intensi degli ultimi anni, nel quale Elliott Murphy conferma - se mai ce ne fosse bisogno - tutta la sua unicità nel far interagire rock e poesia. Il disco, pubblicato anche in vinile bianco da collezione, è stato anticipato dal 7" a tiratura limitata pubblicato solo in Italia per il Record Store Day di “Chelsea Boots”, contenente sul lato b “Poetic Justice theme”, brano utilizzato alcuni anni fa da Murphy per accompagnare un suo racconto ispirato dai film di Sergio Leone. 


Salvatore Esposito

Peppa Marriti Band – Ajëret (MKrecords/Self, 2017)

Ci sono tutti gli elementi per vantare una buona contaminazione nel nuovo album – e in realtà nel progetto generale – di Peppa Marriti Band. “Rock Arbëresh” lo definiscono, incontrando il favore più o meno di tutti e soprattutto declinando nel modo più diretto l’insieme degli elementi che contraddistingue il genere: la lingua e la conformazione musicale. Entrambi legati a doppio filo alla tradizione e alla contemporaneità, perché i temi affrontati sono spesso quelli dei nostri giorni – in chiave sociale, politica, critica – e perché lo scenario espressivo richiama una contemporaneità poco astratta, ma piuttosto fuori da problematizzazioni di tipo formale. Il titolo dell’album, “Ajëret”, in italiano significa “I venti” e colloca la narrativa della band dentro una quotidianità molto concreta, che si esprime al meglio con ciò che meglio si ha a disposizione. L’assunto è semplice quanto efficace, sia sul piano formale che su quello dei contenuti. Difatti ascoltando l’insieme dei brani si ha l’impressione di vedere scorrere le esigenze di tutti, o di molti, così come si possono trasfigurare dentro una serie di immagini musicali. La musica, ovviamente, ha molto da dire in questi casi. Non solo perché mantiene in primo piano il suo ruolo di coagulante di espressioni, ma perché si affaccia con naturalezza e un certo grado di sentimento partecipato su diversi piani: tutti, come sto cercando di dire, annodati intorno allo scorrere dei nostri giorni. In questo quadro – nella definizione del quale mi hanno aiutato molto le stesse parole che la band ha scelto per presentare il suo progetto e promuovere l’album – ho trovato addirittura naturale la sovrapposizione tra Arbëresh, il violino e gli strumenti tradizionali del rock, come chitarre elettriche, basso e batteria. Tutto scorre fluente. Anzi, dirò di più, i brani posizionati a intervallare il flusso più omogeneo – quelli più acustici, pacati, areati e lirici come “Poezia”, o quelli scelti nel novero delle espressioni tradizionali albanesi e rimodulati con inserti decisi di ritmo cadenzato e compattezza strutturale, come “Holqia një shërtimë” – spingono forse più degli altri verso un linguaggio chiaro e netto. Perché sono rimandi, approfondimenti attraverso cui l’idea di base si rafforza e affiora con un profilo più deciso e coerente. In termini generali, le soluzioni più interessanti si incastrano proprio lì dove l’insieme degli strumenti si fa più articolato e, allo stesso tempo, pesante. Ciò che fa la differenza però non è soltanto la compresenza di violino e chitarra elettrica, ma piuttosto il modo in cui il violino interpreta la struttura di fondo, reagendo in modo creativo e per niente iconografico alle necessità che quella struttura determina: velocità, ampliamento dello spettro melodico, contrappunto ritmico e richiamo delle sonorità tradizionali. Mi sembra scontato aggiungere che non è ovvio imballare queste necessità e supportarle dentro a dodici brani, però bisogna ascoltare l’album per comprendere fino in fondo la dedizione che questo quintetto ha messo nella costruzione delle parti. In un primo momento emerge l’insieme – con una punta di svantaggio della struttura rock, perché è segnata da un insieme di elementi diffusi, storicizzati, comprensibili – poi, andando avanti nell’ascolto (e tornando anche indietro), emerge la tessitura della trama. E assume uno spazio più grande, all’interno del quale si comprendono anche alcune fasi del processo di costruzione dei brani. Un processo sicuramente divergente, irregolare, ma pieno di ottimi spunti, dentro il quale, tra gli elementi che polarizzano verso la tradizione, bisogna dare il giusto spazio alla voce, sempre piena e decisa, ancorché morbida e raffinata. 


