BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

BF-CHOICE: Francesco Benozzo, Fabio Bonvicini, Fratelli Mancuso – Un requiem laico

Canto e musiche seguono la via dell’accostamento di esperienze diverse: quattro strumentisti e cantori, il mondo appenninico e quello del canto mediterraneo dell’isola di Sicilia testimoniano con questo concerto-disco un incontra lungo trame della memoria in un luogo simbolo dell’Italia...

BF-CHOICE 2016: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Fratelli della Costa

Il compositore e trickster napoletano, abile nel mettere in moto imprevedibili cambiamenti nelle sue storie musicali, Daniele Sepe è diventato Capitan Capitone, bucaniere che si aggira al largo di Procida, sfoderando il suo sax insieme ad una ciurma di alcuni tra i giovani migliori della scena napoletana...

mercoledì 27 maggio 2015

Numero 205 del 27 Maggio 2015

Eccoci al nostro costante contributo settimanale alla diffusione di buona musica. “Blogfoolk” #205 si apre con le suggestioni di “Mirazh” del farlibe Duo, ovvero Giovanna Carone (voce) e Mirko Signorile (pianoforte). Per l’occasione abbiamo intervistato i due musicisti pugliesi per approfondire questo nuovo album che rinnova la loro collaborazione artistica.  Passiamo poi al Consigliato “Blogfoolk, che è il nuovo album del trio cipriota Monsieur Doumani (“Sikoses”). Li abbiamo raggiunti a Nicosia con la collaborazione di Konstantinos Kokologiannis. Dall’estremità orientale del Mediterraneo ci spostiamo in Valacchia per parlarvi del nuovo album dei Taraf de Haïdouks, intitolato “Of Lovers, Gamblers and Parachute Skirts” e del disco familiare del fisarmonicista della band di Clejani, Țagoi (“Bahto Delo Delo”). Torniamo in Italia, siamo nel nord-ovest occitano, da dove arrivano i Blu L’Azard al loro esordio con “Enfestar”. Alessio Surian, invece, ci porta nel cuore del Nijmegen Music Meeting, che si è tenuto nella città olandese dal 23 al 25 maggio: un reportage da leggere attentamente, perché ci sono un bel po’ di nomi delle musiche world da appuntare. Non meno puntuale è la ricognizione di Paolo Mercurio nelle musiche del mondo di EXPO 2015. Per le letture, dal nostro scaffale abbiamo selezionato “Un Toscano e L’Irlanda”, l’autobiografia di Massimo Giuntini, in cui il piper si racconta attraverso le tante rilevanti esperienze che hanno caratterizzato la sua carriera, dai Modena City Ramblers al set di “Gangs Of New York”. Vi proponiamo, poi, un focus sulla musica contemporanea con le molteplici suggestioni sonore di cui è portatore “Approdi. Avanguardie Musicali a Napoli – Volume I”, progetto discografico ideato dal compositore e musicologo Girolamo De Simone nel ventennale della factory culturale “Konsequenz”. Dulcis in fundo, il Taglio Basso di Rigo alle prese con “Mystery Glue” nuova uscita di Graham Parker & The Rumour.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


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L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Giovanna Carone e Mirko Signorile – Mirazh (Digressione Musica, 2014)

“Mirazh”: il viaggio immaginario di Giovanna Carone e Mirko Signorile

“Mirazh” è il titolo del nuovo album di Giovanna Carone e Mirko Signorile. Si tratta di un disco visionario, teso verso l’immaginazione, costruito sull’interazione e la selezione di temi non inusuali ma trattati in modo originale. Un disco dal quale emerge in modo netto lo sforzo compositivo, lo studio, l’approfondimento, un dialogo aperto volto a costruire un racconto cangiante, sebbene evidentemente ancorato a uno stile fluido e allo stesso tempo articolato. Che il duo ha fatto proprio e rielaborato seguendo un trasporto che emerge in ogni nota. Sul piano musicale è ricchissimo, così come l’organizzazione delle “voci” (che sono due: il canto di Giovanna Carone e il pianoforte di Mirko Signorile) risulta sempre inquadrata dentro una riflessione che chiama in causa molti riferimenti: la tradizione yiddish, l’improvvisazione jazz, la cultura musicale ed espressiva dell’Europa dell’est, la musica antica e quella contemporanea. Inoltre, come ci ragguagliano gli autori nelle note introduttive del booklet, il progetto è ispirato da due lavori letterari straordinari (“Le città invisibili” di Italo Calvino e “Il libro dei viaggi” di Beniamino di Tudela, quest’ultimo scritto nell’Alto Medioevo) e guidato dalla volontà di indagare una dimensione che non può essere semplicisticamente ricondotta al viaggio (per quanto sublimato nella letteratura e nelle riflessioni di autori straordinari del panorama internazionale). Ma piuttosto a una serie di elementi che lo connotano come un’esperienza necessaria, irrinunciabile: l’immaginazione, il confronto, l’apprendimento, l’esperienza, la ricongiunzione con il racconto, la narrazione, la parola e la musica, nelle loro forme più profonde ed evocative. Abbiamo raggiunto i due autori e abbiamo parlato di tutto questo, senza tralasciare le considerazioni più specifiche sulla musica e sulle canzoni che compongono “Mirazh”.

