BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

giovedì 18 maggio 2017

Numero 307 del Maggio 2017

Quella del bal folk è una scena sempre molto attiva nel nord della nostra Penisola. Uno dei protagonisti del movimento è Andrea Capezzuoli, che ha pubblicato “10”, lavoro dal variegato mélange sonoro, intreccio di tradizione popolare franco-canadese, folk irlandese, danze e canti della tradizione norditaliana e spruzzatine di improvvisazione jazz. Nell’intervista con l’organettista lombardo ripercorriamo le tappe della sua carriera per arrivare al nuovo capitolo discografico suonato con la sua Compagnia. La pagina world ci porta a spasso tra i continenti. Anzitutto, si riempie delle note del polistrumentista indiano Baluji Shrivastav (“The Best of Baluji Shrivastav”), musicista non vedente che ha suonato accanto a star del pop e che è molto attivo nel sostenere l’accesso dei disabili alla pratica musicale. Ci spostiamo in Oceania per il progetto “a Bit na Ta” di George Telek, David Bridie & Musicians of the Gunantuna, raccolta di canti e i suoni delle comunità Tolai in Papua Nuova Guinea. Cambiamo oceano per raggiungere l’arcipelago di Capo Verde, da cui proponiamo un focus su alcune recenti produzioni isolane: “Djunta Kudjer”, nuovo EP di Elida Almeida, “Ilha d’melodia” della cantante Ceuzany e la deliziosa antologia “Mornas de Cabo Verde”. Di origini capoverdiane è anche Mayra Andrade, che Layla Dari ha visto per noi alla Stazione Leopolda a Firenze lo scorso 12 maggio all’interno del festival Fabbrica Europa. Invece, Federico Savini ci racconta l’edizione 2017 di “Musica Nelle Aie”, rassegna di cui siamo media partner da qualche anno. Non  ci facciamo mancare lo sguardo sul jazz con “A Beautiful Story”, il nuovo disco del contrabbassista Rosario Bonaccorso, mentre per la musica contemporanea c’è “Sulla quarta” di Alessio Pianelli. In conclusione del numero 307 di Blogfoolk l’istantanea di Valerio Corzani, che ha inquadrato per noi il grande Billy Bragg.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


COVER STORY
WORLD MUSIC
I LUOGHI DELLA MUSICA
SUONI JAZZ
CONTEMPORANEA
CORZANI AIRLINES
L'immagine di copertina è un'opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Andrea Capezzuoli e Compagnia – 10 (Rox Records, 2017)

Organettista, cantante nonché arrangiatore e compositore, Andrea Capezzuoli è attivo da molti anni nella scena folk, avendo militato in gruppi come Terantiqua, La Magiostra, Musicanta, Picotage, ‘O Calascione, e più di recente BandaBrisca. A partire dal 2006, insieme al sassofonista Luca Rampini ha dato vita al progetto Andrea Capezzuoli e Compagnia, una formazione a geometrie variabili, con la quale ha inciso diversi album e tenuto numerosi concerti in Italia ed all’estero. Per celebrare i dieci anni di attività con questo gruppo, l’organettista milanese ha registrato un nuovo album intitolato semplicemente “10” che fotografa in modo eccellente la loro capacità di destreggiarsi con disinvoltura tra tradizioni musicali differenti dal Canada all’Irlanda fino toccare il nord Italia, dando vita ad originali incroci ed attraversamenti sonori. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare la genesi di questo nuovo album e ripercorrere insieme a lui la sua carriera. 

Com’è nata l’idea di realizzare “10”?
E’ una tappa del gruppo, una sorta di pietra miliare che segna il nostro cammino. Sono dieci anni che il gruppo esiste, nei quali abbiamo fatto tante esperienze belle e non necessariamente belle, ma comunque di cammino. Ci faceva piacere festeggiare questa cosa con un disco.

Come avete selezionato i brani del disco? 
Rappresentano molto del nostro lavoro. Noi prendiamo un po’ delle musiche che ci piacciono e che arrivano dal Canada e quindi dal Québec, dalla Francia e dal nostro estro e gli diamo i colori un po’ particolari del nostro sound con gli arrangiamenti. A scegliere i brani sono stato io, però a differenza dei dischi precedenti gli arrangiamenti sono stati il frutto di un lavoro di gruppo. Alla fine dell’estate, a settembre, per una settimana ci siamo chiusi in casa e abbiamo tirato fuori questi nuovi brani mettendo insieme le idee e tanta musica.

Come si è indirizzato il vostro lavoro in fase di arrangiamento?
Lo stile nostro è quello che senti, ma c’era la voglia di fare incidere i brani nuovi che avevamo suonato già dal vivo, quindi ci abbiamo lavorato su perfezionandoli, limando e pulendo il sound, il tutto con l’idea di fare un disco non solo per ballare ma anche che fosse piacevole all’ascolto. Il nostro progetto ha avuto sempre questa doppia valenza perché non vogliamo fare musica da ballo pura che se l’ascolti in casa ti annoia, ma cerchiamo di creare sempre un percorso con canzoni e storie con le quali raccontiamo la musica tradizionale attraverso il nostro spirito e le nostre idee.

Quanto è complicato far dialogare la tradizione musicale italiana con quella francese o québécois? 
Alla fine non è così difficile perché di fatto sono musiche tradizionali che, sebbene nascano con lingue e stili differenti, alla fine hanno sempre un punto in comune, e spesso capita che una ballata italiana sia simile ad una del Québec. Non voglio dire che sia un lavoro banale e facile, ma certamente è più semplice del tentare il dialogo con altre forme musicali come il jazz. 

In “10” sono presenti anche alcuni ospiti come Michel Esbelin, i fratelli Boniface e Gabriele Ferrero...
Sono tutti amici con i quali abbiamo suonato in mille occasioni. Sono persone con cui ho un rapporto splendido e mi faceva piacere che lasciassero un segno in questo disco.

Quali difficoltà hai incontrato durante la realizzazione del disco?
Sono state essenzialmente economiche! Quando vendiamo il disco a 12 euro la gente si scandalizza ma al gruppo costa moltissimo a partire dallo studio che è quello dove andavano ad incidere gli Intillimani per finire alla grafica che è stata fatta da una professionista. Stiamo ancora pagando i debiti che abbiamo contratto per realizzare questo disco.

Facendo un passo indietro nel tempo. Com’è nata la tua passione per la musica folk?
Mi sono appassionato alla musica folk fin da bambino perché è miei genitori, entrambi ex sessantottini, cantavano canti tradizionali e di protesta e avevano un loro gruppo con il quale suonavano i brani del primo folk revival di Ivan Della Mea e Roberto Leydi. E’ stato abbastanza naturale poi proseguire su questa strada.

Quali sono i tuoi riferimenti stilistici?
In Italia ne ho pochi a parte Riccardo Tesi che comunque è stato sempre più moderno di me nello stile. Io sono molto tradizionalista. Ho imparato molto da Frédéric Paris che è un organettista francese e fondatore de La Chavannée, gruppo storico per la musica del centro della Francia. Lui è stato per me un guru, un esempio da seguire, e questo ho avuto modo di dirglielo anche di persona quando l’ho conosciuto. Poi c’è stato Marc Perrone e gli organettisti del Québec che è un altro mondo musicale.

Negli anni hai avuto modo di suonare diversi gruppi da Picotage a ‘O Calascione fino a Banda Brisca. Quanto ti ha arricchito questo percorso?
Ho cominciato suonando musica andina e per dieci anni ho suonato il charango e le zampogne. Per altro di recente sono tornato, per hobby, a fare questo tipo di musica che mi piace sempre. In generale amo tutta la musica folk e quando ho avuto occasione di confrontarmi con tradizioni musicali diverse ho cercato di impegnarmi molto. Ho attraversato varie fasi che non si sono cancellate ma hanno lasciato un loro segno. Ho fatto musica napoletana sullo stile della Nuova Compagnia di Canto Popolare perché in quel momento avevo conosciuto alcuni musicisti partenopei che vivevano a Milano. I miei ascoltavano musica folk e sin da piccolo ascoltavo i dischi della Nuova Compagnia di Canto Popolare come degli Intillimani, di Brassens come di Ivan Della Mea e tante altre cose. Mio padre ancora oggi è un grande appassionato di Brassens del quale ha tutta la discografia. Sono state tutte queste musiche che mi hanno ispirato e formato. 
Poi quando a venticinque anni ho cominciato a suonare l’organetto, ho trovato il mio strumento di elezione e ho cominciato ad interessarmi della musica francese e del folk italiano di Baraban e La Ciapa Rusa, ma la folgorazione è arrivata quando ho scoperto la musica del Québec. Ho unito un po’ tutte queste mie passioni ed esperienze e ha preso vita quello che faccio adesso. Nel caso della Compagnia è quella mistura di musiche folk, in altri progetti suono musica balfolk più standardizzata perché mi piace tanto suonare le burrèe, i rondeau.

