BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

BF-CHOICE: Francesco Benozzo, Fabio Bonvicini, Fratelli Mancuso – Un requiem laico

Canto e musiche seguono la via dell’accostamento di esperienze diverse: quattro strumentisti e cantori, il mondo appenninico e quello del canto mediterraneo dell’isola di Sicilia testimoniano con questo concerto-disco un incontra lungo trame della memoria in un luogo simbolo dell’Italia...

BF-CHOICE 2016: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Fratelli della Costa

Il compositore e trickster napoletano, abile nel mettere in moto imprevedibili cambiamenti nelle sue storie musicali, Daniele Sepe è diventato Capitan Capitone, bucaniere che si aggira al largo di Procida, sfoderando il suo sax insieme ad una ciurma di alcuni tra i giovani migliori della scena napoletana...

giovedì 27 ottobre 2016

Numero 278 del 28 Ottobre 2016

All’interno di “Blogfoolk” numero 278, trovate approfondimenti, rassegne sulla produzione folk, trad e world, reportage dai luoghi della musica. La copertina è dedicata a “Una Vita a Bottoni”, il volume biografico, curato da Neri Pollastri, che presenta l’avvincente percorso artistico di Riccardo Tesi. L’organettista pistoiese ci accompagna nella lettura del volume, che è corredato da un’antologia di brani del suo repertorio. Per la rubrica Memoria, Paolo Mercurio propone una retrospettiva su Sandra Mantovani, figura di rilievo di ricercatrice e cantante del primo folk revival, recentemente scomparsa. Restiamo sui sentieri della musica tradizionale italiana per parlarvi di “CantöRiöndö” il nuovo album del Gruppo Spontaneo Trallalero. Nel nostro consueto spazio dedicato alle musiche del mondo, analizziamo il pregevole “Shine a Light: Field Recordings from the Great American Railroad”, nato dalla collaborazione tra Billy Bragg e il cantautore americano Joe Henry, e le esplorazioni nei territori della musica klezmer di “Shtetl! Yidele’s recollections” prodotto dall’ensemble italiano Mishkalè. Ricco il cartellone sulla musica dal vivo: si parte dal report dal Womex 2016 da Santiago de Compostela, con il punto di vista e la curiosità del produttore discografico Davide Mastropaolo. Da Marsiglia, Flavia Gervasi ci racconta Fiesta Des Suds. Infine, Alessia Pistolini cura la cronaca delle serate del Premio Tenco. Chiudiamo con “Resolution” del compositore e pianista turco-americano Mehmet Ali Sanlikol.
Fin da ora vi invitiamo al “Festival Delle Ciaramelle per Amatrice”, che si terrà a Perugia il prossimo 12 novembre 2016. Il ricchissimo programma coprirà l’intera giornata e si aprirà alle 10.30 all’Aula Magna dell’Università di Perugia con l’incontro-concerto dal titolo “Le tradizioni musicali e poetiche di Amatrice e dell’Alta Sabina”, a cura di Piero G. Arcangeli e Giancarlo Palombini. L’evento sarà introdotto dal Magnifico Rettore dell’Università prof. Franco Moriconi e vedrà la partecipazione del ciaramellaro Andrea Delle Monache, del tamburellista Franco Moriconi, dei poeti a braccio Paolo Santini e Pietro De Acutis, della cantante Susanna Buffa, che proporranno esempi musicali dal vivo.
Alle 16.00, nel Complesso monumentale di San Pietro, i poeti a braccio e i ciaramellari apriranno “Manufatto in situ 10: Laboratorio-residenza per una cartografia artistica”, in programma tra le iniziative di “Umbria Libri”, la rassegna letteraria organizzata dalla Regione Umbria. Gli eventi del pomeriggio continueranno nei luoghi più centrali della città, come Corso Vannucci, dove alle 16.30 inizierà la performance della Percussion Street Band #assaltoritmico, diretta da Stefano Baroni e Gianni Maestrucci e si terrà la roda di Capoeira del gruppo Coquinho Baiano. A Piazza IV Novembre ci sarà, alle ore 17, l’evento “Il saltarello incontra la pizzica”. In questo caso si tratta di una serie di performance a cura dell’associazione culturale “Tarantarci” e di Alessandro Calabrese, con suonatori di ciaramelle amatriciane, organettisti, tamburellasti e ballerini di saltarello di Amatrice e di pizzica salentina. Dalle 17.30, all’Auditorium di Santa Cecilia, si esibiranno tre gruppi corali: “Nota so e le Unisone” (dir. M° Marta Alunni Pini), “Calicante" (dir. M° Barbara Valentino) e “Colle del Sole” (dir. M° Paolo Ciacci. A seguire, il quartetto composto da Carlo Bava (ciaramelle), Ilario Garbani Marcantini (zampogna), Andrea Passoni (corno delle Alpi) e Maria Cristina Pasquali (narrazione), con lo spettacolo “Confini, conflitti e confetti”. Il concerto finale si svolgerà, a partire dalle 20.30, alla Sala dei Notari. Sarà aperto dai suonatori e poeti amatriciani e vedrà la partecipazione di artisti di spicco del panorama musicale nazionale e internazionale. Nell’ordine si esibiranno Susanna Buffa e Nora Tigges, l’ensemble Sonidumbra (gruppo per lo studio, la ricerca, la riproposta della musica di tradizione umbra), il trio composto da Goffredo Degli Esposti, Raffaello Simeoni e Gabriele Russo (con Massimo Giuntini), il trio Giuseppe “Spedino” Moffa, Alessandro D’Alessandro e Massimo Giuntini, il duo Gabriele Mirabassi e Riccardo Tesi, e infine l’ensemble abruzzese Il Passagallo. Dopo il concerto, chi vorrà, potrà unirsi alla cena “Amatriciana solidale”, che si svolgerà alle 23.30 alla Sala “G. Miliocchi” in Corso Garibaldi 136, organizzata dalla Società Operaia di Mutuo Soccorso fra gli artisti e gli artigiani di Perugia. Prenotazione obbligatoria al n. 3402831959.

Ciro De Rosa
Direttore Editoriale di www.blogfoolk.com


COVER STORY
MEMORIA
VIAGGIO IN ITALIA
WORLD MUSIC
I LUOGHI DELLA MUSICA
SUONI JAZZ

L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Neri Pollastri, Riccardo Tesi. Una vita a bottoni, Squilibri, 2016, pp. 308, Euro 22,00

In un libro che si configura come conversazione a più voci e analisi ragionata critica della discografia, è raccontata la carriera di un musicista che assurge a paradigma di una nuova musica contemporanea frutto di incroci tra tradizione orale e linguaggi popular. Se è vero che esistono autobiografie di gruppi folk, che si trovano libri su vita e opere delle ‘stelle’ del primo folk revival, occore riconoscere che un libro concepito intorno a un musicista nel pieno della sua attività artistica, ma non appartenente al mainstream, che non è né un cantautore né un jazzista, è cosa nuova nel panorama editoriale italiano. Pioniere della rinascita dell’organetto in Italia, Riccardo Tesi ha coniugato senza dogmatismi la tradizione toscana (in cui non era presente l’organetto), sarda e centro-italiana della piccola fisarmonica bitonica con altri linguaggi, dal Rinascimento ai Balcani, dal jazz alla canzone d’autore, dal liscio primigenio agli stilemi world. In un’intervista, raccolta nel 1995 da Patrizio Visco per “World Music”, Riccardo Tesi dichiarava: «Mi sento un musicista di popular music ma credo di assolvere bene la funzione di musicista etnico, anche se ho capito subito che non avrei mai potuto suonare come gli organettisti sardi. […] La mia musica raccoglie una grande influenza proveniente dalla musica etnica, è stimolante per me creare forme musicali nuove». Più di recente, in un saggio contenuto nel ‘librone’ “La musica folk” (Il Saggiatore, 2016), il curatore dell’opera Goffredo Plastino, proprio in conversazione con il musicista toscano (“Ufficialmente organettista. Una conversazione con Riccardo Tesi”, pp.995-1009) finalmente, ha provato a fare luce su quella fase di mutazione estetica, di ‘cambio di pelle’ e di atteggiamento nei confronti del folk che si verifica negli anni Ottanta, quando in un nuovo contesto storico e sociale, avanzano tra i musicisti nuovi stimoli creativi, nuove influenze musicali e coreutiche (il bal folk, la centralità di nuovi strumenti tradizionali, il portato di gruppi folk francesi). 
Quello è stato un periodo assai fertile, spesso trascurato da chi insiste nel dedicarsi solo all’analisi del folk revival anni Sessanta-Settanta o pensa che tutto il nuovo si sviluppi con la cosiddetta ‘taranta’ (perché pochi sono interessati a scavare e ad interpretare), un decennio, ma anche qualcosa in più, che porta la musica di ispirazione tradizionale italiana sui palcoscenici del circuito dei festival mondiali. Basti considerare che Tesi tra 1988 e 1995 inciderà per le etichette francesi Silex e Auvidis. Il pistoiese ha dato al suono dell‘organetto italiano un respiro internazionale attraverso tante collaborazioni. Tesi ha ben chiara la consapevolezza del suo ruolo autoriale e dell’essere un personaggio musicale di confine. Il volume di Neri Pollastri: filosofo, critico musicale, attore e registra teatrale, è accompagnato da ottanta minuti di musica, raccolti in un’antologia di sedici brani del repertorio di Riccardo. Con lo stesso protagonista, riviviamo le fasi principali della sua vita tra il respiro dei mantici.

