BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

BF-CHOICE: Francesco Benozzo, Fabio Bonvicini, Fratelli Mancuso – Un requiem laico

Canto e musiche seguono la via dell’accostamento di esperienze diverse: quattro strumentisti e cantori, il mondo appenninico e quello del canto mediterraneo dell’isola di Sicilia testimoniano con questo concerto-disco un incontra lungo trame della memoria in un luogo simbolo dell’Italia...

giovedì 20 aprile 2017

Numero 303 del 20 Aprile 2017

In apertura del nuovo “Blogfoolk”, partiamo dall’Estremo Oriente: protagonisti di un acclamato showcase a Babel Med, non potevano lasciarci sfuggire i sud-coreani Black String, straordinario quartetto che fa convivere suoni avant-garde, improvvisazione e distorsioni elettroniche con le timbriche degli strumenti tradizionali come il geomungo, i flauti daegeum e i tamburi janggu. Abbiamo intervistato la leader Yoon Jeng Heo per ripercorrere la storia del gruppo e soffermarci sul loro ultimo lavoro “Mask Dance”, nostro disco consigliato della settimana. Un’altra storia di ricerca sonora contraddistingue fratelli i tunisini Amine & Hamza Mraihi i quali, con la cosmopolita The Band Beyon Borders e un parterre di eccellenti ospiti, sono autori di “Fertile Paradoxes". Dagli Stati Uniti, invece, ecco il roots sound di "Brand New Day" dei Mavericks. Lo sguardo in casa nostra mette in primo piano "'O Figlio D''o Vient" del cantautore campano Francesco Di Vicino, poi vi conduce a Torino per il doppio concerto andato in scena lo scorso 13 aprile al Folk Club, che ha visto sul palco due eccellenti chitarristi come Sergio Arturo Calonego ed Enrico Negro. Continuiamo a parlare di sei corde nella terza ed ultima parte dello speciale “Storia della chitarra acustica”, mentre sul versante jazz presentiamo "Kon-Tiki" del contrabbassista e compositore Francesco Ponticelli. Ancora all’insegna della trasversalità sonora è l’ultima recensione del numero 303, dedicata  alla riedizione di "Instrumentals" di Arthur Russell. Per chiudere in bellezza c’è lo scatto di Corzani Airlines, che immortala un altro artista dalla personalità artistica frastagliata: l’argentino Daniel Melingo. Da ultimo, vi annunciamo con grande piacere che dal 4 al 6 agosto si terrà la seconda edizione del Festival delle Ciaramelle di Amatrice, alla cui realizzazione Blogfoolk collabora fattivamente con l'associazione For.Mu.S.. Sarà una preziosa occasione per ribadire l'esigenza di far conoscere la cultura amatriciana di tradizione orale, perché siamo convinti che, per far risorgere Amatrice, è fondamentale mantenere viva la sua cultura. La distruzione delle strutture materiali infatti porta con sé il rischio di spazzare via anche la cultura stessa delle persone, della quale fanno parte integrante le tradizioni musicali. In questo senso si inserisce la scelta, anche simbolica, di tenere il concerto finale sui monti della Laga in località Sacro Cuore,  tutto ciò ci permetterà di distaccarci e guardare dall’alto le macerie degli edifici della conca amatriciana. È con queste convinzioni che riproponiamo questo Festival con la stessa formula della prima edizione.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


COVER STORY
WORLD MUSIC
VIAGGIO IN ITALIA
I LUOGHI DELLA MUSICA
STRINGS
SUONI JAZZ
CONTEMPORANEA
CORZANI AIRLINES


L'immagine di copertina è un'opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Black String – Mask Dance (ACT, 2016)

Black String: esplorazioni coreane, tra tradizione e contemporaneità 

Il successo della performance del gruppo coreano al recente Babel Med di Marsiglia aiuta a capire come, smarrita la carica propulsiva delle proposte musicali di quelle aree storiche di riferimento del movimento world music (Africa Nera, Maghreb, Caraibi, Est Europa), i progetti più interessanti e originali degli ultimi anni vengano da aree musicalmente finora poco esplorate, vedi l’Estonia della bravissima Maarja Nuut, la raffinata patchanka creola dei Saodaj, dell’arcipelago della Réunion, e appunto Black String, incredibile quartetto proveniente dalla Corea del Sud, che mescola suoni avant-garde, improvvisazione, distorsioni, elettronica e ritmi asimmetrici con i suoni degli strumenti tradizionali come il geomungo (pronuncia go-moon-goh), un cordofono a pizzico e a percussione, sorta di zither a cinque corde che usa una tecnica simile al meendi nel  sitar, i flauti daegeum e i tamburi janggu, assemblati in una sorta di batteria. In cinque anni di attività il gruppo ha suonato in alcune delle vetrine più importanti in Europa dal London Jazz Festival al Womex 2016 di Budapest e, appunto, nella fiera-festival di Marsiglia, dove la loro performance è stata seguitissima ed acclamata. 
E i Black String non sono i soli alfieri asiatici, visto che il panorama neo-trad sud coreano, supportato internazionalmente dalle istituzioni centrali, annovera altri ensemble interessanti come Geomungo Factory e Jambinai.  Abbiamo incontrato Yoon Jeong Heo, brava leader della band Black String, nella sala stampa del Babel Med, in un’ affollata conferenza stampa che ha dimostrato l’interesse dei media per questa interessante band, che da lì a poche ora regalerà nella Sala Cabaret de “Le Dock Des Suds” una torrida e partecipata performance.

Parliamo del tuo strumento il geomungo, quando hai iniziato a suonarlo e che origine ha?
Lo strumento è molto antico, si trovano testimonianze iconografiche della sua esistenza che risalgono ad oltre un millennio fa. Ha cinque corde che vengono pizzicate con un bastoncino di legno. Ho iniziato ha suonarlo che avevo cinque anni, quasi ormai trent’anni fa, così potete anche indovinare quanti anni ho... purtroppo non esiste una versione ridotta per bambini e ho dovuto iniziare con lo strumento grande. La sua pronuncia corretta è 
go-mung-ho. 

La trasmissione di repertorio e tecnica è ancora di tipo “orale”? Come hai imparato?
In un mondo in cui si inventano continuamente nuove musiche, nuovi suoni e nuove tecniche esecutive, il mio strumento testardamente continua a resistere nella sua forma arcaica. Il mio stile è tutto sommato tradizionale, la novità sta nel combinarlo con altri strumenti moderni.  La trasmissione è dipendente dal tipo di repertorio: c’è una musica di corte, aristocratica, formale che è in buona parte scritta, quella folk, con i suoi ritmi e le sue scale, ha una parte improvvisativa forte.

L’ascolto del vostro album è stato davvero stimolante: quanto di quello che ascoltiamo sul disco è dal vivo è tradizione e quanto è materiale interamente composto da voi?
La base è interamente tradizionale, utilizziamo melodie, testi, storie che sono parte della tradizione, ma la rielaborazione è una parte importante del nostro lavoro. Il pubblico in Corea all’inizio era scioccato dal nostro approccio, anche se credo che la nostra ispirazione tradizionale sia ben riconoscibile, poi ha prevalso un sentimento di curiosità: mischiare strumenti tradizionali, chitarre distorte, effetti elettronici era qualcosa di nuovo nel nostro paese, che peraltro ha un’importante vocazione tecnologica. La nostra ispirazione sono tutti i musicisti (ma anche gente di teatro, scrittori) con cui abbiamo incrociato il nostro cammino.

Com’è la gioventù coreana di oggi?
Penso non sia diversa da quella degli altri paesi del mondo, come ti ho già detto, il paese ha puntato molto sulla tecnologia e questo ci ha reso aperti agli stimoli che provengono dall’Europa o dall’America. La gente ascolta musica proveniente da tutta il mondo, e i giovani sono molto veloci nell’assimilare gli stimoli e rielabolarli, inclusa ovviamente la musica. 
La nostra musica tradizionale è molto supportata dalle istituzioni, e questo mix di ascolti e differenti input non può che essere un bene. Personalmente siamo continuamente influenzati da certo jazz contemporaneo e da musiche provenienti da altri paesi. Nel ventunesimo secolo non consideriamo la musica europea come qualcosa di esotico.

Il nome “Black String” da cosa deriva?
Nella cultura orientale il nero non è solo un colore, ma allude a qualcosa di misterioso e occulto. Black String è la traduzione del nome del Geomungo, il mio strumento. La spiegazione ha a che fare con la filosofia, la mistica e con la nascita del Cosmo. Il nero è qualcosa che ha a che fare con il mistero della creazione.

