BF-CHOICE: Maria Pia De Vito featuring Chico Buarque – Core [Coracão]

In “Core[Coracão]”, la vocalist partenopea, ai vertici del panorama jazz internazionale, offre cittadinanza sonora napoletana a tredici canzoni carioca. Sperimentatrice delle infinite possibilità sonore della voce, Maria Pia De Vito è artista versatile, sensibile e creativa...

BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

venerdì 23 giugno 2017

Numero 312 del 23 Giugno 2017

Oggi consentiteci di essere auto-referenziali perché la notizia che c’è giunta da poco in redazione ci riempie di gioia, ci onora e ci inorgoglisce, eppure aumenta, esponenzialmente, le nostre responsabilità come organo di informazione musicale. La direzione artistica del Premio Nazionale Città di Loano per la Musica Tradizionale Italiana ha insignito Blogfoolk del Premio 2017 per la Realtà Culturale. Se scorriamo l’albo d’oro della prestigiosa manifestazione, che quest’anno raggiunge la XIII edizione (il Festival si terrà dal 26 al 28 luglio nella cittadina della riviera savonese), ci rendiamo conto di trovarci in un elenco che comprende storiche etichette discografiche, case editrici di gran rilevanza, pubblicazioni editoriali seminali, istituti di ricerca del patrimonio tradizionale orale e popolare, Scuole di Musica Popolare, festival folk e a personalità di ricercatori e di addetti ali lavori di primo piano. È un riconoscimento che premia l’impegno di uno staff di giornalisti, musicisti, critici, cultori e studiosi delle musiche tradizionali e popular, che consentono a questo magazine del tutto indipendente di configurarsi come laboratorio di informazione sempre aperto, che ha sovvertito il concetto editoriale di sito tematico e soprattutto quello di testata specialistica, assumendo il ruolo di strumento di informazione e diffusione culturale flessibile, immediato e veloce, ma anche una vera e propria piattaforma culturale di approfondimento e di incontro per addetti ai lavori come per gli appassionati. Grazie a tutti quelli che hanno collaborato fino ad oggi con Blogfoolk: senza di loro non saremmo giunti a questo traguardo. E se altri vorranno unirsi alla nostra redazione per rafforzare il ruolo editoriale del magazine, non avete che da contattarci.
Naturalmente saremo a Loano, a fine luglio, per seguire le tre giornate di questo Premio resistente, la cui giuria di giornalisti e addetti ai lavori ha assegnato il Premio per il Miglior Disco del 2016 a Rachele Colombo per “Cantar Venezia. Canzoni da battello” (pubblicato da Nota Records) e il Premio alla Carriera agli immensi compositori, musicisti e attori Fratelli Mancuso
A proposito di Premi è di questi giorni la notizia dell’assegnazione delle Targhe Tenco, che una giuria di giornalisti ha assegnato per il 2017. Come Blogfoolk ci siamo già espressi redazionalmente sulla scelta di votare per le Targhe Tenco (che non hanno niente a che fare con il Premio Tenco, che è conferito dalla direzione del Club Tenco). Abbiamo condiviso le motivazioni di altri colleghi che quest’anno hanno deciso di astenersi dal voto dopo le ‘turbolenze’ degli ultimi mesi, ma abbiamo deciso di votare per rispetto al lavoro degli artisti e di altri addetti a i lavori, impegnati per favorire la musica di qualità. E non è certo basso il livello dei vincitori: Claudio Lolli ha vinto la Targa come Disco Assoluto per “Il Grande Freddo” (ce ne occuperemo a breve), noi siamo convinti che sia stato votato per i pregi di questo suo ultimo lavoro, non per la sua carriera di autore: almeno noi di Blogfoolk, che lo abbiamo votato non siamo dei nostalgici, guardiamo al presente e ilo disco ci è piaciuto molto. A dirla tutta, non che non ci fossero altri ottimi artisti nella cinquina finalista. Sul dialetto siamo felici che due mattatori come Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro l’abbiano spuntata con “Canti, ballate e Ipocondrie d’ammore”, che è stato nostro BF-Choice del Mese un po’ di tempo fa. C’erano  altri lavori rilevanti come Cesare Basile (“U fujutu su nesci chi fa?”), Foja (“'O treno che va”), Gabriella Lucia Grasso (“Vussia cuscenza”) e Pupi di Surfaro (“Nemo profeta”). Anche se qui qualche arista nobile è rimasto fuori, a sorpresa, dal gruppo dei finalisti. L’opera prima ha visto il trionfo di una delle produzioni più originali dell’anno, che è “Creature Selvagge” de Lastanzadigreta. Per gli interpreti c’è il magnifico tributo alla straordinaria cantora argentina Mercedes Sosa, realizzato da Ginevra Di Marco (“La rubia canta la negra”, di cui ci occuperemo nel prossimo numero) che ha primeggiato su nomi non secondari come Antonio Di Martino e Fabrizio Cammarata (“Un mondo raro”, vedi oltre) e Gang (“Calibro 77”): nomi che frequentano le pagine di Blogfoolk. Migliore canzone a Brunori Sas (“La Verità”) e pure questa non è una cattiva notizia, se è vero che Dario Brunori, in lizza anche per la Targa del Disco Assoluto, e uno dei migliori autori in circolazione. 
Insomma, se è vero che molti colleghi hanno optato per lo sciopero del voto partendo da mozioni ben condivisibili, scaturite dopo le dimissioni di un maestro del giornalismo e della critica come Enrico de Angelis e di altri membri del direttivo del Club Tenco, non si può dire che i vincitori siano il segno di un precipizio nel quale l’idea stessa del Tenco sia finito: anzi!
Finalmente, veniamo al palinsesto di Blogfoolk  # 312, un numero denso di racconti in musica: a iniziare da una delle ben due cover story di questa nostra emissione. Parliamo dell’intervista al pluripremiato produttore Ian Brennan, rilasciata in occasione della pubblicazione suo progetto “White African Power” del Tanzania Albinism Collective, che fa uscire dal silenzio la comunità albina dell’isola tanzaniana di Ukerewe, con un disco che è rivendicazione di dignità, un album per forza emozionale, che mette in musica e liriche, dirette e crude, memorie ed esperienze di tragica emarginazione sociale. La seconda cover story è per il ritratto fatto da Dimartino e Fabrizio Cammarata (“Un mondo raro”) della messicana Chavela Vargas, artista anticonvenzionale, lesbica in una società machista, figura tormentata e indomita per il suo coraggio, per la sua libertà e per la sua musica. Un’altra donna che con coraggio mette oggi al centro un messaggio di cambiamento per le africane è la maliana Oumou Sangaré, la regina del canto del Wassolou, che è ritornata alla grande con il suo album “Mogoya”, già in vetta alla TransGlobal World Music Chart. Ancora dall’Africa, un’altra firma di spessore è Girma Bèyènè pianista e cantante etiope, uno dei compositori e arrangiatori più prolifici degli anni Settanta nel Paese dell’Africa orientale, che è di nuovo in scena con “Mistakes on Purpose”, inciso con il gruppo francese Akalé Wubé, trentesimo CD dell’insuperabile collana “Ethiopiques” di Buda Musique, curata da Francis Falceto. Cambiando latitudine, vi presentiamo un’opera eponima, nuova di zecca, del wonder team Ushers Island, quintetto di musica tradizionale irlandese in cui si ritrovano Andy Irvine, Dónal Lunny, Paddy Glackin, Mick McGoldrick e John Doyle. Dalle eccellenze che hanno fatto la storia di una delle heritage music più influenti, si passa a Omar Rahbany (“Passport”), di origini libanesi, è un artista dalla visione composita, nella cui musica entrano suggestioni delle espressioni musicali tradizionali del suo paese,  sperimentalismo e avanguardia europei, classicismo e jazz. La nostra visita ai Luoghi della Musica ci porta anche quest’anno in Olanda per la trentatreesima edizione del Nijmegen Music Meeting, che ha seguito per noi Alessio Surian. Ritorniamo alle recensioni discografiche con il quartetto palermitano Forsqueak, il cui nuovo album si intitola “FSK”, incastro di post-rock, prog ed elettronica. Ciliegina di questo intenso numero 312 la prospettiva visuale di Corzani Airlines arriva  destinazione nell’universo sonoro tuareg dei Terakaft

Tanzania Albinism Collective – White African Power (Six Degrees, 2017)

Il ‘Potere’ degli Albini d’Africa. Ian Brennan produce Tanzania Albinism Collective