Come nasce il gruppo La Compagnia?
Nacque un po’ per caso, quando una sera al Folkcaos di Milano mi affidarono una serata e mi dissero semplicemente: “fai quello che vuoi tu”. In quel periodo avevo conosciuto Luca Rampini, che è stato il pianista e il sassofonista del gruppo per diversi anni e che ha partecipato anche ad un brano del nuovo disco, lo chiamai e gli chiesi di suonare. In quell’occasione eseguimmo alcuni brani del Québec che avevo voglia di fare da molto tempo, e poi trovammo il ballerino che ancora lavora con noi ed insegna danza. Poi andammo a Zingaria, che si tiene ogni anno in Puglia, e proponemmo quei brani. La cosa piacque molto al pubblico e da lì nacque l’idea di dare vita ad un gruppo stabile.

Attualmente quali sono i progetti artistici in cui sei impegnato?
Parallelamente all’attività con Compagnia, suono con Bandabrisca, da solo e Sole Luna che è il progetto di bal folk con la violinista Maddalena Soler. Di recente sono andato a suonare con lei in Perù per un festival dedicato alle musiche delle montagne e lì abbiamo eseguito alcuni brani tradizionali italiani e alcuni canti perché non si ballava. Ho anche un progetto estemporaneo di bal Québec con la pianista inglese Nina Zella con Nicola Brighenti che spiega ed insegna le danze. Quando capita mi ritrovo ancora sul palco in duo con Luca Rampini, e poi c’è il progetto che condivido con Michel Esbelin che è un suonatore straordinario di cabrette, la cornamusa dell’Auvernia. 
Amo tantissimo quel repertorio della musica d’Auvernia e ogni tanto ci vediamo e suoniamo con la coppia classica organetto e cabrette o con la cornamusa.

Come nascono i tuoi brani?
Non sono un grande compositore, e non scrivo mai su commissione. Non mi metto mai lì a scrivere perché devo farlo. Quando mi viene fuori una melodia la tengo come il valzer ad undici tempi che chiude “10” che è nata per caso mentre stavo studiando e dopo averla provata dal vivo ho deciso di inserirla nel disco. Altre volte compongono delle cose che mi sembrano bellissime ma dopo due o tre giorni mi accorgo che non mi piacciono affatto.

Sei molto impegnato anche sul fronte della didattica…
Insegno organetto in una scuola di Milano e in alcuni corsi e poi ovviamente tengo anche delle lezioni private. Ho realizzato anche un manuale di organetto che parte proprio dall’ABC e conduce a suonare autonomamente. In Italia non c’era nulla in questo ambito e si trovavano solo libri francesi. Insieme alla Rox Records sono anche riuscito a ristamparlo.

Molto intensa è poi l’attività dal vivo con Compagnia…
Saremo impegnati in estate in vari festival in italia ed all’estero, faremo poi un tour in Germania e Repubblica a settembre e ottobre. Poi ci sono sempre vari concerti in giro e speriamo di vendere anche tanti dischi, perché è un lavoro che celebra anche il nostro modo di essere dopo dieci anni di attività insieme.

Concludendo, come giudichi la diffusione e la popolarità del balfolk in Italia?
E’ una cosa molto positiva perché questo ci consente di suonare molto, cosa fondamentale per chi come me ha scelto la professione di musicista. Sono, dunque, molto contento perché vuol dire che ci chiamano a suonare. Come in tutte le cose però ci sono i pro e i contro. Se, infatti, questo ci consente di presentare il nostro lavoro e di suonare la musica che ci piace, dall’altre essendo un fenomeno molto diffuso, non si può pretendere sempre di suonare di fronte ad un pubblico culturalmente attento perché tanta gente vuole ballare senza stare lì a farsi troppe domande sulla tradizione o su cosa è il folk. Di fatto però il ruolo della musica folk è stato sempre quello e i nostri certamente non ballavano perché avevano una coscienza culturale più profonda, ma perché volevano divertirsi. Il nostro progetto tenta di coniugare l’aspetto del divertimento con quello culturale. Durante i nostri concerti chiediamo, a volte, ai ballerini di fermarsi per ascoltare questo o quel brano, e loro volentieri si godono la nostra musica, senza per forza ballare.


Andrea Capezzuoli e Compagnia – 10 (Rox Records, 2017)
#CONSIGLIATOBLOGFOOLK

I dieci anni di attività di Andrea Capezzuoli e Compagnia sono stati un continuo crescendo tanto dal punto di vista della maturazione artistica quanto degli apprezzamenti che hanno raccolto con i loro dischi e suonando in Italia ed all’estero. Per celebrare questo primo importante anniversario del loro percorso artistico, hanno dato alle stampe “10”, nuovo album nel quale hanno raccolto tredici brani che nel loro insieme compongono un viaggio sonoro che si dipana tra l’Italia, la Francia ed il Québec, mescolando storie, leggende, canzoni, ballate e musiche da ballo, il tutto impreziosito dalla loro originale cifra stilistica. Il perfetto interplay tra l’organetto di Capezzuoli, il violino di Milo Molteni e le chitarre di Jacopo Ventura guida l’ascoltatore tra suoni, melodie e ritmi europei e nordamericani che dialogano tra tradizione ed innovazione, mentre mazurke francesi e trascinanti reel del Québec si intersecano in modo sorprendente. Aperto dall’evocativo medley tra il traditional “Mamma mia mi voi maridà” e “Reel de accordeonistes” di Macel Messervier, il disco entra subito nel vivo con la ballata narrativa “Andando In Francia” firmata da Capezzuoli su un testo tradizionale e nella quale spicca la cabrate di Michel Esbelin. Si prosegue con l’energica “Gigue du Plateau Mont Royal” e il tradizionale “Re Arduin” proposta in sequenza con “Le ruisseau français”. Se echi di Occitania emergono nell’autografa “Curenta del genio”, impreziosita dal violino di Gabriele Ferrero, la successiva “Hommage a Dorethée” arriva dal repertorio di Phillip Bruneau. Il piano di Nina Zella e il contrabbasso di Rolland Martinez arricchiscono, poi, lo splendido “Set Messervier” in cui si intrecciano “La Belle Epoque”, “Hommage a Edmond Pariseau” e Reel de Ouvriers”. La ballata “Il demonio” apre la strada prima a “Bourrée de ciucat” nella quale giganteggiano Remy e Vincent Bonificace rispettivamente al violino e alla musette 16 pollici. Ne “La guessinette” di Stephen Johnes ritroviamo il sax di Luca Rampini, già membro della Compagnia, mentre la gustosa “San Giaouzé eme Mario” ci conduce verso il finale con “Set Eugene” e il valzer a undici tempi “Teresa è tornata a cantare” che suggella un disco pregevolissimo che non mancherà di affascinare quanti vi dedicheranno un ascolto attento. 


Salvatore Esposito

Baluji Shrivastav featuring The InnerVision Orchestra – Best of Baluji Shrivastav (ARC Music , 2017)

Dhanonday Shrivastav, conosciuto come Baluji Shrivastav è un eccellente compositore e strumentista indiano, suonatore di sitar, surbahar (sorta di sitar basso), dilruba (un violino), pakhavaj (tamburo bipelle) e tabla, insignito dell’onorificenza britannica OBE (Order of the British Empire). Nativo dell’Uttar Pradesh (1959) ha perso la vista a causa di un incidente subìto da bambino. Le avversità non gli hanno impedito di coltivare il suo talento, pur se il suo training non ha seguito il tradizionale apprendistato musicale presso un guru. Diversamente, Baluji ha acquisito la padronanza strumentale soprattutto da autodidatta. Ad ogni modo, Shrivastar è diventato un artista di rango, e da persona sensibile verso la disabilità, ha fondato a Londra la Baluji Music Foundation per sostenere i disabili che vogliono fare musica, dirige la Inner Vision Orchestra, formata da non vedenti e ipovedenti ed è coinvolto nella British Paraorchestra. È anche leader dell’ensemble Jazz Orient e ha suonato con molte stelle del pop. L’antologia della Arc Music presenta quattordici brani ad ampio raggio compositivo. L’arte classica indiana mantiene un posto di riguardo (“Raga Dhani” e “Raag Shobhavari”), si fanno notare anche i brani di estrazione popolare come “Folk Melody based on raga Des” o la conclusiva “Dhun Bhairvi”, costruita in multi-traccia in modo da far suonare insieme sitar, surbahar e dilruba. Il canto afghano “Chasham-e-Siah Dari”, con la Inner Vision Orchestra, non sfigura così come l’andamento bluesy di “Journey to Senda”, le influenze arabe di Diggy Diggy Diggy ya Rababa” e la celebrazione della dea haitiana dell’amore nella “Dance of Erzulie”. Altrove, ci sono inusitate cadenze latine di “Fruit”, composta dalla moglie Linda Shanovitch e le eccessive morbidezze di “The Way I Feel.”, composta dalla figlia Leela. Invece, il trittico “Discovering London & Friendship,” “Walking Through The Streets” e “Mixing with the Crowd and Spirit of Joy” si muove tra classicismo occidentale e atmosfere cinematiche. Insomma, una personalità senz’altro da conoscere o approfondire, iniziando da questa raccolta che copre tre decadi di attività artistica.