Cosa ha in comune la musica coreana con la musica degli altri paesi dell’estremo oriente e del Sud Est Asiatico?
La storia dei diversi paesi, la filosofia, la musica sono ben differenti. Noi orientali abbiamo una sorta di “sentire comune” che in qualche maniera ci accomuna, ma le nostre culture sono differenti. Anche gli strumenti sono simili, ad esempio i tamburi giapponesi koto sono imparentati con i nostri, ma le tecniche di esecuzione sono totalmente diverse.



Black String – Mask Dance (ACT, 2016)
#CONSIGLIATOBLOGFOOLK

La magia live del gruppo di Seoul, rimane intatta nella loro prima prova in studio “Mask Dance”, distribuita in Europa dalla tedesca Act (etichetta che gravita nell’ambita del jazz e delle sue contaminazioni). Sette composizioni tutte piuttosto lunghe, per lo più attribuibili alla leader e suonatrice di geomungo Yoon Jeong Heo, con l’eccezione del tradizionale “Song from Heaven” (nell’edizione europea del CD, i titoli sono in inglese) e del brano “Floating, Flowing” del compagno di etichetta Esbjorn Svensson. Tutte le composizioni sono delle vere e proprie suite dove la fusione fra tradizionale e moderno, fra acustico, elettrico ed elettronico è sempre in perfetto equilibrio e dove le parti cantate, affidate al percussionista Min Hwang, rendono ancora più accattivante il mélange di sensazioni. I paradigmi delle diverse anime del suono Black String sono identificabili nella title track, una cavalcata sonora dove geomungo e  percussioni  forniscono un intricatissima trama ritmica, e la chitarra del bravissimo Jean Ho, giovane musicista di prestigiose frequentazioni e studi newyorkesi, è libera di spaziare fra suoni a volte lancinanti a volte liquidi, e dove i vocalizzi della bellissima voce di Hwang regalano spazialità ad un suono diversamente costretto in ritmiche serrate, e in “Growth Ring” dove sono i flauti di bamboo a condurre il tema e a fornire le parti improvvisate, con il versatile geomungo sempre presente a fornire contrappunti melodici e ritmici. Una prima prova matura e convincente per il quartetto coreano che a luglio si esibirà in una lunga tournée che toccherà diversi Stati.


Gianluca Dessì

Amine & Hamza with The Band Beyond Borders – Fertile Paradoxes (Arc Music, 2017)

Se non apparisse una locuzione abusata, parleremmo di fusion che abbatte barriere geografiche e musicali: eppure è quanto evoca l’ascolto della notevole nuova prova di Amine e Hamza Mraihi, due fratelli tunisini residenti in Svizzera. Specialisti dei loro rispettivi strumenti appartenenti alla tradizione araba classica, il liuto ‘ūd e la cetra a corde pizzicate qanoun, in cui eccellono per padronanza tecnica e approccio creativo, i due hanno alle spalle una solida discografia e hanno suonato su palcoscenici e festival di primo piano (fra i tanti Istituto del Mondo Arabo di Parigi, Kennedy Center a Washington concerti della BBC, Opéra de Il Cairo, Teatro della Médina a Beirut). Il titolo, “Fertile Paradoxes”, racchiude il senso della ricerca della coppia, che realizza molto di più che un incontro ed una commistione di generi. Il disco li vede magnifici autori, con il sestetto base in cui operano l’indo-svizzero Baiju Bhatt (violino), lo svizzero Valentin Conus (sax tenore e soprano), il tablista indo-francese Prabhun Edouard e lo svedese Fredrick Gille (percussioni assortite, dall’Africa all’India, passando per l’America Latina). Uno stuolo di guest si unisce alla Band Beyond Borders nelle otto composizioni (le tracce oscillano tra i sette minuti e mezzo e i dieci minuti): in “Spleen” e “Café Tunis” c’è la voce di Kaushiki Chakraborty, Vincent Ségal mette il suo archetto in “Spleen” e “Letter to God”, i mantici di Vincent Peirani e Jakub Mietla entrano in “Brahim's Dream”, “Café Tunis” e “Letter to God”, un’orchestra d’archi si mette all’opera ancora in “Spleen” e in “Lullaby for Leo”, mentre i bassisti Lukasz Adamczyk e Jean-Pierre Schaller accrescono quell’elemento jazz, che si fonde con l’universo modale di matrice arabo-mediorientale, con gli inserti vocali e la ritmica indostana, gli sprazzi flamenco e i passaggi cameristici. Incisivo e avvolgente il dialogo tra cordofoni di ”Love is an Eternal Journey”, non smarrisce l’approccio collettivo “The Quest”, fa colpo la composita anima di “Frozen Rivers”. Persuadenti paradossi. 


Ciro De Rosa

The Mavericks – Brand New Day (Mono Mundo/Goodfellas, 2017)

Formatisi nel 1989 a Miami, dall’incontro tra il cantante di origini cubane Raul Malo ed il bassista Robert Reynolds, i Mavericks in breve tempo conquistarono la scena live californiana con il loro originale intreccio tra country, rock e ritmi latin. Nell’autunno dell’anno seguente, mentre a Seattle cominciava ad esplodere il grunge e sulla West Coast ancora permanevano i focolai del punk, Malo e soci debuttarono in piena controtendenza con le mode debuttarono con il disco omonimo che suscitò subito l’interesse delle major, tant’è che nel 1991 siglarono il contratto con la MCA con cui diedero alle stampe “From Hell To Paradise”. Il grande successo arrivò però con il terzo disco “What A Crying Shame” del 1994 che fruttò il disco di platino e ben quattro hits nelle charts country: “O What a Thrill”, “There Goes My Heart” e “I Should Have Been True”. Gli anni successivi grazie a dischi come l’ottimo “Trampoline” fecero incetta di consensi, ma agli albori del nuovo millennio qualcosa cominciò a scricchiolare e, complice lo scarso successo di “The Maverics” nel 2003 la band si sciolse, e Raul Malo si dedicò con alterne fortune alla sua carriera come solista. Dopo dieci anni, il frontman decise di rimettere in piedi il gruppo con “In Time” che ebbe un buon riscontro dal punto di vista commerciale, ma i giorni di gloria del passato erano ormai un ricordo perché a riportarli con i piedi per terra arrivò l’inatteso insuccesso di “Mono” del 2015. A distanza di due anni da quest’ultimo Raul Malo e soci tornano con “Brand New Day”, non disco in studio che sin dal titolo segna una nuova fase nel percorso artistico dei Mavericks, svelandoci una band completamente rigenerata dal punto di vista dell’ispirazione. Se per ripetere quanto fatto in passato sarebbe praticamente impossibile, questo nuovo lavoro è una sorta di compendio dell’ampio raggio sonoro in cui si muove la band americana. I dieci brani, infatti, si muovono su sentieri sonori differenti spaziando dal sound tex mex dell’iniziale “Rolling Along” al country soul della title-track, passando per le atmosfere jazzy old time di “Easy As It Seems” e la vanmorrisoniana “I Think Of You”. Non è finita qui però, perché il disco svela brano dopo brano altre belle sorprese come il letto “Goodnight Waltz”, la divagazione sul border messicano di “Damned (If You Do), e la ballata fifthies “I Will Be Yours”. L’irresistibile boogie “Ride With Me” ci conduce verso il finale in cui godibilissime sono il crooning di “I Wish You Well” e il tex mex di “For The Ages” che chiude il disco. Nell’arco dei suoi trentotto minuti, “Brand New Day” veleggia su acque sicure regalandoci un pugno di ottimi brani che non cambieranno certamente di un millimetro la storia della musica americana, ma per gli appassionati del genere saranno l’occasione per riconciliarsi con la band di Raul Malo. Bentornati! 