In “White African Power” (Six Degrees), il celebre e pluripremiato produttore Ian Brennan dà voce alla comunità degli albini dell’isola tanzaniana di Ukerewe: una rivendicazione di dignità che trova espressione in un disco frammentario e ‘disturbante’, ma formidabile per impatto e forza emozionale, mettendo in musica e liriche, dirette e crude, le loro memorie ed esperienze di emarginazione sociale. Il Nyanza, conosciuto come Lago Vittoria, è il lago tropicale più grande del mondo, le sue acque bagnano tre Stati: Tanzania (cui appartiene politicamente), Uganda e Kenya. Tra le circa tremila isole che lo costellano c’è Ukerewe, la più estesa isola interna d’Africa, conosciuta come “l’isola degli albini”. Difatti, qui vive una comunità di persone affette da albinismo, l’alterazione genetica che determina la parziale o mancata pigmentazione di melanina nella pelle, nei capelli e negli occhi, con conseguente ipersensibilità ai raggi solari e seri problemi alla vista. Rispetto al resto del mondo l’albinismo è molto più diffuso in Africa (la patologia è prevalente nell’Africa sub-sahariana e nell’Africa orientale. In Tanzania un abitante su 1400 è albino), dove oltre alle difficoltà derivanti dalla vulnerabilità dovuta alla patologia, i milioni di albini africani devono fare i conti con discriminazioni e violenze perpetrate nei loro confronti in molte parti del continente. 
Forti dei numerosi report e dei dati oggettivi raccolti, le Nazioni Unite hanno messo la questione degli albini nell’agenda, e con la Risoluzione  69/170 del 18 Dicembre 2014 l’Assemblea Generale dell’ONU ha  proclamato il 13 giugno l’Albinism Awareness Day (Giornata Mondiale dell’Albinismo), mentre qualche anno fa a Dar-Es-Salaam (la capitale della Tanzania) è stata formata la Pan-African Albino Alliance, che riunisce rappresentanti degli albini di ventisei Paesi africani. Da secoli in Africa la condizione degli albini è quella di emarginati, di perseguitati, di portatori dello stigma della maledizione e del ‘malocchio’.  In alcune zone i bambini albini venivano sistematicamente uccisi, pratiche discriminatorie e finanche inaudita violenza fisica e psicologica sono ancora fortemente diffuse per le credenze che il sesso con un bambina albina possa curare gli uomini  affetti dall’HIV o che le ossa degli albini abbiano poteri magici. Ciò spinge anche ad amputazioni, omicidi rituali, che favoriscono l’orribile commercio delle parti del corpo e i traffici di organi. Se è vero che negli ultimi anni la situazione in Tanzania sembra essere migliorata, la condizione della comunità appare ancora del tutto intollerabile. Non è la prima volta che la questione dello stigma dell’albinismo viene sollevata: il maliano Salif Keita, albino e nobile fuori casta, ha messo la sua musica al servizio di SOS Albino, così come il cantante zambiano John Chiti, anch’egli affetto da albinismo. 
Ian Brennan, celebre produttore, vincitore di Grammy award ma anche agitatore culturale come pochi nel mondo della popular music, ricercatore di musiche locali in contesti violenti o post bellici e traumatici (Palestina, Vietnam, Cambogia, Malawi, Sud Sudan e altri ancora), accompagnato da sua moglie, la fotografa e cineasta Marilena Delli, ha intrapreso una collaborazione con la ONG britannica Standing Voice (www.standingvoice.org), raggiungendo l’isola dove da bambini molti albini venivano abbandonati dai familiari e che, più di recente, il governo tanzaniano ha scelto come insediamento per una comunità più ampia di albini, per proteggerli dalla violenza ma anche per allontanarli dalla visibilità presso la comunità maggioritaria. Se due anni fa Brennan si era recato tra i detenuti della Zomba Prison in Malawi, ora il suo fieldwork ha raggiunto l’isola del Lago Vittoria per un altro impegno etico-musicale, predisponendo un workshop di scrittura musicale, che vede protagonisti molti albini locali, tutti non musicisti, in un disco licenziato come Tanzania Albinism Collective, a cui è stato messo il titolo amaramente ironico di “White African Power”. Il progetto Collective salirà sul palco del Womad inglese di fine luglio a Charlton Park. Abbiamo raggiunto Ian Brennan, che ha accettato di raccontarci in un’intervista questo progetto che lo ha portato a conoscere una comunità molto vulnerabile che, finalmente, rompe il silenzio. 

Come sei stato coinvolto in questo progetto con la popolazione albina dell’isola di Ukerewe?
Nell’ultimo decennio, con mia moglie, Marilena Delli, che è italiana-ruandese ed è la fotografa e la videomaker  per i nostri progetti, siamo stati alla ricerca di performer in regioni poco rappresentate del mondo, il che significa, purtroppo, la maggior parte dei Paesi del pianeta. Siamo particolarmente motivati a cercare di fornire una piattaforma per coloro che sono censurati o perseguitati nella propria cultura. Siamo stati davvero fortunati per essere riusciti a lavorare con artisti stupefacenti in Ruanda, Malawi, Sud Sudan, Algeria, Romania, Cambogia, Vietnam e altri Paesi ancora. La persecuzione degli albini è molto grave in Tanzania, così come alcune altre parti dell’Africa orientale, tra cui il Malawi. Le atrocità e la minaccia quotidiana a cui essi sono sottoposti, l’ostracismo, la violenza, lo stupro, l’omicidio e perfino la mutilazione di parti del corpo, che si crede abbiano poteri magici, sono semplicemente terribili. Abbiamo collaborato con la meravigliosa ONG britannica Standing Voice, che ci ha aiutato a entrare in contatto con la comunità di albini nella Tanzania settentrionale. Quando hanno suggerito l’isola Ukerewe come possibilità, sapevamo che, nonostante la sua lontananza che la rendeva logisticamente ancora più difficile e scoraggiante di quanto già non fosse, non c’era altra scelta che andare là per concentrarsi su quella popolazione locale, perché gli albini isolani avevano ancora minori possibilità di essere ascoltati rispetto a quelli della terraferma.
In effetti, nessuno finora tra quelli con cui ho parlato – anche i direttori di media che si occupano delle regioni meridionali o orientali africane – erano a conoscenza dell'esistenza dell’isola fino alla pubblicazione del disco. Questo mostra quanto il luogo sia fuori dalle mappe e dimenticato in termini di copertura mediatica.

Come ha funzionato il workshop?
Nessuno di chi ha partecipato al disco aveva mai scritto canzoni o suonato strumenti in precedenza, tranne un solo uomo che appare in una sola canzone di un minuto. In effetti, siamo rimasti sconcertati  nell’apprendere che molti dei membri del Collettivo erano stati scoraggiati a cantare ‘perfino’ in chiesa, uno spazio in cui, storicamente, le persone sono state autorizzate a esprimersi: anche ai tempi della schiavitù! Ad alcuni di questi membri della comunità di albini era stato negato anche il  livello più rudimentale di libertà. L’impegno con il Tanzania Albinism Collective è stato simile al nostro progetto nella Zomba Prison (che è stato candidato per il Grammy), nel quale abbiamo insistito per poter lavorare con le detenute, che non avevano strumenti e non si consideravano cantautrici. Le donne della prigione di Zomba hanno finito per contribuire a oltre la metà delle canzoni di quel disco (anche se rappresentano meno dell'1% della popolazione totale della prigione). Nel caso del Tanzania Albinism Collective, StandingVoice ha condotto un percorso nella comunità e un gruppo di diciotto persone, di età tra i 24 e i 57 anni, si è offerto volontario per partecipare.
Si sono incontrati settimanalmente per prepararsi al nostro arrivo e gli abbiamo inviato alcuni strumenti in anticipo. Quello che non ci aspettavamo era che durante l’intero periodo di incontri settimanali nessuno mai toccasse gli strumenti: erano troppo venerati. Quindi, la prima cosa che abbiamo fatto quando siamo arrivati, scoprendo quanto era accaduto, è stato il togliere tutti gli strumenti dal loro imballaggio affinché ogni singola persona coinvolta li ha potuti toccare, percuote, scuotere, pizzicare: una sorta di demistificazione. Abbiamo chiesto a tutti i partecipanti di scrivere almeno una canzone come condizione alla loro partecipazione al workshop. In cambio, abbiamo fornito una modesta cifra in danaro e un pasto ogni giorno. L’accordo era che ognuno a sera portasse uno strumento a casa, ma solo impegnandosi a tornare il giorno successivo con almeno una nuova canzone, se non di più. Le canzoni che hanno composto sono migliorate progressivamente con lo sforzo di ogni giorno. Abbiamo registrato circa venti ore di musica in totale e la maggior parte di quelle messe nel disco è venuta fuori nei giorni finali, durante i quali il Collettivo aveva compiuto molti più progressi come autori e ottenuto maggiore fiducia nelle proprie voci, nonostante fossero trascorse meno di due settimane dall’inizio del workshop. L’unica consegna che abbiamo dato è stata di comporre su ciò che volevano, in modo che il mondo conoscesse la loro vita.
Inoltre, come sempre accade in qualsiasi esercizio di scrittura creativa, li abbiamo incoraggiati a entrare nello specifico, di non generalizzare. Li abbiamo anche assicurati che se avessero trovato più comodo cantare nei dialetti locali sarebbe stata una cosa davvero speciale. La cosa importante era che avevano la libertà di esprimere ciò che volevano, in qualunque modo desiderassero. Non c’erano limiti, solo incoraggiamento da parte nostra. Nell’opera sono emersi i temi della solitudine, della paura e della sgomento: «Sono un essere umano», «Hanno fatto pettegolezzi quando sono nato», «La vita è dura», «A chi possiamo ricorrere»?», questi sono solo alcuni esempi. Come dicevo, i testi sono spesso nei dialetti locali di Jeeta e Kikirewe, che ufficialmente sono stati scoraggiati e censurati dopo l’unificazione del Paese nel 1964. Sono stati liberi di comunicare tutto ciò che volevano e in qualunque modo fosse per loro più comodo. Molti non si erano mai allontanati dall’isola nel corso della loro vita.

