BF-CHOICE: Maria Pia De Vito featuring Chico Buarque – Core [Coracão]

In “Core[Coracão]”, la vocalist partenopea, ai vertici del panorama jazz internazionale, offre cittadinanza sonora napoletana a tredici canzoni carioca. Sperimentatrice delle infinite possibilità sonore della voce, Maria Pia De Vito è artista versatile, sensibile e creativa...

BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

giovedì 25 febbraio 2016

Numero 244 del 25 Febbraio 2016

“Flowers Of Fragility” di Elias Nardi è la storia di copertina del n. 244 di Blogfoolk. Incontriamo l’oudista pistoiese per farci raccontare questo suo lavoro di crossover ispirato alla Grande Guerra. Restiamo in ambito world con “The tambourine man”, che il cantante e percussionista galiziano Xabier Díaz ha inciso con le Adufeiras De Salitre. Dall’estremo nord-ovest iberico, ci dirigiamo in Svezia per andare alla scoperta di “Transglobal Roots Fusion”, secondo episodio discografico del travolgente ensemble multietnico Världens Band. Torniamo in Italia per far tappa prima in Sardegna con il nostro disco consigliato della settimana “Galanìas” del quintetto Actores Alidos, featuring Sainkho Namtchykak, e poi proporvi “Live In Vio”, esordio del trio Fiordispina (Nora Tigges, Sara Marchesi e Susanna Buffa). Spazio alla lettura con “POPOlabile”, volume autobiografico del percussionista Gian Michele Montanaro, che abbiamo intervistato per l’occasione. Non manca uno sguardo verso la canzone d’autore con “Solo Vero Sentire” di Francesco Camattini, così come non rinunciamo ad aprire la finestra sul jazz  di “Tutti Solo” del contrabbassista Marco Bardoscia. In conclusione, per la rubrica Contemporanea, tocca a “La Via Del Possibile” del trombonista barese Michele Jamil Marzella.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


COVER STORY
WORLD MUSIC
VIAGGIO IN ITALIA
LETTURE
STORIE DI CANTAUTORI
SUONI JAZZ
CONTEMPORANEA


L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Elias Nardi Group - Flowers Of Fragility (Visage Music/Materiali Sonori, 2015)

Virtuoso dell’oud e già allievo del palestinese Adel Salameh, Elias Nardi, vanta un intenso percorso artistico costellato dalle collaborazioni con musicisti come Ares Tavolazzi, Riccardo Tesi, e Max Manfredi, tra gli altri e due eccellenti album “Orange Tree” del 2010 e “The Tarot Album” del 2012, incisi con il suo quartetto. A tre anni di distanza dall’ultimo lavoro in studio lo ritroviamo con “Flowers Of Fragility”, disco ispirato alle vicende della Grande Guerra, e nel quale è affiancato da un rinnovato ensemble allargato. Abbiamo intervistato il musicista pistoiese per approfondire i temi e le ispirazioni del disco, senza dimenticare uno sguardo verso la sua produzione precedente. 

Partiamo da lontano: come nasce la tua passione per l'oud, e più in generale per la musica araba?
Partendo da lontano devo ovviamente premettere che prima di diventare suonatore di Oud ero un contrabbassista di studi classici e jazz.  Possedevo già una particolare curiosità ed attrazione per la sperimentazione e la contaminazione tra i generi, covavo una grande passione per il Medio Oriente dal punto di vista culturale, storico/archeologico e per lo studio della geopolitica relativamente a quelle aree. Di conseguenza il passo che mi ha portato ad affezionarmi anche ai suoni di certe latitudini è stato piuttosto breve ed è avvenuto intorno alla fine degli anni ’90. Il mio primo Oud arrivò poco dopo, sempre più attratto da quel suono e dal voler investigare lo strumento nel suo aspetto ludico e costruttivo. Chiesi ad un amico del Marocco di portarmi uno strumento in prova di ritorno da un suo viaggio verso casa e la riflessione scaturita nell’immediato dopo aver cominciato fu letteralmente: << ma... io qui ci sono già stato! >>. Da quel momento la mia vita è radicalmente cambiata. Ho intrapreso un percorso che mi ha portato a seguire le lezioni virtuoso palestinese Adel Salameh, a compiere diversi viaggi nell’oggi martoriato Medio Oriente e ad abbandonare lentamente, ma inesorabilmente il contrabbasso per dedicarmi esclusivamente allo studio della tecnica sul liuto arabo e della tradizione del repertorio arabo-ottomano classico, con particolare attenzione all’area del Mashreq. Lungo questo cammino ho avuto la fortuna di formarmi suonando con musicisti provenienti da tutto il bacino arabofono, dal Marocco alla Siria e, sconfinando, fino all’Azerbaijian e all’Iran.

World music, jazz, musica contemporanea, sono questi gli ingredienti della tua originale cifra stilistica. Come hai impostato il tuo percorso di ricerca in questi anni? 
Proprio nel picco della mia massima dedizione al patrimonio musicale arabofono e mediorientale in genere, ho cominciato ad avvertire una saturazione per quella tradizione e per quei suoni, tale da farmi intraprendere un percorso a ritroso che mi riportasse verso occidente, in musica. Mi sono reso conto di una mia „spersonalizzazione“ creativa, di avere una specie di crisi d'identità sonora. In fondo io ero semplicemente un musicista occidentale amante della sperimentazione che per anni è stato affascinato (ed ancora lo sono ovviamente) da un immenso patrimonio storico-musicale, ma che in realtà non stava esprimendo se stesso artisticamente. Da qui l’esigenza di estendere la mia ricerca personale all’aspetto compositivo, ritornando ad utilizzare tutti gli elementi delle musiche europee, esprimendomi comunque con quello che ormai era diventato gioco forza il mio strumento, un cordofono extraeuropeo, noto come il principe degli strumenti arabi. Per me è difficile concettualizzare condensandolo il mio percorso di ricerca, ma posso sicuramente dire che è il risultato di una serie infinita di influenze, di elementi, di ascolti e di studi  che ho cercato di far confluire progressivamente nel corso degli anni in un suono che mi rappresentasse e potesse essere il più possibile riconoscibile, sia sul mio Oud in qualità di strumentista sia come compositore. Ciò che mi attirava era l'idea di poter un giorno rappresentare un piccolo genere a sé stante piuttosto che appartenere ad un genere vero e proprio. Dalle musiche del bacino mediorientale al jazz, dalla musica classica alla contemporanea fino al rock progressivo e così via, tutto mi ha ispirato cercando di far coesistere gli elementi partendo dal punto di vista del musicista europeo che utilizza anche caratteristiche delle musiche del vicino e Medio Oriente. Non voglio quindi far mancare un certo sviluppo armonico e una ricerca in verticale ma attribuisco anche un grande ruolo all'aspetto melodico e all'utilizzo in determinate composizioni delle scale modali più tipiche di certe aree. Ovviamente un obbiettivo più filosofico è quello di cercare di dimostrare che alla fine grazie all’arte  lo scambio multiculturale è sia possibile che stimolante e queste culture, che oggi per ragioni meramente politiche sembrano così distanti tra loro, hanno in realtà molte più  possibilità di coesistere di quello che si potrebbe pensare (o che ci vogliono far pensare), proprio all’interno di un contesto mediterraneo che per sua stessa natura non dovrebbe far altro che avvicinare e tenere uniti. Si può riassumere il tutto dicendo che quello che cerco di mettere in musica sono semplicemente delle migrazioni sonore.

"Flowers Of Fragility" è ispirato al centenario della Prima Guerra Mondiale, ed in particolare alle tue visite nei cimiteri di guerra delle Fiandre Occidentali. Com'è nato questo concept?
Il concept ed anche le prime idee compositive che si sono poi sviluppate e trasformate in ciò che oggi è “Flowersof Fragility“, sono nati durante un tour in Belgio nell’autunno del 2014, in occasione delle ricorrenze per i Cento anni dalla Grande Guerra. Tra una data e l’altra il nostro grande amico Pol Bonduelle, pittore fiammingo e già autore delle copertine dei miei dischi precedenti, ci ha invitato a visitare alcuni degli impressionanti cimiteri di Guerra presenti nelle Fiandre Occidentali, zona ben nota per essere stata uno dei più cruenti fronti di battaglia proprio del primo conflitto mondiale. Questi luoghi, oggi pieni di pace e di quiete con prati curati e fragili fiori ad accompagnare migliaia di nomi e di lapidi, rappresentano una sorta di museo a cielo aperto per la nostra memoria. È stato veramente toccante vedere che tra quelle decine di migliaia di soldati di tutte le età, c’erano anche “bambini” di appena 12 o 13 anni, ragazzi provenienti da ogni angolo di Europa e del mondo, che hanno perso per sempre la loro fanciullezza prima ancora delle loro vite. Il concept è in realtà una dedica alle loro giovani anime.

Nel titolo è racchiuso il senso profondo del disco, ovvero la fragilità dell'uomo di fronte alla distruzione ed alla morte della guerra. Come hai tradotto nelle evocazioni musicali tutto ciò?
Uno dei compiti del musicista è quello di farsi influenzare dagli elementi circostanti cercandone ispirazione e comunicare le sue emozioni e la sua sensibilità attraverso il veicolo del suono. E' uno scambio con l'esterno che parte da un lavoro intimo ed introspettivo e per questo molto soggettivo e difficile da chiarire perfettamente con le parole. In questo caso quello che emerge (e mi fa piacere riscontrarlo anche in alcune recensioni di Flowers) è che il disco non rappresenta una mera evocazione funerea di una triste ricorrenza, ma piuttosto  cerca di fornire anche uno  punto di vista differente, quasi antitetico e che abbia in questo un comune fondo di serenità. Ad essere fragili erano quei bambini che sarebbo dovuti trovarsi in un campo a giocare con una palla e non certo ad imbracciare un fucile in un campo di battaglia. Naturalmente questa storia ha anche un'attualità visto ciò che tale atrocità non ha mai cessato di accadere, nemmeno troppo lontano dalla nostra odierna quiete apparente.