Daniele Cestellini

Druga Godba, Pirano e Lubiana, Slovenia, 25-27 maggio 2017

Giunto alla XXXIII edizione il Festival Druga Godba si protende oltre la capitale slovena – la sua sede naturale - raggiungendo la fotogenica Pirano, città adriatica carica di storia e cultura, terra di transiti di genti. Un luogo appropriato per accogliere gli austriaci Roy De Roy, band dal profilo polka-balkan-punk e dall’afflato libertario (chitarra, basso, batteria, tromba e fisarmonica). I viennesi sono stati gli apripista in Piazza Tartini, dedicata al violinista e compositore a cui Pirano ha dato i natali. Qui sorgono le istituzioni municipali e i palazzi storici dei notabili della località turistica che è tra le più frequentate del litorale istriano. Il pubblico è costituito soprattutto da aficionados del festival, giunti da Lubiana con bus-navetta gratuiti messi a disposizione dall’organizzazione del Festival. Dopo la prima esibizione, un battello ci conduce in un’altra località che ha fatto la storia del territorio: i magazzini del sale Monfort, posti in riva al mare nella frazione di Portorose, che accolgono la seconda parte della serata. 
Certo l’acustica lascia un po’ a desiderare, ma la suggestione del luogo e la caratura degli artisti in scena non lascia dubbi sulla qualità sonora delle proposte. Il pubblico acclama il riallestimento del Bella Ciao con l’organetto diatonico di Riccardo Tesi a fare da collante tra le voci femminili complementari e immense di Lucilla Galeazzi, Elena Ledda e Luisa Cottifogli e quella maschile di Alessio Lega, la puntualità percussiva di Gigi Biolcati e la calibrata presenza della chitarra di Maurizio Geri danno la giusta propulsione. Dopo la band italiana sale sul palco King Ayisoba, maestro del liuto a due corde kologo. Il ghanese ha forte presenza scenica, procede con un sound dall’impatto diretto, fondato sulle linee melodiche del cordofono e il peso ritmico afro-funk, che fanno del suo ultimo disco, “1000 Never Die”, stato prodotto da Zea, già membro della band post punk The EX, una delle migliori novità africane. Tirando le somme della prima serata, non si può dire che non sia stato un assaggio positivo delle potenzialità offerte dalla cittadina istriana, dove nel pomeriggio, nella facoltà di Scienze Turistiche, 
si era parlato del rapporto tra Festival e turismo con Jo Frost (Songlines), Maaike Wuyts (visitbrussels), Edin Zubčevic (Jazz Fest Sarajevo), il responsabile del ministero della cultura della Repubblica slovena Primož Kristan e Leo Ličof (Okarina Festival di Bled, che quest’anno ha un programma world music di alto livello). Sempre al pomeriggio un laboratorio musicale all’insegna dell’improvvisazione aveva fatto interagire i coreani Black String e i lubianesi Širom, protagonisti dei live act nelle giornate successive. Dopo l’ultimo concerto, all’una del mattino, quattro bus ci portano a Lubiana, dove il festival si sposta per il week-end, rientrando nella location di questi tredici anni. La manifestazione si diffonde nel tessuto urbano della capitale, le note riempiono poli culturali della città come Kino Šiška, sede più importante per la cultura urbana indipendente di Lubiana. Un altro centro culturale è il Metelkova Mesto, collocato in una ex caserma dell’esercito nazionale jugoslavo, diventato il fulcro della vita notturna della capitale. Altri concerti sono stati ospitati al Cankarjev Dom, costruito da Edvard 
Ravnikar, struttura polivalente con sale per concerti, teatro, proiezioni cinematografiche e congressi. In altri piccoli spazi sparsi per la zona centrale della città, ci sono stati i laboratori musicali, gli incontri con gli artisti e la tavola rotonda su “Gentrification dei Festival”. Va detto che il palinsesto del festival è stato seguito da un pubblico eterogeneo, sempre numeroso e partecipe, spettatori che seguono con fiducia la programmazione offerta da Druga Godba, nonostante la consistente offerta culturale della capitale slovena (pensate che al venerdì in una delle piazze centrali, tra gli altri, si esibiva gratuitamente Magnifico). L’art-elettronica crepuscolare e confidenziale della norvegese Jenny Hval, che ha aperto i concerti del venerdì al Kino Šiška, non mi è apparsa del tutto coinvolgente ed perfino un po’ datata, ma il pubblico ha gradito. Più interessante l’iterazione elettronico-acustica di Kondi Band, il cui leader Sorie Kondi – conosciuto come lo Stevie Wonder del Sierra Leone – suona per l’appunto il kondi, un piano a pollice, simile alla mbira, incrociando la strada con Chief Boima, DJ e produttore cresciuto a Milwaukee, ma di origini
sierraleonesi, mentre sullo schermo scorrono le immagini di strada di Freetown (è in uscita il CD “Salone” per l’etichetta Strut). Ci trasferiamo All’AKC Metelkova per il clou della serata, anzi della nottata. Qui, in quattro diversi locali, tutti eccellenti sul piano delsuono, il quartetto coreano Black String impressiona per il mélange elettro-acustico che fa interagire materiale tradizionale, post-rock e sequenze improvvisative, con la cetra geomungo a fornire contrappunti melodici e ritmici alle percussioni, al flauto di bambù e alla chitarra elettrica. La lunga notte ha visto sul palco i colori latini dei franco-colombiani Pixvae, un corroborante combo, che produce un ibrido tra rock, jazz, currulao e cumbia con chitarra, sax baritono, tastiere, percussioni e batteria, due voci femminili e una maschile. Intensa l’esibizione di Gaye Su Akyol, fresca del notevole album “Hologram Imparatorluǧu”, commistione di psichedelia, surf-rock e arabesk, che fanno da corpo sonoro per l’istrionica presenza della cantante di Istanbul, che di tanto in tanto pesca nel repertorio seminale del rock anatolico della seconda metà del Novecento, come a voler liquidare i demoni oscurantisti della Turchia di oggi. 
Altro spirito pensante è la maliana-francese Inna Modja: in dote porta la tradizione bambara che ama mischiare con l’hip hop, pronunciandosi esplicitamente su scottanti questioni sociali (migrazioni, mutilazioni genitali femminili, la guerra nel Mali che ha profanato l’erudita città di Timbouctou). Nella serata conclusiva di sabato, il focus si è spostato sulla scena artistica slovena con la suite-performance “The Raising of the Voice” del poliedrico compositore Drago Ivanuša per piano, voce e corpo della vocalist Anja Novak, marimba (Lola Močnik) e contrabbasso ed elettronica (Tomaž Grom). Delizioso il libero pensiero sonoro dei dieci fisarmonicisti della Wiener Ziehharmoniker, dove si ricongiungono lo sloveno Bratko Bibič e l’austriaco Otto Lechner, già membri dei leggendari Accordeon Tribe. Magnifica anche l’esibizione del sudafricano Derek Gripper, il quale ha trascritto e trasposto sulla sei corde le composizioni dei maestri contemporanei della kora, che ha il suo epicentro stilistico tra Mali, Senegal, Guinea e Gambia. Impressiona il modo con cui il chitarrista di estrazione classica di Cape Town governa le 
linee di basso distintive del suono dell’arpa-liuto, le dolci cascate di note e gli scatti incisivi; notevole la sua capacità di gestire e bilanciare gli elementi melodici. Come ribadito in un laboratorio pomeridiano, rivolto ai chitarristi locali, Gripper considera i musicisti sub-sahariani compositori contemporanei, le cui costruzioni musicali vanno analizzate e studiate come partiture. Non è casuale che il nostro passi dal “griot tedesco” Bach ai maestri della kora. Esaurite le esibizioni al Cankarjev Dom, ci si è spostati di nuovo al Kino Šiška. Molto apprezzato il trio Širom (in sloveno l’espressione “širom sveta” significa all’incirca “intorno al mondo”), che ha in uscita per la Tak:til, sotto-etichetta della Glittebeat di Chris Eckman, l’album “Lahko Sem Glinena Mesojedka”. I tre giocavano in casa con il loro armamentario comprendente strumenti a corda e ad arco, tamburi etnici e strumenti auto-costruiti, con un certo sovraccarico di timbri in certi passaggi del set, che magari andrà meglio calibrato. Iztok Karen, Ana Kravanja e Samo Kutin si muovono meditabondi tra cellule folkloriche, drone e rock, reminiscenze classiche e improvvisazione. 
Il loro è un progetto di sicuro fascino, che mi ha portato alla mente la lezione dei nostri Aktuala e Zeit, i cui sconfinamenti e commistioni soniche possono dire ancora molto. Attesa dal pubblico locale, Yasmine Hamdan ha confermato le sue credenziali pop-arab-groove. In versione quartetto: voce, batteria, elettronica e chitarra elettrica, la libanese ha cantato canzoni tratte dai suoi due album che l’hanno portata ai vertici della world, mettendo in campo un sound denso e corposo in virtù della notevole presenza rock del chitarrista Cedric Le Roux. Sempre in vena arabo-mediterranea il finale per nottambuli del Kino Šiška ha permesso un tuffo nell’età dell’oro del cinema cairota con immagini mixate con l’hip hop, i beat elettronici e le linee melodiche dell’oud elettrico di Mehdi Haddab. In conclusione, un’edizione lusinghiera del Festival sloveno, che conferma la rilevanza di Druga Godba nel panorama world music europeo. Mettetelo in agenda per il 2018. 



