BF-CHOICE: Maria Pia De Vito featuring Chico Buarque – Core [Coracão]

In “Core[Coracão]”, la vocalist partenopea, ai vertici del panorama jazz internazionale, offre cittadinanza sonora napoletana a tredici canzoni carioca. Sperimentatrice delle infinite possibilità sonore della voce, Maria Pia De Vito è artista versatile, sensibile e creativa...

BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

giovedì 29 dicembre 2016

Numero 287 del 29 Dicembre 2016

Il 2016 è stato un anno funesto per la musica e l'arte in generale essendo stato indelebilmente segnato dalla scomparsa di grandi artisti internazionali come David Bowie, Leonard Cohen, Glenn Frey, Paul Kantner, Keith Emerson, Gregg Lake, Prince, Esma Redzepova e solo qualche giorno fa George Michael, e vere e proprie leggende come Antonio Piccininno, Sandra Mantovani e Dario Fo. Ci ha regalato, però, il Nobel a Bob Dylan, e diversi dischi interessanti che resteranno a lungo tra i nostri ascolti. Uno di questi è il nostro disco dell'anno a cui consegneremo il premio BF-CHOICE/MEI: "Capitan Capitone e i Fratelli della Costa" di Daniele Sepe, travolgente racconto piratesco con alcuni tra i protagonisti del rinnovato fermento creativo che attraversa la scena musicale napoletana. Per il primo anno abbiamo, inoltre, scelto di pubblicare le nostre playlist personali, all'interno delle qual troverete anche dischi di cui non abbiamo parlato su queste pagine, ma ci è sembrato indicativo non solo dal punto di vista editoriale, ma anche per far conoscere ai lettori i nostri gusti musicali, oltre la world music e il folk. Il 2016, in ogni caso, è stato un anno importante per Blogfoolk, non solo per l’aumento esponenziale dei nostri lettori, ma anche per le tante iniziative culturali che abbiamo contribuito ad organizzare: il festival iWorld, Mare e Miniere, Musica Nelle Aie e Pifferi Muse e Zampogne,  così come non sono mancate le tante media partnership nazionali ed internazionali e da ultimo, abbiamo collaborato alla realizzazione della bella esperienza del “Festival delle Zampogne di Amatrice” a cui è seguito lo straordinario successo del “Festival delle Zampogne per Amatrice” a Perugia. Insomma il nostro bilancio non può che dirsi in attivo, considerando che abbiamo proseguito senza sosta le nostre pubblicazioni settimanali, cercando di offrirvi un’informazione quanto più approfondita, libera ed indipendente possibile. Il prossimo anno taglieremo il traguardo del numero 300 e già sono previste alcune importanti novità, a partire da un più moderno layout.
Venendo alla presentazione del n. 287 di Blogfoolk, in copertina troviamo i DeCalamus che qualche mese fa hanno dato alle stampe il loro disco omonimo, le cui radici affondano nella tradizione musicale della Valle di Comino. Per l’occasione abbiamo intervistato il fondatore dell’ensemble, Massimo Antonelli il quale ci ha raccontato la genesi di questa loro opera prima. Dal Lazio ci spostiamo verso settentrione per andare alla scoperta di due nuovi album balfolk editi da Rox Records: “Canzoni Senza Parole” del progetto BFE e “Désamour” del chitarrista Fabio Colussi. Voliamo, poi, in Sicilia per presentarvi “Canto di una vita qualunque” di Oriana Civile. Ampio spazio è dedicato alla world music con i ritmi afrobeat di “Dynamite On Stage!” di Mamud Band, il sound esplosivo di “¡Vamos A Guarachar!” dell'Orchestra Mendoza e le splendide voci blues di “Texas Blues Voices” di Fabrizio Poggi. Dal nostro scaffale abbiamo selezionato per voi “I famosi impermeabili blu. Leonard Cohen. Storie interviste e testimonianze” di Massimo Cotto, edito da Vololibero. Non manca il nostro consueto sguardo verso la scena jazz con la seconda parte dello speciale dedicato all’etichetta Dodicilune con le recensioni dei dischi di Camilla Battaglia, Mara De Mutiis, Elisabetta Guido, Elga Paoli, Letizia Onorati, Musicheria, Emanuele Tondo. In chiusura vi proponiamo la recensione di “Odisea” di Suso Sáiz, figura centrale della scena sperimentale elettronica spagnola.
Concludendo, non posso non ringraziare uno ad uno tutti coloro che collaborano alla realizzazione di Blogfoolk, ed in particolare Ciro De Rosa e Daniele Cestellini, colleghi e prima ancora fraterni amici. Senza di loro, Blogfoolk non sarebbe quello che è oggi.  Auguri di Buon Anno!
Peace Love & Understanding 
Salvatore Esposito
Direttore Editoriale di www.blogfoolk.com


COVER STORY
VIAGGIO IN ITALIA
WORLD MUSIC
LETTURE
SUONI JAZZ
CONTEMPORANEA

EDITORS' CHOICES
Le playlist del 2016 di Blogfoolk

L'immagine di copertina è un'opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)


DeCalamus – DeCalamus (Digressione Music, 2016)

Nato nell’ambito delle attività di ricerca e riproposta dell’Associazione Calamus di Picinisco (Fr), il large ensemble DeCalamus è stato fondato dal suonatore di zampogne e ciaramelle Massimo Antonelli, il quale ha raccolto intorno a sé un gruppo di otto strumentisti dal diverso background musicale per rileggere il repertorio della tradizione musicale della Valle di Comino, situata in provincia di Frosinone al confine tra Lazio, Abrusso e Molise. Dopo dieci anni di intensa attività concertistica in Italia ed all’estero, il gruppo laziale giunge al suo debutto con il disco omonimo, pubblicato dall’etichetta pugliese Digressione Music, nel quale hanno raccolto dieci brani frutto tanto di una intensa attività di ricerca sul campo quanto di un attento lavoro in fase di arrangiamento ed orchestrazione. Abbiamo intervistato Massimo Antonelli per farci raccontare la lunga gestazione e le ricerche alla base di questa opera prima, non senza dimenticare i progetti futuri e l’approccio ai live.

Come nasce il progetto DeCalamus?
Nasce all’interno dell’Associazione Calamus dopo dieci anni di studi e di ricerche sul territorio della Valle di Comino. Veniamo dalla musica itinerante che è fortemente legata al nostro territorio, dove da secoli sono in uso strumenti come zampogne, ciaramelle e organetto. Da questo patrimonio della cultura orale abbiamo cominciato a dare vita ad un ensemble che man mano si è allargato da quartetto a quintetto, da sestetto fino all’attuale formazione a nove. Abbiamo cominciato, poi a lavorare su brani originali che prendevano spunto dalla tradizione musicale del nostro territorio ed in particolare dai canti appresi da mia nonna che era una specie di cantastorie della contrada dove vivo. In verità abbiamo cominciato quasi per scherzo a mettere in musica le varie filastrocche e rime per proporle alle feste ed alle sagre. Poi ci siamo accorti che queste composizioni diventavano sempre più impegnative e è nato il desiderio di lavorarci per far evolvere verso il futuro questa tradizione.

Quanto è stato importante per te crescere a contatto con la musica tradizionale?
Ho vissuto sin da piccolissimo accanto a mia nonna e le spesso raccontava storie e recitava filastrocche, o ancora cantava canti tradizionali legati tanto al ciclo religioso dell’anno, quanto a quelli della natura. Sacro e profano erano sempre in contatto. A Maggio c’era la raccolta del grano e quando si spogliavano le spighe, si raccontavano storie, si cantavano canzoni. Io ho avuto la fortuna di vivere gli ultimi momenti in cui era forte la cultura contadina, insomma di quel tempo che ormai non c’è più.

La gestazione del vostro disco di debutto è stata abbastanza travagliata ed è durata praticamente quasi dieci anni…
E’ vero ci sono voluti forse più di dieci anni. E’ stato un viaggio molto difficile, abbiamo avuto tante difficoltà, ma credo che, come diceva mia nonna: “ogni impedimento è un giovamento”. Ogni volta di fronte ai problemi non ci siamo mai arresti e c’è stato sempre qualcosa che ci ha permesso di riflettere, di migliorare e di crescere musicalmente. Se penso a dieci anni fa, quando volevamo pubblicare subito il primo disco, mi rendo conto che c’era meno qualità, il livello musicale era più basso e forse più “casereccio”. Ogni volta abbiamo dovuto cominciare daccapo, tuttavia man mano si sono aggiunti anche strumentisti che con il loro bagaglio culturale hanno arricchito i vari brani. Dalle iniziali partiture semplici siamo arrivati a partiture per nove, molto elaborate che racchiudono bene il senso di tutto questo viaggio. 