Facciamo un po’ di storia. Come nasce il vostro progetto di duo e in che modo “Mirazh” si differenzia dai vostri lavori precedenti.
Giovanna Carone e Mirko Signorile – Il nostro duo è nato nel 2009, intorno al primo progetto "Betam Soul"- l'anima del canto yiddish - sulla reinterpretazione -tra le altre- di molte canzoni di Mordechai Gebirtig, meraviglioso cantore della Cracovia ebraica. Questo lavoro è stato fortemente sollecitato da Marisa Romano, docente di lingua e letteratura Yiddish all'Università di Bari e cara amica da sempre. Nonostante fossimo della stessa città non ci conoscevamo e ognuno di noi veniva da percorsi musicali differenti. Il nostro incontro artistico è stato frutto di una bizzarra casualità e dalla prima prova si è creata una felice alchimia. Come spesso raccontiamo, il caso è diventato necessità e procedere nella nostra ricerca è stato naturale. Far Libe il nostro secondo progetto dal quale il duo prende il nome, ha avuto una diversa gestazione ed è nato dal desiderio di comporre più musica originale, sia in yiddish che in italiano, oltre che di aprirsi ad altre sollecitazioni musicali.  Le sei lingue utilizzate e la varietà della musica, dai canti sefarditi medievali al repertorio classico di Gabriel Faure passando per Elvis Costello, sono confluite come affluenti di un unico fiume nel tema dell’amore in tutte le sue declinazioni. In Far Libe è iniziata la nostra collaborazione con Luca Basso, autore stimato e amico. Dopo l’anima e il cuore, è arrivato il viaggio. Mirazh è forse un tentativo di ricomposizione e composizione dei pezzi del nostro percorso musicale e umano. La scelta di fermarsi sull'italiano e sullo yiddish, ormai fonte di ispirazione, è stata naturale e l'azzardo è stato immaginare, per noi, un percorso di sole canzoni e musiche originali. Con Luca e Marisa si è cercata una cornice, un filo, qualcosa che contenesse. Un percorso forse meno casuale che il nostro produttore Don Gino Samarelli di Digressione Music, ha accolto con l’entusiasmo di sempre.

Quali sono i riferimenti stilistici ai quali vi siete ispirati di più in questo lavoro?
Mirko Signorile – Non ci siamo mai dati alcun riferimento sia dal punto di vista filologico che da quello stilistico, perché è come se fossimo partiti da un foglio bianco. Ci siamo fatti guidare dalla nostra sensibilità, dalle emozioni che ci suscitava il suono delle parole, il loro significato profondo e le storie che erano racchiuse nei testi.

Voi lavorate insieme da alcuni anni, ma provenite da esperienze differenti. Come avete costruito il vostro “suono”? 
Giovanna Carone - Ognuno di noi ha portato il suo bagaglio-mondo di musica all’altro senza preclusioni e con grande curiosità e desiderio di gioco. Abbiamo la stessa formazione di pianoforte classico, lui -innamorato dello strumento- continua ad esplorarlo con coraggio e senza barriere stilistiche, io sono passata alla voce e ci ho trovato la danza che avevo perduto da bambina. Amo il recitar-cantando del 600 italiano, la madrigalistica o la liederistica francese e tedesca, mi sento a casa anche anche in una vocalità più popolare e melismatica.  Non sperimento molto intorno al suono della voce, ma cerco spontaneamente i tanti colori  della parola e lo yiddish, con la sua musicalità, mi ha aiutata a trovare una voce più mia.