Ciro De Rosa

Foto di Uroš Hočevar e Ciro De Rosa

Fustanella Festival, Argirocastro, Albania, 19-21 maggio 2017

Spesso nelle fortunate regioni costiere dell’Adriatico, passeggiando sui lungomare, sovviene ad alcuni il pensiero su cosa mai stiano combinando dall’altra parte. Per troppo tempo l’Albania, misterioso paese comunista in perenne autocombustione politica ha costituito un rompicapo e un mistero per un paio di generazioni dei paesi al di là del piccolo tratto di mare. Le visioni estemporanee che particolari condizioni meteo regalano, fate morgane e altro in cui si scorgono monti innevati e in dettaglio anche i sentieri che finiscono sulla costa a volte non bastano a chetare la curiosità, nel mio caso, esclusivamente musicale. Allevato con gli ottoni infernali del segnale di Radio Tirana, e mutuata la passione per gli irregolari tempi balcanici da una vecchia radio a valvole Allocchio Bacchini decido di fare un salto al Fustanella Festival di Argirocastro (o Gjirokastër, se preferite, www.fustanellafestival.com) diretto da un amico di lunga data Olsi Sulejman, sognatore/realizzatore, non prima di prendere però le dovute informazione sul nome e sulle eventuali conseguenze in termini di abbigliamento. 
La fustanella è un indumento maschile simile a un gonnellino, di origine illirica pieghettato e molto svasato, tipico del costume tradizionale di diverse popolazioni dei Balcani. Quanto a Gjirokastër, la città è una notevole attrazione turistica, con le case di pietra della città vecchia, patrimonio dell’umanità, e il suo castello in pietra dai riflessi argentei. Tuttavia, la reale mission del mio viaggio, consumato tra mare e massicce dosi di tachipirina, è quella di poter conoscere dal vivo la meritoria attività di recupero del patrimonio musicale albanese, già tentato con successo a Korçe con il “Kaba 2.0” Festival, per confrontarle con analoghe operazioni culturali qui nella mia regione: la Puglia, malata di una irrefrenabile passione per la pizzica. Quello che colpisce, qui come a Korçe, sono le buone vibrazioni di un palinsesto che stimola confronti musicali inaspettati e coraggiosi, e irrompe con intenti defibrillatori nell’entropia della tradizione fine a sé stessa. È questo il caso del singolare progetto del bravissimo pianista Robert Bisha con l’Albanian Iso-polyphonic Choir: 
un’avventurosa quanto riuscita incursione del pianoforte nel contrafforte misterioso dei ritmi arcaici dell’iso-polifonia del sud dell’Albania, un canto a più voci antico come il mondo che accompagna i diversi momenti della vita sociale. Entrata a pieno titolo nel 2005 nell’elenco del patrimonio immateriale dell’UNESCO, l’iso-polifonia è caratterizzata da uno forma musicale di canto : “iso” o drone, che enfatizza l’uso di suoni, di note e bordoni. Allo stesso Robert Bisha musicista albanese, che vive da tempo in Italia, era stato affidato il concerto d’apertura serale con Fanfara Tirana, un risultato straordinario per gli arrangiamenti destinati ad un ensemble ormai libero da tempo dal cliché delle brass band balcaniche, capace di esprimere pur nella tradizione degli ottoni albanesi di Scutari, Koriza e Elbasan un respiro musicale transnazionale e rivelare con incredibili improvvisazioni al clarinetto, strumento diffuso nell’area di Tirana e delle zone prossime all’Epiro, il grande dono segreto ricevuto dalla Kabà. Un esempio di perfetta osmosi musicale il concerto pomeridiano del primo giorno all’Odeon di Argirocastro con il 
violoncellista albanese Redi Hasa – da anni collaboratore di Ludovico Einaudi – e Maria Mazzotta, per anni vocalist del Canzoniere Grecanico Salentino: una compiuta interazione tra voce e strumento un prezioso baedeker delle sonorità adriatiche, dal Salento dalla Sicilia e dai Balcani. È stata però la seconda giornata, quella in cui l’interesse cresceva con la stessa velocità della mia temperatura, la prova provata del successo della manifestazione, animata da un pubblico motivato, capace di sfidare le irte rampe che portano al castello medievale di Gjirokastër , che si è mosso da ogni angolo dell’Albania, affollando la grande piazza d’armi, per il match musicale più atteso: Kabatronics - Fanfara Tirana meets Transglobal Undeground, sodalizio che fa reagire la musica kabà albanese del sud con il reggae, la voce dell’icona della musica popolare Hysni (Niko) Zela, anima di Fanfara Tirana, e quella nera di Tuup, acronimo di “The Unorthodox Unprecedented Preacher”, il cui vero nome è Godfrey Duncan: ottoni da ‘scoppio’ da una parte, elettronica dall’altra. 
Non venivano da tanto lontano i greci macedoni di Koza Mostra (voce, batteria, basso, chitarra, fisarmonica e tromba), che hanno portato la loro miscela di sound tradizionale, ska, punk e rock. Invece, la visionaria contaminazione sonora di Filastine privi della l’indonesiana Nova, bloccata per questioni amministrative sui visti d’ingresso, ha prolungato sugli spalti del castello la notte, con le sue urban vibes, echi dub, orchestrazioni, hip-hop di periferia e musiche dai sottofondi di Calcutta, Rio de Janeiro e Jajouka, in Marocco. Il commiato dal festival, risparmiato dalla pioggia prevista, ha luogo il 21 maggio nella galleria delle armi, un luogo raccolto e suggestivo, ideale per l’indimenticabile session di Robert Bisha (chitarra elettrica), Redi Hasa (violoncello) e Mirsad Dalipi (batteria) e alla suggestiva polifonia femminile de The River Voices. Saluti da Gjirokastër, ma scrutate ancora l’Albania, di là dal mare: occhi puntati sul calendario di luglio, per l’edizione 2017 di Kaba 2.0 dal 28 al 30 luglio prossimi. 


