BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

lunedì 27 febbraio 2017

Discografia consigliata della chitarra acustica

Questa discografia non vuole essere né completa per i generi, né esaustiva per la produzione dei singoli artisti. Altro non è che una guida minima che traccia i momenti fondamentali della musica per chitarra acustica attraverso i protagonisti citati. Una guida quindi volutamente non completa, ma comunque abbastanza ampia, capace di dare il senso dell'evoluzione di un genere attraverso i dischi, a mio avviso, più importanti. Il semplice curioso che vorrà avere un'idea di cosa sia la musica per chitarra acustica troverà qui elencati i dischi più rappresentativi dei singoli artisti nei diversi generi trattati. Chi invece si dovesse appassionare a questa musica troverà un punto di riferimento iniziale per approfondire in seguito le personalità dei singoli protagonisti.

Robert Johnson
King of the Delta Blues Singers - Columbia 1961
Mississipi John Hurt
Worried Blues - Rounder 1963
Today - Vanguard 1966
Last Sessions - Vanguard 1972
Rev. Gary Davis
Harlem Street Singer – Prestige Bluesville 1960
Say No to the Devil - Prestige Bluesville 1961
Doc Watson
Doc Watson – Vanguard 1964
Southbound – Vaguard 1966
Clarence White
- con i Kentucky Colonels
Long Journey Home – Vanguard 1964
Appalachian Swing – Rounder 1964
- solista
33 Acoustic Guitar Instrumentals – Sierra 2000
Nitty Gritty Dirt Band
Will the Circle Be Unbroken - EMI 1972
John Fahey
Dance of Death and Other Plantation Favourites - Takoma 1964
The Transfiguration of Blind Joe Death - Takoma 1965
Vol. 4: The Great San Bernardino Birthday Party - Takoma 1966
Requia & Other Compositions for Guitar Solo - Vanguard 1967
The Voice of the Turtle - Takoma 1968
The Yellow Princess - Vanguard 1969
America - Takoma 1971
Live in Tasmania - Takoma 1981
Robbie Basho
The Seal of the Blue Lotus - ACE 1965
The Grail and the Lotus - Takoma 1966
Venus in Cancer - Tompkins Square 1969
Vision of the Country - Windham Hill 1979
Leo Kottke
6&12 String Guitar - Takoma 1969
Greenhouse - Capitol 1972
My Feet are Smiling (live) - Capitol 1973
Peter Lang
The Thing at the Nursery Room Window - Takoma 1973
Lycurgus - Flying Fish 1975
John Renbourn
John Renbourn - Transatlantic 1965
Bert & John [con Bert Jansch] - Transatlantic 1966
Another Monday – Castle Music 1967
Sir John Alot of – Shanachie 1968
Faro Annie - Transatlantic 1971
The Hermit - Shanachie 1976
The Black Balloon - Shanachie 1979
Bert Jansch
Bert Jansch - Transatlantic 1965
It don't Bother Me - Transatlantic 1965
Jack Orion - Transatlantic 1966
Nicola - Transatlantic 1967
Birthday Blues - Transatlantic 1969
Rosemary Lane - Transatlantic 1971
Norman Blake
Back Home in Sulphur Springs – Rounder 1972
The Fields of November - Flying Fish 1974
Wiskey Before Breakfast – Rounder 1976
Dan Crary
Bluegrass Guitar – Sugar Hill 1970
Lady’s Fancy – Rounder 1977
Guitar – Sugar Hill 1983
Tony Rice
Skaggs & Rice - Sugar Hill 1980
Backwaters – Rounder 1980
Church Street Blues – Sugar Hill 1983
Alex De Grassi
Turning: Turning Back - Windham Hill 1978
Slow Circle - Windham Hill 1979
Clockwork - Windham Hill 1981
Southern Exposure - Windham Hill 1984
Michael Hedges
Breakfast in the Field - Windham Hill 1981
Aerial Boundaries - Windham Hill 1984
Taproot - Windham Hill 1990
Oracle - Windham Hill 1996
Michael Gulezian
Unspoken Intentions - Takoma 1980
Distant Memories and Dreams – CD Baby 1992
Pierre Bensusan
Pres de Paris – Cezame 1975
Pierre Bensusan 2 – Cezame 1977
Musiques - Cezame 1979
Solilaï - CBS 1981
Spices - BFM 1988
Intuite - Dadgad Music 2001
Peppino D’Agostino
Acoustic Spirit – Shanachie 1987
Close to the Heart - Mesa 1994
A Glimpse of Time Past - Acoustic Music Records 1999
Woody Mann
Stories - Greenhays 1994
Stairwell Serenade - Acoustic Music Records 1995
Preston Reed
Metal - Solid Air Records 1995
Tommy Emmanuel
Midnight Drive - Higher Octave 1997
Only - Southbound 2000
Endless Road - Favored Nations 2005

Chitarristi Italiani
Maurizio Angeletti
Windows Over the Stream - Old Tennis Shoes 1981
Go Fly a Kite – Moondance 1983
Roberto Menabò
A bordo del Conte Biancamano – Cocò Dischi 1985
Riccardo Zappa
Celestion – Divergo 1977
Chatka – Divergo1978
Trasparenze – DDD 1980
Beppe Gambetta
Dialogs – Brambus 1988
Good News from Home – Green Linnet 1995
Traversata – Acoustic Disc 2001
Blu di Genova - Gadfly 2002
Franco Morone
Stranalandia – DDD 1990
Guitarea – Acoustic Music 1994
The South Wind – Acoustic Music 1996
Melodies of Memories - Acoustic Music 1998
Giuseppe Leopizzi
- con gli Aes Dana
The Far Coasts of Sicily – Hi Folks 1987 (rist. The Far Coasts… & Lost Tracks Folkclub Ethnosuoni 2008)
- come Licia Consoli & Giuseppe Leopizzi (arpa e chitarra)
Nierika – DDD 1990

Bibliografia

Esistono in commercio molti manuali di chitarra acustica che affrontano lo strumento da un punto di vista tecnico pratico, ma manca parallelamente pubblicazioni con un approccio di tipo storico e teorico musicale realmente divulgativo. Questi manuali spesso forniscono analisi dettagliatissime sui particolari esecutivi, ma non è sempre facile così ricostruire il senso del progresso storico delle tecniche e degli stili, tralasciano del tutto i principi compositivi degli autori originali o la tradizione formale alla base degli standards. Ho preferito quindi indicare pochissimi titoli, non tutti facili da trovare in verità, che rappresentano però a mio avviso un sincero e riuscito tentativo di trattare un'arte non colta come un'arte nobile, con una sua specifica estetica e dignità artistica.

Mario Baroni, Enrico Fubini, Paolo Petazzi, Piero Santi, Gianfranco Vinay, Storia della Musica, Milano – Einaudi 19993.
Arrigo Polillo, Jazz, Milano – Mondadori 19832 (rist. con aggiornamenti a cura di Franco Fayenz).
Amiri Baraka (Leroi Jones), Il Popolo del Blues. Sociologia degli Afroamericani Attraverso il Jazz. Milano - Shake 1994 (tit. or. Blues People. The Negro Experience in White America and the Music that Developed from it, New York – Morrow & Co. 1963).
Paul Oliver, La Grande Storia del Blues, Milano – Anthropos 1986, (tit. or. The Story of The Blues, London - Barrie & Jenkins 1969). Questa traduzione purtroppo non è stata mai più ristampata; attualmente è disponibile La Grande Storia del Blues, Milano – Polo Books 2002, che è però una versione ridotta e rimaneggiata dell’originale, decisamente sconsigliata anche per alcuni evidenti refusi di stampa.

I seguenti libri sono ormai piuttosto difficili da reperire, ma per il loro valore, anche a distanza di tempo, meritano ancora di essere segnalati per chi avesse la fortuna di trovarli.

Fabrizio Venturini, Sulle Strade del Blues, Milano – Gammalibri 1984.
Maurizio Angeletti, American Guitar, Milano – Gammalibri 1984.
Roberto Menabò, John Fahey, Bologna – Lapis Lapsus 2002.

Internet e riviste
Per chi non conosce l'inglese i siti e le riviste in italiano veramente interessanti sono pochi. La conoscenza dell’inglese dà la possibilità di accedere certamente ad una quantità di informazioni enormemente maggiore, e spesso non mediate. Qui una selezione necessariamente ridotta rispetto al mare magnum di informazioni che è possibile trovare in rete.

La rivista di settore più autorevole, pubblicata negli Stati Uniti. Interventi sempre autorevoli e approfonditi, tanto nelle recensioni quanto negli articoli e nelle prove degli strumenti. Un punto di riferimento. Da avere sempre sott’occhio per stare al passo ed essere aggiornati con le ultime novità.

In un certo senso il corrispettivo inglese di Acoustic Guitar. Rivista molto ben curata in tutti i suoi aspetti, naturalmente con un occhio di riguardo per i musicisti di casa (Europa) nostra.

Questo è un sito generalista. Le schede dei singoli musicisti sono però vastissime e sempre molto curate. Ricchissimo di informazioni e con la possibilità di ritrovare la discografia. Generalmente molto affidabile ma, come tutte le informazioni che si trovano in rete, non è da prendere con certezza assoluta.