Come nasce questo libro?
Ho compiuto sessant’anni e invece di andare da uno psicanalista sono andato da Neri Pollastri, che mi ha fatto allungare sul suo divano e mi ha detto raccontami cosa hai fatto nella vita. Questo perché volevo farlo sapere a mia figlia, che mi ha sempre visto partire. In realtà, c’era anche la voglia di raccontare un percorso musicale, far vedere da dove ero partito per arrivare a quello che sto facendo oggi, raccontare la mia esperienza musicale che coincide con l’evoluzione che c’è stata nel folk revival da quando ho iniziato fino ad oggi. 
Sono partito dalla musica tradizionale con Caterina Bueno che cantava in “Balla Ciao”, sono diventato musicista un po’ per caso perché lei ci ha chiesto di accompagnarla. Avevo scelto di fare lo psicologo nella vita, ma questa occasione di suonare con lei mi ha dato la possibilità di diventare musicista professionista da un giorno all’altro. Ho cominciato a suonare l’organetto in quel momento, a ventidue anni, molto tardi, ma la passione era così forte che ho mollato tutto, studi compresi e mi sono concentrato su questo. Sono salito sul treno e non sono mai più sceso. Dal folk revival puro alla musica tradizionale toscana: suonando l’organetto ho aperto la mia musica prima a una fase in cui ho iniziato con un gruppo che si chiamava Ritmia, facevamo musica nostra però molto influenzata dalla musica tradizionale, poi via via ho allargato sempre di più il mio panorama fino anche a recuperare una certa anima rock, la mia passione per il jazz che avevo prima di immergermi nella musica tradizionale. È stato un percorso non progettato, fatto di incontri casuali in alcuni casi, in altri invece fortemente desiderati. Ogni incontro ha arricchito il mio percorso musicale e lo ha deviato, è stato un divenire più che un progetto di percorso.

Hai cominciato da autodidatta, quando alla fine degli anni Settanta era difficile imparare uno strumento come l’organetto…
Non esisteva niente. Mi sono innamorato di questo strumento perché ho visto un gruppo, il Canzoniere del Lazio, in cui c’era Francesco Giannattasio che suonava questo strumento in tre quattro brani. Quando cominciai a suonare con Caterina Bueno, mi ritrovai anche a prendere il suo posto. Suonavo la chitarra male e in un gruppo di tre chitarristi ero il più scarso. Così mi hanno consigliato di fare il polistrumentista. 
Uno degli altri due chitarristi aveva un organetto, quando ci ho messo le mani per la prima volta, ho sentito la scintilla. Mi sono ritrovato però a dover fare tutto da solo, nel senso che all’epoca non c’erano i corsi. I miei maestri sono stati i musicisti tradizionali che ho incontrato nel sud della Toscana, nelle Marche e nel Lazio e poi i dischi, anzi dalle musicassette, che si compravano al mercato. Di dischi sull’organetto non ce n’erano quasi per niente e con alcuni musicisti della mia generazione appassionati di organetto abbiamo cominciato a studiarlo, a diffonderlo, a fare scuola, workshop, e corsi regolare nelle scuole di musica come la Scuola di Musica Popolare di Forlimpopoli, che esiste ancora: ho partecipato alla sua fondazione. Abbiamo lavorato moltissimo sulla didattica e adesso ci sono moltissime scuole con suonatori di organetto di altissimo livello. Faccio parte di una generazione che si è interessata ai suoni e agli strumenti della tradizione e questa è stata un’onda musicale non solo in Italia ma un po’ in tutti i Paesi, in Francia come in Inghilterra. Questo si chiama folk revival, che da noi è iniziato con “Bella Ciao” nel 1964. Io faccio parte della generazione seguente, che dalla canzone politica ha recuperato altre fette della tradizione. Poi abbiamo cominciato a fare – diciamo – musica  tradizionale di oggi, quindi composizione e contaminazioni varie.

Vorrei ora soffermarmi sul contributo che hai dato all’ampliare le capacità espressive dell’organetto.
L’evoluzione del linguaggio dall’organetto tradizionale all’organetto contemporaneo mi ha obbligato un po’ a cambiare anche il mio strumento, perché questo strumento normalmente ha solo due tonalità. 
Mi sono trovato a suonare con  un grande jazzista come Gianluigi Trovesi in un periodo in cui cercavo di collaborare con musicisti di altri stili e mi serviva un modello che avesse tutte le note. A quell’epoca chiesi un prototipo particolare che ha costruito per me la ditta Castagnari. È una cosa che poi hanno fatto più o meno tutti. Si è passati, così, da una musica fortemente diatonica a una musica cromatica con tutte le note. In tal modo, davo la possibilità a strumenti ‘strani’ come i nostri di dialogare con musicisti di altri stili. Era ciò che mi interessava in quel momento: parlo di fine anni Ottanta inizio anni Novanta. Era un periodo in cui c’era molto fermento musicale, perché i musicisti jazz erano stufi di suonare bebop o jazz americano e cercavano ispirazione nella tradizione. Noi del folk eravamo stufi di suonare per il ballo in maniera tradizionale e cercavamo dei nuovi stimoli incrociandoci con altri, così De André ha fatto “Creuza de Ma”. C’era un incontro tra stili prima lontani, che permettevano questi incroci stilistici che hanno dato vita a grande musica.

Hai citato Fabrizio De André, io aggiungo Fossati, Gianmaria Testa, cantautori con i quali hai intersecato il percorso musicale…
Diciamo che ho sempre amato la canzone d’autore e da ragazzo suonavo le canzoni di Fabrizio De André alla chitarra. Essendo un chitarrista scarso, riuscivo, però, ad accompagnare qualche canzone da Bob Dylan arrivando agli italiani Guccini, De Gregori. Ero appassionato di canzone d’autore, l’interesse per la musica popolare mi ha allontanato un po’ da questo genere. Però nel 1996, quando ho collaborato sia in “Macramè” di Ivano Fossati sia in “Anime Salve” di Fabrizio De Andrè, queste esperienze mi hanno messo in contatto con un mondo musicale che per un periodo avevo un po’ snobbato, ritenendolo troppo commerciale o troppo semplice. 
In realtà, è stata una lezione di musica fondamentale perché mi ha completamente trasformato; ho scoperto di avere a che fare con grandissimi artisti così come tutto l’entourage fatto di musicisti di grandissimo livello con cui ho cominciato a lavorare. Per esempio Stefano Melone che era il tastierista di Ivano Fossati è diventato il mio produttore, e in ogni disco che ho realizzato dopo c’è sempre la sua direzione tecnico-artistica. La canzone d’autore, dunque, mi ha insegnato moltissimo soprattutto sul linguaggio, quello di andare all’essenziale. Ho scoperto una cosa molto importante nella canzone d’autore, ovvero l’equilibrio fra il testo e le parti musicali. Molto spesso la cosa difficile non è far vedere quanto sei bravo con lo strumento, ma fare le note giuste che servono alla canzone. Ho visto che la scrittura di una canzone che sembra una cosa semplice di pochi minuti, è un lavoro profondissimo, di grandissima riflessione, in cui ogni dettaglio è curato al massimo. Questo devo dire ha influenzato molto il modo di pensare la musica.

Dai mostri sacri della canzone d’autore alle nuove generazioni: ti sei trovato a collaborare di recente con Massimo Donno e Massimiliano Larocca.
Sono due occasioni in cui mi è capitato di svolgere un lavoro diverso da quello che ho sempre fatto. Ho sempre arrangiato la mia musica, a realizzarla a produrla e a metterla su disco. Con Massimo è nato tutto da una collaborazione per un concerto, al quale mi aveva invitato qui in Puglia. Abbiamo lavorato su due, tre canzoni sue, abbiamo cominciato a mettere a condividere con lui certe mie idee. L’esperienza ha funzionato, tant’è che mi ha chiesto di occuparmi dell’album e quindi ho indossato i panni del produttore artistico che prima avevo fatto solo e per me stesso e devo dire che sono estremamente felice di questo lavoro, che ho fatto con grande passione. 
Sono felice del risultato sia con Massimo sia con Massimiliano Larocca. E’ un lavoro che mi piace perché metto la mia esperienza, lo studio e gli arrangiamenti a disposizione di un altro artista. 

Abbiamo parlato di Riccardo Tesi agli esordi, dell’esplorazioni sonore e dell’incontro con la canzone d’autore. Parliamo di Riccardo Tesi bandleader di Banditaliana…
Banditalia è la mia creatura forse più riuscita, perché suoniamo insieme da ventiquattro anni, che è un tempo lunghissimo per un gruppo. Credo ci battano i Rolling Stones e qualche altro. È stata un po’ l’esperienza calcistica del Chievo, perché veniamo da una provincia come Pistoia, che basta uscire dall’Italia perché nessuno sappia dove si trova, siamo un po’ succubi culturalmente di Firenze. Siamo quattro pistoiesi partiti credendo in un progetto e piano piano, anno dopo anno, siamo arrivati a suonare in tutto il mondo, a creare uno stile nostro, una nostra idea di musica che si è imposta in tutti i festival del mondo fino in Australia. È stata la prima esperienza in cui ho fortemente creduto nelle mie idee musicali. Questo è quello che dico ai giovani, di crederci sempre, anche se non siamo conviti, di difendere le proprie idee. Questo mi è costato tanto, perché non avevo fiducia nei miei mezzi e Banditaliana è l’esperienza che mi ha convinto del contrario, ovvero a seguire le mie idee.

Nel libro si toccano anche esperienze più recenti come “Sopra i tetti di Firenze”…
È un omaggio a Caterina Bueno che, come dicevo prima, è stata lei a farmi diventare un musicista professionista, come è accaduto anche a Maurizio Geri, chitarrista e cantante di Banditaliana. Quando lei è scomparsa, nel 2007, abbiamo subito pensato di doverle rendere omaggio. Abbiamo realizzato questo album doppio, riunendo intorno a noi tanti artisti toscani da Piero Pelù a Gianna Nannini a Nada, altri musicisti e abbiamo fatto una rilettura del repertorio di Caterina a nostro modo. 
La mia carriera musicale si muove su due linee: quella della mia musica con Banditaliane e altri progetti, mentre l’altra mi vede lavorare su progetti tematici come nel caso del ballo liscio con “Un Ballo Liscio”; “Acqua Foco e Vento” sulla musica tradizionale pistoiese. Alcuni lavori sono commissionati. Mi fa piacere accogliere queste sfide, come “Un Ballo Liscio” e farli diventare miei progetti personali. In retrospettiva, posso dire che è stato uno dei dischi più riusciti, anche se ora è fuori mercato. Ci sono queste due direzioni, la mia musica e fare lavori su due direzioni.

Tra i progetti su commissione c’è Flatus Calami”, prodotto per il Festival della zampogna di Scapoli, uno dei massimi esempi di sinergia tra musicisti, studiosi e realtà culturali locali, avvenuta in una piccolo paese molisano. 
Ho avuto fortuna perché dovevo fare questi quattro giorni al festival della zampogna, con un gruppo con diverse zampogne. Non fu facile gestire quattro o cinque zampogne. Fu un’esperieza bella e ricca di energia; portai delle composizioni, e in quattro giorni preparai il concerto, suonammo e registrammo dal vivo. Non è forse la mia esperienza fondamentale, ma è stata una bella esperienza, di cui resta un disco a testimonianza. 