Roberto Caroppo

Foto di Adnan Beci

In ricordo di Giuseppe Leopizzi a dieci anni dalla scomparsa

Dieci anni fa, il 01 giugno del 2007, al termine di una breve ma inesorabile malattia ci lasciava Giuseppe Leopizzi. Il chitarrista palermitano è stato per più di vent’anni un protagonista della musica folk di ispirazione celtica e anima di una dei migliori gruppi italiani del genere, gli Aes Dana. Già dalla fine degli anni Settanta la sua attività musicale lo aveva portato a stringere una personale amicizia e collaborazione con l’arpista scozzese Robin Williamson (Incredible String Band), a cui si è sempre ispirato, riprendendo in seguito la formazione chitarra e arpa dei suoi dischi solisti. Nel 1982 ha fondato a Palermo gli Aes Dana, con i quali realizza quel piccolo gioiello che è "The far coast of Sicily"; un disco capace di miscelare la tradizione musicale celtica con le atmosfere mediterranee e siciliane in particolare. Una combinazione apparentemente improbabile, ma che invece, per uno di quei piccoli miracoli che l’arte di tanto in tanto ci regala, riuscì perfettamente. Sull’esempio di Robin Williamson ha parallelamente portato avanti la sua carriera solista, e con la moglie e arpista Licia Consoli realizzato “Nierika”, per la collana Strumento curata da Riccardo Zappa. Le composizioni si allontanano dalla tradizione celtica in senso stretto, il che permette al duo di esprimere di più e meglio la propria libertà compositiva, esaltando la naturale capacità di creare melodie e intrecci tra chitarra ed arpa.  A livello compositivo è forse l’opera migliore di Leopizzi; la formula chitarra e arpa diventa così un po’ il suo marchio di fabbrica e lo pone di diritto tra i più interessanti chitarristi acustici italiani.
Con gli Aes Dana pubblica ancora “Frontiera”, disco impreziosito dagli interventi di Paddy Keenan (The Bothy Band) e di Máirtín O'Connor (Riverdance); il brano Frontiera nel 2000 era già giunto in finale al John Lennon Songwriting Contest di New York e aveva ottenuto il 1° premio allo USA Songwriting Competition in Florida nel 2002. Dopo molti anni decide di riproporre la fortunata formula chitarra e arpa, stavolta con Rosellina Guzzo, il risultato è “Gelkhamar”. Il destino non gli permetterà di andare oltre e questo rimarrà il suo ultimo lavoro in studio. Immediatamente nel 2008 la Folk Club Ethnosuoni ha ristampato in cd l’ormai introvabile “The far coast of Sicily”, il che ha permesso anche a chi vi scrive di riscoprire la loro musica, ridando vita ad un’opera che rischiava di rimanere altrimenti perduta per sempre. A dieci anni di distanza quindi un ricordo, un tributo e un invito alla riscoperta di un “piccolo grande artista sconosciuto” italiano; un artista semplice ma profondo, che è stato capace di creare piccole perle musicali che mantengono intatte il proprio smalto e la propria bellezza.


Pier Luigi Auddino

DISCOGRAFIA

Con gli AES DANA
The far coast of Sicily (Hi, Folks! Records 1987 ristampato in cd come “Far Coast… & Lost Tracks” - FolkClub EthnoSuoni, 2008)
Acoustics in Italy (Compilation) (Hi, Folks! Records, 1988)
Frontiera - (FolkClub EthnoSuoni, 2003)

Giuseppe Leopizzi
Folkautore (Compilation) (Madau Dischi, 1988)

Giuseppe Leopizzi e Licia Consoli
Nierika (DDD/BMG Ariola, 1990)
Collana Strumento (Compilation) (DDD/BMG Ariola, 1991)
Lighea (DDD/BMG Ariola, 1993)

Giuseppe Leopizzi & Rosellina Guzzo
Gelkhamar (Autoprodotto, 2006)

Saetta/Penta/Bolognini TriⱯpology – Rockinnerage (Tǔk Music, 2017)

TriⱯpology è il progetto nato dall’incontro tra Vincenzo Saetta (sax alto & elettronica), Michele Penta (chitarre, loop ed elettronica) ed Ernesto Bolognini (batteria), tre strumentisti di grande talento i quali, da un paio di anni, hanno deciso di unire le forze per dare vita ad un originale percorso di ricerca improntato all’uso dell’elettronica e della loop station. Quello che inizialmente era un modo per compensare la mancanza del basso in formazione, si è rivelato il punto di forza di questo trio contribuendo in modo determinante a cristallizzare un sound contemporaneo ed allo stesso tempo originale nel quale l’elettronica suonata live diventa la base per i tre musicisti per ampliare le possibilità timbriche dei rispettivi strumenti. Opera prima del trio è “Rockinnerage”, disco che propone otto classici del rock riletti in una sorprendente chiave jazz dove audaci arrangiamenti creano un perfetto incontro tra tradizione ed innovazione, tra presente, passato e futuro. A caratterizzare i brani sono particolari architetture sonore nelle quali le metriche dispari e la cura per le melodie viaggiano di pari passo ad una tensione costante verso l’improvvisazione che si sviluppa dai temi originari dei vari brani dipanandosi attraverso territori sonori inesplorati. Aperto da una brillante resa di “Mad World” dei Tears For Fears, il disco entra subito nel vivo con una accattivante “Whole Lotta Love” dei Led Zeppelin impreziosita dalla voce soul di Serena Brancale. Se “The Man Who Sold The World” (David Bowie) spicca per la sinuosa melodia tracciata dal sax di Saetta, la successiva “Under The Bridge” (Red Hot Chili Peppers) ci regala una struttura ritmica densa di groove. Il vertice del disco arriva con la superba riscrittura di “Message In A Bottle” il sax di Saetta guida il trio attraverso una scorribanda sonora imperdibile. “Black Manic Dog Depression” è tutta giocata sulle intersezioni e gli attraversamenti melodici tra “Black Dog” dei Led Zeppelin” e “Manic Depression” di Jimi Hendrix, mentre “Smells Like Teen Spirit” dei Nirvana viene privata della rabbia dell’originale e trasformata in un brano dal taglio introspettivo. “God Put A Smile Upon Your Face” dei Coldplay chiude un disco affascinante ed allo stesso tempo ricco di eccellenti spunti sonori che rappresenteranno certamente una base di partenza importante per le prossime esplorazioni del trio. 


