BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

BF-CHOICE: Francesco Benozzo, Fabio Bonvicini, Fratelli Mancuso – Un requiem laico

Canto e musiche seguono la via dell’accostamento di esperienze diverse: quattro strumentisti e cantori, il mondo appenninico e quello del canto mediterraneo dell’isola di Sicilia testimoniano con questo concerto-disco un incontra lungo trame della memoria in un luogo simbolo dell’Italia...

BF-CHOICE 2016: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Fratelli della Costa

Il compositore e trickster napoletano, abile nel mettere in moto imprevedibili cambiamenti nelle sue storie musicali, Daniele Sepe è diventato Capitan Capitone, bucaniere che si aggira al largo di Procida, sfoderando il suo sax insieme ad una ciurma di alcuni tra i giovani migliori della scena napoletana...

mercoledì 24 giugno 2015

Numero 209 del 24 Giugno 2015

Mandiamo in "stampa” questo nuovo numero di “Blogfoolk”, ricordando la figura di Remo Remotti, artista poliedrico, dallo sguardo penetrante e lucido, caustico osservatore della contemporaneità della caput mundi ma non solo (oltre al definitivo “Mamma Roma Addio”, andatevi a riascoltare “Noi non riusciamo più a vedere”). La copertina dell’emissione # 209 è “Partenze”, il secondo album di Massimo Donno, nato dalla collaborazione con Riccardo Tesi. In un’intervista, il cantautore salentino parla a tutto tondo delle fasi realizzative del disco. Passiamo poi al viaggio delle donne che rivivono nella poesia popolare di “Rosabella” con la musica e il canto del trio femminile LaMoRivostri. Invece, si colloca tra modi musicali mediorientali e linguaggi classici e contemporanei “Osloob Hayati”, il disco in quintetto della flautista e compositrice francese, di famiglia siriana, Naïssam Jalal & Rhythms of Resistance. Facciamo rotta verso l’Irlanda, per raccontarvi “The Vicar St. Session Vol.1”, il nuovo album di Paul Brady, in cui spiccano numerosi ospiti come Van Morrison, Mark Knopfler e Sinead O’Connor. Ci spostiamo poi negli States per presentarvi "Pitful Blues" e "RCA Sessions" del cantautore Malcom Holcombe. Per la musica dal vivo, spazio al Festival Moon In June, tenutosi dal 19 al 21 giugno sull’Isola Maggiore del Lago Trasimeno, e al concerto di Patti Smith di Villa Arconati a Milano. Completano il numero la rubrica suoni jazz con “Pop Corn Reflections” del Rosario Di Rosa Trio e il Taglio Basso di Rigo, che è alle prese con “The Monsanto Years”, il nuovo disco di Neil Young. Vi invitiamo a seguirci sui social media (oltre che sul nostro sito www.blogfoolk.com), perché sempre di più costituiranno il nostro quotidiano aggiornamento, il nostro (e il vostro, naturalmente)  luogo di commento al mondo folk, trad e world. A breve, daremo notizia di un altro passaggio significativo, che va nel segno di quella sinergia con il mondo scientifico di cui ci siamo fatti da sempre portatori. Inoltre, vi invitiamo anche a gettare un occhio al programma del festival di world music Globaltica, che si svolgerà a Gdynia, a luglio, di cui “Blogfoolk è media partner. Fateci un pensierino: la Polonia merita un viaggio alla scoperta di un patrimonio musicale davvero invidiabile. 

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


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L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Massimo Donno - Partenze (Visage Music/Materiali Sonori, 2014)

A due anni di distanza dall’apprezzato disco di debutto “Amore e Marchette”, Massimo Donno ha dato alle stampe recentemente il suo secondo album “Partenze”, nel quale ha raccolto dodici brani nati dalla collaborazione con Riccardo Tesi, che ne ha curato la produzione. Si tratta di un disco nel quale l’originale approccio al songwriting del cantautore salentino si sposa perfettamente con gli arrangiamenti e i colori sonori dell’organettista toscano, dando vita ad una raccolta di brani densa di grande fascino e poesia. Abbiamo intervistato Massimo Donno per farci raccontare dalla sua viva voce le fasi realizzative del disco, approfondirne le ispirazioni e le tematiche, per soffermarci in fine sui suoi progetti futuri.

Come nasce il tuo nuovo album “Partenze”? Quali sono le principali ispirazioni alla base di questo tuo secondo disco?
Partenze nasce dal mio vissuto degli ultimi due anni. Naturalmente, la mia storia personale è influenzata da vicende storiche, sociali, politiche, che confluiscono, insieme alla mia vita vissuta, a disegnare questa nuova esperienza discografica. Fondamentale lo spostamento da Bologna a Corigliano d’Otranto sia in termini di storie raccontante che di  influenze musicali. Il viaggio ci mette nelle condizioni di doverci fermare, paradossalmente, e ragionare, riflettere. Il tempo del viaggio, che è già viaggio al pari dei preparativi, ci aiuta a leggere il continuum temporale passato-presente-futuro, qualora esistesse. Proprio su questo “tempo di viaggio” credo di aver costruito “Partenze”.

Come si è evoluto il tuo approccio al songwriting rispetto al tuo disco di esordio “Marchette”?
Rispetto ad “Amore e Marchette” credo che ci sia la scoperta personale di nuove prospettive di lettura del circostante. Chiaramente questo si traduce in una forma per me nuova e sperimentale di leggere la realtà e tradurla in strofe. Quindi, dei nuovi filtri di lettura e scrittura. Di base c’è la ricerca, o il venire fuori spontaneo, di una nuova forma di sensibilità con cui ho ridisegnato, e sto ridimensionando, la mia vita. Credo che ci sia, dunque, una continuità tra questo aspetto, il modo di scrivere e la scelta di cosa raccontare.

Questo nuovo album nasce dalla collaborazione e con la produzione di Riccardo Tesi. Quanto è stato importante il suo contributo per la realizzazione di questo disco?
Partenze si può quasi considerare un disco a quattro mani con Riccardo Tesi. Abbiamo strutturato tre dei dodici brani in fase di pre-produzione lavorando su forme embrionali e sviluppando insieme struttura, armonia ecc. Sul resto dei brani, Riccardo è stato fondamentale nella scelta degli strumenti, nell’individuare gli arrangiamenti ed i musicisti che esprimessero al meglio, attraverso la musica, ciò che io esprimo con le parole.  Credo che per tutti noi sia stata una grande occasione di crescita e di apprendimento di modalità operative per noi nuove ma decisamente efficaci.

Come si è orientato il vostro lavoro in fase di arrangiamento dei brani?
A mio avviso, ciò che orienta l’arrangiamento di un brano è l’atmosfera testuale che questo stesso può suscitare e credo che in questo Riccardo sia stato eccellente. L’album ha varie anime a livello strumentale e molteplici influenze proprio come i personaggi di questa macro-storia. Tuttavia, i suoni delle diverse sponde del mediterraneo rappresentano il filo rosso che tiene unite queste 12 tracce: Sud Italia, Nord Africa, Balcani, trovano spazio e dialogo.

Il disco è stato finanziato con una campagna di crowdfunding. Com’è andata questa esperienza? Quali sono stati i risultati?
L’esperienza del crowdfunding è stata decisamente positiva e non solo per aver raggiunto e superato abbondantemente l’obiettivo economico che mi ero prefissato. Il risvolto più interessante è stato il vedere quanto attaccamento c’è stato da parte di tanta gente, anche da parte di chi non mi conosceva: molte di queste persone sono state raggiunte dal messaggio che abbiamo diffuso con Riccardo Tesi, grazie al video promozionale girato dal nostro caro amico regista Gianni de Blasi. Il senso di questa operazione è stato il ridare centralità alla musica, aldilà dei mezzi di produzione, promozione, delle possibilità economiche, ecc. Vedo il significato più profondo in ogni donazione: ogni singolo sostenitore è protagonista di un progetto discografico, parte di un disegno comune al nostro. Oltre 140 persone hanno prodotto “Partenze”, credo che sia questo il vero traguardo. 

Ci puoi raccontare come si sono svolte le session?
Faccio un piccolo passo indietro. Io, Riccardo e Stefano Rielli, grande amico e grande contrabbassista, abbiamo realizzato un live nell’estate del 2014. Da quel live si è affacciata l’idea di iniziare a collaborare in maniera più stabile per la realizzazione di quello che sarebbe stato il mio successivo album. Avevamo, quindi, iniziato già a lavorare su diversi brani già dalla scorsa estate. A settembre Riccardo mi ha aperto le porte del suo studio e di casa sua a Pistoia per una prima full immersion nel corso della quale abbiamo deciso su quali brani mettere le mani, considerando che ne avevamo in lavorazione circa 18! Da lì sono iniziate delle session intense, tra Pistoia e Lecce, in cui abbiamo dapprima deciso su che brani lavorare. Successivamente abbiamo iniziato a provare i brani con il resto della band. A dicembre, nello studio di Riccardo a Pistoia abbiamo iniziato le registrazioni della chitarra acustica e a fine mese buona parte del resto a Monteroni di Lecce, nello studio Chora, dell’amico Valerio Daniele. A seguire, a gennaio abbiamo terminato le registrazioni dell’album ed è iniziata la fase di editing, missaggio, ecc. ecc. ecc.!