Il duo può considerarsi una scelta stilistica e anche di rappresentazione, di linguaggio. Che valore ha questa rappresentazione che mette a fuoco pochi e necessari elementi in un mercato discografico caotico come quello contemporaneo?
Giovanna Carone e Mirko Signorile – Un pianoforte e una voce hanno in sé un grande potenziale sonoro e se si riesce a comunicare l’intesa poetica e giocosa, l’amore per ciò che si esegue e si tutela l’equilibrio fra le parti, la musica vince sempre. Il live è il nostro territorio d’elezione per questo motivo. Non siamo mai uguali, ma conserviamo l’equilibrio e il divertimento musicale fra noi, sempre.  Abbiamo anche immaginato collaborazioni con guest o  arrangiamenti più articolati con interventi di altri strumenti, ma la forza del duo ha sempre preso il sopravvento.
Giovanna Carone - Sul mercato caotico non ho molto da dire, mi sembra un po’ bulimico e sembra seguire con troppa insistenza il gusto del pubblico. Ma è anche vero che il pubblico è meno stupido di come lo si descrive e gli operatori del settore, agenti, produttori, giornalisti, hanno molta responsabilità in questo proporre sempre il già conosciuto. Dovrebbero provare a rischiare anche loro, così come rischiano gli artisti che sperimentano altro da ciò che il mercato chiede.

Sono molti gli aspetti che colpiscono dell’album, sia sul piano musicale che dei contenuti testuali. Qual è il procedimento più efficace da seguire per lavorare in due?
Giovanna Carone - Bella domanda! Mirazh mi sembra contenere opposti. La mia intenzione di lavorare a tavolino, per giunta a otto mani con gli autori dei testi, e l'inevitabile attitudine improvvisativa di Mirko. Si è partiti talvolta dalle suggestioni legate alla lettura di una delle città di Calvino, altre dalla musica composta da Mirko. Dopo tanti anni di lavoro insieme, riusciamo a trovare una direzione musicale in modo naturale. La mia voce si adatta alle ampie e liriche melodie di Mirko, e lui trova il suo spazio creativo senza grandi contrapposizioni. La costruzione delle canzoni è frutto anche di una grande fiducia reciproca. 

Mirko, come hai approcciato la scrittura musicale del disco?
Mirko Signorile – La mia scrittura nasce dalle sensazioni che mi da Giovanna, nel senso che non scrivo musica lasciandomi ispirare da altri elementi, ma penso alla sua voce, al percorso comune. Oltre ad essere colleghi, siamo prima di tutto amici, e questo porta ad una serie di condivisioni musicali e di pensiero che rientrano in modo molto naturale nella composizione. Le musiche di “Mirazh” nascono in modo molto libero seguendo queste ispirazioni. Alcuni brani sono nati indipendentemente dal testo e poi hanno trovato una  loro collocazione all’interno del disco.  In altri come Eufemia Bazar e Quando vedrai Despina, c’è stata un’idea testuale di base suggerita da Luca, su cui è stata costruita la musica. Abbiamo ripreso anche un paio di composizioni realizzate precedentemente per altri miei dischi, brani particolarmente amati da Giovanna che con Luca  e Marisa, ritrovando suggestioni di alcune città,  si sono trasformate in “Armilla” e “Shmaragden”. Dal punto di vista strumentale questi  brani sono già finiti quando incontrano i testi, testi dai quali vengono poi arricchiti. 

Sebbene i tratti dei brani siano netti, definiti, in tutto il racconto aleggia una visione del fantastico, del surreale. Il viaggio che rappresentate è legato al sogno, all’immaginario, all’indefinito? Se sì quanto incidono questi aspetti sul viaggio inteso come spostamento, come cambiamento?
Giovanna Carone - Non credo ci sia una direzione così netta. Come dicevo prima, ci sono opposti che si incontrano, sensibilità differenti che dialogano. Due anni fa, davanti al mare, con Marisa, mi sono ritrovata a parlare della vita come continui passaggi tra turbolenze, nei quali si rinnovano equilibri e ci si ricompone per poi perdersi nuovamente. Il mare ci ha portati al viaggio, allo scambio di cose, persone, profumi e sogni. Con Mirko volevamo da tempo cambiare direzione e Luca Basso ha trovato una cornice a queste suggestioni con “Le Città invisibili” di Calvino che sono insieme di tante cose, elementi fantastici e surreali, descrizione  di ciò che il viaggiatore vuole o non vuole vedere.  Con la musica poetica, sognante e immaginaria di Mirko siamo partiti senza meta apparente ma con il desiderio di andare Oltre ciò che avevamo fatto sino a quel momento. Il nome del cd, “Mirazh”, è arrivato alla fine del viaggio, ma era il nostro inizio e non lo sapevamo.