Presentiamo il gruppo…
Io suono la zampogna zoppa e la ciaramella, mentre Marc Iaconelli oltre alla zampogna suona anche la fisarmonica. Io e lui siamo semplici appassionati, abbiamo studiato da autodidatti e cerchiamo sempre di migliorare il nostro bagaglio musicale. Luca Lombardi suona il flauto traverso ed è uno dei solisti della Banda dell’Aeronautica Militare e viene da una formazione in ambito classico e jazz. Abbiamo poi Francesco Loffredi all’organetto che si sta diplomando al Conservatorio di L’Aquila in fisarmonica. Alle percussioni c’è Laura Fabriani che di professione è un architetto ma suona con noi da molti anni, ed è una grande appassionata di musica medioevale. Sempre alle percussioni abbiamo ancora Francesco Manna che è stato allievo di Arnaldo Vacca, oltre ad aver studiato a Damasco ed in Armenia. Alle voci ci sono Serena Pagnani che suona anche la chitarra ed è attualmente componente della house band del programma di Radio Rai2 Un Giorno da Pecora, e Maura Amata. Da ultimo al contrabbasso abbiamo Alessandro Del Signore che si alterna con altri due strumentisti di area jazz. 

Come avete selezionato i vari brani del disco?
La maggior parte dei brani prendono spunto dalla vita del nostro territorio come nel caso de “L’Albero di Maggio”, “Nord e Sud”, “La Ballarella e i Canti alla Stesa”. Altri invece come nascono da esperienze particolari che abbiamo fatto durante i tour all’estero come in “Vento” che è nata a Praga dall’incontro con alcuni musicisti locali che ci hanno fatto conoscere questa melodia, altri ancora arrivano da alcuni nostri musicisti come la “Montemaranese” di cui Francesco Loffredi è uno studioso e ne ha recuperato una versione degli anni Settanta. “Donna” ci arriva dal territorio ed abbiamo voluto inserirla per la sua attualità senza tempo. Ogni brano ha una storia che ci lega ad un momento, ad un personaggio, ad una vicenda, o a qualche particolare sonorità della nostra terra.

Uno dei brani che caratterizzano maggiormente il disco è la “Ballarella Piciniscana e i canti alla Stesa”…
“I canti alla stesa” sono la forma musicale più antica presente nel nostro territorio e durante i concerti racconto sempre che noi abbiamo questa montagna che supera i duemila metri e sul suo altipiano i nostri pastori vanno a pascolare bovini ed ovini nel periodo estivo. La sera si raccolgono intorno al fuoco per cantare questi canti. La “Ballarella” invece è un ballo tipico di una contrada che si trova a millecento metri di altezza ed ormai disabitata, dove facevano questo passo particolare diverso dal saltarello amatriciano o altri saltarelli ciociari. Uno degli ultimi danzatori di questo ballo si è messo a disposizione per lasciarci questa sequenza di passi per conservarla e lasciarla ai posteri. Insieme ai canti a dispetto queste sono forme musicali proprio piciniscane.

Il disco è stato concepito come una sorta di viaggio, durante il quale si incontra anche un arrotino…
Questo brano nasce da un fatto realmente accaduto ad inizio Novecento. C’era questo arrotino di Sora che attraversava i vari paesi della zona, e per attirare l’attenzione gridava molto. Cercava di arrangiare la giornata arrotando i coltelli, ed aggiustando le “cuttrelle” delle pentole grandi in rame che erano usate per cucinare o fare il formaggio. Il testo è legato ad un poeta che ha messo in versi la storia di questo poeta e ad un bambino diventato poi famoso ovvero Vittorio De Sica. Il testo è stato messo in musica da un professore di musica del luogo e noi l’abbiamo rivisitata.

Quali sono i sapori, i profumi, i suoni della Valle di Comino…
La Valle di Comino è una piccola enclave che confina con Abruzzo e Molise dal punto di vista geografico, ma di fatto è crocevia di queste tre regioni perché i pastori partivano da qui e facevano la transumanza verso la Puglia. I romani venivano in queste zone per prendere il ferro in una miniera, e portavano con loro ovviamente anche gli operai. E’ per questo che troviamo le ciocie che ricorda i calzari romani, nonché l’utriculus ovvero l’antica zampogna già citata anche da Svetonio. Dal punto di vista turistico è un posto bellissimo, con montagne di oltre duemila metri e le colline su cui sono nati i vari paesi. Il fatto che sia stata tagliata fuori dai grandi circuiti è stata un po’ la fortuna di questa valle perché si è conservato un immenso patrimonio culturale dalla musica alla gastronomia alla storia. 

Parliamo della “Marcia degli zampognari” dove si incontrano tradizione ed innovazione…
E’ un tentativo di unire antico e moderno. All’inizio estremizziamo le sonorità della zampogna con alcune dissonanza. 

“L’Asieateca di Alvito” è un po’ il divertissment del disco…
E’ la storia di questo artista degli anni Cinquanta di Alvito che si ammalò di Asiatica e non avendo medicine la passò malissimo. Essendo molto estroso, decise di mettere in musica questa storia e di inserirla nei suoi spettacoli, tant’è che nel 1952 pubblicò anche un disco pubblicato da una casa discografica di Napoli. 

Come state presentando dal vivo il disco? Quali sono state le reazioni del pubblico?
Abbiamo fatto diversi concerti a Roma, ad Arezzo, e Pontedera, oltre ad una anteprima in Francia. Abbiamo avuto la fortuna di avere sempre un pubblico attento ed ogni volta ci siamo sentiti gratificati dal fatto che ci abbiano detto che proponiamo qualcosa di diverso dalle solite sonorità del Centro Sud. Riusciamo a fare qualcosa di legato profondamente alla nostra terra che ci consente di far conoscere la nostra cultura e poi con la “Ballarella” si accorgono che possono divertirsi ugualmente pur non essendo una pizzica. 

Quali sono i progetti futuri dei DeCalamus?
Noi vorremo far conoscere quanto più possibile questo disco sia per portare la nostra musica all’esterno sia per svelare la bellezza e il fascino del nostro patrimonio culturale ad un pubblico quanto più grande possibile. Stiamo lavorando a nuovi brani che vorremo inserire piano piano nel nostro repertorio. Abbiamo rivisitato la “Pizzica di San Marzano” che mi è stata segnalata da un amico. Un nostro amico di Campobasso ci ha donato un brano tradizionale arbereshe del Molise che ha un respiro molto balcanico, mentre Francesco ha portato in dote un brano della tradizione andalusa che stiamo cercando di rivisitare per dare vita ad un ponte tra Oriente ed Occidente.



DeCalamus – DeCalamus (Digressione Music, 2016)
Frutto di dieci anni di ricerche sul campo e sessions in studio, il disco di debutto omonimo dei DeCalamus è uno di quei lavori che appassionano l’ascoltatore sin dalle prime note, vuoi per l’entusiasmo che rapisce, vuoi per la genuinità che emerge in modo tangibile brano dopo brano. Anticipato dal singolo “Vento by Calamus”, fascinosa overture strumentale per la quale è stato realizzato anche un videoclip, il disco spazia dai canti lavoro legati ai cicli del raccolto ai canti d’amore, dalle ballate narrative alle serenate fino a giungere ai canti alla stesa ed alla ballarella piciniscana, componendo un ideale viaggio sonoro che lega passato, presente e futuro. Recuperando le strutture melodiche e ritmiche della tradizione, i De Calamus non si sono limitati a rileggere brani tradizionali, ma hanno fatto di più proponendo composizioni originali, le cui radici affondano nella cultura orale della loro terra, il tutto impreziosito da arrangiamenti che si muovono verso una ricerca costante di nuovi timbri e sonorità, che attingono al patrimonio immenso delle musiche dell’Italia Meridionale come da quelle del Mediterraneo. In questo senso, i DeCalamus fondamentale è stato l’apporto dei vari strumentisti che compongono l’ensemble, guidato da Massimo Antonelli (zampogna zoppa, chiaramelle, ocarina, voce) ovvero Marc Iaconelli (fisarmonica e zampogna), Francesco Loffredi (organetto), Luca Lombardi (flauto e ottavino), Laura Fabriani (tamburi a cornice), Francesco Manna (tamburi e percussioni mediterranee), Alessandro Del Signore (contrabbasso) e delle due voci Maura Amata e Serena Pagnani (chitarra). Senza sbandierare grandi innovazioni o rivoluzioni sonore, l’ensemble laziale ha compiuto una piccola rivoluzione che li vede non solo interpreti delle musiche della Valle di Comino, ma veri e propri continuatori sulle orme dei suonatori itineranti che attraversavano la dorsale Appenninica. Aperto dalla già citata “Vento by Calamus”, il disco entra nel vivo prima con il ballo campestre “Danza dell’albero di Maggio” nella quale ritornano le immagini delle feste per il raccolto nelle aie, e poi con la divertente “Gli Arretine”. Se “Seta e Malizia” è un canto d’amore nel quale apprezziamo a pieno le voci femminili del gruppo, “Glie Brigande” è una intensa ballata narrativa, ma il vero vertice del disco arriva con “Donna” rilettura del tradizionale della Tuscia “So Stat’a lavora’ Montesicuro”, ben nota per essere parte del repertorio di “Ci Ragiono e Canto” di Dario Fo. Dall’Alta Ciociaria ci spostiamo a Montemarano con la bella versione della “Montemaranese”, ma un’altra sorpresa del disco arriva con il medley “Est/Nord e Sud/Marcia degli Zampognari” che cattura benissimo l’approccio musicale dei DeCalamus e la loro capacità di muoversi con agilità tra epoche sonore differenti. Il divertissement “L'asiaeteca di Alvito” con il suo andamento scanzonato ci conduce verso il finale con l’irresistibile medley con “Canti alla stesa e ballarella piciniscana” che sugella un lavoro di grande fascino che ci svela tutta la ricchezza del patrimonio musicale e culturale della Valle di Comino.



