BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

giovedì 27 aprile 2017

Numero 304 del 27 Aprile 2017

Il campo di indagine di “Blogfoolk” è vasto e variegato e si presta a percorsi in cui i sistemi musicali appaiono sempre più intrecciati: insomma il nostro è un modo di disporsi verso la produzione, l’ascolto e la fruizione della musica da condividere con i tanti lettori. Non sembrerà strano, pertanto, che la copertina del numero n.304 sia dedicata a Nada, una delle voci più affascinanti e intense della scena musicale italiana, che di recente ha pubblicato “La Posa”, il disco che la vede riunire il suo trio con il compianto Fausto Mesolella alla chitarra e Ferruccio Spinetti al contrabbasso. L’abbiamo intervistata per farci raccontare questo nuovo progetto, giunto a quasi venti anni di distanza dal fortunato esordio del trio. Sul fronte internazionale ritorniamo ad occuparci di un’artista che merita visibilità per la sua capacità di coniugare differenti linguaggi sonori: si tratta della violinista estone Maarja Nuut, autrice di uno dei più bei dischi del 2016, “Une Meeles”, raggiunta da Gianluca Dessì a Marsiglia nel corso dell’ultimo Babel Med. Ci spostiamo poi nelle Fiandre, per ascoltare “Unfolding the Roots” – nostro Disco Consigliato della Settimana -, il nuovo album dei MandolinMan, quartetto di mandolinisti che valorizza la tradizione musicale del Brabante fiammingo. Ultima tappa world è in Portogallo per “Sol” opera della cantante e fisarmonicista Celina Da Piedade. Torniamo nella Penisola con “1984/2016”, il come back dei Kunsertu, storica formazione della scena world siciliana, che di recente ha ripreso il suo cammino artistico. Si parla di canzone d’autore con “Mi si scusi il paragone. Canzone d’autore e letteratura da Guccini a Caparezza” di Daniele Sidonio. Il consueto sguardo sulla scena jazz ci porta al sorprendente album di debutto del sestetto milanese afro-funk-jazz Elephant Claps, quello sulla musica contemporanea presenta “Les Nouvelles Musiques De Chambre vol 2” di Charles Hayward e Gigi Masin. L’ultima di “Blogfoolk” è l’istantanea di Valerio Corzani che questa settimana, per la sua rubrica Corzani Airlines, inquadra David Murray.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


COVER STORY
WORLD MUSIC
VIAGGIO IN ITALIA
LETTURE
SUONI JAZZ
CONTEMPORANEA
CORZANI AIRLINES


L'immagine di copertina è un'opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Nada Trio – La Posa (Warner Music Italy, 2017)

Nato nel 1994 dall’incontro tra Nada, il chitarrista Fausto Mesolella e il contrabbassista Ferruccio Spinetti degli Avion Travel, il Nada Trio dopo una fortunata parentesi dal vivo, trovò la sua cristallizzazione anche dal punto di vista discografico con la pubblicazione, due anni dopo, del disco omonimo, che fruttò un tour di grande successo in Italia ed all’estero, nonché importanti riconoscimenti come la Targa Tenco e il Premio Musicultura. In questi anni gli incontri tra i tre artisti sono proseguiti parallelamente ai rispettivi percorsi musicali, ritrovandosi sia in trio che con il duo Nada e Mesolella. A distanza di quasi vent’anni dalla loro opera prima, il trio si è riunito anche in studio per dare un seguito alla loro opera prima e, così, ha preso vita “La Posa”, album nel quale hanno raccolto dodici brani tra composizioni di Nada, riletture d’eccezione e il brano inedito che da il titolo al disco. La scomparsa improvvisa di Fausto Mesolella, solo pochi giorni prima della pubblicazione del disco, ha concluso prematuramente questa esperienza artistica. Abbiamo intervistato Nada per farci raccontare la genesi di questo nuovo lavoro, partendo proprio da un ricordo del chitarrista casertano. 

Questo nuovo album del Nada Trio arriva a pochi giorni di distanza dalla scomparsa di Fausto Mesolella…
E’ come se questo disco fosse stato un ultimo e bellissimo regalo di Fausto. In questo ultimo periodo abbiamo vissuto a stretto contatto, perché un disco e si fa un lavoro insieme, si trascorrono in studio giorni e giorni ed è stato tutto molto bello. Ho un ricordo splendido perché eravamo tutti molto contenti di riunirci anche con Ferruccio Spinetti. Insieme a Fausto ho fatto qualcosa come settecento o ottocento concerti, tanto che in questi giorni ho tentato anche di contarli ma è impossibile ricordarli tutti. Pensavamo sempre di riformare il trio e ci eravamo spesso ripromessi di richiamare Ferruccio. Ognuno di noi aveva i suoi progetti, ed io per prima ho il mio lavoro e faccio i miei dischi, così come loro seguivano i loro rispettivi percorsi personali, ma comunque eravamo legati da una grande amicizia. Finalmente avevamo deciso di riunire il trio perché avevamo trovato il momento giusto per fare sia il disco che il tour, e non potrò cancellare il ricordo dell’entusiasmo, della felicità e della voglia di tornare a fare musica insieme che era qualcosa di molto bello e ci aveva già dato grandi soddisfazioni. 
Il trio ha sempre avuto un grande seguito di fan veri, che aspettavano questo nuovo lavoro e per questo motivo lo avevamo pensato ricalcando proprio il primo disco insieme. Avevo anche scritto questo brano inedito che ha dato il titolo al disco, ed era la prima volta che lavoravamo su qualcosa di nuovo. Niente lasciava presupporre quello che sarebbe successo di lì a poco, anche perché Fausto stava benissimo. Purtroppo è andata così e mi dispiace tanto non poter più portare sul palco questo concerto. Forse più avanti penseremo a qualcosa di nuovo, ma è chiaro che il Nada Trio non ci sarà più, perché Fausto è insostituibile. Per me si chiude un periodo della mia vita molto importante tanto da quello affettivo quanto da quello lavorativo. Non riesco ancora a crederci ma sarà così.

Quali sono le differenze e le identità tra questo nuovo album e quello pubblicato nel 1994?
Come dicevo l’idea era quella di ricalcare il percorso del primo album, ma chiaramente in questo nuovo disco ci le canzoni che rappresentano me in questi ultimi anni. Dal 1994 ho fatto altri dischi e altre esperienze musicali e non avremmo potuto mettere le stesse canzoni. 
Quindi abbiamo scelto canzoni come “Luna Piena” e “Guardali negli occhi”, che per me sono canzoni molto importanti e che comunque le persone conoscono, ed altri brani che mi sembrava giusto inserire. Mi rendo conto che non c’è la grande hit, la “Ma che freddo fa” della situazione, ma c’è “Senza un perché” che ho sempre suonato nei miei concerti con Fausto. Poi abbiamo cercato di inserire anche delle cose diverse perché con loro potevo spaziare anche in territori nuovi e non miei. Abbiamo scelto comunque tutti brani che avevo avuto modo di fare perché coinvolta in progetti particolari come quello in cui ho cantato una canzone di Marlene Dietrich oppure “Malachianta” che ho eseguito dal vivo a “La Notte della Taranta”. Sono brani che mi piacevano e che davano modo a Fausto e a Ferruccio di spaziare come nell’altro disco in cui c’era “Luna Rossa”. In fondo non abbiamo fatto un numero di dischi tale da ripeterci. Chiaramente la nostra intenzione era anche quella di fare successivamente un disco di inediti, ma è inutile dire quello che ci sarebbe piaciuto fare perché non sarà più possibile farlo.

“Senza un perché” ha vissuto una seconda giovinezza grazie al suo inserimento nella colonna sonora di “The Young Pope”…
Un po’ di sorpresa c’è stata nel vedere che una canzone abbia avuto il successo che meritava dopo dieci anni, però sapevo che era molto bella e per quel motivo l’avevo scelta come singolo dal disco “Tutto l’amore che mi manca”. Il fatto che se ne sia accorto anche Sorrentino, che è una persona molto intelligente oltre ad essere bravo e capace, e che l’abbia usata in quel modo splendido, non può che farmi un gran piacere. E’ stato certamente merito suo l’averla riportata all’attenzione del pubblico ma la sostanza c’era già.

Nel disco c’è un immancabile omaggio a Piero Ciampi con “Sul porto di Livorno” ed uno a Gianmaria Testa con “Dentro la tasca di un qualunque mattino”…
Di Piero Ciampi si sa che con lui ho lavorato tanto e fatto dei dischi e, dunque, non è una novità che anche in questo disco ci sia un suo brano, anche perché nell’altro avevo inserito “Quando faceva freddo” e ce ne sarebbero state ancora tante altre da inserire. Abbiamo scelto di rileggere anche un brano di Gianmaria Testa che era un nostro amico comune e scriveva cose bellissime. Ci faceva piacere inserire un suo brano tanto per l’affetto quanto per ricordarlo. E’ una delle sue prime composizione che a me è sempre piaciuta tanto perché ha un testo che è una poesia vera.

