Peppe Barra – … E Cammina Cammina (Marocco Music/iCompany, 2016)

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Una vita da mattatore del palco, poetico istrione, maschera mordace e ironica dal registro vocale plastico: levigato e corrosivo, scuro e aguzzo, canto senza costrizioni di un artista puro: insomma, quando si parla di Peppe Barra è difficile non ripetersi. Nel disco “…E Cammina Cammina” gli applausi non mentono mai, il disco è stato interamente registrato dal vivo in diverse location teatrali e sale da concerto italiane, ma mixato come fosse un continuum che dà il senso del concerto-recital di Peppe. Il titolo non echeggia soltanto il voler celebrare il cinquantennale magistero artistico di Barra, fatto di amore e gioia per lo stare in scena (“Luci e palcoscenico me dann’ a gioia ‘e vivere”, cantava Barra nella sua “N’attimo”), di passione, ricerca, sfide, accoramento e sogni, ma intende anche omaggiare Pino Daniele, altro napoletano immenso: «I suoi versi hanno sconvolto un po’ la poesia napoletana ma l’hanno rafforzata», mi diceva Barra in un’intervista raccolta qualche anno fa. Partner fidati sostengono strumentalmente il maestro con arrangiamenti sobri e misurati, tesi a fondere con bravura linguaggi musicali, ma lasciando sempre piena centralità allo charme del Maestro: ci sono Paolo Del Vecchio (chitarra e mandolino), Luca Urciuolo (pianoforte elettrico e fisarmonica), Sasà Pelosi (basso acustico), Giorgio Mellone (violoncello), Ivan Lacagnina (percussioni) e Alessandro De Carolis (flauti). Memoria dell’arte canora partenopea, dell’opera buffa, del teatro rituale e del teatro-canzone, mediatore tra passato e presente, tra classico e popolare, adoratore del teatro della follia, dal vivo il magnifico fabulatore Peppe Barra racconta sempre di aver vissuto tre secoli: l’Ottocento, grazie al racconto dei nonni. Il Novecento per la testimonianza di mammà Concetta e per averlo lui stesso vissuto (è del 1944), e ora il nuovo Millennio. Molte di più le età poetiche attraversate nelle quattordici tracce del CD, storie di ieri e di oggi, che attingono ad autori diversi in un personale teatro degli affetti e in un vasto paesaggio culturale, con qualche sorpresa nel repertorio. 
Chi si aspetterebbe un disco che attacca con le note blues di “Shit Struck Street Blues”, l’infatuazione tra una “cacatella e uno strunz”, che poi non è altro che il riadattamento de “l’Idillio ‘e merda” del grande poeta Ferdinando Russo dall’”Inferno della Poesia napoletana”. La canzonetta ottocentesca “Lu vasillo” è nel suo repertorio sin dai tempi del sodalizio con Concetta, mentre della metà del Novecento è la straripante ironia de “La Pansè”, musicata da Gigi Pisano su testo di Furio Rendine, già nel repertorio di Renato Carosone e Nino Taranto. Segue “Tiempo”, magistrale figurazione del tempo, tratta dalla fiaba “Li sette palommielle” di Giambattista Basile, autore napoletano seicentesco che non poteva mancare nello spettacolo. Barra ha studiato a fondo le sue fiabe: qui il cantante, nella descrizione della “Casa del Tempo” basiliana, è accompagnato dal piano elettrico. Il recitativo precede l’inedito “Sona Rilorgio”, testo del regista napoletano Lamberto Lambertini su un tema danzante del concittadino Savio Riccardi: entrambi già in passato hanno scritto per Barra, il quale si produce in un’interpretazione eccellente con la band a pieno regime. Benché critico e disincantato su quanto accada nella Napoli contemporanea, Peppe sa riconoscere il capolavoro in una canzone, così fa sua quella splendida dichiarazione d’amore che è “Vasame” di Enzo Gragnaniello. 
Ne “L’ammore” («L' ammore era comme ' nu pullece.../ Si te trase rint' a na recchia/ T' arrobba tutte li suonne») – accompagnato da Urciuolo al piano – prende a prestito le parole di Antonio Petito; il brano è il prologo alla struggente “Picceré” di Piero Gallo, costruita sui modi della canzone classica napoletana: uno dei picchi del disco, a completare questo trittico sull’amore. Una chicca è anche l’impareggiabile ritratto vivianeo de “’O Malamente”, mentre “Munasterio”, proveniente dall’omonimo poemetto di Salvatore Di Giacomo, è frutto del celebre sodalizio del poeta con Mario Costa. Risplende flessa nella lingua napoletana “Nun chiagnere cchiù”, che poi è “No Woman No Cry” di Bob Marley, riambientata in un qualunque paesone della conglomerazione partenopea, a tracciare un parallelismo crudo ed ironico tra la sofferenza di donne napoletane e quelle del ghetto di Trenchtown. Ancora un salto temporale, con il recitato di “Non dormire”, traduzione dal duecentesco poeta mistico Rumi, poggiato su una sottile trama di piano, violoncello e flauto. Violoncello e fisarmonica aprono “Cammina, cammina”, commovente tributo a Pino Daniele, entra la voce accompagnata dalla chitarra classica e ancora dal violoncello, per culminare nel pieno strumentale. Infine, l’epilogo con il “bis”, omaggio alla persona che «ha determinato la sua vita», Concetta Barra, e a Eduardo De Filippo, con cui sua madre lavorò a lungo. Si tratta della celebre “Uocchie c’arraggiunate”, ancora un modo di raccontare l’amore. Nel presentarla, Barra apre una finestra sul dietro le quinte, spiegando che era cantata spesso dalla madre per desiderio del grande drammaturgo. Emozioni da un performer eccezionale, racchiuse in cinquanta minuti, un ascolto da cui è difficile staccarsi. 


Ciro De Rosa
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