Il sito fondato da Reno Brandoni è ormai la “casa virtuale” dei chitarristi acustici italiani. È possibile trovare articoli, recensioni, prove di strumenti, materiale didattico e quant’altro. Inoltre attivo nella promozione di attività e incontri musicali. Strettamente correlata al sito è la rivista Chitarra Acustica.

Da sito di Stefan Grossman segnalo il forum, frequentatissimo, dove potrete trovare probabilmente una risposta a qualunque domanda vi passi per la mente, dai musicisti agli strumenti alla tecnica e quant’altro.

mercoledì 22 febbraio 2017

Numero 295 del 22 Febbraio 2017

Ben ritrovati con Blogfoolk! Come sempre musica a 360 gradi, con nuove proposte editoriali. Iniziamo a parlare del nostro numero 295, presentando “Il Cantautore Necessario”, appassionato viaggio attraverso la canzone d’autore italiana, nato dalla collaborazione tra Edoardo De Angelis e il chitarrista Michele Ascolese. Nell’incontro con il cantautore romano si discute di motivazioni, repertorio e arrangiamenti di questo nuovo progetto. Tocca poi a “Rapsodia Toscana” di Orio Odori, originale omaggio, tra musica contemporanea e jazz, allo storico archivio di canti tradizionali raccolti da Dante Priore. La sezione world si apre con “Sun Celebration”, che segna il ritorno della folk trance minimale dei Warsaw Village Band, il nostro Disco Consigliato della settimana. Si continua con un corposo speciale, che prende in esame le più recenti produzioni roots rock e blues con le recensioni dei dischi di Andrea Schroeder, Rodrigo Leão & Scott Matthew, Jono Manson, Will T. Massey, John McEuen, Luke Wilsow-King, Seth Lakeman, Chris Cohen, Old Fire, Country Lips, Rachel Sage. La lettura che vi proponiamo è “Del Sangue e Del Vino” (edito da Rubbettino), esordio da romanziere di Ettore Castagna, musicista ben noto, fondatore dei Re Niliu, docente di antropologia, studioso dei fenomeni coreutici calabrese, nonché didatta della lira calabrese. Proprio la riflessione antropologica è il motore di questo scritto visionario, nel quale si intrecciano molteplici elementi: dal racconto storico al fantastico, dagli spunti etnografici all’affabulazione orale, senza dimenticare, naturalmente, la musica della lira, per narrare l’epica dal basso di tre generazioni di greci in Aspromonte. Per la musica dal vivo, invece, nell’intervista a Stefano Saletti, si parla della seconda edizione del Festival Popolare Italiano, che andrà in scena a Roma da marzo a maggio 2017. Il focus sulla musica nostrana della rubrica Italian Sounds Good è dedicato all’ottimo “Creature Selvagge”, esordio degno di nota de Lastanzadigreta. Sul versante jazz, vi presentiamo “Day Dreams” del pianista Rick Cutler. In conclusione, la nostra controcopertina, che segna anche un’importante novità nel nostro palinsesto: la rubrica “Corzani Airlines”, nella quale ogni settimana il musicista, giornalista e voce di Radio 3 RAI, Valerio Corzani, ci offrirà un ritratto di un personaggio della world music. Si parte con Hugh Masekela. Buona lettura!

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


COVER STORY
VIAGGIO IN ITALIA
WORLD MUSIC
LETTURE
I LUOGHI DELLA MUSICA
ITALIAN SOUNDS GOOD
SUONI JAZZ
CORZANI AIRLINES

L'immagine di copertina è un'opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Edoardo De Angelis e Michele Ascolese – Il Cantautore Necessario (Helikonia/Egea, 2016)

Figura centrale della scuola cantautorale romana, Edoardo De Angelis a partire dagli esordi nei primi anni Settanta, ha dato vita ad un percorso artistico di alto profilo, tanto attraverso i suoi dischi e i suoi concerti, quando per la sua attività di produttore che lo vide tenere a battesimo i primi due album di Francesco De Gregori, di discografico con l’etichetta Cantare In Italiano e le tante collaborazioni con artisti del calibro di Mina, Riccardo Cocciante, Lucio Dalla e Sergio Endrigo. Da raffinato esperto e cultore di canzone d’autore si è occupato anche di diverse rubriche giornalistiche come “Scuola di cantautore" per Ciao 2001 e “Ritratto d’autore” per Blu, mentre al fianco di Sergio Endrigo  è stato titolare di una serie radiofonica sulla storia della canzone d'autore per Rai Radio1. A tre anni di distanza dalla pregevole raccolta “Non Ammazzate Anna”, il cantautore romano torna con “Il Cantautore Necessario”, disco realizzato in coppia con il chitarrista Michele Ascolese che lo vede rileggere alcuni classici della canzone italiana, coniugando le sue eccellenti doti di interprete con una operazione di grande spessore culturale. Lo abbiamo intervistato per approfondire questo nuovo progetto discografico, soffermandoci sulla scelta dei brani e degli arrangiamenti, non senza dimenticare alcune riflessioni sullo stato dell’arte della musica di casa nostra.

Com’è nata l’idea di realizzare il progetto “Il Cantautore Necessario”?
Ho sempre avuto attenzione, cura, rispetto, amore per l’opera dei grandi cantautori italiani, e molte delle loro canzoni hanno fatto parte delle scalette dei miei concerti, soprattutto quelle di Fabrizio De Andrè, Luigi Tenco, Sergio Endrigo, Piero Ciampi, Enzo Jannacci, Giorgio Gaber. Qualche anno fa, volendo prepararmi per una rassegna dedicata a Tenco, andai a cercare le pubblicazioni delle sue canzoni nel più famoso e fornito negozio del centro di Roma. Alla mia richiesta, il commesso replicò con una faccia strana, come se avessi chiesto… la luna. Disse che non aveva nulla di Tenco in scaffale, e che poteva provare a reperire qualcosa in magazzino. Così fece, e tornò con un solo volumetto, impolverato e spiegazzato, come se avesse compiuto un’impresa … ecco, forse Il Cantautore necessario è nato in quel momento, per restituire alla memoria, portare all’attenzione una parte importante della nostra cultura, non conosciuta, o dimenticata.

Il disco esce in coppia con il chitarrista Michele Ascolese e la produzione di Francesco De Gregori. Ci puoi raccontare come ha preso vita questa fortunata alchimia sonora?
Avevo bisogno di un supporto di suoni e idee non comune, che arrivasse da qualcuno che, come me, avesse condiviso questa cultura e questa musica dalla posizione del palco e delle registrazioni: 
nessuno, più di Michele Ascolese, poteva identificarsi con questa figura. De Gregori invece è stata una bella, una bellissima sorpresa. Gli parlai di questa idea, in uno dei nostri momenti conviviali, e sembrò entusiasta, tanto che mi azzardai a chiedergli se volesse darmi una mano, assistenza, consigli. Francesco accettò, e devo dire che da quel momento ha svolto il suo lavoro di produttore artistico con estrema attenzione e con grande sensibilità. Scontata, ovviamente, la straordinaria professionalità … e un’esperienza non comune … tra l’altro, non passano certo inosservate le sue partecipazioni, con l’armonica in una delle introduzioni di Ascolese, e con la voce nella canzone di Dalla, “La Casa in Riva al Mare” … una bella firma d’autore, no?

Come avete selezionato i brani da rileggere?
Appunto in questo modo, spesso a tavola o passeggiando insieme. La scelta, su consiglio di Francesco, è stata tutta “di cuore”. Sua la scelta di molti brani, e completa l’intesa su tutti. Non eravamo riusciti a trovare un brano adatto di Paoli, ma in quel caso particolare è arrivato in aiuto Ascolese, con la proposta di un brano quasi sconosciuto, però in effetti adatto … alle sue e alle mie corde … Tutto entusiasticamente condiviso con il mio discografico ed amico Valentino Saliola, titolare di Helikonia.

Quali sono le sfide e le difficoltà nell’intraprendere e portare a termine con successo un viaggio nella canzone d’autore italiana?
Nessuna difficoltà, se si parte dall’amore e dal rispetto. La sfida sta nell’arrangiare, suonare e cantare questa canzoni evitando accuratamente due opzioni: rimanere incollati all’originale e stravolgere. Noi le abbiamo raccontate, in maniera semplice, essenziale, a modo nostro, spesso suonando e cantando in diretta, insieme, come in un concerto. Le sensibilità di Ascolese e mia si sono abbracciate, alleate, complici, in un atto prevalentemente sentimentale.