Da "Orange Tree" a "The Tarot Album" fino al più recente "Flowers Of Fragility", come si è evoluto il tuo approccio stilistico e compositivo? 
Penso che giunto ormai al terzo album si possa cominciare a scorgere un linguaggio comune tra questi lavori seppur manifestino anche delle sensibili differenze. Il primo album OrangeTree era il frutto di un lavoro  che metteva insieme sia composizioni più recenti e nate a ridosso delle registrazioni del disco stesso, con altre maturate proprio agli albori del mio percorso di crossover e quindi abbracciando complessivamente un arco temporale identificabile in circa 10 anni manteneva ancora abbastanza salde delle influenze del vicino e Medio Oriente. Era un lavoro prettamente acustico con il solo Basso Elettrico Fretless di Carlo La Manna ad incastrarsi tra l’ Oud, la Nyckelharpa del belga Didier Francois, e le percussioni di Emanuele Le Pera, con la presenza di Ares Tavolazzi al contrabbasso e Savino Pantone alla Viola nel brano di chiusura.  The Tarot Album è  nato invece in pochissimo tempo come un vero e proprio concept album degli anni 70, a seguito di un lavoro commissionato in occasione di una mostra su Niki de Saint Phalle in Belgio. Infatti il disco fondava la sua tematica proprio su „Il Giardino dei Tarocchi“, il parco tematico dell’artista Franco-americana nei pressi di Capalbio, prendendone spunto per un sound più spaziale, psichedelico e con innesti di elettronica grazie al lavoro di Roberto Segato alle tastiere e alla batteria di Zachary J Baker. Flowers of Fragility riparte da un percorso a metà strada tra i due, puntando l’accento sulla combinazione atipica di strumenti acustici che oltre all’oud vede il Bandoneon di un „poeta“ come Daniele Di Bonaventura,  la Viola d’amore a Chiavi di Didier Francois ( il quale ritorna col suo bellissimo suono dai tempi di Orange Tree) e  il flauto della musicista Irano-tedesca  Nazani Piri-Niri, mescolarsi con i bassi elettrici fretless e Sei Corde (accordato però come una chitarra) dell’immancabile Carlo La Manna. Musicalmente penso si possa parlare per quest’ultimo di una sintesi dei due precedenti lavori, con strutture complesse e cambi di tempo „a là“ Prog, alternando il groove ad atmosfere più rarefatte ma con on una una certa omogeneità di suono ed uno spiccato senso della dinamica grazie anche allo spazio lasciato  ai singoli strumenti e alla totale assenza di strumenti percussivi. Fondamentale in questi anni è stato l’apporto di Carlo La Manna sempre presente nei miei dischi fino ad ora  e che ha sposato in pieno la mia idea di musica e di ricerca, diventandone un perno insostituibile grazie al suo sound ed il suo progressivo apporto anche nello sviluppo compositivo. E’ diventando una specie di fratello in musica per me.

Rispetto ai tuoi album precedenti sono cambiati anche i musicisti che compongono il tuo gruppo, ad eccezione di Carlo La Manna. Com'è cambiato il tuo sound negl'anni?
Ritengo il suono componente fondamentale tanto quanto la composizione stessa, anzi ne può anche essere il punto cardine. La nostra ricerca non si limita all’aspetto strettamente concettuale e teorico ma dona ampio spazio alla qualità timbrica degli strumenti, che a conti fatti rappresentano delle vere e proprie tavolozze di colori a completa disposizione dell’artista.  Il fatto che i dischi abbiano visto importanti cambi di formazione e di musicisti non vuol dire che non fossi soddisfatto di quel percorro e di quel suono, o che ci fossero problemi di tipo umano. Ogni lavoro è un mondo a sé stante in cui avere a disposizione delle diverse qualità timbriche aiuta anche nello sviluppo stesso delle idee sia tematiche che armoniche. Si può forse riassumere che nel corso degli anni e degli album c’è stato finora uno spostamento del linguaggio che da un Oriente leggermente più spiccato del primo lavoro si è avvicinato sempre più ad un Occidente con gli elementi esotici riscontrabili prevalentemente nel suono e nelle forti caratteristiche timbriche degli strumenti, ma non è detto che debba essere sempre così... magari in futuro tornerò ad affacciarmi nuovamente e maggiormente ad oriente o non so ancora dove!

Come hai approcciato gli arrangiamenti di "Flowers Of Fragility"?
Una delle caratteristiche che accomuna questi dischi è lo spazio e la libertà che ho sempre voluto lasciare ai miei amici musici. Partendo dall'idea compostiva ognuno ha potuto poi inserire il proprio suono e il proprio stile personale. Questa dinamica ha sempre funzionato molto bene fin dai tempi di Orange Tree e non è certo venuta a mancare nell' ultimo Flowers of Fragility. Talvolta alcune idee sono nate in modo estemporaneo, magari frutto della classica buona sorte dell'ultimo secondo direttamente in studio durante le riprese. In altri casi i brani "sono entrati" in studio completamente definiti. Flowers of Fragility presenta entrambe le casistiche, anche se è un disco molto "live" come spirito e come realizzazione, dato che abbiamo registrato il tutto in presa diretta e nell'arco di un paio di giorni. Oltre a Carlo in questo lavoro è stato prezioso l'aiuto di Daniele Di Bonaventura e di Nazanin che essendo la mia compagnia mi ha supportato e "sopportato" in molto dei passi che hanno portato alla pubblicazione.

Da dov'è nata l'esigenza di registare il disco su nastro magnetico?
Io e Carlo siamo entrambi amanti del suono analogico e non a caso “The Tarot Album” era uscito anche in Doppio LP. L'evoluzione sarebbe stata quella di registrare su nastro magnetico e l'opportunità si è creata grazie alla proposta dell' etichetta audiofila Analogy Records di Roberto Vigo, che ha prodotto e registrato il nostro lavoro presso il suo "Zerodieci Studio" di Genova, proprio su supporto analogico. Il disco è quindi disponibile per l'acquisto anche su Nastro Magnetico Reel To Reel, presso il sito di Analogy Records. La distribuzione dei supporti digitali quali Cd ed Mp3 è stata affidata invece a Visage Music di Claudio Carboni e Riccardo Tesi, tramite Materiali Sonori.

Qual è il rapporto tra scrittura ed improvvisazione nel tuo approccio musicale?
Entrambi gli elementi sono importanti, anche se ritengo personalmete di andare verso una direzione in cui la composizione e la forma abbiano la precedenza. L’improvvisazione è altresì molto presente ma sempre funzionale alla natura del brano e alla sua struttura. Quindi pochissimo “tema-assolo-tema” per intenderci, domina la tendenza che sia l’improvvisazione a essere al servizio della composizione e non viceversa.

Recentemente hai collaborato a "Dune" del quartetto Sharg Uldusu. Ci puoi raccontare questa esperienza?
In realtà la mia collaborazione con Sharg Uldusù  parte da molto lontano, si parla di quasi dieci anni di lavoro assieme ad Ermanno Librasi e i vari musicisti che lo hanno accompagnato nel suo percorso. Inizialmente il progetto era centrato sul repertorio ed il patrimonio musicale del vicino e medio oriente e non solo, interpretando materiale di tradizione che partiva dal Marocco per finire all'Afghanistan. Da alcuni anni però c'è stata una virata verso il jazz, con cui le musiche extra europee condividono l'ampio spazio concesso all'aspetto improvvisativo. Questa svolta è stata possibile grazie all' ingresso nel gruppo di due grandi musicisti della scena jazz italiana, quali Max De Aloe all'armonica e Francesco D'Auria alla batteria che hanno messo le loro idee, il loro talento e la loro curiosità al servizio del progetto, contribuendo in modo significativo alla realizzazione dell'ultimo disco "Dune". 

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
I progetti sono molti, perché da musicista che vive nell'era contemporanea non posso esimermi dall'avere molteplici e sempre crescenti collaborazioni. Mi aspetto di continuare a fare quello che faccio, quindi a suonare sempre di più con i miei "vecchi"  e "nuovi" progetti e con Sharg Uldusu. Nel futuro prossimo mi dedicherò nello specifico al Trio Nadir assieme Ares Tavolazzi ed il Percussionista Emanuele Le Pera e al nuovissimo Duo con il chitarrista Claudio Farinone, entrambi progetti che dovrebbere vedere e la luce, discograficamente parlando, entro la fine 