Dall’esperienza dello scorso anno a “La Notte della Taranta” arriva “Malachianta”…
Non sono una grande conoscitrice della musica popolare perché non ho mai avuto modo di cimentarmi con essa, forse non ho trovato le cose giuste su cui lavorare ed in fondo non mi ha mai interessato molto. Nella mia vita ho fatto tante cose, e non si può fare tutto. Insomma conoscevo poco la musica tradizionale del Salento anche se qualcosa mi era arrivata, però poi ho scoperto che è un po’ il nostro blues. “Malachianta” per me è un pezzo quasi rock, ha una melodia molto asciutta, essenziale, dritta, reiterativa e il suo testo è di una disperazione fortissima. A me le cose disperate poi piacciono da morire e mi ha fatto molto piacere cantarla lo scorso anno. Così ho detto a Fausto e Ferruccio di inserirla anche perché loro chiaramente la conoscevano avendo avuto esperienze diverse dalle mie, e quindi l’abbiamo registrata. E’ una momento bello, particolare. 

Rileggere i propri brani in veste acustica è anche l’occasione per tornare alla loro essenza…
“Luna piena” è uscita dieci anni fa e “Guardali negli occhi” ancora prima ma io le suonavo già da anni con Fausto in concerto, e dunque ci siamo semplicemente limitati ad inciderle su disco. Cantarle con lui acquisivano una potenza viscerale difficile da descrivere perché accompagnata da soli due strumenti si esalta la forza del testo, e la libertà di raccontare delle cose viene fuori ancora di più. 
Era un altro modo di eseguirle, nel quale si intrecciavano le nostre esperienze di vita, la forza nel rileggerle insieme in un certo modo. A livello emozionale acquistano moltissimo.

Già ascoltando il disco del 1994, la sensazione è stata sempre quella che la dimensione del trio valorizzasse moltissimo la voce…
Assolutamente, ma Fausto lo ha sempre fatto. Noi abbiamo cominciato così perché lui amava la mia voce, il mio modo di cantare. Lui mi ha sempre aiutato e supportato al meglio. Noi ci ascoltavamo quando suonavamo. Ci piacevamo tanto. A volte lui si fermava perché diceva che era bello sentire solo la voce. Poi, lui suonava ed io lo ascoltavo. Era una cosa davvero unica che soprattutto in questo nuovo disco si percepisce. Tra noi c’era amicizia, affetto e un amore profondo a livello artistico. Sono cose che mi mancheranno davvero tanto.

La caratteristica dello stile chitarristico di Fausto era quella di esaltare le voci…
Era la sua sensibilità, era la sua grande bravura nel capire chi aveva davanti e lo valorizzava sempre al massimo. Io e lui avevamo un rapporto un po’ speciale, devo dire la verità.

Concludendo, questo nuovo disco fa un’ po’ da contraltare alla sua ormai consolidata esperienza di scrittrice…
Ci sono capitata in modo imprevisto, ma è stato molto bello scoprire che la scrittura è qualcosa che mi appartiene. Raccontare storie, cercare di approfondire i sentimenti attraverso l’immaginazione è una cosa straordinaria. Con l’ultimo libro “Leonida” devo dire che c’è stato un ulteriore passo in avanti, e mi piacerebbe poter continuare a farlo, perché ho raccontato una storia che non è mia. Non è un libro autobiografico ma qualcosa che va al di là. E’ bello potersi esprimere con la musica, ma con la scrittura di andare davvero oltre.


Nada Trio – La posa (Warner Music, 2017)
Quell’alchimia unica ed allo stesso tempo piena di fascino sbocciata dall’incontro tra l’intensa voce di Nada, la chitarra di Fausto Mesolella ed il contrabbasso di Ferruccio Spinetti ha rappresentato una delle esperienze artistiche più belle ed originali degli ultimi vent’anni per la scena musicale italiana. Il loro disco di debutto datato 1998 aveva raccolto un grande successo, così come il lungo tour che ne era seguito. A lungo atteso, il loro secondo album “La Posa” era stato salutato come uno degli eventi più importanti del 2017, già al momento della diffusione dei primi comunicati che ne anticipavano l’uscita, tuttavia la prematura scomparsa di Fausto Mesolella, pochi giorni prima della pubblicazione, ha di fatto trasformato quello che sarebbe stato il loro come back album nella tappa conclusiva del percorso artistico del trio, in un addio struggente e carico di malinconia. E’ inevitabile, dunque, immergersi con commozione nell’ascolto di questi dodici brani, incisi e mixati nello studio del chitarrista casertano, che nel loro insieme riprendono il filo del discorso laddove si concludeva il primo lavoro del trio. Se infatti quello splendido lavoro offriva un viaggio attraverso il repertorio storico di Nada, con l’aggiunta di alcune riletture d’eccezione, “La Posa” ci offre uno sguardo nuovo sul songbook degli ultimi anni della cantante toscana. Aperto dal crescendo di “Ti troverò”, l’album entra subito nel vivo con quel gioiello che è “Senza un perché”, proposta in una versione ancor più intensa dell’originale. La voce di Nada, le sei corde dell’”Insanguinata” del funambolico Mesolella e l’eleganza misurata del contrabbasso di Spinetti ci accompagnano in una meravigliosa sequenza di brani con “Guardami Negli Occhi”, “Luna Piena” e “L’estate sul mare” che culmina nell’inedito “La posa”. Si prosegue con le superbe riletture di “Dentro la tasca di un qualunque mattino” di Gianmaria Testa, “Malachianta” di Rina Durante che arriva dritto dall’esperienza della cantante toscana a La Notte della Taranta, “Sul porto di Livorno” di Piero Ciampi e l’incursione nel repertorio di Marlene Dietrich con “Falling in love again”, tratta dal film “L’angelo azzurro”. Completano il disco “Una pioggia di sale” e l’emblematica “Grazie” che con il verso “grazie per avermi spezzato il cuore”precede l’ultimo assolo della chitarra di Mesolella. 



Salvatore Esposito

Estonia folk-contemporanea: Intervista con la violinista Maarja Nuut

Uno dei concerti più interessanti della recente edizione di  Babel Med è stato quello della violinista estone Maarja Nuut. Titolare di uno dei più bei dischi del 2016, “Une Meeles”,  Maarja Nuut parla con noi di musica, tradizione, identità in questa intervista esclusiva, dimostrando idee chiare e le stessa magnetica personalità che sfoggia sul palco. 

Maarja, la tua musica è originale ma affonda profondamente le sue radici nella tradizione.
Fin dal mio primo album “Soolo” ho accostato materiale tradizionale a mie composizioni, ma potrei dire che è proprio la tradizione la fonte di ispirazione per la composizione. Ci sono brani dove il tradizionale e l'originale sono mescolati al punto che è difficile dire dove finisce uno e inizia l'altro. Quando ho iniziato i miei show erano forse più identificabili con la tradizione, il primo album poteva ancora essere ancora classificato come tradizionale. Il confine tradizionale vs. moderno è un soggetto interessante, per la mia esperienza è forse più una questione di contesto che di prodotto. Il lavoro è percepito come meno tradizionale se magari suoni però in situazioni come festival jazz o di avanguardia o dove la musica dell'Estonia è percepita in maniera più o meno “esotica”. 
In Estonia la musica tradizionale ora è molto popolare fra i giovani e anche generi di sperimentazione come il mio possono essere riconosciuti come appartenenti a un macro-genere tradizionale. All'estero, soprattutto in aree dove la tradizione è molto viva, quello che faccio io può confondere o suonare ‘tricky’, ma posso modulare lo show e magari provare a raccontare delle storie o coinvolgere il pubblico in modi diversi anche per colmare eventuali barriere linguistiche; mi è capitato di suonare in posti come gli Stati Uniti dove non sapevano neanche dove si trovasse l’Estonia o posti dove in pochi capiscono l'inglese. Insomma, a volte per coinvolgere la gente devi puntare più sulla performance.

Il fatto che la musica tradizionale in Estonia sia così popolare a che fare con la necessità di preservare un’identità?
Hm, non saprei, spero di no. Il concetto di identità è una cosa molto pericolosa, può confinare con il nazionalismo e portare all’elaborazione di teorie pericolose. Quando mi chiedono cosa rende speciale la musica e la cultura del mio paese, io rispondo che trovo più interessanti gli aspetti che la possono rendere universale.