Salvatore Esposito

Francesco Di Vicino 'O Figlio d' 'o Viento – Preta Santa (Autoprodotto, 2016)

Non di rado il nostro viaggio sonoro attraverso l’Italia ci regala piccole grandi sorprese, facendoci entrare in contatto con artisti che percorrono sentieri lontani dai grandi palcoscenici, ma non per questo motivo privi di talento. E’ il caso di Francesco Di Vicino, chitarrista e cantautore napoletano con alle spalle una carriera ormai trentennale spesa tra la sua intensa attività live che lo ha portato ad esibirsi in tutta la penisola, collaborazioni con artisti come Mimmo Cavallo, Tony Cercola e Carlo Faiello e una serie di dischi a proprio nome. Dopo aver debuttato nel 2003 con “Il Bianco & Il Nero” disco marcatamente cantautorale nel quale spiccava il brano “Massimo” dedicato a Massimo Troisi, l’artista napoletano, a partire dal suo secondo album “Tammurriango” del 2008, ha intrapreso un percorso di riavvicinamento alla tradizione musicale campana, concretizzatesi nel 2012 con la pubblicazione di “Zingari Distratti” con il moniker Figlio d’ ‘o viento ad affiancare il suo nome in copertina. A distanza di quattro anni da quest’ultimo, Francesco Di Vicino prosegue il suo cammino con “Preta Santa”, disco nel quale ha raccolto undici brani autografi che nel loro insieme ampliano il raggio della sua ricerca sonora, aprendosi alle sonorità della world music. In questo senso determinante ci sembra l’apporto del folto gruppo di strumentisti che lo accompagna composto da Costantino Artiaco (basso e contrabbasso), Salvatore Abete (batteria), Teodoro Delfino (percussioni e tamburi a cornice), Tony Panico (sassofoni), Vittorio Cataldi (fisarmonica), Pasquale Nocerino (violino), Sergio De Angelis (batteria), Angelo Ruocco (tromba) e Marco Di Palo (violoncello). L’ascolto rivela tutta la dedizione e la passione con la quale il cantautore napoletano approccia il songwriting mantenendosi in un equilibrio perfetto tra influenze che spaziano dai Musica Nova ad Enzo Avitabile ed il suo originale approccio allo storytelling. Le canzoni di Di Vicino racchiudono istantanee di vita quotidiana, frammenti di attualità, ricordi personali e sguardi verso il passato, il tutto velato da un amaro disincanto come nel caso dell’inziale “Africa” o della sofferta “Sei Sette” in cui spicca la ciaramella di Mimmo Maglionico o ancora della riflessiva “Sto capenno”. Se la trascinante “Abballa” ci riporta alla mente le pagine di controstoria dell’unità d’Italia, la successiva “Nun te scurdà ‘e me” è una splendida ballata d’amore, a cui seguono in sequenza “Piccolo Bu”, “Canzone sciuè sciuè”, e “Quanno ‘o sole se ne va” nella quale fa capolino la voce narrante di Ciro Esposito. Il ricordi di infanza di “Sciallo d’’a nonna” e il raggio di speranza di “Dimane” ci conducono verso il finale in cui a spiccare è la title-track nella quale Di Vicino rilegge in modo personalissimo le profezie contenute nei libri di Daniele e dell’Apocalisse. “Preta Santa” è, insomma, un disco genuino ed intenso che non mancherà di appassionare i cultori della canzone d’autore made in Napoli. 


Salvatore Esposito

Sergio Arturo Calonego & Enrico Negro, Folk Club, Torino, 13 aprile 2017

Ci siamo già occupati di Calonego e Negro in occasione dell’uscita dei loro ultimi lavori “Dadigadì” e “Le memorie dell’acqua”. Il Folk Club di Torino ci ha offerto ora l'occasione per vederli condividere il palco per la prima volta. La comune passione per il chitarrista Pierre Bensusan li ha fatti incontrare nel febbraio dello scorso anno proprio tra i sedili di questo locale, ed è così che nasce questa prima collaborazione tra i due. L’occasione è certamente interessante per via delle personalità profondamente diverse dei due artisti. Enrico Negro ha alle spalle una ormai lunga carriera come chitarrista classico, soprattutto con il Vivaldi Guitar Trio, attività che da sempre affianca alle collaborazioni con ensemble di musica di estrazione popolare. Più tortuoso invece il percorso di Sergio Calonego che ha seguito un suo personalissimo iter artistico: partito dal blues si propone in seguito anche come autore e cantautore, e solo da ultimo si dedica alla chitarra acustica, dopo un percorso molto intimo e un lungo apprendistato svolto al chiuso “nel bagno di casa”, come ha ironicamente ricordato egli stesso nell’occasione. Il concerto si è svolto con due set separati per i due artisti, che si sono riuniti alla fine per un solo brano. 
Ha aperto la serata Enrico Negro con il brano che dà il titolo al suo ultimo disco, e diciamo da subito che “Le memorie dell’acqua” è forse in assoluto il brano che ci è piaciuto di più, una interpretazione molto convincente con uno stile ed un suono che a tratti ci ha piacevolmente ricordato il primo Alex De Grassi. La scaletta si è poi sviluppata con incursioni nel repertorio classico inframezzate da brani più vecchi del proprio repertorio come “Autunno Pedemontano” e “Cuoricino”. Certamente per i palati più fini la “Gnossienne n.1” di Erik Satie (da un adattamento per chitarra di Roland Dyens), mentre il Claudio Monteverdi di “Chi vol che m’innamori” ci ha riportato immediatamente allo spirito del John Renbourn più barocco, stavolta però al servizio della tradizione italiana e del grande compositore cremonese. Ma, a nostro avviso, è il folk il vero territorio dell’artista, ed è qui che Negro ci pare esprimersi al meglio, nella rivisitazione e nell’adattamento del reportorio musicale popolare. È il caso della reinterpretazione di due brani dei La Ciapa Rusa, storico gruppo piemontese di musica tradizionale attivo a cavallo degli anni ’70-’80, brani in cui Negro, insieme al brano di apertura, raggiunge la maggiore intensità interpretativa della serata. Chiude l’interpretazione strumentale di “A’ cumba” di Fabrizio De André e Ivano Fossati, un brano che nasce già per chitarra e con una forte ispirazione folk che ma che Negro reinterpreta stavolta, sorprendendoci, variando sensibilmente l’armonia e linea melodica con un approccio quasi jazzistico, confermando ancora una volta la non banalità delle proprie scelte e il proprio eclettismo. Enrico Negro si conferma artista maturo, capace di passare con scioltezza da uno stile all’altro. Ma riesce a dare il meglio nelle composizioni che coniugano l’ispirazione della musica popolare con la tecnica chitarristica classica. Ci piace sicuramente la sua capacità di accostare musica colta e tradizione popolare senza banalizzare la prima (Giovanni Allevi docet!)
 e nobilitando invece la seconda, senza restare imbrigliato nel formalismo della impostazione classica dello strumento, ma adattandosi invece anche alle piccole imprecisioni come un ostinato o un bordone, volutamente non sempre esatti, che rendono credibile i brani di ispirazione più folk. Sergio Arturo Calonego ha aperto il secondo set dimostrando subito un divertente istrionismo, raccontando anche la particolare storia sul come si sia avvicinato alla chitarra acustica (per chi volesse saperne di più rimandiamo a questa intervista su Fingerpicking.net), inoltre la curiosa scelta di accordare la chitarra “calante” a 432Hz, chitarra che Calonego suona esclusivamente con accordatura DADGAD (dalle sigle inglesi di Re La Re Sol La Re). La scaletta si è sviluppata alternando brani strumentali, “Seluna”, “Dissonata”, “Dadigadì” e brani cantati, “Suite r.” e “Darlin’”, quest’ultimo in inglese, lingua che sembra meglio esaltarne il grave timbro vocale e che ben si sposa con i cenni blueseggianti che l’artista spesso lascia trasparire nei brani. I brani strumentali dimostrano la frequentazione degli stili contemporanei della chitarra acustica, conditi da quegli effetti percussivi che sono ormai corredo di ogni chitarrista acustico contemporaneo, ma questi non prendono mai il sopravvento e rimane un preciso senso della melodia che ce lo fa apprezzare. 
Simpatico intermezzo è la medley di “Summertime”, Crossroads”, dell’ “Adagio in Sol minore” di Albinoni e un divertente accenno finale a … “Smoke on the Water”. Calonego gioca stavolta un po’ a fare la parodia del bluesman ed il pubblico apprezza anche questa capacità di non prendersi troppo sul serio. L’intreccio è sicuramente divertente ed efficace sul palco, l’artista mostra voglia di comunicare e di ricercare l’empatia con il pubblico. Senza mai eccedere, l’approccio è sincero e non serve a “mascherare” la musica” dietro le parole. In un caso la presentazione di un brano si fa più seria, e coincide con l’interpretazione che sicuramente ci ha colpito di più, lo strumentale “Dolcezza”; è il brano è sicuramente il più sentito ed ispirato, inoltre ha un sapore vagamente mediterraneo che lo fa distinguere dagli altri. La serata si conclude con l’unico brano suonato insieme dai due musicisti, “All along the watchtower” opportunamente “dylaniata” dalla cavernosa voce di Calonego. Serata piacevole, equilibrata dalla diversa personalità musicale dei protagonisti che ha donato varietà al programma. Una proposta di qualità, come da solida tradizione per il Folk Club, e due artisti interessanti e diversi, che vi consigliamo decisamente di andare a vedere se ve ne capita l’occasione. 