Ci puoi presentare i musicisti che hanno collaborato alle registrazioni? Quanto è stato importante il loro apporto per la definizione del sound?
Il cuore del disco, per quel che riguarda i musicisti, è rappresentato da Stefano Rielli al contrabbasso, Marco Rollo al pianoforte e piano elettrico, Francesco Pellizzari, batteria e percussioni, Roberto Chiga, percussioni. Il loro apporto è stato fondamentale: con ognuno di loro ho un percorso artistico che dura da anni ed ognuno di loro proviene da scenari musicali differenti. Naturalmente questo porta alla costruzione di un sound personale, intimo e costruito ad hoc sul progetto in questione. L’apporto decisivo è rappresentato anche dalle tante special guest presenti nel disco: Redi Hasa al violoncello, Vincenzo Maggiore, Alessia Tondo e Carla Petrachi ai cori, Emanuele Coluccia e Andrea Doremi ai fiati, Giulio Bianco del Canzoniere Grecanico Salentino alla zampogna, Valerio Daniele alla chitarra elettrica, Katerina Polemi solo per citarne alcuni. Altrettanto onorato, infine, di aver avuto il contributo speciale di musicisti come Vincenzo Zitello all’arpa, Michele Marini al clarinetto, Gigi Biolcati e Mattia Scarpettini alle percussioni, Stefano Saletti all’oud e chitarra elettrica. Il loro contributo non si può spiegare: ascoltate il disco “Partenze”! Menzione speciale merita il fotografo Daniele Coricciati che, a livello visuale e grafico, ha tradotto le storie che ho raccontato. Il layout del disco vede la sua firma e questo mi rende davvero felice, anche perché è stata presenza costante e gradita durante tutte le registrazioni.

Passando ai brani mi ha colpito molto l’iniziale “Vento e Polvere” come nasce questo brano?
Di “Vento e Polvere” potrei parlartene su due piani. Prima di tutto la musica è stata scritta a quattro mani con Riccardo Tesi, su una struttura armonica che è completamente sua (e si sente!). Difficilmente mi era capitato di scrivere su strutture non mie e devo dire che è stato molto interessante sperimentarmi cercando di utilizzare una metrica molto fitta, dando ritmo al testo attraverso l’uso di alcuni espedienti lessicali e grammaticali, lavorando sul suono delle parole. Passando ad un piano più legato ai significati ti posso dire che è uno dei brani a cui sono maggiormente legato. Si parla di Sud, di quel Sud che si somiglia, anche a distanza di latitudini estreme. Il Sud dell’Africa, dell’America, il sud Italia, li sento legati da trame forti e fitte che hanno come punte di diamante la cultura, il lavoro, la classe politica, ecc. Due principi cerco di sottolineare: intanto la percezione che l’occidente ha di questi sud e, prioritariamente, cerco di sottolineare che il sud, qualsiasi esso sia, non è un conglomerato di esseri senza volto e storia, tutt’altro. Credo che dovremmo cominciare a pensare alle singole persone e non ai numeri che cumulano storie, disagi, disastri sotto un dato freddo, razionale e numerico. 

Altro brano di grande spessore è “Tienimi la Mano”. Cosa ti ha ispirato questo brano?
“Tienimi la mano” nasce dalla costatazione di come, da qualche anno, accanto all’operaio sotto - proletario (ho usato volutamente un termine desueto!) ha avuto rilevanza mediatica tutta una serie di personaggi che hanno intavolato un discorso politico fondato sul contrarsi delle varie posizioni di potere economico/politico guadagnato per successione e mai per merito. Il brano, in parole povere, potrebbe rappresentare un dialogo tra un imprenditore in declino, ad esempio, ed un motivatore o psicologo che tenta di aiutarlo a non mollare. Lungi dal prendermi gioco di una classe economica o politica, ovviamente. Il brano vuole solo dare rilievo al fatto che, la successione di uno status non implica necessariamente grandezza di spirito per gestire lo status stesso. 

“La Grande Abbuffata”, ispirata all’omonimo film di Ferreri nasce da un tuo spettacolo che ha portato in giro a lungo. Ci puoi parlare di questo brano?
I due brani che raccontano “La Grande Abbuffata” nascono da una vera e propria folgorazione. Marco Ferreri ci racconta il declino di quattro poteri che, deliberatamente, collassano, implodono, si accasciano su sé stessi. Naturalmente il potere, e la gestione di esso, diventa malattia, negazione di sé, degenerazione dell’io ed annullamento dell’altro. I due brani diventano un espediente per parlare, sì di potere, ma anche di sesso, amore, cibo e della grande signora: la solitudine. 

Ci puoi raccontare com’è nata “Il Mio Matrimonio”. E’ forse il seguito ideale de “Il Mio Compleanno”?
Hai proprio centrato. “Il mio matrimonio” rappresenta un ritorno a Sud, quel sud che si intravede appena ne “Il mio compleanno”, in cui parlavo di mandarini, di vicoli, di erba tagliata, di sugo e mare. Quest’ultimo brano, invece, pur ripartendo da lì, diventa il mezzo per parlare non di un matrimonio reale, ma di un attaccamento sistemico al circostante, alla terra. Questa diventa leva da cui saltare, ripartire ed immaginare un nuovo Sud, fatto di legami reali, di aperture verso il mondo, di ottimizzazione dei propri mezzi e strumenti. Un Sud in cui le risorse siano prima di tutto le persone che da qui traggono beneficio ed alle quali “rubare” idee per immaginarci in un’unica grande rete, virtuosa e produttiva, in termini culturali e di pensiero. 

Come saranno i concerti di “Partenze”? So che dal vivo ci sarà anche Riccardo Tesi con te…
Il live di “Partenze” è sempre una sorpresa, un po’ come lo era per “Amore e Marchette”. Le suggestioni cambiano perché spesso cambiano i contesti, i musicisti, ed il mio modo di approcciarmi alla platea. A me spesso piace rileggere i brani del disco con musicisti sempre diversi, considerando tuttavia alla base fissa gli strumentisti di cui parlavo prima. Con Riccardo, ad esempio, il live è diverso che con la band al completo: questo si arricchisce delle sue composizioni che rappresentano la storia del suo percorso e con i quali io sono cresciuto. Con la band invece il live è spesso centrato su spazi di improvvisazione, di sperimentazione quasi estemporanea, pur rimanendo legati alla struttura canzone. 

Quali sono i tuoi progetti per il prossimo futuro?
Il disco è uscito da quasi due mesi e l’idea è quella di fare live, tanti live! Lavorare su un album è bello, impegnativo ma bello. Tuttavia credo che fare concerti sia poi lo scopo di molti autori, musicisti, cantanti, ecc. E lo è anche per me. Costruire sempre una relazione con il pubblico, arricchirsi di quello scambio che si genera con una platea, sono tutti aspetti che io cerco di coltivare e stimolare: credo che l’attenzione che qualcuno pone nei confronti di chi racconta qualcosa vada coltivata, arricchita, sostenuta. La vera ricchezza è questa, ascoltare e rubare storie: è come viaggiare da fermi, è come vivere tante vite in una sola! 



Massimo Donno - Partenze (Visage Music/Materiali Sonori, 2014)
CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

Quando alla fine del 2012, Massimo Donno diede debuttò con l’ottimo “Amore e Marchette” a colpirci fu la sua capacità di sapersi destreggiare tra la migliore tradizione cantautorale italiana e un originale approccio stilistico tanto a livello sonoro quanto nella scrittura dei brani. A distanza di quasi tre anni lo ritroviamo con “Partenze”, disco finanziato attraverso una fortunata campagna di crowdfunding su internet, e nel quale ha raccolto dodici brani, prodotti da Riccardo Tesi, che nel loro insieme compongono una sorta di concept album, ispirato al ritorno nella sua terra, il Salento, dopo diversi anni vissuti a Bologna. Il cantautore salentino ci racconta così il suo viaggio di ritorno verso il sud, terra di approdo ma anche di partenze, facendo emergere l’importanza del percorso da compiere, e quella della scelta di lasciarsi tutto alle spalle, di incamminarsi, ma anche di sapersi fermare. Dal punto di vista prettamente sonoro Riccardo Tesi è riuscito a cogliere magistralmente tutto questo, caratterizzando i brani con colori world, ma allo stesso tempo esaltando la poesia dei testi di Massimo Donno. In questo senso determinante è stato anche l’apporto del folto gruppo di strumentisti composto Emanuele Coluccia (sax alto, soprano, tenore, tromba, clarinetto),  Andrea Doremi (trombone, susafono), Redi Hasa (violoncello), Valerio Daniele (chitarra elettrica), Giulio Bianco (zampogna), Marco Rollo (pianoforte, Fender Rhodes), Stefano Rielli (contrabbasso), Francesco Pellizzari (batteria, percussioni),  Roberto Chiga (percussioni), Carla Petrachi, Alessia Tondo, Katerina Polemi, Vincenzo Maggiore (cori), e qualche ospite d’eccezione come Michele Marini (clarinetto), Maurizio Geri (chitarra acustica e chitarra battente), Vincenzo Zitello (arpa), Stefano Saletti (chitarra elettrica, oud), e Gigi Biolcati (percussioni, batteria). Sin dalle prime note dell’iniziale “Vento e Polvere” con la sua riflessione profonda ed attualissima sul tema dell’emigrazione, si percepisce chiaramente come Massimo Donno in questi anni abbia raggiunto la piena consapevolezza del proprio talento compositivo e con essa la piena maturità artistica. Si prosegue prima con la poetica ed intensa title-track, in cui spiccano l’organetto di Riccardo Tesi e la zampogna di Giulio Bianco, e poi con la trascinante “Tienimi La Mano”, il cui testo tagliente mette alla berlina “chi vende idee in un mercato di marionette”. Le voci di Ugo Tognazzi e Phillip Noiret aprono la strada alla prima parte de “La Grande Abbuffata” ispirata al film omonimo di Marco Ferreri ed impreziosita dal sax di Emanuele Coluccia. Se l’introspettiva “Attimi” è una dedica a chi sente d’essere “l’esatto opposto, una stagione buia, uno spirito scomposto”, la successiva “Orazione” è il brano che forse fotografa meglio l’alchimia perfetta nata dalla collaborazione tra Massimo Donno e Riccardo Tesi, infatti laddove il cantautore salentino sfoggia un testo metricamente molto originale, l’organettista toscano confeziona un brillante arrangiamento in cui spicca l’oud di Stefano Saletti e l’arpa di Vincenzo Zitello. La seconda parte del disco si apre con quel gioiellino che è “Passi” in cui ritroviamo certe atmosfere di Banditaliana con Maurizio Geri alla chitarra a dialogare con l’organetto di Riccardo Tesi, ma il vertice del disco arriva con “Il Mio Matrimonio (l’Amore ai tempi del mutuo)”, nella quale Massimo Donno racconta le incertezze che caratterizzano il futuro delle giovani coppie. L’istantanea della campagna salentina di “Fontane di Suoni” ci introduce al finale in cui incontriamo “La Salita”, in cui scintilla la linea melodica tracciata dall’organetto di Tesi su cui si innestano le percussioni di Biolcati, il secondo atto de “La Grande Abbuffata” e “Binario”, un invito a riprendere il viaggio con un nuova partenza per chi “risale sul treno e la vita riparte dalla linea gialla”. “Partenze” è, dunque, una delle sorprese più belle di quest’anno nell’ambito della scena cantautorale italiana, un disco da valutare con attenzione anche in prospettiva “Premio Tenco”.