E gli strumenti?
A parte gli strumenti che abbiamo portato, la maggior parte della strumentazione è costituita da ‘strumenti trovati’ nell’ambiente rurale circostante: una mazza, una bottiglia di birra e un chiodo arrugginito, un arco e una freccia, una scopa, una padella, un tavolo da scuola, un bacile di plastica per l’acqua piovana rotto di oltre 6 piedi di altezza, ecc.

Cosa ti ha colpito delle voci dei cantanti?
L’onestà è palpabile. La loro è delicatezza e trasparenza, ma anche un'asserzione sottomessa di dover sopravvivere ogni giorno sottoposta alle molestie che la maggior parte di loro affrontano. Sarebbe difficile confrontare le voci di questo album con quelle che sentite altrove o sui dischi. Certamente, su quest’album non ci sono imitatori di Beyoncé o Them Yorke.

Cosa c’è nell’essenza della loro musica?
Onestà emotiva. Ci è negato nella vita moderna dove tante interazioni sociali sono remote e/o superficiali. Quindi siamo più bisognosi e persino affamati di sentire qualcuno che apre il proprio cuore al mondo. E il coraggio con cui il Tanzania Albinism Collective ha avvicinato questa musica è davvero sorprendente.

Come si sono svolte le sessioni di registrazione?
Sono abbastanza a mio agio a registrare ovunque. Ho una piccola postazione mobile che posso trasportare con entrambe le mani e sulla schiena ed impostare velocemente. In realtà, preferisco la registrazione all’aperto. L’ossigeno è un componente sottovalutato nella musica. La gente deve respirare e sentirsi bene per far sentire gli altri di sentirsi bene. Anche la luce del giorno ha quasi sempre un’influenza positiva.

Quale il tuo ruolo di produttore?
Cerco di essere il più invisibile possibile. Il mio obiettivo è sempre di scomparire nella musica in modo che l'unica cosa che rimane è il suono. Registro da oltre trent’anni anni e all’inizio ho fatto alcuni dei peggiori dischi, ho imparato involontariamente a non fare arte e musica. L’essere in grado di navigare in quei rischi di creatività, mi permette di assistere a volte altre persone nei loro sforzi per superare le trappole del proprio ego e della paura.

Puoi tracciare un terreno comune tra i tuoi progetti precedenti e “White African Power”?
Il terreno comune è che le canzoni devono venire prima: se la musica non sta in piedi da sola, non lo licenziamo, perché una bella storia e una causa non bastano. Come dicevo, è simile al progetto Zomba Prison del Malawi, le canzoni più forti sono venute fuori dai meno esperti come musicisti. C’è la purezza e l’intuizione che spesso le persone troppo scolarizzate non possono raggiungere.

C’è anche un documentario girato da tua moglie…
Le foto e i video girati da mia moglie sono cruciali per raccontare le storie. È estremamente empatica e profonda ed è una continua delizia e un’esperienza di apprendimento vedere il mondo attraverso i suoi occhi gentili.

Nel tuo scritto “How music dies (or lives)” *, ti dichiari impegnato nella battaglia per la democrazia nelle arti “Che fare?” Qual è la cosa più urgente da fare per fare vivere le arti…?
Resistere all’ipocrisia. Idolatrare una figura ribelle che fa soldi dalla propria immagine è una delle azioni più conservatrici in cui ci si possa impegnare: è una pseudo ribellione. Il vero cambiamento è raramente drammatico: accade incrementalmente nel tempo, non nel ‘cataclisma’ di un momento.
Riprodurre la musica per la gioia intrinseca che porta: scrivi canzoni per amici e familiari, per condividere e comunicare e non per fare soldi.  Gli strumenti preconfezionati sono facoltativi. Gli strumenti sono ovunque: le mani, i piedi, le pareti. Abbraccia l’imperfezione come un amico. Ogni persona è un autore di canzoni senza saperlo: tutti parlano in melodia e muoiono in ritmo; ogni individuo sul pianeta ha almeno una buona canzone in sé. È triste pensare che la maggior parte non sarà mai ascoltata in quanto l’etere è intasato da società rock/rap/pop colonialiste. “Hotel Calfornia” è suonato in tutto il mondo ogni giorno, da cinque decenni. Tuttavia, Umm Kulthum è quasi sconosciuta al di fuori della propria regione e Vic Chesnutt è morto seguito solo da una frazione di pubblico di culto. Un tale tipo di deficit culturale si verifica solo quando è il denaro piuttosto che l’amore a spingere la distribuzione dell’arte.

*Allworth Press, New York, 2016



Tanzania Albinism Collective – White African Power (Six Degrees, 2017)
#CONSIGLIATOBLOGFOOLK

“White African Power” non è solo una ricerca sul campo e il prodotto di un workshop sul songwriting, ma è una proposta imprevedibile, fatta di musica ‘disturbante’, di espressioni intime che sgorgano dal profondo per denunciare una condizione di emarginazione. Trattandosi di non musicisti, non ascolteremo l’Africa delle produzioni pop né quella che si esprime con moduli hip hop, né tantomeno le delizie afro-rock o neo-tradizionali, perché i ventitré brani del disco – della durata di un minuto o poco più ciascuno – sono frammenti sonori minimali che giungono a destinazione rapidi e diretti: «voci crude infallibili nella loro capacità di colpire il bersaglio», dice il produttore e agitatore culturale Ian Brennan, che invita a realizzare quanto questa musica possieda un’attitudine «punk e avantgarde». Se “Life is Hard”, il brano iniziale, o “Sorrow”, ci portano a conoscere le dolci voci di Christina Wagulu e di Sabina Ladislaus , la canzone corale del Collettivo che dà titolo al disco – dal sottotitolo “We live in danger” – segnata da percussioni metalliche e martellanti, urla tutta la volontà di uscire dalla condizione di reietti. Canto ed elettronica a basso costo (“This World Has Gone Wrong”, scritta e cantata da Mary Leonard, o “I Will Build a Home, Someday” di Elias Sostenes), chitarre distorte e non educate, canti a cappella (“I Am A Human Being”, ancora di Christina Wagulu), melodie soavi e intonazioni iterative (“Unity Is Our Strength” di Neema Kajanja), percussioni e reiterata linea di basso (“Stop the Murders” di Sospeter Kajanja), brani più prossimi all’idea di canzone come “Never Forget the Killings” di Riziki Julius, la denuncia e indignazione espressa in “Stigma Everywhere” di Hamidu Didas, o il canto conclusivo di Thereza Phinias (“Happiness” con la sua scia finale di chitarre distorte). Diciamola tutta: “White African Power” non è un disco qualunque, ma dà voce a una comunità che si fa soggetto attivo uscendo dal silenzio.  