Pier Luigi Auddino

Storia della chitarra acustica solista pt.3

Gli anni ’80 – oltre la tradizione
Alla fine degli anni '70 e per tutti gli anni ’80 il posto che era stato della Takoma viene preso dalla casa discografica Windam Hill, fondata dal chitarrista William Hackerman (1949). La Windam Hill sarà la casa dei più importanti chitarristi di questo periodo: Alex De Grassi (1952) e Michael Hedges (1953-1997) sopra tutti, ma anche di altri ottimi musicisti come Michael Gulezian (1957). In essi la tecnica sullo strumento mostra ancora un deciso passo in avanti, mentre la complessità compositiva, che si stacca ormai nettamente dalle radici del blues acustico, rivela ora le influenze della musica colta e del jazz, nel tentativo di creare una sorta di “forma orchestrale su sei corde”. Caratteristica comune a molti chitarristi di questa generazione è anche lo sviluppo di quegli stili percussivi sullo strumento che sono oggi corredo di quasi ogni chitarrista acustico e, grazie anche alle migliori tecniche di registrazione e amplificazione, lo sviluppo anche sulla chitarra acustica della tecnica del tapping, che proprio in quegli anni si diffonde ma che fino a quel momento era prerogativa dei soli chitarristi elettrici 1. A parte va citato il caso del chitarrista francese Pierre Bensusan (1957), che a soli 17 anni si rivela al pubblico come talento precoce. 
La sua musica segue un percorso molto personale, legato più alla cultura del folk europeo, senza seguire troppo l'onda dello sviluppo tecnico sullo strumento, ma privilegiando piuttosto uno spiccato lirismo compositivo.

Chitarristi contemporanei
Negli ultimi anni lo sviluppo degli approcci compositivi segna una battuta d’arresto. I chitarristi dell’ultima generazione, indicativamente dagli anni’90 in poi, sono tutti per lo più degli stilisti: virtuosi dello strumento che esaltano e perfezionano approcci musicali che non sono però del tutto originali. Il livello di raffinatezza come esecutori ormai è sempre notevole e raggiunge i vertici con Peppino D’Agostino (1951) e Preston Reed (1955) e che mostrano tutta l’eredità della scuola Windham Hill. Woody Mann (1953) è invece il più legato al fingerpicking classico mentre Tommy Emmanuel (1955), dopo una prima parte della propria carriera come chitarrista elettrico, si è poi definitivamente convertito alla chitarra acustica diventando ad oggi certamente il chitarrista più popolare ed ammirato, anche per una notevole abilità tecnico-percussiva.

In Italia 
Già dalla fine degli anni '70 assistiamo alla formazione di una piccola ma dignitosissima schiera nostrana di chitarristi acustici. Oltre al già citato Peppino D’Agostino, che è ormai da considerarsi a tutti gli effetti statunitense, i nomi più importanti sono quelli di: Maurizio Angeletti, il più legato all'esperienza di Fahey e della sua "scuola" insieme a Roberto Menabò; Riccardo Zappa che, animato da un vivace eclettismo, arriva spesso a sperimentare le più diverse sonorità; Franco Morone lirico e arioso, il più vicino al modello di Renbourn assieme a Giuseppe Leopizzi; il già citato Beppe Gambetta, il campione del bluegrass nostrano. Dalla metà degli anni ’90 la più recente schiera di chitarristi italiani si è notevolmente infoltita grazie anche al contributo di numerosi chitarristi che talvolta arrivano da esperienze musicali diverse: Paolo Giordano, Stefano Nobile, Armando Corsi, Giovanni Pelosi, Daniele Bazzani, Pino Forastiere, Luca Francioso, Roberto Dalla Vecchia, Walter Lupi e molti altri.

Considerazioni attuali
Negli ultimi anni le reali novità paiono veramente poche e lo sviluppo creativo della musica per chitarra acustica solista sembra purtroppo essersi fermato 2
Molti dei musicisti di oggi possiedono un livello tecnico ottimo ed invidiabile, ma troppo spesso manca loro un'autentica spinta innovativa, magari capace di rileggere la tradizione per guardare avanti. Troppi musicisti infatti si relegano nella riproposizione degli stessi stilemi, sempre più raffinati e stilizzati fino al parossismo, scadendo però a volte in una sorta di paradossale "pop acustico"! La musica per chitarra acustica rischia, e purtroppo spesso già accade, di diventare una musica ad uso "esclusivo" dei chitarristi, incapace di rivolgersi ad un pubblico più ampio e "non preparato", a volte un'esibizione compiaciuta di tecnica e acrobazie percussive spettacolari che, seppure sul momento possono incantare il pubblico, di fatto sacrificano la melodia e la composizione all'effetto spettacolare e alla lunga allontanano invece l’ascoltatore da una musica che si mostra troppo "altra" e "poco musicale" in senso stretto. Un esercizio di stile e tecnica insomma che può mascherare una povertà di idee compositive anche drammaticamente profonda. All'origine di ciò sta probabilmente un malinteso. Il tentativo di ampliare le possibilità espressive della chitarra porta di fatto a costringere approcci non chitarristici sullo strumento che, se non sapientemente dosati, sacrificano la composizione all'effetto timbrico e ritmico, o addirittura puramente “scenico”. 
Forse si dovrebbe piuttosto accettare che la chitarra è uno strumento intrinsecamente limitato in alcune possibilità, soprattutto armoniche, e che invece entro quei limiti è da ricercare, e si spera qualche volta "trovare", la massima creatività ed espressività. Credo vada considerato pure un fatto strettamente economico: suonare la chitarra da sola “costa poco”. L’ingaggio di un musicista per una esibizione dal vivo è certamente inferiore a quanto sarebbe avendo altri musicisti al seguito, mentre pur con un ingaggio ridotto il margine di guadagno per il singolo musicista può risultare anche maggiore, il che, unito ad un impegno organizzativo sia tecnico-pratico che orchestrale praticamente nullo, attrae alcuni musicisti verso la forma del “concerto solo” di chitarra acustica, e non necessariamente, a mio avviso, per una scelta squisitamente artistica. Ciò è più evidente in quei chitarristi che non si riconoscono, o comunque non mostrano nella propria musica, una dimestichezza con la dimensione propriamente "acustica" dello strumento, e che provengono per lo più da esperienze e tradizioni musicali diverse, classica, jazz, rock o addirittura pop, ma che trovano nella chitarra acustica uno mezzo idoneo allo sviluppo di una personale dimensione artistica, e sfruttano appieno invece le potenzialità dei più recenti sistemi di amplificazione e di conseguenza anche le tecniche mutuate dalla chitarra elettrica.



Pier Luigi Auddino


Torna alla seconda parte

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1 Il primo uso sistematico ed efficace del tapping su chitarra elettrica lo si può ascoltare nel disco omonimo dei Van Halen (1978) ad opera del chitarrista Eddie Van Halen,che diede immensa popolarità a questa tecnica e imponendo una svolta decisiva per l’evoluzione stilistica della chitarra elettrica. Si ascolti soprattutto il brano Eruption.
2 Non si vorrebbe essere tacciati di passatismo, né apparire come uno dei tanti laudatores temporis acti. Piuttosto vale per la musica acustica una considerazione spesso riferita ad altri generi come il blues, il jazz o il rock che pure dimostrano una vitalità e una capacità di reinventarsi a mio avviso maggiore, per quanto ridimensionata rispetto all’esplosione incessante di nuove idee che si è registrata fino alla fine degli anni settanta.

Francesco Ponticelli – Kon-Tiki (Tûk Music, 2017)

Sbocciato nelle fila della band New Generation di Enrico Rava, Francesco Ponticelli è un talentuoso contrabbassista e compositore con alle spalle un intenso percorso artistico maturato dal vivo e in studio in diverse formazioni, e ben noto per essere il leader del quartetto, nato nel 2011, e composto da alcuni dei migliori strumentisti italiani del momento: Enrico Zanisi al piano e synth, Dan Kinzelman ai sassofoni e clarino ed Enrico Morello alla batteria. A tre anni di distanza dal debutto “Ellipses”, ritroviamo il quartetto con “Kon-Tiki”, pregevole album nel quale hanno raccolto nove brani inediti firmati dal contrabbassista che nel loro insieme condensano tutta l’esperienza accumulata in questi anni. Rispetto al precedente legato ad un’estetica prettamente elettronica, questo nuovo lavoro evidenzia una importante crescita tanto dal punto di vista della ricerca sonora, quanto da quello compositivo che si riflette in brani più aperti alle improvvisazioni dei vari strumentisti. Accolti dalla copertina, opera dell’artista spagnola Pilar Cossio, il disco durante l’ascolto svela un sound, ormai lontano dai riferimenti musicali americani, caratterizzato da atmosfere e spaccati cantabili di grande forza evocativa, come dimostra l’iniziale “Verso rosso” o quel gioiello che è “14 Agosto” in cui brilla l’affascinante linea melodica con Zanisi che si divide tra pianoforte e sintetizzatori, assecondato magistralmente dal clarinetto di Kinzelman. Se “Rings” si dipana tra le atmosfere sintentiche delle prime battute ed una sontuosa parte acustica in cui protagonista è ancora Kinzelman questa volta al sax tenore, la successiva “Auf Wiedersehen” colpisce per la trama eterea del pianoforte che ci schiude le porte ad un crescendo corale di puro lirismo. La complessa trama ritmica di “Withe” e la trascinante “El Dorato” ci introducono prima ai ritmi spezzati di “Alabama” e poi alla superba “Underground Railroad” che rappresenta, senza dubbio, il vertice assoluto del disco. La poesia quasi mistica di “Onde” suggella un album notevolissimo che non mancherà di rapire letteralmente gli ascoltatori più attenti. 