Nel disco sono presenti anche alcuni brani strumentali. Ci puoi raccontare come è nata l’idea di inserirli?
E’ stata una mia idea, quella di proporre a Michele di trovare delle espressioni musicali che arrivassero da lui, a introdurre alcune delle dodici canzoni, sei, per l’esattezza. Mi piaceva attualizzare il momento musicale, dare a Michele l’opportunità di esprimere il suo forte talento espressivo anche nella composizione di minuscoli brani aggiunti, “intonati” alla canzone di riferimento. Puoi ascoltarli, sono veri gioielli …

Quali sono state le sensazioni e le emozioni che hai provato nell’approcciare questo repertorio?
Prima amore, sentimento, grande desiderio di provarmi. Poi, la scoperta dell’intesa con Michele, di quello che nasceva tra il suono delle corde e quello della voce, come si univano, con leggerezza ma con un preciso significato … la realizzazione di un pensiero vero, fondato …

Ascoltando il disco si nota chiaramente come sei riuscito non solo a rendere omaggio a questi brani storici, ma allo stesso tempo a farli tuoi, rileggendoli attraverso la tua cifra stilistica. Quanto è importante nell’opera di rilettura, sentire un brano come proprio, interiorizzarlo?
E’ molto importante, fondamentale. Non avrebbe senso, almeno per me, rendere un brano esattamente come lo aveva realizzato l’autore venti, trenta anni fa. Ma sarebbe ugualmente sbagliato allontanarsi, fare “un’altra cosa”. Il segreto è di avvicinarsi, accarezzare, indovinare il sentimento originale, e cercare di riviverlo, con la propria sensibilità. Così questa si aggiunge a quella dell’autore originale, in una nuova espressione, che però contiene anche quella iniziale.

Ho letto la scelta di rileggere alcuni brani del repertorio storico della canzone d’autore italiana come un invito al pubblico a riscoprire e a ritornare su quelle composizioni...
Sì, esatto, hai letto bene. Non è un momento esaltante per la vita del Paese, gli aspetti culturali, la memoria, le radici sembrano essere particolarmente trascurati, non avere importanza. Il Cantautore Necessario è un atto di presenza, di richiamo, è la volontà di riportare attenzione, e memoria, a canzoni e artisti che hanno partecipato fortemente alla formazione del nostro edificio culturale, non solo dal punto di vista sentimentale, ma anche sociale, storico, politico.
Senza voler considerare che la canzone d’autore è ancora oggi uno dei luoghi nei quali viene difesa e riproposta la nostra lingua …

Da cantautore e studioso della canzone d’autore. Come giudichi l’attuale situazione della musica italiana con tante eccellenze relegate al pubblico dei cultori, e una scena mainstream di assoluta pochezza come dimostra l’ultimo Sanremo?
Le proposte musicali attuali corrispondono al triste e povero medioevo che stiamo vivendo. Nella gran parte provengono dall’industria della comunicazione, e generano personaggi a scadenza di uno o due anni, pronti a essere rimpiazzati. La canzone d’autore però esiste, sotto la cenere c’è ancora una memoria viva del fuoco. 
Dopo i De Gregori e i Fossati, c’è stata un’ottima generazione alla quale appartengono ad esempio, Samuele Bersani e Niccolò Fabi. E poi c’è un futuro già presente. Io mi sto occupando della produzione di una giovane artista siciliana, di Palermo, che trovo sorprendente: un ponte tra la migliore tradizione dei cantautori italiani, e la freschezza dei ragazzi di oggi. Viene dal Conservatorio, ha studiato e studia il pianoforte, scrive (bene) testo e musica, parla di sentimenti e di costume in maniera semplice e profonda. Si chiama Giulia Catuogno, in arte sarà semplicemente Giulia. Andremo in studio a Roma tra fine marzo e aprile per la sua opera prima…

Concludendo, per quanti non hanno ancora avuto la fortuna di ascoltare dal vivo questo nuovo disco, ci puoi raccontare come sono i concerti in cui presenti “Il Cantautore Necessario”…
Certo, con piacere. Il concerto si può presentare in più formule. La prima, la più semplice, è la solita mia, quella di un recital da solo, voce e chitarra, tra canzoni e racconto, storie, aneddoti, dialogo con il pubblico. La seconda risponde all’espressione dell’album: Michele ed io a raccontare i brani, e le nostre rispettive, molteplici esperienze a contatto con i protagonisti originali dei brani. La terza è un vero e proprio teatrale, Talk Radio – Il Cantautore Necessario, nel quale si immagina che il cantautore, come un novello “carbonaro”, sia costretto dal costume comune e attuale a diffondere le sue canzoni di nascosto, tramite una piccola radio che opera di notte, trasmettendo da una cantina … un’immagine non troppo lontana dalla realtà. Nelle grandi occasioni – e voglio qui ricordare il prossimo concerto del 6 aprile nella Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica di Roma – Michele ed io siamo “assistiti” dagli altri musicisti che hanno preso partte alla realizzazione dell’album: Primiano Di Biase al pianoforte, Simone “Federicuccio” Talone alle percussioni, Alessandro Tomei al sax, Edoardo Petretti alla fisarmonica. Aspetto tutti gli amici il 6 aprile all’Auditorium!


Edoardo De Angelis e Michele Ascolese – Il Cantautore Necessario (Helikonia/Egea, 2016)
Realizzato con la direzione artistica di Francesco De Gregori, “Il Cantautore Necessario” è il nuovo progetto discografico di Edoardo De Angelis, il quale ha unito le forze con Michele Ascolese, storico chitarrista di Fabrizio De Andrè, per dare vita ad uno straordinario percorso sui sentieri della canzone d’autore italiana attraverso le riletture di dodici classici, a cui si aggiungono cinque brani strumentali a creare una ideale cornice sonora. Si tratta di un vero e proprio atto d’amore, un omaggio all’urgenza creativa alla base del far canzone e ciò emerge con forza sfogliando il booklet che raccoglie ricordi ed aneddoti del cantautore romano legati ad ogni canzone ed al rispettivo autore. A caratterizzare ogni brano sono arrangiamenti eleganti arrangiamenti acustici in cui le trame intessute dalla chitarra di Michele Ascolese incorniciano alla perfezione il cantato intenso ed evocativo di De Angelis. A completare l’architettura sonora, curata da Antoniomaria Cece, sono il pianoforte e l’organo Hammond di Primiano Di Biase, le percussioni di Simone “Federicuccio” Talone, il sax tenore di Alessandro Tomei e la fisarmonica di Edoardo Petretti. Si parte con la struggente versione de “La canzone dell’amore perduto” di Fabrizio De André a cui segue il breve frammento “Oltre il muro” che ci introduce ad una pregevole rilettura di “Amara Terra Mia” di Domenico Modugno. Lo strumentale “Décembre” firmato da Primiano Di Biase ci conduce alla pianistica “Santa Lucia” dal songbook di Francesco De Gregori in cui spicca l’ottima prova vocale di De Angelis. Si prosegue con la bella resa di “Cosa portavi bella ragazza” di Enzo Jannacci e lo strumentale “Tango Solitario” che funge da perfetta overture per “Io e te Maria” di Piero Ciampi, dove spicca la pregevole trama chitarristica di Ascolese. Il vertice del disco arriva con “Io che amo solo te” di Sergio Endrigo e “Fratello che guardi il mondo” di Ivano Fossati che De Angelis rilegge con passione e trasporto. Se ne “La voce di tua madre” fa capolino la partecipazione di Neri Marcorè, dal repertorio di Giorgio Gaber viene ripresa “Porta Romana” che insieme all’evocativo interludio di “Ortigia” in cui spicca l’armonica suonata da Francesco De Gregori ci conduce verso il finale con “Il mare, il cielo, un uomo” di Gino Paoli e “La casa nel parco” di Bruno Lauzi. “La casa in riva al mare” di Lucio Dalla cantata con Francesco De Gregori e “Se Stasera Sono Qui” di Luigi Tenco chiudono un disco al quale dedicare grande attenzione non solo per il suo valore intrinseco ma anche per la sua importante portata culturale.


Salvatore Esposito

Orio Odori – Rapsodia Toscana. Echi e suggestioni di canto dall’Archivio Dante Priore (Nota, 2016)

