BF-CHOICE: Maria Pia De Vito featuring Chico Buarque – Core [Coracão]

In “Core[Coracão]”, la vocalist partenopea, ai vertici del panorama jazz internazionale, offre cittadinanza sonora napoletana a tredici canzoni carioca. Sperimentatrice delle infinite possibilità sonore della voce, Maria Pia De Vito è artista versatile, sensibile e creativa...

BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

mercoledì 28 ottobre 2015

Numero 227 del 28 Ottobre 2015

Questo mese di manifestazioni dedicate agli operatori della musica, aperto dalla Fira catalana di Manresa è proseguito con il Womex, il grande ritrovo annuale della world music che, tra affollati showcase ed eventi rivolti ai professionals, ha mandato messaggi contro le politiche di chiusura nei confronti dei migranti da parte dei governi, tra cui proprio quello dell’Ungheria nella cui capitale, Budapest, sono convenuti delegati e musicisti. A completare il trittico di fiere, arriva il Medimex, salone internazionale dell'innovazione musicale, che si terrà a Bari dal 29 al 31 ottobre, del quale “Blogfoolk” è media partner (Se sarete a Bari, passate a trovarci allo stand numero 82). Ne abbiamo parlato diffusamente nell’intervista con Antonio Princigalli, coordinatore del progetto Puglia Sound, il quale ci ha presentato le principali novità, il ricco programma di workshop, face-to-face e concerti, senza dimenticare di accennare alle prospettive future. Alessia Pistolini ci porta poi nel ponente ligure, in quel di Sanremo, dove ha seguito per noi l’edizione 2015 del Premio Tenco. Ancora per la musica dal vivo, spazio alla cronaca del concerto che Jordi Savall e il suo Hespèrion XXI hanno tenuto lo scorso 20 ottobre a Roma nell’Aula Magna Università La Sapienza. Invece, nella nuova tappa all’EXPO milanese ormai in dirittura d’arrivo, Paolo Mercurio ci parla dell’atteso concerto di Roberto Caccapaglia, che ha proposto dal vivo le composizioni utilizzate per la sonorizzazione dell’albero della vita. L’apertura delle recensioni discografiche è per il “Consigliato Blogfoolk” della settimana, il leggendario album dal vivo “Fatteliku - Live In Athens 1987” di Youssou N’Dour et Le Super Etoile De Dakar. Dai sincretismi sonori del mbalax senegalese a “Distichos”, lavoro pan-mediterraneo, firmato dalla cantante greca, toscana di elezione, Marina Mulopulos, premio della critica alla recente edizione del Premio Parodi. Ancora incroci sonori con la coppia Guo Gan e Loup Barrow, che hanno prodotto “The Kite”. A seguire, uno sguardo ad ampio raggio sulle ultime produzioni della versatile etichetta salentina Dodicilune, mentre per le Letture, ci occupiamo del volume del giornalista Paolo Ferrari dal titolo “Lou Dalfin. Vita e miracoli dei contrabbandieri di musica occitana”. 

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com

I LUOGHI DELLA MUSICA
WORLD MUSIC
SUONI JAZZ
LETTURE

L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)


Intervista con Antonio Princigalli. Medimex, tre giorni al centro della musica

Cento espositori da tutto il mondo, oltre duecento ospiti provenienti da ventisette paesi, tre giorni con quaranta concerti su cinque palchi, e poi settanta appuntamenti tra incontri d’autore, panel, case history, face to face(s) e presentazioni. Sono questi i numeri della quinta edizione del Medimex - il salone dell’innovazione musicale - promosso dalla Regione Puglia con il programma Puglia Sounds, che si terrà dal 29 al 31 ottobre a Bari, nel padiglione più all’avanguardia della Fiera del Levante. Se da un lato questa manifestazione offre un prezioso focus sulla scena musicale pugliese coinvolgendo gli operatori dell’intera regione, dall’altro si conferma come punto di riferimento per la scena musicale italiana ed internazionale. Ne abbiamo parlato con il coordinatore di Puglia Sound, Antonio Princigalli.

Quest'anno il Medimex giunge alla quinta, edizione. Come si è evoluto nel corso degli anni?
Il Medimex si è evoluto affermandosi sempre di più, nel senso che sia il mercato nazionale che quello internazionale hanno capito che questa fiera può essere un’occasione preziosa di confronto per gli operatori musicali italiani ed esteri. Si può dire che sia una realtà unica in Italia. Sin dalla prima edizione il Medimex è cresciuto costantemente nel numero di presenze di pubblico, operatori ed espositori, ma anche dal punto di vista qualitativo proponendo concerti, workshop e confronti con discografici ed organizzatori di festival.

La critica che spesso si muove al Medimex è che sostanzialmente miri a valorizzare la scena musicale pugliese. Usciamo da questo equivoco, facendo chiarezza. Medimex è molto di più perché...
Chi produce il Medimex è Puglia Sound, che è un progetto della Regione Puglia, per cui di per sé nasce come strumento per mettere in relazione la filiera della musica pugliese con quella nazionale ed internazionale. Trovo sensato che ci sia questa critica riguardo al fatto che il Medimex abbia delle preferenze per il mercato regionale, perché è la nostra mission. E’ ovvio ed evidente a tutti come, nel corso di questi anni, questa fiera si sia evoluta a tal punto da essere non solo una formidabile occasione di confronto per la scena musicale pugliese, quindi etichette, produttori e musicisti, con le altre realtà nazionali ed internazionali, ma automaticamente è diventato anche uno straordinario strumento di crescita e promozione anche per questi ultimi. Certo è normale che ci sia uno spazio alle più recenti pubblicazioni discografiche della Puglia perché è una delle linee che finanziamo con Puglia Sound Records, ma abbiamo anche altri tre palchi e altre tre sale dove ci sono tutti, da quelli che fanno gli showcase, PMI con i propri artisti, Music Raiser, Primo Maggio, operatori e case discografiche fino a buona parte dei festival e delle agenzie di questo paese, buona parte di quelle internazionali. La domanda è, dunqu, tutti questi addetti ai lavori, sarebbero venuti al Medimex se fosse stato fondamentalmente per gli artisti pugliesi? Penso che chi sollevi questi dubbi ha un deficit di informazione, perché è come dire che al Womex, appena svoltosi a Budapest e che negli altri anni si è tenuto in Spagna o Danimarca, non ci sia un palcoscenico dedicato al paese che ospita. Tutto questo è ancora più normale per noi perché non siamo una società privata ma un progetto pubblico.

Quali sono le principali novità dell'edizione 2015?
La caratteristica che rende unico il Medimex è quella di essere una manifestazione a più strati di approfondimento e di conoscenza, per cui questo significa che ci sono una serie di luoghi ed attività rivolti ai professionisti e un'altra serie di luoghi ed attività per un pubblico di appassionati, in quel caso anche con voglia e volontà di approfondimento per culture differenti. Chi vuole può seguire il panel con i CEO delle tre major per capire, secondo loro, dove va la musica, altri possono ascoltare le ultime novità proposte da PMI o da Musicraiser o ancora delle etichette più piccoline. Poi ci sono degli spazi rivolti esclusivamente ai professionisti che riguardano alle modalità di ingresso sul mercato americano o tedesco, l’anno scorso invece ci siamo occupati di quello asiatico. Il pubblico di appassionati, ma anche gli oltre dieci mila studenti delle scuole superiori, hanno la possibilità di ascoltare i grandi autori che raccontano la propria vita, ma anche quest’anno fare molte cose interattive, di ascoltare più musica, di visitare istallazioni audio e video che sono presenti in fiera. Avendo costruito il Medimex come fosse una grande città della musica abbiamo i viali, un arena, le piazze, i luoghi espositivi, i palcoscenici, per cui sarà un luogo piacevole dove trascorrere un intera giornata.

Tra le istallazioni, quella più importante è “Light Paintings” di Brian Eno…
E’ un progetto che Brian Eno sta allestendo ormai da qualche giorno qui a Bari nell’ex Teatro Margherita. Questo ci riempie di orgoglio anche perché se un grande maestro come lui decide di stare qui quasi una settimana, e allestire una parte dell’istallazione sul posto, quindi creare in diretta quello che da giovedì 29 sarà aperto al pubblico, non può che essere una bella occasione non solo per Bari ed il Medimex ma per tutti.

Entrando nel dettaglio del programma, ampio spazio sarà come sempre riservato agli eventi dedicati agli addetti ai lavori, può presentarceli?
Ci saranno una serie di workshop esplicativi condotti da YouTube su quali sono i meccanismi migliori per essere presenti su quella piattaforma, incontri per i tavoli mentoring con gli operatori statunitensi che si confronteranno con gli operatori e spiegheranno quali sono i passi da compiere per affacciarsi sul loro mercato, la stessa cosa la faremo per il mercato tedesco. Ci sono, ad esempio, alcuni focus sui festival ed in particolare a come questi con il passare degli anni riescano ad immaginare delle forme ecologiche per l’abbattimento delle emissioni, fino a ticketing. Avremo eventi dedicati al mondo dei makers, al diritto d’autore, alle tutele legali e all’uso di particolari programmai di composizione. Ci sarà anche un workshop organizzato dall’IRCAM che è un istituto francese tra i più importanti per la musica contemporanea, dedicato alle relazioni tra musica ed elettronica. 

Ricco sarà anche il cartellone dei concerti, con che criterio avete selezionato i vari artisti?
Durante la giornata, dalla mattina al tardo pomeriggio, nei padiglioni è allestito un palco per i live unplugged sul quale gli espositori hanno la possibilità di mostrare con brevi showcase le loro produzioni. Si tratta di uno spazio aperto riservato a chi entro fine luglio ci ha inviato la comunicazione per effettuare le presentazioni. I tre palchi serali, il cui accesso è aperto al pubblico ed agli operatori, è riservato ai concerti, scelti per l’80% da una selezione da parte di una commissione tra le circa trecento candidature arrivate entro giugno. Poi ci sono i due ospiti che sono Carmen Consoli e Natalie Imbruglia.