“Mirazh” è anche un racconto che sviluppa dei temi riconducibili ad alcuni argomenti specifici. Vi è Calvino con le “Le città invisibili”, Beniamino di Tudela con “Il libro dei viaggi” e vi è una serie di personaggi che tirano l’ascoltatore nei luoghi reali e fantastici di un viaggio che sembra necessario. Perché avete scelto questo tema che, inevitabilmente, determina anche il profilo delle composizioni raccolte nell’album?
Giovanna Carone - Mi accorgo che “Mirazh” sembra il frutto di un percorso molto pensato, ma noi lo abbiamo vissuto, pur nelle nostre diversità, come un cantiere in continua ridefinizione. Beniamino da Tudela e Marco Polo sono l’italiano e lo yiddish che dialogano, siamo io e Mirko in viaggio alla ricerca di altre sonorità, sono Marisa e Luca che si confrontano.” Mirazh” è anche un disco sul racconto, è un itinerario immaginario sulla capacità di suggestione della musica e della parola. Le città Invisibili e il Libro dei viaggi sono pre/testi intorno al mestiere dell’artista fabbricante di realtà irreali e inventore di luoghi.

“Oltre” è un brano profondo, allo stesso tempo delicato ed energico. Sia la musica che il testo riescono a sospendersi in uno spazio tra l’onirico e il descrittivo. Può essere inteso come la metafora che meglio rappresenta la condizione che avete voluto indagare?
Giovanna Carone - Forse sì. è stato il primo brano che Mirko ha composto e Luca lo ha fatto diventare l’inizio del viaggio anche dal punto di vista letterario. Mi accorgo rispondendo alle domande, delle felici coincidenze che si sono realizzate intorno a questo lavoro.
Mirko Signorile – Introdotta da un brano strumentale, “Oltre” è una specie di anticipazione. È una esortazione, un prendere per mano l’ascoltatore per portarlo con noi in questo viaggio immaginario. Immaginare non vuol dire pensare a qualcosa che non abbia senso ma piuttosto raggiungere luoghi che hanno qualcosa in più della materialità. 

Un altro brano molto suggestivo è la title track. Dal testo emergono immagini straordinarie (e la musica ne amplifica la suggestione), come quella del viaggio, ma anche il ritorno (che trasfigura ciò che si conosceva), la memoria, la riflessione, l’osservazione. Ma anche “luoghi” tipici di un racconto romanticamente “topografico”: base lunare, porto di mare, posti segreti, punti remoti. Il viaggio è un ciclo? Addirittura un ritorno? Una trasformazione?
Giovanna Carone - La title track finisce con una lunga e potente coda strumentale e il cd inizia con un delicato e breve intervento, solo strumentale. Vediamoci un ciclo, vediamoci un ritorno e/o una trasformazione. “ Sempre partire tanto viaggiare, è solo un tornare qui, dove non fosti mai” ci suggerisce Luca… E' l’orecchio di chi ascolta che decide, noi musicisti suggeriamo e spesso senza saperlo. Siamo tutti in cammino, non solo noi artisti. Mi piace pensare che l’arte di/segni i sentieri. Si cammina e ci si perde per tornare, per trovare, per caso, per necessità, per noia. La musica è un mezzo di trasporto fantastico.

Come si evolvono i brani di “Mirazh” in concerto?
Mirko Signorile – I brani sul palco sono sempre molto diversi rispetto alle versioni su disco, che è la fotografia di un momento, di un giorno, di un periodo. In concerto le cose cambiano. Le Canzoni non sono mai stravolte ma sempre arricchite da qualcosa di nuovo, si viaggia e si ritorna anche con i suoni.