Ciro De Rosa

George Telek, David Bridie & musicians of the Gunantuna – Songs from a Bit na Ta (Wantok Music, 2016)

Nato per accompagnare il progetto commissionato per la mostra “No 1 Neighbour: Art in Papua Nuova Guinea 1966-2016” presso la Galleria d'Arte Moderna del Queensland a Brisbane, in Australia, “a Bit Na Ta” raccoglie i canti e i suoni delle comunità Tolai in Papua Nuova Guinea. Per la realizzazione della parte sonora del progetto artistico, è stato coinvolto George Telek, musicista che nel suo lungo lavoro ha solcato molti stili interpretando lo spirito fiero del popolo Tolai. George Mamua Telek o Telek, come è conosciuto in Papua Nuova Guinea, proviene dal villaggio di Raluana, nei pressi di Rabaul sull’isola della Nuova Britannia, dove vive ancora oggi con la moglie Bridget e i loro sette figli, a dispetto della distruzione seminata dal vulcano nel 1994. Unendo groove moderni con ritmi melanesiani, la sua musica si arricchisce di armonie dell'isola e di suoni intessuti d’ambiente. Le canzoni di Telek propongono brani del repertorio “midal” (il fascino magico per conquistare le donne, ottenuto utilizzando foglie dipinte) e “malira” (stregoneria). Canta sia nel linguaggio Tolai di Kuanuan che in creolo (chiamato tok pigin), Telek ha anche approfondito la musica stringband: una ricca miscela sonora di chitarre e ukulele alla base di intrecci vocali in uno stile unico gospel-country-folk tipico di tutta l’area del Pacifico. Iniziò ad esibirsi come cantante alla fine degli anni Settanta con varie band tra cui Moab String Band e The Jolly Roger String Band, prima di entrare nella rock band The Devils Kagan. Tornato a Rabaul, Telek si è unito alla Revival Band dove iniziò a scrivere le sue canzoni, ma la svolta venne con i Painim, la più grande rock band di Papua Nuova Guinea degli anni '80, che ha pubblicato otto album battendo tutti i record di vendita. L’uscita internazionale di “Tabaran”, realizzata insieme al musicista e produttore australiano David Bridie, con il quale Telek ha sviluppato un intenso e lungo rapporto artistico, lo ha reso noto in tutta l’area dell’Australasia ed ha fatto decollare la sua carriera internazionale come solista; arrivarono poi i tre album: “Telek”, “Serious Tam” (con la Real World di Peter Gabriel) e “Amette” che ha vinto diversi premi ed ottenuto recensioni entusiastiche in tutto il mondo. Il successivo tour per promuovere l'album ha visto Telek suonare nel Globe Theatre di Shakespeare, al Womad di Reading, Seattle e Hannover. Per “a Bit na Ta” George Telek e David Bridie hanno lavorato insieme coinvolgendo gli amici e le famiglie, invitando Gideon Kakabin, conoscitore della storia Tolai ed artista, ed altri musicisti affermati e astri nascenti della musica melanesiana, tra cui Anslom, Gilnata e le stringbands Amidal, Pius Wasi, e John Phillips dei Not Drownin, Waving. Sembrano centrali nella comunità Tolai la capacità di resistere ad eventi drammatici come l’occupazione di potenze coloniali (la Germania, il Giappone, l’Australia), la guerra, le violentissime eruzioni vulcaniche e le lotte per l'indipendenza. Il dukduk, l’iconico uccello che rappresenta la società Tubuan, segreta e complessa, continua a svolgere un ruolo significativo nella vita spirituale e di tutti i giorni dei Tolai; le sue disposizioni disciplinano i rapporti con la terra, le risorse e le persone, sia morte che vive. La musica è essenziale per la vita e le cerimonie Tolai e la storia di “a Bit Na Ta” è presentata anche attraverso nuove registrazioni di canzoni cerimoniali, String band, cori della chiesa Lotu. Tra i brani delle comunità Tolai si trova “Torurua Tapialai”, registrazione di un canto che viene eseguito quando gli uomini escono dall’iniziazione lunga otto giorni che ha luogo nel bush, durante la fase in cui si apprende la conoscenza della società tubuan. Questa canzone è accompagnata da danze: dopo ogni passo è espresso all'unisono un suono gutturale profondo. “Black Lotu” è costituito da un amalgama di registrazioni sul campo tra cui un vecchio tamburo a frizione (launut), predicatori e cori della congregazione Lotu. Invece, “Lily Ram Kavavar” è una canzone di Telek sullo spirito dell’oceano, l’origine della vita, su a Bit na Ta, la baia interna alla città di Rabaul, composta appositamente per l’installazione artistica, una canzone del sogno. In “Iau Nunuk” un uomo guarda l’oceano nel punto in cui le montagne e le nuvole si fondono con l’acqua, dove il popolo Gunantuna prese origine. Ancora, troviamo “Gadin Kaikai”, con linee di basso e chitarre trascinanti ed il suono caratteristico della Moab Stringband: è una canzone scritta per invitare le persone a nutrirsi di cibo proveniente dal proprio villaggio per crescere forti e continuare con una vita sana. Il cantautore ha anche composto “Boro” ispirandosi alla tradizione Apinpidik, in omaggio ad usanze ancestrali. Non mancano pezzi che affrontano le vicende storiche di quell’area del globo così remota: “Abot Ai Bitapaka” sul primo impegno militare per l'Australia e la perdita di vite umane che colpì Bitapaka, vicino Rabaul, nel Settembre 1914. "Sei australiani e un soldato tedesco morirono. Tuttavia, la grande tragedia è che non conosciamo l'identità dei trenta soldati della Nuova Guinea morti a Bitapaka. Quindi non sappiamo dove sono stati sepolti e non abbiamo mai costruito un monumento alla loro memoria. Nel 2014, dopo 100 anni di silenzio assordante, abbiamo tenuto una piccola cerimonia per ricordarli” scrive Gideon Kakabin. In un altro brano si rievoca la storia di Jack Emmanuel, Commissario distrettuale di Rabaul assassinato nell'agosto 1971, unico omicidio nella storia politica australiana. Daniel Gire in “Tawalonglong” racconta dell’intervento della polizia per fermare il consumo di bevande alcooliche, attività illegale fino agli anni Cinquanta del secolo scorso. A “Gap Na Kete” è una canzone mistica in cui vengono utilizzate immagini metaforiche, è una canzone per svegliare gli spiriti cantata da Anslom, cantante reggae melanesiano molto popolare, che mostra l'arte dell'inganno delle cerimonie Tubuan. In “Akuka” è stata utilizzata una registrazione di cori del 1976 su cui sono state sovrapposte piste sonore con strumentazione addizionale. “Tokaminiel” è una canzone da una cerimonia Matamatam, per onorare i morti. In “Day Karai Bilong Brother Glen” i cori Lotu provengono da Matupit, il luogo in cui il missionario metodista George Brown fece base, l’isola più vicina al Tavurvur, il pericoloso vulcano che ha distrutto Rabaul. L’ottantenne Besil Sammy canta “Oaga Na Pipi”, una vecchia canzone che racconta di uno spirito donna che guida la canoa nel kinavai. Lei si trova in posizione verticale sotto la canoa, a cavallo, cullando la canoa con il suo corpo e guidandola verso la riva. “Wali”, l’ultimo brano del CD, è ancora un brano di Telek, che descrive un uomo che si siede nella boscaglia con animo triste. Tutti gli uomini e le donne del villaggio lo guardano e dicono che quell’uomo non ha terra, giardino, casa, e vanno in suo aiuto. L'uomo canta il suo ringraziamento dal profondo del cuore. Nei ventisei brani di questa raccolta viene presentato uno spaccato molto ampio della vita, della storia e della musica Tolai, in un interessante viaggio tra suggestioni sonore ed atmosfere diverse, a tratti cristalline, a tratti rarefatte, che ci avvicina al mondo “Down under” così lontano dal nostro. “a Bit na Ta” è un lavoro che può anche sorprendere l’ascoltatore, lo invita al viaggio nelle terre lontane e poco note di quell’area del Pacifico e delle popolazioni che lo abitano e traccia le linee del suo affascinante patrimonio musicale. 


Carla Visca 

Elida Almeida – Djunta Kudjer (Lusafrica, 2017)/Ceuzany – Ilha d’melodia (Lusafrica, 2016)/Artisti Vari – Mornas de Cabo Verde (Lusafrica, 2016)