Elias Nardi Group - Flowers Of Fragility (Visage Music/Materiali Sonori, 2015)
Sono passati ormai cento anni dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale e questo importante anniversario l’abbiamo visto raccontato in musica già in diverse occasioni, tanto all’estero quanto in Italia, ora con pubblicazioni che raccoglievano i canti di tricea, ora ancora con composizioni ispirate a questo drammatico evento. In questo filone di discografico della memoria entra a pieno diritto, e con tutta la sua forza evocatrice, “Flowers Of Fragility”, terzo album in studio per il virtuoso dell’oud Elias Nardi, il quale per l’occasione si presenta accompagnato da una formazione più ampia, rispetto al quartetto che lo affiancava nei primi due dischi, e composta da Daniele Di Bonaventura (bandoneon), Didier François (Viola d’Amore a Chiavi), Nazanin Piri-Niri (Flauto), e Carlo La Manna (Fretless Bass, Six String Bass). Rispetto ad “Orange Tree” e “The Tarot Album” che vedevano il musicista pistoiese sperimentare le diverse connessioni tra jazz e world music, questo nuovo lavoro sposta il confine della sua ricerca più avanti e lo vede indossare i panni dello storyteller strumentale, nel raccontarci il dramma della guerra. Ispirato dalla visita ai cimiteri di guerra delle Fiandre Orientali effettuata durante un tour in Belgio, ed inciso su nastro magnetico negli studi audiofili della Analogy Records, il disco raccoglie nove brani strumentali nei quali si mescolano le sonorità nord europee  e quelle del Mediterraneo, dando vita ad un affresco sonoro di grande suggestione. Si tratta di un lavoro dal grande spessore e dallo sviluppo armonico sorprendente nel quale eleganza strumentale e sperimentazione vanno di pari passo, il tutto impreziosito da complesse strutture musicali, che nel far a meno delle percussioni si caratterizzano per cambi di tempo ed eleganti trame melodiche. Accolti dalla splendida copertina firmata dal pittore fiammingo Pol Bonduelle, il disco si apre con la struggente title track, nella quale il dialogo tra oud e flauto evoca il dramma dei tanti soldati morti durante il conflitto che insanguinò l’Europa ai primi del Novecento. Se la lenta e dolcissima “Le coeur de Nina” sembra rimandare agli amori lontani di un soldato al fronte, le successive "Afsaneh" e "Il Dono" si colorano di contaminazioni sonore e ritmiche eleganti ed allo stesso tempo originali. La piccola suite “Impermanenza” firmata da Didier Françoise ci conduce nel cuore del disco con la superba “Riflessioni”, in cui brilla l’interplay tra oud e viola, il solo di contrabbasso di “17774 Preludio alla Vita” e quel gioiello che è “La Barca Ubriaca”. La struggente “Sine Nomine”, nella quale vengono evocati i tanti morti senza nome delle trincee, suggella un lavoro pregevolissimo, un ricordo commosso per i tanti morti della Grande Guerra, ma anche un inno alla vita, oltre i confini, i conflitti e le differenze.


Salvatore Esposito

Xabier Díaz e Adufeiras De Salitre – The tambourine man (Músicas de Salitre, 2015)

Il musicista originario di A Coruña, dove è nato nel 1969, ex membro dello storico gruppo dei Berrogüetto, è cantante, profondo conoscitore del patrimonio popolare orale gallego, fisarmonicista, ma soprattutto percussionista (pandeiro, adufe, bombo). Xabier Díaz ha scelto un titolo accattivante per il suo nuovo album, inciso con voci e percussioni delle Adufeiras de Salitre (undici elementi, già sue allieve, che suonano l’adufe, un tamburo a cornice di forma quadrangolare) e in compagnia di Gutier Álvarez (ghironda e violino) e Javier Álvarez (organetto diatonico). Impianto sostanziale di canto e percussioni per rivisitare temi della tradizione della Galizia, con allargamento degli orizzonti sonori in un dialogo costante con i collaboratori, che danno un’impronta, per così dire, iberica più ampia: dal conterraneo José Manuel Budiño (gaita) ad Aleix Tobias (percussioni), da Alfonso Merino (violino) a Fernando Barroso (cavaquinho e mandola), fino al celebre compositore basco Kepa Junkera al trikitixa, che ci mette la sua maestria in “Jostunen Pasodoblea”. Díaz si presenta con un lavoro capace di coniugare la potenza espressiva delle percussioni con una voce calda e una congrega di strumentisti e vocalist dall’immancabile appeal mediatico, visto che da qualche tempo le percussioni nord iberiche, pandeiro in primis, sono assurte ad icona identitaria locale. La squadra punta in alto, e con successo se ne esce con un disco ben suonato (undici temi galleghi e uno castigliano); nelle trame tessute compaiono episodi che spiccano per espressività strumentale corale e momenti più levigati. Altrove, a prevalere è l’immediatezza ritmica affidata alle sole ugole e alle pelli. 


Ciro De Rosa

Världens Band - Transglobal Roots Fusion (Nataraj Music, 2015)

Orchestra multietnica di base a Stoccolma, la Världens Band nasce nel 2012 dall’idea della folk band svedese Kolonien di creare un ensemble che riunisse nel suo organico musicisti dal diverso background culturale e musicale, per intraprendere un percorso di ricerca e condivisione, partendo dal dialogo tra le diverse tradizioni musicali. Al progetto messo in piedi dalla band scandinava hanno subito aderito con entusiasmo gli inglesi Last Orders già vincitori del BBC Radio 2 Young Folk Award, gli scozzesi Rura, il cantante griot senegalese Abdou Cissokho, e le voci dell’indiana Charu Hariharan e dell’israeliana Navah Elbaz. Questi straordinari musicisti, provenienti da sette nazioni differenti e da tre continenti diversi, hanno unito le forze sotto la guida della leggenda della folk music svedese Ale Möller, ed insieme hanno cominciato a sperimentare il dialogo tra le rispettive radici musicali, dando vita ad un sound tanto originale quanto travolgente che prende le mosse dal Nord Europa, si bagna nelle acque del Mediterraneo, raggiunge il cuore dell’Africa ed approda in India. Il seguito racconta di un percorso artistico entusiasmante, caratterizzato da tre tour in Svezia ed uno in Inghilterra, culminato con la pubblicazione nel 2014 del disco dal vivo “Världens Band Live at Nataraj Records”. Ad un anno e mezzo di distanza ritroviamo l’orchestra multietnica svedese alle prese con il primo album in studio “Transglobal Roots Fusion” che, sin dal titolo, evidenzia in modo chiarissimo l’intento di aprire nuovi sentieri nella world music, non limitandosi semplicemente alla commistione e alla contaminazione sonora, ma puntando piuttosto a ricercare le comune radici melodiche e ritmiche tra le varie tradizioni musicali. La musica come linguaggio universale si sveste della superficialità del luogo comune per diventare qualcosa di tangibile e reale, oltre i confini, i pregiudizi, e le differenze di razza o religione. Composto da sette brani, tutti ben oltre i cinque minuti di durata, il disco si apre con le sonorità mediorientale di “Tamzara” spinta dall’intreccio tra voci, archi e percussioni. Si prosegue con le suggestioni indiane di “Thilana” in cui brilla la voce della straordinaria Charu Hariharan, incorniciata dal dl dialogo tra violino, corde e pipes. Se “Revolution”, costruita intorno alla voce ed alla kora di Abu Cissokho, ci conduce in Africa, la successiva “Krafthalling” vede una melodia scozzese sposare il rap indiano. Il vertice del disco arriva però con la travolgente “Farewell to Govan: Superfly” che si apre con la tenute trama acustica della chitarra per evolversi in un crescendo di grande atmosfera tra cornamuse e percussioni che evoca le Highlands Scozzesi. I due brani finali “Meditaraneo Medleys” e “Leva – Na Balo Giva” racchiudono il senso di tutto il disco, ovvero la ricerca di un sound che diventa linguaggio globale, nel dialogo tra culture e suoni differenti. 


Salvatore Esposito

Actores Alidos – Galanìas (Finisterre, 2015)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