Giovanna Carone e Mirko Signorile – Mirazh (Digressione Musica, 2014)
Il prologo migliore a “Mirazh”, il nuovo album di Giovanna Carone (voce) e Mirko Signorile (pianoforte), è quello con cui Luca Basso apre le note del booklet, ragguagliandoci su una sfumatura sottile. Che è anche una questione centrale del lavoro in questione: non si tratta di un disco sul viaggio, ma sul racconto, sulla suggestione, sull’immaginazione. E su tutto ciò che può derivarne, tenendo conto del caleidoscopio di immagini che evocano le dodici tracce che lo compongono e del fatto che tra le fonti che lo hanno ispirato vi sono “Le città invisibili” di Calvino e “Il libro dei viaggi” di Beniamino di Tudela (un viaggiatore ebreo quest’ultimo – probabilmente meno noto ai più – che, un centinaio d’anni prima di Marco Polo, ha intrapreso un viaggio in Oriente, compilando un diario che è stato tradotto in molte lingue e che ha rappresentato “una delle più vivide e famose rappresentazioni medievali del mondo orientale”). I due autori hanno il merito di essere riusciti, con equilibrio, compostezza ma anche molta passione ed empatia, a raccordare tutti i riflessi, dando una forma coerente a un racconto che, per i motivi che abbiamo riportato schematicamente poco sopra, si esponeva al rischio di essere ridondante, iconografico, addirittura retorico. Niente retorica, invece (“Aponim Fedora”). Sorpresa piuttosto: una sorta di alveare affollatissimo di corpi che si muovono, di luoghi che scorrono, di idee che si formano, appaiono, abbagliano e si ritirano nel flusso della musica e della voce (“Inseguendo Zobeide”). Perché se entriamo nel piano dell’esecuzione – della trasposizione in musica di tutta l’idea – di questo si tratta: di voce e pianoforte (“Eufemia Bazar”). E stiamo attenti fin da prima di ascoltarlo: “Mirazh” è veramente una visione (“Oltre”), perché nella misura in cui si appoggia (riguardo l’innesco e la strutturazione) sulle suggestioni dello spostamento, così come della metafora, o per meglio dire sull’impressione travolgente di un itinerario immaginato, assume il profilo di una doppia trasfigurazione. A quella legata all’immaginario e all’immaginato in fase progettuale, infatti, si aggiunge quella della traslazione in musica, della rappresentazione, della traduzione: insomma un’illusione dopo l’altra che definiscono il piacevole paradosso di una storia comprensibile, credibile perché incredibile, lanciata verso qualcosa che tutti percepiamo come possibile, plausibile. Creduta perché compresa nel nervo. Nel vortice che ci trasporta una volta presi dal “dialogo impossibile e inaudito tra un condottiero mongolo e un esploratore veneziano”, che è “il mistero di un’intesa sublime che attraversa le barriere culturali e linguistiche” (“Shmaragden”). Allora si può comprendere il meccanismo della scrittura musicale e dell’esecuzione, ricondotto a un confronto secco, basilare, nel quadro del quale due strumenti si guardano e ci dicono quello che c’è da sapere su questa esperienza. Che è racconto e immagine, forza e vuoto (“Tra le onde di sabbia e deserto/ sulla pista che va verso est/ dentro di te/ luci di magia sentimenti di vertigine/astronomia prosa e poesia/ voci di città sentimenti di vertigine”). Uno spazio in cui il buio avvolge e non disorienta, in cui agli incipit immaginifici del pianoforte orientano la voce piena e soffusa, decisa, tesa in una combinazione da cui grondano i luoghi e le storie. Con coerenza, con ritmo: come granelli di sabbia in una clessidra (“Vi a shpil: Ipazia”).


Daniele Cestellini

Monsieur Doumani - Sikoses (Monsieur Doumani, 2015)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