Contiene sette brani il nuovo EP del talento capoverdiano Elida Almeida. “Djunta Kudjer” è la seconda prova della giovane artista, pubblicata a due anni di distanza dal debutto rivelazione “Ora Doci Ora Margos” (ne abbiamo parlato qui) e prodromo di un disco di lunga durata annunciato per l’estate. La cantante-autrice dell’isola di Santiago apre le danze con la forte impronta ritmica di “Bersu d’Oru” (il brano è riproposto nel finale a tempo di tabanka, un ritmo che – rimarca Elida – merita di essere riscoperto). Dopo un pezzo ‘mosso’ si approda alla ‘ballata’ “Forti Dor”, dove i sapienti arrangiamenti di Hernani Almeida, già protagonista del mood del lavoro di debutto, si prendono il dovuto spazio. Se “Era mintira” si muove a tempo di batuque, “Discriminason”, firmato da Jorge Tavares Silva, è un funana di tutto rispetto. Ritroviamo “Di Mi Ku Bo”, tema dal sapore cubano che è stato uno dei vertici dell’esordio; a seguire c’è l’accattivante inedito “Txika”, composto da Carlos Manuel Moreira Dos Reis (meglio conosciuto come Manu Reis, giovane autore di Santiago) e noto al pubblico locale in una versione più lenta. 
Del brano, che contiene tratti autobiografici per la cantante, è stato realizzato anche un video. Elida (“Labanta Bu Bai”, “Mai di Migrason”, “Tolobaska”) e Hernani Almeida (“Kem Bô È”) firmano quattro brani del secondo disco di Ceuzany, intitolato “Ilha d’melodia”. L’artista, nata in Senegal da genitori capoverdiani, è cresciuta fin dalla tenera età nell’isola di Mindelo, dove la famiglia si è trasferita nel 2008. Dopo l’esperienza di vocalist con l’influente gruppo Cordas do Sol, Ceuzany si mette in solo, ribandendo le sue notevoli doti vocali (l’esordio solista è “Nha Vida” del 2012). “Ilha d’melodia” è un disco elettro-acustico di impronta melodica, dal tratto gentile e fruibile per le venature pop e il gusto solare. C’è un’incursione rap con l’intervento di Kiddy Bonz in “Cabo Verde Lá Fora”, ci sono un po’ di classici isolani: la morna “Mindel D’Novas” (di Ary Duarte) e la fluttuante “Dança Ma Mi Criola” (di Toy Vieira). Invece, “Fera na Sukupira” di  Romeu di Lurdes ricostruisce l’atmosfera vivace dei mercati locali. “Nha Dona” di Nely da Cruz, bassista di Elida Almeida, scava nella memoria di famiglia, rievocando la lotta delle donne capoverdiane del passato, tra sofferenze, sfruttamento, povertà e carattere indomito nel crescere i figli, spesso da sole. 
Se poi volete stare al sicuro nel cuore sonoro di Capo Verde non potete fare a meno di “Mornas de Cabo Verde”, florilegio in sedici brani della morna, il canto isolano che condensa in sé la sedimentazione di itinerari plurimi, passaggi, andate e ritorno, di ritmi e di genti lungo la rotta atlantica tra. Si parte con un classico di Ildo Lobo (1953-2004), si prosegue con Lura (“Eclipse”), Albertino (“Salva Nha Criola”), la diva Cesaria (“Miss Perfumado”) e via discorrendo con Ceuzany (“Mindel D’Novas”), Elida Almeida (“Mar Sagrado”), Kompass (“Dona Dess Nha Sina”), Bau (“Nha Morgadihna”), Teofilo Chantre (“Alma Morna”), Jenifer Solidade (“Oriundina”), Nancy Vieira (“Brasil”), ZèLuis (“Partida E Um Dor”), Alma da Morna (“Querida”), Fantcha (“Sol Ja Camba”), Maria Alice (“D’Zemcontre”) e il duetto immenso tra Teofilo e Cesaria Evora (“Mae Pa Fidje”): settantaquattro minuti che non mancheranno di allietare i palati adusi alla musica dell’arcipelago della Macaronesia. 


Ciro De Rosa

Mayra Andrade, Firenze, Fabbrica Europa Festival, 12 maggio 2017

Nella suggestiva cornice della stazione Leopolda di Firenze si è svolta la prima parte della XXIV edizione di Fabbrica Europa, festival della scena contemporanea. Tra le proposte musicali di spicco Mayra Andrade, cantante di origine capoverdiana che vive Parigi e Lisbona, ha presentato il suo ultimo album “Lovely Diffcult”. Se qualcuno tra il pubblico, come la sottoscritta, si aspettava di essere trasportato verso le assolate spiagge di Capo Verde attraverso le ritmiche della morna e della coladeira, gli stili più rappresentativi delle isole resi immortali dal talento unico di Cesaria Evora, è rimasto invece sorpreso. Lo spettacolo che offre Mayra Andrade è ben diverso e molto vario, tant’è che lei stessa definisce il suo stile un “tropical-travelling pop”. Nel suo ultimo disco solista “Lovely Diffcult” si riflette infatti un caleidoscopio di stili, dove escursioni pop e inflessioni jazz e swing sono intervallati da caratteri malinconici ed eclettici vicini alla samba. 
Variegate e molteplici sono anche le lingue in cui canta: creolo, francese, portoghese e inglese, ovvero gli idiomi dei luoghi attraversati nella sua giovane vita. Sul palco Mayra Andrade ha sfoggiato una voce calda e gentile, una grande sicurezza ed eleganza nei movimenti con un altrettanto spiccato sense of humour e grande capacità di coinvolgere il pubblico. I brani più rappresentativi del suo disco si dispiegano in una interessante e ritmicamente cadenzata “Ténpu Ki bai”, ad un'appassionata “We used to call it love” dalle atmosfere swing- pop. Bella l’interpretazione di “Rosa” toccante riferimento al tema della solitudine, cantata in creolo e che ha visto durante l’esecuzione una grande partecipazione degli spettatori. Non poteva mancare, infine, un omaggio alla sua isola, la splendida “Ilha de Santiago” caratterizzata dai ritmi in levare della funanà e del batuque. I musicisti che accompagnano Mayra Andrade sono molto competenti, buona la sezione ritmica, 
la chitarra e le tastiere precise ed in piena sinergia hanno contribuito a far trasparire una grande professionalità degli esecutori. La cantante durante l’esibizione ha citato più volte il celebre musicista Caetano Veloso in riferimento alla sua carriera di interprete. “In Lovely difficult troviamo lo stesso senso di avventura riscontrabile nel lavoro di Veloso” afferma Mayra Andrade, e dopo aggiunge “perché non permettere la crescita, il cambiamento e il movimento? Perché non lasciare il pubblico abituarsi ad aspettare l’inaspettato?”. Nel suo ultimo album ha dunque voluto mettere in gioco se stessa, riflettendo la sua crescita personale e artistica in un lavoro profondamente diverso dai precedenti e che lei stessa ha definito: totalmente lovely e onestamente difficult. 

Layla Dari

La Musica Nelle Aie, Castel Raniero in Festa, Castel Raniero, Faenza (Ra), 11-14 Maggio 2017

