BF-CHOICE: Maria Pia De Vito featuring Chico Buarque – Core [Coracão]

In “Core[Coracão]”, la vocalist partenopea, ai vertici del panorama jazz internazionale, offre cittadinanza sonora napoletana a tredici canzoni carioca. Sperimentatrice delle infinite possibilità sonore della voce, Maria Pia De Vito è artista versatile, sensibile e creativa...

BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

giovedì 30 giugno 2016

Numero 262 del 30 Giugno 2016

Mentre è nel vivo l’edizione 2016 dei seminari di “Mare e Miniere” – festival sardo che stiamo seguendo in diretta live sui social, e a cui dedicheremo un lungo speciale per raccontarvi tutti gli eventi di sera in sera – apriamo le danze di “Blogfoolk” numero 262 di fine giugno con il disco consigliato della settimana, che è “Sale” di Carlo Muratori, un lavoro in equilibrio tra lingua nazionale e dialetto, precipitato di canzoni impregnate di memorie salmastre e sapienza poetica siciliana,  il cui spirito assaporiamo dallo stesso cantautore siracusano. Invece, arriva dal sempre produttivo Salento “Pizzica Dance Hall Party”, un progetto molto speciale targato Mascarimirì, di cui ci parliamo con Alessio Amato. Nasce a Trento, ma ha molta Puglia nelle note e nelle liriche il nuovo disco di Al’inghastrë (“Erba medica e veleno”). Sul fronte world, recensiamo “Zik” della band berbera Idirad. Per la rubrica i Luoghi della Musica entriamo nel Teatro San Carlo in Napoli, dove sono andati in scena i Foja con lo spettacolo-concerto “Cagnasse Tutto” e presentiamo il programma del Marranzano World Fest, che si svolgerà a Catania dal 14 al 17 luglio. La lettura di questa settimana ci porta di nuovo in Sardegna per “Le musiche di Bosa”, il lavoro collettaneo curato da Roberto Milleddu, Gigi Oliva, Salvatorangelo Pisanu, edito da Nota/Labimus. La pagina jazz se la prende “Nu - Inside” di Giovanni Di Cosimo, quella sulla nuova canzone d’autore gli Inverso. Buona lettura e buon ascolto con “Blogfoolk”.

Ciro De Rosa 
Direttore Responsabile


COVER STORY
VIAGGIO IN ITALIA
WORLD MUSIC
I LUOGHI DELLA MUSICA
LETTURE
SUONI JAZZ
ITALIAN SOUNDS GOOD


L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Carlo Muratori – Sale (Le Fate Editore, 2016)

Precipitato di canzoni impregnate di memorie salmastre e sapienza poetica siciliana, è il nuovo CD-book del cantautore siracusano

La storia artistica di Carlo Muratori passa per la fase revivalistica con i Cilliri, a metà degli anni Settanta, tracciata nel segno di Antonino Uccello e di Nino Trommino, ma anche di quanto era accaduto anni prima a Napoli sotto l’egida di Roberto De Simone. Lavoro di ricerca, ma anche di riscrittura musicale creativa. Di quel periodo qui ricordiamo Turì nun parrò”, la splendida riflessione di ispirazione sciasciana, “Lasciatasi alle spalle l’esperienza per una certa misura affine a quella seminale dei conterranei Taberna Mylaensis, Muratori sceglie di percorrere la trama autorale che lo conduce a una personale reinvenzione della canzone popolare, subito battezzata in “Afrodite” (1987). In quella direzione vanno “Canti e incanti” (1994), “Stella Maris” (1996) e “Plica polonica” (2001), splendidi affreschi di Sicilia che non hanno avuto la fortuna della deandreana “Creuza de mä”, pur possedendo altrettanta forza narrativa e musicale. Con “Stidda di l'Orienti” (1997) e “Pesah” (1999) Muratori lavora in equilibrio tra omaggio e riscrittura della grande tradizione rituale, rispettivamente il Natale e il Venerdì Santo, mentre lo ‘specchio delle meraviglie’ mediterraneo è l’orizzonte artistico e sonoro della collaborazione con Riccardo Tesi in “Thapsos” (1997), straordinario disco del toscano. In veste di ideatore e direttore artistico ha portato avanti nel suo territorio il festival Lithos, per lungo tempo uno dei significativi appuntamenti cultural-musicali isolani. In seguito, Muratori rilegge con successo pagine ‘inaudite’ di canzone siciliana d’autore, ‘canzuneddi’ semi-colte, denigrate e vituperate; se ne assume il rischio, si diverte pacificandosi l’anima, e ne offre versioni cantautorali morbide e convincenti per sei corde e voce in “Sicily” (2005). Con la sua profondità poetica e musicale, “La padrona del giardino (2008), caposaldo della nuova canzone popolare, si afferma al Premio Nazionale Città di Loano per la Musica Tradizionale Italiana nel 2009. 
A distanza di sette anni, ora è la volta di “Sale”, poesia e musica assieme: scrittura potente di chi, come appunto Muratori, è capace – scrive Maurizio Agamennone  nel volumetto “Sale. Carlo Muratori: intervista esclusiva” (Le Fate editore), che contiene contributi di Michele Burgio, Roberto Sacchi e Gianluca Grossi), uscito in contemporanea con il CD-book – di «un’impresa […] davvero ardimentosa: l’uso del dialetto o vernacolo per comporre canzoni intese come testi (versi e musica) pienamente espressivi e autonomi, che non siamo tributari di altri riferimenti esterni o “nobilitanti”: storie cantate, di sé, dell’oggi, in un teatro degli affetti personale o in un paesaggio sociale appena più esteso, intonate nella “lingua materna”». “Sale” è un «esercizio di sinestesia», scrive oltre Gianluca Grossi, «si ascolta qualcosa, ma allo stesso tempo si vede, si assapora, si respira; la terra di Sicilia, le piante di limone, gli scritti di Verga, i cartaginesi, i greci, i fenici». “Sale” contiene pagine emozionanti di Storia e di storie, è racconto di una Sicilia che è metafora di una complessiva condizione esistenziale; disco di memorie plurali, di un Mediterraneo inteso come cultura della diversità e d’intrecci, ma è disco che non abusa degli stereotipi sonori etnici né si prefigge una lettura della tradizione di segno passatista. Piuttosto, “Sale” è una partitura in quindici canzoni dalla poetica profonda, che mescolano con ricercatezza italiano e dialetto, esprimono un’orchestrazione non riducibile all’etnico, sono raffinate e dinamiche. Non da ultimo, sono canzoni suonate in compagnia di amici fidati: tutti grandi musicisti, strumentisti di composita provenienza; un lavoro che è anche un pugno di immagini e di scritti di Muratori (“Prologo” e “Pizzichi di sale”), oltre ad una bustina di «sale e la sapienza di Sicilia», che si aggiungono ai testi, ne rivelano genesi ed intenti. L’autore siracusano ci parla di “Sale”.

Sono passati sette anni da “La padrona del giardino”, come nasce un disco come “Sale”, che presenta una notevole diversità nell’ambientazione sonora?
È stato un progetto su cui ho lavorato per diversi anni e che si è insaporito e ‘insapidito’ strada facendo. Ho iniziato a scriverlo nel 2011, quando per i centocinquant’anni dell’Unità, mi sono dedicato a una ricerca sul Risorgimento al Sud e in Sicilia: le speranze, le illusioni, le menzogne e le sopraffazioni di una annessione che non ha nulla  a che vedere con la mitica storia  d’Italia che ci raccontano a scuola. Alla fine avevo già pronti una decina di brani, si poteva pubblicare un bel progettino. Ma non ero convinto di uscire con quel lavoro e quel tema; c’era troppo affollamento di proposte artistiche e musicali in quel periodo: aggiungere pure la mia voce mi sembrava ridondante. Mi serviva qualcos’altro, un tratto metaforico e metafisico, uno scatto in più (o in meno?) che mi garantisse il necessario distacco dall'evento politico e sociale su cui mi ero centrato. In pratica avevo bisogno ancora di tempo per un volo di ricognizione più globale, uno sguardo a un tempo più lucido, laico e spirituale. Ho coinvolto Stefano Melone, con cui abbiamo cominciato a riflettere sui brani; mi ha fornito l’apporto cameristico che stavo cercando, con una scrittura agile ed evocativa del quartetto d’archi, ma anche una certa spinta sulla sezione ritmica che, guidata al solito dalle mie chitarre, riuscisse ad incastrarsi bene con le soluzioni armoniche e melodiche dei brani. È stato così che pian pianino abbiamo cominciato a capire che disco volevamo. Rispetto a “La padrona” questo è un disco più complesso pur rimanendo ‘piano’, senza eccessivi spigoli, ricco di più livelli di ascolto.

Scrivi che “Sale” contiene: «canzoni che si muovono su due piani di diversa granulometria: sale fino e sale grosso».  Vuoi approfondire questa simbologia? 
Come dicevo, in ogni brano credo ci sia la possibilità di arrivare a diversi livelli di lettura: una fatta di istinto, materia, rabbia, un’altra più sottile, che tende verso l’alto, verso una ricerca del sacro. C’è la storia che incombe politicamente e socialmente sul destino degli uomini e il loro futuro. La quotidianità spesso pesante e grossolana, preda di istinti irrazionali, timori, rabbie e violenze. C'è poi il sentimento alto e raffinato, gli amori, la preghiera. Il cloruro contenuto dentro le lacrime di gioia o di dolore, raffinato dal tempo con la sua sacralità e suoi misteri. La classe popolare ha avuto dimestichezza con questa sapienza arcaica, l’ha praticata e custodita per secoli. Ha stabilito un rapporto con il tempo e la natura, fatto di attese, di rispetto, di essenza, di amore e di pazienza. Il collegamento col sale arriva a partire dal senso esoterico e apotropaico di questo elemento. Il sale è ciò che rimane del flutto marino, è la sua anima invisibile eppure così pregnante. Ma è anche ciò che troviamo centinaia di metri sotto le nostre case, come si può vedere nelle tante miniere di salgemma di cui è piena l'Isola. Il video di “D'amor e di pazienza” è stato girato proprio nella miniera di Realmonte (AG) a 200 metri di profondità. Mi è sembrata la giusta metafora per rappresentare l’essenziale del pensiero umano. I greci chiamavano il mare con quattro termini differenti, in relazione ai vari concetti legati alle distanze e alle profondità. Ma se dovevano rappresentare il mare nella sua essenza materiale lo chiamavano ἅλς che vuol dire sale, per l’appunto.

Sale come simbolo del Mediterraneo… ‘specchio di meraviglie’, di connessioni e intrecci antichi di terre e uomini. Mare di speranze di vita protese verso la terra, ma anche acqua… che accoglie la morte.  
Il Mediterraneo è un territorio di acqua e terra, gente e culture che da circa seimila anni affronta dinamicamente, quotidianamente, sempre le stesse problematiche esistenziali ed umane; cerniera di razze, tradizioni e costumi fra i più contrastanti, eppure così simili, questo bacino non sta mai fermo. È un luogo forse unico sul pianeta, dove lo stesso concetto di transito e di contaminazione, di scambio e di inclusione, di mutazione nella tradizione ha valore concreto e tangibile. E questo vale in buona parte per la Sicilia, ma non in quanto e non solo perché isola, ma in quanto centrale in questo Mare. La Gran Bretagna dimostra proprio in questi giorni che, pur essendo un’isola ricca, si è fatta schiacciare inesorabilmente da un sentimento di chiusura, di paura e claustrofilia. Il nostro è un territorio invece claustrofobico, che teme il chiuso, come il buio, come il lutto. Noi lasciamo sempre uno spiraglio aperto, adattandoci e ri-adattandoci. “Caliti juncu ca passa la china” (“Piegati giunco finché passi la piena”), ma anche “Cu havi chiù sali conza ‘a minestra” chi ha più sale si adoperi anche per aiutare l’altro, per offrire una minestra all’altro. Basta pensare a Lampedusa o a Pozzallo o a Siracusa. Ed è paradossale che questa enorme generosità appartenga ad un popolo che ha avuto più sale ma meno minestre, più saperi ma meno poteri, più speranze ma meno certezze. Ieri come sempre.