Al Babel Med ti esibisci in duo.
Sì, dividerò il palco con Hendrik Kaljujarv, lui costruirà in diretta diversi piani sonori utilizzando la mia musica: manipolerà in diretta il mio violino e la mia voce.  Inoltre utilizzerà anche suoni presi dal paesaggio sonoro e li utilizzerà come background.  Infine, userà delle sue composizioni come raccordo fra i diversi brani.

Hai mai pensato di usare altre lingue nelle tue canzoni, ad esempio l'inglese?
No, assolutamente. Il ritmo, la sillabazione e la musicalità di quello che faccio è pensata in estone e per la lingua estone. Non credo avrei la dimestichezza di poterla adattare ad altre lingue. Le parole che uso sono sempre tradizionali, ed è forse l'unica cosa veramente tradizionale che è rimasta nella musica che faccio, non potrei pensare di comporre in altre lingue. Non lo faccio neanche in estone, sono tutti versi tradizionali, cerco cose che abbiano un ritmo e che siano semplici e forti. A volte simboliche, a volte metaforiche, il che può generare diversi gradi di comprensione, da quello letterale all'interpretazione. 
Sono versi che hanno anche mille anni, alla fine mi interessa che rimanga l'essenza che, a seconda di chi ascolta, può essere anche semplicemente il suono delle parole. 
A volte io stessa devo scremare un po' le parole perchè magari ci sono versi che non mi piacciono o che hanno dei significati che ho difficoltà a cogliere. Ma cerco di preservarne l'autenticità.

Ho visto una tua performance che ricorda la danza sufi…
Sì, quando ho iniziato a studiare la musica tradizionale ho studiato anche le danze folcloriche. In alcuni villaggi in Polonia ho visto delle danze simili. Quando le ho provate per la prima volta pensavo di morire, poi invece è diventato un highlight dei miei show... Delle danze tradizionali trovavo noiosi i costumi, i movimenti obbligatori e rigidi, il fatto che si dovesse ballare insieme. Trovavo tutto molto naive. Proprio in Polonia capii la gioia che provavano i ballerini nel danzare e nell’esprimersi in questa maniera, e cominciai ad esplorare il mio corpo e le sensazioni che mi dava il movimento.
In Estonia a un certo punto abbiamo provato a uscire dalla spirale del folklore di stampo sovietico, a dimostrare che la nostra tradizione era diversa.

La tua intonazione sullo strumento è impressionante, hai studiato da violinista classica?
Sì, ho studiato prima in Estonia e ho completato i miei studi a Stoccolma. Il mio professore diceva che un musicista sbaglia solo quando si rende conto che la nota eseguita non è quella che voleva suonare. Sull’intonazione ho lavorato molto, ma uso spesso anche scale micro-tonali che per musicisti ‘educati’ sono difficili da cogliere. La mia cura per l’intonazione deriva molto anche dai miei soggiorni in India, dove ho imparato a esprimere il mio io e a raggiungere la giusta concentrazione.


Gianluca Dessì

MandolinMan – Unfolding the Roots (Arc Music, 2017)

#CONSIGLIATOBLOGFOOLK

In “Unfolding the Roots” il quartetto di mandolinisti di Leuven torna a valorizzare la tradizione musicale del Brabante fiammingo (Vlams-Broabant), nelle Fiandre, dopo l’esordio “Old Tunes Dusted Down”, che riportava alla luce i materiali raccolti dal folklorista Hubert Boone, e il secondo esotico album, “Bossanova”, in cui esprimevano il loro punto di vista sul genere brasiliano. MANdolinMAN sono il fondatore e mandolinista di lungo corso Andries Boone, Peter-Jan Daems al mandolino a dieci corde (membro del trio Snaarmaarwaar), Maarten Decombel al mandoloncello (anche lui suona negli Snaarmaarwaar e inoltre con i Naragonia e Gilles Chabenat) e Dirk Naessens al mandolino (già negli Urban Trad). La complementarietà fra corde, l’approccio fresco e vigoroso, ma al contempo elegante, la fusione di linguaggi mandolinistici, di umori e di sfumature (si ascolti “De Reuzekens”) fanno risplendere dodici temi, undici tradizionali brabantini e una rumba (“Rumba del Raval”) composta da Decombel, che vede la partecipazione del flautista Stefan Bracaval. Si susseguono polke, di cui colpiscono l’accento swing dell’iniziale “Polka Charleston Nederokkerzeel” o i colori vivaci di “Polka Antwerp”, mazurche (“Mazurka Houtem” e “Mazurka Zaventem”), scottische (“Schottische Eppegem and Elewijt”, “Schottische Hever”, “Schottische Wezembeek-Oppem”), valzer (“Waltz Eppegem and Zemst” è un altro brano di punta del CD) e la contraddanza conclusiva (“Contredans Ghent in A Minor”), suonata – non bastassero i quattro plettri di base – con l'orchestra di mandolini Brasschaats. Una conferma per chi li conosce, una scoperta per i cultori del mandolino e più in generale della musica trad, ma anche uno sprone ad addentrarsi in una scena musicale variegata come quella del Belgio fiammingo. Promoter nostrani, segnatevi il nome: MandolinMan! 


Ciro De Rosa

Celina Da Piedade – Sol (Sons Vadios, 2016)

Artista precoce, il cui primo concerto – dicono le sue note biografiche – risale all’età di sei anni, la portoghese Celina da Piedade (classe 1978) ha studiato al Conservatorio di Setúbal, sua città natale, dove oggi insegna. Nel suo background formativo ci sono studi accademici sul patrimonio culturale e sulla popular music, che l’hanno portata a lavorare nell’ambito dell’organizzazione di festival musicali. Titolare di molti progetti artistici e collaboratrice di uno stuolo di nomi noti del nuovo folk (Kepa Junkera, Efren Lopez, Uxia), ma soprattutto impegnata costantemente accanto a Rodrigo Leão (già con i Madredeus), la compositrice e fisarmonicista è cresciuta fin dalla fanciullezza con l’estetica folk-pop-rock di gruppi come Sétima Legião, Madredeus, Essa Entente e Sitiados. Celina è diventata nel tempo una promotrice delle musiche e delle danze tradizionali dell’Alentejo, regione da cui proviene la sua famiglia e dove sono fissate le sue coordinate emozionali , fonte di costante ispirazione. Da Piedade ha sfiorato la vittoria al Festival da Canção 2017, il concorso nazionale lusitano che l’avrebbe portata direttamente a partecipare come rappresentante del Portogallo all’Eurovision, il contest della canzone europea. Dotata di una vocalità calda, caratterizzata da un leggero vibrato, Celina si mostra artista a suo agio nella cornice elettroacustica di “Sol”, il suo terzo lavoro discografico, dove accanto agli strumenti tradizionali – viola campaniça, cavaquinho, chitarra folk e fisarmonica – ci sono chitarra elettrica, piano, basso elettrico, violoncello, contrabbasso e batteria. La cantante compone molto del materiale presentato, perlopiù scritto in coppia con Alex Gaspar, ma attinge anche ad altri autori portoghesi, come nel caso di “Cançao de Nanar” di Teresa Gentil o dell’iniziale “Assim Sou Eu”, firmata da António Avelar De Pinho e da João Gil (quest’ultimo è suo partner nel gruppo Tai Quais e produttore del disco), che con il successivo “Acredito” è il tema più cedevole alle piacevolezze pop nell’intero album. Quella della fisionomia popular è una scelta consapevole di Celina, propensa a indagare la struttura canzone, dopo un secondo album, “O Cante das Ervas”, composto interamente da brani del Baixo Alentejo. Altrove la cantante continua a lavorare sulla tradizione alentejana rivisitando la ninna nanna “Aurora Tem Um Menino” e “Altinho”, ma si cimenta anche con brani di maestri sud-americani: il Gilberto Gil di “A línha e o línho” o l’Atahualpa Yupanqui di “Piedra y Camíno”, adattato in portoghese. Il canto di Celina riluce soprattutto quando il potere della parola primeggia sull’accompagnamento strumentale minimale (“Amores de Jericò”, “Segredo”, “Neruda”, “Altinho”), ma “Sol” è nella sua interezza un disco muito bom! 