Quest'anno ospitate anche una fiera dedicata agli strumenti musicali e ai vinili, è un modo per allargare il bacino di utenza, o un ulteriore sfida per Medimex?
Non è una sfida in quanto tale, ma un aggiunta, un arricchimento. Lo scopo del Medimex è stato quello di aggiungere pezzetti di mondo collaterale con approfondimenti su musica e cinema, un altro su musica e letteratura, e così anche quello sugli strumenti musicali ed i vinili. Consideriamo la musica come una filiera, e dunque ci sta anche questo. Il pubblico che partecipa ha poi la possibilità anche di acquistare i dischi presso la Feltrinelli che nel proprio spazio ha creato un piccolo media store. L’obbiettivo è quello di far partecipare al Medimex chiunque dall’appassionato di vinile, a quello di strumenti, fino agli addetti ai lavori.

Quale sarà il futuro di Puglia Sound e del Medimex? Come crescerà questa filiera…
Non so dirlo perché tutto questo è un progetto della Regione Puglia finanziato da fondi della Comunità Europea, la cui programmazione va di sei anni in sei anni. Per cui quella del 2007-2013 che può scalare di un anno o due, finisce quest’anno e dunque la nuova giunta regionale è in fase di determinazione della nuova programmazione che sarà 2014-2020 ma che arriverà nel 2021. L’amministrazione è cambiata pochi mesi fa, vedremo come quali strumenti questo progetto possa andare avanti. 

Salvatore Esposito

Premio Tenco 2015. “Fra la Via Aurelia e il West”, Sanremo (IM), 22-24 Ottobre 2015

Per raccontare il Premio Tenco 2015 conviene partire dalla fine. Dall'entusiasmo di cui è colmo il teatro Ariston quando si chiude il sipario della "tre giorni"; dall'emozione che si legge sulle guance colorate degli spettatori appena oltre le pesanti tende rosse che contornano la sala, dai sorrisi soddisfatti e pieni degli addetti ai lavori che finalmente si lasciano andare ai commenti finali della rassegna. E se è vero che il tradizionale filo conduttore dell'evento si è quest'anno impersonato nella figura concreta quanto mitica di Francesco Guccini, solida roccia su cui contare per il successo della nuova edizione, è vero anche che le tre serate sono state un crescendo di musica e poesia di alto livello grazie all'avvicendamento sul palco di tanti artisti di generi e di età molto diverse, la cui esibizione in nessun caso è stata affidata esclusivamente all'interpretazione di rito di una canzone del Maestrone di Pavana, ma ciascuno ha portato sé la propria arte apportando così il proprio fondamentale valore aggiunto. La rassegna di quest'anno lascia dietro a sé strascichi di vita interiore vissuta appieno, come accade quando l'arte - in particolare la musica nella sua peculiarità di arte "ineffabile", per dirla con il filosofo-musicista francese Jankélévitch - compie fino in fondo la sua missione comunicativa. Ci pare importante mettere l'accento su questo risultato giacché il Club Tenco, pur ampiamente riconosciuto quale più autorevole punto di riferimento della canzone di qualità italiana e mondiale, è quasi strutturalmente circondato anche da critiche negative di ogni sorta: vetustà, autoreferenzialità, incapacità di rinnovarsi, incapacità di adattarsi alle nuove esigenze del web e così via. 
Così, la voce pressoché unanime del successo di pubblico e di critica ottenuto in questi giorni è qualcosa che il vasto universo umano che si muove con passione attorno all'evento centrale dell'attività del Club può assaporare ora il risultato di tanto impegno, profuso - altro aspetto da ricordare - a titolo esclusivamente e rigorosamente gratuito. Ecco allora il nostro racconto di quanto accaduto e di quanto vissuto in questo lungo weekend sanremese, dislocato tra incontri musicali pomeridiani nello storico quartiere della Pigna, conferenze stampa, incontri e dibattiti alla vecchia stazione nonché nuova sede del Club, e il teatro Ariston, finalmente tornato ad accogliere le serate musicali dopo due anni di “distaccamento” al teatro del Casinò. Francesco Guccini, indirettamente, è subito protagonista del palco - "rubando" la parte a Luigi Tenco e alla tradizionale apertura con "Lontano lontano" - attraverso l'interpretazione della sua "Auschwitz" da parte di tre artisti d'eccezione: Vittorio De Scalzi con voce e chitarra, Mauro Pagani con il suo violino ed Edmondo Romano ai fiati. Sull'applauso del pubblico dopo le loro ultime note, fa il suo ingresso il presentatore storico Antonio Silva, con il suo consueto e immutato sorriso gioviale e accogliente, che dà ufficialmente il via alla rassegna. È una novità il primo ensemble musicale: si tratta dell'Orchestra nazionale dei Giovani talenti del Jazz, composta di orchestrali freschi e sorridenti «perché non sono orchestrali», come sottolinea il loro direttore Paolo Damiani, ma eccellenti solisti; si esibiscono in due brani, una canzone scritta dallo stesso Damiani e la gucciniana "Quattro stracci", in un raffinato arrangiamento che è davvero un piccolo gioiello. 
Il complesso cambio palco, come di consueto, è gestito dalla figura del "tappabuchi", quest'anno impersonata dal comico Paolo Migone: nel corso delle tre serate sarà sempre perfettamente all’altezza del proprio ruolo, per nulla semplice, e il pubblico mostrerà sempre di divertirsi tanto con i suoi esilaranti quadretti di vita familiare. Arriva il momento della consegna della prima Targa Tenco, il riconoscimento riservato alla canzone d’autore italiana. Destinatari, quali autori del Miglior disco di esordio, i due fratelli Niccolò e Jacopo Bodini, in arte La Scapigliatura; i due omaggiano Guccini interpretando “L’antisociale”, preservando intatta la loro cifra stilistica, garbata ed elegante. Certamente, è forte il contrasto al passaggio di palco che accoglie il cantante John De Leo e i suoi eccellenti musicisti: qui il livello artistico si impenna vertiginosamente, non solo grazie alle straordinarie e ben note capacità vocali e interpretative di De Leo, ma anche per gli strumentisti e i loro sofisticati ma non di meno appassionati arrangiamenti; prova per tutti ne è la loro versione de “Il pensionato” di Guccini, canzone dal piglio asciutto ed essenziale che viene qui riletta musicalmente in modo profondamente diverso, giocando a rendere le atmosfere di un testo esistenziale che riflette sulla vita e sul tempo che passa, assecondando ed enfatizzando in termini musicali di volta in volta i vari momenti del racconto; un lavoro geniale, per chi scrive. L’artista che lo segue è Appino: sarà per la conseguenzialità delle esibizioni, tanto avvolgente e ricca di timbri come è stata la precedente, ma la prova del cantautore pisano, assai coccolato dal Club Tenco, già leader degli Zen Circus e Targa Tenco 2013 per l’omonimo disco d’esordio solistico, appare poco convincente, sia per le sue composizioni che per la sua versione della lunga ballata gucciniana “Eskimo”. 
È quindi la volta di uno dei momenti più solenni della rassegna, ovvero la consegna del prestigioso Premio Tenco per l’Operatore culturale: Silva chiama dunque sul palco Guido De Maria, disegnatore e vignettista che ha fatto la storia del fumetto portandolo persino in televisione con le fortunate trasmissioni “Gulp!” e “Supergulp!”, e che ha creato personaggi divenuti celebri come Nick Carter (accanto al grande Bonvi) o il divertentissimo protagonista di “Carosello” Salomone pirata pacioccone. Grande amico e compagno di creative e goliardiche avventure con Francesco Guccini, è lo stesso Maestrone che gli consegna l’ambito Premio, senza peraltro riuscire a interrompere il meraviglioso fiume in piena di racconti, aneddoti, risate e battute di questo giovanissimo ottantatreenne. Un personaggio che conquista il pubblico e viene inondato di applausi ancor più del suo celebrato amico. Ancora una Targa Tenco viene poi invitata a salire sul palco: è Cristina Donà, accompagnata da Saverio Lanza, entrambi autori della canzone “Il senso delle cose”, premiata dalla giuria di giornalisti e critici musicali quale più bella dell’anno. Sul palco, la cantautrice lombarda si muove con padronanza, e canta una dietro l’altra la sua “Universo” e la gucciniana “Stelle”, scegliendone con cura alcuni versi e disvelandone così la profonda affinità tra questa e la sua canzone, seppure nella diversità del loro sguardo sul mondo. Il finale è affidato a Roberto Vecchioni, una delle presenze più costanti al Premio Tenco fin dagli inizi, e grande amico di Francesco Guccini; lui sceglie di dare enfasi alle parole del suo collega di Pavana recitando l’evocativa “Bisanzio”, testo di grande respiro egregiamente accompagnato dal chitarrista Massimo Germini e dal polistrumentista Lucio Fabbri; interpreta anche la nostalgica “Incontro”, e brani propri come le acclamatissime “Vincent” e “Luci a San Siro”, su cui si chiude il sipario. 