Ci siamo già occupati dei ciprioti Monsieur Doumani in occasione del loro debutto di lunga durata “Grippy Grappa” (prima c’era stato un EP di otto brani tradizionali), un album che ha ottenuto lusinghieri riscontri sia in patria che nel resto d’Europa, a tal punto che i Monsieur Doumani hanno ricevuto la nomination come “migliore band esordiente” del 2014 negli awards dell’autorevole periodo britannico “Songlines”. Il trio di Nicosia è composto da Antonis Antoniou (tzouras, voce, “manipolazione elettroacustica”), Angelos Ionas (chitarra, voce) e Demetris Yiasemides (flauto, trombone, voce). Anche se ciascun strumentista possiede un differente background musicale, tutti e tre sono stati influenzati dalla musica popolare cipriota. Come dicono loro stessi, si concentrano sulla rivisitazione delle canzoni tradizionali cipriote, cui aggiungono il loro colore e la loro sensibilità. I MD compongono anche canzoni in dialetto cipriota, si ispirano alla società isolana contemporanea, prendendo di mira questioni brucianti come la recente crisi finanziaria che ha colpito Cipro e la corruzione del sistema politico locale. Pur provenendo da una formazione musicale improntata a percorsi musicali popular, i tre non hanno mai trascurato la bellezza e l’unicità delle melodie tradizionali della loro terra. È questa la singolarità di Monsieur Doumani, che arricchiscono i canti tradizionali con arrangiamenti e ritmi nuovi, con un approccio fresco ed ardito, riuscendo a creare uno stile molto personale. Il loro secondo album s’intitola “Sikoses” (che significa '”Hai alzato” in greco, ma in dialetto cipriota corrisponde all’ultimo giorno di consumo di carne prima del periodo di Quaresima).
La metafora scelta da Monsieur Doumani evoca il passaggio dagli eccessi del passato alla continenza e la meditazione del presente. Quello carnevalesco è un tempo di mascherate, ma nelle canzoni dei Doumani, le maschere cadono, rivelando il vero volto ipocrita della società cipriota. La copertina di “Sikoses” è un montaggio di una vecchia foto scattata all’incirca negli anni ’30 del secolo scorso nel villaggio di Dali in cui tra gli abitanti compaiono anche Antonis, Angelos e Demetris. Costituito da tredici tracce, di cui dieci nuove composizioni ispirate alla tradizione locale, che nella cifra espressiva del trio diventano una riflessione sulla società contemporanea cipriota, e tre arrangiamenti di brani tradizionali. Nonostante il successo del loro debutto, i Monsieur Doumani hanno scelto di non seguire un sentiero protetto, ma sfidando se stessi, si avventurano in campi inesplorati, lavorando sulle voci, sulla sperimentazione di suoni elettronici e introducendo elementi provenienti da diversi stili musicali. «Ad essere onesti, non ci aspettavamo tanto successo con il primo disco. – sostiene Antonis Antoniou – Durante la registrazione avevamo la sensazione di star facendo qualcosa di bello, per il buon umore che ci circondava e per la volontà di produrre qualcosa di buono. Dopo aver visto la reazione molto positiva del pubblico a Cipro, abbiamo avuto la segreta speranza che l’album potesse avere spazio nel panorama musicale internazionale. Le tante recensioni positive e gli inviti a partecipare a festival internazionali sono state anche per noi piacevoli sorprese. 
Tutto ciò ci ha sicuramente riempito di fiducia e soddisfazione per quello che facciamo e ci ha spinti a continuare a creare. Non abbiamo sentito tanti commenti negativi o critiche del tutto negative, sebbene qualsiasi critica costruttiva sia naturalmente benvenuta». Con pubblico e stampa uniti nella favorevole accoglienza del primo album, il 2014 è stato un anno on the road per i Monsieur Doumani, ben inseriti nel circuito delle musiche del mondo. Continua Antonis: «Sì, la scorsa estate abbiamo avuto la fortuna di partecipare ad alcuni festival molto importanti come WOMAD nel Regno Unito, il Sommarschen in Svezia e il Telemarkfestivalen in Norvegia. Abbiamo creato amicizie con molte persone e siamo stati in grado di vedere dal vivo artisti molto importanti». Un inatteso successo che ha sollevato le aspettative del gruppo. «La corretta gestione di un successo non è sempre facile. C'è una dose di ansia a proposito delle reazioni del pubblico al nostro nuovo lavoro. Il secondo disco presenta molte differenze rispetto al primo, dato che la maggior parte dei pezzi sono nostre composizioni. Ci sono anche cambiamenti nel suono della band. Tuttavia siamo tutti i tre ben consapevoli di ciò che facciamo e di che effetto vogliamo suscitare». I testi entrano nelle questioni sociali e politiche del Paese, pur conservando sempre quell’ironia, che è evidentemente una delle principali caratteristiche della band.