Salvatore Esposito

BFE – Canzoni Senza Parole/Fabio Colussi – Désamour (Rox Records, 2016)

Piccola ma combattiva etichetta discografica a conduzione familiare, la Rox Records è nata dal sogno di una coppia di appassionati di musiche e danze tradizionali di valorizzare la cena folk, balfolk e neo-trad italiana e nel giro di pochi anni hanno messo in fila una serie di produzioni assolutamente interessanti. In questo senso particolarmente interessanti ci sono sembrati i recentissimi “Canzoni Senza Parole” del progetto BFE e “Désamour” del chitarrista Fabio Colussi, due album che esplorano in maniera differente il balfolk con le radici ben piantate nella musica tradizionale. Nato nell’ambito delle tante attività in cui è impegnata l’officina culturale Amukarta, fondata dalla promotrice di eventi culturali e danzatrice Lia Fossati e del musicista e psicologo Luigi Fossati, il progetto BFE ovvero BalFolk Experience non è il nome di un gruppo in particolare ma piuttosto il nome di un repertorio di danze cariche tanto di energia quanto di romanticismo, composto da brani tradizionali e composizioni originali, già ampiamente rodato in concerto. Per cristallizzare questa bella esperienza musicale, Luigi Fossati ha deciso di registrare questi brani, alternando al suo fianco band come Pittima, Acantara, Zaer e Pittima Quartett. Il disco raccoglie dieci brani strumentali che compongono una sorta di viaggio sonoro nel balfolk e seguendo una ideale spirale si attraversano divertissment come lo scottish “Primi Passi”, melodie evocative come nell’andro “Spirali” ed ancora piccoli gioielli come “Sorprese”, una gavotte de l’Aven che mescola culture e suoni differenti. Ancora di grande suggestione sono il “Valzer di Fibonacci” a tre a cinque a otto e tredici tempi, ispirato dalla sequenza del celebre matematico, il gustoso burrée a tre tempi “Panta Rei” e la splendida ronde de St. Vincent “Pulsazioni”. 
Completano il disco la mazurka “Tre Cuori “ e lo chapelloise “Capelloise Bernoise” dedicato alla città di Berna che ha accolto l’autore. “Dèsamour” di Fabio Colussi mette in fila dodici brani balfolk che, come è facile immaginare, vedono protagonista la chitarra, di volta in volta accompagnata da altri strumenti. Altra particolarità del disco è la presenza di due mazurke cantate: “L’Aiguillet (L’Aiglon)” su testo di Stefano Giachino e “L’Attesa di Camilla” con testo di Elvira Rita Gorga, due brani pregevoli che mettono ben in luce le doti di autore di Colussi. L’ascolto svela le eleganti trame acustiche dei valzer “LunaPao”, “Amanita”, “Troublée Paulette” e “Cavatina”, i trascinanti scottish “Pe Li Paesi/Le Derviche Tourner” e “Mayamour” e l’irresistibile rondò “La Giratoria” in cui spicca il clarinetto suonato da Paolo Berta. Insomma, questi due nuovi album appena pubblicati da Rox Records non possono che confermare tutta la bontà e la genuinità del progetto culturale di questa etichetta, e siamo certi che in futuro sapranno sorprenderci ancora. 


Salvatore Esposito

Oriana Civile – Canto di una vita qualunque (Autoprodotto, 2016)

Cantante e chitarrista siciliana di grande talento Oriana Civile vanta un percorso artistico costellato da importanti collaborazioni con artisti come Mario Incudine, Salvo Piparo, Pierre Vaiana e Salvatore Bonafede e il pregevole album “Arie di Sicilia” inciso con Maurizio Curcio e pubblicato nel 2009. A cinque anni di distanza da quest’ultimo e con alle spalle diversi concerti in tutta Europa, la cantante siciliana lo scorso anno ha fatto ritorno nel suo paese natale a Naso (Me) sui Nebrodi e lì ha trovato le ispirazioni per il suo nuovo progetto “Canto di una vita qualunque”. Si tratta di uno spettacolo di teatro-canzone, nato casualmente lavorando ad uno spettacolo sui canti legati al ciclo della vita, e che ruota intorno alle vicende di Don Ciccino, un anziano ultranovantenne nato il 19 gennaio 1919 ed ispirato al nonno della cantante siciliana, il quale racconta al pubblico la sua vita semplice di uomo vissuto tra due secoli, dalla nascita alla morte, passando per il matrimonio, la guerra, e il duro lavoro, una vita qualunque e forse per questo eccezionale. Portato in scena con il cantante, chitarrista ed organettista Ciccio Piras, questo spettacolo ha raccolto un grande successo, ed è stato un passaggio naturale cristallizzare su disco i quattordici canti tradizionali raccolti per l’occasione, e proposti sul palco intercalati da alcuni monologhi. L’album si apre con “Avò e di la vò”, una dolce ninna nanna che evoca la nascita, per poi toccare subito dopo l’infanzia con lo scioglilingua “Re Befè Viscottu e Minè”. La voce intensa di Oriana Civile e le trame tenui della sua chitarra il lavoro nei campi con “Madonna ch’era autu lu suli”, i primi amori con il canto di sdegno “Vacci, amuri” e il canto d’amore “Na virrinedda” fino a giungere al matrimonio con “Canto nuziale” raccolta nella natia Naso. Le belle interpretazioni del tradizionale “Cummari” e dei canti satirici “A pila pi lavari” e “A pinnula” ci conducono al canto di denuncia sociale “Cuncittina fa la buttana”, ma il vertice del disco arriva verso il finale con i canti “Lu jucaturi” e “Crozza di morti”. Lo struggente lamento funebre “O nici nici” chiude un disco pregevole ed intenso che ci svela a pieno tutto il talento di Oriana Civile nell’interpretare e riportare a nuova vita la tradizione musicale siciliana. 


Salvatore Esposito

Mamud Band – Dynamite On Stage! (Felmay, 2016)

Il luogo, il Biko Club, è – come si dice in questi casi – il tempio della black music milanese, sul palco gira vorticoso l’afro beat della Mamud Band, che con questo disco completa la trilogia aperta da “Opposite People” e proseguita con “Afro Future Funk”. L’afro beat da genere popular sorto dalla fusione di ritmi yoruba, funk, jazz e rock, portato a ineguagliabili vette estetiche da Fela Kuti, è diventato uno dei linguaggi musicali condivisi a più latitudini, anche la nostra. Groove ad alte temperature nella serata del Biko Club, dove c’erano Lorenzo Gasperoni (percussioni), Jacopo Pellegrini (percussioni), Sergio Quagliarella (batteria), William Nicastro (basso elettrico), Marco Motta (sax alto e baritono), Giovanni Venosta (tastiere), Alberto Turra (chitarra elettrica), Marco “Cisco” Saletti (la nuova voce del gruppo). Non parliamo soltanto della concretezza di valenti solisti, come si avverte nell’iniziale “Wasp”, ma di un combo dal sound potente e viscerale (“Mr. Mamud”, “Tangible Dream” e “Careful”). Ci si abbondona poi ai riff e alle reiterazioni ipnotiche di “Mattress”: omaggio al ‘Presidente Nero’ nigeriano, faro assoluto, per poi raggiungere il culmine nel vortice ritmico di “Latte +”. Ma non c’è il tempo di fermarsi, perché terminata la sezione live si è avvolti ancora dalle due bonus track. Prima il remix di “ Tangible Dream”, curato da B., al secolo Bruno Fiengo, musicista, autore e produttore, featuring la voce reggae di Mr Bobcat, la tromba di Simone Maggi e il sax alto di Paolo Profeti; poi ribolle ancora il dance floor grazie al lavoro di coppia tra il deejay e sound designer ‘Fana’ aka Stefano Greco e Lorenzo Gasperoni, che hanno messo le mani su “Afro Future Funk”. Esplosivi, che altro! 