Mentre puntuale riapre l’“infermeria”, altro mitico luogo di incontri dove ogni male viene curato con un bel bicchiere di vino offerto dalla compagnia tenchiana, suona la campanella d’inizio della seconda serata. Che parte in grande stile: sul palco è infatti dispiegata l’Orchestra Sinfonica di Sanremo, per l’occasione diretta da Vince Tempera, uno dei fedeli musicisti di Guccini. Con loro una cantante dalla voce limpida e dalla comunicativa aperta e appassionata, Vanessa Tagliabue Yorke: impossibile non innamorarsi di questa giovane e straordinaria artista dopo averla ascoltata cantare “Canzone quasi d’amore” e “Cirano”, accompagnata dal superbo arrangiamento orchestrale di Tempera. Si svuota poi il palco per lasciare spazio a un personaggio molto amato e atteso dal pubblico, Bobo Rondelli. Il cantautore livornese si accompagna con un ukulele per eseguire asciutto e diretto una perfetta “Avvelenata”, scelta particolarmente preziosa perché questa canzone, pur essendo forse tra le più popolari di Guccini, lo stesso Maestrone non la cantava in concerto da tanti anni. Rondelli, infine, commuove tutti con una sua canzone dedicata alla madre, scomparsa di recente. Viene dunque invitato sul palco un musicista cui il Club Tenco ha riservato un proprio riconoscimento, “I suoni della canzone”, dedicato agli artisti che hanno contribuito a costruire la personalità dei cantautori con il suono del loro strumento: è Armando Corsi, che si siede al centro del palco solo, con la sua chitarra classica, e muovendo le sue dita sulle corde riesce a stupire e a commuovere la platea. 
È poi la volta della Targa Tenco per il miglior album, riconoscimento tra i più ambiti e difficili da conquistare: quest’anno è Mauro Ermanno Giovanardi, con “Il mio stile”, che ha convinto la maggior parte dei giurati. Lui, con la sua voce calda e i suoi modi raffinati, avvolge il pubblico come sa, lo invita a immergersi nelle sue atmosfere, e omaggia a suo modo Guccini con un “Dio è morto” in parte recitato sullo sfondo musicale, in parte cantato, lento e morbido. L’apertura della seconda parte è affidata al trio L’ora canonica, e al suo spiritoso e intelligente omaggio a Guccini, parafrasando “La genesi”. È una breve parentesi prima del momento più importante: la consegna del Premio Tenco per l’artista, quest’anno assegnato dal Direttivo del Club a Jacqui McShee, cantante del gruppo folk rock inglese Pentangle. La sua voce serena si distende nelle atmosfere evocative della canzone popolare inglese, “tra canto e incanto”, come recita la motivazione del premio, accompagnata da due grandi musicisti: Gerry Conway alla batteria e Spencer Cozens al pianoforte. La segue una presenza un po’ anomala per questo palco: l’attore Leonardo Pieraccioni, invitato dal Club quale grande fan di Francesco Guccini e lui stesso cantautore per diletto. Di tempo a disposizione gliene viene offerto in abbondanza, tanto da intrattenere il pubblico con un breve e divertente monologo mentre strimpella la chitarra, cantare una sua canzone e infine offrire una sua versione di “Venezia”, un brano portato al successo da Guccini; che però, va detto, è una delle poche canzoni del repertorio del cantautore tosco-emiliano che non portano la sua firma, bensì quella di Gian Piero Alloisio. 
Il palco si riaccende di grinta e di rock con l’ultima, grande ospite della serata, Carmen Consoli, che si presenta al pubblico cantando una personalissima, intensa versione di “Il vecchio e il bambino”, per proseguire poi con alcuni brani tratti dal suo ultimo album “L’abitudine di tornare”, e non solo: convincente, determinata, grintosa come sempre, porta in primo piano il tema della donna e del suo ruolo nel mondo, sia nelle canzoni che nella musica, presentandosi in trio con altre due donne, alla batteria e al basso. Una chiusura perfetta per lo spettacolo di oggi. La serata finale dedica la sua apertura alla Targa Tenco per il Miglior album di interpretazioni, conquistata dai Têtes de Bois con “Extra - Têtes de Bois per Léo Ferré”: loro hanno ormai una meritatissima e consolidata posizione nell’Olimpo della migliore canzone di qualità italiana (solo per citare il Club Tenco, questa è la loro terza Targa: la prima nel 2002 per “Ferré, l’amore e la rivolta”, poi nel 2007 con “Avanti Pop”), e la loro esibizione sul palco dell’Ariston non delude. Di Guccini cantano “Canzone delle domande consuete”, a parere di chi scrivere uno dei suoi capolavori, per poi proseguire con il “loro” Ferré; avvolgono la platea con i loro suoni, e la platea li ricambia con calore e commozione. Ancora Targhe Tenco in programma per la serata: la prima, quella per il Miglior album in dialetto, viene consegnata a Cesare Basile per “Tu prenditi l’amore che vuoi e non chiederlo più”: splendida la sua interpretazione de “La ballata degli annegati”, perfettamente inserita tra le sue corde stilistiche fatte di tradizioni popolari e sonorità arcaiche miste a sapori moderni e concreti. 
La seconda Targa è ancora per la Miglior canzone (ex aequo con il duo Donà-Lanza) per “Le storie che non conosci”, scritta da Samuele Bersani e Gino De Crescenzo “Pacifico”, e incisa dai due con un prezioso cameo proprio di Francesco Guccini (un’operazione nata a sostegno della fondazione Lia per la creazione di laboratori di lettura per bambini non vedenti). Il palco è tutto per Pacifico, perché Bersani ha problemi alla gola e non può cantare; così è lui a interpretare la gucciniana “Gli artisti”, poi la canzone vincitrice, e la sua “Le mie parole”, cantata anche a suo tempo con grande successo proprio da Samuele Bersani. Ad aprire la seconda parte arriva un momento che il pubblico presente in sala difficilmente potrà dimenticare: sale infatti sul palco il cantautore canadese Bocephus King. È una fiammata intensa, un fuoco d’artificio fatto di musica, di ritmo e di energia travolgente che trascina e conquista. Lui canta “Autogrill” tradotta in inglese, nel pieno rispetto del testo e della melodia, restituendone una forma certamente diversa ma almeno altrettanto affascinante rispetto all’originale; una meraviglia. Così come belle e travolgenti le canzoni che canta, contagioso nella sua grinta e nel suo entusiasmo tanto che il pubblico non vuole lasciarlo andare, e lo stesso Silva, in deroga alle regole di scaletta, non può non concedergli un “bis”. Dopo di lui viene invitato sul palco Giovanni Truppi, singolare cantautore fuori da qualunque schema, già più volte portato all’attenzione del Club Tenco e oggi assegnatario del Premio Nuovo Imaie. Difficilissimo esibirsi dopo la prova esaltante di King con la sua colorata band, ma il Nostro non si scompone e lì solo con la sua chitarra si lancia – con successo – nell’interpretazione de “Gli amici”, per poi proseguire con due suoi brani. Colpiscono in questo giovane artista l’originalità dei suoi testi, dal taglio spesso ironico, talvolta surreale, sempre intelligente, come pure la particolarità della sua tecnica chitarristica; bene ha fatto il Direttivo del Club a invitarlo e a sostenerlo, con coraggio, questo artista che sembra avere molto da dire. Si arriva così al gran finale: per l’occasione, il Club Tenco ha messo assieme molti dei musicisti che hanno seguito Guccini nella sua lunga carriera: riuniti sotto il nome di “Musici & Friends”, sono Juan Carlos “Flaco” Biondini, Jimmy Villotti, Vince Tempera, Antonio Marangolo, Deborah Cooperman, Pierluigi Mingotti, Roberto Manuzzi e Ivano Zanotti. La voce di Flaco sostituisce quella dell’amico e compagno di una vita Francesco, e lo fa assai degnamente, tanto da conquistarsi con la “sua” “La locomotiva”, e con i suoi compagni di palco, una standing ovation dalla sala, mentre anche lo stesso Guccini sale sul palco a chiudere la trentanovesima edizione della Rassegna della Canzone d’autore. 