Tra i recenti progetti c’è il più recente “Bella Ciao”.
È stato un po’ un ritorno all’origine. In concerto racconto sempre che mio padre ha comprato un solo disco in vita sua ed era “Bella Ciao” e io, da piccolo, lo ascoltavo sempre. Mi svegliavo la domenica mattina, quando lui non lavorava e c’era sempre questo disco che suonava. Era un segnale del destino, che all’epoca non sapevo cogliere. Però in quel disco c’era Caterina Bueno, che è la persona che mi ha portato alla musica. 
Quindi due anni fa, quando Franco Fabbri mi ha chiamato chiedendomi di occuparmi del riallestimento di “Bella Ciao” per i cinquant’anni, pensando che mio padre era morto da due mesi, ho pensato che era un segno del destino, che avrei dovuto fare quello spettacolo e che avremmo dovuto fare una sola replica. Accettai, chiamai a raccolta gli amici più cari prima di tutti Lucilla Galeazzi, che è veramente l’anima di “Bella Ciao”,  poi Elena Ledda, che è la cantante sarda per eccellenza, a cui sono legato da un amicizia di quasi quarant’anni e da tante esperienze condivise. Inoltre, volevo una voce che parlasse più al pubblico di oggi e Ginevra Di Marco era la persona più indicata. Alessio Lega era legato alla parte politica. A livello strumentale ho chiamato Andrea Salvadori, anche se inizialmente doveva esserci Maurizio Geri, ma lui era impegnato in un altro progetto, e Gigi Biolcati alle percussioni. Facemmo questo concerto a Milano, che fu un trionfo e ci siamo emozionati a tal punto che abbiamo pensato di rifarlo, poi ci hanno cominciato a chiamare tutti, siamo a trentacinque concerti, sempre con un sacco di gente, abbiamo suonato a Vienna alla Concert Hall, in Francia con milleduecento paganti, Siamo di ritorno dallo showcase al Womex di Santiago de Compostela. 

Tra i prossimi impegni la nuova incarnazione dei Samurai…
Samurai è un quintetto, che riunisce alcuni dei più importanti organettisti europei. Ideato nel 2010 da Frédérique “Fritchou” Dawans, manager del gruppo, la line up originale comprendeva Didier Laloy (Belgio), Bruno Le Tron (Francia), David Munnelly (Irlanda), Markku Lepisto (Finlandia) e il sottoscritto. 
Insieme abbiamo registrato l’album “Accordon Samurai”, che nel 2011 ha vinto Grand Prix International du Disque de l’Academie Charles Cros di Parigi e l’Octave del la Musique belga. Dopo una sessantina di concerti in tutti i maggiori festival europei, il gruppo si ferma. Adesso, rinasce con una nuova formazione, che vede l’italiano Simone Bottasso e il basco Kepa Junkera al posto di Le Tron e Laloy. Kepa è l'energia pura, Dave Munnelly ha uno swing da paura, Simone è la contemporaneità e l'improvvisazione, Markku l'intelligenza e la solidità! Devo dire che questa nuova formazione mi convince anche di più della precedente, che mi già mi piaceva. L’apporto di Simone Bottasso – che ho molto caldeggiato - riprende il ruolo di Laloy nell’offrire uno spaccato creativo sull’organetto moderno. Poi c’è Kepa Junkera che è una forza della natura. Con lui avevo già lavorato in Trans Europe Diatonique. Markku è un altro grandissimo musicista, meno appariscente, meno focoso, ma è importantissimo e musicista completo, sa comporre, legge bene, suona anche la fisarmonica cromatica. Il clima di lavoro non è cambiato, è un lavoro collettivo con molta energia. Abbiamo elaborato materiale per un disco, faremo delle session di prove per rifinire tutto. Usciremo con la Homerecords, la stessa etichetta del primo disco, entro il settembre del 2017. 

Salvatore Esposito e Ciro De Rosa




Neri Pollastri, Riccardo Tesi. Una vita a bottoni, Squilibri, 2016, pp. 308, Euro 22,00
La biografia del compositore e strumentista toscano che ha dato al suono dell‘organetto italiano un respiro internazionale è una bella novità editoriale, se pensiamo che nel nostro Paese scrivere un libro intorno ad un musicista all’apice della sua vita artistica è roba riservata a jazzisti, a rocker o a cantautori. Neri Pollastri – filosofo, critico musicale, attore e registra teatrale – racconta la vicenda artistica di Riccardo Tersi dai suoi esordi al presente. Dalla ricerca di un suono nuovo per l’organetto, che porta al magnifico esordio de “Il ballo della lepre” – disco dedicato alle musiche da ballo, ma che già lascia intravedere inusitate aperture timbriche e armoniche – all’incontro con Marc Perrone e Patrick Vaillant, dal progetto italo-nizzardo Anita Anita all’indagare le pagine più antiche e nitide, per fascino melodico, del liscio romagnolo e della tradizione popolare dell’Appennino. In seguito, c’è la creazione di Banditaliana, altro passaggio cruciale che conduce a un suono acustico, capace di conservare lo spirito popolare pur alimentandosi di orditi timbrici, armonici, ritmici e melodici che attingono al jazz e ad altri linguaggi folk e world fino alla canzone d’autore. Ancora, i tanti progetti commissionati, le collaborazioni con i maestri della canzone d’autore italiana, la sua intimità di organettista, che restituisce l’emozione del suono ‘puro’ dei mantici nel suo lavoro solista per arrivare ai più recenti progetti live e discografici. Il volume si legge piacevolmente, anche per l’impronta dialogica e si avvale di interventi di critici, musicisti, studiosi e operatori culturali che hanno incrociato il cammino artistico di Tesi. Dopo la rassegna della discografia tesiana, Pollastri presenta un’intervista con una griglia di domande che disvelano ancor di più l’anima artistica di Tesi (“Riccardo secondo Riccardo”). Ne risulta una trattazione agile che, pur conservando un vivace taglio critico (puntuale l’analisi della discografia), mostra qua e là un profilo agiografico, finendo per assumere, talvolta, i contorni di un’autobiografia più che di una biografia analitica. Per contro, però, il volume appare troppo curvato sul Tesi musicista, compositore, ricercatore di suoni, di cui è tenuto da parte il lato umano, eccettuato il racconto del suo rapporto giovanile con la musica e la fase degli esordi con Caterina Bueno. A dirla tutta, ci sarebbe piaciuto un maggiore disvelamento degli snodi tra le diverse fasi artistiche di Tesi e lo scenario musicale internazionale (che corrisponde anche a un passaggio nell’uso di certe categorie interpretative: dalla ‘musica popolare’ alla ‘musica etnica’ e alla ‘world music’). Che dire, poi, della seconda metà degli anni Ottanta e dei primi anni Novanta del Novecento che avrebbero meritato un maggiore approfondimento, perché si è trattato di una nuova, vitale fase di revival folk in Italia tra ricerca e creazione, che porta Tesi, i Ritmia (una band da scrittura collettiva fantastica, che trionfa al Vancouver Folk Festival) – ma ricordiamolo – anche Ciapa Rusa, Tre Martelli, Baraban ed altre band ancora, dal nord-ovest al nord-est, dalla Sardegna alla Calabria, ad essere presenti nei maggiori festival trad/folk europei. Ma ciò è forse riconducibile agli interessi specifici dell’autore, non proprio interno al mondo folk (il che a volte può essere anche un bene in termini di prospettiva). Anche sotto il profilo bibliografico, avremmo gradito che fosse data testimonianza di tutto l’ampio repertorio di interviste e recensioni che tanti specialisti delle musiche tradizionali in Italia e all’estero (un vero e proprio movimento di opinione) hanno pubblicato in riviste specializzate e non in un arco temporale di oltre trent’anni. L’intervento di Ezio Guaitamacchi (“Vita. Opere e miracoli di un folkettaro per caso”), tra l’ironico e il surreale, è gustoso, ma proviene da un critico più di impronta rock (anche se agli inizi della sua carriera di giornalista è stato il direttore di “Hi, Folks”). Il volume propone anche gli spartiti di “Fulmine” e “Pomodhoro” e un corredo di cinquantanove foto a colori. Un piacevole disco antologico di ottanta minuti, ci accompagna nella lettura della notevole traiettoria artistica di uno dei musicisti più autorevoli della musica italiana tout-court e della scena world europea. 



Ciro De Rosa

Sandra Mantovani, ricercatrice, cantante, docente, madre del folk revival italiano

Nata a Milano nel 1928, Sandra Mantovani è stata la madre del “folk revival” italiano. Donna appassionata e di cultura, dagli anni Cinquanta, si affermò come etnomusicologa, cantante e, dal 1972, come docente di “Storia e tecnica dello spettacolo popolare” presso la Scuola d’Arte Drammatica del “Piccolo Teatro”, nella sezione del “Laboratorio di Ricerca e Documentazione del Teatro di Animazione e dello Spettacolo Popolare”. Nel 1953, sposò Roberto Leydi. Insieme condussero approfondite ricerche musicali, dando vita a spettacoli che segnarono indelebilmente la riscoperta presso il grande pubblico dei canti popolari. La loro avventura musicale come coppia è stata una delle più avvincenti del XX secolo e meriterebbe di essere immortalata in un’adeguata opera cinematografica.

