BF-CHOICE: Maria Pia De Vito featuring Chico Buarque – Core [Coracão]

In “Core[Coracão]”, la vocalist partenopea, ai vertici del panorama jazz internazionale, offre cittadinanza sonora napoletana a tredici canzoni carioca. Sperimentatrice delle infinite possibilità sonore della voce, Maria Pia De Vito è artista versatile, sensibile e creativa...

BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

giovedì 26 gennaio 2017

Numero 291 del 26 Gennaio 2016

Una voce storica della scena musicale napoletana, Teresa De Sio, ritorna con “Teresa Canta Pino”, album che omaggia l’opera di Pino Daniele. La cantante racconta questo suo nuovo progetto, senza tralasciare le sue recenti esperienze letterarie. A distanza di qualche settimana “Blogfoolk” è di nuovo nella laguna veneta per parlare del concept album “’Ndar”, nato dalla collaborazione tra Rachele Colombo e Miranda Cortes. Dal Veneto ci spostiamo a nord-ovest, nell’Occitania italiana per “Gran Bel Dub”, la nuova produzione frutta dalla collaborazione tra Sergio Berardo dei Lou Dalfin e Madaski. Sul fronte folk & world, vi proponiamo le recensioni di due pregevoli lavori: “Lodestar” di Shirley Collins, Disco Consigliato della settimana, e “Zalâl” del musicista curdo Cemîl Qoçgîrî. Non meno interessante è “Flamenco Classico” dell’ensemble francese Tchanelas. Elisabetta Malantrucco, che accogliamo tra i nostri collaboratori, ci parla della festa concerto di presentazione di “Canti, Balli e Ipocondrie D’Ammore” dell’acoppiata Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro. A completare il numero 291, giungono la recensione di “New Things Same Words” di Angelo Mastronardi e un focus sull’etichetta di musica contemporanea e sperimentale Manza Nera con i dischi di EAE, Clessidra e Dino.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com




COVER STORY
VIAGGIO IN ITALIA
WORLD MUSIC
I LUOGHI DELLA MUSICA
SUONI JAZZ
CONTEMPORANEA

L'immagine di copertina è un'opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Teresa De Sio – Teresa Canta Pino (Teresa De Sio e Sosia & Pistoia/Universal Music, 2017)

A cinque anni di distanza da “Tutto Cambia”, Teresa De Sio torna con “Teresa canta Pino”, personale omaggio all’indimenticato Pino Daniele e al suo repertorio da cui ha selezionato e riletto quindici brani, calandoli nel suo immaginario sonoro dove le radici della musica popolare incontrano il rock. Il risultato è un album nel quale risaltano non solo le doti interpretative della cantante napoletana, ma anche la sua capacità di introiettare questi brani riportando alla luce l’anima partenopea che da sempre li pervade. Abbiamo intervistato Teresa De Sio per approfondire la genesi e le motivazioni alla base di questo disco, senza dimenticare le recenti esperienze in ambito letterario e qualche anticipazione sul prossimo tour. 

Com’è nata l’idea di realizzare “Teresa Canta Pino” con cui omaggi il compianto Pino Daniele scomparso prematuramente due anni fa?
Ho cominciato a pensare a questo progetto due anni fa, subito dopo la scomparsa di Pino, però ho trattenuto dentro di me questa idea in quanto pensavo che lavorare subito su un disco del genere avrebbe fatto avere sopravvento all’emotività. Sarebbe diventato qualcosa di molto emotivo che sarebbe stato difficile gestire e probabilmente qualcuno avrebbe potuto equivocare sulla sua natura, se fosse uscito subito dopo la sua morte. Quindi ho dovuto frenare questo desiderio di rendergli omaggio, ma ora sentivo che era arrivato il momento di poterlo realizzare, e così ha preso vita in maniera quasi spontanea. Mi sembrava la cosa giusta da fare, senza alcun retroscena. Per me è un disco devozionale per un grande artista che è stato un’apripista.

Tre anni fa avete avuto modo di incontrarvi anche sul palco del Palapartenope, e in quella circostanza avete anche duettato…
Era un po’ di tempo che ci eravamo allontanati, non per motivi particolari ma solo per le rispettive strade musicali avevano preso direzioni diverse con lui sempre più orientato verso il blues e il jazz ed io invece legata al folk-rock. Nel 2014 Pino mi chiamò per partecipare a questi cinque concerti e sono stata molto contenta, così come lui del fatto che io abbia accetto. Quella è stata l’ultima volta che siamo stati insieme sul palco. Furono concerti bellissimi con tantissima gente durante i quali abbiamo suonato insieme “Napule è”, “QuannoChiove” e “Voglia ‘e turnà”.

La vostra collaborazione ha radici lontane nel tempo….
Ci siamo incontrati durante le registrazioni del mio primo album solista “Sulla terra sulla luna”. Pino venne in studio ad ascoltare cosa stessi facendo perché aveva sentito che c’era questa ragazza che stava scrivendo brani in napoletano. Lui era già popolare perché aveva pubblicato “Terra Mia” e forse anche “Nero a metà”. In quell’occasione nacque anche la nostra amicizia e scrisse per me “Nanninella” che inserii in quel disco.

In quell’album suonavano anche Ernesto Vitolo, Gigi De Rienzo e Robert Fix…
Loro sono stati il mio gruppo per anni. Erano i musicisti di Pino e in qualche modo ce li siamo scambiati per molto tempo.

Come ha selezionato i brani da rileggere in “Teresa Canta Pino”?
E’ stato un lavoro complesso perché la produzione di Pino è immensa. Alla fine ho scelto i brani legati più alla scrittura e alle radici napoletane. L’unico brano in italiano presente è “Un angolo di cielo” che però è talmente bello che non potevo assolutamente lasciare fuori. Per altro è anche un pezzo poco conosciuto e mi faceva piacere rivalutare questa perla. Ovviamente ho scelto anche tra le canzoni che mi piacevano di più ed anche naturalmente tra quelle che ho pensato di interpretare meglio e che in qualche modo potessi portare nel mio universo musicale.

Come si è indirizzato il lavoro in fase di arrangiamento?
Gli arrangiamenti sono stati curati da me e da Sasà Flauto. L’idea di base è stata essenzialmente quella di mantenere intatta tutta la scrittura e le melodie di Pino, in alcuni casi ho ripreso anche i riff più famosi ma riportando tutto nel mio mondo sonoro ed interpretativo. Non avrebbe avuto senso rifare i brani nella loro versione originale. Ci sono decine di band che suonano i brani di Pino Daniele uguali a come li aveva registrati lui, ma quella era una strada che non interessava né a me né a nessuno. Volevo rileggere quelle canzoni con il mio approccio sonoro di oggi, quello che porto sul palco che ha le radici ben piantate nel mondo popolare ma è anche rock perché la mia indole è stata sempre così. E’ anche contaminato dall’hip hop perché è indispensabile mischiare la propria musica oggi e con il reggae perché è uno dei generi in cui mi sono formata. Quando ho cominciato trent’anni fa, Bob Marley era uno dei miei spiriti guida. Ho cercato di mettere in questo disco tutto quello che sono a servizio della scrittura di un grande cantautore come Pino Daniele.

Nel disco è presente un brano inedito “’O Jammone”…
Nell’album sono presenti quindici brani di Pino e uno firmato da me che è appunto “’O Jammone” che ho voluto dedicargli. Il titolo in parlesia, il linguaggio segreto dei musicisti napoletani, vuol dire il boss, il capo banda, il gallo che canta e sveglia il mondo. In questo senso è significativa la coperta che ritrae un gallo appunto e una gallina, ovvero io e Pino. E’ un allusione al mondo popolare ed anche al fatto che per un periodo a Napoli ci chiamavano il Re e la Regina.

In programma avevate anche di realizzare un disco insieme…
L’idea era nata in quel periodo in cui facemmo i cinque concerti al Palapartenope a Napoli e lui pensava di fare la stessa cosa però con una grande orchestra per dare vita ad uno spettacolo gratuito da offrire alla città. C’erano tanti progetti ma poi è andata in un altro modo.

Parallelamente all’attività musicale, ha dato alle stampe anche due libri “Metti il diavolo a ballare” e il più recente “L’attentissima” diventati la base per reading a metà tra concerto e narrazione…
L’esperienza dei reading è nata con “Metti il diavolo a ballare” ed è proseguita con “L’attentissima” in collaborazione con Valerio Corzani che, oltre ad essere un bravissimo musicista è anche un dj ed un apprezzato giornalista. Lui era la persona più adatta a creare insieme a me questo tappeto sonoro elettronico e strumentale su cui poi leggevo ogni sera parti del libro.

Ci può parlare di questo suo incontro con la scrittura?
La scrittura è entrata nella mia vita e spero tanto di non farla andare più via perché è stata una nuova esperienza, un ampliamento interiore ed anche delle possibilità espressive. Scrivere canzoni significa adoperare il massimo del linguaggio sintetico non solo perché devi dire tutto in tre minuti ma anche perché devi far collimare l’approccio letterario con quello musicale, cosa che non è la più facile di tutte. Scrivere una buona canzone è cosa difficile. Scrivere un romanzo vuol dire entrare in una laguna, in un mare aperto, in un luogo dove si può navigare a vista per settimane, mesi. Mentre si naviga si aprono, mondi, universi, scopri personaggi che non sapevi di conoscere il girono prima, li metti a camminare nel mondo o a nuotare con te. 