Alessia Pistolini
Foto di Marco Donatiello

Jordi Savall & Hespèrion XXI, Roma, Aula Magna Università La Sapienza, 20 ottobre 2015

Martedì 20 ottobre, nell’Aula Magna della Sapienza completamente esaurita, la Follia – ritratta da Savall attraverso una viola da gamba al posto del pennello e il suo Hespèrion XXI in luogo dei colori – prende vita e si sostituisce alle “Arti e le Scienze” dipinte sul muro di quella stessa sala ottant'anni fa da Sironi (e oggi in restauro), inaugurando la 71ª Stagione dell’Istituzione Universitaria dei Concerti (IUC). Anche in questa serata romana l’obiettivo di Savall, come da cinquant’anni a questa parte, è quello di far conoscere al mondo meraviglie musicali perdute, o di restituire a quelle già note lo spirito interpretativo originario. Questa volta tocca alla “folía” e alla sua variante esotica il “canario” essere protagoniste. La prima è un’antichissima danza, la cui incerta genesi (forse portoghese) si perde nella notte dei tempi. Come il nome stesso lascia intendere, le sue caratteristiche originarie erano la sfrenatezza e la vivacità tipiche del folle, attenuatesi poi con l’ingresso nelle corti nobiliari in favore di un andamento più lento e solenne. Sintetizzando, potremmo definirla come un’intelaiatura base, sulla quale i musici improvvisano un gran numero di variazioni e di contrappunti d’alto virtuosismo. Eppure, contrariamente alla sua apparente semplicità, essa è radicata e pervade la tradizione musicale europea (e non solo). Attraverso autori cinquecenteschi ispano-napoletani, dalla penisola iberica giunge a Roma e a Firenze, per poi trasferirsi in altre zone del continente e oltreoceano. Sulla stessa rotta, ma con percorso inverso – dal Nuovo Mondo all’Europa – giunge dalle isole Canarie un altro tipo di danza simile alla precedente, la “folía canaria” o “canario”, cui si accompagna un inevitabile rimescolamento dell’una con l’altra. 
La scaletta del concerto segue pienamente questi due binari, quelli dell’evoluzione dinamica e della diffusione geografica. Basta il brano d’apertura “La Spagna” di Diego Ortiz perché l’Aula Magna si trasformi nella gran sala del viceré di Napoli, Fernando Álvarez de Toledo, alla metà del Cinquecento. Allo spettatore è già chiaro che non sarà un recupero filologico per palati raffinati, né tanto meno un soffiar via naftalina, ma un vero rapimento estatico nel passato ad opera di quella magica e sconvolgente unione sonora di viola da gamba, clavicembalo (di Luca Guglielmi), chitarra barocca (di Enrike Solinís), percussioni (di David Mayoral), violone (di Xavier Puertas) e arpa barocca spagnola (di Andrew Lawrence-King). L’effetto si amplifica quando, prima di eseguire “Fandango” di Santiago de Murcia con arpa, nacchere e chitarra in tutto il loro sensuale fascino, sul palco vengono citate le parole di Casanova: «Ciò che mi entusiasmò in questo spettacolo, fu, verso mezzanotte, quando al suono dell’orchestra e al rumore dei battimani le coppie cominciarono la danza più pazza che si possa immaginare. Era il famoso fandango», con l’affascinante e divertente chiosa finale «non c’era donna che potesse rifiutare più nulla ad un uomo con il quale avesse ballato il fandango!». Sebbene Savall abbia sempre dimostrato una particolare attenzione al patrimonio musicale ispanico e mediterraneo, la sua fama di ricercatore onnivoro è testimoniata dalla maestria con cui, provvisto di viola celtica, interpreta a inizio seconda parte alcuni brani tradizionali irlandesi e scozzesi (“Regents Rant” e “Lord Moira's Hornpipe”). Più vicine all’atmosfera standardizzata del recital pianistico/cembalistico sono le “Partite diverse di Follia” di Bernardo Pasquini eseguite dal pur bravissimo Luca Guglielmi al clavicembalo, ma il loro cozzare con quanto le seguirà è forse troppo evidente. Non ci si lasci ingannare dal lento incedere iniziale di “Diferencias sobre las Folías” di Antonio Martín y Coll, affidato a viola da gamba e chitarra, in quanto la presenza delle nacchere è fin troppo sospetta. 
E infatti, dopo forse un minuto, accade qualcosa di fenomenale: il tempo accelera, entrano tutti gli strumenti e le “diferencias” si fanno altalenanti, passando dal dolente al veloce, fino al momento in cui il suono diventa vorticoso e trascina emotivamente il pubblico che risponde, o forse completa il brano, con uno scrosciare di applausi. Da segnalare anche l’eleganza e l’incredibile malinconia di “Glosas sobre Todo el mundo en general” di Francisco Correa de Arauxo, probabilmente il più importante compositore e organista andaluso del ‘600, affidata a organo, viola da gamba e arpa. Ancora una volta Savall rianima un brano fra i più popolari del suo tempo (“Todo el mundo en general” era una canzone religiosa con testi del poeta andaluso Miguel Cid), poi scomparso nel buio dell’oblio. Il finale della serata è affidato alla “Gagliarda Napolitana” dell’italiano Antonio Valente, anche se al pubblico vengono regalati due bis, il secondo dei quali da Savall presentato come «Variazioni su una melodia popolare latino-americana, di anonimo, da un manoscritto di Trujillo del 1785». Purtroppo si torna alla grezza realtà quando, riaccese le luci in sala, il tuo giovane vicino di posto ti domanda: «Tutto molto bello, ma la Roma che ha fatto?». 

Guido De Rosa

Roberto Cacciapaglia, musica cosmopolita intrisa di significati naturali e spirituali