Salvatore Esposito

Arthur Russell – Instrumentals (Audika Records, 2017)

Giunti ormai nel 2017, la statura artistica di Arthur Russell non è certamente un mistero. L’indagine della sua opera iniziata dopo la morte nel 1992, continua intensamente da ormai più di un decennio rivelando costantemente tracce di un’eclettica e talvolta profetica genialità sicuramente meritevole di maggiori consensi. Nato il 21 maggio del 1951 a Oskaloosa nell’Iowa, si avvicinò molto presto alla musica suonando il violoncello nella banda municipale del suo paese. Trasferitosi a San Francisco nel 1967, entrò nella comune di Neville G. Pemchekov Warwick, dove si immerse nella meditazione e nella nascente cultura hippie. Tutto iniziò nel 1970, quando, passeggiando in un parco, Arthur incontrò per caso il poeta Allen Ginsberg che lo coinvolse nella registrazione di alcuni mantra. La multiforme sensibilità del timido giovane e la capacità di destreggiarsi con strumenti e performers impressionarono decisamente Ginsberg che incoraggiò il suo talento… Russell era ormai pronto per dedicarsi definitivamente a ciò che più amava, la musica. Il trasferimento a New York nel 1973 si rivelò decisivo; se da una parte, gli ambienti più accademici non compresero da subito la sua proposta, dall’altra, il sostegno di artisti del calibro di: Philip Glass, Rhys Chatham o Ernie Brooks, fu determinante. Proprio Chatham avrà un ruolo particolarmente determinante nella vita artistica di Russell, affidandogli il suo posto come direttore di The Kitchen, mecca per le nuove sperimentazioni musicali/artistiche Newyorkesi e sede d’incontro di nuovi amici e collaboratori tra cui: Jon Gibson, Peter Gordon, Julius Eastman, Peter Zummo e moltissimi altri. “Instrumentals” recente pubblicazione Audika su doppio vinile è una perfetta fotografia di questa prima fase della vita di Russell. Non a caso, gran parte delle composizioni omonime suddivise in due volumi furono eseguite e registrate proprio a The Kitchen tra il 1975 e il 1978 con una lineup comprendente oltre allo stesso Russell al violoncello, molti dei musicisti precedentemente citati. “Instrumentals” si potrebbe definire come uno splendido tentativo (riuscito) di far convivere insieme musicisti differenti suonando secondo una cosciente arbitrarietà, che lasci spazio ai micro eventi possibili all’interno delle composizioni stesse. L’apparente senso di indeterminatezza e “precarietà” che ne deriva, rafforzano in realtà il potenziale emotivo dei brani che mantiene sempre una valenza determinante. Una delle grandi peculiarità del primo Russell, è proprio quella di riuscir a trasmettere alle composizioni una sensibilità melodica unica, tanto da sembrare sospese e fluttuanti in una dimensione altra. All’ascolto i brani sembrano rievocare un curioso incontro tra Moondog e i tipici aromi minimalisti, fusi però con le sgargianti sonorità degli arrangiamenti pop e easy listening della cultura americana in un melting-pot piuttosto unico e personale. La compilation in questione include anche due composizioni dalla natura più esplorativa e sperimentale registrate nel 1975 presso la Phill Niblock’s Experimental Intermedia Foundation: “Reach One” un pezzo ambient e meditativo per due Fender Rhodes e Sketch For “Face Of Helen” brano ispirato dal lavoro di Arthur con l’amico e compositore Arnold Dreyblatt per testiera e registrazioni ambientali del brontolio di un rimorchiatore sul fiume Hudson. Tutti i materiali inclusi in “Instrumentals” sono già stati precedentemente pubblicati in passato sulla raccolta “First Thought Best Thought” edita sempre da Audika nel 2006. Questa rimane però un’ottima occasione per ri ascoltare una parte importante e consistente delle prime composizioni di Arthur Russell che anticipano la successiva e personalissima svolta disco affermatasi con la fondazione della Sleeping Bag Records. Un documento da non perdere. 


Marco Calloni

Corzani Airlines: Daniel Melingo


Daniel Melingo (Hotel Palatino, Roma, Aprile 2017)
Foto di Valerio Corzani


“Il tango è un gran sentimento che abbraccia musica, ballo, poesia, filosofia, una maniera di vita. E’ la storia del vivere quotidiano. Io personalmente con il tango-canción canto ai perdenti, alla gente che non ha avuto fortuna, è una musica per definizione nostalgica. Politica? Tutto è politica, ma io non parlo di politica nella musica: la faccio; la mia canzone è cronaca, non critica, e nel raccontare cerco di combinare dramma, commedia e istrionismo”.
Daniel Melingo

fotografie e suggestioni 

giovedì 13 aprile 2017

Numero 302 del 13 Aprile 2017

Le celebrazioni della Settimana Santa e della Pasqua non passano inosservate per un magazine come “Blogfoolk”. In Italia e in altri Paesi mediterranei, la Passione di Cristo è motivo di grande mobilitazione collettiva, che si carica di significati plurimi, devozionali, identitari, estetici. Nella nostra Penisola i rituali pasquali si articolano secondo modalità molto diversificate, in forma canora monodica e polivocale, con temi funebri bandistici, con rappresentazioni drammatiche, pellegrinaggi e danze: una varietà sonora che attraversa quasi l’intera Italia. L’invito di “Blogfoolk” è di partecipare a questi rituali con devozione o con attento spirito di osservazione, di conoscenza, di consapevolezza di quanto sia forte e unico il sapere musicale del nostro Paese. Naturalmente, non fatevi mancare la lettura di “Blogfoolk” numero 302,aperto dalla canzone d’autore jazz al femminile: la nostra copertina è “Eclipse” di Chiara Civello. La cantante e autrice romana ci ha raccontato i motivi di questo nuovo lavoro nel corso di una sostanziosa intervista. In un altro incontro vis-à-vis, diamo la parola a Jean Claude Acquaviva, leader dello storico ensemble vocale corso A Filetta, che ha celebrato i quarant’anni di attività, raccolta da Gianluca Dessì a Marsiglia nel corso dell’ultima edizione del Babel Med. Ci spostiamo nel nord-est iberico per parlare di “Pasatempo”, il nuovo album dei galiziani Radio Cos, per trasferirci, poi, sulle vette dell’Himalaya con la splendida antologia “Protection. Himalayan Buddhist Mantras”, curata da Dr. Sonam Wangchok e pubblicata da Felmay con la collaborazione dell’Himalayan Cultural Heritage Foundation di Leh (Ladakh, India). Facciamo tappa in uno dei luoghi più rappresentativi della cultura popolare in Italia, Viggiano in Basilicata, terra di musicisti girovaghi, dove è stata creata da poco meno di dieci anni una scuola d’arpa viggianese, al fine di ridare slancio allo patrimonio musicale locale. Il nostro consigliato della settimana è il recente “Fremer l’arpa ho sentito per via… Canti e danze dalla tradizione Viggianese”, album degli allievi della Scuola dell’Arpa Viggianese e della Musica, diretto da Sara Sìmari e Lincoln Almada. Dai dischi passiamo alla musica dal vivo con il racconto della Folkestra Night, andata in scena a Torino lo scorso 8 aprile, che ha visto protagonisti Folkestra e Folkoro, l’orchestra diretta da Simone Bottasso, con in qualità di ospiti speciali Riccardo Tesi e Gigi Biolcati. Spazio alla seconda parte del saggio “Storia della Chitarra Acustica” di Pier Luigi Maria Auddino, mentre per la rubrica Contemporanea, proponiamo la recensione di “Rainworks” di Suso Sàiz, edito da Music From Memory. Chiude il disco l’istantanea di Corzani Airlines, che ha come protagonista lo sfrontato rocker algerino Rachid Taha.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com

mercoledì 12 aprile 2017

Chiara Civello – Eclipse (Sony Music, 2017)