Salvatore Esposito

Stefano Meli – No Human Dream (Seltz Recordz/Viceversa Records, 2017)

“No Human Dream”, ultimo capitolo discografico del chitarrista siciliano Stefano Meli, ci trasporta in un viaggio sonoro che evoca spazi ampi, torridi e terrosi. Registrato in presa diretta con una chitarra Silverstone Kay del 59 e una Harmony Stella del 60, l’album è un’indagine folk/blues dal carattere piacevolmente esplorativo e malleabile; penso all’atteggiamento di musicisti come: John Fahey o in tempi più recenti a Jim O’Rourke per dare solo un’idea... Si apprezza il versatile Fingerpicking di Meli abile nel dipingere un immaginario di sicura suggestione, complice anche l’atmosfera delle sessioni tenutesi presso il Little Lost Cat Studio Recording, piccolo studio disperso nell’entroterra siciliano. “No Human Dream” è quindi un percorso d’indagine essenzialmente introspettivo alla ricerca di una purezza ideale che sia libera da inutili orpelli o soluzioni artefatte. Da qui la scelta esecutiva di utilizzare esclusivamente un piccolo registratore digitale e un vecchio mixer. Si segnala l’importante partecipazione dei Gentless3: Carlo Natoli, basso e mix, Sergio Occhipinti, basso, spoken words, Sebastiano Cataudo, batteria e della violinista spagnola Anna Galba, non secondari nel valorizzare le costruzioni sonore di Meli capace di giostrarsi tanto all’acustica quanto all’elettrica con ottimi accostamenti come dimostrano: Petra, Tree o Rain per esempio. I dieci strumentali dell’album mixati presso il Phantasma Recording Studio di Catania, conservano una particolare natura impressionistica traducendo con musica suadente e “spaziosa” emozioni ed esperienze (Tree, Rain, Desert, No Human Dream o After Midnight) e stimolando di conseguenza l’immaginazione dell’ascoltatore. Proprio questo è uno dei punti di forza di “No Human Dream” e particolare capacità di Meli, non estraneo a collaborazioni cinematografiche. L’album è una buona occasione per mobilitare la nostra fantasia, un invito a fermarci e ascoltare, opportunità che di questi tempi non ci siamo certamente lasciati sfuggire. 


Marco Calloni

Corzani Airlines: Afel Bocoum


Afel Bocoum (Førde Festivalen, Norway -  Luglio 2013)

Foto di Valerio Corzani


“La musica è un'arma necessaria e pacifica capace di unire le persone. Noi cantiamo in Tamashek, ma in tutte le possibili lingue del mondo, la musica è un linguaggio a sé. Nella musica, si accetta l'altro attraverso la su performance, attraverso la diversità, gli stati d’animo, il contatto fisico: siamo semplicemente degli esseri umani e la musica ci ha fatto incontrare”

Afel Bocoum

fotografie e suggestioni 

mercoledì 24 maggio 2017

Numero 308 del 24 Maggio 2017

In apertura questo numero di Blogfoolk parla di jazz contemporaneo: abbiamo incontrato il vibrafonista fanese Marco Pacassoni in occasione dell’uscita di “Grazie” del suo Marco Pacassoni Quartet, opera dalla variegata fisionomia stilistica. Il versante world internazionale offre il nuovo capitolo dell’irresistibile quartetto di armonicisti finlandesi Sväng (“Hauptbhanhof”) e il recente album delle galiziano-belghe Ialma (“Camiño”), compartecipi l’organettista Didier Laloy e il chitarrista Quentin Dujardin. C’è poi il gradito ritorno della Penguin Café di “The Imperfect Sea”. Dalle raffinatezze dell’ensemble guidato da Jeffes Jnr. arriviamo in Italia per “Diecianni” dei marchigiani Lu Trainà. Voltando pagina, Susanna Buffa ci racconta in prima persona – dalla sua prospettiva di artista e organizzatrice – la serata “Per i monti e per le piane. Le donne cantano per le donne di Amatrice e frazioni”, andato in scena il 21 maggio alla Casa delle Donne di Amatrice, sorta di anteprima del Festival delle Ciaramelle, che si terrà dal 4 al 6 agosto nella stessa località gravemente colpita dal sisma, per il quale è partita anche una campagna di crowdfunding sulla piattaforma Produzioni dal Basso. Finestra sul mondo della chitarra con “Into the Wild session” di Ciosi, dove il giovane musicista si cimenta con un repertorio quasi interamente composto di classici. A proposito di sei corde, il brasiliano Irio De Paula, scomparso all’età di 78 anni, è stato uno chitarrista dalla tecnica e dal feeling notevoli. Lo ricordiamo insieme al leggendario cantautore texano Jimmy LaFave, che se n’è andato a 61 anni per un cancro. Qualche giorno fa, ad Austin in Texas, era intervenuto a un concerto in suo onore. Torniamo alle recensioni discografiche con la rubrica dedicata ai cantautori italiani,  per la quale presentiamo “Nel Momento” del casertano Vitrone. In conclusione del numero 308, Valerio Corzani ha colto con il suo scatto d’autore Betty Bonifassi.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


COVER STORY
WORLD MUSIC
VIAGGIO IN ITALIA
I LUOGHI DELLA MUSICA
STRINGS
STORIE DI CANTAUORI
CORZANI AIRLINES 
L'immagine di copertina è un'opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Marco Pacassoni Quartet – Grazie (I-Musik Nasswetter Group, 2017)