Milano, 21 ottobre, ore 19, “Open Air Theatre”, un evento importante per migliaia di ascoltatori che hanno preso posto nella platea e sugli spalti. Sono saliti sul palco gli orchestrali dell’“Accademia Teatro alla Scala”, diretti da Pietro Mianiti, a seguire Roberto Cacciapaglia, solista e compositore. Giusto il tempo per un caloroso applauso e subito il concerto è iniziato con “Sonanze”, caratterizzato dall’amalgama di suoni profondi e ancestrali. L’orchestra secondo armonia ha mosso i primi colpi d’arco e, sotto l’influsso del Maestro solista, i martelletti del piano hanno iniziato a percuotere rapidamente le corde seguendo poi un tema a note puntate: il pubblico è stato così introdotto in un lungo viaggio strumentale intorno al “Tree of Life”. Un viaggio iniziato quando Cacciapaglia era stato chiamato da Marco Balich per comporre le musiche che a Expo hanno accompagnato per sei mesi lo spettacolo a cielo aperto, contraddistinto da spettacolari giochi d’acqua e di luci, di cui hanno diffusamente parlato e scritto i media nazionali e internazionali. Uno spettacolo che, stando a quanto riferito dalle agenzie di stampa, si è ripetuto per più di mille e duecento rappresentazioni, entusiasmando il pubblico. Lo strumento principe delle composizioni di Roberto Cacciapaglia è il pianoforte, il cui suono è speciale, unico, possedendo una timbrica che è il risultato di sperimentazioni acustiche e tecnologiche, durate anni di ricerca, grazie alle quali, tramite adeguati software e a un attento lavoro di “registrazione” e mixaggio, è possibile far risaltare, in tempo reale, le “scie sonore” o gli armonici contenuti naturalmente in un singolo suono ma difficilmente udibili dall’orecchio umano. 
Cacciapaglia ha composto per Expo la “Suite Tree of Life”, comprendente sei brani, la quale rappresenta il cuore dell’ultimo lavoro discografico (maggio 2015), subito svettato in testa alle classifiche e che, pochi giorni or sono, vedeva ancora “Wild side” come brano singolo più venduto in “Itunes classic”. La musica di Cacciapaglia piace perché parla direttamente al cuore degli ascoltatori. È melodica e ben orchestrata, fondendo la tradizione colta con le sonorità moderne. Un’ammiratrice del Maestro ha scritto che è una musica “… che ti entra nell’anima e non esce più… con le sue ipnotiche note ti porta via lontano: magica davvero”. Commenti simili abbiamo udito anche a fine concerto. Un’altra ascoltatrice l’ha definito “… un folletto amico della musica interiore”. L’aspetto timbrico delle musiche è coinvolgente, le armonizzazioni sono un felice connubio soprattutto tra la musica “classica” e quella pop. Efficaci e incisive sono le “progressioni” ritmiche, capaci di coinvolgere emotivamente l’ascoltatore, grazie anche a un accompagnamento strumentale che utilizza in modo multiforme i “colpi” d’arco garantendo continua varietà timbrica (vibrato, pizzicato, arpeggio, note tenute etc.). Nella grammatica musicale, un capitolo a parte meriterebbero la trattazione dei “silenzi”, sospensivi ed evocativi, e il concetto di “Variazione” sul tema, con specifica attenzione alla tecnica dell’arpeggio e dell’armonizzazione. Come musicista, Cacciapaglia è apprezzato da oltre quarant’anni ed è ammirato da un pubblico “crossover” che travalica i confini nazionali. Pianista nel gruppo di Battiato nei primi anni Settanta, produttore discografico di cantanti come Gianna Nannini, Alice, Ivan Cattaneo, ha lavorato con note Agenzie pubblicitarie per la realizzazione di jingles di successo. 
Ha scritto musica per il teatro e per il cinema. Si è distinto come concertista, collaborando con Orchestre quali “Royal Philharmonic”, “Dubai Philarmonic” e “Milano Classica”. Cacciapaglia è attento ai significati antropologici della musica, alla componente emotiva, alla funzione sociale, non scevra da aspetti che possono sconfinare nella ritualità e nel sacro. Il compositore è anche interessato ai testi mitologici, mistici e spirituali. Basta leggere i titoli delle composizioni presentate nel concerto di Expo, per comprendere che la dimensione sonora della sua musica è poeticamente orientata alla ricerca di ampi spazi e all’universalità, nella quale la mente dell’ascoltatore è libera di vagare e di attribuire significati secondo esigenze personali. Sono esemplificativi i titoli quali “Nuvole di Luce”, “Canone degli Spazi”, “Endless Time”, “Double vision”, “Atlantico”, “Floating”, “Oceano”, “Wild Side”. Durante il concerto sono state eseguite quindici composizioni, di cui quattro facenti parte della “Suite” in precedenza citata. Produttore di grandi eventi internazionali, regista e direttore artistico di “Padiglione Italia”, Marco Balich è l’ideatore dell'Albero della Vita di Expo, mastodontica opera di sofisticata tecnologia, il quale artisticamente ha preso spunto da un disegno a losanghe michelangiolesco, culminante in una stella a dodici punte indicante le costellazioni. Realizzato al centro di un esteso specchio d’acqua (Lake Arena), l’Albero di Expo rimanda a idee comuni a molte culture e religioni, essendo simbolicamente la rappresentazione di linee di forza archetipiche, capaci di collegare il mondo dell’essere a quello delle idee. 
Un Albero la cui essenza primigenia risiede in un seme e nel suo rapporto con gli elementi della Natura, alla quale è affidata la crescita che dal tronco sfocia in una moltitudine di rami, cui è possibile attribuire significato ricollegabile al concetto cosmico della Creazione. Un Albero simbolico al quale ogni individuo può idealmente riallacciarsi partendo dalla propria essenza interiore; Albero che può divenire agente di connessione tra la terra e l’universo, tra l’essere umano e il Divino. Dal dialogo tra Marco Balich e Roberto Cacciapaglia è nata la Suite “Tree of Life” e la scelta sul compositore milanese, a nostro avviso, è stata centrata, essendo egli orientato da tempo verso la strutturazione di musiche riflessive che prendono spunto dall’epistemologia (nella Babele) dei linguaggi (ad esempio, nel cd “Alphabet”) o dall’esigenza di coniugare tradizione, sperimentazione, tecnologia e arte in senso lato, dando valore ai significati più profondi e spirituali connaturati nella riflessione umana. Tali musiche, nella solidità compositiva, sono capaci di unire un pubblico eterogeneo, sia per età sia per gusti musicali, condizione indispensabile per operare di fronte a grandi eventi cosmopoliti. Durante un’intervista rilasciata al “Magazine” ufficiale di Expo, Cacciapaglia ha riferito di “… aver immaginato l’Albero come un arcobaleno dove ogni colore rappresentava un elemento che lo compone… Ho visto nel progetto di Marco Balich un’assoluta modernità e soprattutto una corrispondenza con la nostra epoca. Nelle radici dell’Albero ho visto la nostra natura, quella interna, una natura primordiale; nel tronco ho visto la nostra spina dorsale e il modo con cui ci rapportiamo al presente; nei rami il futuro, lo spazio, l’avvenire che stiamo preparando e la tecnologia…”
Nelle composizioni, Cacciapaglia spicca sempre come solista di pianoforte, strumento che considera il suo “specchio”, mezzo con il quale esporre la propria personalità musicale. Nella “Suite” di rilievo è il rapporto con il canto (“Figlia del Cielo”, brano non eseguito dal vivo) che, nelle intenzioni del compositore, simboleggia insieme all’acqua la “fertilità femminile, la nascita, la donna”. Durante il concerto è risultato efficace il dialogo piano-violoncello solista, eseguito da Dagmar Bathmann. Le sonorità del cordofono ad arco solista sono state modificate timbricamente secondo necessità dalla regia audio, rendendolo strumento versatile. L’uso del violoncello ha trovato risalto in brani quali “Seconda navigazione”, “Sarabanda” e “Michael”. Sarabanda, in 6/8, con movimento “animato”, è caratterizzata dall’arpeggio in sedicesimi dei bassi e da un tema sognante, il cui periodo è suddiviso in due frasi ripetute. In “Michael” (Angelus pacis) sono evidenti i richiami al pianismo beethoveniano, tipico di alcune famose sonate. Cacciapaglia ha dichiarato che per la realizzazione di “Tree of Life” ha impiegato tecniche di amplificazione-elaborazione del suono già utilizzate in “Alphabet”, per il quale è stata necessaria una specifica ricerca riferita alla posizione dei differenti microfoni intorno allo strumento acustico e all’ambiente circostante. La sperimentazione sonora è rilevante nelle composizioni/esecuzioni, tuttavia mai fine a se stessa, essendo riferita a un’idea generale nella quale la musica viene considerata straordinario mezzo di comunicazione che permette di esplorare il potere del suono connaturato all’essere umano. 
Un potenziale sonoro che può essere costantemente riscoperto dal singolo individuo, avendo peraltro l’opportunità di “difendersi” da un mondo in cui è assai sviluppato il bombardamento mediatico, nel quale è preminente il rapporto passivo e “involontario” con la musica. Nell’idea di Cacciapaglia il suono deve permettere all’individuo di risvegliare la propria interiorità. Nella visione ideale del compositore di “Tree of life”, l’ascolto della musica dovrebbe rappresentare un momento di “comunione” tra esecutore e ascoltatore, essendo la musica mezzo di collegamento tra il pubblico e l’interprete, ma anche mezzo capace di “… far splendere il sole anche quando le nuvole coprono i suoi raggi”, per usare una metafora tantrica a lui gradita. A onore del vero, probabilmente per motivi di sicurezza, al concerto di Expo questa immediatezza tra interprete e pubblico è stata un po’ raffreddata dall’innaturale distanza tra gli spettatori e gli interpreti, in quanto i primi posti disponibili erano collocati ad alcune decine di metri dal palco. Il legame di Roberto Cacciapaglia con Milano è consolidato e non può essere riferito solo al connubio avuto con Marco Balich e, più in generale, con Expo. Egli ha iniziato a studiare nel Conservatorio di Milano sin da quando aveva quattro anni, perfezionandosi anche in Direzione d’Orchestra, Musica Elettronica e Composizione (con Bruno Bettinelli). Ha lavorato nello “Studio di Fonologia” della Rai e ha collaborato con il Consiglio Nazionale delle Ricerche di Pisa. Tra le sue pubblicazioni discografiche si evidenziano quelle che vedono coinvolta la “Royal Philharmonic Orchestra”: “Quarto Tempo” (Universal, 2007); “Canone degli Spazi” (Universal, 2009); “Ten Directions” (Sony, 2010). Il citato “Alphabet” (Decca, 2014) è stato registrato presso la “Sala Verdi” del Conservatorio di Milano. 
In ambito didattico-sperimentale, Roberto Cacciapaglia si è distinto come fondatore della “Educational Music Academy”, che si propone di dare supporto ai giovani talenti musicali. Il CD “Tree of Life” “… ha richiesto l'essenza e la concentrazione di tutte le esplorazioni sonore che ho realizzato durante la mia carriera musicale”. Per quattordici composizioni, il concerto di Milano non ha subito interruzioni, escludendo gli spazi dedicati agli applausi tra un brano e l’altro. Infine, Roberto Cacciapaglia ha brevemente salutato e ringraziato il pubblico mostrandosi felice di essere a Expo per “…celebrare quest’opera unica che è l’Albero della Vita”. Prima della chiusura ha ringraziato Marco Balich, gli Orchestrali dell’Accademia, il Violoncello solista e il Direttore Pietro Mianiti, un ringraziamento speciale ha voluto rivolgere a Giampiero Dionigi, Alessio Fogli e Stefano Mariani, i quali con arte hanno tecnicamente gestito il mixaggio e la modulazione sonora. Roberto Cacciapaglia ha concluso il concerto con “Wild side”, singolo di maggiore successo della “Suite”. Un brano incalzante, con un tema e armonie celebrative in stile filmico, grazie alle quali gli ascoltatori hanno ripreso a viaggiare con la mente. In alto il cielo era sereno, magnifica splendeva la mezza luna crescente. Appassionati applausi hanno inondato l’ “Open Air Theatre”. Dopo il bis, alla chetichella, il pubblico è defluito. Si vedevano volti ancora assorti nel mondo sonoro appena ascoltato, altri commentavano tecnicamente, altri ancora rilevavano l’importanza del concerto all’interno di Expo 2015, evento irripetibile e ormai giunto agli sgoccioli. Qualcuno, forse un po’ superficialmente, obiettava “… ma questa è easy listening”. Non è nostro obiettivo approfondire i giudizi estetici, di certo è utile rilevare che le musiche di “Tree of life” sono state le più significative di Expo, essendo direttamente collegate al simbolo principale dell’Esposizione Universale milanese. 
La notizia del giorno è che l’Albero della Vita non sarà rimosso, ma continuerà a esistere negli spazi nei quali è stato realizzato. Ciò induce a pensare che le musiche di “Tree of Life” verranno diffuse in ambito spettacolare anche negli anni a venire. Suggeriamo ai lettori di avvicinarsi all’opera di Roberto Cacciapaglia senza pregiudizio e con animo universale, valutando il valore complessivo solo dopo aver ascoltato le composizioni tratte dalle numerose pubblicazioni discografiche, partendo da “Sonanze” (1974), primo LP italiano inciso con tecnica quadrifonica. Già allora, l’idea di base era di fondere la dimensione acustica con quella tecnologico-sperimentale, trovando un equilibrato incontro tra le dissonanze e le assonanze. Le differenti produzioni discografiche testimoniano il calibro del lavoro di ricerca e il pensiero musicale (“Harmonia mundi”) di Roberto Cacciapaglia, espresso a elevato livello con disincantata semplicità comunicativa, a dispetto di tanto (a volte stucchevole) oggettivismo intellettuale accademico. Sono numerosi i motivi per cui viene considerato uno dei più interessanti compositori contemporanei, stimato da un pubblico internazionale e continuatore di un’illustre Tradizione musicale italiana apprezzata in tutto il mondo, la quale richiede di essere amorevolmente valorizzata, guardando con attenzione alle sperimentazioni capaci di unire armonicamente il passato al futuro. Secondo quest’ottica cosmopolita e di collegamento tra le epoche musicali, tipica della musica del Maestro Roberto Cacciapaglia, desideriamo riallacciarci all’Albero di Expo il quale, nella sua statuaria monumentalità, induce anche a riflessioni sulla fugacità della Vita che merita di essere vissuta con entusiasmo e passione, rivolgendo attenzione alle differenze storico-culturali e rispetto per la Natura, da sempre fonte di nutrimento alimentare, artistico e spirituale per gli esseri umani. 