Ciro De Rosa

Kunsertu – 1984/2016 (CNI, 2017)

Nati nel 1979 in Sicilia dall’incontro tra i messinesi Giacomo Farina e Nello Mastroeni, già attivi nell’ambito della musica popolare, e catanesi Vincenzo Gangi e Stefano Foresta, con alle spalle esperienze in ambito jazz e funk, i Kunsertu si arricchirono ben presto con l’ingresso in formazione delle voci del siciliano Beppe Barile, del palestinese Faisal Taher e del senegalese Dudu Kwateh. Dopo aver mosso i primi passi nella scena musicale isolana, debuttarono con il disco omonimo nel 1984, ma il vero successo arrivò con il successivo “Shams”, pubblicato nel 1989 per la New Tone Records, che li segnalò al grande pubblico tanto per l’originalità del loro sound che li vedeva mescolare pop, rock, funk e jazz con i suoni del Mediterraneo, quanto per i testi che affrontavano temi ancora oggi di prepotente attualità come il dramma dell’immigrazione e le stragi dei campi profughi palestinesi. Coniugando sperimentazione ed innovazione, fecero un po’ da apripista per l’avvento della world music in Italia, ed in questo senso significativo è il loro terzo album “Fannan”, che ampliava il raggio delle loro esplorazioni musicali attraverso sempre connessioni ed intersezioni sonore sempre più ricercate. Nel 1995, dopo quattro dischi, due singoli e tour in tutto il mondo, il gruppo si sciolse e le sue varie anime presero vie strade differenti, dando vita a progetti musicali di respiro internazionale come Dounia con Faisal Taher e Nemas Project con Maurizio Nello Mastroeni, Giacomo Farina, Roberto De Domenico ed Egidio La Gioia. Pur avendo seguito percorso differenti, qualcosa li aveva tenuti insieme in qualche modo e l’esperienza maturata in questi anni ha contribuito a rafforzare il loro legame umano ed artistico. Lo scorso anno, infatti, il gruppo si è riunito per dare vita ad una nuova fase del loro percorso artistico, ed in studio si sono ritrovati Faisal Taher (voce), Giacomo Farina (organetto e percussioni), Maurizio “Nello” Mastroeni (chitarre), con l’aggiunta del polistrumentista Eugenio La Gioia (voce), Roberto De Domenico (percussioni), Franco Barresi (batteria), Massimo Pino (basso elettrico), Matteo Brancato (tastiere e programmazione) e Fabio Sodano (fiati etnici e flauto traverso). E’ nato, così, “1984/2016” album antologico che li vede rileggere alcuni brani storici del loro repertorio con l’aggiunta di tre inediti, e che nel loro insieme sembrano riprendere il discorso proprio laddove si era interrotto. Il disco si apre con classici come “Ialla”, “Dumà” e “Track-As” per regalarci subito l’inedito “Esta Noche”, brano dal grande impatto radiofonico nel quale si intrecciano lo spagnolo e il siciliano del ritornello. Si prosegue con “Ghandura” e “Stocca” da “Fannan” che fanno da apripista per i due splendidi inediti “Menzemà” e “Snow In Istanbul”, quest’ultima proveniente dal repertorio dei Nemas Project. Completano il disco l’intensa “Fannan” e quel gioiello che è la struggente ballad “Mokarta”, brano tra i più conosciuti del songbook della band siciliana che in questa nuova versione interpretata da Egidio La Gioia, brilla in tutta la sua potenza poetica. Insomma, i Kunsertu sono tornati per restare e siamo certi che nel prossimo futuro sapranno regalarci grandi sorprese. 



Salvatore Esposito

Daniele Sidonio, Mi si scusi il paragone. Canzone d’autore e letteratura da Guccini a Caparezza, Musicaos Editore 2016, pp.206, Euro 15,00

La canzone d’autore come forma di poesia in musica, nonché il rapporto tra i cantautori e la letteratura tout court sono i temi al centro dell’interessante volume “Mi si scusi il paragone. Canzone d’autore e letteratura da Guccini a Caparezza” del giornalista e critico musicale Daniele Sidonio ed edito dai tipi di Musicaos, per la collana I Saggi. Il titolo, che rimanda ad una affermazione di Francesco Guccini in risposta ad una domanda dell’autore sull’accostamento etimologico e semantico tra le parole libro e libero, evoca in modo eccellente l’intento dell’opera tesa ad offrire al lettore la possibilità di immergersi in un viaggio che attraversa il passato, il presente ed il futuro della canzone italiana, ponendo in luce come sia in corso una vera e propria nuova prima vera tanto dal punto di vista dei temi quanto per la poetica. Impreziosito dalla prefazione di Ernesto Assante e dalla postfazione di Davide Bellalba, il saggio si apre con un focus sul rapporto tra parole e note, per entrare nel vivo con gli interventi di Paolo Talanca, direttore del Premio Lunezia, e Giò Alajmo, a cui si deve l’ideazione del premio della Critica al Festival di Sanremo. Si prosegue con le interviste inedite all’indimenticato Fausto Mesolella, con il quale Sidonio discute del progetto in cui il chitarrista casertano ha messo in musica i testi di Stefano Benni, a Capossela insieme al quale dialoga sulle connessioni tra le sue canzoni e i suoi libri, e poi ancora a Francesco Guccini, e a rock band come Marlene Kuntz e il Teatro degli Orrori, ed in fine alle nuove leve della scena cantautorale come Dente, Vasco Brondi e Brunori Sas, per chiudere con Caparezza. Frutto di ascolti meticolosi e di analisi comparative dei testi in rapporto con le fonti letterarie, il volume cristallizza efficacemente cinquant’anni di canzone d’autore, ponendo in luce il dialogo costante che caratterizza il rapporto fra la parola scritta e quella cantata. 


Salvatore Esposito

Elephant Claps – Elephan Claps (Distratti Records, 2016)

Il progetto Elephant Claps nasce nel 2015 nella scena jazz di Milano dall’incontro tra Mila Trani (soprano) e Serena Ferrara (mezza soprano), le quali hanno unito le forze per dar vita ad un comune percorso di ricerca volto ad esplorare la potenza espressiva e la duttilità della voce attraverso più livelli interpretativi partendo dalla contaminazione tra le sonorità afro, funk e jazz. Ben presto la formazione si è allargata fino a diventare un sestetto con l’ingresso di Naima Faraò (contralto), Gianmarco Trevisan (tenore), Matteo Rossetti (bass) e André Michel Arraiz Rivas (beat box). Energia, groove, ritmo e una bella dose di improvvisazione sono diventati gli ingredienti di questo gruppo vocale in grado di spaziare attraverso mondi sonori ed influenze differenti mescolando Bobby Mc Ferrin e Manhattan Transfer, Miriam Makeba e Nina Simone per toccare Cypress Hill e Jamiroquai. In questo senso, per nulla casuale è stata anche la scelta del nome del gruppo che evoca l’imponenza dell’elefante in grado di catturare le melodie con le sue orecchie, di marcare il groove con le sue zampe e dare vita a suoni polifonici con la sua proboscide. Forti di una solida esperienza maturata dal vivo nel circuito indipendente milanese e in festival come il Sofar di Brescia e il Solevoci International A Cappella Festival dove hanno raccolto due premi, gli Elephant Claps hanno dato alle stampe il suo disco di debutto omonimo, nel quale hanno raccolto nove brani originali. Si tratta di composizioni nate da una semplice idea ritmica o da una frase che si evolvono in improvvisazioni travolgenti. Durante l’ascolto scopriamo il timbro jazz di Mila Trani e Serena Ferrara, regine di loop station e improvvisazione vocale, la voce soul della Faraò e quella tenorile di Trevisan, mentre il ritmo è impresso dal groove della beatbox Rivas e il basso naturale di Rossetti. Brillano, così, brani come l’iniziale “Afro-Ivo”, le brillanti “Real time” e “Cingun” ma sorprattutto “L'ov” e quel gioiello che è la conclusiva “Warm Up” che pone in luce tutto l’eclettismo ed il fascino del loro processo creativo ed improvvisativo. Insomma, il disco omonimo degli Elephant Claps è un ottima opera prima e siamo certi che in futuro sapranno confermare e mettere sempre più a fuoco il loro talento. 


Salvatore Esposito

Charles Hayward, Gigi Masin – Les Nouvelles Musiques De Chambre Vol. 2 (Modern Classics Recordings, 2017)

Possiamo gioire! Dopo una lunga attesa, grazie alla Modern Classics Recordings, questo piccolo gioiello potrà finalmente occupare un posto speciale nelle discografie degli ascoltatori più curiosi… Originariamente pubblicato nel 1989 dalla storica etichetta belga Sub-Rosa, è presto diventato un prezioso e ricercato album di culto. Sviluppando musicalmente il tema dell’acqua, “Les Nouvelles Musiques De Chambre Vol 2”, offre l’efficace punto di vista dei due compositori coinvolti: Masin e Hayward, in grado di trasporre perfettamente in suono il liquido flusso dei corsi delle rispettive città: Venezia e Londra. Il lato A con le composizioni di Masin presenta un perfetto saggio della sua personalità. I brevi brani per pianoforte si susseguono quasi in forma di suite, percorrendo sonorità dolci e introspettive libere da immotivati tecnicismi. Si segnalano “Waterland” o “Three Bridges” per esempio. L’album contiene inoltre “Clouds” oggi diventato un piccolo classico dell’artista, che dimostra la sua peculiare capacità nell’integrare sonorità acustiche ed elettroniche. A conferma di ciò, il brano è stato più volte oggetto di campionamenti, persino Björk utilizzò la caratteristica sequenza sintetica del pezzo per “It’s in Our Hands”, unico singolo estratto dal suo Greatest Hits del 2002. Masin, qui al suo secondo lavoro discografico, è oggi un musicista piuttosto unico e molto apprezzato di cui mi piace segnalare in particolare l’esordio solista “Wind” e “The Wind Collector, con Alessandro Monti e Alessandro Pizzin, rispettivamente del 1986 e del 1991, recentemente ristampati, e le odierne collaborazioni con Tempelhof e Gaussian Curve. Seppur in modo differente, anche il lato b affidato a “Thames Water Authority” di Charles Hayward, che molti ricorderanno come ex batterista nei Quiet Sun e nei This Heat, offre una personale interpretazione del tema con una modalità dal carattere maggiormente astratto e timbrico, in un continuo gioco di vibrazioni e risonanze, non per questo meno affascinanti. “Les Nouvelles Musiques De Chambre vol 2” rimane un disco da custodire gelosamente e gustare in tutta la sua profonda bellezza che non potrà certamente lasciarvi indifferenti. 