“Teresa canta Pino” è il primo disco senza Maria Laura Giulietti che da lungo tempo era al suo fianco…
E’ il primo disco in tutta la mia vita senza Maria Laura al mio fianco. Però ho voluto dedicarlo a lei ed alla sua allegria, al lavoro strepitoso che ha fatto per me in tutti questi anni. Posso dire che sono una persona molto pigra e se non fosse stato per lei che mi ha spronato sempre ad andare avanti a fare, a fare, sarei stata molto lenta. Lei è stata una grande giornalista, ha curato programmi radiofonici storici come Popoff e Stereonotte, ha prodotto dischi. Chiunque l’ha conosciuta sa bene che era una persona fantastica, divertente, intelligentissima. Per me è stata una grande e dolorosa perdita. Era una persona importantissima per la mia vita e per il mio lavoro. 

Il concept di “Teresa Canta Pino” sarà anche alla base dei concerti?
Farò sicuramente uno spettacolo tematico, nel senso che il centro del concerto sarà dedicato a “Teresa canta Pino”. Ovviamente ci saranno anche dei brani miei in modo da creare una sorta di racconto tra le mie e le sue canzoni. Il tour comincerà da Napoli a marzo, ci stiamo lavorando e tra qualche tempo diffonderemo il calendario che andrà avanti fino all’estate.


Teresa De Sio – Teresa Canta Pino (Teresa De Sio e Sosia & Pistoia/Universal Music, 2017)
Il divertissement del gallo e della gallina ritratti in copertina, racchiude una storia dalle radici lontane nel tempo. La storia di un’amicizia mai interrotta, quella tra Pino Daniele e Teresa De Sio, nata agli inizi degli anni Ottanta durante la registrazione del disco di debutto come solista di quest’ultima. Pur percorrendo sentieri differenti nel mondo della musica, i due artisti negli anni sono rimasti sempre in contatto per ritrovarsi insieme sul palco tre anni fa per cinque concerti al Palapartenope, poco prima della prematura scomparsa del cantautore napoletano. A due anni di distanza da questo tragico evento, Teresa De Sio ha voluto rendere omaggio al suo amico e collega con un disco nel quale ne rilegge quindici brani del suo repertorio con l’aggiunta di un inedito autografo. Registrato presso il Sunrise Studio Roma e prodotto da Sasà Flauto (chitarra acustica, elettrica, mandolino, banjo, ukulele), l’album vede la partecipazione di un ampio cast di strumentisti composto da  Francesco Santalucia (pianoforte, keyboards), Pasquale Angelini (drums), Vittorio Longobardi (basso, contrabbasso), H.E.R. (violino), Fiore Benigni (organetto), Gennaro Della Monica (violoncello), Luisiana Lorusso (violino), Rita Turrisi (viola), Sandro Deidda (sax tenore e sax contralto), Roberto Schiano (trombone), e Giancarlo Ciminelli (tromba, flicorno). Aperto dalla trascinante rilettura di “’O Scarrafone”, il disco ci regala subito uno dei suoi vertici con “Bella ‘mbriana” di cui l’interpretazione della De Sio ne esaltata la trama popolare. Se “Je So’ Pazza” riscrive in forma di pizzica pizzica “Je So’ Pazzo”, la successiva “Lazzari Felici” vive una nuova vita attraverso un arrangiamento meno malinconico dell’orignale. Il divertissement “Serenata a fronn’e limone” tra hip hop ed echi neomelodici ci introduce alla intensa versione di “Quanno chiove” in cui fa capolino anche la voce dello stesso Pino Daniele, al quale è dedicato il brano successivo “’O Jammone”, un ricorso senza retorica di un grande musicista innestato su un groove dub ballabile.  La struggente “Notte che se ne va” e il bel duetto in chiave reggae con Niccolò Fabi” in “Un angolo di cielo” aprono la strada al gustoso trittico “Fatte ‘na pizza” e “Chi Tene ‘O Mare” e “Ninnananinnanoè”. “Tutta n’ata storia” ci conduce verso il finale con le splendide versioni di “Alleria” e “Viento” e la conclusiva “Napul’è” con protagonista il coro dei ragazzi dell’Istituto Melissa Bassi di Scampia. 


Salvatore Esposito

Rachele Colombo e Miranda Cortes – ‘Ndar (Freecom, 2016)

“’Ndar” è il concept album nato dalla collaborazione tra la cantautrice e polistrumentista veneta Rachele Colombo (voce, chitarra classica, elettrica, battente, bendir, darbuka, percussioni) e la fisarmonicista Miranda Cortes, le quali hanno incrociato i rispettivi background musicali per dare vita all’itinerario di un immaginario viaggio sonoro che dalla Laguna Veneta si apre al Mediterraneo, disegnando nuove rotte tra jazz, world music e musica contemporanea. Temprate da tempeste, burrasche e acque agitate, e fortificate dal sole che si riflette sull’acqua durante la bonaccia, queste due artiste hanno messo in fila sedici brani originali nei quali si intrecciano lingue, sonorità e forme d’arte differenti, poesia, teatro e musica costituiscono così i tasselli di un impianto narrativo tutto da scoprire. Registrato tra maggio 2015 e luglio del 2016, il disco nel suo insieme costituisce una sorta di lunga suite costruita tra storie del passato e frammenti di contemporaneità in cui la tradizione musicale veneta si intreccia con i suoni dei Balcani e le melodie kletzmer. Ad aprire il disco è “Bellezza”, una sorta di invocazione alla musa prima della partenza, nella quale spiccano l’intensa prova vocale della Colombo, l’arpa di Jessica Pettenà e il violino di Marianne Wade. Se “Mediterraneus” è una dedica al Mare Nostrum con i versi dell’Odissea recitati in greco da Francesco Puccio e Luciana Roma, la successiva “Acquarium Venitem” mescola le poesie di Miranda Cortes e Gualtiero Bertelli e l’improvvisazione di Gianni Coscia alla fisarmonica per raccontare l’assalto alla bellezza da parte del mondo imbarbarito. La scena si sposta poi a Venezia con il ritratto in 7/8 del politico del Nord Est decaduto con “Direttore del Nord-Est” e il suggestivo strumentale “Hipermarché – La nuite du Redentor” introdotto da una canzone popolare veneziana ed impreziosito dal dialogo del duo Tiratirache. La struggente “Paròn Perdito con la voce recitante del poeta Gianluigi Secco ci conduce nel cuore del disco dove a brillare sono i ricordi di Rachele Colombo di “Paese Mio” in cui spicca la chitarra flamenca di Michele Pucci, il canto d’amore “Vèstime” e l’maggio al genio bizzarro di Angelo Beolco detto il Ruzante in “Ruzzante Tornato dalla Guerra” nella quale un suo testo in pavan incontra una splendida melodia di ispirazione tardo-rinascimentale. Il tema della partenza ritorna in “Muzar” una fuga per fisarmonica dal ritmo incalzante che apre la strada a “Marcelle B” firmata dalla Cortes. L’etno-rock dell’inno all’amore profondo di “Allo sbando” e l’istantanea sulla società contemporanea “Aspettare L’uscita” con protagonista le sperimentazioni vocali di Paola Lombardo ci conducono verso il finale in con l’intenso “Requiem d’Aqua” cantato in latino e quei due veri e propri gioielli che sono “L’oubli et le papillon” con il suono della sopela istriana di Dario Marusic e la conclusiva “Voria ‘Ndar” in cui giganteggiano il liuto cantabile di Mauro Palmas e il duduk armeno di Maurizio Camardi. “’Ndar” è, dunque, un’opera di rara bellezza ed intensità lirica che non mancherà di appassionare quanti vi dedicheranno con amore un’ascolto. 


Salvatore Esposito

Berardo + Madaski – Gran Bal Dub (granbaldub.com)

Il progetto “Gran Bal Dub” nasce dalla collaborazione tra il musicista piemontese Sergio Berardo, ben noto essere il frontman dei Lou Dalfin, e Madaski, co-fondatore degli Africa Unite considerato uno dei principali esponenti della scena dub italiana, i quali hanno unito le forze per esplorare le connessioni tra la musica delle Valli Occitane con i suoni della dancehall. La ghironda degli antichi suonatori itineranti, che fino alla metà del secolo scorso attraversavano l’Europa diffondendo le musiche identitarie della cultura d’Oc, incontra la contemporaneità dell’elettronica, dando vita a sorprendenti incroci ed attraversamenti sonori tra presente, passato e futuro. Base di partenza per il lavoro di esplorazione sonora compiuto da Sergio Berado e da Madaski sono stilemi musicali delle forme coreutiche occitane che vengono decostruite e ricomposte su ardite architetture sonore dub. Il risultato di questa collaborazione è l’Ep omonimo, distribuito gratuitamente in download digitale  su www.granbaldub.com nonché su tutte le piattaforme streaming, realizzato con la collaborazione di due giovani suonatori emergenti dell’Occitania italiana: Chiara Cesano al violino e Roberto Avena alla fisarmonica, i quali contribuiscono in modo determinante a caratterizzare il legame tra radici e modernità. Composto da sei brani, di cui cinque firmati da Berardo, remixati e prodotti da Madaski, l’Ep si apre con trascinante chapelesa “Joan Cavalier” che si evolve in un irresistibile ritmo in levare. Si prosegue con il rodeaux “Vidorle” che conserva intatto il fascino melodico tradizionale e con le esplosive collisioni sonore della borreia “Famous Wolf” firmata da Nigel Eaton. Il vertice del disco arriva però con i due circle “Roccerè” e “La frema del rey” che ben riassumono le istanze sperimentali di questo lavoro, la cui specificità non risiede unicamente nella sua godibilità o ballabilità ma piuttosto nello spessore qualitativo sotteso alla ricerca sonora. Il ballo in cerchio della tradizione occitana viene proiettato verso una dimensione nuova, senza perdere il fascino e la sua intensità melodica. Chiude il disco il branle “Branle des chevaux” con il suo ritmo da marcia solenne, suggellando un lavoro assolutamente interessante e del quale si auspica un seguito in forma di disco. 