Ricordi nel “Laboratorio di Spettacolo Popolare”
Negli anni Ottanta, abbiamo avuto il privilegio di averla come docente all’interno del “Laboratorio di Spettacolo Popolare” di Milano, del quale era anche la coordinatrice. Introdusse le finalità del corso con poche parole, tese a chiarire l’orientamento generale del modello di scuola all’avanguardia centrato sulla ricerca. I docenti parlavano direttamente delle loro esperienze sul campo o degli studi in corso. A contatto con esperti delle tradizioni popolari, quelle esperienze uniche permettevano confronti tra le differenti metodologie di lavoro. 
Con “semplicità” espositiva, la professoressa Mantovani sapeva interessare l’interlocutore. Era sempre indaffarata anche per risolvere questioni pratiche, come la gestione degli spazi didattici, la proposta d’acquisto dei materiali o la schedatura dell’archivio scolastico. Tuttavia affrontava le differenti questioni con atteggiamento pragmatico. Era donna solare. Quando spiegava, usava spesso la tecnica dello “zapping”. Non stava mai per troppo tempo sullo stesso argomento, forse per paura di annoiare o perché aveva numerose esperienze artistiche da narrare, ognuna delle quali riferita a un personale percorso di ricerca. Di conseguenza, seguendo il filo del suo discorso, durante le lezioni la mente spaziava tra riti profani e sacro-popolari, canti sociali, tecniche di trascrizione, problemi tipici della sala d’incisione, organizzazione dei convegni, dibattiti culturali, allegre serate passate in compagnia, discussioni ideologiche e così via. 
Era un fiume d’informazioni. Difficile annoiarsi anche perché, quando si accorgeva di aver parlato troppo, iniziava a fare domande agli allievi cercando di coinvolgerli. Spesso riannodava il filo del discorso proprio prendendo spunto dagli interventi degli interlocutori. Per lei il canto sul palco era stato un punto di arrivo, a seguito delle ricerche condotte sul campo con il marito. Durante un incontro avvenuto a casa sua, le domandammo come mai, da un certo periodo in poi, smise d’incidere dischi. Terminata l’esperienza del Nuovo Canzoniere Popolare e dell’Almanacco Popolare, avendo a suo tempo registrato a dovere quanto necessario e tenuto centinaia di concerti in tutta la Penisola, come cantante riteneva corretto evitare inutili forzature commerciali anche perché, per dirla con Leydi, “il momento «eroico» degli Anni Sessanta… era ormai definitivamente concluso” (da un articolo del 1979). 

Generosità e “duende padano”
Sandra Mantovani era conscia del ruolo di primo piano avuto nella riscoperta dei canti sociali e popolari ma, negli anni Ottanta, raramente si esponeva in pubblico e nel privato evidenziava i propri meriti con la consueta discrezione. Ricordava spesso che, alla fine degli anni Cinquanta, i ricercatori di canti popolari erano pochi. Tutto ciò che scoprivano era una “novità”, ma sentivano l’esigenza di agire con criterio nel percorso di valorizzazione dei materiali sonori raccolti.  Operavano senza risparmio, con giovanile entusiasmo. Molti faticavano a comprendere che condurre una ricerca etnomusicologica sul campo significasse investire tantissimo del proprio tempo con cospicui investimenti. È un lavoro che richiede passione e coinvolgimento emotivo. Su tali aspetti un po’ tutti i docenti del “Laboratorio di spettacolo popolare” mettevano in guardia gli studenti. Sandra Mantovani aveva costituito il “Gruppo dell’Almanacco Popolare” insieme a Bruno Pianta (1943-2016). Di lei in uno scritto aveva evidenziato che “(…) accanto a numerosi e indubbi meriti, Leydi ha avuto anche una grande fortuna: quella di vivere assieme a quella straordinaria persona che è Sandra Mantovani(…). Dietro a un grande uomo, c’è spesso una grande donna. La folk singer milanese visse il proprio percorso culturale talvolta in ombra rispetto al grande etnomusicologo, pur sempre conservando una propria individualità e autonomia artistico-operativa.
Non cercava visibilità gratuita, le piaceva la ricerca, meno scrivere. Era donna che aveva dato senso al proprio talento principalmente attraverso la vocalità. Il canto era stato per lei il mezzo privilegiato per comunicare divenendo, negli anni Sessanta, la più nota folk singer italiana, caposcuola di uno specifico stile vocale. Una volta raccontò di essere vissuta, da giovane, per alcuni anni, a Gorla, dove tutti parlavano in dialetto. La sua ricerca si concentrò soprattutto sui canti del nord Italia. Rivelò che, in diverse occasioni, le proposero d’interpretare canti popolari del centro e del sud dell’Italia, tuttavia lei desiderava essere credibile nel canto, evitando forzature interpretative. La sua voce e la sua inflessione nella parlata ben si prestavano a un certo repertorio e su questo si era voluta concentrare. Il suo modo di cantare era spontaneo e aveva una straordinaria capacità nel saper ascoltare. Dagli interlocutori imparava dal vivo, poi riproponeva in pubblico dando valore a quanto appreso (sull’argomento, negli anni Sessanta, scrisse articoli specifici). La sua voce era espressiva, a tratti graffiante. Per lei il canto popolare non doveva essere concepito come “ricalco” passivo di quanto imparato sul campo, ma operazione espressiva ed  evocativa, nel senso etimologico del termine. Ex vocis, esprimere avendo forza espressiva interiore. In questi giorni, ci ha ricordato Emilio Jona (uno dei fondatori dei “Cantacronache”) che il “ricalco” “fu uno dei temi che più facevano discutere animatamente gli studiosi di musica popolare tra la fine degli anni Cinquanta e i primi Anni Sessanta (…). 
Sandra fu una brillante interprete di canto popolare per tutta la sua carriera”. Nelle interpretazioni lasciava trasparire pathos, aspetto colto da Umberto Eco, il quale ebbe a scrivere che aveva un “duende padano”.  L’aggettivo indicato da Eco era in sintonia con la storia della cantante che, peraltro, lo studioso conosceva molto bene essendo amico di famiglia. 
In merito al ruolo di Sandra Mantovani, toccanti sono state pure le parole (qui ridotte all’osso) di Giovanna Marini: - Sandra era la prima. Era un po’ la nostra Grande Madre ... Quello che ho trovato sempre straordinario in Sandra era il suo senso del dovere e della coerenza nel lavoro, con una intelligenza aperta e, quello che è più importante, una grande generosità...Una donna come Sandra Mantovani non si dimentica.  

Ricerca e socialità
Un cardine degli insegnamenti di Sandra Mantovani riguardava la socialità riferita ai gruppi di ricerca. Spronava gli allievi a lavorare con serietà e in profondità, ma divertendosi, rafforzando il principio di unione tra i componenti del gruppo. Lei concepiva la ricerca anche come momento di socialità condivisa. Non a caso di sovente le lezioni del “Laboratorio di spettacolo popolare” terminavano con un rinfresco offerto, di volta in volta, da uno studente. Dopo lo studio il divertimento, la gioia dello stare insieme. Era una libertaria e tra i suoi obiettivi vi era quello di formare gruppi di ricerca basati sulla stima e sulla fiducia. Il concetto di socialità legato alla ricerca e alla trasmissione della conoscenza traspare nelle parole di sdegno da lei scritte agli organizzatori dell’“Autunno Musicale” di Como, quando si trovarono sul punto di chiudere i battenti a causa delle ristrettezze finanziarie: "Mi chiedo, e chiedo a chi sa dare una risposta, che cosa perde Como senza “l’Autunno Musicale”. 
Chi ha frequentato questa bellissima manifestazione, chi ci ha lavorato, dagli allestitori agli artisti, ognuno crede che non si possa pensare di rinunciarvi. Io che ogni anno sono stata presente, ho bene in mente l’entusiasmo che da sempre anima tutti; non posso dimenticare le anziane signore che scendevano dalle loro case nelle belle piazzette del centro portandosi una loro sedia per mettersi in un buon posto per la visione e l’ascolto migliore, chiacchierando con le loro amiche e vicine. Accanto a loro, mescolati nel pubblico, grandi musicologi e musicisti da ogni paese, esecutori di ogni tipo di musica, spesso mai eseguita a Como, in uno scambio culturale davvero importante per tutti. In quelle settimane Como era davvero centro della musica. Vogliamo che Como abbia ancora il suo “Autunno Musicale” per la città e per tutti".

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Gruppo Spontaneo Trallalero – CantöRiöndö (Felmay, 2016)

Il “suono di Genova” riecheggia in quest’ultima opera del Gruppo Spontaneo Trallalero, che festeggia trent’anni di attività con una raccolta antologica, le cui tracce – talune molto rare – provengono da fonti diverse (dai nastri magnetici trattati e riversati digitalmente a inedite registrazioni di studio, il che porta con sé notevoli difformità foniche nel disco), a copertura di un arco temporale di trent’anni (1986-2016). Oggi il GST è presieduto da Vittorio Ghiglione, mentre Eugenio Rissotto (voce chitarra) e Laura Parodi sono i testimoni di una lunga attività di studio e ricerca, di canto in giro per il mondo, di riconoscimenti. La curatela delle ottime note di presentazione è di Laura Parodi, straordinaria voce limpida e naturale da ‘contraeto’. Parodi fa ricerca da oltre trent’anni con il GST e con il gruppo di folk revival La Rionda; è la donna che, riuscita a conquistarsi un ruolo nelle squadre di canto prettamente maschili (di donne che nel passato si univano nel canto ai maschi in situazioni informali ci sono prove sicure), ha pubblicato un prezioso libro con testi dei trallaleri. Da didatta, Laura si è inventata corsi di canto a modo trallalero, che stanno formando nuove generazioni di voci, anche di donne canterine. A scanso di equivoci, sempre in agguato quando si parla di musiche tradizionali, l’appellativo ‘spontaeo’ non deve far pensare a semplicità o a ‘spontaneità’ esecutiva, piuttosto è da intendersi come modalità di aggregazione, poiché per eseguire questo stile di canto, assai complesso e suggestivo, davvero originale per la fioritura e l’abbellimento melodico, per i contrappunti e l’imitazione strumentale, occorre un forte affinamento vocale. Le voci fondamentali sono una voce guida tenorile (‘o primmo’), il contralto (‘contræto’ oppure ‘u segundu’), che canta in falsetto, il baritono (‘u cuntrubassu’), voce disposta sotto il tenore, con un ruolo ritmico e melodico. Infine, la voce ritmica della chitarra vocale (‘a chitâra’), fantasiosa per il modo con cui s’insinua tra le altre voci intonando sillabe non-sense. I bassi forniscono un bordone, disponendosi come un gruppo compatto dal colore vocale scuro che assume il ruolo di sostegno all’armonia. I cantanti si dispongono in cerchio, una prossimità che accentua l’effetto sonoro, oltre a consentire un contatto visuale, utile alla performance e alla direzione dell’esecuzione. In questa nuova produzione di Felmay, siamo di fronte a uno sforzo editoriale notevole, che fornisce un quadro ampio dei tanti cantérin che si sono avvicendati in questa formazione del canto di squadra ligure, una delle forme di polifonie più affascinanti dell’area mediterranea per la sua unicità espressiva, perché tra le prime forme a diffondersi nella discografia popular con i 78 giri per gli emigrati d’oltreoceano negli anni venti del Novecento, per la capacità di accogliere e piegare al proprio stile, tipico del canto urbano, materiali eterogenei, dalle canzonette alle arie d’opera lirica, dalle romanze da salotto e canzoni d’autore fino ai giorni nostri. “CantöRiöndö. Trent’anni in cerchio” ci fa ascoltare “daete”, ossia modi di cantare e di offrire il testo e il motivo, divenuti espressioni di riferimento nella feconda storia del trallalero; ci mette in contatto con una varietà di voci di cantori, modelli per le successive generazioni di interpreti. I brani contenuti nel CD sono diciotto, da quelli tradizionali, che si possono definire classici del repertorio, come il canto ‘a desteisa’ “Nel Silenzio”, “Cincillà”, “Vagabondo” e i trallaleri dialogici “La Pastora”, probabile frammento di un canto narrativo più lungo, “Dolce Tesor” di argomento amoroso, e “Mamma dimmi perché” (dove è protagonista la voce da tenore di Alessandro Guerrini). Poi ci sono i brani di celebri autori, genovesi e non (“Serenata proibita”, “Serenata Dongiovanni”, “A riçetta”, “Nëutte a Boccadaze” e “Stelle, cansöin e baxi”, quest’ultimo interessante per l’innovazione della parte del cuntrubassu assegnata al contraeto). Più recenti sono le composizioni dell’influente maestro di Conservatorio Giuseppe Laruccia, autore di “Minindé”, canzone premiata su testo del poeta Bruno Rombi in dialetto tabarchino dell’isola di San Pietro in Sardegna, e arrangiatore di una magistrale “Dolce Nera” di Fabrizio De Andrè. Trallalero, canto di terra genovese: patrimonio inestimabile della musica italiana. 