Marco Calloni.

Corzani Airlines: David Murray


David Murray (Festival Musicas do Mundo, Sines, Portugal - Luglio 2016)
Foto di Valerio Corzani


“Il mio approccio varia costantemente per accordarsi ai tempi che viviamo. Quando le mode e le tendenze cambiano non ho altra scelta che quella di permettere alla mia scrittura e al mio suono di tenersi aggiornati agli eventi sociali che possono illuminare o inibire le nostre vite. La mia musica deve cercare sempre di riflettere certi avvenimenti e cambiamenti nel miglior modo possibile. Quando in Giappone sorge il problema di un reattore nucleare i suo effetti e pericoli ricadono anche sulla fascia costiera californiana. I buoni musicisti sono – e devono essere – gli specchi della società in cui vivono e agiscono. I titoli e i contesti dei miei brani diventano, perciò, più densi di significato o meno a seconda dell’ambiente e delle situazioni che mi circondano.”
David Murray

fotografie e suggestioni 

giovedì 20 aprile 2017

Numero 303 del 20 Aprile 2017

In apertura del nuovo “Blogfoolk”, partiamo dall’Estremo Oriente: protagonisti di un acclamato showcase a Babel Med, non potevano lasciarci sfuggire i sud-coreani Black String, straordinario quartetto che fa convivere suoni avant-garde, improvvisazione e distorsioni elettroniche con le timbriche degli strumenti tradizionali come il geomungo, i flauti daegeum e i tamburi janggu. Abbiamo intervistato la leader Yoon Jeng Heo per ripercorrere la storia del gruppo e soffermarci sul loro ultimo lavoro “Mask Dance”, nostro disco consigliato della settimana. Un’altra storia di ricerca sonora contraddistingue fratelli i tunisini Amine & Hamza Mraihi i quali, con la cosmopolita The Band Beyon Borders e un parterre di eccellenti ospiti, sono autori di “Fertile Paradoxes". Dagli Stati Uniti, invece, ecco il roots sound di "Brand New Day" dei Mavericks. Lo sguardo in casa nostra mette in primo piano "'O Figlio D''o Vient" del cantautore campano Francesco Di Vicino, poi vi conduce a Torino per il doppio concerto andato in scena lo scorso 13 aprile al Folk Club, che ha visto sul palco due eccellenti chitarristi come Sergio Arturo Calonego ed Enrico Negro. Continuiamo a parlare di sei corde nella terza ed ultima parte dello speciale “Storia della chitarra acustica”, mentre sul versante jazz presentiamo "Kon-Tiki" del contrabbassista e compositore Francesco Ponticelli. Ancora all’insegna della trasversalità sonora è l’ultima recensione del numero 303, dedicata  alla riedizione di "Instrumentals" di Arthur Russell. Per chiudere in bellezza c’è lo scatto di Corzani Airlines, che immortala un altro artista dalla personalità artistica frastagliata: l’argentino Daniel Melingo. Da ultimo, vi annunciamo con grande piacere che dal 4 al 6 agosto si terrà la seconda edizione del Festival delle Ciaramelle di Amatrice, alla cui realizzazione Blogfoolk collabora fattivamente con l'associazione For.Mu.S.. Sarà una preziosa occasione per ribadire l'esigenza di far conoscere la cultura amatriciana di tradizione orale, perché siamo convinti che, per far risorgere Amatrice, è fondamentale mantenere viva la sua cultura. La distruzione delle strutture materiali infatti porta con sé il rischio di spazzare via anche la cultura stessa delle persone, della quale fanno parte integrante le tradizioni musicali. In questo senso si inserisce la scelta, anche simbolica, di tenere il concerto finale sui monti della Laga in località Sacro Cuore,  tutto ciò ci permetterà di distaccarci e guardare dall’alto le macerie degli edifici della conca amatriciana. È con queste convinzioni che riproponiamo questo Festival con la stessa formula della prima edizione.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


COVER STORY
WORLD MUSIC
VIAGGIO IN ITALIA
I LUOGHI DELLA MUSICA
STRINGS
SUONI JAZZ
CONTEMPORANEA
CORZANI AIRLINES


L'immagine di copertina è un'opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Black String – Mask Dance (ACT, 2016)

Black String: esplorazioni coreane, tra tradizione e contemporaneità 

Il successo della performance del gruppo coreano al recente Babel Med di Marsiglia aiuta a capire come, smarrita la carica propulsiva delle proposte musicali di quelle aree storiche di riferimento del movimento world music (Africa Nera, Maghreb, Caraibi, Est Europa), i progetti più interessanti e originali degli ultimi anni vengano da aree musicalmente finora poco esplorate, vedi l’Estonia della bravissima Maarja Nuut, la raffinata patchanka creola dei Saodaj, dell’arcipelago della Réunion, e appunto Black String, incredibile quartetto proveniente dalla Corea del Sud, che mescola suoni avant-garde, improvvisazione, distorsioni, elettronica e ritmi asimmetrici con i suoni degli strumenti tradizionali come il geomungo (pronuncia go-moon-goh), un cordofono a pizzico e a percussione, sorta di zither a cinque corde che usa una tecnica simile al meendi nel  sitar, i flauti daegeum e i tamburi janggu, assemblati in una sorta di batteria. In cinque anni di attività il gruppo ha suonato in alcune delle vetrine più importanti in Europa dal London Jazz Festival al Womex 2016 di Budapest e, appunto, nella fiera-festival di Marsiglia, dove la loro performance è stata seguitissima ed acclamata. 
E i Black String non sono i soli alfieri asiatici, visto che il panorama neo-trad sud coreano, supportato internazionalmente dalle istituzioni centrali, annovera altri ensemble interessanti come Geomungo Factory e Jambinai.  Abbiamo incontrato Yoon Jeong Heo, brava leader della band Black String, nella sala stampa del Babel Med, in un’ affollata conferenza stampa che ha dimostrato l’interesse dei media per questa interessante band, che da lì a poche ora regalerà nella Sala Cabaret de “Le Dock Des Suds” una torrida e partecipata performance.

Parliamo del tuo strumento il geomungo, quando hai iniziato a suonarlo e che origine ha?
Lo strumento è molto antico, si trovano testimonianze iconografiche della sua esistenza che risalgono ad oltre un millennio fa. Ha cinque corde che vengono pizzicate con un bastoncino di legno. Ho iniziato ha suonarlo che avevo cinque anni, quasi ormai trent’anni fa, così potete anche indovinare quanti anni ho... purtroppo non esiste una versione ridotta per bambini e ho dovuto iniziare con lo strumento grande. La sua pronuncia corretta è 
go-mung-ho. 

La trasmissione di repertorio e tecnica è ancora di tipo “orale”? Come hai imparato?
In un mondo in cui si inventano continuamente nuove musiche, nuovi suoni e nuove tecniche esecutive, il mio strumento testardamente continua a resistere nella sua forma arcaica. Il mio stile è tutto sommato tradizionale, la novità sta nel combinarlo con altri strumenti moderni.  La trasmissione è dipendente dal tipo di repertorio: c’è una musica di corte, aristocratica, formale che è in buona parte scritta, quella folk, con i suoi ritmi e le sue scale, ha una parte improvvisativa forte.