Salvatore Esposito

LaMoRivostri – Rosabella (Autoprodotto, 2015)

Benché non sia una novità assoluta nel panorama del nuovo folk italiano, questo trio femminile rappresenta un bel segno di vivacità e di specificità di approccio, di prospettiva e di sensibilità. Il nome del gruppo deriva dalle iniziali delle artiste (Lavinia, Monica, Rita), tutte provenienti da solida attività live e dall’esperienza nella rielaborazione delle musiche tradizionali (Acquaragia Drom, Ambrogio Sparagna, Nando Citarella & Tamburi del Vesuvio, Orchestra de La Notte della Taranta), che si uniscono in una ben congegnata, accattivante, creativa produzione incastonata negli spazi tra musica e ballo di tradizione orale del Sud Italia, forma canzone e timbriche world. Le tre polistrumentiste sono Lavinia Mancusi (voce, chitarra, violino, tamburello), cantante romana di famiglia campana, interprete dalla voce calda e rotonda, nonché violinista dal fraseggio dolce; Monica Neri (voce, organetto, lira calabrese), compositrice e studiosa delle musiche del centro sud, che di questa opera al femminile lavoro è l’iniziatrice; Rita Tumminia (voce, organetto, tamburello), grintosa e passionale strumentista siculo-umbra, cui è spettato il grosso della costruzione armonica. Non secondaria la collaborazione alle percussioni di Simone Pulvano, leader della Takedum Orchestra, e degli ospiti Cristiano Califano (chitarra battente e classica), Claudio “Cavallo” Giagnotti (voce e tamburello), Paolo Rocca (clarinetto, clarinetto basso), Paolo Modugno (davul e fonico responsabile di registrazione e mix del CD), Massimo Carrano (percussioni), Devis Eskaloska Annibaldi (voce). “Rosabella” si fa apprezzare per l’equilibrio nel rapporto tra tecnica e sentimento, per il risalto conferito agli apporti vocali, per l’attenzione verso i colori strumentali (centrale anche il contributo degli eccellenti collaboratori), per i profili ritmici e melodici perfino inattesi con i passaggi dal lirismo alle accelerazioni di tempi. Album interessante anche per il concept, filo conduttore, che lo anima: «Un viaggio musicale di donne che rivivono nella poesia popolare, dove Rosabella, arbëreshë di Sicilia, rappresenta l’immagine di una ragazzina che si vede già grande, che ama come la Cecilia, come la Baronessa di Carini, come una sposa, come chi aspetta l’amore che viene, come chi subisce l’amore perduto», spiega Monica Neri. Un lavoro incentrato sui riferimenti autobiografici della musicista sabina, siciliana per parte di madre, greco-albanese di Piana, tessuto tra ricordi infantili e memorie materne contenute in un diario, che ha ispirato i temi dell’album: «Ho voluto fermare il tempo su questa donna», dice ancora Monica, che mette l’accento sulla coralità del progetto «cucito come un vestito» per l’intensa collaborazione tra le tre musiciste. Disco di dieci brani (più una ghost-track, che è un frammento di uno stornello sabino cantato dalla Neri) con la partenza, notevole, affidata al valzer “Drommi serenata rondinella”, accostamento di una ninna nanna sarda e di un canto segnato dal topos narrativo popolare, la “rondinella”, molto diffuso nel nostro Paese, proposta nella variante sabina. Si transita poi per gli esuberanti pentagrammi campano-rom di “Tammurriata del camafro”, firmata da Erasmo Treglia, per il recitato arbëreshë (traduzione di Vincenzo Perrellis, voce recitante di Giacinta Oliva), che è l’incipit della bella title-track “Rosabella” – chiave di lettura dell’intero album –, per i funambolici cambi di umore di “Ballata della sposa” e per la sorprendente folk song “Amuri”, che passa dal ritmiche in levare alla rumba, per la serenata catanzarese, “a spuntunera” che diventa “Canti migranti (La partida”), a voler simboleggiare la circolazione dei cani popolari. Come detto poco sopra, ci sono poi le classiche storie di “Cecilia” e della “Baronessa di Carini”, rilette con tratti strumentali originali, c’è una mutevole pizzica d’autore (“Pizzica boom”), ora lirica ora dalla ritmica più pronunciata, in cui mette voce e testo il cantautore rietino Devis Eskaloska Annibaldi, di cui si ricordano i trascorsi con Francesco Di Giacomo. Segue l’eponima, brillante “Lamorivostri”, in origine una “bagnarota” reggina per voce e chitarra battente, qui rivestita da ballad. Un bel sentire. 

Ciro De Rosa

Naïssam Jalal & Rhythms of Resistance – Osloob Hayati (Les Couleurs du Son, 2015)

Un disco che è specchio di un’identità plurale. Parigina nata da genitori siriani, la trentenne Naïssam Jalal è donna sensibile e determinata, in bilico tra più mondi. La sua è l’inquietudine di chi in una certa fase della vita si pone la questione delle proprie “origini”. Dopo studi di flauto traverso al conservatorio francese (ma aveva imbracciato lo strumento già a sei anni d’età. «il flauto è la mia voce», spiega in una sua intervista a Radio France International), c’è la scoperta dell’improvvisazione, l’ingresso nella fanfara Tarace Boulba, ma anche l’intraprendere lo studio della musica classica orientale a Damasco, dove la diciannovenne è iniziata al flauto nay al Grande Istituto di Musica Araba. In seguito si reca al Cairo, dove ha Abdu Dagher come maestro di violino e dove suona con il pianista Fathi Salama. Rientrata in Francia, Naïssam Jalal prosegue nella sua carriera di musicista eclettica, accompagnando il rapper libanese Rayess Bek o facendo coppia con l’oudista egiziano Hazem Shaheen (del duo è prevista l’uscita di un album quest’anno, edito dal parigino Institut du Monde Arabe). Negli anni, ha suonato con i massimi esponenti della scena africana in Francia, tra i quali Tony Allen, Cheikh Tidiane Seck, Fatoumata Diawara, Hervé Samb, con jazzisti del calibro di Hamid Drake e Michael Blake, con artisti arabi (Lena Shamamyan, Macadi Nahhas, Youssef Hbeish, Khaled Aljaramani) e perfino con personalità musicali apparentemente molto distanti, come Melingo. Registra con Abdoulaye Traore, Mohamed Diaby, Aziz Sahmaoui e i rapper palestinesi Katibeh 5, compone colonne sonore per due film (“Camera Woman” di Karima Zoubir e “Entre les mains” di Odile Demonfaucon). Nel 2009 con il duo Noun Ya incide “Aux Résistances”. È del 2011, all’epoca delle rivolte nei Paesi arabi, la formazione del gruppo Naïssam Jalal & Rhythms of Resistance. Una scelta dettata dalla volontà di mettere l’accento sul fatto che la sua è musica che resiste e che parla della resistenza di popoli in rivolta che riaffermano la propria dignità, trovando corrispondenza nella sua espressione di artista emancipata, nel suo muoversi liberamente nella melodia e nel ritmo. Il suo nuovo album è suonato in quintetto. Accanto a Naïssam (flauto, nay, voce) suonano quattro musicisti di diversa nazionalità residenti a Parigi, anche loro artisti viaggiatori, rappresentanti di un’umanità meticcia: il sassofonista (tenore e soprano) e suonatore di darbouka franco-marocchino Mehdi Chaib, il chitarrista e violoncellista tedesco Karsten Hochapfel, il contrabbassista ungherese Matyas Szandai e il batterista italiano Francesco Pastacaldi. Sulla copertina di “Osloob Hayati” (che tradotto dall’arabo significa all’incirca “Il mio stile di vita”), Naïssam suona il flauto davanti a un muro perforato dai frammenti di proiettili in un edificio sventrato di Beirut. All’interno del disco ci sono anche le immagini dei tetti di quella Damasco che ha segnato la sua vita, città culla di grande civiltà musicale, oggi martoriata come tutta la Siria. Descrive la sua musica come espressione della sua specificità: il suo essere «donna, musicista, siriana e francese, araba ed europea, sia nomade sia sedentaria, in cerca delle tradizioni e dell’ignoto. Volevo fare sentire la mia voce singolare in questo mondo e in particolare nel mondo arabo […] Era anche la volontà di combattere attraverso un’avventura umana e musicale il ripiegamento identitario che mina proprio l’avvento di cultura completa e ricca delle sue differenze». Con “Osloob Hayati” l’artista mette in scena un ambiente timbrico acustico intriso di sonorità che coniugano stilemi classici, modi orientali e pronunce che gravitano intorno all’etno-jazz, anche se lei non si definisce una jazz-woman: la sua cifra improvvisativa si deve più all’influenza delle forme della musica d’arte araba che all’osservanza della musica afro-americana. L’iniziale title-track parte con un’esplorazione pacata di flauto solo, al quale gradualmente si avvicinano gli altri strumenti. In contrasto possiede forte slancio “Parfois c’est plus fort qué toi”, dove la chitarra liquida si muove liberamente su un incessante ritmo gnawa. In “Nomades” la lunga introduzione di nay prelude a un passaggio jazz-oriental un po’ prevedibile, ma quando è il flauto a prendere il sopravvento producendosi in sequenze impetuose e vorticose è tutta un’altra storia e il disco vive uno dei suoi momenti più significativi. “Etrange Samaaï” e “Visite matinale” portano in risalto la coesione del quintetto, ma anche le magnifiche individualità (si ascoltino i ricami del sax soprano di Mehdi Chaib). La fascinosa “Om alshahid” è una sorta di preludio a “Frontières”, una toccante poesia di Naïssam, recitata dalla stessa artista su una base di bordoni di flauto ed effetti percussivi. Il testo racconta storie di amori separati dalla burocratica disumanità (“Une citerne de larmes posée sur mon coeur/ Je ravale l’eau de mes yeux en silence / Des mots servent de cage / Parfois même c’est d’une seule lettre que nous sommes prisonniers / Ils ont transformé les chiffres en numéros de dossier/ Et notre amour en un combat haletant/ Le lieu de naissance n’est pas conforme /La régularité du passeport n’est pas reconnue / La validité du titre de séjour est expiré/ Ils déversent leurs exigences comme un pétrole qui pollue notre océan / Et nous étouffons au pied des murs de leurs preoccupations / Pourtant je ne connais de frontières que celles de mon corps/ Je voudrais vivre blottie contre sa poitrine / ma seule patrie/ Vivre libre de l’enlacer quand son regard me touche./ Vivre libre de l’aimer” […]). Il viaggio si conclude a “Beirut”, dove contrabbasso e flauto si espongono nella prima parte dal tratto introspettivo per farsi raggiungere dagli altri strumenti nella potente ed emozionale esplosione finale.  