La tua vocalità fa a meno di eccessive marche ‘etniche’, ma non è ridotta la tua insularità. Che dici di questa scelta estetica?  
Non amo rappresentare ciò che non sono. Non appartengo alla tradizione canora dei carrettieri o dei mietitori. Mi appassiona tantissimo la loro cultura e il loro sapere; ho imparato tantissimo dalla tradizione popolare e politicamente sono sul loro versante; ma sono figlio di Brassens e di De André, di Tenco e di Bindi. Ho studiato musica classica e amo Sor e Villa Lobos. Non riesco a pensarmi urlante. Porto la voce pensando più alla corte di Federico II e la Scuola poetica siciliana, che all’aia o a un campo di grano.

Le lezioni di Antonino Uccello e Ignazio Buttitta. Cosa lasciano oggi all’arte della Sicilia? 
Sono stati i miei punti di riferimento. Gli incontri che hanno orientato la mia vita e le mie scelte artistiche. Così diversi, così fondamentali. Uccello, professore di periferia, innamorato della sua terra, che, trasferitosi in provincia di Milano negli anni sessanta, inizia a confrontarsi con la ricerca della musica e delle tradizioni popolari. Lo fa già con i canti popolari  brianzoli, ma poi, a quella distanza dalla Sicilia, o forse proprio per questo, comincia a pensare al suo ritorno nell’Isola e una sua Casa Museo, dove poter tutelare le vestigia di una tradizione secolare di oggetti, manufatti e beni immateriali del popolo che altrimenti avrebbero rischiato l’oblio. Lo incontro a metà degli anni Settanta con il mio primo gruppo di canto popolare I Cìlliri, e quasi litighiamo immediatamente. Cerca di farmi capire con la sua eleganza ma fermezza, che non si può ri-elaborare in chiave moderna, e a fini di divulgazione commerciale, un repertorio che nasce proprio per motivi opposti alla mercificazione. Non si può ricercare a tutti i costi il gradimento di un pubblico, che cerca il suo vano trastullo domenicale, ignorando i fondamentali di certa musica, la sua vocalità, l’assenza di certa strumentazione, certa lentezza e certi intervalli complessi. Fu allora che capii come la mia urgenza di compositore e di cantautore dovevano liberarsi dalle marche etniche – come le hai definite – per trovare una strada originale e personale. I documenti della tradizione sono un’altra cosa e vanno trattati con massimo rispetto e responsabilità. Buttitta l’ho conosciuto fine anni Ottanta. Ho scritto le musiche (e fui pure il protagonista per qualche anno) della sua opera teatrale “Colapesce”. Siamo stati molto vicini per qualche mese. Festeggiamo il compleanno lo stesso giorno e questo ci fece legare e ridere a crepapelle. La sua poesia è ciò che stavo cercando. Potermi esprimere dentro il mio tempo, poter raccontare il mio vivere contemporaneo, usando un lessico che trasudasse storia e civiltà antica e letteraria. Ignazio ha creato il suo dialetto siciliano, i suoi neologismi improntati a uno stile unico e quasi tattile (li mangiapicca, i mangia poco…li dorminterra, quelli che dormono a terra….li facci a tridenti, le facce come un tridente)

Ci sono personaggi ancora da scoprire nelle pieghe della storia di Sicilia?  
Sto già lavorando al seguito di “Sale”, che immagino come una trilogia. Non posso dirvi il titolo, ma posso solo rivelare come, ogni giorno, mi stia imbattendo in storie veramente pazzesche. C’è una coltre di polvere sopra tanti fatti e misfatti che meritano una luce e un racconto adeguato. C’è un’antica modestia, un senso di nobile umiltà, nelle classi di origine popolare. Loro non credono, spesso non hanno coscienza, del valore umano, letterario, poetico e civile di ciò che è loro successo o di cui sono venuti a conoscenza. Alcune cose te le raccontano quasi sbadatamente, e bisogna fare molta attenzione a soffermarsi su autentiche perle di storia popolare. Mi auguro solo di possedere la giusta penna per raccontarle.

Mi piace soffermarmi sulla magnifica figura di proto-femminista che è stata Mariannina Coffa, autrice sconosciuto al grande pubblico, di cui riprendi uno scritto in “Ombra Adorata”.
Ho musicato un sonetto di questa poetessa netina, donna siciliana vissuta nella seconda metà dell’Ottocento. Tra un canto e una storia del Risorgimento in Sicilia ho appreso del suo impegno sociale e politico per un’Italia libera e unita, ma mi sono anche commosso per le sue sofferenze d’amore: lei sposa di un uomo che non amava e che le ostacolava il suo bisogno di cultura. Ha sfidato la famiglia, la società e le convenzioni sociali con tutta l’energia della sua gracile e sofferente persona per far valere il suo diritto all’amore e alla conoscenza. Abbandonato il marito, Nina ritorna vivere a Noto, ignorata e ripudiata dalla sua stessa famiglia. Non ha mai rivisto il suo vero amore, cui ha dedicato tutti i suoi componimenti. Nina è una luminosa rappresentazione di femminilità mediterranea, lontana anni luce da stereotipi e pregiudizi.

Cosa significa per te ‘parlare e sentire in dialetto’?  
C’è una lingua della festa e una per tutti i giorni. Una lingua formale, da giacca e cravatta, e poi c’è jeans e maglietta, c’è la gente, la libertà d’esprimersi come meglio si crede. Bufalino sosteneva che l’arzigogolare tipico dell’intellettuale del Sud Italia è la conseguenza del suo dover tradurre il proprio pensiero dialettale in una lingua che non conosce, che non padroneggia e che quindi elabora in forme desuete e spesso esagerate, troppo letterarie. So benissimo quel che voleva dire perché è quello che sta avvenendo a me in questo momento. Al Sud, almeno fino alla mia generazione, non usiamo un italiano di fluente conversazione. Quando dobbiamo passare in modalità nazionale cambiamo tono ed espressione, diventiamo bilingue. La forma dialettale ci salva spesso dall’impasse o dal blocco espressivo. Detto ciò, però, va da sé che per alcuni brani preferisco usare l’italiano. Il disco è quasi al cinquanta per cento fra i brani in dialetto e quelli in lingua. La lingua siciliana la uso se ho bisogno di sintesi, della parola sonora, che da sola acchiappa un intero concetto, un’espressione.

Nella tua versificazione, che posto occupa la phonè?  
È un aspetto a cui cerco di dedicare molto tempo e molta attenzione. La parola cantata è necessariamente vincolata al suo suono. Ma c’è di più. Spesso mi lascio guidare proprio dalla phonè per comporre una melodia. Mi muovo a piccoli passi scrivendo solo due misure melodiche su cui scrivo un paio di versi; le parole che vengono fuori mi suggeriscono altre due misure e così via. Raramente scrivo tutto un brano musicale e poi il testo, o viceversa. Procedo quasi simmetricamente, al punto anche da rinunciare alla quadratura musicale. Se lo richiede la parola, pur avendo qualche sillaba fuori posto, non rinuncio a quella sillaba; creo piuttosto delle misure multimetriche, esco fuori tempo, per capirci. Quando si ascolta una registrazione sul campo di un antico canto popolare e si tenta di rifarlo, spesso si è tentati di quadrarlo, di riportarlo al tempo principale che percepiamo, in due o in tre. Ho imparato proprio da questi ascolti come è molto più divertente lasciare i tempi eccedenti o mancanti, creando strutture metriche originalissime.

Rileggi “Povira patria” di Battiato...
Il brano dava il titolo al concerto che preparai nel 2011 per la ricorrenza dell’Unità. Avevo chiesto a Franco la possibilità di tradurre ed eseguire in lingua siciliana il suo testo. Lui al solito fu molto disponibile e contento, oltre che curioso di ascoltarne l’esito. In quello spettacolo, oltre a raccontare la Sicilia pre-risorgimentale, le sommosse antiborboniche del 1848, lo sbarco dei Mille, i fatti di Bronte e tutto ciò che ne seguì, mi spingevo fino quasi ai giorni nostri, all’eccidio di Capaci, alla strage Falcone e Borsellino, quasi a voler rappresentare l’alfa e l’omega di uno stato che nasceva male per ridursi ancora peggio, soprattutto per ciò che riguardava l’annosa questione meridionale. Ricordavo che Franco proprio qualche anno prima di Capaci aveva scritto quel brano fantastico e che poi, dopo la barbarie mafiosa, lo aveva dedicato ideologicamente a quegli avvenimenti. Mi sembrava il canto dolente per eccellenza per chiudere il mio racconto. Battiato fu molto contento della traduzione, al punto di promettermi che qualora l’avessi mai incisa avrebbe voluto partecipare alla registrazione. Battiato oltre ad essere un grande artista è uomo di parola! E così è stato. E non solo: qualche mese fa mi ha invitato ad aprire i suoi concerti con Alice davanti a teatri completamente sold out.

Il tuo raccontare la Sicilia diventa metafora della complessiva condizione umana… 
In una profetica intervista a Marcelle Padovani del 1979 dal titolo “Sicilia come metafora” Leonardo Sciascia afferma: «La realtà tende a diventare ovunque mafiosa e la “linea della palma” risale dall’Africa verso l’Europa di 50 centimetri l’anno. Guai alle conseguenze!». Dobbiamo all’acuto pensiero dell’intellettuale di Racalmuto questa visione della Sicilia quasi come rappresentazione globale di un’epoca più che di un territorio. Molto più modestamente in questo mio disco, ma anche negli altri miei lavori per la verità, tendo a liberarmi da una sicilianità soffocante e maniacale, per cercare di raccontare il mio tempo, ritrovandolo in contesti anche extra insulari. Racconto di attese e di infinite aspettative mai pienamente soddisfatte. Basti pensare che il primo titolo che s’era pensato per il lavoro era “L’Avvento” quasi a voler rappresentare questa paralisi totale del pensiero e dell’azione che coinvolge tutti noi al momento attuale. Tutti fermi come in un presepe in attesa che brilli in cielo un segno, una stella cometa ad indicarci una nuova nascita, l’incarnazione di un futuro Bambino ancora in fasce, portatore di certezze, benessere e stabilità. Il brano “Gloria a mia” racconta proprio di questa visione. Parlo e canto di amore e di pazienza, di saline annegate nel petrolio, di lacrime e di silenzi, dell’eterna lotta per controllare la metaforica via salaria, la strada su cui si muove la ricchezza e che chiunque vuole possedere per dominare sull’altro. Parlo di migranti e di mari che si aprono al passaggio degli esseri umani. Questi temi non credo siano patrimonio esclusivo della mia terra. Interrogano ognuno di noi e quindi concordo: Sicilia come metafora.