Ciro De Rosa

Billy Bragg & Joe Henry - Shine a Light: Field Recordings from the Great American Railroad (Cooking Vinyl, 2016)

#CONSIGLIATOBLOGFOOLK

Le ferrovie, le locomotive a carbone e i treni merce che sferraglianti attraversano le pianure, occupano un posto di rilievo nell’affresco dell’America dipinto dal cinema e dalla letteratura, ed entrato nell’immaginario collettivo. In questo senso, è significativo citare quel capolavoro assoluto che è “C’era una volta in America” di Sergio Leone, le cui vicende sono incentrate proprio sulla costruzione di una strada ferrata. In particolare a coglierne il tratto quasi mitologico è la sequenza dell’arrivo nella stazione di Stillwater di Jill, interpretata magistralmente da una splendida Claudia Cardinale. Tuttavia, se innegabile è il fascino dal punto di vista narrativo, da quello sostanziale, questo rivoluzionario mezzo di trasposto ebbe un enorme impatto storico. Infatti, favorì l’unità nazionale, consentendo spostamenti più rapidi tra le varie città e scambi più intensi, e rese meno complesso il rapporto con la sua natura selvaggia, proiettando gli Stati Uniti verso la modernizzazione degli anni successivi. Nell’analisi del fenomeno va tenuto conto anche dei riflessi negativi che questa rivoluzione tecnologica ebbe dal punto di vista sociale, provocando lo sradicamento dei nativi americani e dei piccoli proprietari terrieri che, con l’avanzare della ferrovia, man mano furono costretti ad abbandonare le pianure americane. In ogni caso, anche la musica folk, in tutte le sue diverse sfumature, non fu estranea a questa innovazione alimentandone il mito e raccontando i riflessi che ebbe sulla vita degli americani. Pian piano si compose un ricchissimo corpus di canti dedicati alle ferrovie, al quale Billy Bragg e Joe Henry hanno voluto rendere omaggio con Shine A Light: Field Recordings from the Great American Railroad”, pregevole album che rinnova la loro collaborazione, a breve distanza da “Tooth & Nail” del cantautore inglese prodotto dal collega americano. Sebbene artisticamente diversi per sensibilità e background, Bragg e Henry hanno trovato il loro comun denominatore nella passione per la tradizione musicale americana, di cui ne hanno esplorato da sempre i sentieri. 
Bragg lo ricordiamo, infatti, protagonista con i Wilco del monumentale progetto “Mermaid Avenue”, dedicato a Woody Guthie, mentre il cantautore americano ne ha raccolto nei suoi dischi la dimensione più poetica e letteraria. A guidare la realizzazione dell’album è stato il desiderio di far emergere gli aspetti storici e sociali che caratterizzarono l’introduzione della ferrovia nel sistema dei trasporti americani, come sottolinea lo stesso cantautore inglese in un’intervista pubblicata su americansongwriter.com: “La ferrovia è stato il modo in cui la gente comune ha sperimentato la rivoluzione industriale, di prima mano. Improvvisamente si poteva smettere di essere un mezzadro e prendere la ferrovia e andare a Chicago e lavorare in una fabbrica”. Si tratta di un progetto di grande spessore storico e culturale, non solo per l’appassionata e rigorosa ricerca che lo caratterizza, ma anche perché ha preso vita proprio sui binari della Texas Eagle Railroad Service, linea ferroviaria che da Chicago conduce a Losa Angeles. Armati di sole chitarre acustiche, Bragg e Henry hanno percorso i quasi tremila miglia di questa leggendaria tratta, e nell’arco di sessantacinque ore di viaggio, durante le soste nelle stazioni di St. Louis, Forth Worth, San Antonio, Alpine, El Paso e Tucson, hanno registrato dal vivo ed in presa diretta i tredici brani che compongono i disco. Dal punto di vista prettamente musicale, i vari brani si caratterizzano per arrangiamenti diretti ed essenziali, due voci, due chitarre e l’armonica, con tanto di rumori di fondo ad evocare la tecnica del soundscape recordings. Ascoltare “Shine A Light” è come compiere un viaggio nel tempo nel cuore della tradizione musicale americana, quella della Old Weird America, la repubblica invisibile narrata da Greil Marcus, e dell’Anthology Of American Folk Music di Harry Smith. Ad aprire il disco è la ballata “Rock Island Line” di Leadbelly la cui riletture a due voci strizza l’occhio alla versione skiffle di Lonnie Donegan. 
Si prosegue con la splendida rilettura della commovente “The L&N Don’t Stop Here Anymore” di Jean Ritchie, ben nota anche nella versione di Johnny Cash, che fa da preludio ad un’altra perla del disco ovvero “The Midnight Special”. Il disco entra nel vivo regalandoci in sequenza “Railroad Billy”, una superba “Lonesome Whistle” di Hank Williams, e l’incursione nel blues di “KC Moan” della Memphis Jug Band. Nel viaggio di Bragg e Henry c’è tempo anche per una sosta a San Antonio, dove in attesa di una coincidenza, fanno tappa al Gunter Hotel, dove Robert Johnson realizzò le sue registrazioni, per interpretare in quel luogo storico la loro versione di “Waiting For A Train” di Jimmie Rodgers, leggenda del country ma di professione frenatore di treni. Si riparte con una struggente “In The Pines” ancora dal repertorio di Leadbelly che ci conduce prima ad una dolcissima “Gentle on My Mind” di John Hartford (successo per Glen Campbell nel '67), e poi a “Hoby’s Lullaby” di Woody Guthrie. “Railroading on The Great Divide” e un graffiante “John Henry” aprono la strada alla conclusiva “Early Morning Rain” di Gordon Lightfoot nella quale spicca il verso “you can’t jump on a jet plane like you can a freight train”, sottolineano il senso unico di libertà che può dare una fuga in treno. Ad impreziosire il disco sono un ricco booklet che raccoglie nel dettaglio tutte le informazioni sulle registrazioni, e una serie di video reperibili su YouTube che documentano il viaggio compiuto da Billy Bragg e John Henry attraverso le varie stazioni ferroviarie visitate. “Shine A Light” è il diario di un viaggio sonoro impedibile, una lezione di storia americana da ascoltare con attenzione per coglierne la straordinaria portata culturale. Assolutamente consigliato! 


Salvatore Esposito

Mishkalè - Shtetl! Yidele’s recollections (Autoprodotto, 2015)

Tutto chiaro fin da subito con “Shtetl! Yidele’s recollections”, il nuovo album dell’ensemble italiano Mishkalè. Tutto chiaro e armonioso, delicato e preciso: la musica dentro un suo contesto sociale definito, gli strumenti organizzati in un dialogo profondo e coerente, la voce (di Maria Teresa Milano) densa e delicata allo tesso tempo, l’ensemble (un sestetto composto da clarinetto, tromba e flicorno soprano, trombone, tuba, fisarmonica, batteria e darbuka) dentro un assetto senza sbavature. È interessante come ogni singolo elemento si trovi al suo posto. Certo senza retorica - come ci dice Enrico Fubini nelle note di copertina - perché un programma di riproposta è anche un progetto di scrittura. È un processo di interpretazione che fa riferimento a elementi che si sono studiati, analizzati, conosciuti, indagati nel dettaglio. Senza questo forse si crea l’oleografia che tutti detestano, e si finisce per impantanarsi in una specie di fotografia che di bello ha solo il soggetto. Invece, inquadrando l’idea dell’interprete dentro l’insieme delle fonti, dei dati, dei suoni, delle dinamiche culturali definite da fattori storici e politici conosciuti (anche se non da tutti), si riesce a dar voce alla propria voce. I Mishkalè ci regalano proprio questo, con il doppio merito di ricordarci una serie di informazioni fondamentali sul piano storico oltre che artistico (la musica ebraica prodotta e socializzata in un contesto definito come quello dello Shtet) e di riconnetterle a un flusso narrativo in tutta la loro complessità. Come leggiamo ancora nelle note al disco, il linguaggio dell’ensemble - che in molti casi (“Bei Mir Bist Du Shein”) riesce a riflette la complessità storica della musica yiddish - non si ferma alla documentazione, per quanto avrebbe comunque un valore sia estetico che di contenuto. Riesce a produrre le tracce che ha lasciato il lungo percorso delle musiche delle comunità ebraiche dell’Europa dell’est. Musiche che assumono un profilo spesso sfuggevole solo perché molto articolato. E che si configurano - meglio di molte altre che si assumono spesso a paradigma di processi migratori o di contaminazione stilistica - come in movimento continuo. Il movimento, poi (che non può essere dato per scontato, specie quando si lavora sui repertori tradizionali), è certo insito nella società ebraica a cui fanno riferimento i Mishkalè. Ma riceve una spinta fondamentale attraverso le loro interpretazioni, che sottolineano una dinamica strutturale ma non per questo scontata (e data una volta per tutte) nella riproposta. Invece i tredici brani inseriti in scaletta si muovono senza sosta tra fiati sinuosi e ritmi decisi, sostenuti dalla densità suadente della voce. La quale, in brani come “Papirossen”, riesce a convogliare tutti gli elementi (ritmici e armonici), rialzando l’andamento delle musiche sopra un livello più visionario e allo steso tempo concreto. Soprattutto i fiati – che spesso aderiscono perfettamente alle cadenze precise e secche della ritmica – accompagnano e orientano il movimento dei brani, definendo il profilo cangiante di musiche mai uguali a sé stesse e che soprattutto riescono a insinuarsi nel jazz, oltre che in altri ambiti di cui, attraverso l’esodo verso gli Stati Uniti, hanno assorbito i riflessi. Insomma l’impressione è che i Mishkalè abbiano trovato l’equilibrio giusto tra il passato e il presente, individuando (e muovendosi con coerenza tra) due poli significativi della produzione espressiva. Da un lato la lettura di una tradizione composita e di un insieme di “comportamenti musicali” incastonati in un contesto riconoscibile, sebbene non più esistente nella sua forma originale. Dall’altro la ripresa e la valorizzazione di un linguaggio dentro un contesto più mobile e in continua trasformazione. Nel quale le musiche dello Shtetl assumono necessariamente una nuova estetica e nuovi significati. 