Cantante dal timbro elegantissimo nonché autrice e strumentista di talento, Chiara Civello si è formata presso il prestigioso Berklee College of Music, e grazie all’incontro con il produttore Russ Titelman ha debuttato nel 2005 con “Last Quarter Moon”, pubblicato dalla Verve Records e nel quale spiccava la collaborazione con Burt Bacharach. Nel corso degli anni, il suo percorso artistico è stato costellato dagli incontri con artisti del calibro di Daniel Jobim, Ana Carolina, Mark Ribot, Jacques Morelenbaum, Pino Daniele, Gilberto Gil, ed Esperanza Splading, ma soprattutto da dischi di grande spessore come “The Space Between” del 2007 prodotto dal leggendario Steve Addabbo, “7752” inciso tra Rio de Janeiro, Roma e New York e il più recente “Canzoni” in cui ha reso omaggio alla canzone italiana. A distanza di tre anni da quest’ultimo, l’artista romana torna con “Eclipse”, nuovo album prodotto da Marc Collin dei Nouvelle Vague. L’abbiamo intervistata per farci raccontare la gestazione di questo nuovo lavoro, non senza soffermarci sugli incontri e le ispirazioni alla base dei nuovi brani.

Nel tuo precedente album “Canzoni” hai reso omaggio alla musica italiana rileggendone alcuni grandi classici in una elegante chiave jazz. Il tuo nuovo lavoro “Eclipse” rappresenta un po’ la prosecuzione di un cammino tracciato…
“Canzoni” è stato prodotto da Nicola Conte e il suo sound jazzy e soulful gli ha consentito di andare molto bene in Italia, tanto è vero che continua ad essere in classifica. Alla luce di questo successo è nata l’esigenza da parte mia di compiere un avvicinamento ulteriore e più intenso all’Italia, facendo un disco nel quale convivessero la mia voce da interprete e nel contempo alcuni brani miei composti con alcuni degli artisti che reputo essere un po’ i poeti di oggi. Si tratta di autori con una voce propria ed un messaggio originale e poetico che trascende quelli che sono i vincoli del mercato musicale italiano. Se non fosse per loro la nostra scena sarebbe molto povera e in crisi. Insomma, volevo scrivere cose nuove facendo sì che in questo disco ci fossero quante più collaborazioni italiane possibili.

Determinate per la realizzazione di “Eclipse” è stato l’incontro con Marc Collin, il produttore dei Nouvelle Vague…
Ci siamo conosciuti a Parigi a luglio del 2015 quando ho aperto il concerto di Gil e Caetano. Per fare in modo che queste serate parigine non fossero solo turistiche ma anche di esplorazione, da buona viaggiatrice da sempre alla ricerca di contatti, mi sono fatta dare il numero di Marc Collin. Ci siamo incontrati, siamo andati a pranzo insieme e in quell’occasione mi ha chiesto di fargli sentire qualcosa perché era molto curioso. Gli ho fatto ascoltare “Canzoni” e un paio di demo preparati con Garage Band sul mio computer, e subito mi ha detto che quei brani avevano il taglio dei classici essendo molto strutturati, tanto è vero che non riusciva a distinguere le cover dai brani originali. Così, mi ha proposto un approccio completamente diverso da quello che avevo fatto fino ad allora, ed in particolare la sua idea era quella di fare un disco dal sound moderno nel quale ci convivessero i synth e gli organi degli anni Settanta, le batterie elettroniche che rimandavano alla Grance Jones degli anni Ottanta e le atmosfere delle colonne sonore di Ennio Morricone, Luis Bacalov, Franco Micalizzi e Piero Piccioni. 
Non gliel'ho fatto ripetere due volte: sono partita per Parigi, ho preso una casa a Marais e ci siamo immersi nel mondo magico dei suoni di “Eclipse”. Il nostro incontro è stato anche quello di due persone con gli stessi idoli, infatti lui come me adora Julie London e questo si può percepire anche dai dischi dei Nouvelle Vague.

Come si è indirizzato il vostro lavoro dal punto di vista sonoro?
Questo incontro invece di allontanarmi dalla musica italiana, mi ha avvicinato ancor di più ad essa, ma in quella sua dimensione musicalmente ricca e non omologata al mercato pop. Se si ascoltano le colonne sonore di grandi artisti come Morricone si trova il jazz, il free jazz, il funk e la bossa nova che loro riuscivano a legare perfettamente alle immagini. Il sound del disco è, dunque, molto moderno ma strizza l’occhio a quel sincretismo musicale che ha reso indimenticabili le grandi colonne sonore dei compositori italiani. Durante le registrazioni mi sono resa conto che lui ha una traccia visuale delle canzoni, perché in ognuna di esse crea una vera e propria storia. Si vedono le luci, le ombre, e persino il drink che è sul tavolo dell’hotel di cui si canta in una canzone. In questo senso è significativa “New York City Boy”, una canzone da Calvados, da stanza di albergo in penombra con le luci soffuse e due che si incontrano per arginare le proprie angosce in un inverno brutto e gelido di New York, quella scritta con Bianconi. 

Quanto ti ha arricchito musicalmente questo incontro?
Mi ha proprio rivoluzionato l’anima nel senso che Marc Collin è riuscito a tirare fuori da me la narratrice e non solo la cantante che fa i dischi. Mi sono trovata in una situazione in cui non vedevo l’ora di cantare queste canzoni perché non stavo raccontando la mia versione dell’abbandono nell’amore ma una piccola favola in cui c’era un inizio, una fine, una luce, un gesto. 
Quando il vento soffia a favore tu lo senti perché le cose sembrano facilissime. Infatti, durante le registrazioni tra Brasile, Francia e Italia, mi sentivo leggera nel volare da una parte all’altra come in un teletrasporto. 

Come si è evoluto il tuo approccio vocale in questo disco?
Tony Bennett dice: “canta come parla”, e questa cosa credo sia molto importante. E’ sempre un po’ strano sentire una grande differenza tra la voce parlata e quella cantata e tutto ciò in questo disco non si avverte. Quando lo ascolto non mi chiedo mai il perché ho cantato un brano in un modo o non l’ho fatto in un altro. E’ come se avessi raggiunto ed annullato il confine tra l’anima e quello che canto, mi sono completamente immersa nell’infinito che è il cantare. E’ come se non esistesse più un pensiero. Lasciare andare le cose in modo naturale, sentirsi liberi di osare ed abbracciare scelte moderne, credo sia un aspetto della maturità. Nei testi c’è poi questo continuo mistero di cose dette e non dette, che ti lascia solo intravedere la canzone in sé. Le canzoni se sono troppo narrative perdono la loro potenza. Nelle grandi canzoni di Modugno c’è sempre qualcosa che veniva omesso di proposito…

Il disco è tutto giocato sui chiaroscuri…
Il titolo del disco rimanda a questo gioco di luci ed adombramenti. L’eclissi è l’incontro tra sole e l’una, tra ombra e luce, tra due emisferi opposti, proprio come il respirare. Non si può respirare ed inspirare nello stesso momento. Tuttavia c’è un punto di incontro tra le due cose ed è lì che risiede l’anima, è il punto di apnea prima del canto. Allo stesso modo la nostra vita è fatta di vuoti e di pieni, di momenti di gioia e di periodi bui, di interiorità ed esteriorità. In una stessa composizione coesistono queste due parti, ma non possono essere osservate contemporaneamente se non in momenti eccezionali. In “Eclipse” c’è qualcosa di più dark, di più oscuro rispetto ai dischi precedenti, qualcosa di meno definibile. 

Affinità e divergenze con i tuoi precedenti lavori…
Trovo che ci siano molte affinità con “Canzoni” soprattutto a livello sonoro. Questo sound avvolgente, profondo credo sia una sua diretta evoluzione. Cerco di non restare mai sulle stesse posizioni e per questo ho scelto un produttore distante dal mio approccio. Le divergenze più nette ci sono rispetto al disco pop che ho pubblicato per Sanremo. Quello fu un lavoro fatto velocemente, mentre qui ho ripreso la mia anima autorale, e l’ho arricchita con le conquiste fatte nel disco precedente. Mi sono lasciata andare alle scelte del produttore anche nell’approccio. Nei dischi del passato c’era Chiara con il quartetto o il quintetto in studio a lavorare su vari brani. In “Eclispe” si è aperta la mia parte più visionaria. Ogni volta che pubblico un disco vorrei che fosse speciale e rispecchiasse la mia evoluzione musicale, perciò c’è sempre una linea di demarcazione tra i vari album. Bisogna assumersi questa responsabilità nel bene e nel male. Del resto la vita non è fatta solo di successi ma anche di ombre.