Ciro De Rosa

Dimartino & Fabrizio Cammarata – Un Mondo Raro (Picicca, 2017)

Chavela Vargas, al secolo Isabel Vargas Lizano, nacque il 17 aprile 1919 a San Joaquín de Flores in Costa Rica e, dopo una infanzia travagliata in patria, all’età di quattordici anni si trasferì in Messico dove, per vivere, cominciò a cantare per strada. Negli anni cinquanta cominciò la sua carriera da artista professionista, raccogliendo grande successo per i suoi memorabili concerti nei quali si esibiva indossando il suo inseparabile poncho rosso. Nel 1961 registrò i suoi primi brani e nel giro di pochi anni divenne molto popolare tanto in Sudamerica, quanto in Europa ed in particolare in Spagna, fino ad essere considerata una vera e propria leggenda vivente della musica ranchera messicana. Personaggio tanto eclettico quanto trasgressivo, divenne amica ed amante della pittrice Frida Kahlo, ed entrò in contatto con personaggi come Diego Rivera e Luis Echeverría, presidente del Messico dal 1970 al 1976. Alla fine degli anni Settanta, a causa dell’abuso di alcool, fu costretta al ritiro dalle scene e per vent’anni la sua figura cadde nell’oblio. Solo nel 1990, Chavela Vargas tornò a far parlare di sé per la partecipazione nel film “Grido di pietra” di Werner Herzog. A riaccendere i riflettori sulla sua vicenda artistica, fu un altro regista Pedro Almodóvar che le rese omaggio utilizzando alcuni brani del suo repertorio per le colonne sonore di alcuni film, ma fu un incontro misterioso che rilanciò la sua carriera fino a condurla al successo mondiale, quando aveva già superato gli ottant’anni. 
Dieci anni prima della sua morte, nel 2002 prese parte al film “Frida” di Julie Taymor, dedicato all’amica ed amante Frida Kahlo, interpretando “La llorona” e in quell’occasione l’attrice protagonista Salma Hayek, che la volle nel film, dichiarò: “Chavela non è una cantante messicana, Chavela è il Messico”. A questa straordinaria ed emblematica figura della musica sudamericana, Antonio Di Martino e Fabrizio Cammarata hanno dedicato “Un Mondo Raro”, un doppio progetto musicale e letterario, nato da un viaggio da Palermo al Messico nel corso del quale hanno ripercorso la vicenda artistica di Chavela Vargas. Abbiamo intervistato Antonio Di Martino per farci raccontare questa splendida avventura tradottasi in un disco in cui hanno tradotto in Italiano dieci brani del repertorio della cantante sudamericana, e un affascinante libro, edito da La Nave di Teseo.

Disco pregevole ed intenso “Un mondo raro” ha il pregio di aver fatto scoprire al pubblico italiano una figura emblematica della musica messicana come Chavela Vargas. Come è nata la vostra fascinazione per la sua musica?
E’ nato tutto da Fabrizio Cammarata il quale, già un paio di anni, fa aveva nel suo repertorio la “llorona”, una canzone misteriosa e senza autore che si è tramandata negli anni arrivando a Chavela Vargas che ne è la sua interprete più famosa. 
Una sera ho sentito Fabrizio che la eseguiva in concerto e subito dopo gli chiesi di chi fosse quel brano. All’epoca eravamo già amici e lui mi raccontò la storia di quella canzone e di Chavela Vargas. Da quel momento è stato amore. La voce e la vita sempre in bilico della Vargas mi hanno letteralmente affascinato. La sua figura mi ha aperto mondi che non conoscevo. Successivamente con Fabrizio ci siamo ritrovati più volte a discutere di questa figura di donna ed artista così particolare, finché abbiamo deciso di intraprendere un viaggio in Messico alla ricerca di informazioni più dettagliate sulla vita e sulla vicenda artistica di Chavela Vargas. 

Come ha preso vita l’idea di tradurre le sue canzoni e raccoglierle in un disco?
L’idea è nata mentre attraversavamo strade sterrate e curve diretti nello stato di Oaxaca in Messico. Io stavo ascoltando Chavela Vargas con gli auricolari, e ad un certo punto me li sono tolti e ho detto a Fabrizio che quei brani avrebbero funzionato benissimo in italiano. Da lì abbiamo provato a tradurre “No Volvere” che è diventata poi “Non tornerò”, il brano che apre il disco. Abbiamo notato che aveva una musicalità particolare e funzionava molto bene. Successivamente abbiamo lavorato alle traduzioni dei brani che meglio si adattavano in italiano perché molte dellae canzoni del repertorio di Chavela Vargas tra cui “La Ilorona” e “Paloma Negra” sono piene di riferimenti tipicamente messicani che proposti nella nostra lingua potrebbero risultare grotteschi, quindi abbiamo evitato di tradurre cose intraducibili. 
Ad esempio “Maria Tepozteca”, una delle pochissime canzoni di cui è autrice la stessa Chavela Vargas e nella quale si avverte molto il contenuto autobiografico, l’abbiamo provata a rendere in italiano ma diventava quasi incomprensibile perché c’erano troppi riferimenti messicani.

La selezione dei brani è stata di tipo puramente letterario o anche concettuale?
In realtà non c’è stata una scelta concettuale e di significato perché abbiamo scelto i brani che più si prestavano ad essere tradotti in italiano e quindi quelli che esteticamente suonavano meglio ed avevano una maggiore musicalità. 

Quali sono state le difficoltà che avete incontrato in fase di traduzione in italiano dei brani della Vargas?
Non abbiamo avuto difficoltà nel tradurre i brani perché dallo spagnolo è semplice renderli in italiano. In alcuni casi abbiamo reinterpretato certi concetti che magari nell’originale avevano una resa e in Italiano un'altra.

Ci puoi raccontare dell’incontro con i Macorinos, con cui avete registrato gran parte del disco?
E’ nato in modo inaspettato come tante cose di questo disco. Eravamo a Città del Messico e abbiamo scoperto che un nostro amico siciliano di Agrigento, si era trasferito lì dieci anni fa, e suonava il basso con una delle più grandi cantanti messicane: Lila Downs che è un po’ l’erede di Chavela Vargas. Lui è in contatto con tutta la scena musicale messicana e quando lo abbiamo incontrato gli abbiamo parlato di questo progetto a cui stavamo lavorando e non ha avuto difficoltà a farci incontrare i Macorinos, Juan Carlos Allende e Miguel Peña, due signori ormai ultrasettantenni, che all’epoca suonavano insieme alla Vargas. Al primo impatto con loro c’è stato un po’ di imbarazzo, ma dopo avergli proposto il nostro progetto abbiamo subito incominciato a suonare quei brani. In quei giorni abbiamo tradotto anche i testi e in poco tempo, dopo aver preso uno studio e un produttore, abbiamo anche registrato il tutto in presa diretta.  Alla fine delle sessions ci hanno rivelato che i testi in italiano donavano una certa grazia ai quei brani e devo dire che è stato molto bello potersi confrontare con loro.

Come si è indirizzato il vostro lavoro in fase di arrangiamento dei brani?
Abbiamo lavorato molto poco in fase di arrangiamento. I Macorinos sono venuti in studio già con le partiture che utilizzavano quando suonavano con Chavela Vargas e la maggior parte delle canzoni del disco le abbiamo registrate proprio con loro in presa diretta. Ci siamo, dunque, limitati a lasciare inalterati gli arrangiamenti originali e in questo senso ci sembrava anche giusto non forzare troppo la mano. Del resto interpretare i brani con voce e due chitarre era un po’ il must di Chavela, la quale non ha mai fatto dischi sovraccarichi di arrangiamenti, ed è stato ovvio non riempire di suoni il nostro disco. 

Esiste una connessione almeno ideale tra due terre così lontane come il Messico e la Sicilia?
Ci sono diversi legami. Innanzitutto entrambe le culture hanno un senso di tragedia comica e nelle tante contraddizioni che le pervadono. Poi mi ha mi ha sorpreso molto vedere che sia i messicani che i siciliani sono gli unici al mondo a celebrare non il giorno dei morti, ma la Festa dei Morti. A Palermo come a città del Messico in quel giorno si festeggia, perché la morte viene vista come qualcosa da ingraziarsi piuttosto che respingere. 
Questa visione così particolare della morte che accomuna Messico e Sicilia si riflette in una medesima visione della vita. Che dire poi del parallelismo che si può fare tra Rosa Balisteri e Chavela Vargas.

Il titolo rimanda ad una canzone di José Alfredo Jiménez, cantautore di splendide ballad rancheras. Come poter descrivere questo “mondo raro”?
Il titolo lo abbiamo scelto perché ci sembrava descrivesse in modo perfetto la straordinaria vita di Chavela Vargas. Lei era di origini costaricane e fu abbandonata da piccola dai genitori. Visse con gli zii finché non fuggì in Messico, dove divenne simbolo della tradizione musicale di questa terra per poi cadere nell’oblio per vent’anni e risorgere ormai settantacinquenne per diventare famosa in tutto il mondo. Insomma, una vita di una donna coraggiosa, omosessuale, piena di saliscendi e ricca di colpi di scena. Fu anche una sciamana, tanto che la comunità dei Huicholes della Sierra Madre la nominarono sciamana mayor. Lo sciamanesimo è stato il filo conduttore che abbiamo utilizzato nel libro per collegare le parti della sua vita. E’ come se questo legame, stabilito con gli sciamani che la curarono da piccola per una malattia agli occhi, non si fosse mai interrotto. 
In questo senso ci piaceva rendere questa idea del suo mondo raro, fatto delle persone di cui si circondava ed è per questo che lo abbiamo scelto come titolo sia per il disco che per il libro. Sono stati pochi gli artisti del Novecento che hanno lasciato un segno nella musica del proprio paese come Chavela Vargas.