Considerata una delle raccolte di fields recordings di riferimento per lo studio della cultura contadina della Toscana del Novecento, l’Archivio di Dante Priore è andatosi componendo negli anni, attraverso il suo lavoro di insegnante al fianco dei suoi alunni, sensibilizzati alla riscoperta delle radici della tradizione orale della loro terra. In particolare, nonni e genitori dei suoi allievi sono stati i primi informatori di questa straordinaria opera di ricerca, intrapresa nel territorio del Valdarno battuto palmo a palmo, con un registratore tascabile, per catturare storie, aneddoti, canti, leggende e poesie in ottava rima, e perfezionatasi pian piano con un approccio scientifico ed antropologico sempre più accurato. Questo prezioso corpus di documenti che cristallizzano l’identità culturale toscana è stato oggetto di numerose pubblicazioni discografiche, a cui si aggiunge “Rapsodia Toscana. Echi e suggestioni di canto dall’Archivio Dante Priore” di Orio Odori, clarinettista e compositore toscano con alle spalle un articolato percorso artistico speso tra collaborazioni eccellenti con artisti come Arlo Bigazzi, Roger Eno, Paolo Lotti, Arturo Stalteri e Hector Zazou e fortunate esperienze in ambiti musicali differenti tra musica classica, contemporanea e jazz, tra cui non possiamo non citare Harmonia Ensemble e La Banda Improvvisa. Presentato dal vivo in prima assoluta il 28 ottobre del 2016 presso l’Auditorium Le Fornaci di Terranuova Bracciolini (Ar), il disco nasce da un’idea dello stesso Priore come scrive nelle note di copertina il musicista toscano: “Ho lavorato molto nell'ambito della musica da camera, con programmi a volte anche impegnativi per gli ascoltatori; fra il pubblico, anche se non numeroso, c'era quasi sempre Dante Priore, che, ho saputo dopo trent'anni registrava con piccoli e nascosti attrezzi. Poi, le nostre strade si sono divise, ho iniziato a lavorare nella composizione, sperimentando e incontrando di tutto: da zingari macedoni a Zappa, da bande di tutti i tipi a trio clarinetto, violoncello e pianoforte all'opera lirica. Ad un concerto con musiche mie dedicate alla poesia di Aldo Palazzeschi rivedo Dante Priore. Mi convoca a casa sua, mi accoglie una musica. In questo cd vive una sua idea. La sua ricerca-raccolta di brani popolari, che è durata quarant'anni ha prodotto ore e ore di melodie che cullano testi e poesie, filastrocche e contrasti, canzoni narrative, ottava rima e stornelli eseguite da cantori che lui chiama informatori. Ho capito solo molto più tardi quello che Dante Priore mi ha chiesto e quello che abbiamo fatto, rubando una sua frase: "Gli stregoni possono morire solo quando lasciato la propria eredità, sapienza e conoscenza, io ora posso farlo, perchè ho consegnato a Orio quelle melodie che ho "scoperto" e che ci tenevo fossero valorizzate". Il risultato è un disco di rara bellezza e suggestione nel quale Orio Odori rielabora alcune tra le melodie e canti raccolti da Dante Priore attraverso la sua originale visione musicale che mescola influenze e stili differenti, partendo dagli stilemi della musica classica. Il disco, registrato da Lorenzo Chiarabini, si articola su sei brani, eseguiti dallo stesso clarinettista toscano accompagnato per l'occasione da un eccellente sestetto composto da Maria Rossi (flauto), Giacomo De Simonis (fagotto), Raffaele Chieli (tromba), Diana Colosi (arpa), Damiano Puliti (violoncello) e Sergio Odori (percussioni) a cui si aggiunge il sax di Adele Odori a sottolineare le connessioni con il pop e il jazz. Aperto dalla superba versione strumentale de "La ballata di Sante Caserio", dedicata al giovane anarchico giustiziato a Lione nel 1894 per aver pugnalato il Presidente della Francia, Carnot, il disco entra nel vivo con la lunga suite "Rapsodia" che si snoda attraverso atmosfere musicali differenti mescolando antiche ballate ("Ninna nanna, fante"), melodie devozionali ("Bianca Regina Fulgida), canti anarchici ("Su fratelli, e su sorelle") e di lotta ("La storia di Antonio del Vino"), canzoni satiriche ("Le fabbrichine") e da ultimo poesie in musica struggenti ("La Tea fa il bucato"). Se “Giga” evoca gli stornelli "botta e risposta", la successiva “Promenade” è un'altra elegante suite in cui convergono storie e ballate tradizionali. L'omaggio a Costantino Nigra con “Cecilia” ci conduce verso alla conclusiva “Donne” in cui Odori propone una serie di ritratti femminili attraverso il canto femminista "Quell'uccellino del Po", la ballata toscana "E quando vai in Maremma", e le splendide evocazioni di "Soldatin della Vigna Nuova" e "La bella Venezia". Insomma, "Rapsodia Toscana" è un disco da ascoltare con grande attenzione per cogliere tutta la potenza ispirativa della tradizione popolare nell’incontro con la musica colta. 


Salvatore Esposito

Warsaw Village Band – Sun Celebration (Jaro, 2017)

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Quando sul finire degli anni Nvanta entrò in scena, la Kapela ze wsi Warzsawa – più nota nel circuito world music con il nome inglese di Warsaw Village Band – si impose per la sua arditezza hardcore-folk e una certa dose di spiritualità con cui dava nuova pelle alle musiche di tradizione orale polacche coniugando stili e timbri pastorali e contadini (con strumenti antichi come il suka, un violino rurale seicentesco), incastri corali e intrecci di corde, potenti bordoni, pulsioni iterate e robusto vigore percussivo. Il risultato era una coinvolgente e avvolgente sintesi di groove antico e contemporaneo. Di acqua ne è passata sotto i ponti, tra cambi di organico e nuove ispirazioni (reggae, remix digitali, tradizioni nordiche dei popoli della tundra, collaborazioni a tutto campo) che hanno in parte modificato il marchio di fabbrica della Kapela della capitale polacca, che, tuttavia, ha conservando i tratti folk trance-minimali. Oggi la WVB è un settetto, che allinea Magdalena Sobczak (voce e cymbaly), Sylwia Świątkowska (voce, violino, viola e violini popolari), Ewa Wałecka (voce, violino e ghironda), Piotr Gliński (tamburo baraban e percussioni), Paweł Mazurczak (contrabbasso), Maciej Szajkowski (tamburi a cornice) e Miłosz Gawryłkiewicz (tromba e flicorno). La settima produzione, già in circolazione da almeno un anno, prodotta dell’etichetta polacca Karrot Kommando, esce per il mercato internazionale per la label tedesca Jaro. È un doppio album, intitolato in polacco "Święto Słońca” e in inglese, “Sun Celebration”. 
Racconta Maciej Szajkowski, membro fondatore della WVB, che «in ogni viaggio, da oltre diciotto anni di cammino, notiamo quanto le persone siano collegate in tutto il mondo. "Sun Celebration" è un tentativo di raccontare la fraternità spirituale oltre i confini religiosi o etnici, che si stanno elevando in questi tempi inquieti. È anche la storia delle due nature del mondo, yin e yang, giorno e notte, sole e luna. Da qui, si sviluppano i due CD, tra sperimentazioni, eterogeneità e carisma delle guest star». E che stelle! A cominciare dall’iconoclasta cantante, gaitera e percussionista galiziana Mercedes Peón, per continuare con il maestro curdo-iraniano del kemantche Kayhan Kalhor, il virtuoso indiano del sarangi Ustad Liaquat Ali Khan, il violista Michał Zaborski (dell’Atom String Quartet), la coppia rajasthana dei Dhoad Gypsies, Sanjay Khan al canto e all’harmonium, e Amrat Hussain alle tabla, mentre con la sua consolle si inserisce anche DJ Feel-X. Diviso in due parti, il lavoro presenta storie universali che parlano di relazioni umane e di tribolazioni quotidiane basate sul repertorio folklorico polacco. Il primo CD, “Słońce”, è il giorno, il secondo, “Księżyc”, è la notte. I primi due brani (“Leeć” o in inglese “Fly my voice”) e “Jan Sobótkowy” (“Midsummer Rain Song”) vedono la Peon integrarsi appieno nell’intenso blocco di note delle corde, mentre in “Na sobotce byla” (“She Celebrated Kupala”) l’elemento rajasthano entra in circolo. 
In “Kalinowy sadek” (“Viburnum Orchard”) prima i picchi vocali femminili polacchi e poi il canto di Peón si inseriscono sull’implacabile costrutto percussivo. Dura dieci minuti la densa “Tarninowy ogień”, tra propulsione di tamburi, bordoni elettronico-acustici e passaggi solisti di sarangi, violini e ghironda. Si rinnova il precipitato di ritmi dell’occidente iberico e di melodie tradizionali polacche in “Isue/ Palinocka”, il brano che chiude il primo disco. Il secondo è aperto dall’intro di “Zakołysanka” in forma di preludio ‘alap’, composto da Ustad Liaquat Ali Khan, poi ci si avviluppa nella spirale della ninnananna. Si cambia registro con il trionfo delle irregolarità ritmiche di “Polka Ryfka”, si rientra nelle tensioni di “Wianuszokowy, animata dai colpi magistrali del kemantche di Kalhor, per approdare a “Bida blues”, blues funk-psichedelico della Masovia, costruito su impasti vocali, indocili colpi d’arco e un seducente solo di tromba. Il congedo arriva con “Ku Słońcu”, firmato a tre da Sobczak, Świątkowska e Kahlor, dove convivono ispidi fraseggi dei violini, salterio percosso e digressioni improvvisative del kemantche. 


Ciro De Rosa

Speciale Roots Rock, Blues & Songwriters: Andrea Schroeder, Rodrigo Leão & Scott Matthew, Jono Manson, Will T. Massey, John McEuen, Luke Wilsow-King, Seth Lakeman, Chris Cohen, Old Fire, Country Lips, Rachel Sage

Andrea Schroeder – Void (Glitterhouse/Indigo, 2016) 
A distanza di due anni da quel gioiello che era “Where The Wild Oceans End”, la cantante tedesca Andrea Schroeder torna con “Void”, album prodotto da UlfIvarsson e Victor Van Vugt, nel quale ha raccolto undici brani composti in collaborazione con il chitarrista Jesper Lehmkuhl e registrati tra Berlino e Stoccolma con la collaborazione di Maurizio Vitale (batteria), Dave Allen (basso), Catherine Graindorge (violino) e Mike Strauss (hammond). Sin dalle prime note ad emergere è un sound elettrico più oscuro e cupo rispetto al passato, perfetto nell’incorniciare la potenza e la raffinatezza della sua voce che si muove tra ritmi serrati e danze tenebrose a dare forza e sostanza alle sue liriche dal tratto gotico. Ogni brano sembra stagliarsi dall’abisso dalla disperazione come nel caso della title-track che apre il disco o della ballata densa di lirismo “Black Sky” su testo del poeta underground Rob Plath. Le atmosfere si fanno ancor più stranianti nell’intersezione con le ritmiche industrial di “Burdern” per condurci nella catarsi del fuoco di “My Skin Is Like A Fire” e “Kingdom” fino a giungere alla toccante ballata “Little Girl” il cui testo racconta la storia attualissima di una rifugiata in fuga dall’orrore della guerra. Le creature notturne che pervadono “Creatures” e la splendida “Was Poe Afraid” su testo di Charles Plymelle ci guidano verso il finale in cui a spiccare sono la poetica “Don’t Wake Me” e la dolcissima “Endless Sea” che apre uno spiraglio di luce con la linea melodica guidata dal violino della Graindorge. Se mai ce ne fosse stato bisogno “Void” ci conferma tutto il talento della Schroeder nel saper coniugare con una originale cifra stilistica poesia e rock. 