Sarà pure il bel tempo quello che fa la differenza tra un’edizione e l’altra de “La Musica nelle Aie”, a Castel San Pietro di Faenza, ma quando lo dicono gli organizzatori dimostrano la loro modestia, quella della gente per bene ma anche delle persone brave per davvero. Questo perché se indubbiamente il sole che ha baciato la Romagna in questo week-end di metà maggio contribuisce in modo determinante all’affluenza di un pubblico persino più numeroso del solito, non c’è dubbio che il programma culturale e musicale che fa non già da contorno ma da spina dorsale di una sagra collinare divenuta negli anni un festival di richiamo nazionale, anche quest’anno abbia alzato l’asticella di un evento già encomiabile, oltre che unico. Per chi ancora non lo sapesse, da quindici anni “La Musica nelle Aie” porta a Castel Raniero di Faenza nel secondo week-end di maggio un numero abbastanza spropositato di artisti folk italiani (qualche volta non solo italiani), che insieme ad altre iniziative culturali rendono del tutto unica la quarantennale sagra del paese, organizzata con passione dalla tenace e laboriosa comunità della collina. In particolare, la giornata culminante della domenica prevede l’esibizione, per quattro ore su un percorso di campagna di 5 km, di una ventina di gruppi folk per il Castel Raniero Folk Festival. Nello specifico giovedì 11 la «serata del ballo» ha visto sul palcoscenico il fantastico organettista Filippo Gambetta accompagnato dal chitarrista Carmelo Russo, per un concerto da intenditori, che magari non ha richiamato ballerini nel numero che si sperava ma che per chi aveva orecchio solo per la musica – peraltro ballabilissima – è stato un autentico godimento. 
Le fiumane di avventori non si sono fatte intendere venerdì 12 maggio, giornata che ha visto l’esibizione serale dei locali Sleego – con la loro originale formula di irish-folk suonato letteralmente al fulmicotone -, seguiti dal trascinante combat-folk de La Tresca, prima esplosione di energia collettiva del festival 2017. Ma nel pomeriggio, nei suggestivi spazi di Villa Orestina, era stata inaugurata la bellissima mostra dedicata all’arte romagnola che negli ultimi due secoli ha raccontato il paesaggio mettendo al centro “il pino” (mostra realmente di livello, con lavori di Baccarini, Versari, Merendi e altri artisti storici di primo piano). Sempre a Villa Orestina, nella giornata di sabato 13 che ha visto anche l’organizzazione di visite nei boschetti e l’immancabile podistica del paese, ha ospitato nel pomeriggio la presentazione del libro che Gianni Siroli, collezionista, cultore del liscio ed ex presentatore tv notissimo in Romagna, ha dedicato a Roberto «Castellina» Giraldi, uno dei grandi protagonisti della musica da ballo romagnola, oggetto da alcuni anni di una riscoperta importante (di cui Siroli è uno dei artefici) dopo un periodo fin troppo lungo di disinteresse (anche colpevole, certo) per la storicizzazione di una storia musicale certamente controversa ma artisticamente tutt’altro che da buttare e iconograficamente più suggestiva che mai. In serata sul palco hanno suonato gli Orsi, formazione strumentale dal tocco onirico e vicino a Nino Rota, ben piazzati nel concorso del 2016, prima dell’arrivo sul palco di un vero classico del folk italiano e occitano nello specifico come i Lou Dalfin, per la prima volta a Castel Raniero per un “matrimonio” che “s’aveva da fare per forza”. 
Domenica 14, con la strada chiusa al traffico dal mattino, il Castel Raniero Folk Festival ha richiamato un numero difficilmente calcolabile di migliaia di persone, per 4 ore a scorrazzare nei campi tra gruppi e musiche di ogni genere. Per la prima volta è mancata in toto la pizzica (genere probabilmente fin troppo inflazionato) e si è registrata una varietà anche maggiore che in passato, con diversi gruppi che si ispirano alle sonorità nordafricane. Tra questi i raffinatissimi Mi Linda Dama, vincitori del premio della giuria nella categoria “Interpreti” grazie alla loro originale appropriazione dello stile sefardita, con una cantante capacissima di destreggiarsi nel silenzio, un chitarrista presentissimo e avvolgente nonché un percussionista a proprio agio con lievi manipolazioni elettroniche, mai eccessive. Il trionfo sefardita è stato sancito dal secondo posto per i Safar Mazì, quartetto dal suono cesellato e dalla coesione timbrica rara, grande cura del dettaglio ed emissioni sonore controllatissime: una goduria. Terzi fra gli interpreti un altro gruppo molto raffinati, e non privo di agganci esotici con il santur iranino suonato da Ozgur Yalcin con l’arpa e la voce ineccepibile e suadente di Marta Celli. Un bronzo meritatissimo. Tra gli autori ha vinto con margine il sorprendente cantautore rovigino L’Istrice, personalità straripante e sopra le righe, affabulatore ferrettiano (anche nell’aspetto) e decisamente “vissuto”, consigliatissimo e capace di fare il vuoto intorno a sé, con testi colti dal sapore antico e un gusto “pop” per la melodia anche facile che non guasta proprio per niente. Secondi i Folletti, con il loro robusto cantautorato combat in stile Gang (con tanto di azzeccatissimo contrabbasso e richiami all’universo sonoro ed estetico del rockabilly) e terzi gli strumentali Lame da Barba, contaminatissima orchestrina da balera con richiami tanto al jazz dei primordi quanto a derive etniche tutte da sognare. 
Meritatissimo anche il premio del pubblico al contry-rock dei Nashville & Backbones, agguerrito trio con voci e armonizzazioni memorabili e un assetto strumentale che fa a meno di basso e batteria per lasciare la ritmica nelle mani del pianista e permettere al banjoista di fare faville. Anche loro appuntateli e cercateli, non faranno la gioia dei puristi del canone folk (una vaga decontestualizzazione ha sempre fatto del bene agli “outsider” di “Musica nelle Aie”) ma sono davvero trascinanti. Tra gli altri, da segnalare almeno il choro brasiliano dei Non ci resta che chorar (leggermente “slegati” ma comunque bravi e soprattutto ambasciatori di un repertorio poco ascoltato in Italia) e qualche opinabile contestualizzazione - non musicale ma logistica - per il delicato duo di flamenco che si è esibito troppo a ridosso di un punto di ristoro, trafficato e rumoreggiante. In serata il palco principale ha dedicato due live alla Romagna, prima con la tradizione “pura” del Duo Trabadel, tra vecchie manfrine e balli staccati, e poi alla balera retrofuturibile, rumorista e strampalata degli Extraliscio, con uno show coloratissimo che per alcuni è stato spiazzante, forse persino irritante, ma per tanti altri (sottoscritto compreso) è stato non semplicemente un grande e divertentissimo concerto – a scanso di equivoci dati dall’immagine guascona: questi suonano benissimo e parliamo di musicisti di diverse generazioni che hanno un’intesa invidiabile – ma la vera grande sfida vinta da un festival che non si siede sugli allori (potrebbero eccome…) ma continua a “sfidare” il pubblico e sperimentare i formati. E che la “vita pulsante” sia il bene più prezioso della musica folk dovrebbe essere cosa risaputa. 


Federico Savini

Rosario Bonaccorso – A beautiful story (Millesuoni/Jando Music, 2017)

Nuovo album per il contrabbassista Rosario Bonaccorso, accompagnato in un percorso di dodici brani fluidi e regolari da Dino Rubino al flugelhorn, Enrico Zanisi al piano e Alessandro Paternesi alla batteria. Il titolo dell’album, “A beautiful story”, è ampiamente rappresentativo della forma che assumono nel loro insieme i brani in scaletta. Così come riflette, in un gioco equilibrato di rimandi concisi ma efficaci, ciò che potremmo immaginare come il momento di scrittura: corposo e leggero, profondo e lineare, articolato ma stabile e coerente. Il quartetto così composto - attorniato da una timbrica morbida e tradizionalmente acustica - è probabilmente la migliore sintesi di questa storia straordinaria. Da un lato perché riesce a dare una voce suadente a tutti i brani (a cominciare dal primo, che porta il nome dell’album), che si riempiono pian piano di elementi sfumati che, gradualmente, si appoggiano l’uno sull’altro fino a definire la linea solida e morbida di un andamento chiaro, preciso, coerente. Dal primo all’ultimo, è il caso di dire, perché tutto rimane dentro l’idea della delicatezza, della morbidezza (“Come l’acqua tra le dita”). Dall’altro lato - e questo richiama più direttamente il tocco dei musicisti - i suoni degli strumenti definiscono uno spettro ampio e spesso inatteso, accomodando chi ascolta in una continuità di passaggi eleganti e mai stranianti. Questo è un aspetto che colpisce più di altri, perché nonostante la varietà armonica che puntella ogni brano, si può ascoltare il disco con disinvoltura, lasciando la musica e la successione degli strumenti dentro la spinta naturale che la sorregge, senza sforzi né contrazioni. In alcuni casi il quartetto si lascia anche tirare da un ritmo più teso e articolato, come in “De Walfish”. Ma, nonostante il registro sia più irregolare e complesso, la formula si lascia riconoscere, si affaccia sotto i suoni come una luce chiara, che illumina la strada da percorrere. Oltre al contrabbasso di Bonaccorso poi - che è l’autore dei brani e la guida del trio che lo accompagna - il suono vellutato del flugehorn non lascia spazio a disincanti. Si frappone agli altri strumenti con estrema cura e, nonostante il suo timbro pastoso e morbido, riesce a elaborare melodie anche tese e a tratti acide. In questi passi sembra quasi che si produca uno strappo (“My italian art of jazz”), ma a ben vedere è il riflesso di una riflessione che si fa più pressante, di un soffio che raggiunge un picco per immergersi subito dopo nella flessuosità degli andamenti degli altri strumenti. In questo caso anche la successione dei brani ci aiuta, perché asseconda questi andamenti, regolandoli su pochi registri, compatibili e organici: “This is for you” ne è uno degli esempi più chiari, come anche il brano successivo - più variopinto e instabile, “Storia di una farfalla”. Tra i momenti più significativi dobbiamo segnalare “Minus one” e “You me nobody else”. Il primo rappresenta efficacemente una divergenza strutturale, che matura dentro una successione di contrappunti: nella prima parte la superficie è scomposta dalla divergenza tra il flugehorn e l’andamento ritmico, mentre nella parte centrale - che si configura come una sottolineatura - è il pianoforte, in modo forse più esplicito, a strattonare gli altri strumenti, che mantengono un sostegno teso fino alla fine del brano. Il flugehorn torna subito dopo con gli stessi intenti, sottolineando una divaricazione possibile e comprensibile, confluendo poi in una sospensione, alla fine del brano, in cui incontra e si sovrappone al pianoforte. “You me nobody else” è la chiosa perfetta: la voce degli strumenti è rallentata e tirata dal rullante sfregato, il tono si abbassa a un livello più contemplativo, più onirico, definendo i contorni di un’immagine da osservare nei dettagli: il contrabbasso emerge a tratti con dei suoni strisciati, sorretti da alcuni battiti di batteria delicati ma decisi. La melodia è perfetta e risuona essenziale in ogni nota, fino ad assorbirsi in un unisono prolungato e sempre più silenzioso. 


Daniele Cestellini

Alessio Pianelli – Sulla Quarta (Almendra, 2017)

Eccoci un’altra volta, inevitabilmente catturati dal fascino delle produzioni Almendra. In questa occasione è il giovane musicista e compositore Alessio Pianelli a deliziarci con “Sulla Quarta”, titolo programmatico che si riferisce alla nota Suite no. 4 in Mi bemolle Maggiore per violoncello solo, una delle pagine più belle e “temute” della letteratura Bachiana. Dietro un’apparente musicalità, la Suite no. 4 cela in realtà una serie di asperità esecutive non indifferenti che la tonalità di Mi bemolle maggiore non risolve certamente, anzi… Tralasciando gli aspetti puramente tecnici, questo lavoro, non offre una “semplice” esecuzione della suite, il titolo infatti, si riferisce anche a una composizione omonima di Pianelli qui proposta a suggerire un curioso incontro tra Barocco e Contemporaneo. Diversi modi di sentire e interpretare lo strumento quindi, in una costante comunicazione da premiare per grazia e coraggio. Non solo Bach e Pianelli ma anche brani di Giovanni Sollima che caratterizzano singolarmente l’intero lavoro. Ascoltando “Sulla Quarta”, si percepisce l’appassionata dedizione del musicista nei confronti di queste pagine, che qui assumono una particolare naturalezza senza mai smarrire la decisa impronta emotiva che le caratterizza. L’album che abbiamo la fortuna di ascoltare è la continuazione di un percorso iniziato nel 2014 con “Prèlude”, contenente la Suite No. 1 in Sol Maggiore BWV 1007 di Bach e proseguito con questo “Sulla Quarta”. L’idea è quella di un’ esecuzione delle Suites completa ma dipanata negli anni, rispettosa ma aperta alla novità e sperimentale negli accostamenti. Considerando la qualità del lavoro e il particolare trasporto con cui Pianelli ci racconta del suo profondo legame con questi brani, non rimane che augurarci la miglior riuscita del progetto. Da apprezzare inoltre l’ottima qualità del suono, in grado di esaltare al meglio le potenzialità dello strumento. 



