Giorgio Tirabassi – Romantica (Nuccia, 2016)

Noto al grande pubblico per la sua attività di attore, al fianco di registi come Ettore Scola, Francesca Archibugi e Carlo Mazzacurati, nonché per le tante fiction televisive a cui ha preso parte, Giorgio Tirabassi giunge al suo debutto discografico con “Romantica”, dopo aver coltivato parallelamente la sua passione per la musica, esibendosi nei principali locali di Roma. L’album raccoglie quattordici brani della tradizione popolare romana, più una bonus track, riletti in una elegante chiave jazzy che mescola echi di jazz manouche, tango, bossanova e milonga. Lo abbiamo incontrato a Roma in un minuscolo bar, situato in cima alla collina di Montemario, a due passi dall’Osservatorio Astronomico. In questo scenario, così suggestivo, in cui si gode di uno dei panorami più belli della città, ci ha raccontato la genesi di questo album, soffermandosi sull’esigenza di riscoprire la tradizione, senza dimenticare la sua attività musicale dal vivo.

Com’è nata l’idea di realizzare “Romantica”, disco che raccoglie alcune tra le più belle canzoni della tradizione romana?
La mia passione per la canzone romana ha radici lontane, in quanto mi sono avvicinato a questo repertorio già da ragazzo. In seguito l’ho studiato molto ed anche suonato, tanto in situazioni private, quanto in teatro. Se indiscutibile è la valenza drammatica e romantica di questi brani, il problema è riuscire ad imprimere a questo repertorio una connotazione moderna, tanto da non distaccare subito il pubblico, perché inevitabilmente la musica popolare e tradizionale si scontra con la contemporaneità. Credo che le radici, la storia, la tradizione siano una specie di obbligo. Tradizione vuol dire trasmettere, e per farlo bisogna essere comprensibili e quindi interpretare, diversamente è un problema. Ho inciso questo disco non perché avessi l’ambizione di diventare un “Lauro Pausino”, ma perché credo di essere autorizzato ad interpretare queste canzoni, non solo perché sono un attore, ma anche per il fatto di sentirmi parte del popolo. Proprio come un pittore che dipinge il soffitto ed il controsoffitto e, nella stanza vuota, canta. Tutti quelli che lavorano, cantano perché hanno un grande ego. La voce nella stanza vuota risuona meglio. 

La doppia lettura del titolo lascia intuire che persegui il doppio obiettivo, di far emergere la poesia della canzone romana, ma anche la storia di questa citta…
E’ un giochetto, ma lascia intendere lo spirito del disco. Romantico è lo spirito e l’intenzione del disco, e questo emerge anche dalla copertina, un’immagine un po’ inventata del panorama notturno di Roma, ma molto evocativa.

Alla base di questo lavoro c’è stato un lungo lavoro di ricerca da parte tua, puoi raccontarci com’è iniziato?
Come dicevo, il repertorio tradizionale romano mi ha incuriosito fin da ragazzo, e ho sempre raccolto tanto materiale. Totti e De Rossi dicono che per loro esiste una sola maglia, quella della Roma. Per me è lo stesso. Questo, infatti, è il materiale su cui lavorerei sempre. Certo mi capita anche di fare altre cose, però la mia passione è tutta qui. La tradizione musicale romana ha radici profondissime, ed ha avuto grandi interpreti come Sergio Celli che realizzò un’antologia della canzone romana, Alvaro Amici e i suoi figli che ne continuano l’opera, ma anche Gabriella Ferri, Claudio Villa e Lando Fiorini. Senza contare l’importanza di Armando Trovaioli che l’ha interpretata meglio di tutti ne “Il Rugantino” con Garinei e Giovannini. 

Puoi presentarci i musicisti che suonano con te?
Alle registrazioni dell'album hanno preso parte alcuni musicisti con i quali lavoro da diverso tempo. Alcuni di loro mi hanno accompagnato anche in uno spettacolo che feci al teatro Brancaccio di Roma nel quale ero accompagnato da un’orchestra di otto elementi. Daniele Ercoli (contrabasso, bombardino, flauto e voce) e Giovanni Lo Cascio (batteria) lavorano con me in trio per lo spettacolo “Coatto Unico”, per il quale abbiamo fatto anche alcuni esperimenti, ripresi nel disco, come nel caso de “Il Castello” che è un brano del Quattrocento.