Salvatore Esposito

Shirley Collins – Lodestar (Domino, 2016)

#CONSIGLIATOBLOGFOOLK

Il recente disco della ottuagenaria Shirley Collins, “uno dei tesori nazionali della cultura britannica” (sono parole di Billy Bragg) ha conseguito importanti riconoscimenti da tutta la stampa specializzata: disco dell'anno per fRroots e per The Wire (rivista quest'ultima decisamante avant-garde come gusto e approccio) e recensioni mai meno che entusiastiche. “Lodestar” esce a trentotto anni di distanza dall'ultimo “Amaranth”, che segnava anche l'ingresso della cantante nel tunnel della disfonia, cioè della sopraggiunta impossibilità di cantare. Devo dire che il suo timbro vocale e l'intonazione spesso approssimativa (tratto comune questo ad altre grandi del revival britannico degli anni '60, dalla sublime Ann Briggs, a Norma e Lal Waterson) non hanno mai suscitato in me grande entusiasmo, pur trovando interessante l'abbinamento fra la sua voce e gli strumenti elettrici della Albion Band nell' acclamatissimo disco “No Roses” del 1971, mentre l'epocale e pionieristico “Folk Roots, New Routes”, condiviso con la meravigliosa chitarra di Davey Graham, è a tutt'oggi uno dei più interessanti e convincenti esempi di contaminazioni musicali: tradizione inglese, blues e jazz. Ma il ritorno sulla scena, dopo quasi quarant'anni, di una delle voci storiche del folk inglese è comunque motivo di interesse. Il nuovo “Lodestar”, va detto subito, è un capolavoro di raffinatezza. Arrangiamenti centellinati, dove si è lavorato per sottrazione per valorizzare una voce che si presenta ben diversa rispetto ai lavori che l'hanno resa famosa: 
decisamente più cupa e con un estensione che copre ottave decisamente più basse rispetto alle origini, più austera e assolutamente incastonata negli arrangiamenti minimali che Ian Kearey, polistrumentista ex Oysterband, e Ossian Brown (componente di Cyglobe, band che coniuga ambient e suoni world con un certo gusto e destrezza) hanno cucito attorno alla voce e all'indubbio carisma della Collins. L'album, che contiene brani inglesi, americani e la perla francofona di “Sur le Bord de l'Eau”, parte con il medley “Awake Awake/The Split Ash Tree/May Carol/Southover”, una suite di undici minuti con ghironda, mandolino e concertina in grande evidenza. La scaletta procede con una serie di classici, già sfruttati da varie generazioni di revivalisti ma, ripeto, sempre arrangiati ed eseguiti con gran gusto e passione, come “Banks of Green Willow”, l'americana “Pretty Polly” e “Death and the Lady”, già cantata da Shirley in tandem con la sorella dolly in un vecchio disco per la Harvest. Fra i brani da segnalare, sicuramente la murder-ballad “Cruel Lincoln” e la conclusiva “Rich Irish Lady”, impreziosita dalla reel finale. Un album bello e importante, all'uscita del quale è abbinato un tour che vedrà la Collins protagonista, fra l'altro, al festival Celtic Connections di Glasgow e in un concerto tutto suo al Barbican di Londra a metà febbraio. L'album è pubblicato dalla Domino, etichetta di area decisamente non folk, che ha nel proprio roster artisti diversissimi fra loro come Robert Wyatt, Bonnie Prince Billy, i Franz Ferdinand e Anna Calvi. 


Gianluca Dessì 

Cemîl Qoçgîrî – Zalâl (Ahenk Müzik/ DestMusic, 2016)

La lingua zazakî (conosciuta anche come zaza, kirmanjki o dimli) è parlata dagli zaza, minoranza anatolica della Turchia orientale. Si tratta di una lingua indo-europea, di famiglia iranica. Lo zazakî condivide molte strutture e lessico con le lingue gorani e taliscia, con gli idiomi dell'area del Mar Caspio e con alcuni dialetti curdi. Alla cultura zaza, Cemîl Qoçgîrî, con il significativo contributo poetico di Dogan Munzuroğlu che firma i testi delle canzoni, dedica il suo nuovo album “Zalâl”. Il titolo, traducibile come “Puro”, è una parola zazakî che si ritrova in diverse lingue di area iranica e armena. Cemîl Qoçgîrî ha scelto di dare questo titolo all’album come riflesso del chiaro e profondo sentimento che lo ha ispirato nei confronti di una lingua e di una cultura minacciate. Per di più, la purezza rinvia anche alla natura e principalmente all’acqua. Ma il lavoro «non vuole esprimere disperazione o depressione, piuttosto fiducia e speranza», dichiara il musicista. Nato nella tedesca Duisburg (nel 1980) da una famiglia curdo-alevita, Qoçgîrî, all’occorrenza anche chitarrista, è un maestro del liuto a manico lungo tenbûr, – strumento centrale per la cultura alevita – sorta di mandola con una tonalità di voce a metà strada tra l’ûd’ e il bouzouki. Dalla tenera età è stato immerso nel patrimonio tradizionale, ancora vivo nella sua famiglia, ma in seguito ha acquisito una più formale formazione musicale. Cemîl ha prodotto il suo primo disco nel 2014; sono seguite tre incisioni pubblicate tra il 2007 e il 2015. Per di più, ha viaggiato nel Dêrsîm (“porta d'argento” in zazaki), la regione della Turchia orientale in cui religione maggioritaria è proprio l’alevismo, filmando gli ultimi dervisci e firmando il documentario musicale “Sarraf” (VCD, Etno Müzik, 2005). Compositore di colonne sonore, co-autore in collaborazione con illustri musicisti (Mikaîl Aslan Ensemble, Aynur, Kayan Kalhor, Salman Gamabrov, Tara Jaff, Erkan Oğur), Cemîl manifesta in questo disco la sua cifra di strumentista creativo.“Zalâl” emana pathos, è opera in cui Qoçgîrî e i suoi accompagnatori di diversa provenienza ed estrazione (seconde voci, basso, percussioni, clarinetto, zirne, flauto, violino, violoncello) padroneggiano tanto il linguaggio modale di matrice mediorientale che un certo gusto occidentale di impronta lievemente jazzata, con passaggi solisti di pregio. La sommatoria degli ingredienti restituisce dieci composizioni dense di lirismo, con begli incastri strumentali e vocali. Lascia subito il segno il brano d’apertura, “Şîya sanî” (“Ombre della sera”), in cui si mette in evidenza il violino di Nure Dlovani. Il solo di tenbûr illumina “Xewn û Xeyal” (“Come un sogno”), mentre i tempi dispari connotano "Xatire to” (“Addio”), tema dagli avvolgenti fraseggi del clarinetto qirnata, in cui soffia Mikaîl Aslan. Ancora, spicca “Ezo xorê” (“Nella disperazione”), dove la melodia portante del tenbûr incontra il flauto di Elf Gökdemir. In conclusione del disco c’è “Endî bê” (“Finalmente arrivato”) per la voce recitata dello stesso poeta Munzuroğlu, il liuto di Cemîl e il violoncello di Susanne Hirsch. “Zalâl” è consapevolezza culturale, azione politica e gesto d’amore verso una lingua minacciata, a rischio di estinzione. Un lavoro che non passa inosservato, tanto è vero che è entrato alla grande nella Transglobal World Music Chart. Info su ahenkmuzik.com.tr 


Ciro De Rosa 

Tchanelas - Flamenclasico (Autoprodotto, 2016)

Interessante mistura tra impostazione classica e prospettiva flamenca, l’album di cui parliamo in queste righe è uno dei progetti dell’ensemble francese Tchanelas, composto da Tchoune Tchanelas, Frasco Santiago, Jean Christophe Gairard e Martial Paoli. Tutto è condensato nel titolo “Flamenclasico”, ampiamente esaustivo e sufficientemente esplicito e forte da imprimere ai dieci brani in scaletta (nove più una bonus track) la forza ibrida e sfuggevole della sovrapposizione dei generi musicali. A ben vedere l’ensemble si trova a suo agio in questo genere di misture, che sono ovviamente orientate da uno studio profondo delle forme musicali interessate. Lo dimostra l’altro loro progetto (altrettanto impegnativo sia sul piano contenutistico che esecutivo) intitolato “Chants Sacrés Gitans en Provence”, nel quale la stessa formazione - con l’aggiunta di qualche musicista di supporto, che figura anche in “Flamenclasico” - affronta una serie di temi di interesse non solo musicale ma anche storico e culturale. La riflessione da cui si parte in questo album è di carattere storico-musicale: l’universo musicale è stato da sempre pervaso dall’interesse per le espressioni popolari e locali. Si può citare Chopin, Liszt, Brahms, Bartok fino a Villa-Lobos. Ma qui la prospettiva è strutturalmente inversa, nella misura in cui si parte dalla musica popolare e la si proietta dentro un orizzonte classico. Un orizzonte che - come ho accennato in apertura - si configura attraverso un’impostazione generale, data non solo dall’idea di partenza e dalla visione che la formazione ha cercato di definire con coerenza e una partecipazione mai retorica. Ma anche dagli strumenti scelti per interpretare i brani: chitarre (generalmente due, ma aiutate in “Homenaje” di Paco De Lucia e in “La leggenda del tiempo” di Ricardo Pachon e Garcia Lorca dalle due classiche di Pepe Fernandez e Antonio El Titi), violino, piano e voce, con alcune integrazioni di basso, contrabbasso e batteria (suonati rispettivamente da Françoise Gomez, Johannes Hagenloch e Claude Saragossa). Tra i brani scelti figurano grandi capolavori di artisti straordinari, come ad esempio “Csardas” di Vittorio Monti, “La danza del fuego” e “La vida breve”di Manuel de Falla. Si tratta di brani a volte diversi tra loro, ma che rappresentano in modo fedele l’atteggiamento di questi quattro musicisti nei confronti della storia della scrittura e, sopratutto, della piacevolezza dell’esecuzione. La quale, detto con un pò di empatia, qui (e, in gradi diversi, in tutto l’album) si libera di ogni formalità, per sciogliersi dentro un flusso pieno di ritmo e tocchi finemente cesellati, raggiungendo timbri senza dubbio inaspettati e tirando in ballo anche una coralità efficace e mai pesante. Con tutta la forza trainante di un vettore in cui convergono in modo armonico flamenco, classica, addirittura alcuni passi più estemporanei, accentuati dentro la struttura ritmica definita dal battito delle mani e sviluppata sul passo di due degli strumenti più trasversali e extra-genere per definizione: contrabbasso e batteria. Per chiudere, vale probabilmente la pena soffermarsi brevemente su due dei brani che ho citato.“Csardas”, che nella versione originale è stata pensata per violino (o mandolino) e pianoforte, qui è interpretata con chitarra e piano, ai quali si aggiunge il violino nella seconda parte. In termini generali, è rispettato fino in fondo (difficile pensare una “codifica” differente) il carattere “rapsodico” del brano, ma l’andamento è più ampio e profondo, grazie sopratutto alla chitarra, che dopo l’introduzione, calda e melodica, anticipa il violino con un ritmo molto frenetico. “Homenaje” è una perla che brilla di luce propria e che, in ogni caso, riesce a riflettere sempre il meglio della sua forza e della sua lucentezza. La frase principale è omaggiata con grande rispetto, con cura e attenzione, che merita addirittura il trasporto totale di un ascolto semplicemente “devoto” e riconoscente. Certo, nel quadro definito dalla scaletta assume inevitabilmente una forma più rigida, ma nulla scalfisce la perfezione dell’esecuzione, puntualissima e ordinata fino alla fine.  