Com’è nata l’idea di scrivere un libro da affiancare al disco?
Mentre eravamo in Messico abbiamo raccolto tante informazioni sulla sua vita dalla viva voce di persone, amici e biografi che avevano realmente trascorso con lei diversi anni, i quali ci hanno raccontato tanti aneddoti. Era una cantante straordinaria, omosessuale ma anche una sciamana. La sua vita era già un romanzo che andava solo scritto. Così, quando siamo rientrati ci è venuto quasi naturale scrivere questo libro. Lo abbiamo fatto non in maniera documentaristica perché né io né Fabrizio siamo scrittori, ma ci piaceva raccontare la sua vita un po’ come una fiaba biografica, come un romanzo, una sceneggiatura di un film con dialoghi.

Avete già portato in tour questo progetto. Come si articolano i concerti di “Un mondo raro”? 
Siamo partiti ad aprile con uno spettacolo teatrale sulla vita di Chavela Vargas attraverso questo filo che lega Città del Messico e Palermo. Poi abbiamo fatto alcuni festival letterari per presentare il libro e adesso siamo in tour con un progetto per due voci e due chitare. 

Quali sono le emozioni e le sensazioni che si provano nell’eseguire questi brani sul palco?
Le emozioni sono molteplici. La cosa essenziale è l’immediatezza di queste canzoni, del resto gli autori sudamericani hanno la capacità di scrivere senza mediazioni intellettuali, non si vergognano di parlare direttamente all’ascoltatore. Quelle di Chavela Vargas sono canzoni che non sono abituato di solito a cantare, perché quando scrivo cerco sempre di mediare attraverso il mio immaginario e il mio vissuto. 

Quanto ti ha arricchito dal punto di vista professionale l’incontro con Chavela Vargas…?
Posso parlare anche a nome di Fabrizio perché lui stesso dice che per lui c’è un prima e un dopo la coperta di Chavela Vargas. Per me vale lo stesso in quanto la sua voce mi ha aperto un mondo e mi ha fatto scoprire un modo di interpretare molto più intenso. 
La sua vita mi ha fatto riflettere molto sul concerto di libertà. Lei è stato un personaggio molto libero anche dal punto di vista musicale, ha cercato di rompere ogni schema, non fosse altro che per il fatto di aver spogliato la musica dei mariachi di tutti gli orpelli, trasformando quel repertorio in canzoni esistenzialiste.

Concludendo. Il vostro sodalizio artistico proseguirà oltre questo progetto?
Proseguirà se riusciamo a trovare una storia altrettanto forte come questa. Al momento la nostra collaborazione artistica è limitata al progetto “Un mondo raro”, tuttavia sia io che Fabrizio non escludiamo che ci possa essere una storia importante da raccontare insieme, per rimetterci di nuovo alla prova.



Dimartino & Fabrizio Cammarata – Un Mondo Raro (Picicca, 2017)
Cantautori tra i più apprezzati in Italia delle nuove generazioni, i palermitani Antonio Di Martino e Fabrizio Cammarata hanno unito le forze per “Un Mondo Raro”, appassionato omaggio a Chavela Vargas, nel quale hanno tradotto in italianano dieci brani del suo repertorio, registrandoli in gran parte dal vivo in Messico, con le chitarre di Juan Carlos Allende e Miguel Peña. Si tratta di un disco dalla superba bellezza ed intensità nel quale arrangiamenti acustici diretti ed essenziali incorniciano la struggente poesia delle canzoni della cantante sudamericana. Le voci che si intrecciano e si ricorrono sulle trame intessute dalle due chitarre, ci conducono attraverso “un mondo raro”, un universo in cui addentrarsi pian piano nel quale il tempo sembra sospeso tra storie d’amore, passioni e struggimenti, che in italiano ci restituiscono intatta tutta la loro forza evocatrice. Durante l’ascolto si attraversano momenti introspettivi, chiaroscuri riflessivi ed aperture alle sonorità mariachi con le incursioni di trombe e violini. Si parte dalla poesia di “Non Tornerò” a cui seguono la melodia sinuosa di “Macorina” in cui le percussioni fanno da contrappunto alle chitarre, e la title-track, capolavoro assoluto della musica ranchera, qui proposta in una versione di rara intensità. Se “Le cose semplici” spicca per il suo arrangiamento pianistico ad incorniciare le voci di Dimartino e Cammarata che duettano, la successiva “Non son di qui” brilla per il suo arrangiamento quasi orchestrale in cui fanno capolino i fiati. La sofferta “Croce di addio” e l’appassionata “Verde luna” ci conducono verso il finale in cui la notturna “Le ombre” e “Andiamo via” fanno da introduzione perfetta per la conclusiva “Pensami” vertice compositivo ed interpretativo di tutto il disco. Insomma “Un Mondo Raro” è un disco pregevolissimo che non mancherà di appassionare quanti vi si avvicineranno con passione e curiosità.



Antonio Di Martino e Fabrizio Cammarata, Un mondo raro. Vita e incanto di Chavela Vargas, La Nave di Teseo, pp.208, Euro 15,00
Edito dai tipi de La Nave di Teseo per la collana Le Onde, “Un mondo raro. Vita e incanto di Chavela Vargas, è il compendio perfetto del disco omonimo di Antonio Di Martino e Fabrizio Cammarata, racchiudendo in una avvincente forma di romanzo, la vita di Chavela Vargas, per dare vita ad un tutt’uno con la potenza evocativa delle canzoni da loro tradotte. Nato a margine del loro viaggio in Messico sulle tracce della cantante sudamericana, il libro è stato scritto a quattro mani dai due autori, utilizzando semplicemente Google Docs, e così pagina dopo pagina si è andato componendo un ritratto appassionato ed avvincente di questa donna straordinaria. Il racconto prende le mosse dalla sua infanzia dolorosa in Costa Rica, dove era nata nel 1917 ed era vissuta con gli zii dopo che i suoi genitori l’avevano abbandonata, si sposta poi in Messico dove fuggì ancora adolescente e la segue man mano dai concerti nei locali di second’ordine ai successi dell’Olympia di Parigi, ed ancora tocca il rapporto con gli artisti e le celebrità del Messico, l’iniziazione sciamanica e poi la tequila e gli amori travolgenti come quello con la pittrice Frida Kahlo. Luci ed ombre, canti d’amore e disperazione, ribellioni ed incontri straordinari, la vita di Chavela Vargas viene, così, ricostruita quasi fosse la sceneggiatura di un film, come dimostra la scrittura affabulatrice degli autori e la ricchezza di dialoghi. Il risultato è un ritratto profondo, un atto di amore ed ammirazione che ci restituisce intatta l’essenza di questa artista. 


Salvatore Esposito

Oumou Sangaré – Mogoya (Nø Format!, 2017)