L’ascolto del vostro album è stato davvero stimolante: quanto di quello che ascoltiamo sul disco è dal vivo è tradizione e quanto è materiale interamente composto da voi?
La base è interamente tradizionale, utilizziamo melodie, testi, storie che sono parte della tradizione, ma la rielaborazione è una parte importante del nostro lavoro. Il pubblico in Corea all’inizio era scioccato dal nostro approccio, anche se credo che la nostra ispirazione tradizionale sia ben riconoscibile, poi ha prevalso un sentimento di curiosità: mischiare strumenti tradizionali, chitarre distorte, effetti elettronici era qualcosa di nuovo nel nostro paese, che peraltro ha un’importante vocazione tecnologica. La nostra ispirazione sono tutti i musicisti (ma anche gente di teatro, scrittori) con cui abbiamo incrociato il nostro cammino.

Com’è la gioventù coreana di oggi?
Penso non sia diversa da quella degli altri paesi del mondo, come ti ho già detto, il paese ha puntato molto sulla tecnologia e questo ci ha reso aperti agli stimoli che provengono dall’Europa o dall’America. La gente ascolta musica proveniente da tutta il mondo, e i giovani sono molto veloci nell’assimilare gli stimoli e rielabolarli, inclusa ovviamente la musica. 
La nostra musica tradizionale è molto supportata dalle istituzioni, e questo mix di ascolti e differenti input non può che essere un bene. Personalmente siamo continuamente influenzati da certo jazz contemporaneo e da musiche provenienti da altri paesi. Nel ventunesimo secolo non consideriamo la musica europea come qualcosa di esotico.

Il nome “Black String” da cosa deriva?
Nella cultura orientale il nero non è solo un colore, ma allude a qualcosa di misterioso e occulto. Black String è la traduzione del nome del Geomungo, il mio strumento. La spiegazione ha a che fare con la filosofia, la mistica e con la nascita del Cosmo. Il nero è qualcosa che ha a che fare con il mistero della creazione.

Cosa ha in comune la musica coreana con la musica degli altri paesi dell’estremo oriente e del Sud Est Asiatico?
La storia dei diversi paesi, la filosofia, la musica sono ben differenti. Noi orientali abbiamo una sorta di “sentire comune” che in qualche maniera ci accomuna, ma le nostre culture sono differenti. Anche gli strumenti sono simili, ad esempio i tamburi giapponesi koto sono imparentati con i nostri, ma le tecniche di esecuzione sono totalmente diverse.



Black String – Mask Dance (ACT, 2016)
#CONSIGLIATOBLOGFOOLK

La magia live del gruppo di Seoul, rimane intatta nella loro prima prova in studio “Mask Dance”, distribuita in Europa dalla tedesca Act (etichetta che gravita nell’ambita del jazz e delle sue contaminazioni). Sette composizioni tutte piuttosto lunghe, per lo più attribuibili alla leader e suonatrice di geomungo Yoon Jeong Heo, con l’eccezione del tradizionale “Song from Heaven” (nell’edizione europea del CD, i titoli sono in inglese) e del brano “Floating, Flowing” del compagno di etichetta Esbjorn Svensson. Tutte le composizioni sono delle vere e proprie suite dove la fusione fra tradizionale e moderno, fra acustico, elettrico ed elettronico è sempre in perfetto equilibrio e dove le parti cantate, affidate al percussionista Min Hwang, rendono ancora più accattivante il mélange di sensazioni. I paradigmi delle diverse anime del suono Black String sono identificabili nella title track, una cavalcata sonora dove geomungo e  percussioni  forniscono un intricatissima trama ritmica, e la chitarra del bravissimo Jean Ho, giovane musicista di prestigiose frequentazioni e studi newyorkesi, è libera di spaziare fra suoni a volte lancinanti a volte liquidi, e dove i vocalizzi della bellissima voce di Hwang regalano spazialità ad un suono diversamente costretto in ritmiche serrate, e in “Growth Ring” dove sono i flauti di bamboo a condurre il tema e a fornire le parti improvvisate, con il versatile geomungo sempre presente a fornire contrappunti melodici e ritmici. Una prima prova matura e convincente per il quartetto coreano che a luglio si esibirà in una lunga tournée che toccherà diversi Stati.


Gianluca Dessì

Amine & Hamza with The Band Beyond Borders – Fertile Paradoxes (Arc Music, 2017)

Se non apparisse una locuzione abusata, parleremmo di fusion che abbatte barriere geografiche e musicali: eppure è quanto evoca l’ascolto della notevole nuova prova di Amine e Hamza Mraihi, due fratelli tunisini residenti in Svizzera. Specialisti dei loro rispettivi strumenti appartenenti alla tradizione araba classica, il liuto ‘ūd e la cetra a corde pizzicate qanoun, in cui eccellono per padronanza tecnica e approccio creativo, i due hanno alle spalle una solida discografia e hanno suonato su palcoscenici e festival di primo piano (fra i tanti Istituto del Mondo Arabo di Parigi, Kennedy Center a Washington concerti della BBC, Opéra de Il Cairo, Teatro della Médina a Beirut). Il titolo, “Fertile Paradoxes”, racchiude il senso della ricerca della coppia, che realizza molto di più che un incontro ed una commistione di generi. Il disco li vede magnifici autori, con il sestetto base in cui operano l’indo-svizzero Baiju Bhatt (violino), lo svizzero Valentin Conus (sax tenore e soprano), il tablista indo-francese Prabhun Edouard e lo svedese Fredrick Gille (percussioni assortite, dall’Africa all’India, passando per l’America Latina). Uno stuolo di guest si unisce alla Band Beyond Borders nelle otto composizioni (le tracce oscillano tra i sette minuti e mezzo e i dieci minuti): in “Spleen” e “Café Tunis” c’è la voce di Kaushiki Chakraborty, Vincent Ségal mette il suo archetto in “Spleen” e “Letter to God”, i mantici di Vincent Peirani e Jakub Mietla entrano in “Brahim's Dream”, “Café Tunis” e “Letter to God”, un’orchestra d’archi si mette all’opera ancora in “Spleen” e in “Lullaby for Leo”, mentre i bassisti Lukasz Adamczyk e Jean-Pierre Schaller accrescono quell’elemento jazz, che si fonde con l’universo modale di matrice arabo-mediorientale, con gli inserti vocali e la ritmica indostana, gli sprazzi flamenco e i passaggi cameristici. Incisivo e avvolgente il dialogo tra cordofoni di ”Love is an Eternal Journey”, non smarrisce l’approccio collettivo “The Quest”, fa colpo la composita anima di “Frozen Rivers”. Persuadenti paradossi. 


Ciro De Rosa

The Mavericks – Brand New Day (Mono Mundo/Goodfellas, 2017)

Formatisi nel 1989 a Miami, dall’incontro tra il cantante di origini cubane Raul Malo ed il bassista Robert Reynolds, i Mavericks in breve tempo conquistarono la scena live californiana con il loro originale intreccio tra country, rock e ritmi latin. Nell’autunno dell’anno seguente, mentre a Seattle cominciava ad esplodere il grunge e sulla West Coast ancora permanevano i focolai del punk, Malo e soci debuttarono in piena controtendenza con le mode debuttarono con il disco omonimo che suscitò subito l’interesse delle major, tant’è che nel 1991 siglarono il contratto con la MCA con cui diedero alle stampe “From Hell To Paradise”. Il grande successo arrivò però con il terzo disco “What A Crying Shame” del 1994 che fruttò il disco di platino e ben quattro hits nelle charts country: “O What a Thrill”, “There Goes My Heart” e “I Should Have Been True”. Gli anni successivi grazie a dischi come l’ottimo “Trampoline” fecero incetta di consensi, ma agli albori del nuovo millennio qualcosa cominciò a scricchiolare e, complice lo scarso successo di “The Maverics” nel 2003 la band si sciolse, e Raul Malo si dedicò con alterne fortune alla sua carriera come solista. Dopo dieci anni, il frontman decise di rimettere in piedi il gruppo con “In Time” che ebbe un buon riscontro dal punto di vista commerciale, ma i giorni di gloria del passato erano ormai un ricordo perché a riportarli con i piedi per terra arrivò l’inatteso insuccesso di “Mono” del 2015. A distanza di due anni da quest’ultimo Raul Malo e soci tornano con “Brand New Day”, non disco in studio che sin dal titolo segna una nuova fase nel percorso artistico dei Mavericks, svelandoci una band completamente rigenerata dal punto di vista dell’ispirazione. Se per ripetere quanto fatto in passato sarebbe praticamente impossibile, questo nuovo lavoro è una sorta di compendio dell’ampio raggio sonoro in cui si muove la band americana. I dieci brani, infatti, si muovono su sentieri sonori differenti spaziando dal sound tex mex dell’iniziale “Rolling Along” al country soul della title-track, passando per le atmosfere jazzy old time di “Easy As It Seems” e la vanmorrisoniana “I Think Of You”. Non è finita qui però, perché il disco svela brano dopo brano altre belle sorprese come il letto “Goodnight Waltz”, la divagazione sul border messicano di “Damned (If You Do), e la ballata fifthies “I Will Be Yours”. L’irresistibile boogie “Ride With Me” ci conduce verso il finale in cui godibilissime sono il crooning di “I Wish You Well” e il tex mex di “For The Ages” che chiude il disco. Nell’arco dei suoi trentotto minuti, “Brand New Day” veleggia su acque sicure regalandoci un pugno di ottimi brani che non cambieranno certamente di un millimetro la storia della musica americana, ma per gli appassionati del genere saranno l’occasione per riconciliarsi con la band di Raul Malo. Bentornati! 