Paolo Mercurio

Youssou N’Dour et le Super Etoile de Dakar - Fatteliku, Live in Athens 1987 (Real World, 2015)

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Quello di cui parliamo in queste righe è a tutti gli effetti e per molte ragioni un pietra miliare della world music. Almeno di quella più tradizionale e lanciata in un mercato internazionale secondo linee sostanzialmente inedite fino ad allora. Siamo nel 1987 e il giovane senegalese Youssou N’Dour - che da lì a breve diverrà una star internazionale e un rappresentante della musica senegalese in tutto il mondo - tiene un concerto memorabile ad Atene. N’Dour ha meno di trent’anni e Peter Gabriel si è accorto di lui. Dopo aver infatti suonato molto in Africa, da qualche anno il cantante nato a Dakar si è spostato a Parigi (dal 1984 per l’esattezza), ha percorso alcuni paesi europei con tour e concerti, e il suo carisma è fuori discussione. Non solo. La sua voce è trascinante. Oggi la riconosciamo tutti ed è un riferimento di primo piano nello scenario musicale internazionale, ma negli anni Ottanta è una rivoluzione: alta, squillante, ricca di sfumature, melismi, colori. In più N’Dour è pieno di idee, di cose da dire, di cose da fare, di progetti da realizzare con persone di tutto il mondo. E la sua band, la Super Etoile de Dakar, ingloba tutto il meglio della musica africana che piace ai non africani e agli africani: percussioni, batteria e talking drum, sassofono, chitarre elettriche, tastiere, basso e ballerine. Il concerto di Atene è il punto in cui confluiscono tutti questi elementi (musicali, politici, simbolici, estetici) e Peter Gabriel - nel pieno del tour di “So” - è lì a suggellarne l’importanza.
Attraversa il palco, richiama le persone che stanno aspettando nell’anfiteatro all’aperto e dice a tutti che a breve ascolteranno un grande gruppo di musicisti. E sopratutto li ascolteranno suonare un bel po' della musica che lui ama di più. Ecco fatto: il maestro europeo della world music (anche lui a un passo dal lanciare la Real World, il Womad e tutti gli artisti che tutti ascoltiamo e che abbiamo riverito: da Nusrat Fateh Ali Kan ai Tenores di Bitti), ha messo il sigillo su una delle star africane di più grande successo. La registrazione di quel concerto è rimasta per quasi trent’anni a riposare. Oggi finalmente i Real World Studios ci hanno messo le mani e, dopo un lavoro di restauro audio, di missaggio e di masterizzazione, circola in una veste nuova e ricca di informazioni. L’album infatti non solo è ottimo sul piano musicale (lo ripeto, la voce di Youssou è al massimo dello splendore e della forza, come si può riscontrare in un brano come “Ndobine”, nel quale si scaglia su altezze impressionanti, sotto le quali le percussioni si configurano come delle vere e proprie esplosioni di ritmo, di melodie, di forza nuova). L’album è una specie di libro di storia, nel quale si ripercorre la parabola di N’Dour e si riflette sugli elementi più innovativi della sua musica. 
I brani di cui è composto “Fatteliku” sono in tutto sei e sono accomunati da una vivacità ritmica mai ridondante, che anzi fa impennare il flusso musicale su un livello di tensione molto piacevole e interessante (“Nelson Mandela”). Uno degli elementi che caratterizza tutti i brani è, inoltre, lo sviluppo. Cioè il modo in cui la band riesce a svolgere i suoni fino a raggiungere la tensione necessaria. Questa dimensione è legata al live ma è altrettanto determinata dalla forza dell’idea, dalla velocità della realizzazione, dall’estemporaneità di tutte le strutture armoniche, dalla melodia di ogni strumento. “Ndomine” è, in questo senso, molto rappresentativa. Come per gli altri brani, anche qui si viene presi da un irriducibile disorientamento, nel quadro del quale sembra impossibile non solo predeterminare ma addirittura cogliere fino in fondo gli sviluppi delle melodie, del ritmo, delle parti di cui è composto il brano. Ci si sente quasi scossi dalle percussioni, dal loro fragore (che nella seconda parte del brano assume un profilo più melodico, di sostegno di tutti gli altri strumenti), ma anche dall’ipnotismo della chitarra ritmica (stridente e piana, secca, tagliente), così come della melodia estremamente variabile della voce. 


Daniele Cestellini

Marina Mulopulos – Distichos (Marocco Music/I-Company, 2015)

"Distichos", l'esordio della cantante di origine ellenica Marina Mulopulos è, prima di ogni altra cosa, un disco pan-mediterraneo dove le suggestioni sonore della lingua greca, ma anche alcune atmosfere che rimandano al fado e alla canzone napoletana, unite a stimoli più moderni e “sintetici”, fanno di questo lavoro un prodotto raro, raffinato e prezioso, fatto inconsueto nella discografia etno/world/folk di questo periodo. Il disco, fatto da sottolineare, è prodotto in Italia, precisamente dalla Marocco Music, etichetta napoletana che ha prodotto negli anni alcuni capolavori della world music nostrana, fra cui “Guerra” di Peppe Barra e il celebrato “Amargura” di Elena Ledda. Gli arrangiamenti sono di Paolo Del Vecchio, chitarrista e bouzoukista di valore assoluto (il suono dello strumento costituisce, oltre alla lingua e all'uso di tempi asimmetrici, il richiamo forte alla musica Greca), già con Peppe Barra e Lino Cannavacciuolo; arrangiamenti che sembrano cuciti alla perfezione attorno alla voce interessante e originale della Mulopulos. Pochissimi assoli strumentali (ma c'è una bellissima introduzione strumentale con il bouzouki in “Demetra”), ma agli strumentisti sono sempre affidati parti di grande effetto e di grande eleganza. Proprio l'eleganza sempre essere la cifra più caratteristica del lavoro e giustamente al titolare degli arrangiamenti, produttore artistico e co-autore dei brani, è cointestato il CD che risulta a nome di “Marina Mulopoulos feat. Paolo Del Vecchio”. Poi, la voce della Mulopulos, sempre intensa, a volte forte e cristallina, altre sofferta e graffiante, sempre intonata, spesso ricca di inflessioni melismatiche, è la protagonista assoluta del disco; Marina, già vocalist con Almamegretta dal 2006 al 2008, offre una performance di grande livello, sia nelle tracce più d'ascolto che nei brani più ritmici, sempre ben assecondata dai musicisti e da un raffinatissimo uso dell'elettronica che, una volta tanto, corrobora il suono degli strumenti acustici, piuttosto che soffocarlo. Altro particolare del disco sono i suoni, il missaggio e la qualità sonora sono sempre eccellenti, aspetto spesso trascurato nelle produzioni nostrane, il disco ascoltato in cuffia è uno spettacolo ! Il disco offre un caleidoscopio di colori e di ambientazioni sonore differenti, ma sempre basate su un nucleo squisitamente acustico, dalla dolcissima "Voithisème", che apre il disco, alle aperture dub e rock della title-track "Distichos", all'electro-trance di "Elpìzo" (con diplofonie e voci gutturali in bella mostra), al tempo tronco di "Charùmenos", alla dolcissima "Iatì", con cui Marina ha vinto il Premio della Critica al recente premio Andrea Parodi, alla commistione di musica gitana e rock di "Allaghì", alla struggente, ma meravigliosamente pop, con tanto di archi, “Cheròs”, all'omaggio alla grande cantante Xaris Alexiou con un riadattamento della celebre “Maghissa”, con la voce dell'ospite Marzouk Mejri, cantante e percussionista tunisino. Forse un tantino più debole, perchè non in linea con il resto della proposta, pare la rispettosa cover di “Coglia la mia Rosa d'Amore” di Rino Gaetano che chiude il CD. In definitiva, un gran bel disco, un disco in lingua greca, prodotto in Italia, assolutamente moderno per concezione e sonorità, ma dove il suono acustico degli strumenti ha un' importanza fondamentale, che ha tutte le carte per poter ambire ad un mercato world music internazionale. Una voce che, sia sull'aspetto tecnico che delle capacità interpretative, nulla ha da invidiare a molte celebrate interpreti di area mediterranea venute fuori negli ultimi anni. 


Gianluca Dessì

Guo Gan - Loup Barrow – The Kite (Felmay, 2015)

Parliamo della collaborazione tra il maestro cinese dell’ehru – ma residente a Parigi – e il polistrumentista londinese Loup Barrow, anch’egli di elezione francese, compositore, cantante, suonatore di hammered dulcimer e mbira cromatica, ma soprattutto di bizzarri strumenti percussivi e idiofoni contemporanei come hang, arpa di vetro (fatta di calici da vino accordati) e il cristalbaschet. Guo Gan si è avvicinato all’ehrusin da giovane età,sotto la guida di suo padre Guo Jun Ming, riconosciuto virtuoso del cordofono. L’ehru è una fidula a due corde,arrivata dall’Asia Centrale o importata da popolazioni nomadi del nord intorno al X secolo. Dotato di corde metalliche (ma un tempo erano di seta) sfregate da un lungo archetto, possiede un manico non tastato montato su una cassa di risonanza esagonale o ottagonale. È tenuto verticalmente, poggiato sulla coscia sinistra, e suonato con una tecnica che impiega glissando, trilli, vibrato. Nell’ultimo centinaio di anni il suo repertorio solistico si è imposto per via delle modifiche apportate allo strumento che ne hanno aumentata l’estensione, accogliendo tecniche di derivazione violinistica. “The Kite” è un disco che mette in conto il portato degli studi sulla tradizione classica cinese di Guo Gang, ma anche la sua concezione aperta a cavallo tra classicismo occidentale, istanze world ed improvvisative (tra l’altro a Parigi è stato il fondatore della jazz band cinese Dragon Jazz), e l’eclettismo di Barrow, a suo agio tanto nella scrittura orchestrale quanto con il minimalismo.Il disco vive di episodi costruiti sugli intervalli pentatonici della tradizione cinese (“Rain on the Platain Leaves”, “Spring of the Southe”), composizioni già nel repertorio di Guo Gan,arrangiate dalla coppia come “Courses de Chevaux”, che è tra i momenti più alti dell’album: trionfo delle trovate virtuosisticheal cordofono. Ancora scritture a quattro mani dai richiami classici (“Adagio”), dairisvolti evocativi, che tessono il dialogo tra cordofono e percussioni (“Vagantem”), rilucono di melanconica liricità e smuovono sensazioni (“The Kite”, “The Seraphim Black Tales”), che danno piacere all’ascolto e invitano – perché no? – alla quiete interiore (“La Fontaine d’Asia”, “Amatorie”). 