Che di strada ne avrebbe fatta lo si era capito subito quando negli anni Novanta esordi, a ventun anni, sbancando in patria con l’audiocassetta “Moussolou” (“Donne”), in cui sul sostrato sonoro neo-tradizionale si ergeva una vocalità tagliente e spregiudicata che portava alla ribalta l’allora misconosciuta cultura del Wassolou, regione del sud-ovest maliano, affrontando apertamente questioni scottanti come i matrimoni combinati, la poligamia e il desiderio femminile. Con il passare degli anni, Oumou, nata a Bamako da una famiglia peul originaria proprio del territorio meridionale ricoperto di foreste, è diventata una delle dive della musica dell’Africa, dall’autorevole caratura pubblica, portavoce dell’emancipazione femminile. Oumou Sangaré si è sempre presa i suoi tempi per incidere, il suo silenzio discografico è durato otto anni (“Seya” è del 2009), tra difficoltà locali nel gestire la propria musica e i problemi legati al diritto d’autore (la pirateria imperversa alla grande ostacolando la pubblicazione di un disco) e ai suoi svariati business da imprenditrice a Bamako. Il cambio di etichetta l’ha portata dalla World Circuit di Nick Gold alla parigina Nø Format!, label non nuova alla produzioni di stelle africane. In “Mogoya” Oumou è in condizione formidabile, con una line-up solida, dal sound compatto e asciutto, che equilibra elementi acustici tradizionali e fattura pop-rock. L’album è stato realizzato sotto le cure produttive di Laurent Bizot, del bassista svedese Andreas Unge (parte del disco è stato registrato a Stoccolma, parte a Parigi) ma soprattutto del collettivo parigino “A.L.B.E.R.T.”(Vincent Taurelle, Ludovic Bruni et Vincent Taeger). La sostanza chitarristica è fornita dal giovane maliano Guimba Kouyaté, poi ci sono il kamele ngoni imbracciato da Benogo Diakité (l’arpa-liuto che si può definire una versione contemporanea del donso n'goni, lo strumento cerimoniale della confraternita dei cacciatori del Wassoulou), il basso, le tastiere e l’elettronica misurata, i cori, le percussioni (karignan e calabash) e l’occasionale drumming indissolubile dello storico esponente dell’Afro-beat Toni Allen. «Abbiamo voluto esaltare il potere schietto e puro della voce e delle canzoni di Oumou, evitando la patinata levigatezza di tante produzioni africane contemporanee», ha dichiarato Ludovic Bruni del collettivo A.L.B.E.R.T.. Con un bell’artwork del giovane artista congolese J.P. Mika, “Mogoya” comprende nove brani; il titolo si traduce con “La gente oggi” o “Le relazioni umane oggi”. Oumou si rivolge ancora alle donne esortandole nelle battaglie d’emancipazione, ma centra anche temi sociali che, drammaticamente, si stanno imponendo come il suicidio e le tribolazioni politiche e sociali del suo Mali. Corde antiche, chitarra elettrica, voci e tastiere dialogano alla perfezione nell’iniziale “Bena Bena”, esaltando quella commistione di groove Wassoulou e estetica occidentale. La successiva “ Yere Faga”, cantata in bambara, è uno dei brani di punta dell’album: Oumou si esprime sul crescente dramma dei suicidi nel Paese sub-sahariano, esortando alla resilienza, a «non cedere alla sofferenza», a non su un tessuto sonoro di riff taglienti di chitarre distorte, sorrette dalla propulsione del basso e l’inesorabile batteria di Allen. Sul suo ruolo pubblico di madrina del festival maliano Wassolou-Ballé, in un’intervista a Songlines dice: «Il nostro ruolo di artisti è di essere accanto alla popolazione, al suo fianco nei momenti più turbolenti». “Fadjamou” è un altro grande numero per ritmica, invece “Mali Niale” ha una tessitura acustica di matrice tradizionale, che Sangaré usa per rivolgersi alla diaspora maliana, invitandola a ritornare per costruire il futuro del Paese. L’interplay tra chitarra elettrica e kameli n'goni su un tappeto di synth e percussioni (battito di mani ed elettronica) rende irresistibile “Kamelemba”, un brano che mette in guardia le ragazze e le esorta ad affrancarsi dalle maternità precoci. Tutti sul dance floor per “Djoukourou”, che dentro la matrice afro-pop ci mette l’elogio delle relazioni familiari e dell’amicizia, mentre un avvolgente drive funk domina “Kounkoun”. Un’altra composizione in stile neo-tradizionale, che unisce biografia e commento sociale, è “Minata Waraba”, che vuol dire “Aminata la leonessa”: si tratta di un omaggio a sua madre, la cantante Aminata Diakite, che portandola con sé nei suoi interventi canori rituali (i soumous di matrimoni e battesimi), l’ha avviata sin dall’infanzia alla carriera di cantante, ma soprattutto Aminata è anche modello di ineguagliabile forza femminile e di vita: abbandonata dal marito, con Oumou ancora piccolina e altri cinque figli da crescere, non ha mai piegato la schiena. Infine, la fisionomia electro-acustica fluttuante della title-track chiude questo trionfante ritorno dalla star maliana. 


Ciro De Rosa

Girma Bèyènè & Akalé Wubé - Mistakes on Purposes (Buda, 2017)

È stato un giugno speciale per il compositore, pianista e cantante etiope Girma Bèyènè. Il 5, in compagnia del gruppo Akalé Wubé, ha registrato il tutto esaurito per il concerto sul palco “Apollo” del “Music Meeting di Nijmjgen. Poi, fra l’8 e l’11, quattro concerti insieme in Etiopia, compreso il Teatro Nazionale di Addis Abeba. Due le celebrazioni: il ritorno sulle scene e in sala d’incisione di uno dei compositori e arrangiatori più prolifici degli anni Settanta e, proprio con il suo nuovo album, “Mistakes on Purpose”, la distribuzione del trentesimo cd della collana “Ethiopiques”, affidata dall’etichetta Buda a Francis Falceto. Fa un certo effetto vedere tutte in fila le trenta colorate copertine “Ethiopiques” e ritrovare Girma Bèyènè in due precedenti album: “Éthiopiques Volume 8: Swinging Addis” (2000) e “Éthiopiques Volume 22: Alèmayèhu Eshèté” (2007). Quello appena realizzato è il primo a suo nome e anche il primo che non ripesca materiali già incisi in precedenza. Il trentesimo “Ethiopiques” segna, infatti, una nuova collaborazione: quella con i francesi Akalé Wubé, gruppo devoto alla musica etiope e già avvezzo a interagire con grandi interpreti della musica africana, da Manu Dibango a Cheick Tidiane Seck. Tre e tutti ad alta energia gli album precedenti: “Akalé Wubé”, “Mata” e “Sost” (http://www.akalewube.com/discography.html), con una formazione che da otto anni gira compatta e vede il basso elettrico di Oliver Degabriele e la batteria di David Georgelet a sostenere un trio di improvvisatori d’eccezione: Loïc Réchard alla chitarra elettrica, Etienne de la Sayette ai sax e al flauto, Paul Bouclier alla tromba e al krar, la lira del Corno d’Africa. Un quintetto capace di assecondare il solista, così come di improvvise fiammate psichedeliche e di aprire spazi improvvisativi. Non sorprende che Falceto abbia cercato loro per riportare i riflettori su Girma Bèyènè, incidendo insieme a fine 2016 quattordici brani. “Enkèn yèlélèbesh”, quarta traccia del CD, rende bene il groove di questo sodalizio e regala nel video che accompagna il brano alcuni frammenti del viaggio sonoro e umano di questi musicisti. Si tratta di un viaggio speciale per Girma Bèyènè, occasione, non frequente, per visitare nuovamente l’Etiopia. La lasciò nel 1981, invitato dal produttore Amha Eshèté a tenere alcuni concerti negli Stati Uniti con la Wallias Band e i cantanti Mahmoud Ahmed, Gétatchèw Kassa e Wubishet Fisseha. Scelse l’esilio e fu solo nel maggio del 2008 che ebbe modo di rivedere il suo Paese, in occasione del Settimo Festival Musicale Etiope. L’album sa accostare abilmente i pieni orchestrali e le melodie volentieri solari e romantiche in brani come Ené Nègn Bay Manèsh, in cui Girma Bèyènè sa ricavarsi anche i suoi spazi di improvvisazione al piano. All’interazione squisitamente strumentale sono dedicati due brani, “Muziqawi Silt” e “For Ahma”,) in cui il gruppo rilegge la poesia e l’energia del compositore Akalé Wubé. Fa storia a sé “Mèlèwètesh Menèw”, narrazione che esprime un sentimento rivolto forse ad una compagna, forse ad una nazione: «speravo avremmo rispettato il nostro voto a restare sempre insieme». 


Alessio Surian

Ushers Island – Ushers Island (Vertical Records, 2017)

Leggi i nomi di peso di questo wonder team di musicisti e scorri con la mente la storia della musica tradizionale irlandese dagli anni Settanta del Novecento a oggi: stiamo parlando di Andy Irvine (Planxty), Dónal Lunny (Planxty, Bothy Band, Moving Hearts), Paddy Glackin (tra i fondatori della Bothy Band, prima di lasciare il posto a Tommy Peoples), Mick McGoldrick (inglese di Manchester, di genitori irlandesi, membro degli scozzesi Capercaillie, dei Flook e poi di Lùnasa) e John Doyle (ex Solas). Insieme, si fanno chiamare Ushers Island – dal nome di un’area intorno ai moli più antichi di Dublino –; si sono ritrovati nel 2015 per un primo concerto e ora pubblicano il loro disco eponimo, registrato in soli tre giorni in un cottage di proprietà di McGoldrick nella contea di Galway. Cinque musicisti stratosferici dei quali è difficile tessere ancora lodi, visto che uniscono maestria, senso del ritmo, fraseggio caldo e fluido: in altre parole, una caratura musicale davvero unica. Quando attaccano “The Half Century Set” (dei slip jig firmati Glackin) si capisce che fanno sul serio. La mandola (Andy) e il bouzouki (Donal) impongono il ritmo, con la chitarra di John a metterci l’armonia, il flauto di Mick e il violino di Paddy a dialogare fino al decollo definitivo del set. Le voci principali del disco sono Irvine e Doyle, ma in “Bean Pháidín” Dónal Lunny (backing vocals, bouzouki irlandese, bouzouki baritono, bodhrán, tastiere) non si tira indietro e non è da meno: d’altra parte questa la interpretava già poco più di quaranta anni fa con i Planxty. La canzone confluisce in due splendidi slip jig (“Ride a Mile”/“Hardiman the Fiddler”). La pura gioia del suonare insieme è esemplificata nel medley di reel “Five Drunken Landlady’s” (“Five Drunken Landlady’s”/”The Drunken Landlady”/ “McFadden’s” / “Lucky in Love”). Invece, “Heart in Hand”, cantata da John Doyle (voce, chitarra, bouzouki irlandese), racconta di Richard Joyce di Claddagh, catturato da pirati algerini sul finire del XVII secolo. Durante la sua schiavitù, durata quattordici anni, divenne un orafo e si racconta abbia inventato il famoso anello matrimoniale Claddagh, mescolando elementi egiziani e greci con il simbolo dell’amore. Quando il settantacinquenne Andy Irvine (voce, mandola e armonica) attacca la classica ballata “Molly Bán” il tempo e la sua voce sembra si siano fermati nei ‘glory days’ dei Planxty: un’emozione. Segue un altro medley di reel, “Johnny Doherty’s”, proveniente dalla tradizione violinistica del Donegal, centrato sul violino di Glackin e il flauto di McGoldrick (flauto irlandese, low whistle, uilleann pipes). Doyle dà ancora una volta prova del suo peso di autore e di interprete cantando “Cairndaisy”, una canzone che narra di un immigrato irlandese che combatte con gli Yankees durante la Guerra tra Americani e Spagnoli nel 1898. Ancora una canzone che parla di poveri diavoli che finiscono in guerra, questa volta appannaggio di Irvine: si tratta di “Felix the Soldier”, raccolta nel New England, ambientata durante la guerra dei Sette Anni (1754-1763). Il ritmo sale con il set di hornpipe a nome di Seán Keane, il violinista dei Chieftains. Ritorna la voce di Doyle per interpretare una delicata versione di “Wild Roving”, un numero celebre dell’Irish folk, qui ripreso in una versione proveniente dal repertorio di Mary Ann Carolan di Drogheda. Si cambia tono quando Andy prende di nuovo i ruolo di lead vocalist per “As good as it gets”, trasportandosi nei suoi trascorsi est europei nella Jugoslavia di fine anni Sessanta, la divertente canzone è sposata allo strumentale “The Blue Trouser Suit” di Lunny. L’album, imprescindibile per chi ama la musica irlandese, si chiude in bellezza, a passo di reel, con “Mickey Doherty’s”/“Gan Ainm”. 