Daniele Cestellini

Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro, Festa - Concerto di “Canti, ballate e ipocondrie d'ammore“, Teatro Vascello, Roma, 19 gennaio 2017

Per pudore o convenzione sociale l’amore sfortunato - quello infelice che accartoccia le viscere e fa sudare nelle notti insonni – è un fatto privatissimo. Solo i grandi artisti possono trasformarlo in un rito collettivo, un esorcismo di massa che magnifica il dolore e lo rende sublime. Uno di questi è Canio Loguercio, che già ci aveva deliziato col suo “Amaro Ammore”, scritto con Rocco de Rosa. Ora Canio torna sul tema e lo amplifica, immaginando nuove perversioni del cuore in “Canti, Ballate e Ipocondrie D’Ammore” (SquiLibri Editore, 2017); lo fa con Alessandro D’Alessandro, virtuoso dell’organetto, produttore e arrangiatore geniale, compagno inseparabile delle avventure del cantautore, d’origine e sentimento lucano e d’adozione e pensiero napoletano. Un album così meritava d’essere presentato con una festa, come quella straordinaria del 19 gennaio al Teatro Vascello. Una festa quasi perfetta e diciamo quasi perché un appunto all’organizzazione del Teatro va fatta, vista la difficoltà con cui ha affrontato il sold out. Fa male sapere che a Roma non esistano luoghi capaci di accogliere la Musica; a parte l’Auditorium – e anche qui cose da dire ce ne sarebbero – e un paio di club privati che fanno del loro meglio tra il chiasso degli avventori, la situazione è desolante. Tutto questo però non ha guastato la festa, anzi, l’ha resa più viva, vagamente caotica e nevrotica, felicemente rumorosa, tra sedie traballanti e gradini occupati da bambini e vecchietti. 
Tante persone che sono uscite entusiaste a mezzanotte per le vie di Monteverde vecchio, altrimenti così silenzioso e borghese. Sono state due ore e un quarto di concerto appassionato e perfettamente concepito; una scaletta impeccabile, un palco pieno di musicisti di altissimo livello che mentre Canio raccontava di quando l’uomo sbarcò sulla luna si alternavano ed entravano e uscivano dal palco con una sincronia ammirevole. C’erano Gabriele Gagliarini alle percussioni e Giulio Caneponi alla batteria; c’era Giuseppe “Spedino” Moffa alla chitarra: la zampogna l’ha usata per suonare una memorabile “Cumpa’”. Non poteva certo mancare il piano dell’elegantissimo Rocco De Rosa, coautore di molte delle canzoni ascoltate. C’erano anche le chitarre di Cristiano Califano e il contrabbasso di Pino Pecorelli. Anche Stefano Saletti ha suonato le chitarre, ma in “E mo’” ci ha deliziato con il suo cavaquinho, uno dei suoi tanti strumenti a corda. Una vera chicca è stata poi l’arpa di Giuliana De Donno. Non poteva mancare Nando Citarella, la sua tammorra e la sua voce potente, nella “Giaculatoria dell’amore indifferente”; e a proposito di grandi voci, ecco entrare da una porta della platea Maria Pia De Vito, come la Madonna della “Ballata dell’ipocondria” (mantra ricorrente del concerto, cantata prima da Loguercio, poi interpretata nell’inquietante e bellissimo video di Antonello Matarazzo e infine rivisitata da tutti nel gran finale); lentamente ha camminato verso il palco sussurrando Voce ‘e notte. 
Con Canio ha poi cantato uno dei brani più belli di sempre: “Passione”. E a proposito di belle voci, accompagnata anche dalla tromba di un altro amico, Luca De Carlo, ecco sul palco la bravissima Erica Boschiero in “Quasi fosse amore”. Deliziosa la sua filastrocca “L’omo nero” così come il pezzo di solo organetto di Alessandro D’Alessandro, rielaborazione di “Lhesbo”, brano del sassofonista Paolo Licastro. Appassionato il “Miserere” di Antonella Costanzo che ha portato tutti verso il finale. E siccome uno spettacolo di Canio e di Alessandro è musica ma anche sempre poetica parola, travolgente è arrivato prima il racconto dello scrittore Antonio Pascale sul macho calabrese Marcello, poi il delicato intervento dell’archeologo Emmanuele Curti (che ci ha ricordato come “la parola crea il luogo che abbiamo dimenticato”), e infine l’irresistibile lettura della fiaba da parte del cantante e pediatra Andrea Satta, aiutato da Luciano, inconsapevole complice del pubblico nel riprodurre l’onomatopea degli animali romeni. Dove ci sono le fiabe ci sono anche i bambini - quelli del Coro “Siamo Voce”, progetto della scuola San Pio X di Roma, coordinato da Cristina Canali – che hanno cantato la preghiera alla Madonna dell’ipocondria d’ammore: il loro sorriso accompagnato dalla tammorra di Citarella ha fatto la grazia a tutti noi. 


Elisabetta Malantrucco

Angelo Mastronardi – New Things, Same Words (GleAM Records, 2017)

Questo secondo capitolo firmato dal pianista e compositore Angelo Mastronardi segue la traiettoria tracciata con il promettente esordio “Like At The Beginning” pubblicato per Dodicilune nel 2014 e distribuito da I.R.D.. Il nuovo lavoro è caratterizzato da interessanti soluzioni melodico/armoniche, con uno spiccato gusto per il dialogo tra i musicisti. Mastronardi è infatti accompagnato da Emanuele Coluccia ai sax tenore e soprano, Stefano Rielli al contrabbasso e Alex Semprevivo alla batteria, parte integrante delle “costruzioni sonore” del pianista che rifugge da immotivati egocentrismi; ne risulta un album molto equilibrato, lirico ed eseguito con sorprendente perizia strumentale; brani come “Irish Air”, “Tere” o “Burggarten” ne sono la chiara dimostrazione. 


Marco Calloni

EAE – Meditation In Motions/Clessidra – Carta Malabarica/Dino-Dino (Manza Nera Label, 2016)