Rodrigo Leão & Scott Matthew – Life Is Long (Glitterhouse, 2016)
Il sodalizio tra il compositore portoghese e fondatore dei Madredeus, Rodrigo Leão e il cantautore australiano Scott Matthew ha radici lontane nel tempo, risalendo alla partecipazione di quest’ultimo alla splendida “Terrible Down” del 2011 firmata dal lusitano. Le loro strade sono tornate ad incrociarsi in più occasioni dal vivo, e l’approdo ad un disco a quattro mani è stato il coronamento naturale non solo della loro collaborazione ma anche di una consolidata amicizia. A cinque anni di distanza eccoci, dunque, tra le mani “Life Is Long”, disco che raccoglie tredici brani di pregevole fattura nei quali i due artisti hanno messo a confronto i rispettivi background artistici traendone una vibrante linfa ispirativa. A dimostrarlo sono brani come la pianistica “The Child”, le elegantissime ballate orchestrali “The Fallen”, “Nothings Wrong” e “That’s Life”, la poesia di “In The End” e le divagazioni elettriche di “Enemies”, ma il vero vertice del disco arriva con la sontuosa “Unnatural Disaster” in cui spicca il testo denso di lirismo. Insomma “Life Is Long” sugella il perfetto punto di equilibrio tra la voce intensa e toccante di Matthew e le sublimi trame musicali di Leão. Difficile poter chiedere di più.


Jono Manson – The Slight Variations (ConArtisti/Appaloosa, 2016)
Chitarrista, cantautore e produttore con alle spalle quasi quarant’anni di onorata carriera e venti album, Jono Manson non ha bisogno di presentazioni, soprattutto per gli italiani, avendo coltivato con il nostro paese un rapporto privilegiato, tanto per averci vissuto per lungo tempo, quanto per le divere collaborazioni con musicisti nostrani come Paolo Bonfanti, Gang, Mandolin’ Brothers, Jimmy Ragazzon nonché con Massimo Bubola, Massimiliano Larocca e Andrea Parodi per il progetto Barnetti Bros. Ritornato da qualche anno negli States e precisamente a Chupadero sulle montagne del New Mexico, il cantautore americano ha recentemente dato alle stampe “The Slight Variations”, nuovo album di inediti nel quale ha raccolto dodici brani di cui sei composti con la moglie Carine Welles e due con il vecchio amico Chris Barron degli Spin Doctors, ed incisi con la collaborazione di Jason Crosby (piano, violino ed organo) e Kevin Traynor (chitarra elettrica). Concepito come una sorta di autobiografia in musica in quattro atti (Overture, First Movement, Second Movement, Epilogue), il disco traccia un bilancio della sua carriera e della sua vita mescolando ballate folk-rock e divagazioni country con l’aggiunta di qualche incursione nel rock. Ad aprire il disco sono le soffici treme folkie di “Trees” a cui seguono il trascinante soul rock di “Rought and Tumble”, la splendida ballata “I’m Ready” e le evocazioni di psichedelia beatlesiana di “Wildflower”, ma il vero gioiello del disco arriva con “Footprints on the moon” con il suo ritornello radiofriendly che lascia il segno sin dal primo ascolto. La solare title-track ci schiude poi le porte per la seconda parte del disco dove a spiccare sono “What would I Not Do?” e il rock-blues venato di soul di “Brother’s Keeper” che ci avvia verso il finale dove brilla il folk-rock di “When the time is right”. La soffice melodia country di “Little bird song” suggella un disco di puro songwriting artigianale appassionato ed appassionante, del quale forse non si accorgerà il grande pubblico, ma che non potrà non incantare quanti vi dedicheranno attenzione.


Will T. Massey – 30 years in the rearview - The Collection: 1987-2016” (Route 61, 2017)
Considerato la più grande promessa mancata della scena rock americana degli anni Novanta, Will T. Massey debuttò nel 1991 con il disco omonimo raggiungendo in poco tempo un clamoroso successo, e questo tanto per la qualità di canzoni come “I Ain't Here” e “It's Midnight All Day Long”, quanto per la partecipazione di uno straordinario cast di strumentisti composto dal produttore Roy Bittan, Mike Campbell, Jim Keltner e Waddy Watchel. Ballader di razza in grado di coniugare il rock urbano con il country e il folk del natio Texas, Will T. Massey vede il destino voltargli troppo presto le spalle, e dal successo cadde in breve tempo in una spirale di droga e problemi personali che lo hanno tenuto lontano dalle scene per oltre dieci anni, finché invogliato dai suoi fans nel 2006 è tornato sulle scene dando alle stampe “Acoustic Sessions” e “Alone”, pubblicati in proprio e distribuiti attraverso il suo sito internet. E’ cominciata, così, una lenta ripresa passata attraverso la pubblicazione di “Slow Study” che raccoglieva brani incisi nel 1989 prima del debutto e album di inediti come “Wayward Lady” del 2008 e il più recente “The Weathering” dello scorso anno. Preziosa occasione per scoprire o riscoprire la produzione artistica del cantautore texano è la bella raccolta “30 Years in the rearview - The Collection: 1987-2016”, pubblicata dall’etichetta italiana Route 61 di Ermanno Labianca, e che raccoglie una selezione di tredici brani più tre bonus tracks. Aperta dalla nuova versione per soli voce e pianoforte della superba “A summertime graveyard” dall’album di esordio, l’antologia ci regala una serie di piccole grandi gemme come il rockabilly di “Slow Study”, il country acustico di “Mr. Johnson’s Store” e l’intensa “Long distance love”. Si prosegue con la divagazione in territori pop con “Blue Shadow”, il talkin’ blues “Letters in the wind” e la romantica “Alone With You” ma è con le splendide “Peace Train” e “Wayward Lady U.S.A.” che si toccano i momenti di più alti del disco che si completa con le gustose “The Weathering”, “In The Wind”, “Life Moves On” e “You Take The Town”, anch’essa tratta dal primo disco del texano, quasi a voler chiudere il cerchio. Giusto compendio alla tracklist sono le tre bonus tracks “Old fashioned love”, “The Poolroom” e “The Dark side of a dream” che riportano indietro le lancette del tempo, facendoci scoprire la febbrile creatività del giovane Will T. Massey. 


John McEuen – Made In Brooklyn (Chesky, 2016)
Leader e fondatore della mitica Nitty Gritty Dirt Band, John McEuen nell’arco della sua trentennale carriera ha esplorato in lungo ed in largo i suoni della tradizione americana, non senza sperimentare connessioni ed intersezioni con generi e radici differenti. Parallelamente all’attività con la band, il musicista americano ha prodotto anche una dozzina di album, a cui si è aggiunto di recente “Made In Brooklyn”, lavoro tra i più ambiziosi della sua carriera, che ha preso forma nel corso di una due giorni di musica in uno studio di New York. Accompagnato da un cast di strumentisti ed ospiti d’eccezione come David Bromberg, Jay Ungar, Martha Redbone, David Amram, John Cowan, Steve Martin, John Carter Cash ed altri, John McEuen ha rivisitato alcuni classici del folk, del rock e del country, con l’aggiunta di alcune composizioni, dando vita ad un vero e proprio omaggio all’Americana Sound. Durante l’ascolto, infatti, si spazia dalle belle versioni di “I Still Miss Someone” di Johnny Cash e “Mr. Bojangles” di Jerry Jeff Walker (quest’ultima ben nota nella versione del 1971 della Nitty Gritty Dirt Band con cui raggiunse il nono posto nella classifica pop statunitense) alle superbe “My Dirty Life And Times” e “Excitable Boy” dal songbook di Warren Zevon, passando per le ottime “She Darked The Sun” di Gen Clark e “My Favourite Dream” di Boudleaux Bryant, fino a toccare le autografe “Brooklyn Crossing”, “Acoustic Traveler” e la travolgente “The Mountain Whipporwill” in cui si apprezzata a pieno tutto il talento di McEuen come strumentista. Sebbene non aggiunga nulla di nuovo a quanto è stato già detto in ambito roots, “Made In Brooklyn” è un disco che appassiona tanto per la sua qualità intrinseca quanto per la passione che da esso emerge nota dopo nota.