Dalla ricerca teatrale all’esplorazione del sistema e del vissuto sonoro della Sardegna, dalla sperimentazione drammaturgica alla dimensione del canto al femminile, avvincente non solo sul piano estetico ma per la rilevante funzione sociale che il canto delle donne assume nelle culture orali. Provo con una sintesi, inevitabilmente riduttiva, a dare conto del percorso artistico trentennale che la Compagnia Actores Alidos (in logudorese significa "teatro di attori che si rinnovano") svolge dal 1982 a Quartu Sant’Elena. È passato un decennio da “Canti delle Donne Sarde”, sorprendente disco dell’ensemble di attrici e cantanti, che con passo deciso sfidava la tradizione polifonica dei cantadores declinandola al femminile. Ora è “Galanìas” il nuovo percorso nelle pieghe del canto, pubblicato sempre per l’etichetta Finisterre da Valeria Pilia (la boghe sola, vale a dire la voce solista, che disegna il canto), Elisa Marongiu, Manuela Ragusa (boghes de punta), Roberta Locci (boghe mediana) e Valeria Parisi (boghe de suta). Racconta Valeria Pilia, che del quintetto è anche regista e autrice: «Non ci occupiamo soltanto di musica, abbiamo fatto un percorso di teatro, dove la musica è sempre presente. Abbiamo realizzato anche degli altri concerti come “Laras de coraddu”, “Anninnia”, “Su pizzineddu”, però è stato “Galanìas” lo spettacolo che abbiamo voluto registrare e non gli altri. Diciamo che le altre produzioni sono dei passaggi intermedi. In questo CD la novità è che, se da un lato siamo un po’ sulla stessa linea del precedente disco, dall’altro abbiamo avuto degli ospiti con cui ci è piaciuto lavorare. Si tratta sempre di canti al femminile con l’elaborazione in polifonia, ma anche di pezzi nuovi che rievocano la tradizione. Nascendo con il teatro, il fine ultimo per noi non è fare un CD, ma questa è una tappa che abbiamo voluto festeggiare con amici che ci stavano intorno e con cui ci piace molto collaborare». 
Difatti, le cinque cantanti ritrovano le struggenti canne sonore di Orlando Mascìa, il loro affiatato sodale, intrecciano le voci con l’archetto pregiato di Redi Hasa (“Fiore allizadu”), il mantice di Ambrogio Sparagna (“Unda Unda”), il timbro tenorile e gli strumenti di Raffaello Simeoni, la perfetta fusione polivocale dei conterranei Tenores Di Bitti Remonnu ‘e Locu. Soprattutto, incontrano la straordinaria Sainkho Namtchylak. Ascoltiamo ancora Pilia sull’incontro con la performer tuvana: «Sainkho l’abbiamo invitata a conoscerci. Lei ha accettato l’invito, ha anche un rapporto privilegiato con la Sardegna; ha amato il nostro lavoro, tanto è vero che non soltanto è entrata nel CD, ma abbiamo fatto concerti insieme; ci ha chiesto di fare, con la sua regia, uno spettacolo, che si chiama “Arjana”, presentato lo scorso novembre. Si è instaurato un rapporto artistico che, in cui abbiamo voluto sperimentare diversi linguaggi. Avevamo dei materiali, di registrazione o di pensiero: lei ha subito inciso il pezzo che le avevamo proposto. L’altro brano del disco è nato per puro piacere di condivisione». Una passerella di artisti di gran pregio, che trova pieno riscontro già nel titolo del disco, giacché con “galanìas” in Sardegna si indicano le cose belle e preziose. Ancora una volta, dunque, un disco che si sviluppa in un gioco di equilibri: tra armonizzazioni sottili, incrinature foniche, inflessioni timbriche, rivisitazioni creative del canto maschile, uso del falsobordone, invenzioni ritmiche ed esaltazioni del colore e della forza delle singole voci. Di tanto in tanto le Actores imbracciano tumbarinos di Gavoi, mazzuoli e oggetti domestici per accompagnare il canto. Nelle diciassette tracce propongono una ricca summa di canti: sono tradizionali d’amore, canti a ballo, filastrocche, ninna nanne, preghiere e devozioni isolane, testi e composizioni d’autore (Gavino Gabriel, Maria Carta, Paolo Pillonca) e originali della stessa Valeria Pilia. Potente e suggestiva l’apertura con “Tzia Mariola”, versi che arrivano direttamente dal carnevale di Gavoi, con i tumbarinos su cui si appoggiano gli estri vocali dell’ensemble. Segue il trattamento canoro antico di “Sos tres Res”, un canto natalizio sui Re Magi, il cui testo si attribuisce all’ittirese Giovanni Battista Delogu (XVII secolo). Invece, “Anninnora” è una filastrocca, che procedendo in un crescendo, esprime al meglio il colore dei timbri vocali. Ha passo austero e solenne “Fiore allizadu”, che vuol dire ‘fiore appassito’, un testo di Pillonca su musica di Pilia e del violoncellista albanese-pugliese Redi Hasa, che ora contrappunta ora si pone come sesta voce di questa intensa lirica. 
Voci sole per la ninna nanna “Dammi Li Mani”, composta dal grande studioso tempiese Gavino Gabriel. Daniele Cossellu dei Tenores ci delizia con un’introduzione poetica, che fa da incipit a “A cicchittu a cicchittu”, «un gioco sul vino e su i suoi effetti», chiosa Pilia, che ne è autrice, dove Mascìa ci mette la sua trunfa. La voce principale delle Actores firma anche la filastrocca-ninnananna “Festa po sa pippia”. Nell’antifona mariana pasquale “Regina Coeli”, cantata a tasgia, Elisa Marongiu prende la guida del quintetto come voce solista. Invece, le parti si ridistribuiscono nella celebre “Ave Maria ‘e Deus”. Altri brividi ci scuotono per l’intreccio di voci con il canto armonico di Sainkho in “Lughe jara” (ancora su liriche di Pillonca). Arriva, poi, il simposio di voci di “Anghelos cantade”, in cui le Actores ritrovano il quartetto a tenore barbaricino, mentre nella sospesa e quasi sussurrata title-track la cantante siberiana duetta con la sola Pilia. La tensione sembra stemperarsi con la trallalera “Galluresa”, proveniente dal repertorio di Maria Carta. La forza teatrale del quintetto si manifesta nella rivisitazione della filastrocca “Tiri tiri de sa cipudda”, dove entra la prospettiva dell’«uomo ammazzato» – racconta Pilia – che poi è Raffaello Simeoni (anche a sax soprano, synth e saz), il cui intervento vocale contrappunta le cinque ugole femminili. Interessante anche la resa del tradizionale “Vida mia”, un canto monodico reinterpretato nella pienezza delle cinque voci. Conclusivo tripudio festivo e danzante con le launeddas possenti di Mascìa, che mette la sua maestria in “Si non ballat su coro”. 


Ciro De Rosa

Fiordispina – Live In Vio (Autoprodotto, 2016)

Fiordispina è un trio vocale composto da Nora Tigges, Sara Marchesi e Susanna Buffa, tre talentuose cantanti, già insieme nel sestetto Levocidoro guidato da Lucilla, le quali hanno unito le forze per dar vita ad un percorso di ricerca, sperimentazione e recupero dei canti della dorsale appenninica, riportando alla luce le strutture e i modi arcaici. Un corpus musicale strettamente legato alla vita dei campi, dove le sole voci delle donne scandivano il lavoro, ora imitando il bordone e i fraseggi della zampogna, ora mescolandosi e rincorrendosi tra i melismi, ora ancora facendo il verso alle campane che risuonavano nelle valli. La drammaticità delle Passioni della Settimana Santa del Lazio, la potenza lirica dei canti “a mète” sabini o del basso Lazio, i discanti umbri, i canti a risposta “a vatoccu” ed i canti “a malloppu” compongono un patrimonio musicale, tanto essenziale nei mezzi, quanto ricchissimo dal punto di vista stilistico, che reinterpretato oggi riannoda i fili della memoria con il passato, svelandoci un universo sonoro tutto da esplorare nella sua profondità emotiva. Opera prima del progetto Fiordispina è “Live in Vio”, Ep registrato dal vivo a Pieve di San Cristoforo, a Vio (Pg) da Piergiorgio Faraglia, nel quale sono raccolti cinque brani che, fotografano in modo eccellente, non solo il repertorio del trio, ma anche tutto il talento di queste straordinarie cantanti. A colpire durante l’ascolto è non solo la grande capacità interpretativa del trio, ma anche la forza e l’intensità delle tre voci che dialogano, si rincorrono e si incontrano all’unisono in un fluire di suggestioni senza tempo. Si parte con la pesca dell’anello “Sopra ‘na Montagnella”, a cui segue prima “A Rosabella”, canto epico-lirico raccolto a Torano Castello (Cs) e poi lo straordinario medley tra “A L’Arianella” e “A Monnarella” provenienti dal repertorio di Amatrice (Ri). Il vertice del disco arriva poi con il discanto “Montasola”, raccolto nella provincia di Rieti”, e giunge alla conclusione con il canto a distesa “Che Bella Notte” dell’area di Ceprano nel frusinate. “Live in Vio” è, dunque, un piccolo gioiello da ascoltare con grande attenzione, per scoprire un repertorio di straordinaria bellezza interpretato magistralmente dal trio Fiordispina. A corollario del disco, consigliamo anche l’ascolto del canto di Passione “Gesù Mio Son Preparato” su Soundcloud. “Live in Vio” può essere ascoltato ed acquistato su Bandcamp



Salvatore Esposito

Gian Michele Montanaro, POPOLabile. Diario di un viaggiatore musicista... o quasi, Narcissus.me 2015, pp.127 Euro 5,99

Percussionista di origine campana, ma laziale di adozione, Gian Michele Montanaro possiede un ricco background formativo maturato al fianco dei più importanti suonatori di tamburi a cornice italiani, ed attraverso una intensa attività di ricerca sul campo, tanto a contatto con i depositari della musica tradizionale del Sud Italia, quanto nelle principali feste popolari. La sedimentazione di tali esperienze, e un talento innato nell’approccio ai tamburi a cornice, hanno consentito al musicista campano di sviluppare una originale tecnica esecutiva nella quale la storia millenaria di questo strumenti incrocia nuove possibilità ritmiche e generi musicali differenti. Dall’esperienza con Correvalanno, a quelle con Tamburello Cafè, Musicanti del Piccolo Borgo e al fianco di Giuseppe “Spedino” Moffa, Gian Michele Montanaro si è segnalato come uno dei percussionisti di maggior talento in Italia. Abbiamo intervistato Gian Michele Montanaro per ripercorrere insieme a  lui il suo percorso formativo e la sua carriera artistica per soffermarci in conclusione sul suo libro “POPOLabile. Diario di un viaggiatore musicista… o quasi”.

Partiamo da lontano come è nata la tua passione per la musica tradizionale?
La mia passione per la musica tradizionale nasce dalla strada. Dall'incontro con artisti che non suonavano esattamente questo genere musicale e che mi hanno avvicinato ai nomi noti che hanno reso la musica tradizionale fruibile a tutti attraverso ottimi lavori di folk revival. Personaggi che ad oggi rappresentano delle pietre miliari fondamentali per chi ama questo genere. La vera musica tradizionale l'ho incontrata subito dopo, quando ho iniziato a suonare. A caccia di nuove informazioni e conoscenze, giravo con amici in tutti quei luoghi e paesi dove la musica tradizionale legata al canto e al tamburo manteneva ancora un'identità autentica. E da quel giorno non ho mai più smesso.



Sei un polistrumentista, ma il tuo strumento d’elezione è il tamburo a cornice, come hai cominciato a suonare questo strumento?

Ormai parliamo di venti anni fa. Studiavo le percussioni africane e cubane in modo amatoriale quando conobbi dei ragazzi salentini che mi iniziarono alle prime diteggiature sul tamburello, da lì fu come un colpo di fulmine, avevo trovato il mio strumento. 