Vibrafonista di grande talento, formatosi tra il Conservatorio "G. Rossini" di Pesaro e il Berklee College of Music di Boston, Marco Pacassoni vanta un intenso percorso artistico che lo ha portato a collaborare con artisti del calibro di Michel Camilo, Alex Acuna, Horacio "el negro" Hernandez e Francesco Cafiso, nonché a pubblicare tre album con il suo quartetto. Parallelamente all’attività musicale, di grande importanza è anche il suo impegno nella didattica come docente di strumenti a percussioni al Liceo Musicale Rinaldini di Ancona, presso l’University of Texas di San Antonio per i semestri italiani presso l'Università di Urbino, nonché nelle masterclass di vibrafono presso alcuni prestigiosi college americani.  A tre anni di distanza dal gustoso "Happiness", lo ritroviamo con "Grazie", pregevole album ispirato alla recente scomparsa del padre Giorgio. Abbiamo intervistato il musicista e compositore fanese per ripercorrere insieme a lui la sua carriera artistica, soffermandoci sulla genesi di questo suo ultimo lavoro.

Partiamo da lontano. Come ti sei avvicinato al vibrafono?
Mi sono avvicinato al vibrafono dopo essermi iscritto al conservatorio G. Rossini di Pesaro. Mi sentivo molto limitato ad essere soltanto un batterista, quindi grazie alla musica classica e alle percussioni classiche ho conosciuto questo favoloso strumento che rappresenta un po’ un collante tra la batteria e il pianoforte.

Ci puoi raccontare le principali tappe del tuo percorso artistico? 
Le mie prime esperienze sono state come batterista in vari gruppi della scena musicale fanese suonando in locali e piccole rassegne rock. Poi con il passare degli anni, migliorando anche negli altri strumenti a percussione (come il vibrafono, la marimba, i timpani, per percussioni latine, ecc…) son riuscito ad inserirmi in vari contesti jazz, pop, rock e classica. La bellezza di essere percussionista è data dal fatto che suoni tanti strumenti ed ognuno ti da un’emozione unica. Grazie la mia versatilità son riuscito a collaborare e tutt’ora collaboro con artisti di fama internazionale e nazionale come Michel Camilo, Alex Acuna, Horacio el negro Hernandez, Amik Guerra, Bungaro, Malika Ayane, solo per citarne qualcuno.

Come si è evoluta la tua ricerca musicale nel corso degli anni?
Sicuramente l’ascolto di tanti generi musicali mi ha aiutato a trovare la mia strada dal punto di vista compositivo che mi porta ad essere influenzato da tutta la musica, dalla classica al jazz, dal pop al rock, dal latin jazz alla musica contemporanea. Nei miei dischi si ascoltano brani di ogni genere.

Veniamo al tuo nuovo album “Grazie”. Come è nato questo nuovo progetto?
“Grazie”, edito da Nasswetter Music etichetta tedesca, segue i miei due dischi da solista “Finally” pubblicato da Groovemastereditions e “Happiness” uscito per AlfaMusic. E’ stato inciso insieme al mio quartetto, composto, oltre me, dal pianista Enzo Bocciero, dal bassista Lorenzo De Angeli e dal batterista Matteo Pantaleoni è giunta al primo decennio ed ha all’attivo 5 dischi. 
Sono molto legato a questa formazione e tengo molto al sound che abbiamo creato con il passare di anni, palchi ed esperienze insieme. “Grazie” nasce dopo la perdita di mio padre Giorgio, punto di riferimento nella mia vita musicale e non. Insieme a mia madre Maria e mia sorella Ilaria gli devo tutto per quanto riguarda la mia carriera musicale e la mia formazione come uomo. La sua passione per la musica ha condotto me nella carriera che sicuramente avrebbe voluto percorrere lui nella chitarra. Giorgio era un chitarrista amatoriale che per professione faceva il geometra. “Grazie” è un mix di emozioni che mi hanno portato nel comporre brani con tutto il sentimento che avevo. Michel Camilo mi disse tanti anni fa: “Marco devi suonare con il cuore se vuoi arrivare alle persone” ed io con tutta l’umiltà del mondo, da allora ho seguito il suo consiglio e non esiste concerto dove io non lo faccia.

Quali sono le ispirazioni alla base dei nuovi brani che hai composto con Enzo Bocciero?
Le ispirazioni vengono dalla vita quotidiana. Basti pensare che “Violet Wall” si chiama cosi proprio perché l’ho composto con una tastierina di 2 ottave in cucina davanti al mio muro viola. “Peninsula”,  firmata da Bocciero, evoca un viaggio tra paesaggi di campagna, mentre “One Day” è il brano che ho scritto per mio padre e ripercorre il dialogo tra me e lui attraverso la chitarra di Bertozzini, apprezzato chitarrista classico pesarese, e la mia amata marimba.

Come si è indirizzato il vostro lavoro in fase di arrangiamento dei brani?
Come sempre ho molta fiducia nei miei musicisti e portando le parti in sala prove, insieme si trova il sound e l’arrangiamento più adatto. Senza fiducia nei propri musicisti non si andrebbe da nessuna parte e l’amicizia che ci lega, prima ancor che nella professione, si sente sul palco ad un nostro concerto.

Quanto sono importanti le individualità nel tuo Quartetto? 
Le individualità sono importanti quanto il gruppo. La forza della mia musica e del mio quartetto è il gruppo. Gli arrangiamenti sono tutti studiati nei minimi particolari e sono arrivato alla conclusione che se cambio un elemento, il sound del gruppo ne risentirebbe troppo. 

Qual è il confine tra composizione ed improvvisazione in questi nuovi brani?
Le improvvisazioni sono al servizio del brano e non viceversa. Non amo brani con melodie di dieci secondi e improvvisazioni di dieci minuti. Ogni parte del brano è scritta, persino il groove di batteria, e le improvvisazioni sono complementari.

Identità e differenze tra “Grazie” e i tuoi precedenti lavori…
Parlo dei miei ultimi due dischi antecedenti a “Grazie”. “Finally” era molto più latin jazz grazie anche all’ottimo Filippo Lattanzi alla batteria e soprattutto Alex Acuna alle percussioni, mentre “Happiness” si avvicina molto all’ultimo disco con composizioni molto melodiche. 
In quest’ultimo è presente il grande pianista latin Michel Camilo in “Michele”, brano per vibrafono e pianoforte che ho composto per lui.  “Grazie” lo sento molto più maturo sia nel lato compositivo che interpretativo, grazie al lavoro quotidiano di studio e ascolto.