Luke Winslow-King – I'm Glad Trouble Don't Last Always (Bloodshot/I.R.D. 2016)
Nato a Cadillac nello stato del Michigan ma ormai da diversi anni di base a New Orleans, Luke Winslow-King è un chitarrista blues di grande talento con alle spalle un articolato percorso artistico che lo ha condotto ad esplorare i diversi i diversi sentieri delle dodici battute. Se infatti con “The Coming Tide” del 2013 aveva esplorato le acque limacciose del Delta del Mississippi con influenze che spaziavano dal dixie ai suoni della Louisiana, con “Everlasting Arms” dell’anno successivo lo avevamo colto intento a riscoprire il blues dei primi del Novecento con la complicità di Esther Rose alla voce. Ad ampliare il raggio della sua personale ricerca sonora è il nuovo album “I’m Gald Trouble Don’t Last Always nel quale ha raccolto nove brani che dal punto di vista sonoro esplorano tanto i suoni desertici del Texas quanto le intersezioni con il country, mentre da quello lirico si caratterizza per temi che ruotano intorno alla fine della relazione con Esther Rose. Concepito nel corso del tour italiano del 2015 e successivamente completato a New Orleans il disco vede la partecipazione dell’italiano Roberto Luti alla slide, Benji Bohannon alla batteria, Brennan Anders al basso e Mike Lynch alle tastiere. Durante l’ascolto si spazia dalle atmosfere cooderiane della cinematografica “On My Way” all’omaggio a RL Burnside della trascinante titletrack fino a giungere alla splendida “Change Your Mind” ed al gustoso country di “Heartsick Blues”. Si prosegue con il blues sofferto di “Esther Please” e il r&b della ballata Watch Me Go ce aprono la strada al travolgente rock di “Act Like You Love Me”, ma il vero vertice del disco arriva sul finale con “No More Crying Today” in cui giganteggia la slide di Roberto Luti che racchiude in modo superbo tutto il senso di questo lavoro. 


Seth Lakeman – Ballads of the broken few (Cooking Vinyl, 2016)
Nell’arco di oltre un quindicennio di attività, il cantautore inglese Seth Lakeman ha messo in fila una nutrita discografia, raccogliendo anche qualche bella gratificazione come nel caso dell’ottimo “Poor Man’s Heaven” del 2008 che scalò le classifiche UK fino all’ottavo posto. Dopo aver tentato di cavalcare l’onda del successo avvicinandosi al pop, da alcuni anni il songwriter di Devon si è immerso in un viaggio alla riscoperta del folk inglese, scozzese ed irlandese. Il suo nuovo album “Ballads Of The Broken Few” nasce dalla collaborazione con il trio vocale Wildwood Kin e mette in fila undici brani, prodotti da Ethan Johns e caratterizzati da una perfetta alchimia sonora tra strumenti acustici ed elettrici nei quali si intrecciano le storie scure di operai, zingari, sognatori e viaggiatori. Quasi fosse uno storyteller vagabondo, Lakeman ci conduce tra le rivisitazioni di brani tradizionali come “The Willow Tree” e “Stranger”. racconti struggenti come “Pulling Hard Aganist The Stream”, eccellenti riletture come nel caso di “Anna Lee” di Laurelyn Dossett” fino a lambire il gospel con “Wherever I’m” e “Silence Reigns”, ma il vero vertice del disco è “Meet Me In The Twilight” nelle cui aperture world si legge la prossima direzione che potrebbe prendere il cantautore inglese. Insomma “Ballad of the broken few” è un piccolo gioiello tanto dal punto di vista interpretativo quanto da quello compositivo.


Chris Cohen – As If Apart (Captured Tracks, 2016)
“As If Apart” è il secondo disco dell’eclettico polistrumentista Chris Coen, già noto per i suoi trascorsi con Deerhoof, e che segue a quattro anni di distanza l’esordio come solista “Overgrown Path”. Sebbene rispetto al precedente gli ingredienti stilistici siano rimasti invariati, questo nuovo lavoro si svela in tutto il suo fascino tra melodie delicate e solari, ariose chitarre West Coast ed echi di psichedelia folk, il tutto impreziosito da testi intensi e mai banali. L’ascolto è, dunque, un piacevole e rilassante viaggio nel suono degli anni Settante che si dipana tra gli echi di Robert Wyatt della title track e le atmosfere rilassate di “Drink from a silver cup”, dalle atmosfere folkie di “Needle and thread” al pop venato di jazz di “Memory”, fino a toccare la psichedelia di “Sun Has Gone Away” e il country-blues di “In A Fable” in debito di ispirazione con Todd Rundgreen. Insomma Chris Cohen dimostra di padroneggiare bene i dischi di CSNY, Jefferson Airplane e Love, aggiungendovi una buona dose di originalità nella cesellatura delle melodie. 


Old Fire – Songs From The Haunted South (Kscope, 2016)
Noto per essere stato parte della fugace avventura con la supernova The Earlies e del progetto The Late Cord con Micah P. Hinson nonché per la sua attività con The Revival Hour, il musicista, programmatore e compositore texano John Mark Lapham torna con il progetto Old Fire dando alle stampe “Songs From The Hunted South”, disco frutto di dieci anni di lavoro in studio con la collaborazione di oltre venti strumentisti tra cui spiccano: Steve Wilson, DM Stith (tastiere), Warren Defever (chitarra) e Thor Harris (batteria), e la partecipazione di Tom Rapp, leader dei leggendari Pearls Before Swine. Si tratta di un album dal sound originale che si pone a metà strada tra roots music e ambient, nel quale si mescolano evocativi brani strumentali e pregevoli riletture dal repertorio di Low, Shearwater, Jason Molina e Psychic TV con una superba “The Orchids”. Durante l’ascolto si scopre la diversa natura musicale e melodica dei vari brani che nel loro insieme compongono un affresco denso di lirismo nel quale si mescolano spaccati di vita, ricordi ingialliti dal tempo, deserti della mente e divagazioni oniriche. Insomma un disco di grande poesia nel quale immergersi e perdersi completamente. 


Country Lips – ‘Till the daylight comes (Autoprodotto, 2017)
Ascoltando “’Till the daylight comes” dei Country Lips, ottetto honkytonk di base a Seattle, la prima impressione che si ha è quella di essere di fronte ad una delle tante band indipendenti che popolano l’universo musicale americano, passando di sera in sera da un pub ad un bar a macinare concerti e a scaldare lo zoccolo duro di appassionati avventori in cerca di svago. Insomma nulla di nuovo sul fronte occidentale verrebbe da dire, ma andando più a fondo si scopre una formazione consapevole di non fare la rivoluzione con la loro musica, ma in grado di trasmettere delle genuine good vibration attraverso una commistione perfetta tra honkytonk ed echi tex-mex, il tutto condito da accordion e pedal steel. Strizzando l’occhio a Johnny Cash e a George Jones ma allo stesso tempo ricalcando le orme di The Gourds e The Deslondes, i Country Lips hanno messo in fila tredici brani godibilissimi che si lasciano apprezzare in tutta la loro artigianale ed appassionata semplicità tra cui ci piace citare l’iniziale “Laundromat”, la trascinante “Grizzly Bear Billboard” e l’ironica “Bar Time”. Insomma, un disco piacevole che non mancherà di tradire le aspettative degli appassionati del genere. 


Rachael Sage – Choreographic (MPress/Caroline Distribution, 2016)
Artista poliedrica ed eclettica in grado di spaziare dalla musica alla danza, dalla poesia all’arte, Rachael Sage si è ritagliata negli anni un posto di rilievo nella scena indipendente americana, e questo non solo per i suoi album, ma anche per le sue doti di performer che l’hanno condotta ad esibirsi anche in Europa, facendo tappa recentemente a Firenze al Teatro De Sale. Il suo nuovo album “Choreographic” raccoglie quattordici brani originali incisi nel 2015 e con i quali la cantautrice americana rende omaggio alla danza: “Per me è stato come tornare indietro, fino alle mie radici. E’ stato come meditare sulla mia lunga relazione con la danza. L’atto di unire le note ai passi del ballo è stato, per me, la scintilla iniziale per scrivere musica. Siamo in un momento in cui ci rendiamo conto di quanto sia preziosa la libertà creativa e un grande dono è quello di poter condividere tutto questo con gli altri, al di là di ogni frontiera”. L’ascolto svela un lavoro maturo che mette pienamente a fuoco le potenzialità della cantautrice newyorkese in grado di spaziare, quasi a passo di danza, dalle trame eleganti della sontuosa “Heaven (Is a Grocery Clerk)” al pop di “Try Try Try” per toccare la struggente “I don’t believe it” e le dolcissime “Loreena” e “Home” che chiude un disco bello ed intenso come raramente capita di ascoltare. 