Dallo studio del tamburo a cornice ad essere il primo freestyler italiano di questo strumento. Ci racconti questo percorso?
Inizia appunto con un piccolo stage organizzato da quei ragazzi. Poi subito dopo, mi era chiaro, almeno dal punto di vista emotivo, che volevo saperne di più, volevo suonare il tamburello. Volevo suonarlo bene. Quindi, chiedendo consiglio in giro, scelsi e contattai Arnaldo Vacca ed inizia a prendere lezioni individuali con una cadenza più o meno mensile. Arnaldo resta in modo indiscusso il mio maestro, da cui ho appreso cose anche dopo il nostro rapporto allievo insegnante. Credo tuttora sia ancora uno dei più importanti tamburellisti italiani. Nei miei ricordi resta importante anche uno stage a Napoli con Alfio Antico, non tanto per il suo drumming, tutto sommato in quel periodo già iniziavo a suonare discretamente, ma soprattutto per la relazione emotiva con lo strumento, che a mio avviso troppi musicisti tendono a sottovalutare a discapito di virtuosismi tecnici. Il resto è venuto un po' da sé. Non sono mai stato un “coverman”, non sono mai riuscito a non rendere mie le cose che faccio. Lego quest'aspetto molto al mio carattere caparbio ed alla mia forma mentis scientifica, che, sia chiaro, non sempre mi ha aiutato rivelandosi vantaggiosa, ma in questo caso specifico mi ha guidato molto a creare una mia personalità tamburellistica. Una mia identità. La storia del freestyler è legata a due fattori principali, il primo è che avevo sempre il tamburo in mano, il secondo è che chi ama il tamburello, direttamente o indirettamente si avvicina anche ad altri tamburi a cornice. Io mi avvicinai al pandeiro brasiliano. Lì, in brasile, è parte integrante dell'essere percussionista la voglia di giocare con lo strumento. I brasiliani con il tamburo, e parlo di freestyle, fanno delle cose pazzesche. Io mi sono semplicemente detto: se lo fanno i brasiliani perché non anche gli italiani? Questa idea è stata i primi periodi derisa, schernita, per poi diventare oggetto di ammirazione e conseguente imitazione. Come dicevo tendo a non imitare per carattere, tranne se non per acquisire informazioni da rendere mie. Non può farmi che piacere vedere che oggi anche altri percussionisti affrontino con l'istinto del gioco anche la relazione più immediata con lo strumento-tamburello, inventando e anche imitandomi. 

Dal punto di vista stilistico quali sono i tuoi riferimenti artistici e soprattutto le caratteristiche del tuo approccio al tamburo a cornice?
A questa domanda voglio rispondere velocemente con una citazione che amo molto di Charles Horton Cooley: “ciascuno è specchio dell'altro e riflette chi passa”. Questo è sostanzialmente il mio approccio. Dubito sempre e solo di coloro che dicono che “questa tecnica” o “questa diteggiatura” l'hanno inventata loro.  Personalmente, nonostante venerassi la tradizione dedicando ad essa studio ed attenzione, ho sempre desiderato poter suonare ritmi altri, ho sempre desiderato voler suonare il tamburello anche in altri generi musicali, e quindi il mio studio è andato molto anche in quella direzione. Per ottenere ciò ho semplicemente cambiato prospettiva: dal tamburello al servizio della tradizione sono passato alla tradizione al servizio del tamburello. Questo mi ha portato a sviluppare degli studi tecnici divenuti poi base di studio anche per altri miei colleghi percussionisti.   

Quali sono state le tue principali esperienze artistiche?

Mi piace emozionarmi per ciò che sto facendo, quindi non collego l'importanza di un’esperienza alle dimensioni del palco e del numero degli spettatori, ma a quanto quella situazione mi ha regalato emozioni positive. Volendone citare una nello specifico sono certo che i 4 anni di ricerca e registrazioni sul campo nella mia terra d'origine, da cui è nato il dvd con opuscolo allegato intitolato “Canti e Danze del Matese campano” sono state un'esperienza artistica ineguagliabile. Tutte le fantastiche persone che ho conosciuto, anziani e giovani ballerini e suonatori dei vari paesi del Matese campano rappresentano un mondo di volti, sorrisi e competenze che custodirò per sempre nel cuore. 

In quali progetti sei attualmente impegnato?
Attualmente faccio parte del quartetto di tamburelli Tamburello Cafè e dei Musicanti del Piccolo Borgo storico gruppo del panorama folk revival italiano. Ma credo, anzi ne sono certo, che io nasco per fare le “marchette”, è la cosa che amo di più, ossia essere parte di ensemble variabili creati ad hoc per situazioni di animazione. Queste situazioni mi divertono molto. La vita è bella ma veloce e quindi, come si dice: “se la vita ti dà limoni, fanne limonate”. 

Parallelamente all’attività musicale ti sei dedicato anche alla didattica. Quali sono i tuoi metodi di insegnamento del tamburo a cornice?
 
Tutti, direttamente o indirettamente prima di essere stati insegnanti siamo stati allievi. Questo è il punto da cui parto nei miei laboratori collettivi, ma anche negli insegnamenti individuali. Penso che sia semplicistico e riduttivo portare il proprio insegnamento all'imitazione del proprio stile e delle proprie competenze ritmiche e musicali. Io credo fortemente nell'individuo e nelle sue esperienze che lo rendono unico, e quindi se si prende questo come assunto di base, non si può pretendere che i singoli seguano nell'apprendimento schemi prefissati per approssimazione o pigrizia dell'insegnante. Di conseguenza quando insegno non perdo mai di vista ciò che ho imparato dalla tradizione del mio sud Italia, anche se non sto parlando di essa. Stesso ritmo, stesso rituale, suonatori dello stesso paese, nati e cresciuti nella stessa via, due diteggiature differenti, ma.. stesso risultato ritmico. Questo è solo un esempio che serve a far capire che io non punta ad essere imitato, ma punto alla consapevolezza interiore del ritmo da parte dell'individuo che ho di fronte. Le diteggiature, ovviamente senza estremizzare, le reputo corollarie.

Arriviamo finalmente al libro “POPOLabile”. Com’è nata questa idea? E da dov’è nata la scelta di scriverlo in forma di diario?

Più che di un’idea parlerei di una necessità. La scrittura è analitica, e quindi scrivere mi fa stare bene. È una cosa che in modo più o meno intenso ho sempre fatto. Mi piace leggere e amo scrivere. Non c'era esattamente l'idea di pubblicarlo, ma una sera..... Una sera incontrai in un locale di Roma un mio vecchio amico che mi disse che era appena tornato da un viaggio in solitario in moto durato più di un mese, Catanzaro-Samarcanda e ritorno. Chiacchierando mi disse che aveva pubblicato il suo diario in ebook. Io ovviamente risposi che era fantastico e che lo avrei sicuro comprato, e che anche io avevo un diario di viaggio da libero professionista nell'underground della musica, da musicista popolare. A lui piacque veramente molto questa storia e mi invitò quasi esortandomi ad impegnarmi a pubblicarlo. Da qui iniziai a risistemare il diario in modo da renderlo fruibile a tutti. Aggiungere date, luoghi, locandine, lavorare sull'impaginazione e sulla suddivisione dei capitoli, tutto mi portò via circa otto mesi. Più ci lavoravo più capivo che Totò aveva ragione, dovevo farlo. 

Perché un appassionato di musica dovrebbe acquistare il tuo libro?

Prima di tutto perché gli piace leggere. Poi: perché gli piace la copertina, per solidarietà, per invidia, per empatia, per la sinossi, perché ho due figli, perché è veloce da leggere, perché sono un libero professionista, per combattere eventuali stipsi, per regalarlo, perché mi conosce e non vuole fare brutta figura. Questi solo alcuni dei motivi che mi vengono in mente al volo, ma dovendo autorencensire il mio libro-diario racconto il mio rapporto con i libri. I libro, anche se suggerito da terzi, è come se un po’ ti scegliesse, una sorta di alchimia. Quindi a questo punto l'importante è lasciarsi scegliere.

Quale sarebbe la colonna sonora ideale per accompagnare la lettura del libro? 

Questa è una domanda difficile. Io personalmente non riesco a leggere con una musica di sottofondo perché la musica mi seduce e mi distrae continuamente. Però credo che chi prova piacere in una colonna sonora debba fare almeno un tentativo con il cd “Labile”, in cui ho registrato le musiche dello spettacolo di presentazione, da me suonate. O in alternativa debba puntare verso melodie e ritmi che gli generano sentimenti positivi e senza alcun dubbio d'amore. 


Concludendo, quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Con il mondo della scrittura sto lavorando a tre progetti. Due personali e uno collettivo. Dei due personali uno è la restituzione in una pubblicazione ebook, quasi gratuita, di tutto il materiale cartaceo e audio raccolto durante i quattro anni di ricerca nel Matese campano. L'altro è un romanzo autobiografico che mi sta entusiasmando molto, perché rappresenta anche una sorta di testamento generazionale del mondo familiare e ambientale che ho ed hanno vissuto in molte persone della mia età e che dedicherò ai miei figli. Infine il progetto collettivo è un lavoro complesso che riguarda una panoramica totale di tutte le ricerche, dall'amatoriale al professionale, sviluppate in Terra di Lavoro e riunite in un unico volume che si intitolerà “Terra di Lavoro e Canto”.