Manza Nera è un collettivo di musicisti nato in Toscana tra le provincie di Lucca, Pisa e le montagne della Garfagnana con l’obiettivo di esplorare i suoni avant-garde del nuovo millennio spaziando dall’elettronica al postrock, dallo stoner al noise fino a toccare la sperimentazione e il jazz, il tutto senza porsi alcuni limite alla ricerca, ma puntando unicamente a far emergere la qualità e la passione. Nell’arco di pochi anni questo collettivo è diventato anche una piccola ma attivissima etichetta indipendente con all’attivo numerose produzioni con la peculiarità di proporre le sue produzioni in digitale sia su supporti particolari come le musicassette, oltre ovviamente ai cd. Abbiamo avuto modo di soffermarci su tre recenti produzioni, e la sensazione è quella di essere di fronte a concept discografici assolutamente interessanti e meritevoli di ascolto ed attenzione. La nostra attenzione è stata subito catturata dall’ascolto di “Meditation In Motion” dell’EAE ovvero Electro Acoustic Ensemble, formazione nata dall’incontro tra il contrabbassista Fred Casadei (basso, ukulele, percussioni) con Bruno Romani (sax alto, flauto e voci), Daniele Onori (chitarra e rumori) e Francesco “Giuzzì” Manfrè (violoncello) i quali dopo una jam estemporanea dal vivo hanno dato vita ad un comune percorso di esplorazioni sonore.
Registrato nell’aprile 2016 al Rec Studio e composto da diciotto brani originali che si dipanano tra scrittura ed improvvisazione, il disco mescola le evocazioni mediterranee dello stile di Casadei con l’approccio jazz di Romani, il tutto impreziosito dal lavoro di cesellatura sonora del violoncello di Manfrè e la chitarra di Onori a fendere le linee melodice. A brillare durante l’ascolto sono il superbo solo di sax “Saxophone at mirror”, le sperimentazioni sonore tra dissonanze e rumorismi di “Meditation Numer Five” e gli spaccati introspettivi di “Ligeti” e le increspature di “Meditation number Eighteen”. Da presupposti concettuali differenti ma non di non minor suggestione è “Carta Malabarica” dei Clessidra, quartetto composto da Massimiliano Mori (chitarre, clarinetti), Simone Nieri (batterie, tastiere), Edoardo Petrotto (bassi, percussioni) e Andrea Pecchia (chitarre, bassi, tastiere, manipolazioni varie). Si tratta di un disco che nasce dall’idea di mescolare ambient music, elettronica, world music e post rock per dare vita ad un viaggio sonoro in luoghi reali ma avvolti da un alone leggendario che si dipana da una misteriosa Baghdad evocata in “Baghdad Battery” alle suggestioni di Gobleki Tepe in Armenia (“Bobekli Tape”) fino a toccare la magia della “Tunguska” per approdare in Africa prima con “Giza” e poi con la travolgente “Kinshasa” che chiude il disco. 
Il terzo ed ultimo album di casa Manza Nera che presentiamo è “Dino” frutto delle improvvisazioni ludico sonore del duo composto da Andrea Leone (chitarre) e Andrea Pecchia (percussioni). Ad ispirare le sette composizioni contenute nel disco (disponibile in streaming su Soundcloud) è il piccolo dinosauro di nome Dino, nato dalle mani di un bambino che ha un martellino piccolo con cui batte sulla testa di tutti. Fuori di metafora, siamo di fronte ad un album che spazia dai rumorismi di “Nevalsalù” alla finta forma canzone di “Dringain Daun” passando per il rock orecchiabile di “Pitù”, i divertissement elettronici di “Ginnano” e i ritmi ossessivi di “Assai” per giungere alle evocazioni quasi mistiche di “Obagaborroh” e la lucida follia brasilera di “Rio De Viarejio”. Insomma questi tre album rappresentano una sintesi efficace dell’universo musicale esplorato dal collettivo Manza Nera, che consigliamo vivamente di scoprire. 



Salvatore Esposito

giovedì 19 gennaio 2017

Numero 290 del 20 Gennaio 2016

Auguri da “Blogfoolk” a Giovanna Marini per i suoi 80 anni. Artista multiforme: cantante, ricercatrice, compositrice, ‘rielaboratrice’ della memoria popolare, narratrice di storie sull’umanità del mondo tradizionale orale tradizionale e narratrice di storia con la S maiuscola.  Intanto, eccoci al numero 290 di “Blogfoolk”, manca poco per raggiungere quota 300: un traguardo che festeggeremo con un restyling del nostro magazine e altre sorprese di cui vi diremo prossimamente. Per questo nuovo numero di gennaio, vi offriamo come cover story "Mozzarella Nigga", il tambureggiante album di Capone & BungtBangt. Con il percussionista napoletano Maurizio Capone ripercorriamo il suo percorso artistico per poi soffermarci sull'ultimo lavoro. Sul fronte world, eccovi servito "Deliverance" il disco dei The Nordic Fiddlers Bloc, tre notevoli signori dell’archetto provenienti da Norvegia, Svezia e Shetland. Poi, c’è la felice combinazione fra tradizioni mandinka e sonorità blues dello splendido “Koya” del suonatore di kamale‘ngoni e cantante Abou Diarra. Infine, tocca alla bella antologia "Sulle Rive del Tango", edita dall'etichetta napoletana Agualoca. Ritorna la nostra rubrica dedicata alla musica dal vivo con la cronaca del Festival “La Zampogna” di Maranola, mentre sul versante Letture vi portiamo in Calabria, nel reggino, tra l’Aspromonte e le Serre, per "A 'Ntinna. La festa arborea di Martone", volume a cura di Nino Cannatà, con saggi di Antonello Ricci e Pino Schirripa. Torniamo a parlare di dischi con la recensione di “Play Townes Van Zandt's Last Set” di Lowlands & Friends, tributo tutto italiano alla memoria del grande Townes Van Zandt. La rubrica Suoni Jazz presenta "Sfarinati di cereali per alimentazione umana" dei sardi Musica ex Machina. In conclusione, vi proponiamo "Atlas",  l'antologia con inediti firmata Roberto Cacciapaglia.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


COVER STORY
WORLD MUSIC
I LUOGHI DELLA MUSICA
LETTURE
ITALIAN SOUNDS GOOD
SUONI JAZZ
CONTEMPORANEA


L'immagine di copertina è un'opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Capone & BungtBangt – Mozzarella Nigga (New Reel Records/Audioglobe/Full Heads, 2016)

Capone & BungtBangt nascono a Napoli nel 1991 dall’innovativa idea del percussionista e sound designer Maurizio Capone di dare vita ad un gruppo che coniugasse l’arte tutta partenopea dell’arrangiarsi e l’eco-sostenibilità. L’esigenza di “smuovere le coscienze” per diffondere il suo messaggio ecologista, e una potente dose di creatività hanno dato vita alla Junk Music e ad una serie di strumenti realizzati con materiale reciclato come il cordofono scatolophon, l’arpa scatulera, la buatteria (una batteria realizzata con bidoni e coperchi), i bongattoli (percussioni costruire con barattoli di marmellata) nonché chitarre e bassi costruiti con pezzi di parquet e la scopa elettrica. Nell’arco di quasi vent’anni di attività il combo napoletano ha messo in fila quattro dischi in studio e una infinita serie di concerti con i quali hanno portato la loro musica e la loro energia in tutto il mondo da Napoli a Cuba, dal Giappone all’Egitto. A distanza di otto anni dalla pubblicazione del loro ultimo progetto, Capone & BungtBangt ritornano con “Mozzarella Nigga”, splendido nuovo album la cui genesi è stata curata insieme a fan e appassionati che ne hanno sostenuto la realizzazione attraverso una fortunata campagna di crowdfunding. Abbiamo intervistato Maurizio Capone per ripercorrere con lui la vicenda artistica del progetto BungtBangt per poi soffermarci sulla genesi del nuovo album, senza dimenticare la dimensione live e i progetti futuri.

Partiamo da lontano. Come nasce il progetto Capone & BungtBangt?
Era il 1999 ed eravamo a Roma, Villa Ada, in tour per il disco “Murmurii” uscito per CNI. Il concerto era abbastanza originale perché con la band formata da due batteristi (Alessandro Paradiso e Sergio Quagliarella), un bassista, Roberto D'Acquino, con lo stick bass e me, facevamo un drum 'n bass pieno di tutte le influenze afronapoletane che mi hanno sempre caratterizzato.  Quella sera venne a trovarci un mio amico fraterno e produttore cinematografico Umberto Massa. Mi disse che era rimasto molto colpito dalla parte centrale del concerto nella quale ci lanciavamo in una suite percussiva e mi chiese se mi sarebbe piaciuto scrivere uno spettacolo teatrale tutto incentrato sulle percussioni. 
Ovviamente gli dissi di si! Ci incontrammo qualche giorno dopo nelle calme acque del Mediterraneo, eravamo su un gozzo a Gaeta, e li ragionammo su che tipo di spettacolo avremmo voluto creare: niente percussioni convenzionali e molto movimento fisico. Così decidemmo di indire dei provini per creare un gruppo di molti percussionisti. Partendo dal nucleo della mia band avevamo bisogno di almeno un'altra decina di musicisti. Facemmo un primo gruppo ma non ci piacque e quindi rifacemmo i provini questa volta aperti a chiunque volesse partecipare. Arrivarono persone di tutti i tipi, fu molto divertente. Alla fine diventammo undici e cominciammo a provare lo spettacolo ad Officina 99 per la regia di Raffaele di Florio. Il debutto fu sempre ad Officina ad aprile del 2000 il titolo dello spettacolo era “Bungt & Bangt”.

Peculiarità di questo progetto è l’utilizzo di strumenti di fortuna come la tua mitica buatteria marchio di fabbrica. Ci puoi raccontare come ha preso vita questo approccio atipico alla musica?
Diciamo prima di tutto che l'approccio che caratterizza la mia ricerca non credo sia così atipico, lo definirei "naturale" ed "originario". C'è un punto fondamentale che da troppo tempo si è dimenticato e cioè che tutti gli strumenti musicali che oggi si fabbricano a livello industriale provengono da un lontanissimo gesto di riciclo, anzi meglio dire di "riuso". Si tratta di strumenti che vennero creati con materiali di scarto e che nei millenni hanno avuto un'evoluzione che li ha sempre più perfezionati e tecnologizzati. Ma la loro origine è la stessa dei miei strumenti. La differenza è che i materiali da cui ha attinto l'uomo di diecimila anni fa non sono quelli a cui possiamo attingere oggi. Il suo gesto creativo si è basato su materiali di scarto di quel tempo: pelli, legno, prodotti naturali, budella di animali, unghie perché quello c'era a disposizione. Oggi io non ho fatto altro che replicare quel gesto, quel modo di pensare, ma con i materiali di scarto della società moderna e con esigenze dal punto di vista sonoro del linguaggio musicale di oggi. A questo devo però aggiungere che questa capacità che ho ha una base istintiva molto forte, nei miei set percussivi già negli anno '80 ho sempre inserito strumenti costruiti da me con materiali riciclati, questo per avere delle sonorità originali. In realtà il primo strumento che ho costruito sono stati i "bongattoli" una coppia di bongos fatti con due barattoli della marmellata che realizzai a dodici anni mentre aspettavo che mio padre mi regalasse un paio di bonghetti veri. Quindi è una cosa che fa parte di me e che quando ho cominciato ad approfondire grazie a Bungt&Bangt mi ha completamente rapito portandomi fino a qua.  