Ciro De Rosa

Paul Brady - The Vicar St. Sessions Vol.1 (PeeBee/Proper, 2015)

Paul Brady non ha bisogno di presentazioni, a parlare per lui è la sua lunga carriera nel corso della quale ha messo in fila una serie di ottimi dischi, che lo hanno segnalato al grande pubblico per la sua capacità di coniugare con grande originalità la tradizione musicale irlandese tanto con la melodia del pop-rock degl’anni novanta, quanto con e rimandi al rhytm'n'blues d'oltreoceano. Il suo nuovo album “The Vicar St. Sessions Vol.1”, che raccoglie una selezione tredici brani registrati dal vivo nel corso della residency di ben ventitré concerti che l’irlandese tenne presso il leggendario Vicar Street di Dublino nell’ottobre del 2001. Si tratta di un disco dalla bellezza straordinaria nel corso del quale riscoprire alcune perle del songbook di Brady e qualche sorprendente rilettura, con la complicità di alcuni ospiti d’eccezione. Ad affiancarlo sul palco è un ristretto gruppo di strumentisti composto da Steve Fletcher (tastiere), Jennifer Maidman (chitarre) e Liam Genockey (batteria) che colorano i brani con arrangiamenti essenziali ma allo stesso tempo elegantissimi. Aperto dalla bella versione di “I Want You To Want Me”, impreziosita da un brillante arrangiamento che mescola folk e pop, il disco regala una lunga serie di brani da ricordare come nel caso del country-rock di “Baloney Again” di e con Mark Knopfler, o dell’intensa “Nobody Knows in cui spiccano Gavin Friday dei Virgin Prunes alla voce e Maurice Seezer al pianoforte, o ancora il traditional “In This Heart” cantata a due voce a cappella con l’amica Sinéad O'Connor. Le sorprese però non finiscono qua, perché i due vertici del disco non tardano ad arrivare prima con la superba versione di “Irish Heartbeat” cantata in duetto con Van Morrison e poi con il rock-blues di “Not The Only One” in cui spicca la partecipazione di Bonnie Raitt. Il livello qualitativo del disco resta sostanzialmente alto anche con le incursioni nel maistream con il jazz di “Don’t Go Far”, cantata insieme a Curtis Stigers, e la pop ballad “The Long Goodbye” in cui spicca Ronan Keating alla voce. Sul finale arrivano poi la murder ballad di Eleanor McAvoy "Last Seen October 9th” nella quale Paul Brady “si limita” a suonare il piano lasciando il microfono all’autrice, “The World Is What You Make It” ancora con ospite Bonnie Raitt, e la bellissima versione irish di “Forever Young” di Bob Dylan, cantata da Mary Black, Maura O'Connell e Moya Brennan. Il primo volume di “Vicar St. Sessions” è, dunque, l’inizio di una serie di dischi che riserveranno certamente grandi sorprese, anche perché mancano ancora all’appello tanti brani imperdibili suonate in quelle serate dublinesi di quattordici anni fa. 


Salvatore Esposito

Malcom Holcombe - Pitful Blues (Gypsy Eyes Music/I.R.D., 2014)/The RCA Sessions (Proper/I.R.D., 2015)

Quando nel 1999 Malcom Holcombe diede alle stampe il pregevole “A Hundred Lies”, che segnava il suo debutto su una major dopo l’esordio con “A Far Cry From Here” di cinque anni prima, fu subito chiaro che il suo talento l’avrebbe portato lontano. Tuttavia l’improvvisa caduta nella spirale dell’alcool e della depressione gli ha impedito di riscuotere il successo che avrebbe meritato, e questo nonostante abbia continuato con regolarità a pubblicare dischi. Solo negli ultimi anni, grazie all’aiuto della sua famiglia e di un gruppo di amici è riuscito a vincere i suoi fantasmi interiori e a cominciare una lenta fase di risalita, segnata dalla pubblicazione di due ottimi album come “To Drink The Rain” del 2011 e “Down The River” del 2012. Non può che essere, dunque, un piacere ritrovarlo alle prese con “Pitful Blues”, decimo album in carriera, nel quale ha raccolto dieci brani nuovi di zecca che segnano l’inizio definitivo di una nuova fase della sua vita artistica. Rispetto ai precedenti lavori, si ha la netta sensazione di essere di fronte ad un cantautore giunto alla piena maturità artistica, in grado di fare i conti non solo con la propria esistenza, ma anche con il proprio talento. Sebbene la cifra stilistica rispetto al passato sia rimasta invariata, con i brani caratterizzati da sonorità prettamente folk-blues, ciò che emerge sin dal primo ascolto è come Holcombe riesca a raccontarsi a cuore aperto e senza filtri, mettendo a nudo la propria interiorità e le proprie esperienze di vita. Ogni brano è così un frammento di vita, impastato nel dolore e nella sofferenza, in cui di tanto in tanto fa capolino la speranza in un futuro migliore. Ad imprimere ancor più intensità al tutto, è la scelta di registrare il disco in presa diretta tra lo studio di Tulsa e la sua casa di Swannanoa, sotto l’attenta guida del produttore Jared Tyler. La voce intensa di Holcombe ci conduce attraverso i drammi dell’esistenza, la malinconia dei ricordi, e la desolazione della solitudine, che permea brani come la pregevole “Savannah Blues”, la poetica “Roots” e la sofferta “By The Boots”. Non manca qualche bella sorpresa come nel caso dell’honky-tonk di “The Music Plays On”, o nel rock-blues di “Sign For A Sally”, o ancora dell’appalachian folk di “Words Of December”, ma il vero vertice arriva con quel gioiello che è “Another Despair”, che suggella un disco prezioso, da ascoltare con la stessa attenzione con cui si legge un libro di poesie. 
La rinascita artistica di “Pitful Blues” ha spinto Malcom Holcombe a mettere di recente ordine anche nel suo repertorio precedente, dando alle stampe “The RCA Sessions”, disco antologico che raccoglie sedici brani pubblicati tra il 1994 e il 2014 reincisi per l’occasione presso il leggendario RCA Studio B di Nashville, con una band di tutto rispetto in cui, oltre al produttore Jared Tyler (chitarre elettriche, dobro, lap-steel), spiccano Dave Roe (contrabbasso), Tammy Rogers (violino e mandolino) e Ken Coomer (batteria e percussioni). Se “Pitful Blues” aveva aperto una fase di rinascita artistica, questa bella antologia è la dimostrazione di come abbia definitivamente spazzato via i fantasmi del passato e con essa la ripetitività di certe soluzioni sonore che avevano caratterizzato alcuni suoi album. In questo senso ci piace sottolineare come gli arrangiamenti rendano finalmente giustizia alla voce di Holcombe incorniciandola alla perfezione come nel caso dell’iniziale “Who Carried You” o della versione quasi punk di “To Drink The Rain”, o ancora dell’incursione nei territori southern rock con “I Call The Shoot”. Sullo stesso livello qualitativo sono anche le riletture di “Doncha Miss That Water”, “Butcher In Town”, Early Mornin’” e “Down The River”, tutte caratterizzate da un’impronta elettroacustica in cui spicca l’intreccio tra slide, violino e steel guitar. Altre belle sorprese ci arrivano sul versante dei duetti con le incursioni nel blues paludoso di “Mouth Harp Man” e “Mister In Morgantown” con la complicità dell’armonicista Kirk "Jelly Roll" Johnson, nell’old time con Siobhan Maher-Kennedy, ed in in fine nell’irish folk con la bella resa in irlandese di “A Far Cry From Here” con la talentuosa Maura O'Connell. “The RCA Sessions” è insomma il disco della palingenesi di Malcom Holcombe, cantautore finalmente rinato a sé stesso ed in grado nel prossimo futuro di compiere quel salto verso il successo che gli è sempre mancato. 