Nel disco c’è un nutrito gruppo di collaboratori e ospiti: anche nella loro scelta si avverte il non volersi richiudere nel recinto etnico.  
Ma lo sai che ho qualche difficoltà a considerarmi un artista dell’area etnica? Certo in un’ Italietta dai facili schemi e dalle etichette da appiccicare frettolosamente su qualsiasi scatoletta musicale, capisco che quella magari è la dicitura più immediata. Ma devo confessare che il mio approccio compositivo della materia musicale e poetica (e questo è il limite ma forse anche il pregio) ha pochissimo a che vedere con la grande e illustre esperienza folk collettiva italiana. Io mi muovo, piuttosto, su una concezione creativa più individuale e fortemente controllata. La mia composizione prevede una partitura complessiva e una per ogni strumento. Ogni nota, ogni canto è già scritto su pentagramma. Ad eccezione dell’intervento di alcuni grandi solisti, come potrebbero essere Daniele Sepe e il suo sax su “Mutu”, o Mario Arcari ai fiati su “Gloria a mia”, Elisa Nocita e la sua voce su “L’esodo”, interventi eccellenti che sono lasciati alla libera interpretazione dei solisti, per il resto considero la mia un’‘opera’ musicale, come un'opera teatrale con il suo copione, in cui la pre-produzione è già il prodotto finale, dalle note, alla dinamica, alla agogica. 

Hai partecipato al disco di Peppe Voltarelli sul repertorio di Otello Profazio? Quale consapevolezza deriva dall’ascolto di questo cantore del Sud?
Peppe mi parlò tempo fa dell’idea che aveva di confrontarsi con il repertorio di Profazio. Abbiamo scambiato tante idee e suggestioni, cercando spunti e modelli ispirativi anche dal mio lavoro sui traditional siciliani che ho pubblicato nel 2003 con il titolo “Sicily”. Ci piaceva l’idea di lavorare al minimo, solo la sua voce e le corde delle mie chitarre, intessendo nuove strutture armoniche e ritmiche a dei brani che mostravano l’esigenza di un qualche trattamento “colto”. Con mia grande sorpresa mi sono ritrovato a scoprire aspetti assolutamente sorprendenti in quei brani che mostravano sì i segni del tempo, ma che esibivano anche tanta irriverenza e anticonformismo dal renderli modernissimi. Abbiamo lavorato tanto, a distanza e nel mio studio fra gli aranci e alla fine siamo molto soddisfatti. Spero che anche Otello ci perdoni.


Carlo Muratori – Sale (Le Fate Editore, 2016)
Di Carlo Muratori e del suo elegante attraversamento della canzone d’autore e delle fonti orali, non si può che dire bene. Chi lo segue da anni, ne apprezza la coerenza di scrittura, le melodie incastonate in arrangiamenti garbati, su cui si staglia la voce del leader, che non va mai sopra le righe e sa essere intensa senza fronzoli, da porlo al riparo da manierismi folk, avvicinandolo ai grandi autori della musica popolare brasiliana. Non fanno eccezione le quindici canzoni di “Sale”, disco prodotto da Stefano Melone (già accanto a De André e Fossati), aperto dall’autoconsapevolezza cantata in “Gloria a mia”, in cui brillano l’elemento lirico e bandistico (la Banda di Melilli) giustapposti alla tessitura cantautorale e grave di Muratori e ai fiati del grande Mario Arcari. Un frammento di un motivo dei salinari fa da incipit a “Il mare sopra i tetti”, canto-incanto dalla brillante orchestrazione, segnato dai guizzi dei fiati popolari dell’ottimo Carmelo Salemi. Il messaggio di riscatto e di cambiamento custodito nella bottiglia e affidato al mare («messaggio a una donna, alla terra, al tempo e a quella frenesia che gli brucia dentro», commenta Muratori) è l’immagine tratteggiata in “D’Amor e di pazienza”, uno dei capisaldi del disco. La memoria dell’infanzia che si nutre di sensi è raccontata nell’incedere latineggiante, in cui spiccano corde chitarre cristalline, di “Jancu e finiòsa”, vale a dire «Bianco e fino», come nel richiamo cantilenante di un venditore di sale itinerante. Invece, una fisarmonica (è quella di Francesco Calì) accompagna l’andamento mutevole della splendida “Raggi d’argento”. Mentre spariscono le saline (siamo nell’estate del 1953), il sale si muta in pianto… È la storia di quanto accade in un quartiere popolare di Siracusa, presso la casa di due giovani, lui disoccupato, lei casalinga incinta. Nella loro camera da letto, un quadretto di gesso raffigurante la Madonna inizia a lacrimare. Lacrime che all’analisi scientifica pare risultino vere, umane e… salate. Lacrime che – scrive Carlo – «cadendo sulla terra ci riportano su, in un cielo gravido di mistero e luminose profezie». C’è, poi, “Povira Patria”, il grido accorato di Battiato, ripresa liberamente da Muratori in siciliano, con lo stesso compositore etneo che interviene nel brano, riletto in maniera minimale per chitarra, tastiera ed elettronica. “Ombra adorata” è il sofferto e potente sonetto della poetessa mazziniana Mariannina Coffa. Tra colori funky (è il sax affilato di Daniele Sepe) e vocalità prossima al rap si sviluppa “Mutu”, che ci riporta all’intimazione di “Turi nun parrò”: ma non è un invito all’omertà. Un’altra magnifica canzone d’autore è “Scurri Lu Tempu”. Ritorna lo sguardo sulla storia civile e politica della Sicilia con “E Sugnu ‘Talianu”, incontro canoro con il calabrese-migrante Peppe Voltarelli. “Chi dici Nico’” si apre con un estratto dal film “Bronte” di Florestano Vancini, testimonianza di un Risorgimento tradito nell’eccidio perpetrato da Nino Bixio e dai garibaldini a Bronte (CT). Nella pellicola Ivo Garrani dà voce al discorso che l’avvocato Nicolò Lombardo pronunciò prima di essere giustiziato con Nunzio Frajunco, lo scemo del paese; il cunto di Muratori ricostruisce questo eccidio dimenticato del 1860 a protezione degli accordi con gli inglesi. La baldanzosa “Vinni cu vinni” deriva da un testo tradizionale raccolto da Antonino Uccello, dove Anibardo (Garibaldi) assume le sembianze di Michele, l’arcangelo liberatore. Brillano l’arpa di Laura Vinciguerra e la voce di Elisa Nocita in “L’esodo”, il brano che chiude l’album, evocazione della tragedia dei viaggi della speranza attraverso il Mediterraneo.


Ciro De Rosa

Mascarimirì – Pizzica Dance Hall Party (Kurumuny/Dilinò, 2016)

Prodotto da Claudio “Cavallo” Giagnotti e Dilinò con il sostegno di Puglia Sounds e distribuito da Kurumuny, “Pizzica Dance Hall Party” è il nuovo progetto musicale di Mascarimirì. Ne abbiamo parlato con Alessio “Franza” Amato, producer della band salentina il quale ci ha portato alla scoperta della genesi di questo disco, delle collaborazioni che lo caratterizzano e dei prossimi progetti in cantiere.

Come nasce il progetto “Pizzica Dance Hall Party”?
Questo progetto è nato circa cinque anni fa dall’esigenza di poter portare quelle che erano le sonorità e i ritmi di Mascarimirì anche in contesti diversi da quelli dove solitamente andiamo a suonare. Avevamo intenzione di avvicinare il nostro sound a quello dei club internazionali dove passa solitamente musica differente da quella nostra e quindi abbiamo iniziato a fare le prime sperimentazioni cominciando a lavorare con l’elettronica e i ritmi tradizionali in modo tale da poter dare un impatto più da sound system, più coinvolgente, più dancefloor".
                                                       
Qul è stato il criterio con cui avete scelto i brani da inserire nel disco?
In realtà questi brani si sono fatti scegliere da soli, in modo naturale. Voglio dire con questo che sono delle tracce che fanno parte del nostro bagaglio personale e che ascoltiamo e riascoltiamo da ormai tanto tempo. Nel momento in cui abbiamo deciso di fare un vero e proprio disco con il quale proporre il progetto Pizzica Dance Hall Party le nostre scelte sono subito ricadute su questi brani, perché li avevamo in mano e li analizzavamo da tempo per vedere cosa potevamo trarne.

Quali sono stati i vostri riferimenti e le vostre influenze musicali nell’approccio a questo progetto?
Tendenzialmente nel lavorare in studio e nel curare le produzioni spesso e volentieri non ho fatto altro che rielaborare quelle che sono le tendenze della musica elettronica attuale in una chiave Mascarimirì. I nostri riferimenti possono essere le ultime sperimentazioni fatte con la Puglia con il Balkan o le musiche africane tribali, perché molto spesso l’elettronica di oggi è farcita di queste sonorità etniche. Personalmente mi sono chiesto il perché rielaborare sonorità che vengono dall’Africa o dai Balcani quando invece posso utilizzare i campioni della tradizione del Sud Italia che appartiene a luogo in cui sono nato e mi sono più vicini e familiari. In ogni caso, nella lavorazione del disco è stata coinvolta tutta la band perché abbiamo voluto che ogni strumento fosse suonato realmente.

Al disco hanno collaborato i Totarella e i Telamurè…
I Totarella li abbiamo incontrati un paio di estati fa in un festival. Claudio li conosceva già ma per me sono stati una splendida scoperta, per altro in una serata nella quale non mi sarei mai aspettato. Sono un gruppo che hanno un impatto sonoro particolare. Sono dei ragazzi più o meno miei coetanei e mi fa sempre piacere interfacciarmi con persone che affrontano queste tematiche artistiche con una certa vitalità ed emotività che non è quella semplice e pura reiterazione dei canti tradizionali. I Telamurè sono grandissimi amici con i quali ci conosciamo da un bel po’ di anni e che lavorano a Parigi, tanto è vero che quando siamo in Francia spesso ci ospitano anche a casa loro. Oltre ad essere degli ottimi artisti, sono anche degli amici con i quali abbiamo trascorso tante giornate insieme. Non abbiamo potuto fare a meno di prendere una loro traccia e remixarla.

E poi Dj Click che aveva lavorato con voi già in “TAM!” e Dj Kayalik…
Dj Click partecipò con un remix a “TAM!” del 2013 ma anche con lui ci conosciamo da tempo, avendo suonato spesso in vari festival insieme. Non dimenticherò mai quando lo abbiamo ospitato al nostro festival “Ballati” e dopo la nostra performance lui iniziò a suonare con il suo dj set dall’altra parte della piazza, mentre io gli rispondevo con la mia tastiera sul palco. Prese vita un botta e risposta da un lato all’altro della piazza. Fu una cosa fantastica che mi esaltò tantissimo e da allora abbiamo cominciato a collaborare in modo più intenso e questo con tutte le difficoltà del caso. Puoi immaginare come sia difficile lavorare con una persona che vive tra Parigi e l’Andalusia a migliaia di chilometri di distanza. Per questo disco tutto è avvenuto via Skype, Facebook ed email, con i file che viaggiavano dal Salento alla Francia. E’ sempre molto divertente lavorare con lui perché è una persona open mind e a lui puoi fare le richieste più assurde come ho fatto durante la lavorazione di “Pizzica Dance Hall Party” e lui è stato tanto pazzo da assecondarle. Insieme a lui non poteva mancare Dj Kayalik, altro grande personaggio e producer dei Massila Sound Sistem.Mascarimirì difficilmente sceglie di collaborare con un artista dal nulla. Prima c’è sempre un percorso personale di avvicinamento che poi sfocia in una collaborazione artistica. Ci sono tante altre collaborazioni in cantiere, che verranno fuori nei prossimi mesi, ma tutte sono il coronamento di una conoscenza e di una frequentazione personale prima ancora che professionale. Noi non produciamo musica tecno o suoni standardizzati, e dunque abbiamo esigenza di conoscere bene i nostri collaboratori.

Quali sono i vostri progetti per il futuro?
C’è l’estate che ci aspetta e faremo tante feste con il progetto Pizzica Dance Hall Party e tante ne abbiamo già fatte. Si sta rivelando un’avventura entusiasmante e divertentissima, la gente lo ha accolto benissimo perché abbiamo portato la musica “per terra” evitando il palco, riprendendo il concetto di Sound System giamaicano. Alterneremo a queste performance che facciamo io e Claudio “Cavallo”, ai concerti con la band al completo con la quale portiamo sul palco i classici della tradinnovazione.