Marco Calloni

Corzani Airlines: Billy Bragg


Billy Bragg (Festival Mùsicas do Mundo - Sines, Portogallo Luglio 2016)

Foto di Valerio Corzani


“I diciannovenni di ora se vogliono farsi ascoltare possono usare Facebook, Twitter, posso scrivere un blog, posso fare un film con lo smartphone. Ai miei tempi la musica era l'unico "social media", ora ci sono molti modi differenti di parlare del mondo, perché la musica deve poter parlare di tutto: passione, sesso, vita, guerra, morte. Ora hai più modi di poter esprimere la tua visione ma nessuno ti inviterà mai a fare un tour negli Stati Uniti per leggere i tuoi tweet, e il fatto che la gente voglia ancora andare ai concerti ne è la prova. La musica non ha più valore, se parliamo di dischi, ma sempre più persone vogliono andare ai concerti e questo credo sia perché sul palco possiamo dar loro qualcosa che non trovano su internet, un'esperienza, una forma di comunione. Quello che conta oggi è esserci.”
Billy Bragg

fotografie e suggestioni 

mercoledì 10 maggio 2017

Numero 306 del 10 Maggio 2017

Storie e canzoni di Cesare Basile in apertura del numero di "Blogfoolk". L’album, che arriva pressappoco a due anni da “Tu prenditi l’amore che vuoi e non chiederlo più” – Targa Tenco nel 2015 per il miglior disco in dialetto – ,  si intitola “U Fujutu Su Nesci Chi Fa?”. Giorgio Zito di Radio Gold ha intervistato l’autore siciliano per farci raccontare genesi della suo nuovo lavoro. Il percorso folk & world di questo numero 306 si rivolge a due produzioni di ‘peso’: la retrospettiva  di otto box-set, “Living In The Shadows”, che la Earth Records ha dedicato al chitarrista e songwriter Bert Jansch e le meraviglie del canto difonico mongolo, racchiuse nella confezione in due CD “Une Anthologie Du Khöömii Mongol”, realizzata dalla label francese Buda Music, che presenta quarantatré tracce, di cui ventotto inedite, che coprendo un arco temporale che va dal 1954 al 2016, garantendo una visione diacronica di questa magnifica pratica vocale. Come è nostra prerogativa siamo sempre nei luoghi della musica. Anzitutto, presentiamo la trentatreesima edizione del Festival sloveno Druga Godba, che si svolgerà dal 25 al 27 maggio a Pirano d’Istria e Lubiana, con concerti, tra gli altri, di “Bella Ciao”, Black String, Yasmin Hemdan, Gaye Su Akyol e King Asyioba. “Blogfoolk” è media partner di una delle manifestazione più attese della stagione world europea. Altra presentazione riguarda il ricco cartellone di stage di danze, incontri culturali e concerti della rassegna folk “Ben Vena Magg” (12 maggio, Alessandria). Enzo Conti, fondatore della storica band Tre Martelli, già ideatore ed organizzatore di numerose rassegne ed oggi consulente artistico del festival, ci presenta il programma della ventisettesima edizione manifestazione, che andrà in scena il prossimo 12 maggio Alessandria. Non da ultimo, il racconto di Elisabetta Malantrucco dell’Eroica Festival, tra corse, miti a pedale, arte e musica, tenutosi dal 5 al 7 maggio scorso a Montalcino (SI), sotto la direzione di Andrea Satta dei Têtes de Bois. La lettura della settimana si occupa del numero doppio 16/17 de “La Piva dal Carner”, come sempre piena di riflessioni su cultura popolare, organologia, testimonianze e ricerca sul campo. Torniamo ai dischi, con la finestra sulla musica contemporanea, per la quale proponiamo la ristampa di “Key”, storico debutto discografico della compositrice statunitense Meredith Monk. L’immagine di chiusura è l’istantanea di Corzani Airlines, con protagonista Derrick Morgan.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


COVER STORY
WORLD MUSIC
I LUOGHI DELLA MUSICA
LETTURE
CONTEMPORANEA
CORZANI AIRLINES

L'immagine di copertina è un'opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

martedì 9 maggio 2017

Cesare Basile – U Fujutu su nesci chi fa? (Urtovox Rec, 2017)

A due anni di distanza dal pregevole “Tu prenditi l'amore che vuoi e non chiederlo più”, premiato con la Targa Tenco come miglior disco in dialetto del 2015, Cesare Basile torna con “U Fujutu su nesci chi fa?”, album che segna un ulteriore tappa di quel percorso di ricerca intrapreso con “Sette pietre per tenere il diavolo a bada” del 2001 e volto ad esplorare le connessioni sonore tra la tradizione musicale siciliana e il blues. Rispetto ai precedenti, questo nuovo lavoro vede il cantautore siciliano ampliare il raggio delle proprie esplorazioni alla riscoperta delle radici africane della musica americana. Antico e moderno, Africa e Mediterraneo si incontrano tra polifonie e poliritmie costruendo una cornice sonora perfetta per la storia allegorica di Dannata, “la città in cui per sortilegio gli offesi sono grati a chi li offende”, scrive il cantautore siciliano nella presentazione, “La storia della tromba d’aria che viene a distruggerla, la storia che si racconta quando una donna si fa scuro e tempesta per giustizia o per vendetta. La vigilia, la sorte imprevista, i passi di un bastone che ruota nella quiete, il gioco dell’oca della rivolta, il fuoco dello sconfitto deriso e beffato financo dal demonio. È storia narrata agli angoli delle piazze dalla voce consumata di un vecchio cuntista. Ed è la paura, il nostro insoddisfatto bisogno di consolazione”. Giorgio Zito di Radio Gold ha intervistato il cantautore siciliano per approfondire insieme a lui la genesi ed i temi di questo nuovo album. (S.E.)

Partiamo dal titolo. Ci puoi spiegare cosa significa in siciliano: “U Fujutu su nesci chi fa?”
Il titolo, tradotto letteralmente dal siciliano, vuol dire: “se esce il fuggitivo che cosa succede?”. Chiaramente per comprenderlo bisogna sapere chi è il fuggitivo che nelle carte dei Tarocchi siciliani è l’equivalente del Matto dei Tarocchi Marsigliesi che tutti quanti conosciamo. E’ una figura imprevedibile, sia dal punto di vista del gioco, sia per la divinazione. Queste carte siciliane, come le Minchiate Fiorentine e i Tarocchi Bolognesi possono essere usati anche per giocare. In entrambi i casi, il fuggitivo, il matto rappresenta l’imprevisto che ridà un senso alla mano, ma anche alla divinazione. E’ l’elemento imprevisto che può innescare dei meccanismi di cambiamento della situazione che si sta vivendo, ed in questo senso è una figura rappresentativa di questo lavoro.

Nella presentazione del disco scrivi: “Questa è la storia della Dannata, la città in cui per sortilegio gli offesi sono grati a chi li offende”. A chi ti rivolgi direttamente? Questa affermazione può essere intesa come una sorta di allegoria dell’Italia?
E’ una allegoria per una città del mondo. Non credo che questa situazione sia tipicamente solo italiana perché il sistema del tardo capitalismo o del neocapitalismo, chiamiamolo come vogliamo, ci sta un po’ abituando a questo a vivere di offese pur sentendoci quasi in dovere di ringraziare ci calpesta. 
Un esempio per tutti è come il lavoro sia diventato fondamentalmente un ricatto sociale, e in questo senso c’è l’immagine metaforica di una città preda di un incantesimo.  E’ talmente illogico essere grati a chi ci offende, che non si può far altro che pensare di essere vittime di un sortilegio, ma di fatto è quello che viviamo. La Dannata è lo scenario immaginario dove si dipanano le storie dei personaggi che a modo loro subiscono o reagiscono a questo incantesimo. 

Nella tua carriera discografica hai cambiato più volte la pelle musicale, passando dal rock underground alla musica quasi tradizionale di questo nuovo album. Questo nuovo lavoro è il frutto di una ricerca ancor più profonda non solo nella musica siciliana ma anche in quelle africane del blues…
Si forse perché in qualche modo queste tre anime non sono poi così dissimili fra loro e, in qualche modo, penso ci sia dentro anche una sorta di attitudine punk che aveva caratterizzato i miei inizi da ragazzino quando cominciavo a suonare con i primi gruppi. Credo che questo disco metta insieme tutti questi elementi, forse sono le cose che sognavo di diventare da ragazzino quando ho cominciato a suonare la chitarra, ma anche quelle cose che ho cercato nella maturità per capire quello che mi stava succedendo, dove ero andato a finire come musicista, e cosa volevo raccontare. 
Credo nel blues delle origini ci sia una sorta di sincerità che poi ha dato vita a gran parte della musica moderna così come la conosciamo, e pure quella sincerità mi era sempre sfuggita come se non riuscissi a trovare la chiave. Probabilmente l’ho trovata nella lingua della mia terra, piegandola come ho fatto con la musica a quelle che erano le mie necessità di racconto.