Come si è evoluto in questi anni il suono di Capone & BungtBangt?
Come ti dicevo il progetto è nato con un approccio percussivo e spettacolare, L'ensemble percussiva è molto bella e potente, ma è anche la più "scontata", per me la scommessa era riuscire a fare note, melodie ed arrangiare canzoni moderne con questi strumenti, anche perchè questo non lo faceva nessuno.  C'è voluto pochissimo perché trovassi la strada giusta. Nei giorni successivi all'incontro con Umberto mi misi a scavare tra ricordi sonori, esperienze passate e tutto il bagaglio di conoscenza degli strumenti che ho, perché a me gli strumenti musicali piacciono tutti, ma proprio tutti! Così una notte, mentre sperimentavo con Mr. Paradais nacque lo "scatolophon". Una semplice scatola di polistirolo con un elastico da ufficio ha cambiato la mia vita. E' tutt'ora uno degli strumenti centrali del nostro sound, fa da basso, da chitarra, da strumento psichedelico insomma copre un raggio di grande ampiezza sonora e mi ha permesso di capire che gli elastici hanno un grande potenziale. Devo anche ringraziare Diego Leone, un vecchio Bungt, che partendo da questo concetto realizzò il primo prototipo di "scopa elettrica" che è subito diventata la mia chitarra e che oggi mi accompagna nelle performaces solitarie come un cantautore si accompagna con la sua chitarra. Devo però sottolineare che quello che fa la differenza è che quasi sempre il mio modo di suonare non si ispira alle tecniche già esistenti, cerco di creare delle tecniche originali che diano risultati originali. Per esempio nel caso della scopa, anche se il suono è assimilabile a quello della chitarra elettrica io non la suono come una chitarra, ma come una percussione che però ha tre ottave di estensione! Percuoto la corda con una bacchetta cinese e intono le note grazie ad uno slide. anche la posizione fisica dello strumento è originale, tanto che un chitarrista non saprebbe suonarla. E questo non per creare una barriera ma perché so che il suono nasce anche dalla tecnica che si utilizza, e la mia ricerca è principalmente questo: tirar fuori suoni originali da cose comuni, quindi la tecnica praticamente è tutto! Riassumendo il suono è nato percussivo ma ben presto si è ampliato e quello che suoniamo oggi è molto complesso dal punto di vista tecnico. Sono anni che non siamo più un gruppo di "semplici" percussionisti, che comunque resta nel nostro dna, ma una band di musicisti polistrumentisti. 

Come nascono le tue canzoni? Ci racconti il tuo processo creativo e le tue ispirazioni?
Ci sono diversi modi che mi guidano per scrivere canzoni, il più comune è creare un bit o un arrangiamento embrionale ma stimolante che mi ispiri e mi porti verso idee di melodia e testo, un sistema ipnotico con il quale mi aiuto a scavare dentro di me. Altro modo è partire da un'idea di testo e melodia, anche breve che a loro volta mi mettano in contatto con la mia parte profonda. Ci sono poi alcune canzoni che ho scritto senza strumenti, melodie composte in momenti di pausa solo con la voce, come nel caso di “Come il Sole” che è contenuta in “Lisca di Pesce” che è nata tra guida solitaria in auto, attese nei sound check e pause varie.  Un’altra tecnica è quella legata alle colonne sonore che adoro scrivere. Sonorizzare delle immagini, delle scene mi scatena una grande creatività, non subisci la sindrome del "foglio bianco" anzi hai un grande stimolo da cui partire. Spesso utilizzo brani non usati delle colonne sonore, hanno sempre un grande potenziale emotivo. Per esempio la parte musicale di “Tu Come lo Fai” era un brano per il trailer di un film noir che non si è mai fatto a cui poi ho aggiunto testo e melodia vocale. Per quanto riguarda le ispirazioni sono veramente fortunato, vivo una vita molto intensa e piena di incontri speciali. Sono sempre disponibile quando mi invitano ad iniziative a scopo benefico o a sfondo sociale. Grazie a questa mia disponibilità entro in contatto con persone fuori dal comune, persone che hanno delle vite particolari, bambini, adulti ed anziani che hanno cose da raccontare, che magari non hanno vite semplici ma che ti trasmettono un grande patrimonio umano, una visione della vita diversa da quella standard.  Mi sento un uomo della strada perché riesco a parlare con tutti, senza preconcetti e questo mi restituisce tanto. Mi trovo a fare laboratori nelle zone a rischio condividendo emozioni e momenti con chi ci vive lì tutta la vita e poi magari il giorno dopo sono col direttore del carcere di Poggioreale a progettare attività per i detenuti, oppure all'Università a fare un seminario, in un locale o in piazza a fare concerti. Insomma tutto questo vivere intensamente ed in modo non regolare mi suggerisce delle intuizioni, dei pensieri da trasmettere che colgono degli aspetti che possono sfuggire a chi è troppo immerso solo nel proprio mondo.

A livello musicale quali sono i tuoi riferimenti e le coordinate del progetto BungtBangt?
Mi piace partire dalla base, i tamburi sono il linguaggio primordiale, il primo strumento creato, la musica è nata così e questa è la mia origine. Ma ho un gran numero di riferimenti perché mi piace tanta, tanta musica, ho vissuto in prima persona la scena musicale dagli anni '80 in poi e sono stato influenzato da tante cose. Alla base c'è il mio amore per il jazz con cui sono cresciuto dai 13 anni in poi.  Fondamentalmente sono un nero in un mondo di bianchi, ed a volte questa mia grande affinità con la black music mi rende un po’ distante dalla cultura italiana. Da piccolissimo mi colpivano le canzoni di Stevie Wonder, Ray Charles, Harry Belafonte, James Brown perfino Rocky Roberts.  Ho avuto la fortuna di aver suonato quando avevo solo quindici anni con band miste italiane e afroamericane. Musicisti adulti che mi hanno dato i rudimenti non solo dello strumento ma soprattutto dell'approccio alla Musica.  Poi tutte le mie collaborazioni, una su tutte quella con Pino Daniele che mi ha forgiato definitivamente, collaborare con lui a venti anni è stato il completamento della grande visione che la musica può darti, Pino era uno che metteva sempre la Musica al primo posto e si definiva, guarda caso, nero a metà. Quindi come è ovvio che sia nella mia musica ci sono tutte queste cose, c'è tanto equatore ma anche tanto occidente compresa una componente punk/rock che fa parte del mio retaggio adolescenziale. Ma anche l'hip hop mi ha formato, ascoltavo Afrika Bambaataa e Grandmaster Flash al loro esordio quindi anche il rap è uno degli ingredienti fondamentali come il reggae ed in particolare Bob Marley che mi ci ha lasciato un grande esempio di come unire i popoli di tutti i continenti. 

Veniamo a “Mozzarella Nigga”. Come nasce questo disco? Quali le differenze con i precedenti lavori?
Partiamo dal fatto che questo disco esce ad otto anni dall'ultimo inedito, è passato tanto tempo e non certo per inattività. Anzi in questi otto anni sono successe tantissime cose ed ho maturato tante esperienze che mi hanno portato a fare delle scelte molto precise. Sono contento di aver dato il tempo alle idee di maturare perché quando poi ho deciso che ero pronto sono andato dritto al punto. Questo è un disco integralista ma aperto, napoletano ma internazionale. Ho deciso di assumermene tutte le responsabilità anche come produttore artistico e produttore esecutivo. Ho avuto tanto sostegno, ma ogni tassello è stato messo seguendo la mia idea. 
Buona parte delle registrazioni sono state fatte nel mio piccolo studio, che chiamo Tana Capone, dove compongo e parallelamente costruisco, nel vero senso della parola, i suoni dei brani. Credo si percepisca quell'urgenza di chi sente l'esigenza espressiva di fare un disco, non è un'operazione strategica o di mercato ma un'esigenza espressiva. Dico che c'è il mio sangue dentro perché è frutto di un travaglio che è molto vicino al parto. Ed in questo è molto diverso da tutti gli altri dischi che ho mai fatto, ormai ne sono undici, perché ho per la prima volta lavorato senza produttore artistico e nella piena libertà di scelta, che è una bella cosa ma anche una grandissima responsabilità. Rispetto agli altri dischi questo mi ha ricordato il mio primo provino del 1990 quando realizzai con un quattro piste Tascam un provino interamente suonato da me con percussioni, pentoline, steel drum, kalimba. Chiaramente questo e molto più condiviso, ci sono i Bungt Mr. Paradais con lo scatolophon basso ed il basso da ponte, Maestro Zannella con la sua buatteria e Horùs con le percussaglie con i quali abbiamo fatto dei brani direttamente in studio. Gli ospiti con i loro strumenti, ma la struttura portante è quella, suonata da me con quello che ho, niente di più.

Ci puoi raccontare le fasi realizzative del disco?
La prima fase è stata come sempre molto solitaria, Tana Capone a tutta forza. Ho scritto ed arrangiato i brani più o meno contemporaneamente. Ho pensato al titolo, agli ospiti da coinvolgere.  Poi mi sono attivato per trovare uno studio dove completare il lavoro. Sono andato al New Reel Studio di Diego Spasari che è una ottima struttura ed in più mi ha dato un grandissimo appoggio per finire e migliorare i brani. Abbiamo fatto un bel lavoro, c'è stato confronto e Diego mi ha stimolato su molte cose, è stata una persona importante per questo disco, sia per avermi aperto le porte dello studio sia per l'affetto che mi ha dimostrato e che mi ha messo completamente a mio agio.  Abbiamo registrato alcuni brani da zero come “Uè Giuà” e “Saglie Na Voce”. Altri li abbiamo migliorati, qualcuno è rimasto più o meno così com'era compreso le voci come nel caso di “Si Te Ne Vaje”. 
Insomma non abbiamo avuto una strategia standard, ho fatto quello che ritenevo giusto, anche se qualcuno tra noi avrebbe preferito riregistrare io ho preferito lasciare quasi tutto quello che avevo fatto a Tana Capone. Altro elemento fondamentale è stata l'operazione di crowdfunding con Musicraiser che ci ha dato il segno di quante persone ci vogliono bene, un grande sostegno che ci ha permesso di avere una bella prevendita cosa che di questi tempi e veramente rara e di ricevere un sostegno a scatola chiusa che è stata anche la prova della stima e dell'affetto che ci circonda. Altro punto che mi piace evidenziare è stata la collaborazione con Luciano Chirico di Full Heads l'etichetta che nel nostro caso si è occupata della distribuzione e che rappresenta un’azienda nuova e piena di energia positiva. Sono il punto di unione di una buona parte della nuova scena napoletana ed ho pensato fosse giusto condividere Mozzarella Nigga con loro.