Ciro De Rosa

Orkesta Mendoza – ¡Vamos A Guarachar! (Glitterbeat Records, 2016)

#CONSIGLIATOBLOGFOOLK

Tuxon è la città simbolo della frontiera Tex-Mex e delle sue peculiari contaminazioni culturali. E’ lì che nel 2009, quasi per caso, prende vita l’Orkestra Mendoza, allorché Sergio Mendoza, storico produttore e collaboratore dei Calexico, radunò intorno a sé alcuni dei migliori musicisti della scena cittadina, per realizzare un tributo a Perez Prado. Insomma, quell’esperienza che sarebbe dovuta essere estemporanea è stata invece la base di partenza per un progetto a più ampio respiro che con il recente “¡Vamos A Guarachar!”, giunge al terzo album. A caratterizzare l’approccio musicale dell’Orkestra Mendoza è una travolgente quanto originale commistione sonora tra mambo, cumbia, rumba, merengue e ritmi caraibici, il tutto condito dall’energia del punk e del rock. Tradizione ed innovazione si fondono, così, in un sound frizzante che colora brani tradizionali e composizioni originali componendo un affresco sonoro dell’immaginario della frontiera tra States e Messico. Complici di questa nuova avventura dell’Orkestra sono Joey Burns e John Convertino dei Calexico, ma anche Gabriel Sullivan dei sorprendenti Xixa che quest’anno ci hanno regalato l’ottimo “Bloodline”. Aperto dai ritmi in levare di “Cumbia Volcadora” nella quale colpisce il dialogo tra il synt di Camilo Lara, le trombe e le marimbe, il disco entra nel vivo con “Redoble” e la maliconica “Mysterio” nella quale spicca la voce del grande Salvador Durante, per regalarci momenti di puro godimento con le intersezioni psichedeliche “Mapache” e “Cumbia Amore De Lejos” ancora con protagonista alla voce di Durante. Se la trascinante “Caramelos” strizza l’occhio al surf, le successive “No volvere”, “Contra La Marea” e “Igual Que Ayer” cristallizzano in modo superbo le istanze sonore di Orkestra Mendoza. Completano il disco “Nada te Debo” e “Shadow Of The Mind” con quest’ultima che vede i ritmi mariachi approdare sorprendentemente verso territori hip-hop. Insomma, ““¡Vamos A Guarachar!” è un disco da ascoltare con attenzione, e se avete amato i dischi di Ry Coorder, Calexico e Giant Sand questo vi sorprenderà davvero. 


Salvatore Esposito

Fabrizio Poggi And The Amazing Texas Blues Voices – Texas Blues Voices (Appaloosa Records/I.R.D., 2016)

Gli ultimi anni hanno visto Fabrizio Poggi dare alle stampe una serie di pregevoli album con i quali ha percorso in lungo ed in largo i sentieri del blues, spaziando dalle interazioni con il gospel di “Mercy” del 2008 e nel quale spiccava la partecipazione di Garth Hudson di The Band, alle collaborazioni prestigiose di “Live In Texas” del 2011 fino a toccare quel gioiellino che è il concept “Il soffio della libertà: il Blues e i diritti civili” del 2015. A distanza di appena un anno da quest’ultimo, ritroviamo il bluesman vogherese con “Texas Blues Voices”, album che, nell’offrirci un prezioso focus sulle più belle voci della scena blues americana, lo vede far scintillare la sua armonica all’interno di una superband di eccezionali strumentisti. Aperto da “Nobody`s Fault But Mine” con protagonista la voce della texana Carolyn Wonderland, il disco ci regala subito uno dei suoi highlights con “Walk On” dal repertorio di Sonny Terry e Brownie McGhee e qui riletta dalla splendida voce di Ruthie Foster. Se “Forty Days And Forty Nights” di Muddy Waters ci regala un Poggi in grande spolvero all’armonica nell’incorniciare la perfomance vocale di Mike Zito, la successiva “Rough Edges” è un omaggio a Steve Ray Vaugan con la complicità di W.C. Clark, bluesman tra i più apprezzati della scena di Austin. Il lento blues “Mississippi, My Home” si giova della voce di Lavelle White, ma quello che colpisce davvero è il dialogo tra le chitarre di Carolyn Wonderled e Bobby Mac su cui si innesta l’armonica di Fabrizio Poggi. Ritroviamo Bobby Mack questa volta anche alla voce in “Neighbor, Neighbor” di Jimmy Hughes, mentre Mike Cross propone “Many In Body” firmata con Karen Marie che ci conduce nel cuore di Harlem con la complicità di Radoslav Lorkovic al pianoforte e un solo supero di Poggi all`armonica. “Welcome Home” con la voce di Shelley King e la chitarra di Joe Forlini sugli scudi, “Wishing Well” di e con Mike Cross, ci conducono alla conclusiva “Run On” con lo straordinario duetto con Guy Forsith al dobro che suggella un altro piccolo grande gioiello per l’armonicista vogherese. Da ascoltare con attenzione! 


Salvatore Esposito

Massimo Cotto, I famosi impermeabili blu. Leonard Cohen. Storie interviste e testimonianze, Vololibero 2016, pp. 224, Euro 20,00

“Un nomade dell’anima, che nella meditazione trova una strada laica, o meglio umana. Perché, tra metafore colte e citazioni sacre, Cohen canta le piccole cose dell’uomo. Quindi nulla di più terreno ma al contempo di più inafferrabile ed eterno. Ci siamo tutti trovati, metafore a parte, a rifletterci a specchio in domande troppo grandi per comprendere ed elaborare i nostri dolori e le nostre gioie. Magari stretti in un usato impermeabile blu, all’angolo di un’altrettanto usata città. A guardare l’inverno che passa, a raccogliere i frammenti di un’amicizia finita, di una solitudine quieta, di un amore infedele che, ormai, è quello che è”. Così si legge nella splendida ed acuta prefazione di Enrico De Angelis cogliendo in poche righe tutta l’unicità del cantautore canadese a cui è dedicato “I famosi impermeabili blu. Leonard Cohen. Storie interviste e testimonianze”, firmato da Massimo Cotto e recentemente edito da Vololibero. Attraverso il suo stile affabulatorio, diventato ormai un vero e proprio marchio di fabbrica, il giornalista e conduttore radiofonico astigiano ci regala un originale ritratto dell’autore di “Suzanne”, mettendo insieme storie, interviste e disegni originali, a cui si aggiungono gli interventi di amici, colleghi ed artisti famosi. Aperto da un proemio di Vincio Capossela e dalla già citata prefazione di De Angelis, il testo è diviso in tre sezioni e presenta nella prima sessantasei focus su altrettanti episodi della vita del cantautore, scomparso lo scorso sette novembre, che nel loro insieme ci forniscono un ritratto esaustivo della sua vita e del suo percorso artistico. Il vero fulcro del libro è rappresentato dalla seconda parte, nella quale sono raccolte nove interviste che lo stesso Massimo Cotto ha realizzato con Leonard Cohen tra il 1984 e il 2001. La sensibilità e l’acume del giornalista astigiano colgono sempre nel segno dando vita a vere e proprie chiacchierate senza filtro con il cantautore canadese, facendone emergere dal profondo il lato umano, la sensibilità artistica e la ricchezza culturale. La terza parte del volume è dedicata alle testimonianze di coloro che hanno conosciuto direttamente o semplicemente amato la musica di Leonard Cohen e che Cotto accuratamente selezionato per l’occasione. Stilare l’elenco sarebbe inutile e lasciamo al lettore il piacere di scoprirlo durante la lettura, e nonostante alcuni non siano propriamente a fuoco, vale la pena scoprire la testimonianza di Roberto Vecchioni o l’e.mail inviata da Francesco De Gregori che racconta l’epoca del folkstudio, così come le riflessioni di artisti come Nick Cave, Lou Reed, David Bowie, Antony e tanti altri ancora. Insomma se per cercate un bel regalo da fare o da farvi per la Befana, questo è certamente da non perdere. 



Salvatore Esposito

Speciale Dodicilune: Camilla Battaglia, Mara De Mutiis, Elisabetta Guido, Elga Paoli, Letizia Onorati, Musicheria, Emanuele Tondo

Camilla Battaglia – Tomorrow-2more Rows of Tomorrows (Dodicilune/I.R.D., 2016)
Musicista, cantante e compositrice cresciuta nell’ambiente jazz, Camilla Battaglia propone una album ricco di spunti e suoni profondi. Un album che racchiude probabilmente le vocazioni trasversali di una giovane musicista, talentuosa e sicura, con ottime competenze tecniche e una visione molto ampia. Le dieci tracce che compongono “Tomorrow-2more Rows of Tomorrows” definiscono un quadro così organizzato, nel quale la componente più estemporanea si lega alla riflessione su un suono e una forma di rappresentazione più sperimentali e informali. Non è un caso che convivano nell’album elementi tradizionalmente jazzistici - ravvisabili nella struttura di parte dell’ensemble così come in parte degli sviluppi esecutivi - ed elementi meno riconoscibili. O meglio più aderenti a una prospettiva di scrittura e di esecuzione più informale, come nel brano che dà il titolo all’album, ricco di sfumature melodiche, che si sviluppano in modo lineare, senza mai tornare indietro. In questo quadro ogni strumento assume un peso rilevante: dai fiati (alto sax, tenor sax, trombone) alla batteria, alle percussioni e al basso, fino alla chitarra elettrica, al piano e all’elettronica. Uno dei brani più interessanti (brani nella maggior parte composti da Camilla, ad eccezione di “The Blower’s Daughter” di Damien Rice), è senza dubbio “My Tree”, posto a chiusura della scaletta. È adagiato su una narrativa più fluida, in cui la voce è sorretta da brevi interventi cadenzati di fiati che si innestano su un ritmo di batteria lineare. Appena dopo questo lungo incipit l’andamento diviene più complesso, a causa di una sovrapposizione di voci molto piacevole, che si risolvono in un andamento più sincopato. Da qui si arriva a uno spazio più ampio, in cui la voce distende tutti gli elementi del brano, per lasciare spazio a un sax pieno e sinuoso, che si intreccia alla reiterazione di poche parole fino alla fine del brano.