Ciò, in combinazione con la loro popolarità, rende il gruppo una voce e vitale nell’isola, attiva contro la corruzione, l’ingiustizia sociale, la discriminazione di classe e il razzismo. Continua Antonios: «La maggior parte dei pezzi sono nostre composizioni influenzate dalla situazione socio-politica di Cipro, ma, musicalmente, abbiamo inserito riferimenti provenienti da altre regioni del mondo, come l’Italia meridionale, la Scandinavia, i Balcani e l’Africa occidentale. Quello che volevamo fare era di andare un passo avanti e nonostante il successo del primo album, non volevamo seguire la stessa ricetta». Della scena musicale di Cipro non si conosce molto, come la giudicano i Mounsier Doumani dal loro punto di osservazione? «Negli ultimi anni vengono alla ribalta sempre più band, che propongono interessanti produzioni discografiche. Alcuni gruppi scrivono e presentano proprio materiale, il che è significativo in una scena musicale dove la maggior parte dei gruppi sono tribute band». Quali le aspettative dei Monsieur Doumani? «Come priorità c’è la promozione dal vivo del disco a Cipro, ma in programma abbiamo un tour in Gran Bretagna a inizio giugno, dove presenteremo il nostro nuovo materiale in occasione di importanti festival come i Songlines Encounters Festival di Londra e il Wychwood Festival di Cheltenham. Non abbiamo alcun sogno specifico o grandi ambizioni. Quello che vorremo in questo momento è vedere il nostro secondo album andare bene e il mondo che lo “abbraccia”, come è accaduto con il primo disco».
La vispa combinazione di liuto, chitarra e trombone apre “Gong”. I cambi di passo dominano in “Ο Chliaros”, una canzone che ironizza su chi a parole è pieno di sé, ma incapace di realizzare qualcosa di serio, solo di prendersela con gli altri, mentre l’incontro tra acustica ed elettronica prevale in “I valitsa” (“La valigia”), mettendo in scena tutto ardore inventivo della band. La pregevole “Sikoses” è la rielaborazione di una vigorosa melodia popolare con armonie vocali in tre parti, in cui il trio inserisce trombone e frasi taglienti di tzouras. I testi mordaci parlano di “sicofanti e zombie che complottano per tutta la giornata e bevono sangue caldo dal tramonto all'alba “. Dalle atmosfere folk-prog anni ’70 che trapelano negli svolazzi di flauto in “To raftin” (più o meno significa “Un pestaggio”, nel senso di qualcosa o qualcuno percosso con un bastone. «Ognuno di noi fa le cose per evitare di vedere la verità e andare in profondità, ma la verità ci insegue sempre e ci colpisce. Non saremo mai in grado di fuggirla. Quindi, meglio cambiare stile di vita e vivere in modo più reale», spiega Antoniou), si passa a “Etsi thelei to kattin” (“Ecco cosa vuole il gattino”, che è un’espressione cipriota che significa più o meno: “Così vanno le cose”, ed è comunemente usata per indicare la futilità nel cercare di rispondere a ciò che non sembra avere alcun significato), un’altra canzone satirica, con liriche di Marios Epaminondas, un commento alle discriminazioni sociali nell’isola.
Negli oltre sette minuti della canzone tradizionale “I Mavrommata” (“Fanciulla dagli occhi neri”) si avverte tutto l’appeal e la potenza d’insieme del trio nell’amalgama tra l’incipit corale, lo tzouras slide di Antonis, i fascinosi fraseggi di flauto di Demetris e il canto accorato di Angelos. Non mancano le sferzate neppure in “Tous frenimous kriniskoun oi pelloi” (“Giudizio dissonante”), componimento del celebre poeta cipriota Dimitris Liperti (1866-1937). Seguono i richiami balcanici di “Oi popaies” (il riferimento del titolo è a “Popeye the Sailor Man”, l’eroe dei cartoon), una canzone anti-razzista che prende in giro destrorsi e fascisti che si allenano nelle palestre e organizzano bande che picchiano i migranti. Arriva, poi, l’unico strumentale, “Mandra”, una danza tradizionale arrangiata magnificamente. Si cambia completamente ambientazione sonora nella mutante “To vyzin to palazin”, firmata dall’ospite Symi Soukiouroglou, che ne è anche voce principale. Ha un sapore mediorientale la delicata “Ora kali”, laddove il finale è per la bonus track minimalista, “Mitsikourin”, interpretata dalla partner di Antoniou, la cantante Efthymia Alphas. Bentornati. www.monsieurdoumani.com 