Come mai hai scelto di utilizzare le metriche dispari in “Grazie”?
Sono un amante della metrica dispari e sono un amante del rendere la metrica dispari poco pesante grazie ad una melodia fluida e orecchiabile che alleggerisce il tutto. A volte non sembra nemmeno dispari grazie all’armonia e melodia che ci costruisco sopra.

Il brano che apre il disco “Violet Wall” anticipa musicalmente l’evoluzione musicale del disco. Ci puoi parlare di questo brano?
Mi piaceva l’idea di iniziare il nuovo disco con la marimba e il piano Fender Rhodes, un’accoppiata vincente per un sound unico. La combinazione dell’accompagnamento in 3/4 e 7/4 con la melodia del Rhodes spostata ha creato un incastro molto interessante. L’apertura nella B porta alla melodia del Basso in 6/4 e di seguito del Vibrafono in 5/4.

Tra i brani centrali del disco c’è il blues swingante “Freedom”. Com’è nato questo brano?
“Freedom” si intitola così perché volevo creare una melodia su un accelerando per poi andare a finire su un classico blues. Non suono tanto jazz classico/tradizionale, ma ogni tanto sento il bisogno di “swingare” un po’.

“St. Click” è un originale 11/8. Ci puoi raccontare la genesi di questo brano?
Sono un amante degli incastri ritmici, e in questo caso ho voluto creare un incastro ritmico tra i 4 musicisti su una melodia semplice. Il brano si chiama “St. Click” perché il click in certe situazione è santo e ti salva la vita, musicalmente parlando.

“Prelude to One Day” e “One Day” sono dedicati a tuo padre, chitarrista, recentemente scomparso. Quanto c’è di personale in queste due composizioni?
Mi emoziono persino a parlare di questi due brani… pensa a suonarli. “Prelude” è nato in studio, perché volevo creare un intro ad hoc per il brano “One Day”. E’ tutta musica nata dal cuore e dall’emozione che provo a pensare a mio padre. Come dicevo prima, “One Day” è un dialogo tra me e mio padre che spero un giorno di poter riproporre insieme a lui in chissà su quale nuvola. Preziosa è anche la presenza di Amik Guerra al flicorno, mio carissimo amico e molto legato a mio padre. Ha voluto esserci a tutti i costi con qualche nota qua e là in un brano pieno di emozione.

Concludendo come stai portando in tour il disco? Come sono i concerti di “Grazie”?
Da poco ho conosciuto una bellissima persona, quale Rosario Moreno della BlueArtManagement che si è innamorato del mio progetto. Insieme stiamo cercando di proporlo nei vari festival italiani e non. E’ dura perché vogliono sempre nomi affermati ma la musica e il progetto, sono dell’idea che vincono sempre e infatti stiamo ricevendo diversi interessamenti. Intanto “Grazie”, oltre ad aver già ricevuto diverse recensioni positive, è stato già rodato dal vivo a Jazz in Provincia nelle Marche, al Festival di Percussioni di Hallein in Austria, a JazzFeeling a Cattolica (Rn) e in estate saremo in giro per l’Italia per finire a settembre all’Adams Percussion Festival a Ittervoort in Olanda.



Marco Pacassoni Quartet – Grazie (I-Musik Nasswetter Group, 2017)
A tre anni di distanza da quel gioiellino di ricerca melodica che era “Happines” nel quale brillava la presenza di Michel Camilo, Marco Pacassoni torna con “Grazie” nuovo album, registrato al Lunik Studio di Pesaro e masterizzato a Monaco di Baviera, e nel quale ha raccolto dieci brani che lo vedono spostare ancora più avanti il confine delle sue esplorazioni sonore, spaziando in lungo ed in largo attraverso gli stilemi classici del jazz per poi aprirsi ad influenze di generi musicali differenti. Fondamentale in questo senso è il contributo del suo quartetto, composto da Enzo Bocciero (pianoforte e tastiere), Lorenzo De Angeli (basso) e Matteo Pantaleoni (batteria), con i quali nel corso degli anni si è cementato una perfetta coesione sonora che si sostanzia in un originale interplay con il suo vibrafono e in sorprendenti aperture all’improvvisazione. A caratterizzare i dieci brani raccolti nel disco è l’intreccio tra metriche dispari e linee melodiche orecchiabili declinate ora in incursioni nel blues ora in spaccati fusion, ora ancora in evocative ballate e momenti percussivi. Sin dal primo ascolto si viene letteralmente trasportati dalla intrinseca forza evocativa dei brani, guidati ora da inaspettate evoluzioni ritmiche ora da eleganti temi densi di poesia. Aperto dalla intrigante “Violet Wall” tutta giocata su un originale riff ispirato al colore viola di una parete della sala da pranzo del vibrafonista, il disco entra nel vivo con la onirica “Peninsula” e i tempi irregolari di “Laughing” che ci conducono alla splendida “Serenade For The Unknowns” caratterizzata da una linea melodica di grande intensità. Se il blues di “Freedom” si caratterizza per il suo incedere swingante e le divagazioni improvvisative sostenute dal basso di De Angeli, la successiva “Something Changed” è un sorprendente crescendo nel quale spicca il dialogo tra il piano di Bocciero e il vibrafono di Pacassoni. Lo spiazzante quanto affascinante 11/8 “St. Click” e le complesse tessiture melodiche di “Tran Tran” ci conducono verso il finale con “Prelude To One Day” che funge da ouverture per la toccante “One Day (We’ll Play Together)”, impreziosita dalla presenza degli ospiti Maria Valentina Ricci (voce recitante), Amik Guerra (flicorno) e Riccardo Bertozzini (chitarra). Scritta dal vibrafonista fanese per ricordare il padre, questa ballata dalla trama introspettiva rappresenta il vertice di tutto il disco tanto dal punto di vista delle atmosfere quanto per il finale orchestrale che sembra evocare “The End” dei Beatles, brano conclusivo di Abbey Road. “Grazie” è, dunque, il disco che meglio sintetizza le istanze ritmiche e melodiche di Marco Pacassoni, ponendo in evidenza la solida compattezza sonora del suo quartetto.



