Baìa Trio – Coucanha (Rox Records, 2016)

Baìa Trio si fregia tre artisti molto affiatati: Francesco Busso (ghironda elettro-acustica e voce), Gabriele Ferrero (violino, voce e piede) ed Enrico Negro (chitarra e voce), che collaborano da molti anni; addirittura Ferrero e Nigro nel 2017 compiranno venticinque anni di amicizia e musica condivisa. Sono musicisti che non hanno bisogno di presentazioni, ma per chi non è aduso al nu-folk nostrano, diciamo che sono personalità di lungo corso nel circuito folk con un lungo curriculum: negli ultimi trent’anni sono stati ‘suonadour’ negli eventi festivi di convivialità locale nelle valli occitane italiane, hanno allietato le osterie e calcato i palchi nei maggiori festival folk europei; hanno fatto parte dell’Orchestra TradAlp e tutti e tre militano negli Edaq, uno dei gruppi dal forte tratto contemporaneo ed innovativo venuto fuori da quella fertile terra folk che è il Piemonte. In occitano “coucanha” è la cuccagna: «Vuole essere un omaggio al tempo in cui le cose nella vita si muovono e si possono finalmente raccogliere i frutti dall'albero, che sono i regali belli della vita. Insomma, è una dichiarazione di speranza, per noi rappresenta un messaggio augurale nei confronti nostri e del mondo, della vita, delle persone», spiega Enrico Negro. Qui si propongono come portatori di musica da bal-folk, senza mettere da parte la cifra di sperimentazione. Così Negro: «L’idea è di far ballare, far divertire e stare insieme la gente, ma allo stesso tempo siamo musicisti innamorati della musica in ogni sua forma e abbiamo cercato di coniugare le esigenze formali del ballo con quelle dell’ascolto, della musica che, non dimentichiamolo, è rivolta in maniera privilegiata e naturale alle orecchie. Abbiamo sempre cercato di far coincidere la nostra musica con la nostra sensibilità ascoltando sia le orecchie che i piedi. Da qualche anno assistiamo al fenomeno del cosiddetto ‘neo-trad’, che sta effettivamente mescolando le carte e creando non poca confusione nel nostro ambito. Nasce come fenomeno per far ballare la gente con esiti a volte forse un po’ discutibili. Non è una critica verso il nuovo, anzi il nuovo è necessario e invocato, ma il problema è che in buona percentuale il nuovo sta da un’altra parte. D’altro canto, credo che sia compito nostro, dei musicisti che negli anni si sono fatti le ossa suonando, ascoltando e vivendo il folk, e anche dei giovani più curiosi e rispettosi del passato, riuscire a proporre suoni che in qualche misura siano riconoscibili e apprezzabili dal pubblico, creando e cercando nuove modalità espressive senza snaturare mai l'essenza della musica tradizionale. Penso che tutto questo abbia anche a che fare con l’appiattimento dell’offerta culturale proposta dai media in cui si è persa ogni traccia di rispetto per la musica e in cui si privilegia un’immagine stereotipata del musicista, legata a cliché della musica di consumo. Cosa che ha fatto perdere significato all'atto più naturale dell'ascoltare e fruire la musica senza immagini o movimenti, semplicemente seguendo la propria immaginazione. Non a caso il concerto inteso come momento di ascolto si è sempre più ridimensionato in termini di affluenza e di fruizione, quasi come se non si avesse voglia di impegnarsi troppo ad ascoltare». Va da sé che quello dei tre Baìa è un suono ben rifinito ma potente e agile al contempo, la loro ‘spontaneità’ frutto dell’equilibrio tra individualità che ben si conoscono. Il repertorio porta l’ascoltatore a spasso per l’Europa con un mix di brani che attingono alla tradizione e di nuove composizioni ispirate alla tradizione orale. Partono da casa con “Da Maridè”, brano piemontese che si fonde con una danza del violinista del Corrèze Leon Peyrat (“Valse a la cabrette”). Ferrero mette la sua firma occitana su “Cicurenta/Balet”, poi si toccano le Quattro Province con “Polka in La minore”, proveniente dal repertorio del pifferaio Stefano Valla, uno dei brani che i Baìa fanno proprio alla grande. Poi si abbracciano le terre d’Occitania: la Guascogna (“Suite di Rondò”) e l’Auvergne (“Suite di Bourrèe”). Francesco Busso firma la bella “Mazurka del buon cammino”, quella che ti porta a cercare la tua strada, ma anche a trovare grande musica (nella traccia si sentono i rumori dell’acqua del lago di Avigliana nei pressi di Torino), magari verso nord in Bretagna (“Hanter Dro Humus”, scritto da Ferrero) e nel Connemara d’Irlanda (“Suite di circoli”). Dunque, musica che vuole accompagnare i passi dei ballerini, scegliendo un repertorio originale, mettendo molta attenzione nelle forme, ma lasciando spazio all’improvvisazione e alla ricerca dell’interplay. Un disco che nei suoi trentotto minuti (peccato, qualche pezzo in più non avrebbe guastato) non mostra debolezze. Ritmi da ballare e musiche da ascoltare: chi privilegia l’ascolto è risucchiato nel vortice sonoro, i ballerini, assicura Negro, «apprezzano la proposta e ballano a oltranza». Cosa chiedere di più? Cercateli su www.roxrecords.it 



Ciro De Rosa
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