Salvatore Esposito

Francesco Di Vicino 'O Figlio d' 'o Viento – Preta Santa (Autoprodotto, 2016)

Non di rado il nostro viaggio sonoro attraverso l’Italia ci regala piccole grandi sorprese, facendoci entrare in contatto con artisti che percorrono sentieri lontani dai grandi palcoscenici, ma non per questo motivo privi di talento. E’ il caso di Francesco Di Vicino, chitarrista e cantautore napoletano con alle spalle una carriera ormai trentennale spesa tra la sua intensa attività live che lo ha portato ad esibirsi in tutta la penisola, collaborazioni con artisti come Mimmo Cavallo, Tony Cercola e Carlo Faiello e una serie di dischi a proprio nome. Dopo aver debuttato nel 2003 con “Il Bianco & Il Nero” disco marcatamente cantautorale nel quale spiccava il brano “Massimo” dedicato a Massimo Troisi, l’artista napoletano, a partire dal suo secondo album “Tammurriango” del 2008, ha intrapreso un percorso di riavvicinamento alla tradizione musicale campana, concretizzatesi nel 2012 con la pubblicazione di “Zingari Distratti” con il moniker Figlio d’ ‘o viento ad affiancare il suo nome in copertina. A distanza di quattro anni da quest’ultimo, Francesco Di Vicino prosegue il suo cammino con “Preta Santa”, disco nel quale ha raccolto undici brani autografi che nel loro insieme ampliano il raggio della sua ricerca sonora, aprendosi alle sonorità della world music. In questo senso determinante ci sembra l’apporto del folto gruppo di strumentisti che lo accompagna composto da Costantino Artiaco (basso e contrabbasso), Salvatore Abete (batteria), Teodoro Delfino (percussioni e tamburi a cornice), Tony Panico (sassofoni), Vittorio Cataldi (fisarmonica), Pasquale Nocerino (violino), Sergio De Angelis (batteria), Angelo Ruocco (tromba) e Marco Di Palo (violoncello). L’ascolto rivela tutta la dedizione e la passione con la quale il cantautore napoletano approccia il songwriting mantenendosi in un equilibrio perfetto tra influenze che spaziano dai Musica Nova ad Enzo Avitabile ed il suo originale approccio allo storytelling. Le canzoni di Di Vicino racchiudono istantanee di vita quotidiana, frammenti di attualità, ricordi personali e sguardi verso il passato, il tutto velato da un amaro disincanto come nel caso dell’inziale “Africa” o della sofferta “Sei Sette” in cui spicca la ciaramella di Mimmo Maglionico o ancora della riflessiva “Sto capenno”. Se la trascinante “Abballa” ci riporta alla mente le pagine di controstoria dell’unità d’Italia, la successiva “Nun te scurdà ‘e me” è una splendida ballata d’amore, a cui seguono in sequenza “Piccolo Bu”, “Canzone sciuè sciuè”, e “Quanno ‘o sole se ne va” nella quale fa capolino la voce narrante di Ciro Esposito. Il ricordi di infanza di “Sciallo d’’a nonna” e il raggio di speranza di “Dimane” ci conducono verso il finale in cui a spiccare è la title-track nella quale Di Vicino rilegge in modo personalissimo le profezie contenute nei libri di Daniele e dell’Apocalisse. “Preta Santa” è, insomma, un disco genuino ed intenso che non mancherà di appassionare i cultori della canzone d’autore made in Napoli. 


Salvatore Esposito

Sergio Arturo Calonego & Enrico Negro, Folk Club, Torino, 13 aprile 2017

Ci siamo già occupati di Calonego e Negro in occasione dell’uscita dei loro ultimi lavori “Dadigadì” e “Le memorie dell’acqua”. Il Folk Club di Torino ci ha offerto ora l'occasione per vederli condividere il palco per la prima volta. La comune passione per il chitarrista Pierre Bensusan li ha fatti incontrare nel febbraio dello scorso anno proprio tra i sedili di questo locale, ed è così che nasce questa prima collaborazione tra i due. L’occasione è certamente interessante per via delle personalità profondamente diverse dei due artisti. Enrico Negro ha alle spalle una ormai lunga carriera come chitarrista classico, soprattutto con il Vivaldi Guitar Trio, attività che da sempre affianca alle collaborazioni con ensemble di musica di estrazione popolare. Più tortuoso invece il percorso di Sergio Calonego che ha seguito un suo personalissimo iter artistico: partito dal blues si propone in seguito anche come autore e cantautore, e solo da ultimo si dedica alla chitarra acustica, dopo un percorso molto intimo e un lungo apprendistato svolto al chiuso “nel bagno di casa”, come ha ironicamente ricordato egli stesso nell’occasione. Il concerto si è svolto con due set separati per i due artisti, che si sono riuniti alla fine per un solo brano. 
Ha aperto la serata Enrico Negro con il brano che dà il titolo al suo ultimo disco, e diciamo da subito che “Le memorie dell’acqua” è forse in assoluto il brano che ci è piaciuto di più, una interpretazione molto convincente con uno stile ed un suono che a tratti ci ha piacevolmente ricordato il primo Alex De Grassi. La scaletta si è poi sviluppata con incursioni nel repertorio classico inframezzate da brani più vecchi del proprio repertorio come “Autunno Pedemontano” e “Cuoricino”. Certamente per i palati più fini la “Gnossienne n.1” di Erik Satie (da un adattamento per chitarra di Roland Dyens), mentre il Claudio Monteverdi di “Chi vol che m’innamori” ci ha riportato immediatamente allo spirito del John Renbourn più barocco, stavolta però al servizio della tradizione italiana e del grande compositore cremonese. Ma, a nostro avviso, è il folk il vero territorio dell’artista, ed è qui che Negro ci pare esprimersi al meglio, nella rivisitazione e nell’adattamento del reportorio musicale popolare. È il caso della reinterpretazione di due brani dei La Ciapa Rusa, storico gruppo piemontese di musica tradizionale attivo a cavallo degli anni ’70-’80, brani in cui Negro, insieme al brano di apertura, raggiunge la maggiore intensità interpretativa della serata. Chiude l’interpretazione strumentale di “A’ cumba” di Fabrizio De André e Ivano Fossati, un brano che nasce già per chitarra e con una forte ispirazione folk che ma che Negro reinterpreta stavolta, sorprendendoci, variando sensibilmente l’armonia e linea melodica con un approccio quasi jazzistico, confermando ancora una volta la non banalità delle proprie scelte e il proprio eclettismo. Enrico Negro si conferma artista maturo, capace di passare con scioltezza da uno stile all’altro. Ma riesce a dare il meglio nelle composizioni che coniugano l’ispirazione della musica popolare con la tecnica chitarristica classica. Ci piace sicuramente la sua capacità di accostare musica colta e tradizione popolare senza banalizzare la prima (Giovanni Allevi docet!)
 e nobilitando invece la seconda, senza restare imbrigliato nel formalismo della impostazione classica dello strumento, ma adattandosi invece anche alle piccole imprecisioni come un ostinato o un bordone, volutamente non sempre esatti, che rendono credibile i brani di ispirazione più folk. Sergio Arturo Calonego ha aperto il secondo set dimostrando subito un divertente istrionismo, raccontando anche la particolare storia sul come si sia avvicinato alla chitarra acustica (per chi volesse saperne di più rimandiamo a questa intervista su Fingerpicking.net), inoltre la curiosa scelta di accordare la chitarra “calante” a 432Hz, chitarra che Calonego suona esclusivamente con accordatura DADGAD (dalle sigle inglesi di Re La Re Sol La Re). La scaletta si è sviluppata alternando brani strumentali, “Seluna”, “Dissonata”, “Dadigadì” e brani cantati, “Suite r.” e “Darlin’”, quest’ultimo in inglese, lingua che sembra meglio esaltarne il grave timbro vocale e che ben si sposa con i cenni blueseggianti che l’artista spesso lascia trasparire nei brani. I brani strumentali dimostrano la frequentazione degli stili contemporanei della chitarra acustica, conditi da quegli effetti percussivi che sono ormai corredo di ogni chitarrista acustico contemporaneo, ma questi non prendono mai il sopravvento e rimane un preciso senso della melodia che ce lo fa apprezzare. 
Simpatico intermezzo è la medley di “Summertime”, Crossroads”, dell’ “Adagio in Sol minore” di Albinoni e un divertente accenno finale a … “Smoke on the Water”. Calonego gioca stavolta un po’ a fare la parodia del bluesman ed il pubblico apprezza anche questa capacità di non prendersi troppo sul serio. L’intreccio è sicuramente divertente ed efficace sul palco, l’artista mostra voglia di comunicare e di ricercare l’empatia con il pubblico. Senza mai eccedere, l’approccio è sincero e non serve a “mascherare” la musica” dietro le parole. In un caso la presentazione di un brano si fa più seria, e coincide con l’interpretazione che sicuramente ci ha colpito di più, lo strumentale “Dolcezza”; è il brano è sicuramente il più sentito ed ispirato, inoltre ha un sapore vagamente mediterraneo che lo fa distinguere dagli altri. La serata si conclude con l’unico brano suonato insieme dai due musicisti, “All along the watchtower” opportunamente “dylaniata” dalla cavernosa voce di Calonego. Serata piacevole, equilibrata dalla diversa personalità musicale dei protagonisti che ha donato varietà al programma. Una proposta di qualità, come da solida tradizione per il Folk Club, e due artisti interessanti e diversi, che vi consigliamo decisamente di andare a vedere se ve ne capita l’occasione. 