Mascarimirì – Pizzica Dance Hall Party (Kurumuny/Dilinò, 2016)
Presentato in anteprima al Salone del Libro di Torino, il progetto “Pizzica Dance Hall Party” era una tappa obbligata nel percorso artistico dei Mascarimirì, uno di quei disco inevitabili, un imperdibile appuntamento con la storia al quale hanno saputo rispondere con un lavoro di grande spessore musicale. Composto da tredici brani, prodotti da Claudio “Cavallo” Giagnotti, questo disco fa convivere passato, presente e futuro nel sound delle dance hall, porta il potere curativo della pizzica pizzica nei club internazionali, rifuggendo ogni forma di forzatura da remix, ma piuttosto puntando all’esaltazione delle trame tradizionali. Grazie all’ottimo lavoro di Alessio “Franza” Amato, le field recordings effettuate negli anni Cinnquanta da Alan Lomax, Diego Carpitella ed Ernesto De Martino, e quelle degli anni Settanta di Brizio Montinaro e Gigi Chiriatti, vivono una vita del tutto nuova con le voci degli Ucci, de li Zimba di Aradeo e di Niceta Petrachi detta la Simpatichina che vengono innestate sulle musiche e sui ritmi della contemporaneità in un sound dal respiro internazionale che ha il pregio di veicolare verso il futuro queste straordinarie schegge di passato catturate dai vecchi nastri. Il sound system e la tradizione orale si mescolano in brani travolgenti in grado di confrontarsi in modo superbo con i linguaggi della musica europea. Durante l’ascolto colpiscono le trascinanti versioni di “Pizzica de Cutrofiano” con protagoniste le voci degli Ucci, la superba “Quannu te lai la facce la matina” che fa da perfetto apripista per gli echi di dub che pervadono “Sia benedettu ci fice lu munnu”, o ancora “Pizzica de Aradeo” in cui spiccano gli Zimba. Non mancano incroci con tracce contemporanee come nel caso di “Giuglianese” in cui fanno capolino i Telamuré, o “Suënêciellë (Tarantella del Pollino) con i Totarella”, ma il vero vertice del disco arriva quando i Mascarimirì incrociano di nuovo il loro cammino con Dj Kayalik per “Fiore di tutti i fiori”  e quello Dj Click per la straordinaria “Elettricarella”, sono questi due vertici di un disco che ci sentiamo vivamente di consigliare a quanti vogliono scoprire la tradizione salentina in una luce nuova.


Salvatore Esposito

Alì’nghiastrë – Erba medica e veleno (Autoprodotto, 2016)

Non sono gli ultimi arrivati: nati nel 1998 per volontà di Sara Giovinazzi, emigrata da Massafra (TA) a Trento, e dell’altoatesino Ulrich Sandner, oggi gli Alì’nghiastrë sono un quartetto dalla musicalità onnivora, che oltre a Giovinazzi (voce, chitarra battente, tamburello) annovera Enrico Breanza (chitarra), Lucia Cabrera (violino), Gianmaria Stelzer (violoncello). “Erba medica e veleno”, loro quarto CD, realizzato con il crowdfunding, è – come il precedente “Venti Buoni Motivi (Nota, 2011) – un concept album incentrato su materiali tradizionali e d’autore che ineriscono al rapporto tra cultura orale e mondo vegetale (vischio, amaranto, mirto, biancospino, lauro, melograno, artiglio del diavolo, aquilegia, rosa selvatica, sesamo, ruta, mandragora, sambuco: nel booklet le note descrittive delle proprietà e delle credenze antiche di medicina popolare). La band si colloca nella scia di un folk acustico che si avvale di arrangiamenti ‘moderni’, avendo coscienza dei propri mezzi, non esagerando, dosando la strumentazione e le voci (Sara è dotata di un timbro versatile e dalla bella espressività), dà conforto con un’ambientazione ed un’ esposizione pacata dei materiali e, musicalmente, raminga (il brano d’apertura “Doricovecchisa a Nikkal” attraversa con bella capacità narrativa le terre del sacro vischio), porta colora anche ai vestiti più usati (“Cu ti lu dissi” dal repertorio di Rosa Balistreri, la sarda “No Potho reposare” e il canto abruzzese ”Cade l’uliva”), riprende la Rina Durante di “Malachianta” e la Puglia tradizionale (“Romanza”, “Stornelli di Cerignola”e “Taranta di San Marzano”), tocca il mondo rebetiko (“Arapines” ed “Ela apopse stou Thoma”, quest’ultima su ritmo di cifteteli), e la NCCP d’annata di Sfogli e Trampetti (“Aggio girato lu munno”). In due brani, il quartetto ci mette la firma (“Mar” e “Erba medica e veleno”), mettendo in luce possibilità espressive rilevanti per un folk garbato di nuova composizione. Gli Alì’nghiastrë offrono una farmacopea sonora naturale a 432 Hz dai sicuri effetti benefici. Cercateli su www.alinghiastre.it.


Ciro De Rosa

Idirad - Zik (Soundfact, 2015)

Complice un viaggio compiuto a Tamanrasset, nel Sud dell’Algeria, proprio nel cuore del Sahara, Idir Aït Dahmane (voce, chitarra, mandola), cantautore e poeta di origine berbera, entrò in contatto con il polistrumentista francese Olivier Crespel (voce, chitarra, basso e percussioni), e dopo bene cinque ore e mezza di jam strumentale, nacque l’idea di dare vita ad un progetto musicale insieme. Una volta tornati a Bruxelles, il duo allargò l’invito al percussionista algerino Mourad Mouheb, il quale non si fece pregare troppo per aggiungere le sue poliritmie calibe al duo, dando vita così al trio acustico Idirad, con l’intento di rileggere la tradizione musicale Amazigh. La fortunata alchimia sonora, ma ancor di più l’amicizia e i tanti concerti messi insieme negli anni hanno rappresentato le marce in più per questo progetto musicale, il quale ha di recente trovato la sua più compiuta cristallizzazione discografica in “Zik”. Composto da nove brani originali, il disco nel suo insieme compone l’itinerario di un viaggio tra presente, passato e futuro che parte dal Mediterraneo e tocca il Nord Africa per raggiungere poi il profondo Sahara. Durante l’ascolto a colpire è la combinazione perfetta di tra la creatività dello slam francese, le esplosioni del rock, le melodie ipnotiche dei Tuareg e della gnawa marocchina e il folk della regione di Kabylia (Algeria”. A spiccare sono così brani come la struggente “Rose du Désert”, un canto sull’importanza delle donne e delle madri nel passaggio ancestrale tra generazioni differenti, la splendida “Amidini” ispirata al viaggio a Tamanrasset da cui partì l’avventura del trio, ma soprattutto le conclusive “Wiza” e “Soleil” che rappresentano, senza dubbio, il vertice di tutto il disco, con quest’ultima che si rifà addirittura al culto solare dei Faraoni Egizi, evocandone le danze nel suo ritmo ipnotico. 


Salvatore Esposito

“Cagnasse Tutto” Foja @ San Carlo, Napoli Teatro Festival, Napoli, Teatro San Carlo, 27 Giugno 2016

Il corto circuito immaginario e cromatico generato dal soffitto decorato del Massimo partenopeo, che incontra le luci e le ombre proiettate dalle animazioni di Alessandro Rak e gli spot da set rock, è una delle chiavi di lettura dell’elettrizzante nottata in cui il rock-blues a tinte napoletane dei Foja ci ha fatto pensare a una Napoli ancora capitale della musica. Dove le anime artistiche dialogano e nessuno è escluso dai luoghi sacri della cultura che un tempo si diceva ‘alta’. Nel dirlo, non neghiamo le difficoltà del fare musica a Napoli né le opportunità culturali negate alla Napoli delle periferie, neppure sappiamo se in questa nottata speciale è iniziata “Na Storia Nova”, come cantano i Foja. Tuttavia, è evidente che al San Carlo non c’è stata l’autocelebrazione di una parte di città che si guarda l’ombelico. Franco Dragone, direttore artistico del Napoli Teatro Festival Italia, ha voluto un evento site-specific molto speciale (Keith Jarrett o il Ligabue acustico, che pure hanno calcato in passato quel palcoscenico, appartengono a note di prestigio il primo, al mainstream pop il secondo: non sono riff chitarristici e ugole da folk&rock newpolitani). Al San Carlo ha preso forma un evento non comune, che ha portato i Foja sul palco e tra il pubblico una fetta di ‘absolute beginners’ che non si erano mai accomodati in platea o nei cinque ordini di palchi del più antico teatro d’opera d’Europa. 
Così Dragone, nella sua breve introduzione allo spettacolo, dal palco ha chiesto al pubblico che entrava al San Carlo per la prima volta di alzare la mano e ha immortalato le diverse centinaia di braccia alzate con uno scatto. Un San Carlo pieno di giovani: fosse sempre così, oggi per vedere i Foja e domani per ascoltare Shostakowich. Di strada ne ha fatta tanta, il quintetto guidato da Dario Sansone (voce e chitarra), con Ennio Frongillo (chitarra elettrica), Luigi Scialdone (chitarre, mandolino, ukulele), Giuliano Falcone (basso) Giovanni Schiattarella (batteria): dai club e dalla strada a un luogo sacro della musica. «Facce sunà’», dice Dario, interrompendo Dragone in scena; e i Foja attaccano proprio le note di “Na storia nova”. Fabio Renzulli (armonica a bocca e tromba) soffia venature blues, la batteria di Schiattarella e le percussioni e i tamburi a cornice di Emidio Ausiello ci danno dentro, la chitarra di Scaldone è tirata su un rock verace, con “Cose e pazze” il pubblico inizia a battere le mani. “Marzo adda passa’ è segno delle speranze di riscatto della città intera: è proprio “’nata” storia stasera, ma è sempre grande musica. La band allargata (Renzulli e Ausiello), le immagini di Alessandro Rak sullo sfondo scandiscono il concerto, articolato in quattro movimenti “sinfonici”: il desiderio dell’individuo di condividere la propria esistenza confusa e solitaria, l’incontro con l’amore, il ritorno alla solitudine, la rinascita e l’amore senza tempo. 
La tromba apre la ballata sui soprusi visibili e oscuri di “Tu me accire”, che il pubblico accompagna cantando. Una chitarra blues prima e poi a tinte rock psichedeliche e una tromba per “A ballata do diavolo”, che accoglie le coreografie degli ImmaginAria (due i loro interventi nel corso del concerto). Pino Daniele e la canzone napoletana, Carosone e i Pearl Jam, l’indie folk e la melopea del Golfo: ma che importano formule, etichette e richiami artistici? Questa è espressione della Napoli di oggi, che non dimentica il passato e che anche nel tempio della lirica «si sente a casa». Così, “Che m’he fatto” è il canto-cover-tributo dei nipotini che omaggiano gli indimenticabili The Showmen. Seguono “Da quale parte staje”, la tiratissima “Da sule nun se vence maje”. Niente paura: non c’è pericolo per gli stucchi, come temevano i tecnici «perché stanno dalla parta nosta», rassicura Dario. Parte lenta, adagiata sulle corde della chitarra acustica e del basso “Dimme ca è overo”, per poi assumere una fisionomia più aggressiva. Dopo “Se po’ sbaglia’”, arriva quello che è stato il primo singolo dei Foja, “‘O sciore e ‘o viento”, portato al successo anche dal videoclip di animazione firmato Alessandro Rak. Il teatro si trasforma in un giardino di petali di carta piovuti dal… cielo. Altra sorpresa scenografica e interattiva sono le lucine arancioni che Sansone invita il pubblico a cercare sotto poltrone e sedie. Il teatro si illumina su “Nun è ccosa”, uno dei quattro inediti della nottata (Lo spettacolo è iniziato alle 23.15 e finirà dopo un’ora e mezza). 
Sansone indossa un tricorno, si fa nostromo e saluta Capitan Capitone (alias Daniele Sepe) in platea – uno degli artefici di quell’altro grande evento per la cultura musicale napoletana che è stato il suo CD con i fratelli della Costa (e se quello del sassofonista Capitone diventasse una futura performance speciale creata proprio per il San Carlo?) –, e poi sulle corde di un mandolino si snoda “Maletiempo”, la splendida ballata marina dagli echi blues & western. Altri hit sono, naturalmente, “‘A malia” (che ricordiamo arrivata, ancora grazie a Rak, al David di Donatello come colonna sonora de “L’Arte della felicità”) e “Donna Maria”, scorcio di una storia d’amore, d’attesa e di solitudine, ambientata nei vicoli napoletani in cui è inevitabile non andare con la dolce memoria alla danielana “Donna Concetta”. La scaletta non può che chiudersi con “Cagnasse tutto”, ”l’inedita rock ballad che dà il titolo allo spettacolo. Tutto finito? No. C’è tempo per due nuovi brani, “Tutt’e duje” e “A chi appartieni”, dalla colonna sonora del film d’animazione, made in Napoli, della “Gatta Cenerentola” (firmato, come registi, da Ivan Cappiello, Marino Guarnieri, Dario Sansone e Alessandro Rak), le cui immagini in anteprima scorrono sullo schermo. Concerto sold-out, entusiasmo nel parterre di celebrità, nei palchi e nelle balconate; è una sfida vinta, Napule è… una nuttata di malìa con i Foja, da ricordare. 