Ciro De Rosa

Speciale Dodicilune: Gabriel Oscar Rosati & AfroLatAfro, Andrea Sabatino, Mirabassi Di Modugno Balducci, Anna Garano, Armando Calabrese, Ajar, Hunger And Love

Gabriel Oscar Rosati & BraziLatAfro Project – Live at the Philarmonic Hall in Arad (Dodicilune/I.R.D., 2015)
“Assimiliare in una sola formazione ritmi e musicisti dal Brasile a Cuba, dall'Argentina al Messico, Portorico ed Antille, con materiale ovviamente originale e dal sound elettrico, moderno e aggressivo” è questo l’obiettivo che da oltre un ventennio porta avanti il trombettista, trombonista e compositore jazz italo-brasiliano, Gabriel Oscar Rosati con la complicità del BraziLatAfro Project. A caratterizzare la sua attività artistica, ed in parallelo anche la produzione discografica, è stata senza dubbio la continua ricerca sonora volta a rivitalizzare i materiali latino-americani, riletti attraverso la sua personale cifra stilistica. A distanza di quattro anni da “BraziLatAfro Vol.6 Gabriel O’ Pensador”, il trombettista italo-brasiliano torna con “Live at the Philarmonic Hall in Arad”, secondo disco dal vivo con BraziLatAfro Project, che cristallizza uno straordinario concerto tenuto ad Arad in Romania nel corso del lungo tour effettuato tra il 2011 e il 2013, e nel quale è affiancato sul palco da due musicisti rumeni Lucian Nagy (sassofoni, flauto, djembé) e Dan Alex Mitrofan (chitarra synth, elettrica), ed un trio ritmico ungherese composto da Gabor Cseke (piano), Laszlo Studnitzky (basso) e Csaba Pusztai (batteria). Rispetto ai dischi precedenti, questo nuovo album vede Gabriel Oscar Rosati rileggere gli stilemi del genere latin fusuion attraverso brillanti soluzioni sperimentali come l’uso dell’elettronica e delle percussioni etniche, conservando integri tanto l’aspetto armonico quanto quello ritmico. I brani si caratterizzano per il fluido interplay tra i fiati dell’italo-brasiliano e di Nagy con la chitarra di Mitrofan e la tastiera di Cseke, il tutto supportato magnificamente dalla tonica sezione ritmica, in grado di imprimere sonorità speziate e timbriche efficacissime nel delineare il sound. Durante l’ascolto a brillare sono l’iniziale “Beat In Space”, la trascinante “Hip Bop” di Cseke, la sinuosa rilettura di “Tres Palabras” di Osvaldo Farres, ma il vero vertice del disco arriva con i quasi undici minuti di “O Mundo Funk Carioca” firmata da Rosati e la scintillante rilettura di “Nostalgia in Times Square” di Charlie Mingus. Senza puntare mai allo sperimentalismo fine a sé stesso, Gabriel Oscar Rosati a confezionato un disco ricco di belle intuizioni che non mancherà di entusiasmare gli appassionati di latin-jazz.

Andrea Sabatino – Bea (Dodicilune/I.R.D., 2015)
Talentuoso trombettista salentino, Andrea Sabatino vanta un rigoroso formativo speso tra gli studi musicali presso il Conservatorio “Tito Schipa” di Lecce, e la partecipazione a vari concorsi e rassegne nazionali nell’ambito della musica classica. Nel 2000, grazie all’incontro con Fabrizio Bosso la sua carriera ha virato verso il jazz dove ben presto si è segnalato in diverse manifestazioni come “Siena Jazz”, il “Premio Nazionale Massimo Urbani”, e “Nuoro Jazz 2003”, fino ad arrivare al debutto discografico nel 2006 con “Pure Soul” e a numerose collaborazioni di prestigio con artisti del calibro di  Marco Tamburini, Maurizio Gianmarco, Sergio Cammariere, Mario Biondi, Mario Rosini, Dee Dee Bridgewater, Roberto Ottaviano, e Javier Girotto. A distanza di quattro anni dalla pubblicazione di “Luna Del Sud”, lo ritroviamo con “Bea” disco che mette in fila nove brani di cui sette autografi, incisi in quintetto con la partecipazione di Gaetano Partipilo (sax alto e soprano), Ettore Carucci (piano), Francesco Angiuli (contrabbasso) e Giovanni Scasciamacchia (batteria). Muovendosi con agiliità tra jazz, ballad, bossa nova e blues, questo quintetto hard-bop si segnala per un sound diretto ed originale nel quale spicca la frontline dei fiati in cui giganteggia il sax di Partipilo, e la solida seziona ritmica spinta dal preciso drumming di Scasciamacchia. Durante l’ascolto piacciono l’iniziale “Made In Salento”, le riletture di “The Eye Of The Hurricane” di Herbie Hancock e di “Giochi di Luce” dell’indimenticato Marco Tamburini nelle quali spicca il contributo di Carucci al pianoforte, e la ballad “Bea” che si giova di una elegante tessitura melodica. Di pregevole fattura sono anche “Joking with Jazz” in cui brilla l’interplay con tra la tromba di Sabatino e il sax di Partipilo, e la gustosa “Mr. Carucci” in cui nel dialogo si inserisce ancora una volta il pianoforte di Carucci. “Bea” è, dunque, un disco di ottima fattura che valorizza a pieno tutto il talento di Andrea Sabatino.

Mirabassi, Di Modugno, Balducci – Amori Sospesi (Dodicilune/I.R.D., 2015)
Nato dalla collaborazione tra il clarinettista Gabriele Mirabassi, il chitarrista Nando Di Modugno e il bassista Pierluigi Balducci, “Amori Sospesi” è un disco coinvolgente ed affascinante, che attraverso i suoi dieci brani compone un suggestivo viaggio sonoro che conduce l’ascoltatore dalla Patagonia a Rio de Janeiro, spaziando attravers o jazz, world music ed echi della tradizione classica. Le trame melodiche di questo eccellente trio ci riportano alla natura reale della musica, luogo dell’anima di incontri e confronti tra popoli e culture differenti, pronta a raccogliere le storie di quanti hanno lasciato la propria terra tra distacchi, attese, ritorni e speranze. Tutto ciò si riflette nel senso di nostalgia e struggimento interiore che pervade il disco sin dalle prime note della title track, posta in apertura, e tutta giocata su un raffinato dialogo tra il clarinetto e la chitarra, e prosegue con le riletture “Minuano (part II)” di Pat Metheny e Lyle Mays e “En a Orilla del Mundo” di Pablo Milenes, quest’ultima interpretata da alla voce di Monica Salmaso, fino a giungere alla splendida “Azul” di Balducci in cui spicca la voce di Cristina Renzetti. Nel mezzo pregevoli sono anche “Fryderyk” nella quale a dominare la scena è la sei corde di Di Mognuno mentre Mirabassi ne cesella la linea melodica con impunture elegantissime, la sinuosa “Choro Dançado” di Maria Schneider e quel gioiellino che è la versione de “I Girasoli” di Henry Mancini, ma il vero vertice del disco arriva con “The Light Of Seville” di Balducci e “Alberi che camminano” di Mirabassi che meglio sintetizzano tutte le istanze melodiche e stilistiche del disco, brillando per la qualità delle composizioni e delle esecuzioni. “Amori sospesi” è, insomma, un disco tutto da ascoltare lasciandosi catturare dal fascino del dialogo tra chitarra di Di Modugno e il clarinetto di Mirabassi.

Anna Garano – Lessness (Dodicilune/I.R.D., 2015)
Formatasi presso il Conservatorio Tartini di Trieste e con alle spalle una solida formazione accademica spesa tra la laurea in lettera e gli studi musicali comparati, Anna Garano è una talentuosa chitarrista friulana con alle spalle una solda esperienza musicale che l’ha portata ad esplorare diversi ambiti sonori dalla world music al jazz, e a pubblicare diversi album, nonché ad esibirsi in Italia ed all’estero. Il suo nuovo album “Lessness” prende spunto dal termine “Lessness”, coniato da Samuel Beckett ed esplora in sottrazione le potenzialità liriche della chitarra, tanto come solista, quanto nel dialogo con un altro strumento. “Questo termine”, afferma la chitarrista friulana “usato in relazione alla musica del mio cd, apre a diverse interpretazioni, di carattere musicale e emozionale. Il cd riflette in parte la mia esperienza newyorkese degli scorsi anni: accanto ai brani originali, vi sono alcuni miei arrangiamenti concepiti per musicisti con cui ho avuto la fortuna di suonare in questo periodo”.  L’album raccoglie nove brani originale, a cui si aggiungono due traditional Yiddish e due Sephardic, nonché la rielettura di “Hashul” di Joh Zorn. L’ascolto ci regala attraversamenti sonori, sperimentazioni, ed evocazioni di grande suggestione come nel caso dell’iniziale “Imagine (si ceci cessait)”, di “Golden Wings” e de “Il tempo delle Rane” in cui spicca l’eclettica chitarra di Marc Ribot o delle tre parti di “Mantos Negro”, o ancora della splendida “La Rose Enflorence” in cui brilla la voce di Anaïs Tekerian. Se incredibilmente riuscita ci sembra “Hashul” di Zorn, al pari impeccabili sono i dialoghi con la tromba di Falvio Davanzo in “Aletis” e con il clarinetto basso di Doug Wieselman in “Avre tu puerta cerada” che suggellano un disco maturo e ricco di belle sorprese.