Daniele Cestellini

Womex World Music Expo, Santiago de Compostela, Spagna, 19-23 Ottobre 2016

Mattinata fresca qui a Santiago. Mi reco alla Cidade da Cultura, stupenda opera di architettura contemporanea che ospita la ventitreesima edizione della fiera-festival Womex, con molta curiosità e soprattutto con la corroborante convinzione che ci incontrerò tutti gli operatori di questo sempre più misterioso mondo della world music, su cui si è dibattuto recentemente anche al Premio Parodi a Cagliari. Arrivo a questa edizione ancora più confuso e curioso di tastare il polso alle nuove proposte per l'anno lavorativo che cercano ingaggi almeno fino all'estate, e mi accoglie il consueto frenetico viavai che si svolge sui tre livelli della fiera, senza contare quello delle conferenze che non riesco neanche a visitare, data la mastodonticità del palazzo dove mi trovo. Come sempre mi guardo intorno per capire chi c'è dall'Italia, come sempre riscontro la presenza di tanti piccoli e medi addetti ai lavori, i quali singolarmente si presentano a queste occasioni (categoria che include senz'altro anche me e la mia etichetta). Gli unici in grado di fare lobby, nel senso originario del termine, ossia con un'accezione positiva, sono sotto il cappello di Puglia Sounds, anche se riscontro una presenza meno imponente in termini di stand rispetto a quanto visto a Marsiglia per il Babel Med o alla stessa edizione del Womex di Budapest 2015. Un altro piccolo gruppo si riunisce sotto la sigla di Toscana Musiche con tanto di brochure, poi tutte 'schegge impazzite', da Finisterre al sottoscritto; 
addirittura c’è il Comune di Napoli, nella persona di Claudio de Magistris (la cui presenza apprendo dalla brochure, ma che non incontrerò nei giorni seguenti), c’è il manager di Enzo Avitabile e per chiudere con un artista, Stefano Saletti, con cui scatto il primo selfie di questa avventura. La giornata fila via liscia tra chiacchiere amichevoli con agenzie, giornalisti, festival, per arrivare alla fase degli aperitivi offerti nei vari stand. Oltre al canonico e sempre gradito vin santo e cantuccini firmato Musicastrada, mi imbatto in sorprendenti mescite di vino bianco e rosso nello stand Horizons, tutto gestito da inglesi,scozzesi, irlandesi e gallesi: una vera concentrazione di superstar: dal periodico Songlines alla Real World Records, dal Womad festival al Celtic Connections, fino a Sam Lee con i suoi compagni di viaggio del Nest Collective. Stesso dicasi dell'area Sounds of Spain, con Carmen Paris che ha inaugurato l'Expo con un concerto il 19. Faccio due chiacchiere con la sua manager, Mayte, ricordando con piacere la loro venuta a Napoli nella rassegna da me curata al Porto Petraio, e mi rendo conto che anche la loro presenza è organizzatissima, con tavoli per meeting ‘one to one’ dei principali festival ed agenzie. Per non parlare dello spazio di Austria e Svizzera con l’ottimo caffè offerto e persino dell'Azerbaijan, che sfoggia un allestimento davvero notevole. Duole dirlo, ma come al solito l'Italia non brilla in contesti come questo, superata in lobbying da paesi che considereremmo minori per tradizione e proposta musicale, ma che, diversamente, si dimostrano organizzati ed efficienti. 
Sposiamoci nella sezione più avvincente, quella degli showcase di quarantacinque minuti l'uno, dislocati nel centro di Santiago, ma non esattamente contigui, per cui opto per lo stage dove il palco è doppio e posso assistere a più concerti. Il primo nella mia lista è quello di Trad'attack, trio estone con intenzioni piuttosto aggressive. Che dire? Mostrano grande energia ma la chiave di tutto Il set sembra essere il consueto 'cassa dritta' (in questo caso suonata dal batterista e non elettronica) più 'elemento folclorico, nella fattispecie una parente estone della cornamusa suonata con grande tiro dalla leader della band, che si distingue anche come flautista e persino con il famoso e trasversale scacciapensieri, che probabilmente appartiene anche alla tradizione musicale del piccolo paese baltico. Si tratta di un approccio prevalentemente rock, con chitarra distorta (anche se non elettrica...), batteria e in aggiunta la pirotecnica solista di cui sopra, un po' come se i White Stripes avessero dimenticato l'elettrica a casa ed offrissero posto ad una suonatrice di strada di Tallinn. Mi giro dall'altro lato per il set dei New York Gypsies All Stars....qui succede che un clarinettista macedone, un suonatore di kanun ed un batterista entrambi turchi, un pianista tastierista con cognome ispanico ed un muscoloso bassista sei corde greco si esibiscano nelle più incredibili ed ardite piroette in tempi dispari con unisoni che rasentano la perfezione e con uno sfoggio tecnico talmente esorbitante da risultare persino eccessivo all'ascoltatore.
Così come i Trad attack andrebbero benissimo in un festival rock, allo stesso modo i NYGAS farebbero faville in rassegne di jazz con retrogusto etnico. Ma ecco che mentre affiora la consueta domanda: "Ma allora cos'è questa world music?" Il nuovo palco è pronto per accogliere Faada Freddy, che la brochure indica come 'senegalese street-dandy style icon'. Abbastanza per incuriosire chi scrive. Apprendo che la band non ha strumenti, ma che si tratta di un sestetto vocale a cui vengono affidati i ruoli di basso, batteria, tromba, o presunta tale, body percussionist è così via. E devo dire che il set è davvero notevole. Quaranta minuti di spettacolo di prim'ordine, una voce e una presenza scenica super, con arrangiamenti al limite dell'incredibile se si considera che non si sente mai la mancanza degli strumenti veri. Il sound ha un che di soul/hip hop con punte di funk, con un groove incessante. Senz'altro la cosa migliore che ho sentito, world o non world... Cambio aria e location, assaggiando anche un tipo di palco più intimo, in teatro. Tocca ai Bareto, formazione peruviana di cumbia 3.0, con innesto di chitarra elettrica vagamente psichedelica e incursioni manuchaoesche di reggae e dub. Niente di speciale sul piano dell'innovazione, ma un sound davvero compatto che fa pensare che questa band avrebbe dovuto esibirsi non in teatro ma nella venue con volumi adeguati alla loro energia.

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Fiesta des Suds, Dock des Suds, Marsiglia, 19-22 Ottobre 2016