Ciro De Rosa

Marranzano World Fest, tre giorni dedicati alla musica senza confini tra concerti, seminari ed eventi speciali

Giunto quest’anno al traguardo della Settima Edizione, il Marranzano World Fest è uno degli appuntamenti più attesi dell’estate per gli appassionati di folk e world music in Sicilia, essendo diventato, negl’anni, un importante momento di aggregazione e divulgazione nell’ambito della ricerca sugli strumenti musicali e sulle tecniche vocali. Nata nel 2005 con cadenza biennale con  l’obbiettivo di salvaguardare la profondità delle tradizioni culturali legate alla musica popolare in Sicilia, proiettandole al tempo stesso su un panorama contemporaneo internazionale, la rassegna vive quest’anno un momento importante di svolta, diventando annuale. Per presentare il programma dell’edizione 2016, abbiamo intervistato Luca Recupero, musicista ed etnomusicologo catanese dell’Associazione MoMu Mondo di Musica, il quale ha ideato e prodotto il festival con l’Associazione Musicale Etnea (AME) in collaborazione con l’Università degli studi di Catania, che ospiterà la prossima edizione dal 14 al 17 luglio 2016 nella meravigliosa cornice del Monastero dei Benedettini.

Dove si svolgerà il Marranzano World Fest? Vuoi presentare le diverse location?
Quest'anno il festival si svolge interamente nelle splendide sedi dell'Università di Catania: 
La mostra di scacciapensieri si terrà nel foyer del Teatro Machiavelli, uno spazio recentemente restaurato all'interno dello storico Palazzo Sangiuliano, nella centralissima Piazza Università. L'inaugurazione della mostra prevede anche per giovedì 14 luglio un concerto inaugurale che si terrà nel chiostro dello stesso Palazzo. La mostra sarà visitabile durante i giorni del festival, e si sposterà poi ad ottobre a Palermo al Museo delle Marionette Antonino Pasqualino a Palermo.  Poi dal 15 al 17 luglio i laboratori ed i concerti, con il corredo del mercatino musicale e della cucina multietnica, si svolgeranno al Monastero dei Benedettini, una sede molto affascinante e prestigiosa da cui il festival ha preso le mosse nel 2005. Il primo concerto, interamente dedicato agli scacciapensieri, sarà ambientato nel chiostro di ponente che garantisce un'ambiente raccolto e una acustica molto propizia ai suoni evocativi degli scacciapensieri. I concerti del sabato e della domenica saranno invece nella corte principale del monastero dove c'è più spazio per un grande palco e per le danze popolari. 

Come è nata l'idea di questo festival, oltre dieci anni fa?
Lo stimolo principale è stato all'origine quello di rivitalizzare la tradizione del marranzano in Sicilia, uno strumento che è fortemente legato all'identità siciliana, ma che è diffuso in tantissime altre parti del mondo. Eppure non 'era allora nessun collegamento tra il marranzano in Sicilia e il network internazionale degli scacciapensieri con il quale ero entrato in contatto durante i miei anni di viaggi e di studi tra Bologna, Amsterdam e Londra. In quel momento bisogna dire anche che la tradizione siciliana sembrava fortemente in crisi, e l'ultimo costruttore artigianale rimasto in attività, Giuseppe Alaimo di Resuttano (CL), aveva deciso di interrompere l'attività. Oggi, grazie anche a quella prima edizione, ci sono almeno tre costruttori artigianali attivi e la tradizione siciliana del marranzano è ampiamente riconosciuta nel circuito internazionale degli scacciapensieri… Nel frattempo il MWF ha allargato lo sguardo a tutti gli altri strumenti della tradizione siciliana, e si pone come obbiettivo quello di rivitalizzare le tradizioni musicali e artigianali in Sicilia attraverso il confronto con culture di altre regioni del mondo.  

Questa settima edizione è dedicata alle danze della tradizione; puoi ricordare brevemente i fil rouge delle precedenti ?
Dopo la prima edizione centrata sugli scacciapensieri, la seconda edizione nel 2007 è stata dedicata ai tamburi a cornice. Nel 2009 abbiamo messo al centro dell'attenzione gli strumenti aerofoni a fiato continuo (zampogne siciliane, launeddas, didjeridoo….) e poi nel 2011-12 abbiamo fatto la quarta edizione sui cordofoni a pizzico. Nel 2013 la 5a edizione è stata dedicata alla voce. Nel 2015, l'anno scorso, la 6a edizione in corrispondenza del decennale è stata dedicata alle nuove invenzioni negli strumenti musicali acustici e tradizionali, e alla sperimentazione sulle tecniche vocali di tradizione. Da quest'anno abbiamo deciso di dare al festival una cadenza annuale anziché biennale e abbiamo deciso di dedicare la 7a edizione alla danza, contesto elettivo per la musica strumentale nel mondo tradizionale. 

Cosa vi ha spinto a fare il salto di qualità, diventando una manifestazione annuale?
Un grande stimolo arriva dal supporto dell'Associazione Musicale Etnea, storica istituzione concertistica fondata a Catania nel 1973, che dall'anno scorso ha inserito il MWF all'interno della propria programmazione annuale, sostenuta dal MIBAC e dalla Regione Sicilia.  La produzione dell'AME ci consente di andare incontro alla richiesta di un pubblico ancora di nicchia, ma sempre crescente, per il mondo delle musiche di tradizione. 
Vuoi presentare gli ospiti internazionali di questa edizione?
Abbiamo innanzitutto una delegazione dalla Jacuzia, repubblica della Federazione Russa situata all'estremo oriente della Siberia, in cui il "khomus" rappresenta il più importante strumento musicale della tradizione locale. Avremo quindi a Catania Nikolay Shishigin,  direttore del più grande e importante Museo dedicato interamente agli scacciapensieri, e tre diversi gruppi giovanili che ci mostreranno il rapporto tra tradizione e attualità in una regione considerata da molti "la mecca del marranzano".  Dall'Ungheria arriverà il trio Dorombos Banda, capitanato dal virtuoso Aron Szilagyi, specificamente dedicato alle trascinanti danze popolari della Moldavia, guidate da scacciapensieri, violino e percussioni. Un altro ospite d'eccezione sarà il musicista cinese Wang Li, che ci mostrerà le incredibili sonorità degli strumenti cinesi della famiglia degli scacciapensieri insieme ad altri strumenti della tradizione cinese come il doppio flauto "hulusi". E poi ancora la poliedrica cantante Makovyia dall'Ucraina, il virtuoso di morchang indiano Sameer Thakur, il musicista-globetrotter Neptune Chapotin… 

Cosa puoi dire, invece, della rappresentanza italiana?
Ospite principale di questa edizione sarà il Canzoniere Grecanico Salentino, storica formazione che rappresenta nel mondo le tradizioni popolari italiane e che di certo non ha bisogno di presentazioni almeno per il pubblico di Blogfoolk.  Una edizione sulle danze popolari non poteva certo trascurare la tradizione salentina della pizzica tarantata, e la nostra scelta è andata sul CGS perché è un progetto che incarna bene tutti i temi del nostro festival e di questa edizione: rapporto sinergico tra ricerca etnomusicologica, "revival" e rinnovamento della tradizione popolare, danza popolare come forza (ri)generatrice del tessuto sociale, tradizione popolare come elemento centrale dell'identità italiana in rapporto dinamico con la cultura internazionale. Naturalmente avremo anche molti ospiti siciliani, a partire dai  musicisti tradizionali dei Monti Peloritani, dove è ancora viva la tradizione del "ballettu" accompagnato da zampogna e tamburello. 
I Lassatilabballari, espressione della scuola di musica popolare Tavola Tonda di Palermo, porterà un programma centrato sulle danze popolari di gruppo dalla Sicilia all'Europa. La Compagnia siciliana di scherma corta porterà una dimostrazione dell'arte del coltello siciliano, il fabbro costruttore di marranzani Carmelo Buscema da Monterosso Almo (RG), che è anche un virtuoso esecutore di musiche tradizionali,   e numerosi altri musicisti e ricercatori di generazioni diverse come Fabio Tricomi, Giancarlo Parisi, Giorgio Maltese, Puccio Castrogiovanni, Giuseppe Roberto, Margherita Badalà…  Nell'insieme il nostro intento è quello di favorire l'incontro e lo scambio tra diverse generazioni di musicisti e ricercatori delle diverse aree dell'Isola. 

Quali costi deve affrontare questo tipo di manifestazione e di quali finanziamenti si avvale?
I costi sono notevoli anche se la maggior parte degli artisti sono coinvolti a titolo volontario.  Fortunatamente possiamo contare sul supporto dell'Università che mette a disposizione un piccolo contributo economico ma soprattutto la disponibilità degli spazi e anche delle strutture per ospitare gli artisti del festival. Anche se L'Associazione Musicale Etnea può contare sul supporto del Ministero e della Regione, rimane fondamentale il contributo da parte del pubblico, sotto forma di biglietti, abbonamenti e quote di partecipazione ai laboratori. 

Quali istituzioni e quante persone sono coinvolte nella preparazione e nella realizzazione del festival?
Oltre all'Università e all'Associazione Musicale Etnea, il festival è curato artisticamente dall'Associazione MoMu Mondo di Musica, fondata nel 2002 a Catania, in sinergia con la Scuola Popolare di Musica Tavola Tonda di Palermo, e con il Parco Museo Jalari di Barcellona Pozzo di Gotto (ME) che costituiscono ormai da alcuni anni una rete per la ricerca, la didattica e la promozione delle tradizioni popolari in Sicilia. Oltre al nucleo della direzione artistica e organizzativa, composto da 5-6 persone, potremo contare su una squadra allargata di circa 15 persone che, come volontari, contribuiranno alla promozione ed alla realizzazione di questa edizione, e desidero fin da ora ringraziare tutte le persone che a vario titolo stanno fornendo il loro contributo (anche se è impossibile citarle tutte qui adesso)!