All’album hanno collaborato diversi ospiti tra questi Don Moye dell’Art Ensemble Of Chicago, James Senese, Daniele Sepe e Solis String Quartet. Quanto è stata importante la loro presenza?
La scelta degli ospiti è stato un fatto principalmente emotivo, non una scelta di marketing, ho chiamato artisti di altissimo livello che hanno uno spirito simile al mio e che ci vogliono bene, dei veri amici. “Mozzarella Nigga” è un disco fatto con il cuore e tutti quelli che hanno partecipato lo hanno fatto con grande amore, la presenza degli ospiti è in questa linea e da come potete sentire si avverte. Impreziosiscono i brani ed in qualche modo si schierano dalla parte dei mozzarella nigga. Con ognuno di loro ho un rapporto personale di amicizia, con Moye abbiamo fatto anche un disco insieme nel 2005. Sono stato fan dell'Art Ensamble e di Napoli Centrale ed oggi avere Moye e James come ospiti è un grande onore. Con i Solis era da tanto che volevamo fare qualcosa insieme e credo che ci abbiano regalato uno dei momenti più belli del disco. C'è anche la presenza sparsa di gran parte di Capitan Capitone e i Fratelli della Costa con Daniele Sepe che suona flauto e sax. C'è anche una significativa rappresentanza del rap con Shaone uno dei padri del rap italiano de La Famiglia e Mariotto Mc più alcuni giovanissimi come Matto Mc e Oyoshe che apre il disco.

Cosa racconta questo disco? Qual è il messaggio che emerge dai vari brani?
Partiamo prima di tutto dal titolo che è un'offesa utilizzata dagli americani verso gli emigranti italiani che sbarcarono lì negli anni cinquanta. Mi è piaciuta tantissimo per molti motivi, l'accostamento con l'Africa che è la madre d'origine di tutta l'umanità ed alla quale sono molto legato. Poi per il ricordo, la memoria che non dovrebbe mai abbandonarci del nostro passato da emigranti e quindi la disponibilità ad accogliere i nuovi migranti, tra noi e loro non vedo differenze. E' un titolo molto internazionale, come tutto il disco, parla una lingua mista, italiano, napoletano, inglese in uno slang senza barriere. Con l'aggiunta del tao sulla mozzarella che hanno realizzato i Fratelli Scuotto sono riuscito ad abbracciare i continenti principali: Africa, Europa, Asia ed America. Il tao mi è servito anche per simboleggiare l'armonia tra le differenze, quello che porto avanti da sempre è un discorso basato sull'uguaglianza, non un buonismo moralista ma piuttosto un desiderio di libertà, di autonomia dai sistemi di potere. Un ritorno alle relazioni dirette, senza mediatori che siano religiosi, politici o culturali. Basta con i sapienti che non sanno e che fanno di tutto per mantenere il potere, meglio l'istinto, l'indipendenza. Dobbiamo essere più coraggiosi ed avere la forza di liberarci prima di tutto dalla paura di non riuscirci. E' questo il messaggio ampio del disco. Attraverso le canzoni ed i suoni propongo una lettura della vita che sia libera ed indipendente da tutto, non è facile, però nel profondo tutti hanno questo istinto e per questo quando leggono i testi delle canzoni li apprezzano. Io cerco le similitudini più che le differenze tra le persone perché credo che se ci uniamo la nostra vita migliora. Però bisogna avere la forza di rifiutare ciò che a volte sembra più comodo.

L’Afronapoletanità è uno degli elementi principali che hai esaltato in questo disco. Qual è il punto di incontro tra Napoli e l’Africa?
Anni fa sentii una frase leghista che diceva "Napoli capitale del Nord Africa". Mi piacque molto, mi sentii veramente fiero di essere capitale a nord dell'Africa, della mamma di tutte le civiltà, del luogo che ha dato i natali all'uomo. Vedi, è un dato di fatto che l'occidente ha rifiutato l'Africa e parallelamente ha rifiutato la Natura. La cosa è molto grave perché rinnegare le proprie origini o la propria madre non porta lontano ed è un segno di grande debolezza. Noi come napoletani siamo molto legati alla nostra terra e questo ci avvicina al sentimento di appartenenza che nasce in Africa decine di migliaia di anni fa. Abbiamo la musica che è il linguaggio più potente nato insieme all'uomo, sempre in Africa. 
Abbiamo una lingua tronca, il napoletano, che ci ha permesso di esprimere una delle migliori musiche a livello mondiale sempre in sintonia con i tempi ed anche negli ultimi cento anni è stata una delle poche a tenere il passo con il blues e la musica nera in generale. Siamo capaci di riconoscere la bellezza ed abbiamo istintivamente riconosciuto l'Africa come grande mamma. Io sono solo uno dei tanti che lo dice, qui a Napoli spesso si sente dire che ci si sente africani, anche il grande Pino Daniele fece “Nero a Metà”, che è una metafora simile a “Mozzarella Nigga”. Da quando alla fine degli anni '70 ho cominciato a suonare ho sempre sbandierato questo mio sentimento, ancor più da percussionista mi è stato subito chiaro che tutto viene da lì. Ho avuto diversi confronti con illustri colleghi su percussioni africane e percussioni cubane, che poi si chiamano più correttamente afrocubane, ed ho sempre sostenuto che, fermo restando tutto l'amore che ho per Cuba, tutto nasce dall'Africa. L'ultima cosa ma non meno importante è che il sistema sociale che ci caratterizza è molto simile a quello degli africani. Vi propongo un esperimento sociologico, fate dell'ironia con un africano e fate la stessa ironia con un tedesco o un danese. L'africano vi capirà il tedesco e danese vi risponderanno prendendovi sul serio. Senza generalizzare ovviamente, ma è una differenza significativa, siamo più simili agli africani perciò il nostro ruolo può essere quello di mediatori culturali, siamo meticci capaci di stare a nostro agio sia al nord che al sud, possiamo avere un grande ruolo in questa società confusa perchè possiamo connettere questi due mondi che si sono allontanati.

Il singolo del disco “Se te ne vaje” è certamente uno dei brani più significativi del disco, non solo dal punto vista musicale ma anche da quello del tema trattato. La fuga come elemento non risolutivo per “apparare i guai”. I puoi raccontare questo brano?
Si effettivamente è uno dei brani che arriva di più, c'è stato chi ha detto del testo che "è un insegnamento di vita" e questo mi ha fatto molto piacere. La fuga metaforica o fisica non è mai una soluzione, non affrontare i problemi e solo un modo per rimandarli. bisogna avere il coraggio del confronto e per questo il testo ha anche una seconda lettura, la necessita di toccarsi, di guardarsi, di ascoltarsi. Tutte cose che non dobbiamo abbandonare. Perfino dalle cose più banali come un bacio, una carezza abbiamo preso le distanze, questa asetticità che ci perseguita non va bene. 

Altri due brani cardine del disco sono “Acqua” e “Saglie na voce”. Ce ne puoi parlare?
Acqua l'ho scritto come brano simbolo per i movimenti di lotta per l'acqua pubblica. E' un argomento ancora poco sentito dalla gente. Io sono un'antenna e come del resto nel '99 pochi si interessavano alla spazzatura mentre io fondavo C&BB, oggi vedo che manca la consapevolezza che l'acqua sia un elemento senza il quale non si può vivere e che qualcuno potrebbe appropriarsene ed avere in pugno l'umanità. In effetti già il discorso dell'acqua nelle bottiglie di plastica è stato un movimento subdolo che ha istillato nelle persone l'idea che dal rubinetto esca acqua non potabile. Io bevo dal rubinetto da sempre, non mi piace l'acqua in bottiglia, la sento morta, amo l'acqua corrente! In questo pezzo abbiamo diversi ospiti, c'è Dario Sansone dei Foja, Daniele Sepe con un flauto costruito in modo molto originale, Elio 100gr dei Bisca e la vocalista Michela Montalto. “Saglie Na” voce invece è un mio vecchio brano del '95 che ho voluto riproporlo alle nuove generazioni anche per il testo sempre attuale sui senza tetto. Non è un caso che lo abbiamo inserito al centro del Rancio Fellone, quando lo suoniamo dal vivo nel concerto di Capitan Capitone. Questo è uno dei brani suonati direttamente in studio con il contributo di tutta la band e di Daniele Sepe, anche qui al flauto. Una piccola chicca è la presenza ai cori di Claudio Gnut che ne disco c'è più volte anche se in modo discreto, ma chi lo conosce la sua voce lo riconoscerà sicuramente.