Gian Michele Montanaro, POPOLabile. Diario di un viaggiatore musicista... o quasi, Narcissus.me 2015, pp.127 Euro 5,99
Accade raramente di leggere il diario di viaggio di un musicista, e in quelle rare occasioni si incappa spesso in pubblicazioni artefatte o passate attraverso gli asettici trattamenti degli editor che ne compromettono lo spirito originario. Fortunatamente esistono delle eccezioni, ed una di queste è certamente “POPOLabile. Diario di un viaggiatore musicista... o quasi” del percussionista Gian Michele Montanaro, volume completamente autoprodotto e pubblicato con Narcissus.me, piattaforma di self publishing distribuita attraverso i canali di Amazon in formato cartaceo e in ebook. Si tratta di un libro agile, veloce, che conserva intatta la sua immediatezza nel susseguirsi di pagina in pagina di istantanee di viaggio, tra ricordi, pensieri, riflessioni, ma soprattutto esperienze raccontate a viva voce, senza filtro alcuno, in una sequenza tanto affascinante quanto coinvolgente.  Per comprendere a fondo lo spirito che ha animato il percussionista campano nella scrittura di questo libro ci piace riportare quanto lui stesso racconta nell’introduzione: “Nato da alcune frasi scritte da me nei primi periodi che iniziavo a viaggiare lavorando per concerti e prestazioni musicali, memorie rincontrate per caso aprendo un vecchio quadernone, questo diario rappresenta un piacere che mi sono concesso in modo sempre più sistematico man mano che la mia attività lavorativa cresceva e che ha raggiunto il suo apice in un anno specifico in cui ho annotato tutti i miei pensieri da gennaio a dicembre. L’anno è il 2010”. Aperto da un imperdibile glossario (che consigliamo vivamente di leggere) e da una guida alla lettura dei vari capitoli, il libro si snoda attraverso tre anni di attività musicale dal 2010 al 2013 tra concerti, viaggi, tour in Italia ed all’estero, esperienze importanti come quella in Corea con Tamburello Cafè, il tutto intercalato da spaccati di vita vissuta, immancabili difficoltà, e qualche spaccato introspettivo. Piacevolissima e scorrevole è, dunque, la lettura con il tono colloquiale, diretto e giustamente raw della scrittura di Montanaro a scandire i tempi, con un ritmo quasi percussivo capitolo dopo capitolo. A fare da compendio al libro è il disco “Labile” (disponibile in vendita esclusivamente ai concerti ed alle presentazioni del libro) nel quale Montanaro ha raccolto otto brani incisi dal vivo, e che nel loro insieme riflettono le varie esperienze musicali messe in fila dal percussionista campano nella sua carriera. Si spazia, infatti, dai tradizionali campani “Guarracino”, “Tammurriata” a quelli siciliani “Storia di Re Bifè”, dal repertiorio di Otello Profazio (“Governu ‘talianu”) a quello di Rosa Balisteri (“Bottana di to ma”) fino a toccare E’Zezi con “A Nuvella” e un imperdibile blues finale “Spoon Blues”. Insomma il progetto “POPOlabile” è una bella sorpresa, che ci consente di scoprire nel profondo un musicista di grande talento come Gian Michele Montanaro.


Salvatore Esposito

Francesco Camattini – Solo vero sentire (Egea, 2015)

Insegnante di liceo per professione e cantautore per passione, Francesco Camattini vanta un lungo percorso artistico cominciato nel 1998 con l’album di debutto “Le Nuove Stagioni”, e caratterizzato da cinque dischi e numerosi progetti come l’omaggio a Boris Vian per la Fondazione Teatro Due di Parma in occasione del cinquantesimo della morte dell’artista nel 2009, la trilogia per il teatro (“Opera PoPolare Interinale”, “In Carne & Wireless” e “Crazy Crisi”) dedicata al precariato e alla crisi della postmodernità, e lo spettacolo “La terra della e degli uomini integri”, ispirato alla vita e ai discorsi di Thomas Sankara, primo presidente del Burkina Faso. A quattro anni dalla pubblicazione del suo ultimo disco in studio, Camattini torna con “Solo vero sentire”, sesto album in carriera, nel quale ha raccolto sette brani autografi, incisi presso lo storico studio Bunker di Rubiera (Re) con la partecipazione di un eccellente cast di strumentisti composto da: Matteo Mela (chitarra classica), Roberto Bonati (contrabbasso), Alessandro Sgobbio (pianoforte), Gregorio Buti (violoncello), Nicole Brandini (basso) e Edoardo Ponzi (batteria e percussioni). L’ascolto svela un disco di grande spessore poetico, le cui liriche affondano le radici nelle parole di poeti come Nazim Hikmet, Derek Walcott, Marina Cvetaeva e Ivo Andrić, “…minuscoli frammenti poetici di grandi artisti si sono moltiplicati, come per gemmazione disordinata” scrive il cantautore emiliano nelle liner notes, “e sono divenuti immagini, creature autonome che hanno dato vita ad altrettante canzoni”. Emerge, così, tutta l’originalità del songwriting di Camattini, una voce poetica autentica ed ispirata, che non suona mai retorica ed adesa a stilemi già sentiti. Tutto ciò si riflette anche negli arrangiamenti, sempre eleganti e misurati, con il pianoforte e gli archi a guidare le linee melodiche. A spiccare sono, così, l’iniziale “Nulla si crea e niente si distrugge”, il cui testo è ispirato alle liriche tratte “Ex Ponto” di Ivo Andrić, la sinuosa “RiTango” in cui brilla la chitarra di Matteo Mela, e la splendida “Io Vivo Sull’Acqua”, arrangiata da Gobbio per pianoforte e quartetto d’archi, della quale colpisce la bellezza del testo ispirato ad una poesia del poeta creolo Derek Walcott. Chiude il disco una rilettura del brano tradizionale “La Pastora”, che Camattini era solito ascoltare da bambino cantata dal padre. “Solo vero sentire” è, dunque, un disco maturo, denso di poesia e pregevoli trame musicali, che non mancherà di regalare emozioni a quanti lo ascolteranno con la dovuta attenzione. 


Salvatore Esposito 

Marco Bardoscia – Tutti solo (Off Record Label, 2015)

“Mi piaceva da morire il brano di Monk, ‘Round Midnight’ e volevo imparare a suonarlo. Così ogni sera, dopo averlo suonato, andavo da Monk e gli chiedevo: ‘Come l’ho fatto stasera?’ E lui, tutto serio: ‘Non bene’. La sera successiva uguale, e quella dopo uguale ancora, per diverse sere mi diceva: ‘Non si suona così’, a volte con un’aria esasperata e maligna”. Basterebbe questo racconto, contenuto nell’autobiografia del grande Miles Davis, per dissuadere ogni musicista dal cimentarsi in quello che paradossalmente è invece uno degli standard assoluti del jazz con oltre 200 interpretazioni (registrate). A questa nutrita schiera si è aggiunto recentemente anche Marco Bardoscia. Trentaquattrenne, originario di Galatina (Le), all’attivo un diploma in Conservatorio e diverse collaborazioni importanti (Paolo Fresu, Maria Pia De Vito, Gianluca Petrella, Rita Marcotulli, Antonello Salis, fra gli altri), Bardoscia nella sua ultima fatica discografica propone un’insolita versione per contrabbasso solo di questo brano già di per sé armonicamente complicato e scorbutico, ma dalla sensuale linea melodica. Nell’album “Tutti solo” (Off, 2015) trovano posto anche dodici brani inediti a sua firma, un’altra cover di prestigio (“Hallelujah, I love her so” di Ray Charles) e un tradizionale della sua terra (“Damme nu ricciu”). Decidere di chiudersi in sala di registrazione in compagnia solamente del proprio strumento non è semplice, specialmente se questo non è il tradizionale e autosufficiente pianoforte o l’emancipata chitarra, ma il bisbetico contrabbasso. La scelta di Bardoscia è quindi musicalmente audace e già per questo da incoraggiare, e si muove nella stessa direzione di altri contrabbassisti come Federico Marchesano e Stefano Risso (di cui abbiamo già parlato nei mesi passati) che proprio recentemente hanno voluto affidare al contrabbasso in solitaria le proprie intime e sussurrate intuizioni creative. È innegabile quindi che “Tutti solo” risulti di non facile ascolto e richieda un approccio curioso ed esplorativo. Qualche traccia come “Preghiera”, “Mi Do” e soprattutto “Impro I e II” si avvicina più a una certa melodicità, forse sulla scia di esperienze d’ascolto classico come “L’elefante” - da “Il carnevale degli animali” di Camille Saint-Saëns -, uno dei pochissimi casi di contrabbasso protagonista. Mentre ad esempio, i brevissimi (0:25 e 0:21) duetti di gorgheggi vocali e svolazzi contrabbassistici di “Paperino” e “Paperoga” o enigmatico “L’importanza della carta” scivolano nello stravagante, e per alcuni magari nel ridicolo. Sicuramente apprezzabile l’idea di “CantaTina”, in cui lo strumento è padroneggiato al punto da somigliare alla voce umana che si diletta, senza troppo prendersi sul serio, nel canto (e in certi momenti la si ascolta veramente, leggera e all’unisono). Le prove migliori restano le già citate “Hallelujah, I love her so” e “Damme nu ricciu” ma in particolare “L’uomo nero di Idrusa”, traccia nella quale sono evidenti delle sovraincisioni. Un disco fatto unicamente del “suono nudo del contrabbasso, il mio respiro, il rumore e tutti i suoni dello strumento” - come ama sottolineare Bardoscia -, è una bella sfida, un po’ come quella che animava Miles Davis davanti al capolavoro di Monk. Per la cronaca il 17 luglio 1955 al Festival di Newport la strepitosa esecuzione di “Round Midnight” da parte del grande trombettista, convinse e affascinò Thelonius Monk il quale, fatalità, lo accompagnava al pianoforte. Chissà se dopo l’ascolto di “Tutti solo”, il giudizio sarà simile a quello monkiano: “Si, si suona così”. 