I brani sono nati dall’incontro con vari artisti. Ce ne puoi parlare?
Credo che nelle collaborazioni sia necessario sempre incontrarsi con grande flessibilità. Nel momento in cui si contra qualcuno dal punto di vista artistico, l’ultima cosa da fare è restare ancorata ai propri ormeggi. Io cerco sempre di essere aperta e disponibile sin dal primo incontro, e questo perché di natura sono molto curiosa e mi appassiona molto sapere cosa propongono gli altri e come intendono partire. Sono stati tutti incontri molto speciali, a partire da quello con Diego Mancino con cui ho scritto “Come vanno le cose” e “Qualcuno come te”. In generale, devo dire che con ognuno di loro ho sentito una comunanza se non di scelte artistiche, ma quanto meno di intenti. Abbiamo trovato dei punti di incontro che sono diventati occasione di crescita reciproca. L’idea di sparigliare le carte trova sempre un messaggio che funzioni tanto nell’indie rock quanto nel jazz e nel pop. Insomma si è trattato di incontri che spostano più avanti il senso della musica.

Uno dei brani più intensi del disco, “New York City Boy” è nata dalla collaborazione con Francesco Bianconi…
Non ci conoscevamo, ci siamo incontrati a Milano e dopo un pranzo insieme, siamo andati nel suo studio. Gli ho raccontato che immaginavo di scrivere con lui una canzone notturna avvolta in questo mondo rarefatto dal punto di vista sonoro, un po’ oscuro e un po’ di velluto. Ci siamo detti quello che ci piaceva e ovviamente ci siamo ritrovati nella comune passione per le colonne sonore di Morricone. Per quello che mi riguarda io vado lì nel mondo della musica da cinema perché se noti la quantità di musiche che producevano per i fotogrammi ti rendi conto che è una miniera d’oro immensa. Io tendo sempre a partire dalla musica perché se funziona quella da sola il brano sta in piedi, se la melodia ti commuove e muove qualcosa vuol dire che la canzone ha ingranato. Anche in questo caso siamo partiti dalla musica e ha preso vita “New York City Boy”, poi con Kaballà abbiamo finalizzato il testo. Questo brano è un esempio di come la parola e la melodia possono essere due elementi di comunicazione, non uno solo che è la somma di due. 

“Cuore in tasca” è stata scritta a quattro mani con Dimartino…
Lavorare con lui è stato piacevolissimo perché è di una dolcezza e di un candore unico. E’ una persona incredibile. Io sono arrivata a casa sua e mi ha chiesto se avessi fame, così mi ha preparato un piatto di fusilli con zucchine e noci. Mentre aspettavamo di scolare la pasta, io ero seduta alla tastiera e abbiamo trovato la melodia. Poi ce ne siamo andati a passeggio in giro per la città ed è nato il testo. E’ stato davvero bellissimo.

Una genesi particolare l’ha avuta “To be wild” che hai scritto con Cristina Donà…
Diversamente dagli altri brani, “To be wild” è nata in modo speciale perché è il frutto di un lavoro totalmente epistolare. Nel senso che io e Cristina non ci siamo mai incontrate, abbiamo lavorato per telefono e via e.mail. Siamo partite da una sua idea di strofa e di testo e poi abbiamo sviluppato il contenuto di questa canzone. Mi piace molto la sua atmosfera jazzy e il testo che riflette un’idea molto moderna del concetto di non dipendenza. Io non voglio appartenere a niente ed a nessuno, voglio essere mia, voglio essere selvaggia. 

Ovviamente nel disco non poteva mancare il Brasile con “Sambarilove” e “Um Dia”
Sambarilove è l’ho scritta con Rubinho Jacobina che è un sambista incredibile nonché fondatore e membro dell’Orquestra Imperial. Lui vive a Parigi e l’ho chiamato per fare qualcosa di diverso insieme perché volevo un brano ritmato. Non è un samba e nemmeno una bossa nova ma una cosa un po’ strana ed ironica che riprende dal Brasile quello che amo di più ovvero questo ritmo contagioso e danzereccio. “Um Dia”, invece, è nata dalla collaborazione con Pedro Sa, anche lui membro dell’Orquestra Imperial. Il brano è già entrato in rotazione a Radio Montecarlo e il testo è molto divertente perché ruota intorno al mondo dei Gemelli in cui tutti sono ambivalenti. E’ una sorta di omaggio postmoderno a Sergio Mendes che Marc Collin ha arrangiato in modo tutto particolare. 

Come saranno i concerti in cui presenterai “Eclipse”?
Sto cominciando le prove per il live. Sarà un concerto molto speciale. Nel disco abbiamo usato pochi strumenti e questo ha fato sì che avessero una forte risonanza, come si faceva un tempo in analogico. Meno strumenti hai più il disco suona grande. Ho capito che tutto questo è importante anche nel live e non voglio sovraffollare il palco di musicisti, perché sono convinta che in tre abbiamo la possibilità di fare un grande concerto. 



Chiara Civello – Eclipse (Sony Music, 2017)
Le colonne sonore di Ennio Morricone come quelle di Piero Piccioni, Luis Bacalov e Franco Micalizzi hanno rappresentato la più alta e compiuta espressione di come la musica possa sposare indissolubilmente le immagini, amplificandone le suggestioni e la potenza evocativa. Chiara Civello nel suo nuovo disco “Eclipse” ha ripercorso i sentieri tracciati da questi straordinari compositori, e grazie alla complicità del produttore Marc Collin dei Nouvelle Vague, ha intrapreso un nuovo cammino di ricerca, volto a (ri)cercare una nuova dimensione sonora alla melodia in rapporto al testo. Laddove, infatti, una colonna sonora rappresenta un pilastro fondamentale della pellicola, allo stesso modo, in questo disco, il sound imprime ad ogni brano una dimensione visiva e cinematografica densa di lirismo. In questo senso determinante è stata la scelta del produttore di caratterizzare gli arrangiamenti in modo assolutamente originale, mescolando sonorità che spaziano dal jazz alla musica brasiliana fino a toccare la canzone italiana, il tutto dosando saggiamente strumenti moderni e vintage, analogico e digitale, ad avvolgere il timbro intenso della voce della cantante romana. Composto da dodici brani per lo più originali nati dalla collaborazione con alcuni amici ed ospiti d’eccezione, il disco è stato registrato tra Parigi, New York, Rio e Bari, e vede la partecipazione di uno straordinario cast di strumentisti composto da: Kevin Seddiki (chitarre), Cyrus Hordè (organi e tastiere), Mauro Refosco (percussioni), Gael Rakotondrabe (piano e wurlitzer), Laurent Vernerey (basso), Regis Ceccarelli (batteria), Domenico Lancellotti (batteria), Alfonso Deidda (flauto sassofono, organo e pianoforte), Thibaut Barbillon (chitarre), Alberto Continentino (basso, Moog), e Pedro Sà (chitarre). Ad aprire il disco è “Come vanno le cose”, una sinuosa bossa nova composta con Diego Mancino, ed impreziosita dal dialogo tra la chitarra di Seddiki e le percussioni di Refosco. Se la rilettura di “Eclisse Twist” di Michelangelo Antonioni e Giovanni Fusco si caratterizza per il suo brillante arrangiamento e la straordinaria prova vocale di Chiara Civello, la successiva “Cuore in tasca” arriva dritta dalla collaborazione con Dimartino regalandoci una delle pagine più belle del disco. La melodia in crescendo di “Qualcuno Come Te” ci introduce al solare sambalanço scritto insieme a Rubinho Jacobina e poi alla bella versione di “Parole Parole” ispirata all’interpretazione di Dalida. Dal film “Un italiano in america” arriva poi la versione per chitarra e voce di “Amore Amore Amore” di Piero Piccioni ed Alberto Sordi, mentre “La giusta distanza” è il risultato del lavoro a quattro mani con Diana Tejera. Si torna in Brasile con il ballabile “Um dia” co-firmata da Pedro Sa, ma è già tempo di volare nella grande Mela che nel freddo del suo inverno ci regala il vertice del disco con la notturna “New York City Boy” scritta con Francesco Bianconi e Kaballà. Completano l’album il jazz di “To Be Wild” nata dalla collaborazione con Cristina Donà e quel gioiello che è “Quello che conta” scritta da Ennio Morricone e Luciano Salce per il film “La Cuccagna” ed in origine interpretata da Luigi Tenco. “Eclipse” è, dunque, un disco senza tempo, un lavoro che si inserisce nella schiera dei classici non solo per il pregio musicale ed interpretativo, ma anche per la sua vitalissima verve ispirativa.