Come si è indirizzato il lavoro in fase di arrangiamento dei brani?
Volevo dare a queste canzoni il sapore delle ballad di Chet Baker. Accade, così, che un valzer come 
“Affacciate nunziata”, grande successo del Festival della Canzone Romana, la facciamo in quattro. Cambiano le strutture, ma a farci caso è magari solo il musicista, il pubblico ascolta i versi e il romanticismo della canzone. La preoccupazione maggiore che abbiamo avuto, in fase di arrangiamento, è che non venisse fuori un lavoro con la puzza sotto al naso. Quello mi sarebbe dispiaciuto tanto, perché il desiderio è quello di trasmettere la tradizione perché ha un grande valore. Ed è per questo che ho scelto di non inserire strumenti come il mandolino o il tamburello, tant’è che avrei voluto proprio intitolarlo: “Vietato l’ingresso al mandolino e al tamburello”.

Come hai selezionato i brani da inserire nel disco?
La maggior parte dei brani che ho incluso nel disco, nascono dalla combinazione di vari stornelli scelti tra quelli raccolti da Giggi Zanazzo, e che ho usato secondo l’ispirazione del momento. Un esempio è certamente “Fiorin Fiorello”, che mette insieme tre sonetti della tradizione, quelli più belli, contaminati da un suono che rimanda al son cubano. A mio parere, nel reinterpretare la tradizione, bisogna lasciare una traccia di autenticità. Nel mio caso è sostanzialmente nel modo di cantare, facendo risaltare la forza e la potenza dei versi. Certo l’aver incrociato il son cubano può essere un azzardo, ma era una scommessa da tentare. Altro brano su cui abbiamo lavorato è 
“Nina Viè Giù”, un altro dei grandi successi del Festival della Canzone Romana che si faceva a Porta San Giovanni, in quel caso ho tolto l’inciso perché diventava un maggiore terzinato non particolarmente bello, e ho conservato le sole due strofe. Lo stornello, come noto, era terreno di improvvisazione, tuttavia in alcuni casi è accaduto che i brani venissero ricantati sempre nella stessa versione. Infatti, nel disco, sono presenti anche canzoni vere e proprie come l’iniziale “Come Te Posso Amà”, proposta in una versione già nota con l’eccezione della seconda strofa, “Alla Finestra Affacciati”, “Tango Romano” che venne interpretata anche da Ettore Petrolini, ed “Arziti Bella” dal repertorio di Graziella Di Prospero. 

“Arziti Bella” l’avevi già interpretata in “Mettece Sopra” di BandaJorona…
Ho scoperto questo brano proprio grazie a Bianca Giovannini, la quale ha voluto che nel disco a cantarlo fossi proprio io. Il risultato mi è piaciuto molto, e così ho deciso di inserirla anche in “Romantica”. Apprezzo molto il lavoro di BandaJorona, i cui dischi sono tra le poche cose che mi piacciono davvero per quanto riguarda la rilettura della tradizione romana.

Il disco si conclude con la bonus track “Stornelli a dispetto”…
Lo stornello è la rappresentazione di qualsiasi stato d’animo, amore, odio, provocazione. Ci sono anche stornelli politici, pensa a quelli di metà dell’Ottocento, spesso anche incomprensibili perché c’era la censura papale. Poi c’erano anche delle sequenze di stornelli di minaccia, fatti a chiamata e risposta, e che spesso si concludevano con le coltellate. 

Quanto si è perso del patrimonio della tradizione musicale romana?
C’è la necessità di far conoscere le cose più belle del nostro repertorio, perché quello che la gente scopre dipende dal repertorio che si propone. E’ difficile che il pubblico vada a ricercare nella tradizione, e la sua fonte primaria di conoscenza è quello che può ascoltare in un concerto o in un disco. Negli ultimi anni è passata sempre l’immagine da macchietta del romano, un po’ sguaiato e sopra le righe, ed è per questo che continuo a portare in scena lo spettacolo “Coatto Unico”, ben sapendo che è un titolo rischiosissimo. Io per coatto intendo quelli che sono costretti a vivere nelle periferie. La comunicazione non mi riguarda, e forse nemmeno mi interessa. Ciò che importa è che chi viene allo spettacolo capisca, e quello che è la romanità e la tradizione.