Salvatore Esposito

Moon in June, Isola Maggiore del Lago Trasimeno (Pg), 19 – 21 Giugno 2015

Moon in June è il titolo dell'evento che si è svolto dal 19 al 21 giugno all’Isola Maggiore del Lago Trasimeno, in provincia di Perugia. È il risultato della convergenza delle idee di un gruppo di persone che hanno gravitato, per motivi differenti, intorno a Sergio Piazzoli, prematuramente scomparso circa un anno fa. Il nome di Piazzoli dice molto agli umbri, sopratutto a quelli che si occupano di musica. È stato il più importante organizzatore di eventi musicali della regione, ma sopratutto un animo visionario, capace di portare le sue visioni su un piano concreto, di realizzarle e, sopratutto, di condividerle con gli altri. In Umbria ha organizzato e promosso numerosi eventi musicali, invitando artisti di fama internazionale, ha strutturato una programmazione coerente di “stagione d’autore” e manifestazioni musicali riferite ad artisti, repertori, temi specifici. Da alcuni anni si era trasferito all’Isola Maggiore del lago Trasimeno, un fazzoletto di terra ricco di storia e cultura, ma abitato da una manciata di persone, dove non ci sono automobili e dove, senza retorica, sembra di penetrare una dimensione immobile. Dove si vive affondando i piedi in una natura e un paesaggio un po' decadenti ma rigogliosi, profondi, semplici e forti, resistenti. Dove il lago dà il meglio di sé, perché riflette e amplifica, in un fascio caleidoscopio di colori, ogni piccola scintilla di luce, ogni goccia che si sposta sulla sua superficie. 
Questi piccoli particolari sono divenuti la cifra della manifestazione, che si potrebbe immaginare (anche se non si configura solo così) come una sorta di sonorizzazione del paesaggio, dentro un piccolo ma sterminato progetto che rovescia il processo di organizzazione dell’evento culturale. Qualche anno fa Piazzoli ha inventato “Music for sunset”: un raccordo tra piccole performance, non solo musicali, legate a doppio filo allo scenario straniante dell’isola e al tramonto estivo, cioè a quel vortice stordente di luce che trasforma e sospende la fine dei giorni in qualcosa di incomprensibile, di estremamente romantico, inquietante e visionario (appunto). Moon in June è un’esperienza evidentemente legata a quella visione. Anche se ha assunto i tratti di un evento determinato in modo più netto da alcuni musicisti e da alcune musiche (la prossima edizione sarà probabilmente diretta da Robert Wyatt). La scena è divenuta il fulcro della performance, attraverso un rovescio che assume esso tesso i tratti di un evento: la linea rosso fuoco sopra i monti dietro lo specchio piano e denso del lago, le piante e i cespugli neri in controluce, le ombre degli artisti che sembrano nuvole di fumo, dai tratti incomprensibili, impalpabili. 
Una grande sfocatura, come quando si chiudono gli occhi dopo aver guardato a lungo i riflessi del sole e si lavora, da soli, a creare e ricreare qualcosa che non è stato visto fino in fondo. Allora ecco che come a occhi chiusi, durante il tramonto, dentro un silenzio e un’opacità diffusi e avvolgenti, ci infilano i suoni dei musicisti. E tutto assume l’odore di un’esperienza straordinaria e irripetibile. Perché non solo non si è mai respirata una performance calata in uno scenario così apparentemente agli antipodi, ma stando lì si è subito consapevoli che un po' di vento, oppure una nuvola frapposta tra il cielo e il lago, cambierebbe tutto. Perché tutto è delicato e momentaneo. Ecco allora dove convergono realmente gli elementi più significativi dell'evento: in ciò che si vede e sente in quell'unico momento. Moon in June (elaborando la visione di Sergio Piazzoli) ha voluto eleggere questa dimensione visuale e temporale come centro dell'evento, ampliandone, attraverso la condivisione, la forza evocativa. “Moon in June” in omaggio al celebre brano di Robert Wyatt (in un gioco di rimandi e connessioni inestricabili con la figura di Piazzoli), il quale è oggi il presidente onorario della fondazione "Sergio per la musica", recentemente costituita per continuare l'opera di Sergio. Moon in June come intuizione fondata sulla metodologia a ritroso, la sintesi, la decostruzione. 
Vinicio Capossela - che ha preparato per la serata finale il concerto dal titolo “Sirene d’acqua dolce” - ne è divenuto, per questa prima edizione, il direttore artistico e ha ripercorso l’idea di Piazzoli, al quale è stato legato da una forte amicizia fin dagli inizi della sua carriera. La sera del 19 l'apertura del programma è stata affidata a Giovanni Guidi, pianista tra i più talentuosi della scena jazz internazionale. L'immagine del suo pianoforte a pelo d'acqua, sulla riva del piccolo molo rivolto a ovest, ha rappresentato la sintesi migliore di un festival che ha voluto - raccogliendo gli elementi di cui ho accennato - spingere l'immaginazione, la contemplazione, dentro una dimensione il più possibile onirica, al limite del reale. Le altre due sere, invece, hanno ruotato in modo più stretto intorno alla memoria di Piazzoli. Prima sabato 20 con lo spettacolo “A Touch of Grace”, proposto da Alessio Franchini con special guest Gary Lucas, il chitarrista americano che ha composto con Jeff Buckley alcuni dei brani del disco “Grace”, proposto per l’occasione come omaggio a uno degli artisti più amati da Piazzoli. La serata è stata straordinaria, sopratutto per il trasporto che i musicisti hanno diffuso nel piccolo prato in riva al lago, dove la chitarra di Lucas sfidava le folate di vento e si riempiva, mentre saltellava con quelli arpeggi un po' pop e un po' psichedelici, acidi, dei respiri del lago (appena dietro di lui) e del pubblico. 
Poi con “Sirene d’acqua dolce”: profondo, lungo, forte, calato fino in fondo nella quiete surreale del lago (“perché è nel canto delle sirene che ritroviamo tutti quelli che abbiamo amato”), in cui Capossela ha elaborato un linguaggio sospeso tra l’estemporaneità e il ricordo, l’ispirazione legata all’esperienza. Proponendo un concerto pieno di sorprese: dall’inizio intimo al piano solo - con brani com “Vorrei che fossi qui”, “Una giornata senza pretese”, “Le case”, “Non c’è disaccordo nel cielo”, “Non è l’amore che va via” - fino al duetto con Gary Lucas (con il quale ha interpreto una lettura del suo libro “Non si muore tutte le mattine” e alcuni brani di Buckley), passando per l’omaggio alle sirene, con la sua band e il Trio Amadei. E tendendo, infine, la sua musica verso alcune delle espressioni più belle della musicalità umbra, grazie alla presenza dell’ensemble Micrologus (“un altro dono che mi ha fatto Sergio è stato quello di farmi incontrare questi straordinari musicisti durante un indimenticabile concerto davanti alla basilica di San Francesco”).