Mara De Mutiis – The man I love (Dodicilune/Koinè/I.R.D., 2016)
Entriamo in uno scenario più tradizionale con “The man I love”, il primo album solista della cantante Mara De Mutiis, accompagnata dal quintetto del pianista e compositore Antonio Ciacca (Jerry Weldon al sax tenore, Lucio Ferrara alla chitarra, Mike Kan al contrabbasso e Aaron Kimmel alla batteria). Uno scenario imperniato sui classici per antonomasia, su brani ai quali non si deve chiedere altro se non di riproporsi nella loro bellezza e coerenza. Pensiamo a “The man I love” di George e Ira Gershwin, o a “Come Sunday” di Duke Ellington e “Blue Monk” di Telenius Monk e Abbey Lincoln: vogliamo solo riascoltarli, impastarli di nuovo nel semplice e consueto movimento della testa che ne segue l’andamento, riconsiderarli sì in un nuovo riflesso e in una nuova esecuzione, riconoscendone però l’aura irriducibile che stringe l’immaginario collettivo internazionale. Se una pur piccola complicazione ci deve essere è quella data dal classicismo, cioè da un nuovo incontro con una visione musicale fuori dal tempo, epica, che porta con sé qualche (seppur secondaria) perplessità. Non di carattere formale, ma sopratutto sostanziale. Una perplessità quasi aprioristica, che costringe chi ascolta a fruire con totale attenzione (analitica e quasi performativa) il fluire di brani come questi. Ad ogni modo - e questo è uno degli aspetti più interessanti dell’album - Mara De Mutiis scongiura con maestria e senza artificio questo seppur piccolo cruccio, proponendo una serie di interpretazioni non solo partecipate, ma sviluppate nel quadro di una forte ed evidente comprensione. Una comprensione del processo compositivo, dell’esecuzione, del contesto in cui i brani sono stati prodotti, dell’ispirazione o della visione degli artisti. Una comprensione che si sviluppa in un flusso naturale, sempre diretto, e che per questo prepara chi ascolta a recepirne gli elementi fondamentali, che rimangono appunto naturali anche dentro un ambito esecutivo differente. Non è forse inutile dire, a chiusura di questa breve nota, che la voce di Mara è straordinaria: sempre compl eta, piena, ricca di sfumature ed eleganza. Così come la narrazione e l’esecuzione strumentale sono straordinariamente coerenti e mai ridondanti.


Elisabetta Guido – Sea waves (Dodicilune/Koinè/I.R.D., 2016)
Album raffinatissimo da cui traspare tutta la passione e l’esperienza di Elisabetta Guido, cantante, compositrice, musicista impegnata da molto anche nella didattica. La scaletta di “Sea waves” è ricca di riferimenti non solo al jazz, ma a un’interpretazione libera e personale di diversi scenari, e si configura, nel suo insieme, come una raccolta di impressioni coerenti, riflesse e assorbite nel canto, nella scrittura, nell’esecuzione. Sul piano più strettamente timbrico siamo in presenza di una formazione acustica, composta da fiati, percussioni, piano, contrabbasso, violino. Una formazione di matrice jazz, a cui però si aggiunge in alcuni casi il live elettronics (“Sea waves”), oppure alcuni strumenti tradizionali. Quest’ultimo è il caso delle “Salento Rhapsody”, una suite in tre movimenti divisa in pizzica, afro-pizzica e balena music. Qui intervengono ovviamente i tamburelli, oltre all’accordion e al violino. La prima parte “La mia fortuna” è un testo tradizionale cantato da Simone Longo degli Zimbaria e si configura come un brano “salentino” a tutti gli effetti, con poche variazioni e molta energia ritmica, oltre che melodica. La scena cambia radicalmente con “Mare Mare”, la seconda parte, sorretta da un flusso di tamburelli più ondivago e imperniata sulla sovrapposizione di voci e gli interventi di violino e sax soprano. Il movimento dedicato alla balkan music, intitolato “19 aprile 2015”, assorbe l’irruenza dell’andamento precedente dentro una melodia di voce, violino, sax e chitarra, molto allungata e melismatica. L’atmosfera qui è più rarefatta, i suoni si dilatano l’uno sopra l’altro fino a far emergere un violino stridulo e suadente, ch eintroduce un canto breve ma estremamente evocativo. Tra i brani che vale la pena segnalare vi è certamente “Funk you”, una densa interpretazione di pianoforte, sax soprano e voce, che racchiude una buona parte dello sperimentalismo, ma anche dell’attenzione ai dettagli egli avvicendamenti strumentali, di “The good storyteller”. Qui sembra quasi di essere in un piccolo angolo ad ascoltare un’improvvisazione: il sax sorregge la melodia, il piano rimane in sottofondo e la voce si insinua spesso in unisono al sax sillabando. A ben vedere ogni elemento ha un suo spazio anche solista, dentro un ciclo di rimandi che si compie perfettamente nella compresenza dei tre strumenti.


Elga Paoli – Il lato vulnerabile (Dodicilune/Koinè/I.R.D., 2016)
“Il lato vulnerabile” è un album molto intenso e sopratutto riflessivo. Dentro vi si trovano una serie di riflessioni, di suggestioni, di immagini direi sopratutto personali, che ne definiscono il profilo in divenire, ma anche compiuto di uno spostamento, di una specie di migrazione, di un affanno che ha portato a raggiungere qualcosa partendo da qualcos’altro. D’altronde ogni singola parola nelle dieci tracce che compongono la scaletta ha un peso determinante, si configura anzi come elemento significante di per sé e poi in relazione a tutto il resto. Le parole forse sono in questo caso la marcia in più - non me ne voglia troppo l’autrice, che scrive anche le musiche - sopratutto perché riconducono questa narrazione articolata alla voce, intesa come canto e come mezzo per condividere un sentimento, una visione. Ecco, una volta appurato che siamo musicalmente in un ambito molto raffinato, nel quale ogni strumento è evidentemente scelto con cura, per costruire l’immaginario necessario entro cui inquadrare gli elementi principali, la voce torna a essere preponderante. E questo pone l’album su un piano diverso, perché può godere allo stesso modo della coerenza musicale, elaborata dentro un suono e degli interventi strumentali molto coerenti (fiati, accordion, contrabbasso, percussioni, batteria, piano), e della capacità descrittiva delle parole. Già scorrendo i titoli ci si rende conto di quanto di essere difronte a una capacità evocativa straordinaria (“Le mani sanno”, “Professionisti del sogno”, “Saggezza e vanità”). Entrando poi nei brani si è pienamente invasi dalle immagini che la Paoli riesce a organizzare. In questo senso “Quando non ci sono parole” può essere paradigmatico: “forse è meglio non cercarle/ finiresti per trovarle/ snocciolandole a una a una”. L’andamento è inizialmente sincopato, legato a una ritmica di chitarra e percussioni, per poi addolcirsi con una melodia melliflua di accordion, che nella parte finale del brano si lancia in un fraseggio musicale straniante. Insomma “quando non ci son parole/forse è meglio non cercarle”.


Letizia Onorati – Black Shop (Dodicilune/Koinè/I.R.D., 2016)
“Black Shop” è il primo album solista di Letizia Onorati, giovane cantante leccese che ci propone un viaggio tra tredici brani che percorrono buona parte dell’ultimo secolo. Tra questi vi sono brani di Miles Davis (“Four”), Duke Ellington (“In a sentimental mood”, “Sofisticated lady” e “Prelude to a kiss”), Thelenius Monk (“Ruby my dear”) e altri. In questo modo l’album si configura anche come una riflessione sulla canzone e la sua storia, a partire “Softly as in a Morning Sunrise”, un tema di operetta della fine degli anni venti del Novecento, passando per Tin Pan Alley e arrivando a “Black shop”, il brano che Paolo Di Sabatino (che qui suona il piano e cura gli arrangiamenti) ha scritto qualche anno fa per Mario Biondi. La voce di Letizia è sempre compiuta, non lascia nulla al caso e interpreta con maturità e partecipazione ogni passaggio di questi grandi brani. È sicuramente il caso di “These foolish things” (cantata da Billie Holiday nel 1936), ma anche di brani strutturati in maniera meno classica, come “Four” e “Joy spring”, nei quali la compostezza della voce aderisce perfettamente alla forza del ritmo, sorretta in modo sempre deciso dal pianoforte. Sul piano musicale incontriamo una coerenza straordinaria, determinata da pochi ma necessari fattori. Innanzitutto gli strumenti sono tre, uno di questi è la voce e l’altro, il violoncello (suonato da Giovanna Famulari), interviene solo in alcuni brani. Ne consegue che la scaletta è imperniata sopratutto sulla performance si Letizia, che raccorda ogni “mood” in modo non solo aggraziato ma anche coerente con le istanze principali dei brani. Quando interviene il violoncello tutto si addensa e, allo stesso tempo, si distende: in questo senso “In a sentimental mood” è un esempio straordinario di rilettura e partecipazione.