Oltre a quattro giorni di concerti, i laboratori musicali, con un ampio ventaglio di possibilità, costituiscono il cuore del festival. Vuoi illustrarne l’offerta?
Quest'anno abbiamo veramente tantissimi laboratori, la cui lista completa insieme a tutte le info è consultabile sul sito ufficiale www.marranzanoworldfest.org.  Ci piace l'idea che tutti gli artisti ospiti lascino qualcosa di più duraturo che un semplice concerto, ed è per questo che i laboratori costituiscono per noi il cuore del festival. Sono l'occasione per conoscere e approfondire in modo pratico le tecniche e i repertori della musica e della danza tradizionale, in rapporto diretto con gli artisti ospiti, che spesso si incontrano tra loro proprio in occasione dei laboratori, che diventano così occasione di scambio e interazione reciproca tra i diversi artisti del festival.  Quest'anno naturalmente uno spazio importante sarà dedicato alle danze popolari, e si potrà dunque seguire un percorso molto ampio che parte da un'excursus sulle danze di gruppo delle tradizioni siciliane italiane ed europee guidato da Barbara Crescimanno di Tavola Tonda (Palermo), senza trascurare naturalmente il ballettu tradizionale siciliano con Margherita Badalà e la pizzica salentina con Silvia Perrone del Canzoniere Grecanico Salentino. Avremo inoltre la possibilità di sperimentare le danze popolari ungheresi con Dorombos Banda e le danze tradizionali della Sakha Jacuzia con i musicisti della delegazione russa!

Un'altro spazio importante sarà quello dedicato al Canto...
Ritorna la grandissima cantante Sainkho Namtchylak da Tuva con un laboratorio sul canto armonico dell'Asia Centrale, accanto ai laboratori sul canto popolare pugliese tenuto dal Canzoniere Grecanico Salentino, sul canto corale della tradizione siciliana con Ciccio Piras di Tavola Tonda e sui canti della Sakha Jacuzia con i giovani musicisti della delegazione russa.  Abbiamo poi una fitta serie di laboratori dedicati al marranzano ed agli scacciapensieri con la possibilità di seguire numerosi laboratori sulle diverse tecniche e repertori dalla Sicilia all'Ungheria, dall'India alla cina, e naturalmente uno spazio importante dedicato alla Jacuzia.  Non potevano mancare alcuni laboratori dedicati al tamburello, fondamentale supporto per la danza popolare nelle tradizioni italiane, ed infine anche doppi flauti, coltello siciliano e perfino decorazione tradizionale ucraina dei tessuti… 

Quali sono i costi dei biglietti per i concerti e quelli dei laboratori?
Partiamo dai concerti:  Il concerto inaugurale del 14 luglio è ad ingresso gratuito, mentre i biglietti per le singole sere di concerto dal 15 al 17 costano 10 o 12 € con riduzioni a 7-8 €
Esiste anche la possibilità di abbonamento per le tre sere che è un modo conveniente di fornire il proprio supporto al festival come progetto culturale senza scopo di lucro, e costano 24€ intero oppure 15€ ridotto. I Laboratori hanno costi e durate molto differenziati, e conviene consultare tutte le info dettagliate sul sito.



Carla Visca

(a cura di) Roberto Milleddu, Gigi Oliva, Salvatorangelo Pisanu, Le musiche di Bosa, Nota/Labimus, Udine, 2015, pp. 183, Euro 15,00

Una buona ispirazione per tutti coloro che si occupano di ricerca etnomusicologica viene da questo lavoro collettaneo di ‘urban musicology’, incentrato sulla località di Bosa, 8000 anime nella Sardegna centro-settentrionale. Il volume nasce dalla sinergia tra l’editore friulano (collana “Il campo”), il Dipartimento di Storia, Beni Culturali e Territorio dell’Università di Cagliari e Labimus (Laboratorio Interdisciplinare sulla Musica). In “Le musiche di Bosa”, che ha come sottotitolo “Fare musica in Sardegna fra storia e attualità”, gli autori, tutti rappresentanti delle nuovi generazioni di studiosi di discipline etnomusicologiche, fanno emergere un quadro complessivo delle fare musica nel centro oristanese nella valle del fiume Temo, il cui ‘soundscape’ contemporaneo – come scrive Salvatorangelo Pisanu nella premessa – «tende ad omologarsi a quello delle città dell’era globale» (p. 6), laddove in passato si assisteva ad un’articolata presenza di pratiche musicali associate al ciclo della vita, alla sfera religiosa e devozionale, alla condivisione, denotava luoghi, spazi e occasioni sociali. Oggi, come altrove in Europa occidentale, a Bosa convivono modernità e tradizione. Quest’ultima da intendersi, beninteso, come «qualcosa di ‘liquido’, estremamente instabile, mai immutabile e monolitica » (p. 7). Di questo contesto, delle sue stratificazioni sociali, delle dinamiche tra passato e presente nelle manifestazioni musicali, delle implicazioni identitarie del fare musica danno conto i sei saggi, che raccolgono lo sguardo di viaggiatori e studiosi sulle espressioni musicali locali (il denso e informativo intervento di Pisanu, intitolato “Cronache musicali fra Otto e Novecento”), scandagliano le fonti storiche d’archivio al fine di ricostruire una storia musicale di Bosa (“La musica in Chiesa. Altri luoghi, altre musiche. Il versante della scrittura: i manoscritti bosani”, di Roberto Milleddu), analizzano le procedure esecutive e gli stili del canto accompagnato dalla chitarra (“I canti a chiterra a sa’ osinca” ancora di Salvatorangelo Pisanu) e le prassi dei repertori del canto di tradizione orale a più voci tra passato e presente (“Il canto a più voci: ‘su cantu a tràgiu’” di Gigi Oliva). Ancora si registra l’ampia varietà domestica e pubblica, profana e devozionale del canto monodico delle donne (“I canti femminili” di Giovanni Casula). Il volume si conclude con una breve etnografia sul paesaggio sonoro del carnevale bosano (“Note di campo intorno ai suoni del carnevale di Bosa” di Roberto Mileddu). Un rilevante contributo di studio che ci restituisce il quadro di una composita realtà musicale isolana. 

Ciro De Rosa

Giovanni Di Cosimo Nu – Inside (RaiCom/VideoTrade, 2016)

Noto per essere il trombettista della resident band del programma di Rai3 “Gazebo”, Giovanni Di Cosimo vanta un percorso artistico molto articolato passato dagli studi al Conservatorio di Santa Cecilia, alle esperienze in ambito pop con Raf e Franco Califano, passando per il Collettivo Angelo Mai, fino a toccare quella con il quintetto NU con il quale ha debuttato nel 2011. A distanza di cinque anni Di Cosimo torna in pista con il secondo album del progetto NU, allargato per l’occasione in sestetto con la partecipazione di Simone De Filippis (chitarra ed elettronica), Paolo Pecorelli (basso ed elettronica), Cristiano De Fabrittis (batteria), Daniele Tittarelli (sax) e Arturo Valiante (pianoforte e keyboard), a cui si aggiungono Marco Conti (sax tenore e flauto), Marco Fagioli (tuba), Fabio Gionfrida (viola da gamba), Stefano Vicarelli (moog), Roberto Angelini (chitarra slide), Matteo D’Incà (chitarra) e Diego Bianchi (percussioni). Frutto di un intenso percorso di ricerca partito dall’esigenza di ritrovare l’essenzialità della tromba all’interno di una formazione a sei, il disco svela un linguaggio compositivo e strumentale molto originale nel quale si intrecciano influenze e stili differenti dall’elettronica alla world music dal blues all’acid jazz, lasciando ampio spazio all’ispirazione. Quasi fosse un concept album, il disco si compone di otto brani dal taglio molto personale ed introspettivo che nel loro insieme si svelano come le pagine di un diario che l’ascoltatore assapora man mano, sfogliandolo. Aperto dalla evocativa “Alone”, il disco entra nel vivo con la splendida “Inside” il cui playing denso di poesia ci introduce alle più sperimentali “Metalex” e “Another Cut”, ma il vero vertice del disco arriva con “Home” in cui spicca il solo sinuoso e coinvolgente di Tittarelli. La trascinante “Pay The Penality” ci conduce verso il finale con “Bluette” e “Hay” che chiudono un disco brillante nel quale sperimentazione e contaminazione vanno di pari passo. 


Salvatore Esposito

Inverso – Una Vita A Metà (Autoprodotto, 2016)

Nell’affollato mare magnum delle produzioni discografiche italiane, sorprende di tanto in tanto scoprire qualche bella realtà su un palco. Cose di altri tempi, che nell’era di Spotify accadono sempre di rado. E’ successo al sottoscritto con gli Inverso, scoperti per caso mentre suonavano in un pub/libreria nei dintorni di Piazza Navona. Nata nel 2012 la band romana è formata da Carlo Picone alla chitarra, piano e voce, Mauro Fiore alla batteria, Vincenzo Picone al basso, Anna Russo al violoncello e Vincenzo Citriniti al sax, cinque musicisti di grande esperienza i quali hanno unito le forze per dare vita ad un progetto artistico che esplorasse le connessioni tra canzone d’autore italiana, jazz, folk e swing. A distanza di tre anni dal loro ottimo disco di debutto “La pioggia che non cade”, gli Inverso a maggio hanno pubblicato il loro secondo album “Una Vita a Metà”, anticipato dal singolo “Bella de papà” ed inciso con la partecipazione di Dino Picone, Maurizio Nerbano, Salvatore Schembari, Simone Federicuccio Talone, Andrea Malatesta, Simone Pletto, Mario Russo e Francesco Ciancio. Si tratta di un lavoro che segna il passo in modo determinante nella loro maturazione artistica e lo si nota dallo spessore poetico che pervade i testi, ma anche dall’originale approccio agli arrangiamenti perfetti per evocare il profilo cinematografico che spesso pervade le loro canzoni. Durante l’ascolto colpiscono brani come l’iniziale “30 Anni”, “InCiampi”, l’ottima title track e “Vecchio valzer”, che senza dubbio rappresenta il momento più alto di tutto il disco. Un discorso a parte lo merita, invece, il singolo “Bella de papà”, in cui gli Inverso sperimentano l’incontro fortunato con il dialetto romano, un preludio forse alla prossima direzione che potrebbe prendere la band romana, magari pubblicando un disco dedicato alla sua città. 