Pier Luigi Auddino

Storia della chitarra acustica solista pt.3

Gli anni ’80 – oltre la tradizione
Alla fine degli anni '70 e per tutti gli anni ’80 il posto che era stato della Takoma viene preso dalla casa discografica Windam Hill, fondata dal chitarrista William Hackerman (1949). La Windam Hill sarà la casa dei più importanti chitarristi di questo periodo: Alex De Grassi (1952) e Michael Hedges (1953-1997) sopra tutti, ma anche di altri ottimi musicisti come Michael Gulezian (1957). In essi la tecnica sullo strumento mostra ancora un deciso passo in avanti, mentre la complessità compositiva, che si stacca ormai nettamente dalle radici del blues acustico, rivela ora le influenze della musica colta e del jazz, nel tentativo di creare una sorta di “forma orchestrale su sei corde”. Caratteristica comune a molti chitarristi di questa generazione è anche lo sviluppo di quegli stili percussivi sullo strumento che sono oggi corredo di quasi ogni chitarrista acustico e, grazie anche alle migliori tecniche di registrazione e amplificazione, lo sviluppo anche sulla chitarra acustica della tecnica del tapping, che proprio in quegli anni si diffonde ma che fino a quel momento era prerogativa dei soli chitarristi elettrici 1. A parte va citato il caso del chitarrista francese Pierre Bensusan (1957), che a soli 17 anni si rivela al pubblico come talento precoce. 
La sua musica segue un percorso molto personale, legato più alla cultura del folk europeo, senza seguire troppo l'onda dello sviluppo tecnico sullo strumento, ma privilegiando piuttosto uno spiccato lirismo compositivo.

Chitarristi contemporanei
Negli ultimi anni lo sviluppo degli approcci compositivi segna una battuta d’arresto. I chitarristi dell’ultima generazione, indicativamente dagli anni’90 in poi, sono tutti per lo più degli stilisti: virtuosi dello strumento che esaltano e perfezionano approcci musicali che non sono però del tutto originali. Il livello di raffinatezza come esecutori ormai è sempre notevole e raggiunge i vertici con Peppino D’Agostino (1951) e Preston Reed (1955) e che mostrano tutta l’eredità della scuola Windham Hill. Woody Mann (1953) è invece il più legato al fingerpicking classico mentre Tommy Emmanuel (1955), dopo una prima parte della propria carriera come chitarrista elettrico, si è poi definitivamente convertito alla chitarra acustica diventando ad oggi certamente il chitarrista più popolare ed ammirato, anche per una notevole abilità tecnico-percussiva.

In Italia 
Già dalla fine degli anni '70 assistiamo alla formazione di una piccola ma dignitosissima schiera nostrana di chitarristi acustici. Oltre al già citato Peppino D’Agostino, che è ormai da considerarsi a tutti gli effetti statunitense, i nomi più importanti sono quelli di: Maurizio Angeletti, il più legato all'esperienza di Fahey e della sua "scuola" insieme a Roberto Menabò; Riccardo Zappa che, animato da un vivace eclettismo, arriva spesso a sperimentare le più diverse sonorità; Franco Morone lirico e arioso, il più vicino al modello di Renbourn assieme a Giuseppe Leopizzi; il già citato Beppe Gambetta, il campione del bluegrass nostrano. Dalla metà degli anni ’90 la più recente schiera di chitarristi italiani si è notevolmente infoltita grazie anche al contributo di numerosi chitarristi che talvolta arrivano da esperienze musicali diverse: Paolo Giordano, Stefano Nobile, Armando Corsi, Giovanni Pelosi, Daniele Bazzani, Pino Forastiere, Luca Francioso, Roberto Dalla Vecchia, Walter Lupi e molti altri.

Considerazioni attuali
Negli ultimi anni le reali novità paiono veramente poche e lo sviluppo creativo della musica per chitarra acustica solista sembra purtroppo essersi fermato 2
Molti dei musicisti di oggi possiedono un livello tecnico ottimo ed invidiabile, ma troppo spesso manca loro un'autentica spinta innovativa, magari capace di rileggere la tradizione per guardare avanti. Troppi musicisti infatti si relegano nella riproposizione degli stessi stilemi, sempre più raffinati e stilizzati fino al parossismo, scadendo però a volte in una sorta di paradossale "pop acustico"! La musica per chitarra acustica rischia, e purtroppo spesso già accade, di diventare una musica ad uso "esclusivo" dei chitarristi, incapace di rivolgersi ad un pubblico più ampio e "non preparato", a volte un'esibizione compiaciuta di tecnica e acrobazie percussive spettacolari che, seppure sul momento possono incantare il pubblico, di fatto sacrificano la melodia e la composizione all'effetto spettacolare e alla lunga allontanano invece l’ascoltatore da una musica che si mostra troppo "altra" e "poco musicale" in senso stretto. Un esercizio di stile e tecnica insomma che può mascherare una povertà di idee compositive anche drammaticamente profonda. All'origine di ciò sta probabilmente un malinteso. Il tentativo di ampliare le possibilità espressive della chitarra porta di fatto a costringere approcci non chitarristici sullo strumento che, se non sapientemente dosati, sacrificano la composizione all'effetto timbrico e ritmico, o addirittura puramente “scenico”. 
Forse si dovrebbe piuttosto accettare che la chitarra è uno strumento intrinsecamente limitato in alcune possibilità, soprattutto armoniche, e che invece entro quei limiti è da ricercare, e si spera qualche volta "trovare", la massima creatività ed espressività. Credo vada considerato pure un fatto strettamente economico: suonare la chitarra da sola “costa poco”. L’ingaggio di un musicista per una esibizione dal vivo è certamente inferiore a quanto sarebbe avendo altri musicisti al seguito, mentre pur con un ingaggio ridotto il margine di guadagno per il singolo musicista può risultare anche maggiore, il che, unito ad un impegno organizzativo sia tecnico-pratico che orchestrale praticamente nullo, attrae alcuni musicisti verso la forma del “concerto solo” di chitarra acustica, e non necessariamente, a mio avviso, per una scelta squisitamente artistica. Ciò è più evidente in quei chitarristi che non si riconoscono, o comunque non mostrano nella propria musica, una dimestichezza con la dimensione propriamente "acustica" dello strumento, e che provengono per lo più da esperienze e tradizioni musicali diverse, classica, jazz, rock o addirittura pop, ma che trovano nella chitarra acustica uno mezzo idoneo allo sviluppo di una personale dimensione artistica, e sfruttano appieno invece le potenzialità dei più recenti sistemi di amplificazione e di conseguenza anche le tecniche mutuate dalla chitarra elettrica.



Pier Luigi Auddino


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1 Il primo uso sistematico ed efficace del tapping su chitarra elettrica lo si può ascoltare nel disco omonimo dei Van Halen (1978) ad opera del chitarrista Eddie Van Halen,che diede immensa popolarità a questa tecnica e imponendo una svolta decisiva per l’evoluzione stilistica della chitarra elettrica. Si ascolti soprattutto il brano Eruption.
2 Non si vorrebbe essere tacciati di passatismo, né apparire come uno dei tanti laudatores temporis acti. Piuttosto vale per la musica acustica una considerazione spesso riferita ad altri generi come il blues, il jazz o il rock che pure dimostrano una vitalità e una capacità di reinventarsi a mio avviso maggiore, per quanto ridimensionata rispetto all’esplosione incessante di nuove idee che si è registrata fino alla fine degli anni settanta.