Musicheria – Aleph (Dodicilune/I.R.D., 2016)
Mascheria sono un ensemble formato da Carlo Bonamico (contrabbasso e basso), Claudio Giovagnoli (sassofoni e flauto), Franco Santarnecchi (pianoforte, tastiere e fisarmonica) e Bernardo Guerra (batteria). “Aleph” è un album complesso, a tratti nervoso, spesso addensato in una ritmica decisa, nel quadro della quale la batteria è puntellata dagli interventi del pianoforte (“7-10-2013”), ma anche voluttuoso (“Joro Gotan”), grazie alla capacità di questi bravi musicisti di ampliare l’ambito sonoro fin dove è necessario, aderendo così al punto di partenza, alla mistica del programma. Che in questo caso vuole anche dire (non per intero, ma comunque per una buona parte) all’aura di Borges, lo scrittore e poeta argentino che è riuscito a condensare nella sua scrittura e nella sua biografia la mistica individualistica e l’opposizione antiretorica. Ora non è certo cosa semplice, ma i Mascheria portano su un piano musicale alcune suggestioni di questo gigante del Novecento, calibrando attraverso dieci brani complessi e ricchi di variazioni le direttrici del pensiero di Borges: la fantasia, la deformazione, l’immanenza e il senso individuale del sacro, ma anche l’amore per la musica (Borges si è dedicato in particolare al tango) e tanta letteratura italiana, da Dante a Machiavelli passando per Ariosto. Come ci dice lo stesso ensemble in una nota a margine dell’album, “L’Aleph” di Borges è un’ispirazione. In particolare lo è il passo citato nella nota, in cui converge la pura fantasia e la riflessione filosofica: “è uno dei punti dello spazio che contengono tutti i punti”. Allora se ci si lascia trascinare dai brani e si tengono a riferimento queste poche cose - dalle quali ho omesso gli aspetti più tecnici e direttamente legati all’interpretazione musicale - l’esperienza dell’ascolto è totale: “Libera-Mente”, “Cielo d’opale” e “Il libro di sabbia”. Poi si arriva alla fine, si incontra una rielaborazione straordinaria di “Com’è profondo il mare” di Lucio Dalla e il cerchio si chiude perfettamente: mistica e ritmo. Il sax tenore ci trattiene sospesi su un flusso melodico che fa solo cenno all’originale, la base è solida ma si lascia asciugare nei fraseggi di pianoforte, per poi reintrodurre il tema circolare del basso elettrico, che spinge fino alla fine in una chiusura quasi all’unisono. 


Emanuele Tondo – Sguardo a sud-est (Dodicilune/I.R.D., 2016)
Chiudiamo questa panoramica sulle produzioni di Dodicilune con “Sguardo a sud-est” di Emanuele Tondo, un album intimo e biografico in cui il pianista e compositore salentino propone nove brani legati a una serie di persone e luoghi a lui cari. L’impianto generale dell’album è molto dinamico e pieno di tutti gli strumenti che vi partecipano: piano, sax tenore, contrabbasso, batteria. Già con “One less”, il primo brano in scaletta, si percepisce la ricerca di movimento, di brillantezza. La volontà di assemblare in un corpo organico gli elementi primari di un jazz aperto, multiforme e contemporaneo, capace di raccontare, dentro una narrazione tradizionalmente multiforme, gli aspetti anche più intimi di un vissuto personale. “Alfonsina” è un brano lento, disteso e cantato da Beatrice Milanese. Credo si possa dire che è uno dei punti di svolta dell’album, posto tra la fine e la posizione centrale, perché raggiunge punte di melodia e di interpretazione straordinarie. I musicisti accompagnano la voce con maestria, puntellando l’andamento del testo con tocchi delicati e puntuali, la voce si prende tutto, in estensione e in profondità. E infine il piano è perfetto: si ricava uno spazio di intermezzo, in cui accorpa poche note a raccordare e a sospendere l’atmosfera malinconica del brano. Insomma Tondo è molto ispirato e riesce a coordinare tutti gli elementi in campo, con poche note ma calibrate, con poco volume ma con decisione. Gli ultimi due brani ci consegnano due ottimi esempi di fraseggi al pianoforte: “New joy” si apre come una finestra da cui entra il sole quando il tema del piano diviene un assolo, sorretto da una batteria piana e cadenzata. “Sguardo a sud-est” è invece l’epilogo in solo del viaggio: elegante, brillante, dinamico, aperto.


Daniele Cestellini

Suso Sáiz – Odisea (Music From Memory, 2016)

Questa bella pubblicazione edita dalla “Music From Memory” offre una corposa selezione tra le composizioni soliste di Suso Sáiz, figura centrale della scena sperimentale elettronica spagnola. Attivo sin dai tardi anni settanta con varie formazioni e come solista, Sáiz mostra qui il suo lato più introspettivo mediante pezzi intimi guidati principalmente da chitarra e sintetizzatori, dove spazi e silenzi assumono un valore primario. “Una Gota De Asfalto” percorsa da un suadente tessuto ritmico contrasta curiosamente con gli altri brani senza alterare comunque la continuità di un album che sfugge alle classificazioni, dove convergono e si amalgamano diversi impulsi; umori ambient s’incontrano con minimalismo, sperimentazione e con un’indagine sonora del tutto personale che non dimentica certamente le origini del suo autore. Ne risulta un peculiare esempio creativo tanto interessante quanto godibile. 


Marco Calloni.

venerdì 23 dicembre 2016

Numero 286 del 23 Dicembre 2016

Nell’anno di celebrazioni shakesperiane per i 400 anni dalla scomparsa di una indiscussa personalità della letteratura mondiale, Blogfook non poteva fare passare inosservato un lavoro come “Neapolitan Shakespeare”, nel quale Gianni Lamagna, voce della Nuova Compagnia di Canto Popolare, ha tradotto in napoletano e musicato diciassette sonetti del drammaturgo inglese. Naturalmente, abbiamo incontrato il compositore e cantante per entrare nell’affascinante mondo poetico di questo disco. Sule scia delle note e delle storie da raccontare, si fa presto a passare dal Golfo di Napoli alla Val Camonica per presentare “Delalter - Verso Un altro altrove”, il nuovo disco dei Luf. Per la sezione world, eccoci alle prese con “Flit” di Martin Green, fisarmonicista e mago dell’elettronica, già in forza ai Lau. Espressione del sound della Istanbul multiculturale è la trentunenne vocalist Gaye Su Akyol, della quale proponiamo il recentissimo “Hologram Imparatorluǧu”, pubblicato  dalla Glitterbeat. Da ultimo, tappa in Africa, per Mabiisi, progetto nato dall’incontro tra il rapper burkinabé Art Melody e Stevo Atambire, suonatore del cordofono kologo e cantante ghanese. Il focus su i Luoghi della Musica ci porta a parlare del tour europeo dei salentini Kahossia. Per le nostre letture la proposta della settimana è “Ivan Graziani. Il primo cantautore rock” di Paolo Talanca, mentre per la consueta apertura al mondo del jazz, tocca a “Sole Luna”, il nuovo doppio album del pianista Livio Minafra. La controcopertina del Blogfoolk prenatalizio, numero 286, è dedicata a “Plugged”, nuovo lavoro degli Interiors, di cui sono artefici il giornalista-conduttore radiofonico-bassista Valerio Corzani e la violinista Erica Schel, che abbiamo intervistato conoscere a fondo il loro secondo capitolo discografico. Agli Auguri di Buon Natale, segue la raccomandazione: Stay tuned!, perché durante le vacanze natalizie, Blogfoolk non si ferma, ma rilancia con nuove sorprese.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


COVER STORY
VIAGGIO IN ITALIA
WORLD MUSIC
I LUOGHI DELLA MUSICA
LETTURE
SUONI JAZZ
CONTEMPORANEA


L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)


Gianni Lamagna – Neapolitan Shakespeare (Europhone Records/Veloce Entertainment, 2015)

Will sotto il Vesuvio: in “Neapolitan Shakespeare”, Gianni Lamagna traduce in napoletano e musica diciassette sonetti del drammaturgo e poeta inglese.