Salvatore Esposito

giovedì 23 giugno 2016

Numero 261 del 23 Giugno 2016

È il tropicalismo mediterraneo degli Os Argonautas ad aprire Blogfoolk #261. La band pugliese con la passione per le sonorità portoghesi e brasilianeha ha pubblicato “Samba delle Streghe”. Della storia del gruppo e del secondo album parliamo con il bandleader Giovanni Chiapparino. Proseguiamo con i suoni world di marca italiana con le note irlandesi di “The Northern Breeze” del flautista Michel Balatti, musicista raffinato e molto attivo nel panorama del folk italiano ed europeo, conosciuto per la sua militanza in Birkin Tree e Liguriani. Discendiamo la Penisola per andare alla scoperta di “Rosamarino”, progetto che ruota intorno alle voci di Ninfa Giannuzzi, Rachele Andrioli, Simona Gubello e Meli Hajderaj. Oltreoceano poi, a New York, ad incontrare il sound transnazionale dei MAKU SoundSystem giunti al quarto album, intitolato “Mezcla”. Di nuovo in Italia, per “Fabioulous Ocarina”, disco made in Budrio di Fabio Galliani & Ocarinamania. Per i live act, vi raccontiamo la performance site-specific “Passage Through The World”, firmata dagli iraniani Shirin Neshat e Shoja Azari (immagini, video e spazio scenico), con musiche del loro connazionale  Mohsen Namjoo e la partecipazione del quartetto vocale Faraualla, di Antonella Morea e del coro i Giullari di Dio, andato in scena per il Napoli Teatro Festival Italia. Con Mauro Palmas presentiamo “Mare e Miniere”, un lungo cartellone di seminari, stage di strumenti e canto, concerti e attività culturali collaterali, che si svolge da nove anni in diverse località della Sardegna. La pagina jazz ci porta a “Cosmic Renaissance” dell’ottimo Gianluca Petrella, mentre quella delle produzioni extra-folk italiane è dedicata a “Between Myth and Absence” dei Leptons.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


COVERSTORY
WORLD MUSIC
VIAGGIO IN ITALIA
I LUOGHI DELLA MUSICA
SUONI JAZZ
ITALIAN SOUNDS GOOD


L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Os Argonautas - Samba delle Streghe (Digressione Music, 2016)

Nato nel 2011 nel 2011 dall’esigenza di esplorare l’incontro tra canzone d’autore e le sonorità portoghesi e brasiliane, passando attraverso la new-wave, la world music e la sperimentazione, il progetto Os Argonautas è in breve tempo diventata una delle realtà più interessanti della sempre vivace scena musicale pugliese. A distanza di quattro anni dall’apprezzato disco di debutto “Navegar è Preciso”, questa eclettica ciurma di musicisti in continuo movimento torna a prendere il largo con “Samba delle Streghe”. Ne abbiamo parlato con il polistrumentista  Giovanni Chiapparino, con il quale abbiamo ripercorso loro cammino artistico, per soffermarci ad approfondire questo loro ultimo lavoro.

Partiamo da lontano come nasce la tua passione per la musica brasiliana?
La passione spesso non ha una spiegazione e quindi mi sento di dire che quella per la musica brasiliana e portoghese sia nata per pura propensione. Probabilmente le musiche che si affacciano all'Oceano hanno qualcosa di comune a quelle che si affacciano al Mediterraneo. Credo che la presenza del mare contribuisca a far si che qualcosa si mescoli nelle culture, che sia una sorta di enorme ponte fra le terre. In particolare il Tropicalismo in Brasile è riuscito davvero a fondere musica, poesia e anche azione in una espressione d'arte unica, partendo già da un background musicale che riesce ad unire l'estemporaneità dell'improvvisazione jazz e l'ordine del contrappunto più classico. La musica del Brasile porta con se la storia di rock, jazz, musica popolare, reggae. Sarà stato questo ad affascinarmi e a farmi avvicinare agli altri componenti della band che avevano la stessa mia passione.

Come si è formata la ciurma di Os Argonautas?
ll progetto Os Argonautas nasce nel 2011 con la volontà di esplorare la canzone d’autore e mescolarla a influenze essenzialmente portoghesi e brasiliane, passando attraverso la tradizione della musica mediterranea e arabo-andalusa, e affrontando a tratti la new-wave che unisce un lavoro di matrice fortemente folk-acustico con la sperimentazione.  Ci siamo trovati a decidere di formare una band quasi come se fosse un bisogno fisiologico. Un incontro fortunato non si decide ma capita e a noi è capitato di trovarci insieme e avere la necessità e il piacere di raccontare il nostro percorso musicale così come si racconta un viaggio, una esperienza di vita. La band attraversa diverse formazioni fino a trovare il suo assetto stabile nel quintetto composto da Federica D'Agostino (voce), Domenico Lopez (chitarra classica), Giulio Vinci (chitarra classica ed elettrica), Alessandro Mazzacane (violoncello e basso elettrico) e Giovanni Chiapparino (percussioni, fisarmonica). 

Nel vostro disco di debutto “Navegar è preciso” avete sperimentato l'incontro tra i suoni del tropicalismo e la poesia della canzone d'autore italiana. Come nasce questa fortunata alchimia?
L'idea prende subito forma dopo l'ascolto di un brano di Caetano Veloso (“Os Argonautas”). Si tratta di un brano che esprime tutta la filosofia del gruppo. È un brano che porta in se tre matrici letterarie e culturali differenti (Veloso, Pessoa, Pompeo) che riescono a convivere in una sola nuova forma. Ne vien fuori qualcosa di sorprendente: un fado brasiliano le cui parole son prese in prestito e rielaborate da un motto Romano che affonda le sue radici nella mitologia Greca. È la dimostrazione di come si possano avvicinare culture e continenti col preciso e unico scopo di "creare". L'arte, atto d'ogni creazione, diventa, in questo brano, simile al viaggio per la conquista del Vello d'Oro, per cui è quasi più importante Navigare che Vivere. La meta diventa così solo la metà del viaggio così come l'arte non è più un risultato ma il processo stesso della creazione libera da vincoli e scopi. Volevamo continuare questa pratica e vedere cosa poteva succedere nel fare questo partendo dalla nostra matrice culturale e fin dove potesse estendersi e mischiarsi alle altre. Il risultato, sorprendente ma infondo aspettato, non è stato un collage ma la nascita di una cosa a se stante. Quello che in molti hanno definito "Tropicalismo Mediterraneo".

Come si è evoluta la vostra ricerca sonora e composita dal vostro disco di debutto al nuovo album "Samba delle Streghe"?
La cosa bella, intrigante e divertente della nostra formazione è che partendo da una base comune si snoda nelle esperienze di ogni singolo musicista che ne fa parte. E' come se noi facessimo come fa la nostra musica. L'evoluzione della ricerca sonora e compositiva è altresì un esperimento come quello suddetto sulla contaminazione. In questo caso siamo noi i luoghi e Os Argonautas lo spazio ideale in cui si incontrano. La formazione dei nostri cinque elementi è molto diversa e poliedrica. Non c'è quindi una ricerca pensata e studiata ma piuttosto una spontanea unione delle esperienze. Questo secondo disco nasce in realtà subito dopo l'incisione del primo. E' un lavoro lungo tre anni che naturalmente porta con se tutte le fasi della nostra ricerca sonora. Anche la scaletta del disco (tranne piccole incursioni) rispetta una cronologia di composizione e così si parte da "Lo Stivale" (brano più legato al Portogallo, il nostro "primo amore") a "Come Spose" (che fonde tango, musica arabo-andalusa, elettronica). Ognuno di noi ha continuato a seguire le proprie ricerche e ad assecondare le proprie propensioni per poi portarle nel disco. Così la formazione classica di Alessandro Mazzacane (violoncello) e Giulio Vinci (chitarra) ci hanno portato precisione ed ordine nelle orchestrazioni e nella gestione dell'espressività, quella più legata al flamenco e alla musica brasiliana di Domenico Lopez (chitarra) ci ha regalato un tocco di improvvisazione ed estemporaneità fondamentali in un lavoro di contaminazione (oltre che la composizione delle musiche di due brani presenti nel disco). La formazione dapprima pop e reggae e poi lirica, unita alla sua pratica sul canto MPB e fado di Federica D'Agostino ci ha regalato una molteplicità di sfumature davvero importante per quello che facciamo. Io ho cercato di far tesoro della mia esperienza nel progressive rock, nella musica popolare e nella composizione di musica per film per tentare di tenere le fila di tutto e riuscire ad arrangiare un genere musicale che a questo punto non poteva appoggiarsi su nessuna prassi.  L'evoluzione dal primo disco si può individuare in una grossa sfida, spero riuscita, che è quella di far entrare tanta musica e tanta letteratura in brani semplici che suonino come vere e proprie canzoni e che si allontanino da sovrastrutture intellettualistiche.  

Ci puoi raccontare la genesi di "Samba delle Streghe"?
Il primo disco di Os Argonautas nasceva col preciso intento di scrivere musica d’autore esplorando e contaminando il terreno delle musiche che si affacciano sul mare. Partendo dal versante europeo del Portogallo e da quello americano del Brasile (oltre che dall’ovvio ceppo Mediterraneo). Gli Os Argonautas si sono dedicati dapprima alle reinterpretazioni della canzone portoghese e brasiliana contaminandola con la cultura mediterranea per poi allargare il raggio d’azione, in questo secondo album, alla scrittura di un genere che comprenda tutte le influenze che possano derivare dall’essere vicini al mare. In questo secondo disco è come se si sia allargato il ventaglio delle contaminazioni che adesso fondono alla canzone italiana i suoni e gli stilemi di MPB, fado, elettronica , folk, tango, bolero, afro, flamenco. Il tutto è per costituzione appoggiato sulle fondamenta di un linguaggio già di per se molto contaminato (specie dalla cultura araba) che è proprio del Mediterraneo. Il proposito è dunque fondere, tramite l’unione di lingue, generi e scritture diverse, ciò che di più simile ci sia nelle culture circostanti al proprio “luogo” dimostrando che la peculiarità dell’espressione artistica non risiede nell’appartenenza ad un luogo, una disciplina o un genere ma piuttosto nello spazio (anche metaforico) che separa luoghi, culture e generi. Il risultato è molto lontano e diverso da una sterile e complicata rappresentazione intellettualistica della musica e della parola. Tutt’altro, il tentativo è quello di trasferire un pensiero complicato in una forma semplice che ben si adatti al concetto più naturale di canzone. La sfida è quella di far entrare gli argomenti e la prassi dei generi cosiddetti “colti” o “di nicchia” in un contenitore non “commerciale” ma “commerciabile” in modo da separare il binomio “orecchiabile-stupido”. A differenza del primo disco (che contiene soltanto quattro brani originali) "Samba delle Streghe" è più personale e più carico di ciò che siamo noi come autori. Il filo narrativo è essenzialmente una specie di naufragio negli abissi di se stessi da cui a volte si riesce ad essere vittime ed altre superstiti. Il mare, in questo disco rappresenta la duplicità dell'essere umano che è in continuazione superficie e abisso. Il "Samba delle Streghe" è difatti parafrasi divertita del dipinto "sabba delle streghe" di Francisco Goya in cui i rapporti tra Demone e Angelo, Bene e Male, Istinto e Morale, vengono invertiti così come spesso succede nell'essere umano. Inoltre tutto questo è rimarcato in maniera altrettanto poetica e magistrale dalle illustrazioni di Rosalba Ambrico (straordinaria illustratrice pugliese) che ha saputo esprimere in disegno questo alternarsi di livelli e questa duplicità dell'essere umano in cui in continuazione le due parti naufragano e risorgono.

Quali sono le ispirazioni alla base di questo disco? Quale il filo conduttore che lega i vari brani?
L'ispirazione di questo disco credo che sia più letteraria che musicale e lo stesso vale per il filo conduttore che lega i brani. Questo filo narrativo è essenzialmente una specie di naufragio negli abissi di se stessi da cui a volte si riesce ad essere vittime ed altre superstiti. Il mare, in questo disco rappresenta la duplicitá dell'essere umano che è in continuazione superficie e abisso. Il "Samba delle Streghe" è difatti parafrasi divertita del dipinto "sabba delle streghe" di Francisco Goya in cui i rapporti tra Demone e Angelo, Bene e Male, Istinto e Morale, vengono invertiti così come spesso succede nell'essere umano. Inoltre tutto questo è rimarcato in maniera altrettanto poetica e magistrale dalle illustrazioni di Rosalba Ambrico (straordinaria illustratrice pugliese) che ha saputo esprimere in disegno questo alternarsi di livelli e questa duplicità dell'essere umano in cui in continuazione le due parti naufragano e risorgono. Tutto il resto si è appoggiato a questo.