Il primo singolo estratto dal disco è “Cincu Pammi”. Ci puoi spiegare questo brano, da cui è stato tratto anche un videoclip?
Il titolo tradotto in italiano vuol dire cinque palmi. Il palmo era una antica unità di misura utilizzata nelle aree rurali tanto della Sicilia quanto più in generale di tutta Italia. In particolare, cinque palmi misurava il bastone utilizzato dai pastori siciliani che sceglievano tra le piante selvatiche dell’isola in particolari periodi dell’anno e poi lo indurivano e modellavano con il fuoco. Pian piano utilizzo di questo bastone divenne un’arte marziale a tutti gli effetti con una scuola e delle forme precise. Il protagonista del video è Alfio Di Bella, un signore di ottantatré anni che è l’ultimo di una generazione di maestri di questa pratica. Insieme a lui studio e mi ha ispirato uno dei personaggi delle canzoni. Nel video si vede il modo in cui fa volteggiare il bastone disegnando mulinelli nell’aria, e i suoi affondi diretti e potenti che sembrano racchiudere tutta l’essenza della Sicilia. 
Questo video è stato anche l’occasione per dare inizio, insieme al regista Giovanni Tomaselli, ad un discorso su un documentario che racconti la storia di questo anziano maestro ed in parallelo anche di questa arte. 

Attualmente stai presentando il disco in tour con i Caminanti, formazione a geometrie variabili alla quale spesso si aggiunge qualche ospite…
Al momento la formazione è composta da me da, Simona Norato al pianoforte, tastiera e voce, Sara Ardizzone alla chitarra elettrica, Massimo Ferrarotto alle percussioni, Luca Recchia al basso, Roberta Gulisano tamburi a cornice e voce, Gabriele Ponticello come tecnico del suono. La formazione è aperta e normalmente funziona che se arriva un amico e si porta lo strumento dietro sale sul palco.


Giorgio Zito
In collaborazione con Radio Gold
Trascrizione ed adattamento di Salvatore Esposito


Cesare Basile – U Fujutu su nesci chi fa? (Urtovox Rec, 2017)
Tenere viva la tradizione semplicemente imitandola o tentando di conservarla in una ideale teca da museo, non è altro che un esercizio sterile totalmente antitetico rispetto al senso profondo racchiuso nella radice latina “tràdere”. Tutto questo Cesare Basile lo ha interiorizzato e fatto proprio nell’approccio alla tradizione musicale siciliana alla quale, negli ultimi anni, si è riavvicinato sempre di più, andando alla scoperta delle connessioni e delle intersezioni sonore con la musica folk americana e le radici africane del blues. Significativo in questo senso è il recente “U fujutu su nesci chi fa?”, decimo disco in carriera, nel quale il cantautore siciliano ha raccolto dieci brani composti nella lingua sua terra e intessuti tra sonorità che abbracciano Africa e Mediterraneo. Quasi fosse un concept album, il disco raccontare la storia di Dannata, città immaginaria imprigionata in un incantesimo che la vede sottomessa ai potenti, nella quale irrompe il fujutu, il matto dei tarocchi siciliani, richiamato nel titolo e nella copertina, che ne cambia il destino ridonandole la speranza. Aperto dalla voce antica di “Scongiuro” che riprende formule apotropaiche della tradizione siciliana, il disco entra nel vivo con il blues desertico di “Lijatura” nel quale echi dei Tinariwen si sposano con le radici isolane costruendo una architettura sonora perfetta per evocare il sortilegio di cui è prigioniera Dannata. Si prosegue prima con Tri nuvuli ju visti cumpariri con il suo serrato ritmo percussivo rimanda ai canti dei contadini siciliani, e poi con l’affascinante ballata “Cincu pammi” ci conduce alla scoperta della “paranza rutata”, antica tecnica di combattimento, nata nel mondo agro-pastorale nel 1300 e sopravvissuta fino ai giorni nostri. Se la murder ballad “Cola si fici focu” racconta la storia di un carcerato che per sfuggire alla prigionia si diede fuco, la successiva “Storia di Firrignu” vede Basile vestire i panni del cantastorie nel tipico stile dei pupari siciliani. La drammatica “U Scantu” ci introduce poi alla superba title-track che, con il intreccio tra suoni che si dipanano tra Sicilia, Mali e Medio Oriente, rappresenta senza dubbio uno dei vertici del disco. Le sperimentazioni sonore tra tradizione ed innovazione di “Fimmina trista fimmina” ci conducono alla conclusiva Cirasa di Jinnaru, uno struggente canto d’amore per soli chitarra e voce, che suggella un lavoro pregevolissimo tanto dal punto di vista della ricerca musicale che lo caratterizza quanto da quello compositivo.


Salvatore Esposito

Bert Jansch – Living in the Shadows/Living in The Shadows part 2: On the Edge of a Dream (Earth Records, 2017)