Fiesta des Suds è uno degli eventi di punta della ricchissima proposta musicale marsigliese, ma è anche di più: è una vera e propria odissea festiva che in qualche modo sancisce la fine dell’estate per accogliere il mite autunno provenzale. E quest’anno, poi, l’occasione è stata davvero speciale: 25 edizioni, a partire dal 1992, di musiche globali per un pubblico variegato e sensibile alla pluralità dei generi musicali. In un quarto di secolo di storia questo festival ha visto le proprie scene calpestate da icone della musica come Patti Smith, Cesària Evora, Paco de Lucía, Alain Bashung, ma anche dalla locale hip hop band IAM, i Massilia Sound System, Zebda, il gruppo rock originario di Tolosa, Chinese Man, il collettivo di dj francesi hip hop formatosi a Marsiglia nel 2004, fino a un totale di circa 6000 artisti provenienti da ogni angolo del globo. Anche quest’anno, rendez-vous, come tradizione vuole, a Dock des Suds (stessa location del più world BabelMedMusic che invece si tiene agli inizi della primavera), dal 19 al 22 ottobre per una quattro giorni di suoni rock, pop, raggae, beat, disco, dal dichiarato accento francese, distribuiti tra la Salle des Sucres, le Cabaret des Sud e un immenso palco allestito all’esterno. C’è stato spazio per artisti della grande scena che hanno contrassegnato un’epoca con il loro carisma: lo chansonnier francese dai toni rock Hubert-Felix Thiefaine, con alle spalle più di quarant’anni di carriera, ha inaugurato la sera del 20 il grande palco esterno davanti a una platea gremita esibendo un lirismo malinconico e un rock sound d’altri tempi; 
e poi Louise Attaque, la rock band francese di punta della fine degli anni 1990 che torna in scena a Fiesta dopo undici anni di assenza; e, infine, Cassius, l’afro-disco-funk duo che ha fatto la storia della French touch degli anni 1990, a Fiesta per presentare Ibifonia, ultimo album che evoca l’edonismo e la gioia di vivere all’ordine del giorno a Ibiza quanto sulla costa Californiana. Ed è innegabile l’aria un po’ retro che si è respirata a Dock, un omaggio latente a certe sonorità punk, un recupero malinconico di soli di chitarre distorte, ma soprattutto un gusto rinnovato per i synt anni novanta, a volte nostalgico, a volte efficacemente vivificato. Ma la fiesta non è fiesta senza i concerti esplosivi che scatenano le danze facendo agitare le braccia e le gambe e sudare sino allo sfinimento. E quindi non sono mancati i ritmi trascinanti dei Delux, la band originaria di Aix che propone un funky groove urbano di fronte al quale è impossibile restare immobili. I Dub Inc. sono i più ferventi esploratori del french reggae meticcio, gli ambasciatori del ragga-dub made in France, capaci di tenere banco sui più grandi palcoscenici e di intrattenere platee pronte a lasciarsi trascinare. Non è stata impresa facile aggirarsi e farsi spazio tra il pubblico che saltava al ritmo incalzante dei bassi, accompagnava il flusso dei due coinvolgenti MC’s cantando tutti i testi dal primo all’ultimo. 
Testimonianza, se ce ne fosse ancora bisogno, del fatto che il pubblico provenzale gioca un ruolo fondamentale nel mantenere particolarmente attiva e vitale la scena musicale locale: la segue, la supporta e la vive attivamente integrandosi allo show in modo partecipato. La sete di danze notturne si completa con quella che è ormai una tradizione a Fiesta: chiudere le serate con le dance-floors guidate da DJ emergenti quanto navigati. E poi, particolarmente attesi sono sempre i set dove la tradizione si reinventa confrontandosi col gusto contemporaneo, per non tradire la vocazione world di questa città portuale. Ed ecco sul menu La Yegros, regina argentina della nueva cumbia che emerge dall’underground porteno, portata in auge dalla casa discografica argentina ZZK Records, che ha diffuso la nueva cumbia nel mondo intero. La Yegros ha fuso questo genere e il folk argentino dello chamamé con l’elettronica, ha fatto suonare strumenti tradizionali con suoni digitali tenendo il tutto insieme con una voce carismatica. Per i suoni dai territori d’oltremare, si potevano ascoltare le creazioni reunionesi di Skip&Die vs Lindigo e il garage-rock malgascio di The Dizzy Brains, giovanissimi musicisti originari di Antananarivo: melodie ipnotiche dell’Oceano Indiano le loro, un atteggiamento un po’ costruito in scena, bravi, ma non completamente convincenti. 
Il sound provenzale risuona nel blues occitano di Moussou T e Lei Jovents. Lo storico MC e storico cantante dei Massilia Sound System da più di trent’anni, onora la canzone popolare marsigliese presentando a Fiesta il suo nuovo disc-book Navega ! che inneggia allo spirito del viaggiatore occitano. E occitano, ma di ascendenza piemontese, più precisamente della Valle Stura nella provincia Cuneese, è invece il rock di Lou Seriol, a Fiesta per far ascoltare la propria singolare voce che mescola il punk con il reggae jamaicano e le musiche tradizionali occitane. Palma d’oro, per quanto ci riguarda, alla vera rivelazione di Fiesta: Jeanne Added che si è esibita nella Salle des Sucres venerdì in apertura di serata presentando, in un set essenziale ma estremamente efficace e ben costruito, un post-punk di grande effetto. Riuscitissima anche la sinergia tra luci e suoni, perfettamente orchestrati e diretti. E soprattutto, dopo un velo di delusione per aver ascoltato troppi set le cui voci poco riuscivano a convincere, lei polistrumentista di lunga data, dal passato jazz e lirico, protagonista di una straordinaria metamorfosi in cui integra il cold-wave e l’elettro-pop, melodie ossessive e energia post-punk, lei, senza alcun dubbio, ci restituisce il piacere dell’ascolto. Fiesta des suds è davvero una festa global di suoni, di incroci, di circolazione, di incontri. 
Il pubblico, trasversale, si sposta da una sala all’altra, si ferma sui marciapiedi a fumare una sigaretta, a bere una birra, alimenta pazientemente lunghe file per consumare delle samosa vegetariane o per bere un pastis in attesa del set successivo. Chiacchiera, balla, si ritrova con gli amici. E in questa atmosfera di disteso divertissement da “regione del sud”, la musica spesso è un piacevole sottofondo che accompagna da lontano tutti questi gesti sociali, altre volte è il déclencheur di danze liberatorie, altre la vera e propria finalità della presenza a Fiesta. Per questo i concerti non sempre aggradano le orecchie un po’ più esigenti, lo spettacolo spesso vince sulla qualità dei suoni, la capacità di trascinare su quella di farsi ascoltare, ma vale il principio che con un menù così ricco (di cui non ho dato che una sintesi e nemmeno esaustiva) ognuno arriva a trovare il proprio piatto, quello che ne soddisfa le aspettative. 


Flavia Gervasi

Premio Tenco, Teatro Ariston, Sanremo, 20-22 Ottobre 2016

I 40 anni del Premio Tenco: una storia che passa dai migranti cantati da Luigi Tenco ai migranti di oggi 

“Si chiude il sipario sulla quarantesima edizione della Rassegna della canzone d’autore”. Sono le parole pronunciate domenica scorsa a tarda notte, nel teatro Ariston, dal “bravo presentatore” Antonio Silva. E sono quarant’anni anche per lui, su quel palco. Finiscono così da sempre i tre giorni più belli e importanti per la canzone di qualità nel nostro Paese. Il Premio Tenco è un borgo antico che solo in apparenza corrisponde a un luogo fisico. Altrimenti sarebbe le sale da gioco di un Casinò, o lo sfarzoso Festival di Sanremo, o semplicemente il Cinema Ritz. Invece è una piccola Brigadoon di minnelliana memoria che si materializza ogni anno in qualche punto della città di Sanremo. Ed esattamente come nel vecchio film, il borgo riappare solo quando è l’amore – l’amore per la musica, s’intende – che lo vuole fortemente, quando sente bisogno di ritrovare i suoi abitanti sempre così magicamente sorridenti in questo mondo faticoso, quando desidera rivivere le emozioni passate, e poi viverne di nuove, nell’assoluta certezza che ne arriveranno altre, tante e intense, dalla parola cantata. Questo è il Premio Tenco, checché se ne dica. Ché il parlarne male a tutti i costi è un esercizio di stile assai in voga, certo, ma nutrito spesso da ben altri sentimenti. 
E forse c’è un pizzico di invidia da parte di chi quel paesino non è in grado di vederlo, né tantomeno di viverci dentro, e non sa coglierne lo spirito profondo; e riuscendo a vedere solo qualche parete spoglia di teatro e abusate cortine pesanti, trova ridicola tanta passione e tanta voglia di condividerlo. La tre giorni funziona così. Al mattino vengono presentati i protagonisti delle serate negli incontri moderati dal direttore artistico Enrico de Angelis e dal presentatore Antonio Silva: strana coppia davvero, diversi come sono a vederli così, ma affiatati dal sodalizio di una vita che da una conferenza stampa qualunque riescono a far disegnare al protagonista di turno, in pochi minuti, i tratti essenziali che lo descrivono, come artista e come persona. Ci sono poi gli incontri pomeridiani, che descrivono un libro, o raccontano la storia di un percorso artistico, o dissertano di poesia quando questa incontra la musica e diventa canzone. Sono pomeriggi senza riflettori, nella tranquillità dei dopo pranzo, in cui ci si siede e si assaporano le parole delle persone chiamate a intervenire sul tema proposto; e di solito si tratta di persone straordinarie, che rendono quelle ore un arricchimento culturale di rara portata. Chi invece preferisce immergersi completamente nella musica può accomodarsi tra le poltrone di un teatro vuoto a godersi da privilegiati i sound check degli artisti che si avvicendano lungo tutto il corso del pomeriggio. Un’altra storia iniziata 40 anni fa e che aggiunge capitoli anno dopo anno nelle notti della rassegna è il celeberrimo “Dopo Tenco”. 
Comincia – sempre apparentemente – con una cena, buffet e tavoli rotondi apparecchiati che accolgono giornalisti, artisti e addetti ai lavori, ma la realtà è che comincia tutto un po’ prima, quando scostate le tende spesse del teatro ci si cerca con gli sguardi ancora accesi dalla musica, ci si domanda se ci si incontrerà a cena, e che bello sarebbe trovarsi allo stesso tavolo a confrontarsi sulla serata su cui si è appena chiuso il sipario; è sapere che i tavoli sono tondi, sì, ma mai abbastanza grandi per contenere la voglia di stare con tutti coloro che si vorrebbe, e allora ci si prenota per trovarsi insieme. Si prenotano le persone, al Tenco, mica i tavoli. È importante cogliere la differenza. E a notte fonda il sorriso instancabile di Antonio Silva si porta nella zona allestita con microfoni, strumenti musicali e amplificazione, e al grido di “Accade solo al Tenco” partono le più improbabili ed entusiasmanti jam session che si possano immaginare. Meraviglie che riempiono l’anima. E sì, accade solo al Tenco. Nel cuore delle giornate, racchiuse tra gli eventi del giorno e quelli della notte, stanno le serate in teatro, tre spettacoli che ne contengono tanti di più. E da qui ritorniamo all’edizione appena conclusa per raccontarvi quanto accaduto. L’importante incarico di apertura con “Lontano lontano” è affidato a un Peppe Voltarelli visibilmente emozionato, forse anche perché è il vincitore della Targa Tenco per il Miglior album di interpretazioni per aver cantato con la voce e il cuore giusti il cantastorie calabrese Otello Profazio. E probabilmente anche perché sta per dividere il palco proprio con l’autore di quelle storie, il quale a sua volta riceve la più prestigiosa onorificenza del Club Tenco, il Premio Tenco alla Carriera.

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Mehmet Ali Sanlikol & Whatsnext? – Resolution (Dunya, 2016)

Con “Resolution” il compositore e polistrumentista Mehmet Ali Sanlikol ha compiuto un ulteriore passo nell’approfondimento delle sue radici turche, chiaramente presenti in una musica comunque aperta alle più disparate influenze. Immediatamente palpabili sono per esempio: l’amore per le Big Band, Ellington, ma anche Funk, R&B, Fusion, soundtracks music e Jazz rock anni settanta (di provenienza tipicamente statunitense). Questa singolare convivenza di impulsi emerge sin dalle prime tracce di “Resolution”, le iniziali: “The Turkish 2nd line”, A “Dream In Nihavend” e “Whirl Around”, ove la commistione appare forse un tantino più forzata rispetto alle precedenti. L’interessante “Concerto” in 3 movimenti, presenta tutta la varietà sonora della band espressa mediante un suono generalmente ricco e spumeggiante dominato prepotentemente dal sax soprano di Dave Liebman, la tromba di Tiger Okoshi e il clarinetto di Anat Cohen. Si percepisce una precisa strutturazione della composizione pensata appositamente per i musicisti e per le loro caratteristiche, come ha notato personalmente Sanlikol. La parte conclusiva dell’album persegue nelle traiettorie tracciate spostando l’asse sul pregevole lavoro ritmico di Antonio Sanchez per concludersi con “Love Theme From Ergenekon” una composizione pianistica dai toni introspettivi, perfetto commiato di un lavoro di ottima fattura dove qualità compositiva e piacevolezza d’ascolto trovano il giusto punto di incontro. 