Armando Calabrese -  Why Not? (Dodicilune/I.R.D., 2015)
Definito da Aldo Ciccolini come “uno dei giovani emergenti più preparati e interessanti della sua generazione”, Armando Calabrese è un pianista siciliano dalla formazione classica, spesa tra i Conservatori di Trapani e Roma, e la he Royal Schools of Music di Londra, che da qualche anno ha intrapreso con decisione la via del jazz pubblicando due album su etichetta VideoRadio. “Why Not?”, il suo terzo album, raccoglie sette brani incisi dal vivo per piano solo, che nel loro insieme riflettono molto bene il suo approccio stilistico. Pianista istintivo ed allo stesso tempo dotato di grande tecnica, Calabrese interpreta e rielabora alcuni memorabili standard jazz, trasformandoli in preziose basi ispirative di partenza su cui costruire suite sonore ed interludi originali. Durante l’ascolto brillano il bop di “Bouncing with Bud” di Bud Powe ll, il cantabile “Misty” di Errol Garner, e “Stella by Starlight” di Victor Young, “e “All The Things You Are” di Jerome Kern e Oscar Hammerstein II, che si caratterizzano per grande ricercatezza ritmica, ma la vera sorpresa è l’unico brano originale del disco “Like a Brightness Point” nella quale le due anime del pianista, quella classica e quella jazz, convinvono osmoticamente e che si inserisce alla perfezione nel disco quasi fosse il punto di arrivo e di futura ripartenza per le prossime esplorazioni sonore.

Ajar – Ajar (Dodicilune/I.R.D., 2015)
Nato nel 2011 da un’idea del pianista napoletanoLuigi Esposito, il progetto Ajar nasce con l’intento di dar vita ad un gruppo jazz a geometrie variabili (il nome in inglese vuo dire semichiuso o semiaperto) in grado di esplorare i suoni a tutto campo, mai in modo categorico, prendendo le mosse da riferimenti diversificati che spaziano da Richard Galliano a Bill Evans, da Brad Mehldau a Keith Jarrett, da Bill Frisell, a Miles Davis, dal Mediterraneo fino raggiungere il Nord Europa delle evocative atmosfere di matrice ECM. Il loro disco di debutto omonimo presenta nove brani composti dal pianista napoletano, densi di lirismo e caratterizzati da un impostazione sonora mediterranea che si sposano perfettamente tanto con la concezione improvvisativa di Charles Ferris (tromba, filicorno), quanto con l’idea di suono della sezione ritmica composta da Umberto Lepore (contrabbasso) e Marco Castaldo (batteria), a cui di tanto in tanto si aggiunge anche Davide Maria Viola (violoncello). Ogni brano prende vita dall’improvvisazione libera che conserva la natura originaria di ogni brano pur sovvertendo gli stilemi del jazz. E’ il caso di “Impro 1” nella quale emergono l’evocazioni tanghere, o della eccellente “September Blue”, o della ballad “Song For Eddy”. Non manca qualche bella intuizione con l’incursione nei tempi dispari di “Vijay Ajar”, omaggio al pianista americano Vijay Iyer, o qualche incursione nel minimalismo in cui spicca la tromba di Ferris come nel caso di “Riccardo”. Questo primo episodio della discografia del progetto Ajar è, insomma, un disco maturo e solido che prelude ad un prosieguo ricco di belle sorprese. 

Artisti Vari – Hunger And Love. Billy Holiday 1915-2015 (Dodicilune/I.R.D., 2015)
Cantante fra le più grandi di tutti i tempi, Billie Holiday (Baltimora, 7 aprile 1915 – New York, 17 luglio 1959) rappresenta ancora oggi un riferimento artistico imprescindibile per tutte le voci femminili che vogliano intraprendere la via del jazz. Nel corso della sua vita, fatta di abissi inenarrabili e vette insuperate, ha cantato saputo come poche cantare l’amore e le dure condizioni degli afroamericani giungendo ad una fama planetaria. A cento anni dalla sua nascita, le sue canzoni toccano ancora le corde dell’anima, restituendoci la sua sensibilità, attraverso il bel tributo “Hunger And Love. Billy Holiday 1915-2015”, pubblicato dall’etichetta salentina Dodicilune e nel quale ventiquattro voci del jazz italiano interpretano alcuni dei principali brani del repertorio di Lady Day, facendo emergere tutti gli aspetti della sua voce, dai toni aspri e duri a quelli morbiti e confidenziali. Si tratta di un omaggio intenso, profondo e nella sua non calligraficità anche appassionato ed appassionante per la qualità eccellente di tutte le riletture. A spiccare in modo particolare sono l’elegante “Eclipse” di Tiziana Ghiglioni con Simone Daclon al pianoforte, i sapori world di “My Old Flame” di Lisa Maroni impreziosita dalla presenza di Baba Sissok (ngoni, tamani), l’impeccabile “You’ve Changed” di Serena Spedicato con la complicità di Antonio Tosques (electric guitar) e Pierluigi Balducci (electric bass), e “The Man I Love” di Rachele Andrioli e Rocco Nigro. Nell’omaggio alla grande Lady Day, “Hunger And Love” offre un eccezionale fotografia del canto jazz in Italia declinato attraverso varie formazioni dal duo al grande ensemble ed arricchita dalla partecipazione di strumentisti straordinari.



Salvatore Esposito

Paolo Ferrari, Lou Dalfin. Vita e miracoli dei contrabbandieri di musica occitana, Fusta Editore 2015, pp. 232, Euro 25,00 Libro con CD

E’ il 1976, quando un allora diciassettenne Sergio Berardo, grande appassionato di musica rock e tifoso del Torino, in un cortile di una casa della Val Varaita si imbatte in un tavolo pieno di strumenti tradizionali. Dopo poco, sente i loro suoni, ed è lì che scatta la molla della curiosità che lo porterà prima ad intraprendere uno straordinario percorso di riscoperta delle radici musicali della sua terra, e successivamente, quattro anni dopo, a dar vita ai Lou Dalfin. Inizialmente i passi del gruppo si muovono nei territori folk, ma poco tempo dopo il desiderio di spingersi più avanti nella ricerca li porta ad avvicinarsi al rock, per poi muoversi costantemente tra tradizione ed innovazione. Dal 1982, anno del loro debutto discografico, i Lou Dalfin hanno messo in fila undici album e milletrecento concerti, con la loro musica ribelle hanno conquistato festival, palchi e platee italiane ed europee, hanno vinto il Premio Tenco, ma soprattutto sono diventati il simbolo della cultura e della musica delle valli occitane piemontesi. A raccontarci la loro storia è il giornalista torinese Paolo Ferrari nel libro biografico “Lou Dalfin. Vita e miracoli dei contrabbandieri di musica occitana” pubblicato per i tipi di Fusta Editore. Forte di una frequentazione costante con il gruppo, sin dai loro primi passi, ed utilizzando una coinvolgente prosa narrativa, Ferrari ricostruisce con dovizia di particolari la loro vicenda, conducendoci indietro nel tempo attraverso le parole del leader del gruppo Sergio Berardo, dai suoi primi passi nella musica tradizionale occitana, alle prime registrazioni in studio, fino a toccare le avventurose vicende dei primi anni di vita del gruppo fatte di risse epiche ai concerti, giovani che ballavano le gighe ed ascoltavano i Ramones, e poi ancora i primi successi, i cambi nella line up, ma soprattutto tante canzoni nel quale le storie scure della poetica di Berardo si mescolano con i suoni e il ritmo del ballo di giga, rigodon, farandola, scottish e altre danze tradizionali occitane, il tutto spinto dall’intreccio tra strumenti moderni come chitarre elettriche, basso e batteria, con quelli della tradizione come la ghironda ed il flauto. Ad impreziosire il volume è la prefazione dello scrittore, giornalista e ricercatore Alessandro Perissinotto, e un disco antologico “Delfipedia” che contribuiscono a definire in modo superbo l’universo sonoro dei Lou Dalfin. Questa biografia è, dunque, un occasione preziosa per scoprire o riscoprire la storia della band occitana, che dal circuito alternativo e delle minoranze culturali, è riuscita a dar vita ad una storia eccezionale fatta di musica, tradizione e tanta passione. 


Salvatore Esposito

giovedì 22 ottobre 2015

Numero 226 del 22 Ottobre 2015

Il numero 226 di “Blogfoolk” prende le mosse dal Sudafrica per parlare di “Now is the Time”, il nuovo album del cantautore Roger Lucey, alla cui realizzazione ha collaborato Massimo Giuntini. Per l’occasione il piper ha vestito anche i panni del giornalista per raccontarci da dentro questo lavoro. Ci spostiamo poi in Medioriente per andare alla scoperta del disco consigliato della settimana “Ya Balad”, nuova opera del compositore e polistrumentista franco-libanese Bachar Mar-Khalifé, che avremo modo di vedere in concerto prossimamente a Bari per l’annuale edizione del Medimex. Dalle valli dolomitiche, invece, arriva “Desche la neif d'aisciuda” di Grenz & Friends nel quale le sonorità della lingua ladina incrociano i suoni jazz e brasiliani. Il nostro viaggio nella Penisola prosegue facendo sosta in  Emilia-Romagna, dove I Violini di Santa Vittoria hanno dato alle stampe il nuovo album “Denominazione di origine popolare”. Apriamo la pagina della musica dal vivo con la cronaca dall’ultima edizione della Fira Mediterrània de Manresa, dalla città catalana che da diciotto anni ospita anni uno degli appuntamenti più importanti per le musiche tradizionali e world. Continuiamo con il resoconto della serata finale aversana del Premio Bianca d’Aponte, dedicato alla canzone d’autore al femminile, e con il reportage di Paolo Mercurio, che ci guida attraverso Milano Guitars & Beyond 2015. Segue la rubrica Storie di cantautori, con un focus su alcune novità discografiche provenienti dal mondo cantautorale italiano. Infine, presentiamo l’ultima emissione de “Il de Martino”, pubblicato in occasione del Settantesimo Anniversario della Liberazione, e dedicato agli Archivi della Resistenza del Circolo Edoardo Bassignani di Fosdinovo (MS).

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


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L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)