La tua definizione di coatto racchiude una riflessione importante sulla Roma di oggi, sempre meno attenta alle periferie…
Molti di coloro che vivono nelle periferie pensano che il loro destino è rimanere confinato là. Quando si esce da quei quartieri e si va al centro di Roma, si ci sente come turisti. Da sempre c’è un distacco delle istituzioni. Quando fecero i lavori di ampliamento di Roma ed alcuni quartieri come Borgo Pio furono smantellati, coloro che li abitavano vennero trasferiti nelle nuove periferie come il Quarticciolo, o il Quadraro. Quest’ultimo è stato uno dei quartieri che ha resistito di più durante l’occupazione tedesca. Io sono cresciuto a Valle Aurelia dove con il boom dell’edilizia quando cominciarono a costruire i quartieri in stile umbertino con Corso Vittorio, Piazza Vittorio, presero a diffondersi le baracche dei fornaciari che lavoravano là. Erano quartieri dove nemmeno i fascisti entravano, e qualche tedesco, si dice, finì anche nei forni. 

In questi canti si riflette l’immagine di una Roma che non c’è più…
La descrizione dello spirito dei romani di allora, ci arriva attraverso le descrizioni degli stranieri che arrivavano a Roma, a metà Ottocento. Erano tutti molti affascinati da questa città, parlavano del temperamento dei romani, molto facili all’uso del coltello, ma molto nobili d’animo, come li definisce anche Gogol. Roma era un museo a cielo aperto, con i ruderi intorno alle vigne, boschi, paludi che ogni primavera portavano la malaria, e che poi hanno bonificato. La vita di questa città si sviluppava intorno al fiume, intorno al centro c’era subito il verde della campagna, della quale i romani ne conservavano lo spirito. Molti degli autori che hanno raccontato Roma, parlano del grande silenzio che c’era la sera e che consentiva di sentire in lontananza qualche stornello, qualche serenata. Poi c’era anche il Carnevale che a Roma era una festa straordinaria, c’erano le corse dei cavalli berberi che venivano lanciati senza fantini da Piazza del Popolo a Piazza Venezia, e spesso accadeva che qualcuno di loro si lanciasse sulla folla, provocando dei morti. La musica tradizionale romana ci consente di scoprire non solo la storia di questa città, ma anche quella italiana. In fondo, siamo stati sempre l’ultimo baluardo prima dell’Unità d’Italia.

Riascoltare queste canzoni significa anche riscoprire il dialetto romano…
Se oggi andiamo a rileggere i versi del “Meo Patacca” di Giuseppe Berneri, ma anche i sonetti di Gioacchino Belli ci risulta difficile comprendere il romanesco antico. Per trovare qualcosa di più leggibile, per noi, bisogna arrivare a Trilussa. Luigi Magni nei suoi film utilizzava un dialetto che rimanda a quello antico, le cui tracce possono essere forse rivenute oggi, solo nel Quartiere Ebraico, dove c’è la comunità più antica di Roma. Loro sono i veri romani, non gli altri. Il Ghetto oggi è un posto affascinante ma, durante l’epoca Papale, era una specie di lazzaretto, c’erano le malattie, ed erano tutti bianchissimi, perché non ci arrivava mai il sole. Il dialetto giudaico romanesco ha ancora l’inflessione dialettale del sud, del Frusinate, ed era quello che si parlava fino al Cinquecento. Ad esempio dicevano: “Vorrebbe essere un grillo per cantane, me voio dolce dolce fa sentine” oppure “lo padre mio”, “o pateme”. In seguito Roma ha preso il linguaggio fiorentino, e per noi è forse stata una fortuna perché questo è stato il linguaggio della commedia italiana.