Marco Calloni.

Womex World Music Expo, Santiago de Compostela, Spagna, 19-23 Ottobre 2016

Di ritorno dal teatro, faccio in tempo ad ascoltare un brano della franco-giapponese Maiah Barouh, pentendomi di essermi allontanato, perché sembrava davvero interessante soprattutto sul piano musicale, visto che allinea sintetizzatore, batteria e percussioni di foggia nipponica, e una vocalità non banale. Si chiude con i colombiani Puerto Candelaria: anche qui cumbia style con pianista wurlitzer dal tiro funky, sezione fiati e tutti a ballare, anche se la proposta dei vicini peruviani Bareto mi sembra più raffinata e potente di questo sestetto, apprezzato però da un audience che sfoggia cartelli con hashtag #paz, dichiaratamente ispirati alla recente fine del conflitto ultraventennale tra governo colombiano e FARC. Il mio viaggio nella world Music 3.0 o forse 4.0, 5.0 e così via è appena iniziato ma confesso di avere le idee ancora più confuse di quando sono partito! Dopo la prima giornata di studio, il venerdì la fiera inizia a popolarsi maggiormente. Si intensifica l'offerta di aperitivi e alcolici anche in orari poco probabili. La Cidade da Cultura pullula ora di agenti booker, direttori di festival artisti alla ricerca di ingaggi venditori di strumenti ‘customizzati’ e via dicendo. Nel pomeriggio incontro un vero e proprio mito, Nikel Pallat di Indigo, principale distributore tedesco indipendente e famoso per essere stato parte di un gruppo politrock, i Ton Steine Scherben . Nel 1971 Nikel e i suoi erano ospiti alla Westdeustcher Rundfunk, dove nel pieno di un acceso dibattito in studio sulla musica il nostro allora poco più che ventenne tira fuori un'ascia nascosta sotto il tavolo e inizia a sfondare tutto...(Non ci credete?? Ecco qua). 
Ci credereste a vederlo ritratto in una foto d’oggi? Senz'altro questo incontro non è casuale se vogliamo tornare al concetto di world music. Sono proprio curioso di vedere cosa succederà negli showcase serali. Si parte in ritardo per via degli ottimi bar di tapas galiziani, e riesco ad arrivare nella sala, dove si ripropone il celebre Bella Ciao da parte dei big della world music nostrana; Elena Ledda, Riccardo Tesi, Lucilla Galeazzi e Co. riportano in scena questo fortunato spettacolo ma riesco a vedere solo la fine, accolto all'ingresso da un clamoroso solo di body percussion da parte di Gigi Biolcati. Tempo di andare al Salòn teatro dove è il turno di Quique Escamilla, messicano naturalizzato canadese anch'egli ospite della rassegna Train de Vie a Lo riascolto sempre con piacere e soprattutto in formazione allargata, con trombone, basso e batteria. Nonostante delle incertezze sul suono e soprattutto una certa spigolosità nella sezione ritmica, il carisma di Quique rende la performance appassionante e arriva dritta al punto della sezione off Womex in cui è inserito, vale a dire uno spazio disponibile a chi vuole investire per proporre alle agenzie del globo presenti un proprio artista. In questo caso sono le istituzioni culturali canadesi a finanziare. Ripenso sempre alla nostra piccola Italia di schegge impazzite con valigetta che vagano nella fiera e che si incrociano puntualmente... 
Alla fine faremo una foto di gruppo, ed il mio personale augurio per tutti è che sia una foto augurale di condivisione di scena nel futuro. Un salto di ritorno al main stage con i funambolici afro-brasiliani Bixiga 70, il cui dipartimento della cultura con tanto di stand si era già fatto notare nei pomeriggi precedenti con cachasa a fiumi – code anche di trenta persone – e splendide locandine stampate con tecnica raffinatissima anni Settanta del Novecento, ricordando a tutti che siamo in un world music market, cioè l'obbiettivo è vendere i concerti degli artisti. È tempo di fare visita ai DJ che portano avanti la notte del Womex fino alle 4:00 in una sala poco vicino al main stage. Mi godo un raffinato DJ set di DJ Rachel, ugandese di ottimo tiro, anche se con qualche malaugurata cedevolezza per arruffianarsi la sala (vedi alla voce: lambada. Dopo una selezione funkettona di buon pregio), ed eccessivo zelo dato che il livello alcoolico sale paurosamente. Ultimo giorno quindi, e già gli orari saltano con precisione svizzera. La notte precedente si è chiusa troppo tardi per consentire ai più di essere mattinieri sul posto di lavoro. Io stesso mi rendo conto che posso finalmente andare ad uno showcase diurno solo in tarda mattina, e ricordo una segnalazione dell'amico Thorsten Bednartz di DeutscheKultur Radio:”Vai a sentire i Ponk e chiedi la Slivovitza del padre del bassista!”. Siccome su queste cose Thorsten è una sicurezza, entro nella sala posta al quarto piano della struttura che ospita il Womex e mi siedo senza troppe aspettative, decisamente in attesa del ‘rinfresco’ che sarà offerto a fine showcase. 
Ma bastano poche note per proiettarmi in un universo musicale fantastico, imprevedibile, classico e moderno, folk e sperimentale, con dei visuals impensabili eppure efficaci per semplicità. Il trio di Brno rivisita in musica storie di misteriosi assassinii nei boschi della Moravia, in una formazione da camera, con cymbalom, contrabasso e violino, ma con suggestive armonizzazioni vocali e una pulsazione ritmica incessante nonostante l'assenza di percussioni o simili. Sicuramente per mio gusto personale questa è la migliore world music che ho ascoltato qui, e alla fine sono così felice che ringrazio via sms Thorsten, prendo un paio di copie del disco (una per me e una per la redazione di questo giornale) e mi godo la tanto decantata (e a ragione) slivovitza. Tempo di rientrare però nel tradizionale...c'è Gisela Joao e dunque vinco la mia riluttanza ancestrale per il fado e mi seggo in teatro. Una magnifica performance della giovane cantante portoghese (che forse proprio per non sviare il pubblico dalla musica occulta la sua avvenenza indossando una specie di vestitino bianco con peli degno della moglie di Chewbacca), ma soprattuto l'interplay commovente del trio che la accompagna, chitarra portoghese, chitarra 'semplice' e basso acustico mi riconcilia con questa musica, ricordandomi che non c'è noia che tenga davanti ad un'interpretazione musicale di prim'ordine... esco felice e corroborato soprattutto dal fatto di aver ascoltato in teatro una grande artista di fado che canta il fado con musicisti di fado. 
Ma siccome a ogni conquista di bellezza c'è un contrappasso da pagare, eccomi subito al main stage per la performance di un altro gruppo da selezione ufficiale e variegata formazione che la scheda definisce di “Electro-Trad”(!), i Bargou 08. Sarò ancora con la testa al fado, ma della loro performance ricordo soprattutto un tastierista in saio e molti strumenti etnici su cassa dritta....ci risiamo!! La serata promette bene, e spinto dalla curiosità, ritorno nel teatro, location a me più consona, per assistere alla performance dei Maltese Rock, sestetto giapponese con voce, tastiera, strumento ad arco mongolo elettrificato che risponde al nome di morin khuur, contrabbasso, batteria e chitarra elettrica. Da notare il chitarrista che fino alla vita sembra il direttore della mia banca, dalla vita in giù indossa pantaloncini corti color salmone, calzettoni sportivi grigi e all stars. Tralasciando il kimono del leader della band, la brochure parla di nuova musica da Okinawa, che innesta i canti dei pescatori della località nipponica con surf-rock.. Dopo venti minuti l'impulso è di andare via, ma a questo punto voglio proprio vedere dove vanno a parare.. Ascolto una specie di sigla di Heidi con chitarre tarantiniane ed improvvisi tentativi del cantante che chiama a gran voce il pubblico con una «Are you ready??» degna dei numi tutelari del rock. Peccato che di pubblico ce ne sia poco. Ma ho portato con me il CD, e sono davvero curioso di riascoltare la proposta in assouto più folle di tutte...
probabilmente a spese del contribuente di Okinawa. Gran finale alla Sala Capitol con il dj set del marocchino/statunitense H.A.T., set elettronico raffinatissimo e minimale di quelli che piacciono a me, grande cura del campionamento con cuts di video tratti dai canti delle tribù berbere che si susseguono sui 4 schermi posti alle spalle del DJ. Proprio per questo gusto splendente però non gli perdono la consueta caduta di stile per accattivarsi una pista che stentava a farsi trascinare dai drones, vale a dire un “get up, stand up!” nel bel mezzo della selezione che faticosamente si stava imponendo ai più. Mi faccio più avanti e noto che il pavimento è completamente ricoperto di rhum al punto da rischiare di perderci le scarpe per quanto si attaccano al suolo... Tutti ormai hanno smontato gli stand e sonno pronti per ripartire.. Salterò l'ultimo network meeting domenicale con tanto di premiazioni (i fantomatici quanto inutili Womex Awards assegnati alla cantante Calypso Rose da Trinidad & Tobago al colombiano Henry Ortega, MC del collettivo Crew Peligroos) e mi congedo da questa edizione. Cosa sia la world music ancora non l'ho capito, ma di certo ho acquisito preziose informazioni su dove si trova il mercato della world music e bisogna ammettere che tra tanto fumo in giro ci sono ancora delle ottime cose da ascoltare al netto delle operazioni di 'contaminazione' del tutto gratuite a cui ahimè ho assistito, basta cercare! La prossima edizione del Womex si terrà a Katowice, Polonia, dal 25 al 29 ottobre 2017. 


Davide Matropaolo

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