La produzione poetica di William Shakespeare, pubblicata in-quarto nel 1609, comprende 154 sonetti. Per alcuni i sonetti rappresentano una testimonianza tangibile di carattere autobiografico, altri affermano che si tratta di un compiuto esercizio letterario su topoi della tradizione lirica. In realtà, siamo di fronte a un’opera in cui la vita vissuta e i fatti concreti diventano il punto di partenza per prodursi in una profonda meditazione sull’esistenza; versi in cui il privato si sublima in una visione dominata dal pensiero del ‘famelico’ tempo, della morte, della caducità delle illusioni e delle cose terrente, ma anche dalla memoria indelebile della poesia. Sono versi perfino misteriosi, che conservano un fascino inalterato a distanza di quattrocento anni. Il ciclo di sonetti shakespeariani è costruito quasi nella totalità su una versificazione in pentametri giambici, la misura è formata da tre strofe parallele a rime alternate, seguite da un distico finale a rima baciata. Seguono l’andamento di una riflessione tripartita che trova compimento nella conclusione epigrammatica. Intrecciando convenzioni retoriche, digressioni filosofiche e sentimenti, concetti classici e rinascimentali e immediatezza, Shakespeare ci lascia liriche di immensa grandezza, di sublime bellezza, di vocazione universalistica. A far parlare il bardo di Stratford-upon-Avon in napoletano, ci era cimentato Eduardo De Filippo nell’eccellente riadattamento de “La Tempesta” (1983). 
Oggi il compositore e cantante Gianni Lamagna ha affrontato un progetto ambizioso, e per niente facile, lavorando intensamente con Paolo Raffone (uno degli storici artefici del Neapolitan sound, qui in veste di autore, arrangiatore e concertatore), Giosi Cincotti, Piera Lombardi e Nico Arcieri per elaborare un programma di diciassette sonetti, con la supervisione per la lingua scritta di Raffaele Bracale.  Lamagna ha scelto i temi dell’amore (e dell’odio), dell’arte e dell’amicizia, cesellando i componimenti con un idioma che è quello di Basile e Di Giacomo, di Viviani e di Daniele, il registro poetico della canzone classica e la lingua della quotidianità contemporanea. Parte dell’avanguardia teatrale napoletana, a lungo con la compagnia di Roberto De Simone, già collaboratore del compositore e chitarrista Antonello Paliotti, oltre a portare avanti svariati progetti musicali e teatrali (pensiamo all’Ottocento canoro dei Cottrau o i repertori dei rituali natalizi e pasquali che porta in scena annualmente), Lamagna è oggi la principale voce maschile della Nuova Compagnia di Canto Popolare. In “Neapolitan Shakespeare” emerge una molteplice inflessione linguistica, la sonettistica shakespeariana indossa una composita veste musicale, in cui Lamagna trasferisce il proprio portato artistico e i propri gusti, passando dal Settecento napoletano alla musica tradizionale, dal country alla tradizione bandistica, dalla musica popolare brasiliana agli umori beatlesiani, da Pergolesi al prog.  L’album è prodotto dall'associazione "di musica in musica", fondata dallo stesso Lamagna, che oltre a valorizzare il patrimonio sonoro napoletano, vuole ricercare nuovi talenti, soprattutto nelle aree del disagio minorile. Con lo stesso Gianni Lamagna entriamo nel mondo di “Neapolitan Shakespeare”.

Non è la prima volta che si traduce in napoletano Shakespeare, ma mettere mano alla poetica dei sonetti non è impresa agevole. Ci racconti le fasi di questo progetto sicuramente laborioso e impegnativo?
Lungo e affascinante, più di quattro anni. Spinto da una, chiamiamola sfida, lanciatami da Tonio Logoluso, amico attore e regista, nonché direttore del teatro Don Luigi Sturzo di Bisceglie. Ho iniziato con le traduzioni, ma non di tutti, e sono partito proprio dal sonetto 17. Contemporaneamente cercavo anche di comporre le musiche, e la cosa non è stata semplice. Troppe volte sono tornato su una parola, un’espressione, una nota, un ritornello. Alla fine, almeno per le musiche, ho dovuto chiedere aiuto.  Mi hanno soccorso Giosi Cincotti nel sonetto 64, Nico Arcieri nel 91, Piera Lombardi nel 90, che ha pure cantato. Poi c’è Paolo Raffone che ha musicato il sonetto 141. Con Raffone siamo stati più di un anno fianco a fianco. Sono suoi i bellissimi arrangiamenti di tutto l’album, suo è il merito di aver dato lustro alla parte musicale del progetto. La difficoltà di comporre 13 nuove melodie la si può immaginare: non scrivo canzoni da sempre, ho iniziato il giorno in cui compivo 50 anni, nel 2004, ma non è stata così complicata come quella delle traduzioni in napoletano. 

Come hai lavorato per quanto riguarda la misura e  lo sviluppo del componimento shakesperiano?
Quasi per tutti i sonetti sono riuscito a ‘fermarmi’ nella struttura originaria delle tre quartine col distico finale. Per molti ho fatto i salti mortali, troppo diverso il napoletano dall’inglese, due ‘lunghezze’, ma ce l’ho fatta. Mi piaceva che fossero anche visivamente inquadrati come nell’originale. Dove proprio non è stato possibile qualche quartina ha perso un rigo per strada diventando terzina, ma non potevo fare altrimenti. Dovevano essere anche canzoni, e il rispetto per le due lingue non poteva penalizzare nessuna delle due. 

Perché ne hai scelti diciassette?  Non sarà per invertire di senso la scaramanzia partenopea?
Tutta la mia vita ruota da sempre intorno a questo numero. Sono nato il 17 ottobre, e molto spesso coincidenze e fatti piacevoli hanno come protagonista questo numero. Quindi, dovendo pensare ad un numero di sonetti che fossero contenuti in un cd sono andato diretto e convinto sul 17. E non è la prima volta che un mio album contiene un numero simile di brani.

Che forma e registro del napoletano hai utilizzato? 
C’era da scegliere uno stile, una parlata, parole che avrebbero dovuto poi suonare, ho scelto di tradurre con il napoletano che parlo ed ho sempre parlato, che contempla Basile e Di Giacomo, Viviani e Bovio, De Simone e Moscato, ma soprattutto Lamagna: la mia lingua, il mio tempo, il mio vicolo, la voce di madre, quella delle zie che vivevano in provincia. 
Quella di un suono e di certe parole che sono scomparse e quella che imparo ogni giorno dalle voci delle ragazze e dei ragazzi della Napoli che frequento, e che parla per la maggior parte solo in napoletano.

Prima parlavi della musica e di chi ha curato gli arrangiamenti. Un forte impegno creativo è stato proprio il cucire la veste musicale, dove si colgono differenti riferimenti e culture musicali: qui come hai proceduto?
Le musiche sono state la mia libertà in note, potevo divertirmi a far cantare il Bardo in tanti modi, ricorrere a buona parte della musica che ho ascoltato, cantato, studiato, e così è stato. Ci sono, nei diciassette sonetti, le passioni musicali della vita, non tutte, ma buona parte, e sono tutte citate con voluta evidenza. Se il 17 suona come una country ballad, il 136 ammicca ai Beatles, se il 27 ‘cita’ Pergolesi e il suo tempo, il 111 rimanda un po’ al funky, il 76 reinventa un barocco molto napoletano, nel 3 c’è il ricordo della banda, nel 29 i suoni tipici della tradizione celtica, nel 91 il ritmo e la scansione della tarantella. In pratica, mi sono mosso nei campi che, più o meno, ho percorso nella mia carriera, e scelto un ‘sarto’ di prim’ordine come Paolo Raffone che con i suoi arrangiamenti ha collocato la mia voce in una scrittura musicale che mi ha fatto vibrare e commuovere diverse volte.

Nel “Sonetto 111” interviene il coro Mamme di Sisina, con cui collabori da anni e rappresentato un altro aspetto del tuo lavoro di artista che agisce sul territorio e sul disagio sociale. Ce ne vuoi parlare?
Il lavoro con le Mamme di Sisina è tra le più grandi esperienze umane che mi sia capitata. Sono ritornato a lavorare nel mio quartiere di nascita, la Sanità, avamposto di molti disagi, dal lavoro al malaffare, ma pure di tanta grande dignità, laboriosità, voglia di riscatto e cura per la parte bella delle tante cose importanti che custodisce. Ho iniziato nelle 1996 con il Coro delle bambine del Progetto Oasi, e da circa dieci anni mi dedico a buona parte delle loro mamme, con altre donne che si sono aggiunte, all’attività di coro. Un percorso molto importante per chi nell’adolescenza è stata costretta a lasciare la scuola per vari motivi, e che adesso, anche attraverso il canto, prova a recuperare quel tempo che le fu sottratto. 
Naturalmente il progetto non è finalizzato solo all’aspetto musicale e corale, ma con lo studio dei testi del repertorio che scegliamo insieme si aprono tante strade di incontro, a volte di scontro, che danno stimoli ad entrambi e opportunità di crescita in un dibattito costruttivo anche al di fuori dell’attività musicale. Tutte le volte che ho possibilità di coinvolgere le Mamme di Sisina nei miei lavori non mi lascio scappare l’opportunità, così come è accaduto anche per “Neapolitan Shakespeare”.

Il progetto ha ormai un anno di vita concertistica e discografica, come si è tradotto nella dimensione live e con quali riscontri?
Molti consensi positivi, specialmente dal mondo accademico e da quello della scuola, incontri nelle università, una menzione speciale al Premio Elsa Morante, il premio Masaniello, pochi giorni fa l’incontro con gli studenti del dipartimento di lingua e letteratura inglese dell’Università della Calabria. Ad esser sincero l’interesse ‘letterario’ che la traduzione in napoletano dei sonetti ha ricevuto è superiore a quello per il live che, come per tutte le cose non ‘commerciali’, quelle che non passano in radio e televisione, non hanno spinte giornalistiche, non sono intrise di folclore e ovvietà, trovano sempre difficoltà. 
Tra l’altro per il concerto siamo in nove in scena, più i tecnici, ed ha i suoi costi. Tutto nella norma, però, tutto in regola, era così anche al tempo di Shakespeare e nel sonetto 66, quello che chiude l’album e anche il live, è tutto scritto. Purtroppo c’è l’amarezza della constatazione che niente cambia, ma se l’ha vissuta il Bardo posso continuare a viverla io, sperando che qualcosa si metta in moto. Intanto, continuare a progettare e a creare, senza mai fermarsi, augurandosi di tradire il meno possibile gli impegni presi con se stesso.