Daniele Cestellini

Patti Smith, Villa Arconati, Bollate (Mi), 20 Giugno 2015

La vista del placo dava il senso della suggestione mentre il crepuscolo si avvicinava. Villa Arconati è un luogo raccolto, riservato, adeguato per concerti di fascino e di qualità. Ho visto Patti Smith almeno una dozzina di volte e quasi sempre non ha deluso le aspettative. Alla veneranda età di sessantasei anni non perde un grammo della sua presenza scenica, del suo fascino magnetico e la sua capigliatura, mesciata grigia, le concede un’aria di matura ragazzina. Come sempre in scuro, con gli anfibi ai piedi, si è manifestata come una sorta di apparizione intorno alle 21.20, accompagnata dai fidi ed intramontabili Lenny Kaye, chitarre elettriche, Jay Dee Daugherty, batteria (membri originali del Patti Smith Group), da Tony Shaanhan, tastiere e basso elettrico, e dal figlio Jackson, un ragazzone dall’aspetto tranquillo che ha suonato, con maestria, il basso e la chitarra elettrica. La serata è stata presentata come la memoria dei quarant’anni dalla pubblicazione di “Horses”, un album fondamentale per la storia del rock che, alla fine degli anni ’70, incontrò il ciclone del punk. Ma “Horses” era punk solo negli aspetti estetici e culturali ma, nel midollo, era poesia pura, iconoclasta e rock and roll allo stato di fusione alchemica tra i vari ingredienti che lo scricciolo di Chicago distillava dal suo alambicco pieno di magia. Le prime note di “Gloria” hanno acceso le luci di un’auto virtuale che ha condotto il pubblico verso una terra piena di ricordi e suggestioni ma, anche, di sguardi verso un futuro sempre più incerto, in questi tempi bui ma, comunque, da affrontare con forza, determinazione volontà di non sentirsi sconfitti “a prescindere”. 
“Gloria (In Excelsis Deo)” ha coinvolto subito la platea “gestita”, come sempre al meglio, dalla cittadina onoraria di New York. Un brano potente che dà l’idea dell’impatto che il mondo del rock ebbe quando l’album uscì sul mercato discografico. Un azzardo del produttore, John Cale ma, di più, della Arista, la casa discografica che lo pubblicò. “Redondo Beach” ha il potere di ammorbidire la tensione con il suo ritmo blandamente reggae, quasi ipnotico. E poi in sequenza come una sorta di grande corsa con il fiatone, non quello fisico bensì quello dell’anima, si sono snocciolate “Birdland”, “Free Money”, “Kimberly”, “Break It Up” e la lunga, interminabile “Land” che include “Horses/Land Of A Thousand Dances/La Mer(de)” e la ripresa di “Gloria”. La band è stata ai tempi ed ai desideri della sua musa ispiratrice con Lenny Kaye, che ogni tanto inviava sguardi di approvazione verso la sua antica sodale di mille palchi, a guidarla con sapienza ed esperienza. Mai ridondante, mai fuori luogo, mai fuori contesto, sempre accanto alla sua ultra quarantennale leader. Una sorta di coppia di fatto artistica che è capace di resistere al trascorrere del tempo e che appare più affasciante oggi, con rughe e capelli bianchi, che nelle foto dei tempi andati, dei ricordi, del bianco e nero quando la parola photo shop probabilmente doveva ancora essere coniata. Un concerto, questo, pieno di chiari scuro con la voglia di mantenersi nel cerchio magico della memoria ma, al contempo, di usare il palco come luogo in cui sentirsi protetti e, come il pubblico ha ampiamente dimostrato, amati nel profondo. 
E questo l’artista americana l’ha sentito, l’ha vissuto, l’ha rimandato verso la platea con quella forza empatica che tutti gli riconoscono anche, magari, nelle serate più ostiche, una corsa, la sua e quella della band che si è esaurita (?) con “Elegie”, una canzone dedicata a Jimi Hendrix, come in precedenza c’era stato il ricordo di Jim Morrison ed Ornette Coleman. “Elegie” si è dipanata in una sorta di litania in cui si sono uditi i nomi dei Ramones, Allen Ginsberg, Fred “Sonic” Smith, William Burroughs ed altri artisti e persone amate dalla Smith. Un momento pieno di intensità e di commozione ma, forse, ancor di più, di compassione e fierezza nell’avere incontrato le persone “narrate” dalla canzone. Un momento in cui ci si è sentiti con il fiato sospeso tra la vita e la morte. La rilettura di “Horses” è terminata tra gli applausi convinti del pubblico. “Dancing Barefoot”, “Privilege (Set Me Free)” e la straordinaria “Beneath the Southern Cross”, canzone piena di malinconia e suggestione, tirata, potente, evocativa, hanno fatto da contorno finale all’esibizione che si è conclusa tra lo scrosciare degli applausi di un pubblico ammaliato, convinto e vinto dalla potenza della suggestione di un’artista che ancora è capace di governare, dal palco, il suo pubblico con la sua voce profonda e colma di passato tanto che si resta convinti che quando quel corpo minuto inizia a cantare il mondo si trasforma, le forme prendono un’altra dimensione e la mente insegue le fantasie dell’anima. Poi tutto sembra quietarsi, la Smith si fa da parte e la band parte in una bella versione di “Rock & Roll/ I'm Waiting for the Man”, dell’indimenticato Lou Reed. 
Un brano suonano in maniera precisa e quasi didattica, con la passione dei neofiti in versione garage band, mentre la Smith si aggirava sul palco saltellando e battendo le mani come una ragazzina contenta d’essere sul palco di una rock band. Impagabile…siamo all’epilogo, lo sentiamo tutti, e sentiamo anche che è arrivato il momento di due canzoni imprescindibili e, come dirà l’artista di Chicago…”questa l’ho scritta insieme a mio marito…” e quando partono le prime note il pubblico si fa parte attiva delle parole di “Because the night”, un inno di immortale potenza con la musica proveniente dalle sessions di “Darkness on the edge of town”, di Bruce Springsteen, che fece ascoltare alla Smith la musica che aveva registrato su una cassetta che portava nelle tasche posteriori dei jeans e…il resto è storia e poesia, musica e gioia di vivere. “People have the power” è l’altro inno atteso ed amato, il titolo dell’album omonimo che riportò la Smith all’attenzione del mondo del rock dopo nove anni di silenzio artistico. Una canzone forte, potente, sincera, cantata a squarciagola con varie intenzioni racchiuse nel testo cantato/declamato ed un invito al pubblico ad ascoltare la e fare proprie le parole di Papa Francesco. Gli applausi sono stordenti ma la misura non è ancora colma e così partono le note di “My generation”, altro inno esistenziale del rock and roll. Il suono è deciso, asciutto, deciso, aspro. Tutti i musicisti ci danno dentro con gli strumenti decisi a graffiare l’anima degli spettatori. 
E le intenzioni vengono raggiunte…suoni, parole, rumori, atmosfera…tutto è coinvolgente, si mischia, si trasforma, si piega alle ragioni del cuore, del sentimento, della memoria del desiderio di futuro. “Rock and roll can’t never die” cantava (e canta) Neil Young. Patti Smith ce lo ha ricordato anche questa sera. Mi incammino veloce verso l’auto per evitare d’essere “incastrato” dal flusso delle auto in uscita dal parcheggio. Non cammino, volo, come quella sera di tanti anni prima, di settembre, a Bologna. Un concerto certamente non bello, sia per il clima di quei giorni che per il concerto in sé. Lei, certamente è cresciuta nel tempo, ma la forza interiore era forte anche allora ed oggi la si comprende ancora di più. Lei è una sorta di metafora dell’impossibile che può accadere se ci si crede nel profondo (leggere il suo libro, “Just kids” per capire). Come per molti dei presenti al concerto (di oggi e di allora) forse sono solo aumentati gli anni, ma non è ambiato lo spirito. 


Rosario Pantaleo

Rosario Di Rosa Trio - Pop Corn Reflections (NAU Records, 2015)

Considerato uno dei pianisti jazz italiani di maggior talento, Rosario Di Rosa si è segnalato sin dagli esordi per non solo per l’eccellente attitudine compositiva, ma anche per la capacità di saper vestire i panni dell’interprete con grande originalità. Animato da grande curiosità, negl’anni, ha attraversato i diversi sentieri del jazz, spostando sempre più avanti i confini della sua ricerca musicale. Non ci sorprende, così, ritrovarlo alle prese con la musica contemporanea per il suo sesto album “Pop Corn Reflections” inciso in trio con gli immancabili compagni di viaggio di sempre, Paolo Dassi al contrabbasso e Riccardo Tosi alla batteria e live electronics. Questo nuovo disco nasce da uno studio rigoroso e da una analisi profonda sulla musica contemporanea, ed in particolare sul minimalismo concettuale di Steve Reich, e gli aspetti atonali e seriali di quella di Arnold Schönberg. Il risultato è un lavoro che si allontana dalla grammatica jazz in senso stretto che caratterizzava i dischi precedenti, per soffermarsi sull’esaltazione dell’improvvisazione e della creatività come linguaggio musicale volto a ricercare armonia, melodia e ritmo, partendo da un pattern sonoro di massimo due o tre battute, che si evolve man mano attraverso il dialogo tra i tre strumentisti. Dal punto di vista delle scelte timbriche colpisce l’utilizzo di loop elettronici, così come quello dell’arco per il contrabbasso in luogo del consueto pizzicato, e della cordiera del pianoforte. Ad aprire il disco è il dialogo tra il pianoforte e il contrabbasso di “Pattern n.74”, a cui segue “…And Peanuts For All” che nel suo andamento circolare regala sorprendenti spaccati ritmici. Se “Steve Reich Reflection” rappresenta uno dei vertici del disco con Rosario Di Rosa protagonista di alchimie e costruzioni sonore sorprendenti al pianoforte, la successiva “Spring n.35” è un introspettivo brano notturno, denso di lirismo, caratterizzato da un andamento lento e sinuoso. La musica di Steve Reich ed in particolare la “clapping music” è la base ispirativa di “Pattern n.1 – Arpeggi” che, come suggerisce il titolo, è giocata su un arpeggio di pianoforte e i continui cambi di ritmo di batteria e contrabbasso. “Hattori Hanzo Reflection” con il suo andamento quasi marziale funge da perfetto apripista per il brillante funk di “Canon On The Beach” che ci conduce verso il finale in cui brillano la straordinaria “Variation On Schoenberg's Klavierstucke Op.19 N.2” che rilegge una delle composizioni più celebri dell’austriaco, e la conclusiva “Dance Before It's Too Late/ Pattern N.74 – Serie”, che ci riporta al pattern iniziale, quasi a voler dare una circolarità all’intero disco. Sebbene in apparenza “Pop Corn Reflections” abbia tutta l’aria di essere un disco non facile, l’ascolto è un esperienza che ci sentiamo di consigliare vivamente a tutti gli appassionati di jazz e di musica contemporanea. 