Guido De Rosa

Michele Jamil Marzella - La via del Possibile (Fonosfere by Dodicilune/I.R.D., 2015)

Trombonista, arrangiatore e direttore d’orchestra dal ricco background formativo, Michele Jamil Marzella vanta articolato percorso artistico che lo ha condotto, negl’anni, ad esplorare diversi ambiti musicali spaziando dalla musica classica al jazz fino a toccare la world music. Affascinato dallo studio antropologico di culture e sonorità differenti, il musicista barese ha compiuto diversi viaggi e soggiorni tra l’Africa, l’India ed il Tibet, traendo ispirazioni profonde per le sue composizioni ed apprendendo l’uso di strumenti tradizionali come il radong, particolare tuba tibetana. A caratterizzare il suo approccio musicale è la grande attenzione all’aspetto spirituale della musica che si sostanzia nella ricerca di suoni ancestrali, in grado di risvegliare l’essenza di chi ascolta. In questo contesto si inserisce il suo nuovo album “La via del Possibile”, nel quale ha raccolto nove brani inediti, ispirati dal desiderio di ricercare l’armonia non solo dentro sé stessi ma anche in ciò che ci circonda, entrando in contatto con le energie presenti in natura. Ad accompagnare Michele Jamil Marzella (trombone, radong, effetti) è un large ensemble di strumentisti composto da Pierangelo Eddy De Marco (programmazione), Limongella Progect (art dj), Valentina Pavone (flauto traverso), Antonio Genchi (sassofoni), Piero De Marco (chitarra), Eddy De Marco (basso elettrico), Maurizio Lampugnani (percussioni, voce) ed Ugo Custodero (percussioni, hang shock), a cui si aggiungono le voci del narratore Vito Lopriore, Rossella Antonacci, e Gabin Dabiré. Il risultato è un lavoro di “Musicosofia”, così come lo ha definito lo stesso Marzella, l’itinerario di un viaggio onirico, evocato dall’intreccio tra fiati, voci, percussioni ed elettronica, e nel quale si incontrano le modalità espressive delle sonorità orientali e quelle del mondo occidentale. Traccia dopo traccia, durante l’ascolto, si attraversano atmosfere sonore differenti create attraverso campionamenti, sperimentazioni sonore ed improvvisazioni, in un fluire di grande suggestione in cui spiccano la poesia dei versi di “Prayer”, scritti da Marzella e recitati da Lopriore, l’incursione nel dub di “Ritorno al Passato” e le esplorazioni nei ritmi africicani di “Etno Loop Station”. “La Via del Possibile” è, dunque, un disco per l’anima, un balsamo che lenisce il frastuono quotidiano, regalandoci poco più di trenta minuti di musica di rara intensità. 


Salvatore Esposito

giovedì 18 febbraio 2016

Numero 243 del 18 Febbraio 2016

Opa Cupa ha il profumo rom, il soffio travolgente da brass band, la libera propulsione jazz, il ritmo, il lirismo e il calore del Salento. La loro nuova produzione, “Baluardo”, è nostro Disco Consigliato Blogfoolk della settimana. Ne abbiamo parlato con l’eclettico trombettista Cesare Dell’Anna, motore della formazione pugliese. Ancora incontri tra anime nobili, tra strumento voce e corde, nel progetto “Kyma”, messo su dalla cantante e autrice siciliana Valeria Cimò e dal polistrumentista sardo Gianluca Dessì. Il viaggio in Italia prosegue in Calabria, per presentare “Amistà” del collettivo Parafonè. Ad aprire la rubrica sulle musiche del mondo, è ancora un sodalizio, nomade, estemporaneo e ammaliante: ne è protagonista la voce irraggiungibile di Sainkho Namtchylak, che ha registrato "Like A Bird Or Spirit, Not A Face” con alcuni componenti dei Tinariwen. Segue uno speciale dedicato alla scena nu-trad polacca tra ritmi regionali, impronta world e contemporaneità, con i dischi di Kapela Maliszów (“Mazurki Niepojete”), Tęgle Chłopy (“Dansing”),  Lautari ( “Vol. 67 Live 2014”) e Čači Vorba (“Šatrika”). Sempre fuori dagli schemi, è un tango che rigetta la dicotomia alto/basso, la dualità colto/popolare, quello proposto da Luis Bacalov in “Tango e Dintorni”. Dal nostro scaffale, abbiamo scelto il volume con CD “Canti e racconti dei contadini d'Abruzzo. Le registrazioni di Elvira Nobilio (1957-58)” di Omerita Ranalli, appena pubblicato da Squi[libri]. Non manca la pagina jazz con “Lost In the Jungle” dei Principles Sound. In conclusione del numero 243 di Blogfoolk, sguardo su “Guitar Revolution” di Finaz.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


COVER STORY
VIAGGIO IN ITALIA
WORLD MUSIC
LETTURE
SUONI JAZZ
STRINGS


L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Opa Cupa - Baluardo (11/8 Records, 2015)

Guidati dall’eclettico trombettista e compositore Cesare Dell’Anna, gli Opa Cupa vantano percorso musicale ormai ventennale costellato da tanti concerti in Italia come all’estero, e una serie di dischi superbi, nei quali hanno cristallizzato il loro originale sound che li vede incrociare il repertorio musicale dei Balcani e le sperimentazioni sonore del jazz, il tutto condito da echi della tradizione del Sud Italia. A distanza di cinque anni da “Centro di permanenza temporanea”, ritorno in con nuovo album “Baluardo” nel quale hanno raccolto diciassette brani tra originali, riletture di brani tradizionali come “La Rosa Enflorece” e “Moja mala nema mane” e due dediche a Amy Winehouse e a Adnan Hozic. Abbiamo intervistato Cesare Dell’Anna per farci raccontare la genesi e le ispirazioni di questo disco.

Baluardo arriva a cinque anni di distanza da “Centro di permanenza temporanea”. Come nasce questo nuovo progetto?
“Baluardo” è un omaggio alle meravigliose intuizioni dei nostri fantastici politici pugliesi, e lo dico ironicamente, perché questa classe politica sembra nata più per distruggere che per costruire.
Io, come anche molti altri artisti, qui in Puglia siamo stati vittime di certe scelte, ed è per questo che con Opa Cupa abbiamo deciso di dedicargli addirittura un album a questi personaggi, e lo abbiamo fatto nell’unico modo che conosciamo, attraverso la musica, le belle canzoni che facciano ballare e divertire il nostro pubblico. E’ questa la nostra unica arma per difenderci e rispondere alle porcherie della politica, evitando di scendere allo scontro come loro tentano sempre di fare, diventando spesso volgari.

La copertina del disco che ritrae una tromba con le manette, rimanda alla chiusura della Casa della Musica Livello 11/8, dove il disco è stato registrato. Un esperienza terminata straordinaria, caratterizzata da tante difficoltà, e da un epilogo infelice…
Livello 11/8 è stata una realtà molto interessante, abbiamo resistito per cinque anni facendo cose straordinarie, anche perché c’è stato un grande investimento da parte della Regione Puglia con diversi progetti, creati dalla giunta Vendola, come Bollenti Spiriti, e questo nonostante le guerriglie nate parallelamente e legate a questioni politiche. Il problema nasceva dal fatto che furono dati dei soldi ai politici locali per ristrutturare un ex mercato dei fiori e creare questa struttura dedicata alla musica, ma nessuno si è mai preoccupato di renderla agibile, né tantomeno di fare controlli per capire se fosse realmente fruibile. All’epoca con la mia società 11/8 Records, vincemmo una gara per la gestione di questa struttura, senza alcun aiuto politico. Ci fu un contratto regolarmente sottoscritto con lo stato, non con il meccanico dietro casa, e pensavamo di poter lavorare in una struttura agibile, ma già dal primo giorno scoprimmo una miriade di problematiche che hanno reso impossibile lavorare serenamente. Ogni volta c’era bisogno di permessi speciali, dovevo andare ad elemosinare per aprire e fare le varie attività. Nonostante i soldi spesi, le fideiussioni bancarie fatte, le battaglie, le guerre e i rischi altissimi corsi da me e dai miei collaboratori, dopo sei anni ci siamo trovati a chiudere, perché non c’erano più le condizioni minime di sicurezza, né tantomeno questi politici si sono preoccupati di mettere a norma questo posto. 
Abbiamo toccato lo schifo, siamo arrivati agli insulti ai quali non ho mai risposto, e così è volato via un altro milione di euro della Comunità Europea per fare quattro bandi per far divertire questi politici. Oggi ci ritroviamo con la struttura chiusa, i ragazzi non hanno più le sale prove, la scuola di musica gratis, uno studio di registrazione all’avanguardia gratis, e non hanno più un posto dove suonare.  Di questo dobbiamo ringraziare i vari sindaci dell’Unione dei comuni a Nord di Lecce, ma comunque l’Amministrazione Regionale, insomma tutti hanno responsabilità, e non basta dare i soldi per ristrutturare una struttura, ma bisogna andare a vedere se questi soldi sono stati ben spesi e se i luoghi sono agibili perché diversamente è un controsenso. 

Come hai tradotto in musica questo disagio verso la classe politica locale…
Nella musica c’è sempre uno stimolo, sia esso un disagio, un’incazzatura, un momento di grande amore o un incontro. In questo disco c’è tutto questo. C’è l’incazzatura, le questioni con la classe politica e tutto il resto, ma c’è anche tanto amore. Ci sono tutti i miei amici dell’Albania che suonano con me, tutte quelle cose belle che ci siamo guadagnati negli anni come la condivisione, i valori di tutti, il fatto che ci piace viaggiare, imparare. Al di là di queste polemiche non ci fermeranno comunque, perché non sono quelle quattro mura a determinare la nostra potenza e il nostro voler fare. C’è un gruppo con alle spalle vent’anni di cammino, e quattro dischi, stiamo continuando a fare cose bellissime insieme, c’è una famiglia con tantissimi musicisti di talento, andiamo in giro a suonare e spacchiamo l’aria ovunque.

Come si è evoluto il sound di Opa Cupa nell’arco di un ventennio?
L’evoluzione è stata incredibile e costante negli anni. All’inizio degli anni Novanta, quando abbiamo cominciato, avevamo una line-up diversa nella quale c’era ancora il nostro primo cantante Adnan Hozic, indimenticato amico a cui abbiamo dedicato un brano nel nuovo disco. Suonavamo materiali di taglio più tradizionale, mentre negli ultimi lavori il sound si è evoluto. Abbiamo aggiunto le chitarre elettriche, ad esempio, ma c’è anche il fatto che siamo diventati più bravi nel fare questo tipo di musica che mescola jazz e ritmi balkan. 
Il suono è cambiato tanto, così come la scelta del repertorio, facciamo pochissime riletture, ma quelle poche ma sono pazzesche come “My Favourite Things” suonata in 7/8 o “You know I’m no good” di Emy Winehouse, rivisitata in chiave balkan, che chiude “Baluardo” e ha sei ritmiche diverse all’interno. E’ un manicomio totale per i miei musicisti che mi odiano e non poco per questo brano, ma siamo forti e potenti e già pronti pensare ad un sound ancor più innovativo per il prossimo disco che è già in cottura nel mio cervello.