Salvatore Esposito

Ettore Castagna, Del sangue e del vino, Rubbettino 2016, pp.218, Euro 14,00

Agli appassionati di musica Ettore Castagna è noto come musicista di gruppi quali Re Niliu, Antiche Ferrovie Calabro Lucane, Nistanimera; come direttore di festival; come antropologo, docente, ed autore di testi dedicati alle Calabrie, che comprendono “Sangue e onore in digitale, Rappresentazione e autorappresentazione della ‘ndrangheta” (2010) e “U Sonu. La danza sull’Aspromonte Greco” (2007). “Del sangue e del vino” è il suo primo romanzo, immediato e meditato al tempo stesso, di quelli che si fanno leggere tutti d’un fiato. I titoli dei tredici capitoli sembrano raccontare di greci delle Calabrie ed, in particolare, dell’Aspromonte, attingendo ad una polifonia di termini linguistici e di versi volentieri offerti anche in greco. Ma prima e più delle persone, la scrittura di Ettore Castagna tratteggia e fa emergere un territorio. Comincia con il vento, le onde e un “bosco negro” affacciato sullo Jonio. E rimane lì, a disegnare un piccolo fazzoletto di terra aspromontana che potrebbe corrispondere al fiume Amendolea, qui identificato come Leucopotamo, in omaggio alle pietre chiare del suo letto, ai monti, boschi e terre che lo circondano, ai pascoli e ai campi coltivati intorno ai paesi sempre in precario equilibrio su monti che non risparmiano frane e terremoti. Il Seicento volge al termine quando la marina a valle del fiume vede giungere, complice una nave di mercanti veneziani, Dimitri e Agati, sposi e profughi cretesi. E questo è un secondo registro che offre Castagna: l’intima identità di “richiedenti asilo” che caratterizza in tempi e modalità diverse tutte le popolazioni umane. Un registro identitario che qui si nutre della passione dell’autore per le zone ellenofone calabresi e per i loro luoghi più remoti, come il paese, oggi semideserto, di Roghudi, ribattezzato per l’occasione Selenu. Nel corpo a corpo fra antichi greci di Calabria e greci appena scacciati dai musulmani il lettore attento ai fenomeni musicali ritrova quasi quarant’anni di studi etnomusicologici dedicati da Ettore Castagna alla lira (e ben documentati nel cd e libretto “La lira in Calabria”). A pagina 28 Castagna sembra avanzare un’ipotesi sulla presenza della lira in Calabria: quando Dimitri non porta con sé la lira, ma, abile artigiano, la costruisce con le sue mani intagliando un ceppo di gelso nero ben stagionato, “a forma di pera, con in cima una lancetta triangolare, scavata da un unico pezzo di legno, tre corde di budello e un archetto di crini di cavallo (…) Suonava le canzoni della sua infanzia, ma non fece fatica a imparare quelle della nuova patria”. Uno strumento simile, da quelle parti non si era mai sentito. Con uno strumento simile Dimitri “esplora” il contesto sociale, chiamato a suonare e cantare in numerose occasioni di festa, così come quello naturale, affezionato ai suoni dell’acqua che scorre sulle pietre del fiume e ad una caverna corta e alta, quasi quadrata, dove il suono rimbalza “perfetto, si sprigiona dalla roccia”. Sarà in questa grotta, in cui si sentono cantare le rocce, che Caterina, tessitrice e guaritrice, figlia di Agati e Dimitri, crescerà da sola il figlio Antonino, destinato come il nonno a fare il pastore, insieme a pastori che sanno guidare i carri cantando, offrendo “risposta da un carro all’altro”. Il libro è punteggiato dagli innumerevoli profili delle terre e dei canti aspromontani. Ma prende forma attorno a quattro assi: innanzitutto la tensione fra duro lavoro - di contadini e pastori che curano terre e mandrie – e potere – che rimanda al barone, proprietario delle terre, protetto dal suo castello sulla costa, e a don Monorchio, il parroco che mette al primo posto il suo interesse personale e che vede nella locale lingua greca una minaccia nei confronti del sacro latino. Un terzo elemento è la mediazione fra lavoro e potere, quella in capo al massaro Ciccu Romeo, uomo del barone: duro, generoso, abile, ma non abbastanza da evitare spirali di ingiustizia e vendetta. Spirali che spingono il lettore a leggere con attenzione l’asse portante, il quarto: la capacità, che solo poche donne hanno, di “leggere” mondo naturale e sociale in chiave di nessi e legami trasformativi, quelli che Zi Mela, maestra di telaio e magaria trasmette a Caterina e quelli che, a sua volta, Caterina condivide col figlio Nino e che, con una riuscita scelta diacronica, vengono seminati in corsivo lungo tutta la narrazione, suscitando la curiosità nei confronti di questo legame materno ben prima che la storia ne chiarisca la natura. Suscitando domande: “Te lo figuri se sulla luna la zampogna c’è per davvero? Chi lo sa come suona in quel silenzio…”

Alessio Surian

A ‘Na Cosetta la seconda edizione del "Festival Popolare italiano - Canti e corde, mantici e ottoni”. Intervista con Stefano Saletti

Dal 1 marzo al 31 maggio 2017 riparte il Festival Popolare italiano, ideato dal compositore e musicista Stefano Saletti. La prima edizione si svolse due anni fa al Baobab, più noto alle cronache nazionali per le vicende sui migranti e la sua forzata chiusura dopo gli attentati del 13 novembre in Francia. Il Baobab era infatti un centro di accoglienza per migranti, ma nel tempo si era trasformato in un polo di scambio interculturale. In particolare vi si faceva musica e la stagione del Festival è stata proficua e interessante e ha fatto nascere progetti, sinergie, amicizie, idee. Chiusa questa esperienza Saletti non ha rinunciato ad andare avanti per creare di nuovo quella rete intorno alla musica popolare. La seconda edizione si svolgerà a ‘Na Cosetta, locale romano del Pigneto - uno dei quartieri protagonisti della movida capitolina -  che negli ultimi tempi si è distinto nel proporre musica di qualità in una città che scarseggia di luoghi e alternative. Sette sono i concerti di musica etnofolk previsti in tre mesi: si parte con i Têtes de bois (“Extra”); il 26 marzo è la volta dei Vesevo ("Il suono del Vesuvio"); il 6 aprile Lamorivostri ("Rosabella e altre storie"); il 23 aprile gli Agricantus  (“Quartetto in viaggio”); il 27 aprile tocca a La Banda della ricetta ("Cibo, amore, musica”) e  il 10 maggio a Giovanni Seneca ed Ecanes (“Corde e canti tra le due sponde”). Chiude Cafè Loti: Citarella/Saletti/Tadayon (“Incontri nei caffè del Mediterraneo”).

La seconda edizione è sempre in collaborazione col mondo del Baobab?
No, perché il mondo del Baobab non esiste più. Il “Baobab Experience” lavora sull’aspetto dell’emergenza migranti, più che su quello dell’accoglienza; abbiamo perso perciò un po’ i contatti. Il bello del Baobab era la sua natura di centro culturale – gestito da eritrei – dove si faceva musica, spettacolo e arte: mi piaceva il fatto che lì il “problema” migranti si trasformasse in risorsa; era un luogo di aggregazione tra stranieri e italiani. Con la grande emergenza del 2015 è tornato centro di prima accoglienza; il Comune non ha dato risposte ma i cittadini hanno aiutato, portando coperte, viveri, giocattoli, medicine. Poi a dicembre uno dei primi atti del Commissario Tronca fu chiudere il Baobab. 
C’era anche una questione legata alla proprietà: non conosco i dettagli. Qualche mese fa l’hanno addirittura bruciato, forse perché qualcuno ci tornava comunque a dormire. Morale: lo spirito di quella bella esperienza si è un po’ perduto. L’anno scorso abbiamo cercato, con Daniel del Baobab, una soluzione per fare il Festival altrove, ma non siamo riusciti. Lui poi è andato via dall’Italia.  

Quindi da solo hai trovato ‘Na Cosetta, un locale che fa musica dal vivo e che spinge forte. Come lo hai scelto? 
Non avrei mai pensato di fare la seconda edizione in un posto così ma mi piacciono molto le persone che lo gestiscono. Hanno lo spirito giusto: non usano la musica dal vivo per vendere birra e cibo, come succede in tanti altri posti. Anche qui si mangia e si beve, ma la musica viene rispettata: questa è la differenza. In questo locale si fa soprattutto musica indie e canzone d’autore e c’è molto rispetto per i musicisti. Ci sono due spazi: uno in cui si ascolta e un altro dove appunto si può bere, mangiare e chiacchierare. Questa doppia situazione permette all’artista di esibirsi attirando l’attenzione del pubblico. Non sopporto andare nei locali dove si suona e tutti parlano e chiacchierano. Se vuoi un sottofondo perché non metti semplicemente un disco? Costa pure meno. Ecco, a ‘Na Cosetta questo non accade e le persone vanno proprio per la musica. Mi pareva quindi adatto per il Festival. È piccolo ma arriva anche a contenere 60, 70 persone, che poi era il taglio del Baobab; qui poi l’ingresso è gratuito. Non è un locale di musica popolare, ma l’anno scorso ci siamo stati con Banda Ikona e poi ha un calendario davvero interessante e vi si suona sette giorni su sette, cosa molto rara a Roma. 

Il Festival prevede sette concerti. Ma a differenza del Baobab non si terranno lo stesso giorno della settimana.
No, infatti: il giorno varia tra mercoledì, giovedì e domenica. Partiamo con questi sette appuntamenti, poi se tutto andrà bene magari andremo avanti in autunno: in fondo è un esperimento, perché portiamo musica popolare in un locale che ha un pubblico abituato a un’altra programmazione. 