Concludendo, da “Coatto unico” a “Romantica”, il filo conduttore dal vivo sarà lo stesso?
“Coatto unico” è un contenitore molto libero, uno spettacolo modulare con un filo drammaturgico, nel quale racconto varie cose, sono presenti alcuni personaggi, e ovviamente inserisco alcuni brani in romanesco, in versioni molto contaminate con il blues. Abbiamo portato in scena questo spettacolo, fino a qualche giorno fa, sul palco della Sala Umberto, qui a Roma. Per “Romantica”, invece, è previsto un concerto nel quale racconterò alcuni aneddoti raccolti da Zanazzo, reciterò un sonetto del Belli, per dare al pubblico un’infarinatura dell’importanza di questo repertorio, che non è infinito come quello napoletano ma ci sono cose di grande pregio. 


Giorgio Tirabassi – Romantica (Nuccia, 2016)
Parallelamente all’attività di attore per il cinema e la televisione, Giorgio Tirabassi ha coltivato, negl’anni, anche un proprio percorso come musicista, esibendosi spesso nei teatri e nei club della Capitala, affiancato da un ensemble jazz, con il quale ripropone alcuni brani della tradizione romana. La sua passione per la musica ha radici lontane nel tempo, e risale alla sua adolescenza quando scopre Django Reinhardt e l’amore per la chitarra, e si divide tra gli ascolti dei dischi degli Area e dei Led Zeppelin, come quelli di Claudio Villa e Gabriella Ferri. La sua curiosità, come ci racconta nell’intervista, lo ha condotto ad appassionarsi anche allo studio della tradizione musicale romana, e naturalmente poi a riproporla anche sul palco. L’approdo all’esperienza discografica con “Romantica” è stato, dunque, una tappa quasi obbligata, ma allo stesso tempo la naturale evoluzione del suo lungo percorso di ricerca. Prodotto da Giuseppe Vadalà per l’etichetta Nuccia, il disco raccoglie quattordici brani della tradizione romana riletti in una brillante chiave jazz in cui confluiscono influenze sonore che vanno dal jazz manouche, tango passando per la milonga ed il son cubano, fino a toccare la bossa nova. Al fianco dell’attore romano, troviamo un gruppo di eccellenti strumentisti di estrazione jazz come Luca Chiaraluce (chitarra), Massimo Fedeli (fisarmonica), Daniele Ercoli (contrabasso, bombardino, flauto e voce), Giovanni Lo Cascio (batteria), Moreno Viglione (chitarre), Sergio Vitale (flicorno) e con la partecipazione di Carlotta Proietti ai cori. Come evocano tanto la copertina quanto il titolo, il disco offre una splendida istantanea di Roma, ritratta attraverso il suo repertorio musicale, nel quale si mescolano serenate e stornelli, canti d’amore e di malavita, canti di carcere e sentimenti intensi. A caratterizzare ogni brano è l’elegante approccio interpretativo di Tirabassi, sempre misurato al canto, ed attento a conservare la trama tradizionale, anche nell’incontro con altre sonorità. Aperto dal canto di carcere “Come Te Posso Amà”, il cui testo ricorda anche le invasioni dei pirati turchi sulle coste tirreniche, il disco ci regala subito una delle sue perle con “Alla Finestra Affacciati”, serenata ottocentesca, qui proposta in una fascinosa versione jazzy. Si prosegue prima con “Tango Romano” dal repertorio di Petrolini la cui melodia è impreziosita dalla chitarra manouche, e poi con “Arziti bella”, brano raccolto nel Basso Lazio da Graziella Di Prospero. Se il ritmo del son cubano pervade “Fiorin Fiorello”, la successiva “Nina Viè Giù” è un’altra serenata notturna dalla elegante trama jazz. Il ritmo trascinante di “Tutte Le Notti… (Made in France)” ci conduce all’altro vertice del disco “Affaccete Nunziata”, che si caratterizza per la splendida prova vocale di Tirabassi. Pregevole è poi l’omaggio a Gabriella Ferri con la bella versione di “Stornello dell’Estate” di Ennio Morricone, proposta a due voci con Carlotta Proietti, così come la versione de “Il Castello”, brano risalente al XIV Secolo. “M’affaccio alla finestra” ci conduce verso la conclusione con “Stronelli di malavita”, la gustosa “Serenata del Belli” e la poesia intensa de “Le Stelle”. La bonus track “Stornelli A Dispetto” suggella un disco di rara intensità, che ha il pregio di riportare alla luce alcuni tra i brani più belli, ancorchè poco noti, della tradizione romana.


Salvatore Esposito