Il disco esce in un momento di intenso fermento creativo a Napoli, complice la fortunata esperienza di Capitan Capitone e i Fratelli della Costa a cui pure tu hai collaborato e che ha fatto un po’ da forza motrice lo scorso anno per vari lavori. Come leggi questa rinascita musicale in città?
Sono molto soddisfatto dello spirito che è maturato tra le nuove generazioni di musicisti napoletani, io ormai posso definirmi un testimone di tante vicende accadute a Napoli dagli '80 ad oggi. Ho avuto la fortuna di vivere e conoscere tante realtà dal Neapolitan Power fino a quest'ultima ondata rap e neo folk ed ho sempre sofferto delle competizioni distruttive che ci sono state. Oggi viviamo un momento di maggior coesione, dove si fanno cose insieme. L'esperienza del Capitone è un esempio di tutto ciò ed è stato possibile perché un gruppo di giovani e giovanissimi si sono uniti sotto la direzione di Daniele collaborando con semplicità. E' un esempio del fatto che quando le cose si fanno insieme si raggiungono i risultati. E' altrettanto importante che poi ognuno abbia il proprio progetto perché è proprio questo che da forza ad un'esperienza del genere, la capacità di essere a volte al centro ed altre di essere funzionali ad un lavoro collettivo.  
E poi c'è la grande soddisfazione di essere da esempio per la città, ci è stato più volte riconosciuto dai ragazzi un ruolo simbolico a cui ispirarsi, ricordo che l'anno scorso dopo il concerto al Nadir Festival mi avvicinarono dei ragazzi appena diplomati che con grande affetto dissero di aver sempre pensato di andar via da Napoli dopo il liceo e che ora che si erano diplomati, grazie al nostro progetto, avevano cambiato idea perché noi avevamo dimostrato che le cose insieme si possono fare e gli avevamo dato voglia ed entusiasmo per provare a fare anche loro qualcosa in e per questa città. Beh questa è una grandissima soddisfazione ed emozione, per chi come me viaggia tanto ma poi ritorna sempre qui per restituire a Napoli quello che sento di aver avuto. E' un modo di pensare che in America si chiama "give back", un sano concetto di restituzione di quello che si è avuto. Chi dei musicisti napoletani non ha preso a mani basse dalla città? Tutti siamo stai abbondantemente ispirati da Napoli, ne abbiamo utilizzato il linguaggio, la notorietà, l'originalità. Però poi ottenuti i risultati si finge di essere delle cellule indipendenti, come se tutto fosse nato esclusivamente dal nostro essere. Questa è una grandissima presunzione che ha portato all'abbandono della città. Qui si crea sfruttando le ispirazioni che Napoli genera ma una volta raggiunto il successo si parte molte volte sputando sulla città, o quanto meno ignorandola. Così intere generazioni di ragazzi sono stati abbandonati a se stessi, senza che nessuno sia andato da loro a dire qualcosa, a dirgli "guarda che da qui si può partire ed ottenere dei risultati ottimi, come è successo a me". Questo è mancato a me quando ero piccolo e questo non voglio manchi più, ed è per questo che vado tanto in giro per scuole, università, associazioni per dare forza a chi ha idee nuove. Dobbiamo esserci anche per gli altri, non possiamo prendere, uscire dal ghetto e poi voltare le spalle a chi è ancora lì. E' un'occasione persa per tutti, e non intendo solo per i napoletani, ma per il mondo intero.

Quanto è importante per te la dimensione live?
Per me il live è una medicina, ho un bisogno fisico di suonare dal vivo, credo che sia qualcosa di metafisico che influisce sulla mia genetica. La dimensione studio mi piace tanto perché non c'è stress, puoi agire con calma ed in modo riflessivo. Ma il live ha una componente istintiva che ti fa sentire vivo. Il sudore, gli occhi e le orecchie di chi ti ascolta, l'andare in giro in luoghi che non conosci sono tutti elementi per me indispensabili. Sono caratteristiche del mio essere alle quali non rinuncerò mai. L'uomo in principio era nomade ed i musicisti mantengono questo rapporto con i luoghi e con un futuro irregolare, non sappiamo mai domani cosa succederà, cosa che vale per tutti, ma noi ne siamo consapevoli e ci piace che sia così.

Quali sono i progetti futuri di Capone & BungtBangt?
Nell'imminente ci sono concerti, promozione del disco e nuovo video. Ma la cosa che mi sta impegnando dal punto di vista progettuale ed emotivo è un film su di me che il regista Demetrio Salvi ha avuto l'idea di fare. Abbiamo già girato diverse cose, sarà un film irregolare come tutto quello che faccio. Un misto di finzione e realtà con scene recitate ma anche con tante cose reali. Sono sempre molto affascinato dal cinema, la mia esperienza da attore in Blues Metropolitano di Piscicelli è ancora viva anche se sono passati tanti anni. Il titolo dovrebbe essere proprio Mozzarella Nigga perchè i contenuti sono molto aderenti al disco. Abbiamo coinvolto i ragazzi dello Scugnizzo Liberato che entrano attivamente nel film sia per lo spazio dell'ex carcere minorile Filangieri, sia per la loro essenza come realtà nuova ed attiva. Insomma anche il film rientra nel mio progetto di valorizzazione della città e dei suoi abitanti. C'è uno slogan che è venuto fuori nella lavorazione del film che mi rappresenta a pieno e con cui mi piace chiudere questa intervista: tra il bene e il male c'è di mezzo il fare!



Capone & BungtBangt – Mozzarella Nigga (New Reel Records/Audioglobe/Full Heads, 2016)
#CONSIGLIATOBLOGFOOLK

L’anno appena trascorso sarà ricordato come uno dei più ricchi per la scena musicale napoletana con tanti dischi di grande qualità, che hanno rilanciato l’importanza di questa città come fucina creativa a livello nazionale. In questo travolgente fermento artistico non poteva mancare qualche atteso ritorno come quello di Capone & BungtBangt che con “Mozzarella Nigga” hanno realizzato il loro lavoro più rappresentativo e compiuto dal punto di vista artistico. Ispirato al termine mozzarellanigger, insulto con il quale gli americani erano soliti appellare gli emigranti italiani che negli anni Cinquanta approdavano negli Stati Uniti in cerca di un lavoro, il titolo svela una doppia lettura sintetizzando in modo perfetto le istanze sonore afronapoletane da sempre marchio di fabbrica della ditta, e il concept alla base del disco ovvero l’esigenza di ricercare l’armonia degli opposti che ritroviamo anche nella copertina che ritrae Maurizio Capone con la mozzarella tao, opera dei Fratelli Scuotto. In questo senso ulteriore elemento di originalità di tutto il progetto è dato dalla presenza al centro del booklet della riproduzione del registro su cui venivano schedati gli emigranti che sbarcavano ad Ellis Island a New York, con la particolarità che i nomi reali sono stati sostituiti dalle firme dei raisers che hanno sostenuto la campagna di crowdfunding per realizzare il disco. “Mozzarella Nigga” è, dunque, un disco che racconta il nostro tempo con le sue contradizioni, i suoi problemi, e lo fa partendo dagli ultimi, da coloro che lottano contro tutto e tutti per un futuro migliore. Rispetto ai dischi precedenti, questo nuovo album esalta la portata innovativa della cifra stilistica di Capone & BungtBangt, e questo certamente in considerazione della loro sempre più intensa attività dal vivo spesa tra i tanti concerti e le varie collaborazioni in cui sono impegnati, a partire dalla fortunata esperienza con la ciurma di Capitan Capitone e i Fratelli della Costa. Quello che ritroviamo intatto sono gli ingredienti sonori, poliritmici e strumentali della junk music e la coerenza di Maurizio Capone sempre impegnato dal punto di vista sociale e soprattutto attivissimo con i suoi laboratori diventati un vero e proprio riferimento per tutta l’Italia. Registrato tra gli studi New Reel Records, Tana Capone, Rc Music e Splash e prodotto da Maurizio Capone e Diego Spasari, il disco raccogli quindici brani originali cantati in un originale esperanto che mescola italiano, napoletano ed inglese che si innestano su un intreccio sonoro nel quale convergono hip hop, drum 'n bass, reggae, e funk. Ad impreziosire il tutto un ampio cast di ospiti d’eccezione ed amici che in modo molto informale contribuiscono a dare un profilo corale a questo lavoro. Aperto dalla breve title track in cui spicca il rap di Oyshoe, il disco entra subito nel vivo con il trascinante invito a non fuggire dai problemi di “Si Te Ne Vaje”, scelta come singolo di lancio e per la quale è stato realizzato un video con la partecipazione dei fratelli Pino e Marco Maddaloni, campioni olimipici di judo. Si prosegue con il rap di Shaone di “Miezu Pazz” che apre la strada prima ai ritmi in levare di “Uè Giuà”, e  poi a “Eart Keeper” dedicata alla terra dei fuochi con la complicità di Mc Mariotto e Matto Mc. Se Elio 110gr dei Bisca e i Fratelli della Costa Dario Sansone e Daniele Sepe sono protagonisti de “L’Acqua”, la successiva “Case Fracassate” vede gli arichi dei Solis String Quartet intrecciarsi con le bottiglie di pan di Horùs e le tazzine di caffè di Maurizio Capone, sostenuti dallo scatolophon di Mr.Paradais, e dalla buatteria di Maestro Zannella. Arrivano poi i due vertici del disco con la superba “Urban Junk” in cui spicca la voce di Famoudou Don Moye e la nuova versione di “Saglie Una Voce” in cui fanno capolino i flauti di Daniele Sepe che ritroviamo al sax nella successiva “Global Unity” insieme a Nelson. L’incontro con elettronica dello strumentale “Around The World” ci conduce verso il finale con “Napule Simme Nuje” nella quale giganteggia il sax incazzato nero di James Senese, la danzereccia “Il Ballo del Porponpof” e il travolgente rap di “Tu Come Lo Fai”. Il breve outro “Mozzarella Nigga” chiude un disco ricco di eccellenti intuizioni sonore, imperdibili incontri musicali e una lunga serie di sorprese da scoprire pian piano durente l’ascolto. Assolutamente consigliato!


Salvatore Esposito