Salvatore Esposito

Sväng – Hauptbahnhof (Galileo, 2017)

#CONSIGLIATOBLOGFOOLK

È forviante classificare “Hauptbahnhof” semplicemente come ‘il meglio degli Sväng’: se da un lato dopo sette album vale la pena mettere punti fermi e riflettere sulla strada percorsa, dall’altro è difficile per i quattro armonicisti finlandesi crogiolarsi nei successi di quattordici anni di carriera – le loro virtù artistiche si sono incrociate nel dipartimento di folk dell’Accademia Sibelius di Helsinki nel 2003 – mietuti nei tanti festival e nei commenti unanimi della stampa folk & world music per la loro tecnica, ironia e verve sui palcoscenici. Sì, perché parliamo di quattro magnifici professori di armonica a bocca ad ampio spettro, che corrispondono ai nomi di Eero Turkka (armonica cromatica e diatonica), Eero Grundström (armonica diatonica e cromatica),Jouko Kyhälä (harmonetta, armonica diatonica e cromatica), Pasi Leino (armonica basso). “Stazione Centrale” presenta nuove registrazioni in studio di tredici composizioni tra le più amate dalla band e tre nuovi temi, tra i quali l’adattamento del brano portante dei film di Harry Potter (“Hedwig’s Theme” di John Williams) e l’esilarante “Kua Kua Komi Kiki”, che trae ispirazione da una battuta di Averell Dalton nel fumetto Lucky Luke. In realtà, questo splendido disco si apre con “Jampparaleele”, composizione di Turkka dal profilo ritmico balcanico (un geamparale della Dobrugia in 7/16). L’interesse coltivato nei confronti delle tradizioni musicali dell’Est Europa non segue le mode degli ultimi anni, deriva piuttosto da lunga pratica di studio e di ricerca dei membri del gruppo. 
Così, non sorprende ascoltare una kopanitsa bulgara in 11/16 (“Svängarska Kopanitsa”) e un’ “Haidukka” ispirata dal repertorio dei Taraf de Haidouks, entrambe creazioni di Eero Turkka, o ancora un melodia per violino tradizionale romena, “Moara”, che ai concerti diventa una spericolata tenzone tra le armoniche. Da finlandesi, immancabile la passione per il tango (“Tango de la Abuelita”), l’ispirazione proveniente dalla natura e dal folk locali (“Humaljärvi”, "Pääskysen polska”). La storia di “Muromskin tiellä” è quella di una melodia appresa ad orecchio da un soldato finlandese in Russia durante la guerra, mentre “Hoijakat”, dal repertorio di un maestro della fisarmonica finnico, Tauno Aho, arrangiata magnificamente da Eero Grundström, si avvertono reminiscenze folkloriche della Mordovia. Dal loro calderone cosmopolita i quattro pescano “Koi No Vacance”, la canzone giapponese dal passo swing degli anni Sessanta del Novecento divenuta un hit in Russia. Invece, tra i loro cavalli di battaglia c’è senz’altro “Svängtime Rag”, una delle prime melodie composte dagli Sväng: il brano che chiude alla grande i loro concerti. Poi, naturalmente, c’è sempre il bis, nel quale sono soliti suonare il tradizionale degli States “I'm Gonna Meet My Mother in Glory”, proposto nella versione degli armonicisti Jaybird Coleman e Ollis Martin. “Hauptbahnhof” è una delizia dalla prima all’ultima nota. 


Ciro De Rosa

Ialma - Camiño (Homerecords, 2017)

“De Bruxelas a Santiago” è il sottotitolo di questo album del quartetto di ‘cantareiras’ e ‘pandereiteras’ galiziane d’origine, residenti nella capitale belga. Il loro esordio risale al 2000, quando animavano i corsi di danza del centro culturale galiziano di Bruxelles. Da lì si è sviluppato il loro percorso che, dal ricalco dello stile tradizionale canoro di “Palabras Darei”, il loro primo CD, si è sviluppato in un più ampio spettro creativo, incrociando negli anni stelle del calibro di Mercedes Peon, Dulce Pontes, Kepa Junkera, Renaud e tanti altri ancora. In realtà, per questo quinto lavoro della loro discografia (http://homerecords.be) Veronica e Natalia Codesal, Magali Menendez e Marisol Palomo si avvalgono principalmente della collaborazione dell’eclettico chitarrista e direttore musicale Quentin Dujardin e del rinomato organettista Didier Laloy, ma sono oltre una dozzina i musicisti che suonano nel disco, compreso un coro di voci bianche (in “Seremos”). Nelle interviste le Ialma definiscono “Camiño” l’album più personale: «perché parla delle nostre storie e di quelle dei nostri genitori», storie di incroci di culture, di terre abbandonate, di identità migranti: «Noi siamo un esempio, siamo galiziane ma anche belghe», spiegano. Le quattro vocalist hanno composto le musiche o ri-arrangiato temi tradizionali; i testi sono tradizionali o sono liriche di Brais Fernandes (ma c’è anche la tarantella “Voa Voa” di Lucilla Galeazzi tratta da un disco di Philippe Edel). L’ambientazione sonora è galiziana con il ‘bello cantare’ polifonico delle quattro artiste, soprattutto in “Ai La La”, “Bicada Pola Lua” e “Novo Alen”, introdotta da una cornamusa (è belga, non è una gaita). La cornice sonora si arricchisce di inventiva ritmica, melodica e armonica grazie all’organetto di Laloy (si ascolti soprattutto “Baila Bela Fada"). Pur nella sua eccessiva morbidezza di arrangiamento, “Maneo en Bruxelas” si apprezza per il duetto della slide di Dujardin e del mantice di Laloy. Chitarra e organetto sono valore aggiunto anche nella vivace “Doutras Terras”, mentre ancora il motivo dell’emigrazione, che è il fil-rouge del disco, ritorna nella più intimista “Cantar do refuxiado”, brano di segno autobiografico («La storia dei nostri genitori», ha dichiarato Vèronica, «che lasciarono la Spagna in guerra»), dedicato ai rifugiati di oggi. Altrove, il gruppo si spinge nella direzione folk & world, innestando i timbri della marimba basca, la txalaparta di Iñaki Plaza (“Galeuska”), il low-whistle dello scozzese Ross Ainslie nella muiñeira “Liberdade”, l’incontro con il canto flamenco e le palmas di Esteban Murillo nella bulerìa “Na Tua Lembranza”. La bonus track “Compostela” è live in studio, esemplare conclusione del cammino. 


Ciro De Rosa