Ciro De Rosa

Omar Rahbany – Passport (RYP Productions, 2017)

Classe 1989, Omar Rahbany è una delle stelle più lucenti del panorama musicale internazionale. Di origini Libanesi, Rahbany è riuscito a far confluire tutte le influenze assorbite attraverso la sua famiglia, il contesto socio-culturale in cui si è formato, la sua riflessione ed esperienza maturata in ambito internazionale, in una visione composita ed estremamente articolata. Come si legge nei numerosi articoli che la stampa internazionale ha dedicato a questo lavoro profondo e tecnicamente (oltre che concettualmente) complesso, non solo i dieci brani si presentano in forma dialogica l’uno accanto all’altro, come una serie di elementi che si completano dentro la loro relazione. Ma sono il risultato di una fusione straordinaria (non voglio dire di stili, perché la visione di Omar li supera sia nella forma che nel merito) di impressioni organizzate in un racconto che abbraccia tutto: le suggestioni delle espressioni musicali tradizionali libanesi (e, più in generale, dell’Africa mediterranea: la sua famiglia di musicisti lo radica in quelle suggestioni), lo sperimentalismo e l’avanguardia europei, un classicismo descrittivo e mai ripetitivo, un’adesione meditata al jazz e all’estemporaneità, un impianto melodico e armonico solido e strutturato in ogni dettaglio, entro il quale i brani assumono forme caleidoscopiche ma riconducibili a un’idea tanto lineare quanto impressionistica. Non si può e non si deve scrivere di “Passport” in termini tradizionali, segnalandone cioè gli elementi riconoscibili allo scopo di aprirne la complessità e renderlo comprensibile. Lo si può descrivere attraverso i passaggi che lo definiscono, sia sul piano musicale che (più in generale) lessicale. Linguistico, comunicativo. Provate ad ascoltare “Overture”, il brano che apre l’album, e comprenderete subito a cosa mi riferisco: non ci dice nulla dell’album, anzi a primo acchito sembrerebbe addirittura che lo allontani, lo separi da un ascolto ordinato, da un assorbimento necessario a qualche forma di comprensione, o di condivisione. Se non vi scoraggiate e andate avanti, però, capite tutto e tutto viene ricondotto gradualmente all’immagine che Rahbany ha deciso di condividere. Proprio così, ce lo dice lui stesso: il processo di composizione e di “traduzione” dell’idea è stato lunghissimo (circa tre anni), vi ha preso parte un numero altissimo di musicisti (si dice centottanta) e, una volta raggiunta una forma narrativa condivisibile, è confluito in un album. Addirittura il processo di produzione si è compiuto attraversando vari paesi: dal Libano (“Umbrella Woman” è eseguita con alcuni membri della Lebanese Philharmonic Orchestra) all’Inghilterra (dove l’album è stato mixato ai Real World Studios da Patrick Philips), dalla California fino a Kiev (dove è stata registrata proprio “Overture” con il supporto della Kiev City Synphonic Orchestra diretta da Volodymyr Sirenko). Tutto questo si riflette, in modo coerente e circolare, in ogni brano dell’album, dentro un suono mai ridondante che si sviluppa seguendo una coerenza ravvisabile in ogni passaggio e in ogni intervento strumentale. Anche i musicisti hanno molto da dire: oltre a Rahbany – il quale, manco a dirlo, compone tutti i brani oltre a suonare piano e tastiere – dobbiamo segnalare Steve Rodby al basso (che suona con Pat Metheny dal 1981), Keith Carlock e Karim Ziad alla batteria, ma anche il trombettista vietnamita Cuong Vu e il chitarrista statunitense Wayne Krantz. Insomma tutto riconduce a un incontro complesso e meditato. E tutto è coordinato in modo sintetico e ordinato. Rahbany indica solo una prospettiva possibile, ma ci informa che siamo oltre la world music (tanto per capirci) e da quelle parti c’è parecchio da fare. 