Tra i brani più belli ed intensi del disco c'è "Francesco Padre". Come nasce questo brano?
Sono venuto a conoscenza di una terribile vicenda avvenuta nel nostro mare oltre vent'anni fa. Si tratta dell'affondamento di un peschereccio Molfettese per un errore (diciamo così) della N.A.T.O. Ciò che mi ha colpito molto di questa vicenda è stato il fatto che io non ne sapessi nulla pur essendo molto attento alla vita politica del mio territorio. Ho scoperto, così, un'altra faccia dell'amato Mediterraneo che mai avrei voluto conoscere. Questa è una vicenda che ha l'importanza di Ustica ma se ne è parlato poco perché i poteri politici e militari coinvolti erano troppo e troppo sensibili.  I protagonisti della vicenda (le famiglie dei pescatori defunti) mi hanno chiesto di scrivere una canzone a riguardo che speravamo funzionasse come un'arma simile a quella che ha affondato il peschereccio "Francesco Padre" e lo facesse metaforicamente tornare a galla. 
I tentativi di rendere una giustizia mai avvenuta a queste famiglie e soprattutto una informazione corretta sui fatti sono stati tanti (documentari, libri, videoclip, presentazione a Sanremo) ma si può ben immaginare che un Paese che riesce ad affondare le prove di una simile tragedia possa con altrettanta facilità affondare una canzone che scopre qualcosa di importante e purtroppo non conosciuto da molti.  In ogni modo come recita un verso di questa canzone: “Nell’inganno che non seppi più tacere/Mi accorsi di sapere/che una barca si può allontanare/ma l’amore non può naufragare/che il ricordo tende a galleggiare/che il pensiero non lo puoi affondare”. Quindi non sarà questo ulteriore affondamento a toglierci la voglia di far emergere questa la canzone, la nostra band, la verità e un po' di senso di riflessione su ciò che ci circonda 

Altro brano cardine del disco è "SUDditanza" un brano dalla trama tradizionale che guarda ai Balcani...
Sudditanza è un chiaro gioco di parole. E' un brano che parla dei danni che può fare la logica della gerarchia.  L'uomo, oggi, rischia di vivere una doppia sconfitta: quella dettata dal fallimento all'interno di una gerarchia e quella dettata dal fallimento del suo sentirsi fuori da una gerarchia. È paradossale ma è quello che succede. Sudditanza prende solo spunto da una sorta di "questione meridionale" ma in realtà poi parla del Sud di ognuno di noi. Noi che siamo costretti a vivere dei ricordi di qualcosa di bello che eravamo è che potremmo essere. Quale possa essere il ruolo di un musicista, un artista, in questo marasma davvero mi riesce difficile spiegarlo. Credo che non si tratti più di qualcosa di simile a ciò che succedeva nei primi del '900 o nei più recenti anni '70 perché siamo andati indietro. In quei tempi (quelli della scoperta della psicoanalisi, delle ricostruzioni dei dopoguerra, della nascita dei nuovi mondi, dell'era dell'Acquario, della Beat generation) c'era qualcosa da contrastare e l'arte era conferma di un pensiero. Oggi, il cancro da combattere risiede in noi stessi ed è troppo difficile contrastarlo, piuttosto è più semplice trovare conforto in un arte comoda e che distragga e non distrugga. 

Come si è indirizzato il vostro lavoro in fase di arrangiamento del disco?
Come spiegavo prima ci siamo presi tutto il tempo necessario perché i brani nascessero con calma e riflessione e fossero loro a chiederci come arrangiarli. Mi sono occupato io degli arrangiamenti del disco ma con un approccio molto rispettoso nelle proposte di tutti i musicisti che vi hanno partecipato. La guida dell'arrangiamento su una canzone secondo me dev'essere il suo testo (il suo significato) e bisogna assecondare ad esso un timbro specifico che ne definisca meglio la sensazione finale. Il resto viene abbastanza semplicemente se si sanno tenere in equilibrio le forme e le voci. C'è stata sicuramente una grande libertà nella decisione degli stilemi perché lo scopo era proprio quello di allontanarsi da un esercizio di stile e lasciar scorrere, col testo tutto ciò di cui ogni brano potesse aver bisogno. L'apporto dei musicisti in questa fase è stato come al solito fondamentale perché mi ha di volta in volta suggerito delle cose. Un bravo arrangiatore, si sa, non scrive solo note e orchestrazioni ma scrive note e orchestrazioni per determinati musicisti e non può prescindere da questo. Di sicuro molto ci hanno influenzato, come spiegavo prima, gli ascolti e le esperienze così disparate.

Al disco hanno collaborato Daniele Di Bonaventura e Jaques Morelenbaum. Quanto è stato importante il loro apporto nella definizione del sound del disco?
Spiegare la soddisfazione e l'emozione nell'avere questi due grandissimi artisti nel nostro disco è praticamente impossibile. Per anni ho studiato arrangiamento sui dischi di Caetano Veloso o di Jobim arrangiati dal maestro Jaques Morelenbaum. Questo musicista è uno degli inventori della bossa-nova è il padre insieme a Veloso proprio del Tropicalismo. Lavorare con lui è stato semplicissimo perchè dietro un grande artista abbiamo scoperto una grande persona piena di umiltà (che avrebbe potuto benissimo non avere data la sua grandezza) la cui unica preoccupazione è stata quella di chiederci se ciò che ci proponeva era in linea con quello che avevamo pensato di trovare in lui. Poche ore di registrazione, a Milano, hanno riempito il nostro disco di un suono che porta con se parte della storia del Brasile musicale. Un regalo grandissimo. Una profonda e commovente soddisfazione. 
Con Daniele Di Bonaventura è stato altrettanto bello. Daniele è diventato per noi un grande amico. Lo è perchè ha deciso di esserlo e perchè è uno che mastica musica e vita indistintamente al di là di qualsiasi etichetta e “forma”. Se a Daniele piace una cosa la fa e basta... e la fa bene. Lo abbiamo contattato la prima volta per accompagnarci nella serata finale della XXIV edizione di Musicultura e quasi increduli ce lo siamo trovati con noi sul palco quella sera allo Sferistereo di Macerata. Ricordo che mentre faceva il sound-check del nostro brano mi sono commosso. Ho capito in quel momento che stavamo avendo a che fare con uno dei grandi maestri del nostro tempo, una mente geniale e una sensibilità indiscutibili. Daniele è un compositore “istantaneo”, riesce a far muovere le voci di quello che suona in maniera nuova, unica e straordinaria... un’altro diamante nel nostro disco. Direi che è stato fondamentale nella creazione di un disco unico perché il suono e il modo di suonare di entrambi è unico ed irripetibile.

Come saranno i concerti di presentazione del disco?
Il nuovo spettacolo ripropone la maggior parte dei brani del nostro ultimo disco inframmezzati da alcune incursioni nel Brasile e nel Portogallo. Si cerca di raccontare anche il perché di alcune scelte per mezzo di brevi presentazioni dei brani. Si racconta come accennato prima di un altro tipo di viaggio questa volta: quello nel mare di noi stessi faccia a faccia con le proprie tempeste e i nostri giorni di mare fermo. Un alternarsi di stasi e ritmo che prevede anche una grossa interazione con il pubblico che cerchiamo sempre di non tenere distaccato dalla scena ma che spingiamo ad entrare con noi nell'esperienza di questo viaggio. In cantiere anche l'idea di preparare uno spettacolo con una orchestra… tutto però da capire ancora.


Os Argonautas - Samba delle streghe (Digressione Music, 2016)
“Samba delle streghe” è un album composto di dodici tracce delicate e incastonate l’una nell’altra con un equilibrio perfetto. Equilibrio di suoni, di voci, di strumenti. Ma anche di programma. Il progetto dell’ensemble è chiaro fin dall’inizio e possiamo ricondurlo a qualcosa di molto personale, nonostante - come è ovvio - i riferimenti siano diversi e in alcuni casi formalmente eterogenei. Il nucleo della formazione è composto da Federica D’Agostino (voce), Giovanni Chiapparino (percussioni, piano, rhodes, acordeon, bandoneon, sintetizzatori e basso),  Domenico Lopez (chitarra classica, fretless e portoghese, tres cubano), Alessandro Mazzacane (violoncello) e Giulio Vinci (chitarre e bouzuki). All’album però hanno partecipato anche Jaques Morelenbaum (violoncello in “Passanti” e “A historia sem fim”) e Daniele Di Bonaventura (bandoneon in “Come spose”), oltre a un nutrito gruppo di ospiti: Andrea Campanella (clarinetto e clarinetto basso in “Samba delle streghe” e “Sogno”), Alessio Campanozzi (basso in “Samba delle streghe” e contrabbasso in “Valzer del poi” e “Disseram que voltei americanizada”), Cris Chiapperini e Danilo Grillo(voci rispettivamente in “A historia sem fim” e “Disseram que voltei americanizada”), Antonello Losacco (contrabbasso in “Sporca estate” e “Come spose”), Roberto Piccirilli (violino e viola in “Francesco Padre”) e Domenico Ricco (basso in “Francesco Padre”). In termini generali, i riferimenti dei musicisti sono molto ampi. Tutti gli strumenti intervengono con una perizia straordinaria, cesellando un suono e una timbrica d’insieme senza sbavature. In questo quadro la voce - perfetta e suadente, limpida, spesso allungata in melodie morbide e soffuse - assume un ruolo trainante. Non perché sia lo “strumento” sempre in primo piano, ma piuttosto perché mantiene un valore di amalgama, nel quale convergono le parole, sempre raffinate e ricercate, e il suo suono. Quest’ultimo è come una marea, un flusso straniante che striscia come un sottofondo, che avvolge chi ascolta in un’onda costante, implicita e calda. La scena include senza dubbio l’idea di un cantautorato radicato nella tradizione musicale italiana. Ma sul piano sopratutto musicale e, di conseguenza, dell’insieme, include elementi eterogenei (certamente il Portogallo e il Sudamerica, come si può facilmente evincere dai titoli di alcuni brani), che sono stati sedimentati con cura e pazienza. Quando si esce in modo più netto dallo schema più “allungato” e flessibile di brani come “Lo stivale” o “Nella valigia”, le esecuzioni diventano più cadenzate, lasciando emergere una bravura diversa dei musicisti. Non solo in termini tecnici (le esecuzioni sono lineari e sempre calibrate sulle relazioni degli strumenti) ma anche strutturali. Cioè in relazione a quel nucleo di elementi che compongono un tema e che includono la tenuta dell’insieme, oltre che il dinamismo delle singole parti. In questo senso “SUDditanza” è un brano molto significativo. È il quarto in scaletta e si configura come un primo strappo nello scenario che ci avvolge. Uno strappo che matura innanzitutto nella voce, che si presta a sillabare un testo più ritmico e veloce, ma anche nell’andamento di tutti gli strumenti. I rumori dell’incipit ci assorbono in un ambito più frenetico, così come il tema di base, sorretto dalle corde e ingrandito dalle percussioni. Pur in un quadro pieno di suoni, nel quale anche le voci si sovrappongono in alcune parti, rimane un’alternanza precisa tra tutte le parti, specie quelle di chitarra e di violoncello. La chitarra rimane anche sotto la strofa - con poche note, acute e stranianti - mentre gli archi legano le varie parti, sia vocali che musicali. Il testo è molto interessante e vale tutto l’album, per almeno due motivi. Il primo è che è tutt’altro che celebrativo della categoria “sud”. Il secondo è legato alla capacità dell’ensemble di aggrapparsi - fuori dalla retorica - alla descrizione ironica e amara di alcune dinamiche, rese con un gioco di contrari molto efficace: “Estrema spiaggia d’Oriente”, oppure “Ultima linea d’Africa”. Tra i brani più interessanti segnalo “Nella valigia”, in cui le voci in coro, con sotto le percussioni appena sfregate, producono un piacevole effetto di sospensione. Si tratta di tratti solo apparentemente marginali e che, a ben vedere, introducono sempre qualcosa di nuovo. Un passo più dinamico, un’armonia più piena, una trama strumentale più profonda.



Daniele Cestellini