Dalle musiche da banda al balkan-jazz, come è nata l’alchimia di questo incontro?
La banda è la prima cosa che ho imparato a fare e difficilmente si può dimenticare… Quando eravamo ragazzi spesso ci rompevamo le scatole di suonare sempre le stesse cose, e appena mancava il capobanda e si creava una situazione più rilassata, ci divertivamo a rileggere e trasformare ritmicamente i brani del repertorio della banda. Questo gioco è un esigenza innata di tutti i musicisti delle bande. Poi avendo fatto tanti anni di studio e di lavoro con gente veramente seria che arrivava dalla Bosnia, dalla Bulgaria e dai Balcani, alla fine mi è venuto naturale iniziare a lavorare su queste ritmiche che mi intrigavano molto. Questo incontro ha funzionato da subito e il gioco continua.

Alla realizzazione di “Baluardo” hanno collaborato alcuni ospiti, puoi presentarceli?
Ci sono, innanzitutto, i fratelli Eklan e Redi Hasa, rispettivamente pianista e violoncellista. Redi è un musicista straordinario e suona tantissimo. Lui ha fatto il percorso contrario rispetto al nostro. 
Quando questi musicisti arrivarono in Italia dai Balcani, quasi non avevano voglia di suonare le cose della loro tradizione, e volevano suonare il jazz e fare altre cose, dopo essere stati tanti anni sotto la sferza oscurantista del comunismo. C’è voluto un po’ per convincerli, ma alla fine è ci siamo riusciti. La ricerca e la sperimentazione in ambito jazz unita alla tradizione balkan e a quella nostra del Salento, ha dato vita ad un interscambio straordinario. Noi abbiamo imparato bene la musica balkan e loro il jazz, cosicchè è venuto fuori un balkan jazz progressive, molto acido e promettente… Poi, c’è Rachele Andrioli che non aveva mai cantato con Opa Cupa. Lei ha duettato con la nostra cantante Irene nella nostra versione di “Ferma Zitella”, un brano della tradizione salentina proposto con un tiro assolutamente diverso. Ed ancora le voci di Cristoforo Micheli e Alan Wurzburger, nonché altri eccellenti strumentisti.

Oltre alla già citata “You Know I’m Not Good” di Emy Winehouse, e il tradizionale “Ferma Zitella”, sono presenti anche altre riletture soprattutto dal repertorio balkan. Come avete scelto questi brani?
La scelta dei brani è stata del tutto casuale, perché spesso mi sono stati chiesti per altri lavori e ho cominciato a lavorarci, e poi in seguito ho creato versioni particolari per il nostro repertorio dal vivo. Così è stato naturale inserirli nel disco.

Tra le composizioni originali meritano una citazione “Lo Zio è Pazzo” e la title-track, ma soprattutto la splendida “Pompei” in cui incontrate i ritmi della tradizione campana…
Ogni brano si inserisce perfettamente nel discorso iniziale, è il caso di “Lo Zio è Pazzo”, di “Baluardo”, e anche di “Pompei”, il cui testo è stato scritto in parte dalla nostra cantante preferita, Irene Lungo. Lei è campana e voleva raccontare il problema delle discariche e delle conseguenze che sono derivate sulla delirante crisi dei rifiuti, partendo anche da questioni prettamente personali. Mi ha colpito terribilmente ascoltare in uno dei programmi scientifici notturni che l’Unesco consigliava all’Italia di seppellire nuovamente Pompei per proteggerla, dopo l’ennesimo crollo. Questa cosa assurda mi ha fatto prima sorridere e poi arrabbiare, perché se in Italia dobbiamo ricoprire un sito archeologico più importante del pianeta in quanto non riusciamo a salvarlo, siamo arrivati veramente alla fine. E con questo ritorniamo dritti al concerto di “Baluardo”. Noi vorremmo che le cose girassero in altro modo, venissero curati questi siti e valorizzati per dare posti di lavoro, anche per superare la crisi economica. Invece continuiamo ad assistere a questi spettacoli di una classe politica, arrivata ormai al ridicolo.

Sul finale arriva poi uno dei brani più esplosivi del disco, la divertente “Viva La Rai”…
E’ un gioco tutto nostro, perché nel brano c’è una parte del ritornello in cui sembra venire naturale cantarci “Viva La Rai”… 
E’ un pezzo balkan in 9/8 molto trascinante, perfetto per far ballare il nostro pubblico dal vivo.

Concludendo, come sarà “Baluardo” dal vivo?
I concerti di “Baluardo” saranno molto divertenti, è uno spettacolo da seguire in scarpe da ginnastica e ballare, ma è adatto anche per gli ascoltatori più raffinati a cui piace il jazz, e l’improvvisazione. Ci saranno momenti in cui sembrerà di ascoltare una band jazz degli anni ottanta, e altri in cui sembrerà di stare in piazza a Tirana a fare un festone balkan come si deve. La nostra potenza è questa: i suoni di festa del sud Italia con le melodie bandische insieme alle suggestioni balkan e al jazz.


Salvatore Esposito


Opa Cupa - Baluardo (11/8 Records, 2015)
CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

Leggendo le note stampa che hanno accompagnato l’uscita di “Baluardo”, il nuovo album degli Opa Cupa, si incontrano immagini e riferimenti pregni di idee, vocazioni, culture. In un passo in particolare si dice “Baluardo è un acuto riflettere del suono sulla bellezza dell’arte nella sua massima espressione di libertà e creatività, svincolata dagli schemi del clientelismo politico che ammanetta la musica”. In un certo senso è quello che vorremmo sempre ascoltare: la traslazione in musica di un progetto e di una visione che tirano dentro, oltre la rappresentazione artistica, la politica, le espressioni più coerenti con la vita vissuta. Espressioni popolari e contemporanee, colte, vive: insomma le espressioni che parlano, che significano e che non si innervano solo intorno a un raccontare, cioè a una cronaca posticcia delle idee o degli accadimenti. Mi sembra che la formazione salentina ci sia molto vicino: “Baluardo” è un segno netto su un volto multiforme che innanzitutto guarda all’area salentina da dentro, e non da sopra, evitando così di contribuire a cristallizzarne i suoni e, in generale, l’immagine. Un volto che guarda - come sappiamo, perché così ci ha abituato Opa Cupa, attraverso la sua storia musicale e discografica (questo è il quarto album) - sempre, e con attenzione critica, intorno. Certamente all’area balcanica - nel solco della tradizione della band, con la preminenza dei fiati e dei venti ritmici e melodici del fronte opposto al Salento adriatico - e alle voci che si affacciano, da prospettive diverse, sul Mediterraneo. Di qui la compresenza di tutti i soggetti e gli elementi che definiscono il suono dell’album: il nervo dei fiati, con Cesare Dell’Anna (fondatore e fulcro creativo dell’ensemble) a orientarne il peso e le forme, che rimbalzano tra il “balcanismo” balcanico/italiano e il “bandismo” italiano (specie del sud), ma anche la strutturazione di una narrazione ritmica cadenzata e sempre lucida, affidata a batteria, percussioni e basso. Poi un insieme di elementi che puntellano - sul piano armonico, ma anche riverberandone il “carattere” multiforme - tutti i diciassette brani di cui è composto l’album. I vari riflessi sono riconducibili anche ai soggetti che rendono espanso il nucleo della band, determinandone un profilo sempre diverso, sempre in evoluzione. Perché se, come detto, i fiati possono essere considerati come la marca, come la matrice, il resto si configura come un insieme di elementi indissolubilmente legati a questi. Anzi, sia gli uni che gli altri assumono il carattere compiuto che determina la successione delle tracce in un quadro di relazioni reciproche. In questo senso possiamo leggere le voci stupende di Rachele Andrioli e di Irene Longo, così come la fisarmonica di Rocco Nigro e il violoncello di Redi Hasa. Oppure l’elaborazione di “You know I’m no good” di Amy Winehouse, che ci ammanta come una rivelazione, prima nel breve prologo disteso dei fiati, e dopo nell’andamento deciso (ancorché delicato) che sorregge la linea melodica della tromba. La divergenza in questo caso è irriducibile ma trascinante, perché il brano è come un accenno composto e fuori da ogni facile retorica alla magnificenza e alla crudezza della voce di Amy. “Viva la Rai”, scritta da Nigro e Dell’Anna, succhia il succo di reminiscenze bandistiche più tradizionali, lasciando emergere una piacevole irriverenza nella forma e nell’andamento. Ma uno dei brani più interessanti è “Ferma zitella” - un “classico”, oltre che un baluardo della tradizione musicale salentina, sul quale si sono cimentate diverse formazioni, con risultati alterni - cantato da Rachele Andrioli. Il motivo è ben riconoscibile, anche se più disteso e intenso. E, sopratutto, proposto, nella seconda parte del brano, attraverso soluzioni armoniche interessanti e vagamente mimetiche. La struttura melodica e ritmica - che rappresenta la parte più originale della rielaborazione - è sostenuta da batteria, chitarra e basso, rafforzati da un interessante fraseggio reiterato di fisarmonica. Le parti musicali sono da ascoltare con attenzione, perché gli strumenti si susseguono e si incastrano con delicatezza ed equilibrio, a volte percorrendo la linea melodica del canto, altre sviluppando fraseggi originali e inaspettati.


Daniele Cestellini