Parliamo allora della scelta artistica, anche perché si parte con i Têtes de Bois, che sono un gruppo che fa essenzialmente musica d’autore. 
Mi sono dato due regole: la prima è non proporre, almeno in questa seconda edizione, nessuno che avesse già suonato nella prima; la seconda è ricomprendere nel concetto di cultura e musica popolari tutto quello che attinge alle tradizioni, ai territori, ad esperienze italiane e mediterranee. Secondo me i Têtes de Bois, nel loro lavoro su Ferré, su altri artisti e nelle loro composizioni rientrano fortemente in questo percorso.  La Canzone d’Autore è sempre stata popolare. Ma in genere anche la musica leggera italiana. Oggi abbiamo invece una cesura; pensa all’ultimo Sanremo: la cosa peggiore è stata proprio la totale assenza di riferimenti alla nostra tradizione popolare. In passato c’è sempre stata: trovavi sempre l’artista che faceva un arrangiamento di un certo tipo o utilizzava uno strumento particolare. Ormai è solamentepop industriale. Comunque, per tornare ai Têtes, le loro radici nella canzone popolare sono evidenti. Sono una linea di confine e ci stanno benissimo dentro. 

E invece i Vesevo?
Loro sono la quintessenza della musica popolare; la loro è tammurriata pura, sono espressione di quel mondo che mi piace. A Babel Med ho conosciuto il loro produttore, Davide Mastropaolo, un ragazzo che si sta dando tanto da fare per promuovere la musica italiana all’estero. In quell’occasione mi ha dato questo loro disco molto bello. Mi aveva colpito la forza di questa loro tradizione campana, che parte dalla Nuova Compagnia di Canto popolare, per capirci. 

Che mi dici de Lamorivostri?
Questo è un progetto che esiste da un paio d’anni e volevo proporlo già nella prima edizione. La loro è una bella commistione di musica popolare e poi sono tre musiciste straordinarie. Una band al femminile: ne stanno nascendo tante. Anche La Banda della Ricetta è un gruppo di donne. Mi piace questa svolta femminile, perché per molti anni la musica popolare è stata prevalentemente declinata al maschile. Alle donne sembrava destinato solo il canto. Le cose stanno cambiando e mi piaceva metterlo in evidenza. 

Una specie di quota rosa?
No, no, io odio le quote rosa, anche se capisco che possano servire politicamente. È però un fatto che per ragioni storiche le donne siano state spesso messe da parte come musiciste. Le cose stanno cambiando con questa nuova generazione. In qualche modo c’è un legame tra i due concerti. La Banda della Ricetta fa poi una cosa carina, che non so ancora se riusciremo a realizzarea ‘Na Cosetta: loro preparano dei piatti mentre suonano. Il legame tra musica e cibo mi interessa particolarmente e da qualche anno lo seguo personalmente, perché in Calabria, a Capo Vaticano,  faccio “Food and Sound” con Barbara Eramo. Di giorno si insegnano brani della tradizione greca, turca, spagnola, portoghese, araba e di sera si mangia a tema. È un progetto che ha grande successo. 

E gli Agricantus? 
Loro sono l’unica eccezione alla regola numero uno che ti dicevo prima. Hanno partecipato alla prima edizione, però hanno una nuova cantante e volevano sperimentare questo nuovo progetto. Ho pensato fosse giusto aprire questa finestra. 

Poi ci sarà Giovanni Seneca.
Giovanni Seneca è un chitarrista molto bravo: suona chitarra classica, chitarra flamenca,  chitarra battente e ha questo progetto con la cantante Anissa Gouizi. Era tanto che volevo farlo suonare a Roma e farlo conoscere. 

La chiusura è dedicata al tuo Cafè Loti
Sì, ho pensato di chiudere così. ‘Na Cosetta mi ha chiesto di far qualcosa anche io; ho pensato allora a questo trio che abbiamo messo su con Nando Citarella e Pejman Tadayon: è l’incontro tra la cultura partenopea, il mio discorso sul Mediterraneo e la Persia di Pejman. 

Quasi un’epopea omerica.
È vero: un po’ è così (ride) . E poi facciamo brani antichi, suoniamo cose sefardite, usiamo il Farsi persiano. È un viaggio nel tempo e nello spazio. 

In conclusione devo chiederti perché hai scelto di fare questa seconda edizione. 
Non certo per ragioni economiche. Lo faccio perché a Roma non c’è uno spazio dedicato alla musica popolare. Una volta c’era la Palma ma ora non più. Solo l’Auditorium fa ogni tanto delle cose, oppure il Teatro Vascello ultimamente. Ma niente di più. Invece a me proprio interessava ricreare quella comunità che era nata al Baobab, che si incontrava il venerdì sera, cenava, ascoltava musica, parlava, scambiava idee, faceva nascere nuovi progetti. Questa idea di condivisione mi pare importante. Vorrei provare a ricreare unità intorno alla passione per la musica popolare, di cui si parla sempre meno. Non è più di moda. Ma la musica popolare non è una moda: è un patrimonio. Per non perdere il filo della memoria, della tradizione, per non dimenticare da dove veniamo credo sia necessario tener fermo un punto, proprio con rassegne come queste, senza arrendersi al Pop più becero. La musica popolare esiste e gode di ottima salute. Penso a tutti quelli che hanno grandi riscontri all’estero come Lucilla Galeazzi, Riccardo Tesi, anche come la nostra Banda Ikona. Eppure in Italia non se ne parla. Per fortuna esistono realtà come Blogfoolk che ci danno spazio… ma d’altronde già il vostro nome è una missione, no?  

Elisabetta Malantrucco

Lastanzadigreta – Creature Selvagge (Sciopero Records/Self, 2016)

Le canzoni pop in metallo e legno massello (come recita lo slogan che accompagna il comunicato-stampa) che compongono questo CD fanno dell'esordio del quintetto torinese (anticipato gli anni scorsi da due brillanti EP, programmaticamente intitolati “Lato A” e “Lato B”) uno dei più bei dischi italiani di questi ultimi mesi, forse addirittura degli ultimi anni. Edito dalla resuscitata Sciopero Records, piccola etichetta diretta dagli Yo Yo Mundi, è una ventata di aria fresca in un panorama italiano stretto da una parte dalla crisi irreversibile del cantautorato storico e dall'altra dalla massificazione e dal livellamento della scena indie, il cui successo di pubblico agognato e, in parte, raggiunto, ne segna inesorabilmente l'inizio della fine. “Creature Selvagge” è un capolavoro di varietà, di azzardo, di arrangiamento, con sonorità che vanno dallo strumentario infantile al rock classico (ma, da notare, senza basso e senza batteria), da decibel centellinati con parsimonia a cavalcate più rumorose, come in “Deserto” o nel finale di “Erri”. Lastanzadigreta definiscono il loro genere come pop, e che si possa essere pop e leggeri, senza rinunciare ad essere seri, questo disco lo dimostra alla perfezione: le “Creature Selvagge” sono dodici piccoli quadri con una varietà di stili diversi, densi di riferimenti letterari, che vanno da Buzzati a Erri De Luca, cinematografici, storici. Uno strumentario bizzarro, con un sound (o meglio, con più sound) che si regge sul suono di marimba e vibrafoni cui si affiancano mandolini, chitarre acustiche e elettriche, percussioni, un piano Fender, un pizzico di elettronica vintage (proprio la mitica Casio Pt-80 e la batteria Farfisa Rhythm!) e persino il theremin. Anche i testi hanno una peculiarità: possono essere letti come prosa, non c'è una scansione in versi. Le tracce che compongono il lavoro sono tutti riuscitissime, dalla minimale “Camarade Gagarine”, con la struggente voce del cosmonauta sovietico che descrive la terra dallo spazio «da quassù è proprio tutto bellissimo», a “4-4-2” con la narrazione affidata ad una lavagna scolastica, a “Lisa”, dedicata a un personaggio dei cartoni animati che scoprirete da soli, alla notevole “Erri” tratta da “Il Giorno prima della Felicità” di De Luca e condotta da un ostinato della marimba. Gli episodi migliori, oltre alla già citata “Camarade Gagarine” e alla title-track che apre l'album, sono forse l'acustica “Inviti”, tratta da un racconto di Dino Buzzati, e “Foglia d'Autunno” che affronta lo scivoloso argomento della violenza alle donne senza retorica e, strano e inusuale, con una poesia che per nulla stride con una tematica così difficile. La conclusiva “Amore e Psiche”, scritta da Paolo Archetti Maestri, che, così come Marco Pestelli, presta anche la sua voce in due brani, e con la ritmica affidata ad una macchina da scrivere, sigilla questo ottimo lavoro, espressione di un artigianato sonoro che è già arte e di un mondo, musicale e testuale, già maturo e solido. In un disco che fa della cura dei dettagli la sua caratteristica migliore, sono da sottolineare anche la qualità dell'incisione e del missaggio, curata da Dario Mecca Aleina e della grafica, con le bellissime illustrazioni di Cinzia Ghigliano. 


Gianluca Dessì