A parte l’impegno con la NCCP dal vivo, cosa altro ha in programma Gianni Lamagna?
Continuo nella mia ricerca e nella riproposta di canzoni del repertorio napoletano dimenticate o quasi mai eseguite, lavoro a un testo teatrale che mi vedrà impegnato come attore, e a un repertorio musicale molto, ma molto ‘antico’. Una sorta di purificazione per anima e corpo.



Gianni Lamagna – Neapolitan Shakespeare (Europhone Records/Veloce Entertainment, 2015)
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Un ensemble formato dalle voci di Gianni Lamagna, Piera Lombardi, Alessio Arena e le Mamme di Sisina, e dagli strumentisti Arcangelo Michele Caso (violoncello), Alessandro de Carolis (flauti), Gianluca Falasca (violino), Giosi Cincotti (pianoforte), Michele de Martino (mandolino), Paolo Propoli (chitarre), Vincenzo Lamagna (contrabbasso), Mario Ciro Sorrentino (tromba e trombino barocco), Luigi Petronne (clarinetto) e Cira Romano (arpa) porta i meravigliosi, immortali versi del drammaturgo e poeta inglese nel golfo di Napoli. Nel declinarli in rime napoletane, Lamagna esibisce una libertà di scrittura e un’autonomia creativa, che mette in debito conto le tante musiche ascoltate, assimilate e suonate con passione. È una sostanza sonora di pregio, che rifugge la leziosità, che sfrutta pienamente le possibilità offerte da una lingua come il napoletano, che sul piano fonetico si presta benissimo all’incontro con la lingua inglese. Si apre con «Niente resiste a ‘sti rrime/ Manco ‘o marmo d’‘e statue e dd’ e palazze ‘ e prìncipe»: è “‘o cinquantacinche” – e non poteva essere altrimenti, poiché il numero corrisponde alla ‘musica’ nella Smorfia – con il suo fortunato incrocio di corde (chitarra, violino, violoncello e contrabbasso). Ci spostiamo in ambito barocco napoletano (bello l’inserimento del trombino barocco di tromba di Sorrentino) con “‘o sittantasei”, in cui si cantano amore e poesia. Nei sonetti che seguono Si parla di arti, prima la musica, nel “128”: «Oj musica, musica mia/ quanno tuocche chille taste/ Ca sonano sotto ‘e ddete toje/E liggera accarizzr chelli ccorde ca me portano luntane…»,  poi il mondo degli attori in “‘o vintitre”, dove spiccano i flauti di Alessandro de Carolis. La ricchezza di soluzioni si ritrova nell’insuperato “Sonetto 18”: «Shall I compare thee to a summer day?» diventa «T'aggi'a penzà comm' a gghiuorno d'età?». Ne “’o cientotrentasei” i passaggi melodici e armonici si infondono di umori beatlesiani creando un’atmosfera davvero incantevole. Poi si cambia registro, “’o dicessette” è una ballata impregnata di spunti country. La voce della cilentana Piera Lombardi (anche autrice delle musiche con Tonino Valletta) entra nel “Sonetto 90”. L’arpa è in primo piano in “’o vintinove”, brano che ammicca al mondo sonoro irlandese, mentre nel “91” trionfa il ritmo della tarantella per opera di Nico Arcieri. Il maestro Paolo Raffone ha composto ‘o cientoquarantuno”, contraddistinto dal timbro cristallino del mandolino suonato da Michele De Martino. Un altro celebre capolavoro shakepeariano è il Sonetto 116, che diventa “‘o cientessidice”: qui Lamagna si esibisce in un affiatato duetto con il figlio Alessio Arena. Se “’o tre” si apre alla tradizione bandistica, in “’o sissantaquattro” è il pianoforte di Giosi Cincotti (autore della musica) a dare corpo alla partitura. Invece, ritorniamo all’ ambientazione settecentesca partenopea con “’o vintisette”. Il coro della Mamme di Sisina impone la sua presenza vocale tra le aperture funky – à la Claudio Mattone – di “’o cienteùnnice” . Epilogo intriso di disillusione ne “’o sissantasei”, che rinnova i motivi espressi nel soliloquio di Amleto, e che a distanza di quattro secoli scuote ancora noi contemporanei. Qui si rivela ancora la superba traduzione di Lamagna, che riprende appieno il potere della parola del bardo: «E ll’arte affucata e ‘ncatenata ‘a ll’autorità». “Neapolitan Shakespeare” è un originale omaggio all’arte eterna, trasposta in una lingua di grande tradizione musicale e letteraria, che sa raccontare tanto il passato quanto il nostro tempo. 


Ciro De Rosa

Luf – Delaltèr. Verso un altro altrove (PerSpartitoPreso/Self, 2016)

L’effimera illusione della primavera araba a cui sono seguiti una lunga scia di conflitti e guerre civili culminati con la guerra in Iraq e Siria contro lo Stato Islamico, hanno intensificato i flussi migratori dall’Africa e dal Medio Oriente verso l’Europa. L’Italia, per la sua peculiare posizione geografica, rappresenta, così, per molti migranti una porta verso la speranza di un futuro migliore, e per raggiungerla compiono viaggi massacranti a bordo di precarie imbarcazioni che solcano il Mediterraneo per approdare sulle nostre coste, tuttavia in alcuni casi i loro sogni si sono infranti nelle onde del mare, naufragando insieme alle barche di scafisti senza scrupoli. A questo tema di così rilevante attualità, i Luf hanno dedicato il loro nuovo disco “Delaltèr. Verso un altro altrove” concept album sul tema del viaggio, inteso come fuga dalla povertà e della guerra, verso un mondo nuovo. Se nel disco precedente “Terra e Pace” li avevamo lasciati al fianco di Massimo Priviero, intenti a rileggere il repertorio dei canti della Prima Guerra Mondiale, in questo nuovo lavoro li ritroviamo alle prese con brani inediti che compongono un racconto intenso e sofferto, alleggerito – per quello che è possibile – dalle buone vibrazioni della loro musica. Seguendo l’ormai collaudato ed originale approccio ai loro dischi, anche questo nuovo album presenta un packaging particolarmente curato, ed impreziosito da un libretto con un fumetto di Moreno Pirovano e un poster del gruppo sul cui retro reca tutti testi e i credits. Composto da due cd, l’album propone sul primo dodici brani in versione folk-rock elettrica, e mentre il secondo ne raccoglie dieci in una riflessiva e forse più intensa versione acustica. Sin dal primo ascolto, a colpire, è senza dubbio il profilo sempre più cantautorale dei brani firmati da Dario Canossi, front-man e voce del gruppo, per i quali i Lupi hanno confezionato arrangiamenti assolutamente riusciti tanto nella versione elettrica quanto in quella acustica. In questo senso a risaltare è il dialogo tra le corde di Cesare Comito (chitarra acustica e voce) e Sergio Pontoriero (banjo, mandolino, dobro, basso, chitarra, percussioni) con i fiati di Pier Zuin (bodhran, tin whistle, flauto traverso irlandese, higland bag pipe, gralla dulce), la fisarmonica di Lorenzo Marra e il violino di Alberto freddi, il tutto supportato dall’ottima sezione ritmica composta da Sammy Radaelli (batteria) e Alessandro Rigamonti (basso). Aperto dall’intensa “Verso un altro altrove” che spinge subito sull’accelleratore del ritmo, il disco entra nel vivo con “Lampecrucis” dedicato all’isola di Lampedusa, porta d’Europa ma anche fine del viaggio per molti migranti che nelle sue acque vi hanno trovato la morte. La preghiera laica “Ave Maria Migrante” commuove per l’intensità del testo, mentre la title-track ci riporta alle atmosfere scanzonate che rendono irresistibili i Luf. Se all’America di Johnny Cash guarda “Questa Macchina”, “Don Vecare” è un salto indietro nel tempo per raccontare le vicende del bandito Giorgio Vicario, decapitato nel Settecento dai suoi stessi compagni di malefatte. Si prosegue con l’autobiografica “Stelle”, dedicata al pubblico che sa “che con noi il bicchiere è sempre pieno e mai a metà”, e con l’intensa “Signora dai lunghi pensieri” nella quale si mescolano ricordi ed amori che ritornano. Pregevole è poi la rilettura di “Camminando e cantando” di Sergio Endrigo, mentre “La lüna le ‘na randa mata” è la dedica accorata ad un fan scomparso di recente. Chiude il disco la versione rock di “Verso un altro altrove” con la complicità di Alessandro Sipolo che suggella un disco di grande spessore, e senza dubbio, tra le migliori prove di sempre dei Luf. L’altra faccia della medaglia è poi il disco con le versioni acustiche dei brani e nel quale trovano posto anche due brani tradizionali “O pescator che peschi” già proposta nel secondo disco “Bala e fa Balà” e quel gioiello che è “Stella Clandestina”. 


Salvatore Esposito