Salvatore Esposito

Neil Young + The Promise Of The Real - The Monsanto Years (Reprise, 2015)

“The Monsanto Years” è il trentaseiesimo album in carriera per Neil Young, che taglia questo ragguardevole traguardo mettendo insieme nove canzoni nuove di zecca incise con The Promise Of The Real, ovvero la band di Lukas e Micah Nelson, i figli di Willie Nelson, con l’aggiunta di Antony Logerfo alla batteria, Tato Melgar alle percussioni e Corey McCormick al basso. Registrato presso il Teatro di Oxnard in California, laddove proprio Willie Nelson aveva realizzato “Teatro”, uno dei suoi dischi più belli, questo nuovo capitolo della discografia del loner canadese si caratterizza per la scelta di riprendere la sua battaglia contro le multinazionali, cominciata nel 1988 con “This Note’s For You”, nel quale metteva alla berlina la Budweiser, la Pepsi e le aziende che sfruttavano la musica per vendere i loro prodotti. In questo caso Neil Young mette sotto osservazione la Monsanto, un colosso degno della peggiore fantaeconomia, da molti anni impegnato nel settore delle biotecnologie agrarie e transgeniche, e presunto responsabile della produzione di agenti tossici per l’uomo. Nel totale silenzio della politica, delle lobby e della società, le canzoni del cantautore canadese non si fanno alcuno scrupolo di puntare dritto l’indice contro le politiche scellerate di questa multinazionale. Un tema sacrosanto ed importante, insomma, che il canadese affronta con brani in cui le chitarre elettriche sono in grande evidenza tanto nelle lunghe cavalcate come “Big Box”, quanto nei momenti più melodici come “A rock star bucks a coffee shop” e “Monsanto years”, due brani suonati con delizioso abbandono. A tratti il disco si apre a quella dimensione corale che aveva caratterizzato “Living With War”, ma non è tutto, chitarre che urlano e voci che si inseguono caratterizzano testi militanti e schierati senza mezzi termini, e non poteva essere diversamente considerando che Neil Young da sempre è un paladino della libertà e dell’environment. Guardandosi intorno è difficile trovare artisti della grandezza e del prestigio di Neil Young che hanno il coraggio di mettersi in gioco, di cantare le proprie idee e la propria visione del mondo, e in qualche modo di rischiare anche di scontentare il loro pubblico. Chi vive negli Stati Uniti sa bene che l’american way of life è un coacervo di contraddizioni e la parte negativa, rappresentata dalle grandi lobby industriali e da quella politica fotografata perfettamente da “House Of Cards”, da fuori può sembrare uno stereotipo, ma invece è la visione in sedicesimi di una realtà terribile. Il fatto poi che il disco sia accreditato anche la band dei figli di Willie Nelson non è un fatto secondario, e questo a testimoniare come Neil Young abbia voluto valorizzare in modo chiaro anche il contributo di The Promise Of The Real. Non è da tutti dividere gli onori di una copertina con un mostro sacro come il canadese, e questo anche se sei figlio dei uno dei padri nobili del country. Che dire se non long live Neil? Grande disco.


Antonio "Rigo" Righetti

giovedì 18 giugno 2015

Numero 208 del 18 giugno 2015

L’Istituto Ernesto de Martino, fondato nel 1966 per iniziativa di Gianni Bosio e Alberto Mario Cirese, è uno dei principali centri italiani per la documentazione del mondo popolare e proletario. Un’intervista al suo presidente, Stefano Arrighetti, apre il numero 208 di “Blogfoolk”, in occasione della pubblicazione del triplo CD live, “Vivo! Vent’anni di musica all’Istituto Ernesto de Martino”, che celebra le due decadi del festival InCanto. Restando nell’alveo del canto sociale, vi presentiamo “L’Italia in Lungo e in Largo”, il nuovo disco antologico di Giovanna Marini e Francesca Breschi. Ci trasferiamo, poi, sull’Appennino Calabro-Lucano per parlarve di “In Utro”, album del sestetto Pascolo Abusivo. Spazio al folk-elettrico arrembante degli scozzesi Saor Patrol (“Outlander”) e al cantautore americano Bocephus King & Orchestra Familia (“The Illusion Of Permanence”). Dai dischi al palco del Summer Festival di Brescia, per raccontarvi di un Van Morrison in splendida forma, e poi ci spostiamo in Toscana sulle colline pistoiesi per presentarvi la prima edizione del Quarrata Folk Festival, con l’intervista al direttore artistico Riccardo Tesi. Le letture della settimana ci portano a Genova, con due pregevoli pubblicazioni dedicate alla scena musicale della città de La Lanterna, edite dal Gruppo Carige: si tratta di “Genova e Il Jazz” e di “Genova e la Canzone d’autore”. Chiude il numero il Taglio basso di Rigo ci porta a New Orleans per il disco di debutto dei The Deslondes.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


VIAGGIO IN ITALIA
WORLD MUSIC
I LUOGHI DELLA MUSICA
LETTURE
TAGLIO BASSO

L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Vent’anni di musica all’Istituto Ernesto De Martino: Intervista con Stefano Arrighetti

Fondato nel 1966 per iniziativa di Gianni Bosio e Alberto Mario Cirese, l’Istituto Ernesto De Martino è uno dei principali centri italiani per la ricerca, la documentazione, e la conservazione dei materiali culturali politici e di vita del mondo popolare e proletario. Nell’arco di quasi cinquant’anni di attività il suo archivio si è arricchito costantemente non solo dal punto di vista musicale con preziosi documenti e registrazioni, ma anche con la costituzione di una ricca biblioteca, e di una videoteca. Parallelamente alle attività di ricerca ed archivistica, l’Istituto Ernesto De Martino, negl’anni ha portato avanti con grande coraggio anche l’importante rassegna InCanto, dedicata al canto di tradizione orale e di nuova espressività, nel corso della quale si sono tenuti centinaia di concerti e spettacoli. Per celebrare la ventesima edizione di questa rassegna, l’Istituto Ernesto De Martino ha dato alle stampe un triplo disco antologico dal vivo che raccoglie cinquantadue brani registrati dal vivo che rappresentano una preziosa testimonianza per la valorizzazione non solo canzone popolare oggi, il canto sociale e di protesta, ma anche la canzone d’autore impegnata. Abbiamo intervistato Stefano Arrighetti, presidente dell’Istituto Ernesto De Martino, per farci illustrare questo prezioso documento sonoro e per approfondire insieme a lui le tante attività di questa importante istituzione italiana. 

Partiamo dal lontano. Ci può raccontare brevemente la storia dell’Istituto Ernesto De Martino?
Nel 1966 Gianni Bosio e Mario Cirese diedero vita all’Istituto Ernesto De Martino con lo scopo di cominciare a conservare i materiali provenienti dalle ricerche sul campo effettuate dagli artisti del Nuovo Canzoniere Italiano, nato nel 1962 come gruppo e come rivista. Sono ormai cinquant’anni che lavoriamo per la ricerca e la riproposta del canto popolare e del canto sociale di protesta, ed oggi siamo un grande archivio sonoro e non solo, dedicato alla conoscenza critica e alla presenza alternativa del mondo popolare e proletario. Il mondo popolare è il soggetto e l’oggetto delle ricerche dell’Istituto, in tutte le sue forme. Abbiamo una grande discoteca, una libreria, un emeroteca, una collezione di manifesti. In maniera particolare le nostre attività sono rivolte alla musica e al canto inteso come espressione culturale e anche politica, come mezzo in cui le classi popolare descrivono la società e ne sognano una diversa.

Oltre alla conservazione della memoria popolare e della cultura altra siete anche un ente che fa costantemente cultura…
Lo scopo dell’Istituto è quello di ricercare, conservare e riproporre con ogni mezzo l’immenso patrimonio del canto sociale in Italia. La nostra attività pubblica si concretizza tanto attraverso concerti, feste e convegni quando anche con la pubblicazione di libri, dischi, riviste, tuttociò è parte integrante del nostro essere archivio. L’Archivio è il punto di partenza, ma diciamo che l’attività esterna ha la stessa valenza. L’una senza l’atra non esisterebbero.

Tra le tante attività esterne c’è la rassegna InCanto che giunge quest’anno alla sua ventesima edizione…
Il Festival InCanto nasce nel 1995 e per noi è un po’ la colonna sonora della seconda vita dell’Istituto Ernesto de Martino, da quando si trasferì da Milano a Sesto Fiorentino. InCanto ha accompagnato tutta la presenza dell’Istituto nella nuova sede. In questi vent’anni sono arrivati a Sesto moltissimi cantori popolari, cantautori, insomma tanta musica. Il triplo disco dal vivo che abbiamo appena dato alle stampe “Vivo! Vent’anni di musica all’Istituto Ernesto De Martino” ne è una solo una parziale testimonianza rispetto a quanti artisti si sono esibiti sul nostro palco.

Questo triplo disco ha però il pregio di abbracciare tutto il panorama del canto popolare e sociale italiano e non solo…
Il disco raccoglie le registrazioni di tutti quei gruppi che hanno fatto o fanno riferimento al nostro archivio o in qualche modo si sono sentiti vicini a questa nostra attività. All’Istituto proponiamo gli artisti che ci interessano ma anche quelli che sentiamo vicini, complici, solidali.

Com’è nata l’idea di realizzare questo disco celebrativo?
Non so se definirlo celebrativo. So che c’era la voglia e il desiderio di sentire e far conoscere il nostro lavoro di registrazione più o meno attenta di tutto quello che succede all’Istituto Ernesto De Martino dalle riunioni ai concerti. Quando abbiamo messo mani all’ascolto dei concerti, intanto abbiamo rincontrato persone che non ci sono più, ma anche tanti che ci sono ancora. E’ stato come rincontrarli fisicamente tutti, e in questo modo abbiamo tentato anche di dare una risposta ad un quesito che ogni tanto ci viene proposto sull’esistenza ancora oggi in Italia di una canzone popolare sia nella forma della riproposta sia nella forma nuova della canzone sociale di lotta. Il tentativo è stato quello di dare una risposta positiva a questa domanda, partendo non dagli artisti o dalle canzoni in senso stretto, ma da un luogo, ovvero il cortile dell’Istituto Ernesto De Martino, la nostra sede. E’ quello il luogo dove tutto questo viene cercato, ed è necessario far comprendere come non sia una storia legata al passato, piuttosto sia una storia che parla dell’Italia di oggi, del mondo di oggi, e varrà anche per domani.