Salvatore Esposito

A Filetta: tradizione contemporanea in Corsica. Intervista con Jean Claude Acquaviva

Quello che colpisce di Jean Claude Acquaviva, carismatico leader di A Filetta, è l’espressione: due occhi di un colore indefinito fra il grigio e il celeste, uno sguardo da saggio, pronto ad ascoltare e a dare la sua versione sui fatti del mondo, interessato alla tua idea quanto alla propria, ma che ha sempre necessità di esprimere il proprio pensiero con lo stesso calore e la stessa passione che mette sul palco, con il viso che si trasforma alla ricerca della giusta parola o della citazione. Insomma, un grande performer anche nell’intervista, svolta in italiano e in corso («Ti parlo co ‘u me dialettu che po’ esse che mi cumprendi»). Nell’aspettare che la sala stampa del Babel Med si liberi, parliamo liberamente di politica («La Corsica è stata per decenni in mano a clan che si sono spartiti il territorio, lasciando la popolazione nell’ignoranza»), di discografia (il secondo capitolo di “Mistico Mediterraneo” con Fresu e Di Bonaventura, già pronto, è fermo ed uscirà a fine anno, non per la ECM, ma per la minuscola etichetta corsa Deda).  In serata il gruppo della Balagna regalerà al pubblico marsigliese un sontuoso concerto, basato in buona parte sull’ultimo disco “Castelli”, uscito per Harmonia Mundi due anni orsono, ma con alcuni classici del repertorio, come “L’anniversariu di Minetta”.

Dopo quasi quarant’anni di attività A Filetta è il coro che, più di ogni altro, è ambasciatore del canto corso nel mondo. Ma quanto c’è di davvero tradizionale nella vostra musica ?
La nostra polifonia parte dalla tradizione, questa è una cosa sicura. Ma è una tradizione in movimento, un lavoro contemporaneo; è un tipo di lavoro diverso da quello che facciamo con Paolo Fresu e Daniele di Bonaventura che è un incontro di culture musicali. Però non si può più dire che la nostra polifonia è tradizionale, per le soluzioni ritmiche e armoniche che utilizziamo non è più la polifonia che abbiamo imparato noi da giovani. Peraltro, anche in Corsica, nel repertorio dei nostri concerti non abbiamo mai cercato il compromesso, il concerto è lo stesso, sia che suoniamo vicino a casa, sia che ci esibiamo dall’altra parte del mondo.

In Corsica come è percepito il vostro lavoro?
Non sono convinto che il pubblico corso sia consapevole della sua tradizione; in Corsica prediligono la musica che chiamerei ‘folk’: negli anni settanta c’è stato un movimento di riscoperta, che partiva da progetti come ‘Canta U Populu Corsu’, con un approccio che voleva rivitalizzare la tradizione passando anche per istanze politiche. Noi siamo sempre stati ribelli, almeno musicalmente. Non sono convinto che fare un concerto di musica tradizionale possa essere interessante per noi e per il pubblico, abbiamo sempre preferito fare la musica nostra. 
Secondo la richiesta di festival e organizzatori possiamo modulare il repertorio, rendendolo maggiormente tradizionale o sacro o contemporaneo, questo può dipendere da chi ci invita.

Ci sono connessioni fra il vostro canto e la polifonia di altre regioni, come ad esempio la Georgia o Sardegna?
Assolutamente. Con gli anni ci è parso evidente che a livello armonico, a livello di tessitura vocale, di architettura musicale e per quanto riguarda l’uso di melismi e ornamentazioni ci sono delle similitudini con i canti di altre regioni, come per esempio Georgia e Grecia. E anche nei tipi di repertorio: c’è una tipo di repertorio marcatamente religioso e uno secolare o profano. 

L’origine del modo di cantare corso è religioso?
Molti dicono di sì. Io dico che probabilmente non lo è, e ti spiego la mia teoria. I Francescani che sono venuti ad evangelizzare la Corsica fra il tredicesimo e il quattordicesimo secolo hanno introdotto nel mondo della musica colta (il Canto Gregoriano etc.) melodie e tecniche vocali, nasalizzazione e modi di portare la voce, che in Corsica erano pre-esistenti e che, attraverso il canto religioso sono stati poi diffusi e grazie a quello sono sopravvissute nei secoli successivi. Insomma l’origine per me non è religiosa.

Il modo di trasmissione delle tecniche vocali e dei repertori è ancora squisitamente orale?
Il modo in cui noi abbiamo appreso è in maniera esclusiva ‘de bouche a oreille’, o ‘a bocca’, come diciamo da noi. Si imparava a cantare in famiglia, nelle ricorrenze e a tutt’oggi metodi e repertori non vengono ‘insegnati’, nel senso normale del termine, come farebbero nelle scuole o nei Conservatori. All’ Universitè de Corse hanno istituito dei corsi di musica tradizionale che provano a insegnare in maniera classica anche la Polifonia; ancora non possiamo dire che risultati otterranno, se riusciranno a formare dei bravi cantori. Credo che ancora i cantori migliori verranno fuori dalle famiglie e dalle confraternite. Trovo difficile trasmettere i fondamenti di questa musica  in una maniera che non sia orale: dal punto di vista ritmico, la polifonia corsa è una cosa libera, che viene male a inquadrare, questo sia dal punto di vista strettamente musicale che della sillabazione, la ritmica dei versi, la prosodia. Non è facile da annotare su un pentagramma, deve essere appresa per imitazione, per osservazione o per ‘mimetismo’, non è musica che puoi apprendere con un metodo scritto. Oltre questo, come tutte le pratiche polifoniche, bisogna anche cercare la complicità, l’equilibrio, l’amalgama fra i cantori: dopo lo stadio della comprensione c’è quello dell’esecuzione, bisogna anche poter cantare, non è la stessa cosa, puoi capire in cinque minuti come funziona, ma potrebbero servire anni per riuscire a cantare. 
Nella musica classica ci sono i valori delle note, hai un codice universale per poterla leggere ed eseguire, nella polifonia tradizionale no. Inoltre c’è anche una componente improvvisativa che è impossibile da trasmettere se non con la pratica.

La pratica delle collaborazioni nel mondo della musica popolare sono diventate la norma, voi stessi avete partecipato a produzioni originali con numerosi e importanti musicisti.
L’incontro musicale è da sempre nel nostro dna. Ma anche lo scontro... quando abbiamo lavorato con musicisti dell’Isola di Reunion o i giapponesi del Koto non è stato facile, sono culture, almeno apparentemente, non compatibili e il risultato finale è aperto a tutte le possibilità:  la grande sfida è rimanere se stessi. Quando suoniamo con Paolo Fresu non diventiamo jazzisti, quando cantiamo con la libanese Fadiha Tomb El-Hage non diventiamo arabi, ma c’è la possibilità di trovare un territorio comune. Devo dire che il fatto di aver concepito negli anni una musica che in qualche maniera esce dalla tradizione ed è anche un po’ ‘fissa’, un po’ scritta, sicuramente ci ha aiutato, perché un incontro fra tradizioni è complicatissimo. Paolo Fresu mi dice sempre che in Sardegna i cantanti tradizionali sono imprigionati nella tradizione e che un’operazione come quella che fa con noi, in Sardegna  sarebbe impossibile. 
Noi facciamo una musica che ormai non è più tradizionale e questo ci aiuta. La collaborazione, la ‘creatiòn’ è sempre rischiosa, c’è il rischio che non funzioni, quello che il pubblico possa non capire, o percepisca che si tratta di un’operazione soltanto commerciale e il rischio che non ci si trovi musicalmente o personalmente.

Quanti gruppi corali in corso esistono al momento?
Guarda, fra quelli che fanno attività professionale internazionale e quelli che hanno una circolazione limitata al territorio corso, direi che se ne possono contare fra i sessanta e i settanta. Ogni anno ne vengono fuori di nuovi. Parlo sia di ensemble tradizionali che più moderni.

Mi ha sempre incuriosito il fatto che durante la performance, il tuo volto si trasfigura, raccontami…
Io canto così perché non so cantare altrimenti, non ho e non abbiamo mai lavorato sulla mia interpretazione, mi viene naturale; io quando canto sono in sofferenza, e soffro per due ragioni, una puramente fisica, perché ho qualche problema alle corde vocali, un problema di passaggio dell’aria, e necessito di maggiore sforzo e i medici mi hanno detto che devo ridurre l’attività e che non posso andare ancora avanti per molto e questo mi fa soffrire, oltre al problema in sé; e poi che sono in costante ricerca di quell’equilibrio che in quarant’anni di attività non abbiamo mai trovato e anche questo mi crea sofferenza (ride, ndr)...



Gianluca Dessì