Daniele Cestellini

Nijmegen Music Meeting, Nijmegen (Olanda), 3-5 giugno 2017

Il Music meeting dice 33 Gli intensi tre giorni (3-5 giugno) della 33a edizione del Music Meeting hanno offerto numerosi fili rossi. Il primo passa per il Sudafrica con due proposte molto diverse fra loro: da un lato la ‘carta bianca’ data al chitarrista Derek Gripper, dall’altro I tre concerti con l’energia incontenibile dei BCUC. Spaziando da Bach al Mali, in quattro diverse occasioni Gripper ha mostrato disponibilità a dialogare con altri musicisti presenti al festival, in particolare con la kora di Sekou Dioubate e con la chitarra preparata di Paolo Angeli. Più rigido e meno riuscito è stato l’incontro con i musicisti di provenienza mediorientale, dove ha lasciato spazio all’ensemble di musicisti siriani rifugiati nei Paesi Bassi che ha partecipato al festival nella splendida cornice del giardino botanico. Sia il lavoro di Gripper, sia di Angeli mostrano sete di espandere le potenzialità della chitarra: di fatto l’approccio del secondo si rivela più fertile, sia per l’uso di pedali e bordoni, sia per l’ampiezza di veduta e capacità di improvvisare, mentre Gripper rivela un approccio “classico” in grado di giocare con accordature, timbri e repertori, ma meno flessibile in sede di dialogo e improvvisazione. 
Rispetto alla loro cifra ‘intimista’, i Bantu Continua Uhuru Consciousness (BCUC) sono un fiume e un sermone in piena che, partendo dai conflitti sociali che attraversano Soweto, si rovescia sugli ascoltatori europei senza mancare di rammentare le relazioni coloniali che hanno attraversato e continuano ad attraversare il pianeta. A tenere unito il gruppo sono soprattutto le linee di basso elettrico di Mosebetsi, su cui si inseriscono le voci di Jovi e Hloni. Ma a dominare il palco sono le ampie grancasse (quelle da banda), profonde e incalzanti nelle mani di Luja e Skhumbuzo in dialogo con le congas di Thabo. In due concerti su tre li ha raggiunti il sassofonista Shabaka Hutchings che ha dimostrato immediata sintonia e capacità di trovare sia spazi ‘in sezione’, sia di lirismo improvvisativo. Intervistato a bordo palco, ha voluto estendere l’idea dello scrittore Ngugi a “muovere il centro” (uscire dall’eurocentrismo), includendo anche il modo di pensare il jazz e rivendicando una specifica lettura africana e della diaspora africana. Un secondo filo rosso riguarda le vecchie glorie dell’Africa lusofona: decisamente in forma quando si tratta della rumba di Sao Tomé e Principe con gli Africa Negra, trascinati dall’imprevedibile cantante João Seria e dalle linee della chitarra di António Menezes. 
È divertente e ballabile anche la fisarmonica del veterano Bitori, vicino di casa a Santiago del cantante Chando Graciosa che, per l’occasione, ha riunito un gruppo di strumentisti abituati ai tour con Paris e Evora e perfettamente rodati fra loro: Danilo Tavares al basso elettrico, Toy Paris alla batteria, Miroca Paris alle percussioni. Anche la Colombia, per una volta, vanta due, anzi tre, gruppi e non potrebbero essere più diversi: il trio Los Pirañas vantano una cifra artistica irriverente, pronta ai cambi di direzione; Sonia Bazanta Vides, meglio conosciuta come Totó la Momposina, insieme alla figlia, Euridice Oyaga de Hollis, da voce e corpo alle tradizioni di matrice africana e indigena della costa colombiana, protagoniste anche del recente album “Oye Manita”. Con Totó suonano tre percussionisti d’eccezione: Marco Vinicio Oyaga Basanta e Wilmer Guzman Arevalo ai tambor, Rafael Castro Vegara (bombos), efficaci anche come gruppo Chuanas, insieme agli altri strumentisti che accompagnano abitualmente Totò, Wilmer Guzman Arevalo (tambor e chitarra) e le due gaitas, Jorge Luis Aguilar e Edwin Hernandez Ardila. Totò e il suo gruppo si conoscono a menadito e sanno come trascinare nella danza e nel canto il pubblico, specie quando si tratta di classici come la cumbia di José Barros “El pescador”: 
“Y esta cumbia que se llama / "el alegre pescador" / La compuse una mañana /Una mañana de sol”. È un canto ancestrale, sottolinea Totò: “El pescador... Habla con la luna”. Un quarto filo rosso ci racconta la perizia strumentale di gruppi newyorkesi che intenzionalmente pescano I propri repertori da diverse latitudini. È il caso della brillante dizione ‘world’ di Magda Giannikou con il sestetto Banda Magda, e Marcelo Wolosk e Steven Brezet alle percussioni, così come delle commistioni balcanico-latine proposte dalla New York Gypsy All Stars. Molto efficace la competizione a distanza fra i tre gruppi africani che guardano anche al dance floor: la Kondi Band col lamellofono elettrificato di Sorie Kondi (Sierra Leone), le intramontabili canzoni etiopi di Girma Bèyènè accompagnato dai francesi Akalé Wubé, ma soprattutto l’Orchestre Poly-Rythmo de Cotonou condotta dalla voce di Vincent Dossa Ahehehinnou. Ottima preparazione per la notte afro-latina, da sempre uno dei principali motivi di richiamo al festival. La parte del leone se l’è presa l’African Salsa Orchestra che ha per protagonista, dal Benin, Michel Pinheiro cantante e trombonista che in sezione fiati trova le linee acute di tromba di Florent Briqué e Florent Cardon. 
Ma ognuna delle giornate ha avuto concerti pomeridiani e notturni d’eccezione: il progetto Junun in cui tre diverse tradizioni musicali del Rajastan si incontrano in chiave dance sotto la guida di Shye Ben Tzur (in veste di Goran Bregovic asiatico, compresa Fender, abbigliamento e taglio di capelli); l’ottetto birmano Pantra Sein Mla Myaing, combinazione di metallofoni, percussioni e danza capace di trasportare immediatamente molto lontano; e ancora il progetto elettronico libanese Love & Revenge dedicato alle grandi voci della musica araba e arrangiato da Rayess Bek i video di La Mirza e il l’oud elettrico di Mehdi Haddab. La cornice elettronica da qualche anno caratterizza la prima giornata del festival, così come nella seconda trovano maggiore spazio i temi della canzone e della musica improvvisata. Quest’anno due esempi di eccellenza sono venuti dal gruppo Mama Rosa - che vede Brian Blade in veste di chitarrista e cantante e autore di tutte le toccanti composizioni – e dal quartetto Sound Effect del bassista Ben Williams a proprio agio sia in un linguaggio squisitamente jazz, sia nell’interpretazione di successi non lontani nel tempo come quelli dei Nirvana. 


Alessio Surian

Forsqueak – FSK (Almendra, 2017)

Dopo il debutto discografico del 2013 “Parental advisory: absolutely no lyrics!”, arriva sempre per Almendra l’atteso seguito dei Forsqueak, intitolato semplicemente “FSK”. Le coordinate sonore solo in apparenza affini al precedente, rivelano in realtà un work in progress radicalmente differente. Da una parte, il gruppo mantiene la promessa “Absolutely no lyrics”, dall’altra, l’edificazione sonora dell’album segue questa volta una linea più precisa e meditata, che partendo dalla composizione dei brani, passa alla scrittura per giungere poi alla relativa esecuzione, subentrando (per scelta) a interplay e improvvisazione collettiva come forze generatrici del progetto. Un approccio più razionale quindi, che ha come conseguenza un risultato particolarmente rifinito e sicuramente più compatto che ben si adegua alle qualità sonore del quartetto palermitano composto da: Bruno Pitruzzella alle chitarre elettriche e acustiche, Sergio Schifano alla caratteristica (e caratterizzante) chitarra elettrica baritona, Luca La Russa al basso e Simone Sfameli alla batteria, qui supportati in alcuni brani da: Davide Di Giovanni, Korg Ms -10 analogue monophonic synthesizer, Piero Bittolo Bon, sax alto, N’Hash, programmazione ritmica e Gianluca Cangemi, contrappunto aggiunto. La musica di “FSK” funziona come un ingegnoso gioco di incastri, un sapiente ingranaggio ben oleato dove si incontrano e intersecano temi e soluzioni poliritmiche in bilico tra Post-Rock, Prog ed Elettronica. La cura certosina per l’edificazione sonora e per la struttura “metronomica” delle composizioni non soffoca tanto la dimensione emotiva, quanto l’apprezzabile piglio ironico del quartetto. In definitiva,“FSK” affronta il processo creativo dei Forsqueak da una differente prospettiva con un esito di sicuro pregio. Non possiamo che applaudire la riuscita dell’esperimento confermata da tracce come : “Kim Ki Duk”o per esempio “Kindred”, dove gli azzeccatissimi interventi al sax si intersecano con le chitarre originando interessanti soluzioni ritmiche. Un lavoro intrigante dove acume e buon gusto sono di casa. 


Marco Calloni

Corzani Airlines: Terakaft


Terakaft (Womex, Salonicco Ottobre 2013)

Foto di Valerio Corzani


“La generazione dei giovani Tuareg non ha alcuna possibilità di creare e vivere la propria cultura. La nostra cultura è una delle più antiche del mondo. Oggi viviamo nell'ignoranza, nella povertà, nell’impossibilità di una vera educazione. La nostra nazione è diffusa in 5 paesi e in ogni paese siamo stranieri senza voce”.

Ousmane Ag Mossa (Terakaft)

fotografie e suggestioni 

mercoledì 14 giugno 2017

Numero 311 del 14 Giugno 2017

I percorsi in note di Blogfoolk questa settimana iniziano con l’evocazione del mondo sefardita di “Matesha”, il debutto del trio Mi Linda Dama, già vincitori del premio “Interpreti” all’ultima edizione del Festival Musica nelle Aie. Alessio Surian li ha intervistati in occasione di un’esibizione patavina, entrando direttamente nel vivo della loro cifra stilistica e del programma del disco d’esordio, pubblicato dalla blasonata label toscana Radici Music. Imperdibile ”Traces of Âşik”, del compositore, balladeer e suonatore di bağlama turco Ulaş Özdemir, il cui terzo disco solista, prodotto per Buda Musique,  riproduce lo spirito degli âşik, i cantori itineranti anatolici, dei quali il musicista riprende materiale narrativo, coprendo un arco temporale che va dalla fine del XVIII secolo alla contemporaneità, integrandolo con suoi scritti. Di tante suggestioni e affabulazioni sonore si fa portatrice anche la vicenda artistica di Ambrogio Sparagna, riassunta in “Stories 1986-2016”, florilegio in due CD dell’autore e organettista laziale, edito da Finisterre. Seguendo ancora le mappe sonore mediterranee incontriamo l’Erodoto Project, nel quale i fiati del romano-siciliano Bob Salmieri, già leader dei Milagro Acustico, si combinano con la scrittura jazz. Alla tradizione musicale siciliana è ispirato “Pandora e Cumpagnia”, secondo album di Nisia, duo composto da Emanuela Lodato e Vincent Noiret.  Invece, in “Soul Crusader Again - The Songs of Bruce Springsteen”, Graziano Romani rende omaggio al repertorio del rocker del New Jersey, a distanza di sedici anni dal primo volume. Il jazz ritorna ‘contaminato’ dal folk con “Quintauro”, secondo album del Michele Marini OrganicTrio, dove si fanno notare gli interventi di Riccardo Tesi, del duo Bottasso, di Elias Nardi e Maurizio Geri, mentre sul versante della musica contemporanea, presentiamo “Primidimaggio” del pianista  Renato Fucci. In chiusura del numero 311 di Blogfoolk, lo scatto di Valerio Corzani fissa un’altra figura artistica che predilige le mescolanze: la newyorkese Annette Peacock.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


COVER STORY
WORLD MUSIC
VIAGGIO IN ITALIA
ITALIAN SOUNDS GOOD
SUONI JAZZ
CONTEMPORANEA
CORZANI AIRLINES


L'immagine di copertina è un'opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)