#CONSIGLIATOBLOGFOOLK

La Earth Records procede con la retrospettiva sul catalogo di Bert Jansch, il grande chitarrista e songwriter scozzese mancato nel 2011: lo scorso anno la ristampa, con una veste grafica inedita e curatissima, dello strumentale Avocet, disco del 1979 piuttosto sottovalutato nella discografia janschiana, attribuibile a Bert e a Martin Jenkins, il cui violino è fondamentale nello sviluppo dei brani, e del bellissimo From the Outside del 1985, fino allo scorso anno rarissimo e pressoché irreperibile, ma una delle più lucide prove del Bert Jansch songwriter, in una decade che lo vide scomparire dai riflettori. Ora due cofanetti di quattro CD cadauno (disponibili anche in vinile) con i tre titoli usciti negli anni '90 e i tre dati alle stampe nel nuovo millennio più due bonus-disc contenente versioni alternative, alcune session con John Renbourn per un disco in duo continuamente rimandato e mai uscito e alcuni brani completamente inediti di Bert solo o con alcuni chitarristi che a Bert si sono dichiaratamente ispirati, come Gordon Giltrap o Johnny Marr degli Smiths. Il primo CD del primo box è il misconosciuto “The Ornament Tree” del 1990, disco prodotto da Steve Tilston, che segna il ritorno di Bert alla musica tradizionale: un disco bello con gli arrangiamenti costruiti da Tilston e dalla moglie Maggie Boyle insieme al violinista Richard Curran. In questo lavoro almeno tre capolavori, la title track (il cui titolo originale è “Bonny Portmore”), il tradizionale scozzese “The Mountain Streams” e il celebre brano di Dave Goulder “The January Man”, già eseguito da Jansch nello splendido “Moonshine” quasi vent'anni prima. Il disco “When The Circus Comes to Town” del 1995 segna il ritorno di Jansch all'attenzione generale: una casa discografica, la Cooking Vinyl, che era la più prestigiosa fra le etichetta indipendenti dell'epoca, apparizioni televisive, recensioni entusiastiche anche dei giornali mainstream e, finalmente, un presente importante, oltre che un passato glorioso, quel passato storicizzato dal documentario “Acoustic Routes”, da poco disponibile su DVD, uscito nel 1993 e che vede Jansch protagonista con tutti i colleghi della scena folk-revival degli anni '60. “Circus” comprende numerose tracks registrate con solo voce e chitarra e alcune con un parco arrangiamento ed è un lavoro eccellente sia dal punto di vista del songwriting, che dell'esecuzione vocale e chitarristica, con lo strumentale “The Lady Doctor” che ricorda i fasti del folk-baroque di trent'anni prima. 
Molti dei brani del disco faranno parte delle scalette live di Bert anche negli anni successivi, da “Walk Quietly By”, a “Summer Heat” a “Morning Brings Peace of Mind”, destinata a diventare uno dei brani più amati dai fans e forse l'ultimo vero classico inciso dal songwriter scozzese. Tre anni dopo seguirà “Toy Balloon”, che nelle intenzioni dell'etichetta doveva essere una celebrazione del talento di Jansch, ma la mancanza di ospiti di prestigio, fra cui il lungamente inseguito Jimmy Page, e il continuo rimandarne l'uscita ne hanno minato l'entusiasmo che doveva accompagnarne la disponibilità. Eppure il disco è sugli stessi livelli del predecessore con l'esclusione di un paio di tracks più ammiccanti e forse inutili, ma la cover di Jackson C. Frank “Carnival”, “Paper Houses” e “Born and Bred in Old Ireland” sono episodi di grandissima qualità in un contesto generale comunque sempre molto buono. Il disco di inediti, come spesso accade ai bonus-cd, aggiunge poco al lavoro. I veri inediti sono tre, fra cui una bella “The Merry Priest”, il resto è materiale for-completists-only. A completare il cofanetto, anche stavolta in un packaging più librario che discografico, le note di Colin Harper, autore anche del bellissimo libro “Dazzling Stranger”, sempre puntuali e accattivanti. Il secondo volume, con una veste grafica del tutto simile al precedente, ripubblica i tre dischi usciti negli ultimi dieci anni di vita del chitarrista di Glasgow, “Crimson Moon” del 2000, “Edge of a Dream” del 2002, forse il più bello dei tre, e “The Black Swan” del 2006, celebratissimo dalla critica e intrigante per la presenza di numerosi ospiti, da Beth Orton a Devendra Banhart, ma complessivamente uno dei capitoli trascurabili della discografia di Bert. 
“Crimson Moon” è un buon album, ma ha il difetto di arrivare dopo due album ottimi, ben prodotti, ben registrati e ben distribuiti. Registrato in buona parte da Bert stesso, il disco fatica a potersi definire un capolavoro, nonostante la presenza di ospiti come Johnny Marr e Bernard Butler dei Suede, e la presenza di alcune canzoni che costituiranno l'ossatura dei concerti degli ultimi anni della carriera di Bert, come la gloriosa ballata di Owen Hand “My Donald”, dedicata alla caccia alle balene e affidata purtroppo qui alla voce di Loren Auerbach, o l'epocale “October Song” di Robin Williamson. Un disco onestissimo, ma decisamente inferiore ai due precedenti, e dove il già-sentito e lo stucchevole affiorano a più riprese ma che vede comunque la presenza di almeno due brani notevoli: la lunga e psychedelica ballata “The Fool's Mate”, e “Neptune's Daughter”, oltre alla riproposizione del tradizionale americano “Omie Wise” già presente in “Reflection” dei Pentangle. L'inizio del disco “The Edge of a Dream”, vede Jansch accompagnato da una una vera e propria rock band, guidata da Bernard Butler e dal figlio Adam, ottimo bassista e deus-ex-machina della realizzazione di questi due cofanetti. Anche questo album vede la presenza di numerosi ospiti, come Hope Sandoval, allora vocalist dei Mazzy Star e oggi celebratissima solista, poi il chitarrista flamenco Johnny Hodge, personaggio particolarissimo della scena londinese, il grande Dave Swarbrick, ospite nei brani più belli dell'intera raccolta, lo strumentale “Gypsy Dave” e la fosca “Sweet Death”, il chitarrista Paul Wassif, complementar a Bert nel chitarristico “Black Cat Blues” e un inedito Ralph McTell all'armonica nella conclusiva “Bright Sunny Morning”. “The Quiet Joys of Brotherhood” è una versione bellissima, persino la voce di Loren Auerbach, nel frattempo diventata Loren Jansch, non stona con l'atmosfera e il pathos fornito dalla chitarra di Bert. 
“The Edge of a Dream” è un lavoro che ha nella varietà il suo maggior pregio e anche il suo peggior difetto: si fatica a trovare un respiro comune fra gli undici brani che compongono la raccolta: rock, blues, folk ballads, country, persino un brano spagnoleggiante rendono la raccolta ondivaga e difficile da catalogare, tanto che riceverà parecchie critiche benevole ma mai accompagnate da vero entusiasmo. Entusiasmo che invece riceverà il successivo “The Black Swan”, prodotto da Noah Gergeson, abituale collaboratore di Devendra Banhart, che sarà anche uno degli ospiti del disco, marginalissimo nell'economia del lavoro, ma utile perchè i giornalisti possano dare un appiglio promozionale al CD. Il disco, nonostante un eccellente inizio (la delicatissima “Black Swan” e l'ottima “High Days”) non mantiene lo stesso profilo per tutta la sua durata. La presenza di brani già del repertorio Pentangle (“Watch the Stars”) o già incisi da Jansch (“A Woman Like You”), ambedue in versioni molto inferiori all'originale, così come la presenza di classici del repertorio del revival britannici come “Katie Cruel” (cantata da Beth Orton) e l'anthem di Brendan Behan “The Old Triangle” non rendono il disco più interessante. La presenza a fianco di Bert di idoli della scena indie come Banhart o la stessa Orton che canta ben tre brani, forse avrà procurato a Bert qualche ascoltatore in più, ma il disco non ne beneficia particolarmente. Il CD di demo e brani inediti che completa il secondo cofanetto regala un paio di perle: i duetti fra Jansch e Johnny Marr in “It Don't Bother Me”, classico del repertorio del primo Bert, e una “Cocaine Blues” che assomiglia a “Angie”, altro classico, e , soprattutto, insieme a un altro grande della chitarra acustica, Gordon Giltrap, la rivisitazione di “Chambertin”, immortale brano strumentale di “L.A. Turnaround”. Un cofanetto che rivisita il periodo della seconda giovinezza del musicista di Glasgow e un secondo che si focalizza su un periodo più recente ma non privo di spunti interessanti, fra collaborazioni e, grazie a queste, la riscoperta da parte di un pubblico più giovane. Imperdibili, entrambi, vuoi per il contenuto e vuoi, ancora di più, per la veste editoriale di gran pregio. 


Gianluca Dessì

Artisti Vari – Une Anthologie Du Khöömii Mongol (Buda Musique 2017)

In questa fondamentale pubblicazione dell’etichetta francese Buda sono documentate tre generazioni di esecutori dell’arte del canto khöömïï, entrato dal 2010 nell’elenco del patrimonio intangibile dell’UNESCO. I due CD presentano quarantatré tracce, di cui ventotto inedite, che coprendo un arco temporale che va dal 1954 al 2016 garantiscono una visione diacronica di questa magnifica pratica vocale mongola, diffusa anche in altre aree dell’Asia centrale. Nel canto difonico si distinguono due suoni di diversa altezza emessi e controllati contemporaneamente da un solo cantante. Accanto al suono fondamentale che si mantiene in sostanza costante, sono presenti quelli di derivazione armonica che disegnano il profilo melodico. Esistono diverse tecniche di khöömïï: nasale, faringeo, toracico, addominale, quella caratterizzata dal bordone grave, quella più rara di tipo flautato, Dunque, l’antologia propone un viaggio di 154 minuti nella sensibilità e negli stili rurali e urbani, nei documenti raccolti sul campo e nei CD pubblicati per il mercato; raccoglie la pratica di amatori e di professionisti, di cantori solitari e di solisti accompagnati da strumenti, di gruppi neo-tradizionali e di quelli entrati nell’alveo artistico della world music. Il progetto è stato concepito per il decimo anniversario dell’associazione Routes Nomades, il fine non è solo rappresentare un tributo a grandi esecutori, ma favorire la trasmissione generazionale del canto armonico dell’Asia centrale. Ne sono curatori Johanni Curtet e Nomindari Shagdarsuren: il primo è un etnomusicologo accademico specializzato nello studio del khöömïï, docente di lingua e cultura mongola, nonché direttore artistico di Routes Nomades, la seconda si occupa di beni culturali intangibili, ha lavorato in Francia, Mongolia e Corea del Sud sui temi dei patrimoni immateriali, contribuendo al dossier che ha portato al riconoscimento UNESCO. Il fatto è che nonostante l’alta considerazione da parte dell’agenzia delle Nazioni Unite e le opportunità di studio del canto che da anni sono offerte dal Conservatorio di Ulaanbaatar, si assiste al deficit di memoria degli stili e delle pratiche del passato. Ciò è causato dalla limitata circolazione dei dischi, dalla difficoltà di accesso agli archivi sonori e dai flebili legami tra cantori tradizionali e più nuove generazioni. Il primo disco antologico raccoglie registrazioni d’archivio custodite dalla Radio Nazionale Pubblica della Mongolia e documenti sul campo raccolti da Curtet tra il 2004 e il 2015, soprattutto nella parte occidentale del Paese. Il secondo album pesca tra I professionisti del khöömii, passando in rassegna maestri e giovani, cantatori e cantatrici, studenti e pastori nomadi, ensemble tradizionali e gruppi folk-rock. Un booklet di 46 pagine accompagna l’ascolto, fornendo informazioni su pratiche di canto, musicisti, contesti esecutivi e tipologie di canti; numerose anche le immagini d’archivio. Tra i più noti nel circuito world sono gli Egschliglen (“Talyn Salkhi”), di interesse anche i pionieri folk-rock Altan Urag (“Songsgood”), ma i vertici si raggiungono nel canto dell’immenso Dashdorj Tserendavaa (“Khokh salyn gol” e “Khöörkhön khaliun“), che è anche suonatore del cordofono ad archetto morin khoor: un maestro e innovatore, come Baatar Odsüren, tra i primi cantori a trasmettere alle donne il canto difonico. Poi c’è Badar Papizan (“Dag kargyraa, Tyva kojumak” e “Khamnyn khomuzu”), depositario mongolo dello stile di canto tuvano; un altro decano è Rentsen Davaajav (“Torooi bandi”), già membro del gruppo Jargalantyn Tsuurai (“Yesön erdeniin oron”), tra i primi gruppi di canto khöömii  in Mongolia. Davaajav conservato la sua vita di pastore nomade malgrado il suo professionismo artistico. Invece, è una delle più affermate cantanti è Pürevsüren Ösökhjargal (“Khökhöö Namjil” e “Jangar”), che è nata nel 1973, vive in Germania e ha fondato il gruppo femminile Khatan. Di talento e tecnica ne possiede senz’altro Khash-Erdene, figlio diciannovenne di Tserendavaa (“Bayankhairkhan, Gooj-Nana”). Ascolto indispensabile. 


Ciro De Rosa