Dalla sua prospettiva, che senso ha riproporre ancora oggi canti come “L’Internazionale” di Fortini?
“L’Internazionale”, come altre canzoni è un documento e solo per questo ha senso cantarla. Questa è la prima risposta che sarebbe già esaustiva provenendo dal presidente dell’Istituto Ernesto De Martino. L’altra è più che altro una speranza, o meglio un motivo politico. Durante il nostro festival siamo soliti utilizzare come scenografia uno striscione con scritto “Nostra patria è il mondo intero”. E’ un riferimento esplicito non solo alla canzone di Pietro Gori, ma anche al nostro internazionalismo, al nostro sentirci figli del mondo. Per quello che riguarda in particolare “L’Internazionale” la speranza è che accada ciò che è avvenuto per “Bella Ciao”, che improvvisamente è diventata la colonna sonora della vittoria di Tzipras in Grecia, per non parlare del fatto che è stata cantata durante le proteste in Turchia e anche durante Primavera Araba in Tunisia. La storia non è mai scritta una volta per tutte. E speriamo torni di moda anche “L’Internazionale” nella versione di Fortini.

Proprio durante l’ultima edizione di InCanto avete ospitato la presentazione del riallestimento di “Bella Ciao” di Riccardo Tesi…
All’Istituto abbiamo presentato il disco con un piccolo corollario musicale. Personalmente ho assistito e sostenuto la presentazione del nuovo “Bella Ciao”, perché è uno spettacolo che a me piace molto, per altro i protagonisti di questa nuova edizione sono tra i protagonisti della musica folk e popolare in Italia. Credo che la forza di questo riallestimento risieda nella capacità di riproporre continuamente canzoni che sembrano antiche ad un pubblico di generazioni molto diverse. Io penso che la musica popolare sia sempre contemporanea, perché parla sempre all’oggi e di oggi. Il riallestimento di “Bella Ciao” ha colto perfettamente questo obiettivo non solo nella riattualizzazione musicale, nelle modalità in cui viene presentato.

Quali sono attualmente le attività in cui è impegnato l’Istituto Ernesto De Martino?
Grazie ad un contributo della Regione Toscana stiamo lavorando ormai dall’inizio dell’anno ad un progetto che si chiama Voci, Canti e Suoni della Resistenza, dedicato al Settantesimo anniversario della Liberazione dove cerchiamo di raccogliere il lavoro anche di altre istituzioni sparse nella Toscana per fare un po’ il punto di quello che sono lo stato dei materiali degli archivi sonori dedicati alla Resistenza. E’ un tentativo di mettere in rete testimonianze e voci di questo periodo storico fondamentale per la storia della nostra nazione. 

L’Istituto è un punto di riferimento sul territorio, aperto anche a chi vuole accedere per motivi di studio al vostro archivio…
L’Istituto è aperto tutti i giorni il pomeriggio e la consultazione del materiale è libera a condizione che ci si iscriva e prenda la tessera della nostra associazione. Sul sito www.iedm.it ci sono tutte le indicazioni per iscriversi all’Istituto e alla nostra newsletter. Abbiamo un registro delle presenze, e lo scorso anno sono arrivate nella nostra sede settanta persone, in particolare studenti che hanno utilizzato il nostro archivio per tesi di laurea e dottorato, ma anche professionisti impegnati nella produzione di un proprio lavoro sia esso un film, un libro o un disco. Vengono all’Istituto perché qui trovano del materiale in alcuni casi che abbiamo solo noi, e che è utile alle loro ricerche e i loro studi e anche per il loro lavori. L’anno scorso sono usciti anche alcuni film nelle sale a cui abbiamo collaborato alla colonna sonora. 

Quali sono le vostre attività di pubblicistica?
Ogni anno pubblichiamo un numero unico della nostra rivista “Il De Martino, quest’anno siamo purtroppo un po’ in ritardo. Si tratta di un numero dedicato interamente al Settantesimo Anniversario della Resistenza, e riguarderà in particolare le ricerche su questo argomento nell’epoca del digitale. Per la prima volta la rivista uscirà con una veste grafica differente ed anche con allegato un dvd di quattro ore in cui si mescolano musica e testimonianze di partigiani della Lunigiana, in quanto abbiamo realizzato questo numero con la collaborazione degli Archivi della Resistenza di Fosdinovo, associazione con cui collaboriamo da diversi anni. 

Parallelamente a “Vivo! Vent’anni di musica all’Istituto Ernesto De Martino” avete pubblicato un altro disco antologico in collaborazione con AlaBianca…
Il disco realizzato con AlaBianca si inserisce nelle celebrazioni per il Settantesimo Anniversario della Resistenza e vi abbiamo inserito quaranta canti partigiani cantati dai protagonisti, accompagnandoli con i disegni di giovani dal 15 ai 35 anni, selezionati attraverso un concorso partito lo scorso natale su Internet, dove chiedevamo ai giovani disegnatori di illustrare uno di questi quaranta canti. Il risultato è un disco molto bello con un libretto altrettanto affascinante. Proprio in questi giorni i disegni sono esposti all’ingresso di Villa San Lorenzo, sede dell’Istituto Ernesto De Martino. E’, inoltre, in preparazione un libro più due cd con i canti della Prima Guerra Mondiale, a cura di Cesare Bermani e Antonella De Palma 

Concludendo, quali sono i ricercatori che collaborano attivamente alle attività dell’Istituto Ernesto De Martino?
Innanzituttto i già citati Antonella De Palma, Cesare Bermani. Abbiamo poi un legame stretto anche con altre associazioni come il Circolo Gianni Bosio, con  Alessandro Portelli, e Sara Modigliani, con la Lega di Cultura di Piàdena con Gianfranco Azzali e Giuseppe Morandi, grande fotografo e autore cinematografico. Filippo Colombara che è invece il direttore della nostra rivista. In generale i rapporti che riusciamo ad avere con molti gruppi a cominciare dai cori, dalle corali che negli ultimi anni è il fenomeno che ha accompagnato anche dal punto di vista quantitativo la divulgazione diffusione del canto popolare e di tradizione e il canto di protesta. Sono sorti in tutta italia da Milano a Firenze a Bologna a Roma, a genovan cori che hanno un repertorio fatto solamente di questi canti e questi cori spesso transitano all’Isttuto.


Artisti Vari - Vivo! Vent’anni di musica all’Istituto Ernesto De Martino (Istituto Ernesto De Martino/Materiali Sonori, 2015)
Pubblicato in occasione della ventesima edizione della rassegna InCanto, che annualmente si tiene presso la sede dell’Istituto Ernesto De Martino a Sesto Fiorentino, “Vivo! Vent’anni di musica all’Istituto Ernesto De Martino” è un documento preziosissimo in quanto offre all’ascoltatore la possibilità di immergersi per un attimo nell’atmosfera che caratterizza i tantissimi concerti in programma annualmente, ed in parallelo offre un affresco dettagliato del continuum storico tra i canti della tradizione, i canti di lotta e di protesta, e la nuova canzone d’impegno sociale. Attraverso cinquantadue brani, registrati rigorosamente dal vivo, per oltre duecento minuti di musica si ha modo di toccare con mano il vibrante fermento culturale che da sempre anima la rassegna InCanto, in cui si rifletto la rigorosa opera di ricerca, documentazione e valorizzazione dell’Istituto Ernesto De Martino. Soffermarci nella descrizione minuziosa di ogni brano toglierebbe senza dubbio il piacere di immergersi nell’ascolto di questo triplo disco, ma non possiamo esimerci dal sottolineare la cura con cui è stato selezionato il materiale da inserire nella lunga ed affascinante tracklist. Durante l’ascolto si attraversa, infatti, in lungo ed in largo la nostra penisola dal Nord con i Lou Dalfin e Alberto Cesa, al Centro con Caterina Bueno, La Macina e Sara Modigliani, fino a giungere al Sud con Aramirè, E’ Zezi e i Tarantolati di Tricarico, per poi toccare la Sardegna con Peppino Marotto e il Coro di Orgosolo. Non manca, inoltre, ora uno sguardo verso il movimento della riproposta dei primi anni Sessanta con Ivan Della Mea, Paolo Pietrangeli, Gualtiero Bertelli, Giovanna Marini e Fausto Amodei, ora ancora una testimonianza del combat folk dei primi anni Novanta con i Gang, ora ancora verso il nuovo folk con Riccardo Tesi e Daniele Sepe. Il risultato è, dunque, un album di grande fascino, in cui da ogni brano si percepisce l’intensità e la magia di quei concerti, eventi unici e forse irripetibili, ma qui documentati a futura memoria, quasi fosse una lezione magistrale di storia contemporanea da conservare gelosamente.
E' possibile acquistare il disco effettuando un versamento di Euro 18,00 (comprese le spese di spedizione) mediante bollettino postale sul ccp n° 23726201 intestato a Istituto Ernesto de Martino; oppure un bonifico bancario a favore di Istituto Ernesto de Martino codice IBAN: IT52B0616038100000025068C00, dall'estero codice BIC SWIFT n° CRFIIT3FXXX. In entrambi i casi è necessario comunicare l'indirizzo postale esatto.

Salvatore Esposito