Konstantinos Kokologiannis e Ciro De Rosa

Taraf de Haidouks - Of Lovers, Gamblers and Parachute Skirts (Crammed Discs/Materiali Sonori, 2015)

I Taraf de Haidouks rappresentano più di tutti l’epopea non tanto della musica e dei musicisti di origine rom (lo troveremmo tutti scontato), ma piuttosto di un modo preciso di fare la musica. Di viverla, perché nella loro produzione espressiva c’è il pragmatismo del suono che si è imparato suonando. C’è la corporeità trasfigurata in suono stratificato e compatto, sempre al massimo del volume (al massimo delle altezze, si potrebbe anche dire)e l’impasto indelebile tra le mani, le braccia, le pance e gli strumenti. Una corporeità che spinge la musica di questo ensemble così paradossalmente numeroso ed elastico, vecchio, rigenerato, a livelli inconciliabili con un’esecuzione e un ascolto passivi. Il nuovo album di questa banda della post-Communist era (come la si definisce da qualche parte in rete), originaria di Clejani, un paesino della regione di Vlaşca in Romania (siamo a qualche decina di chilometri a sud di Bucarest), ha il titolo piacevolmente contorto “Of Lovers, Gamblers and Parachute Skirts” ed è stato prodotto dalla belga Crammed Discs. Arriva per celebrare i venticinque anni di carriera onorata (qualcuno direbbe il contrario, cioè disonorata carriera, e ai Taraf non credo dispiacerebbe, visto l’antidivismo che li caratterizza, nonostante il grande successo internazionale e gli straordinari apprezzamenti da parte di nomi aulici del panorama artistico e musicale internazionale, come Kronos Quartet, Pina Baush, Yehudi Menuhin) e non delude le attese: vi sono tanti brani (sono quattordici e sono tutti trascinanti, anche le ballate più lente, come “Cold snowball”), tanti strumenti (violini, fisarmoniche, contrabbasso, fiati, cymbalon, violoncello), tanta “lautari music” (i lautari erano i musicisti tradizionali rom), un filo diretto con il paesaggio sonoro più tradizionale che i componenti del gruppo (gli anziani ma anche i giovani che sono subentrati negli ultimi anni) hanno sempre avuto nelle orecchie (“Balalau from Bucharest”). Come ha ragionevolmente notato più di un osservatore, anche sul piano della gestione e del rinnovo della formazione i Taraf si configurano come originali. Alcuni dei fondatori dell’ensemble sono scomparsi e sono stati sostituiti dai figli (come nel caso di Gheorghe Manole, figlio di Ion Manole) e, in altri casi, sono stati sostituiti da musicisti che gravitavano nel mondo della band (come , ad esempio, il clarinettista bulgaro Filip Simeonov, che aveva partecipato alle session di registrazione di “Band of Gypsies” del 2001). “Of Lovers, Gamblers and Parachute Skirts” è interessante anche per questo, per il fatto cioè che è il risultato della convergenza di molti musicisti che interpretano lo stile ormai tipico dei Taraf secondo sensibilità differenti e in relazione a formazioni e percorsi individuali. In generale, ciò che emerge dall’album fa ancora riferimento all’orizzonte privilegiato dalla band romena (non dimentichiamo che tra i dischi più interessanti prodotti dal 1991 – anno del debutto con “Musique des Tsiganes de Roumanic” – vi è anche “Maskarada”, lavoro del 2007 nel quale compaiono elaborazioni di Bela Bartok, Aram Khachaturian e Isaac Albeniz). Si tratta di musica voluminosa, frenetica, sempre piena, inquadrata in un insieme di elementi eterogenei ma formalmente e concettualmente legati insieme. “Armonizzati” da un andamento che si definisce prima di tutto con il ritmo continuo e zoppo, sempre sostenuto dal battito del contrabbasso e da qualche latta, cassa, bordo percosso (“Clejani love song”). In molti casi è la linea vocale che trascina tutti gli strumenti, anche quando il prologo può sembrare determinante del flusso musicale che si sviluppa nel brano (“The high balcony in Cioplan”). In termini generali, ogni brano si caratterizza per l’interpretazione musicale, soprattutto perché nei prologhi e nei finali, ma soprattutto negli intermezzi, i Taraf riescono a convogliare il massimo della loro espressività (tutta performativa). In questo senso “No snow, no rain” rappresenta l’apice dell’irriverenza formale della band. È un brano lento e veloce, inafferrabile sul piano armonico, nel quale il basso tira giù tutti gli altri strumenti con cadenza regolare e pesante a ogni beat. La voce si allunga su un flusso strumentale dai tratti estemporanei, nel quale si sovrappongono varie linee melodiche (fisarmoniche, fiati), fino a quando, nella seconda parte del brano, il violino riprende l’atmosfera che nel prologo aveva solo accennato, scoppiando in una melodia rauca, grave e dissonante. 


Daniele Cestellini 


Țagoi – Bahto Delo Delo (LM Duplication, 2015) 
È targato Clejani questo disco del combo messo su da Marin “Țagoi” Sandu, figlio del compianto Nicolae Neacșu, che dei Taraful Haiducilor era stato uno dei fondatori. Marin, anch’egli pezzo da novanta dei Taraf, ha imbracciato il violino all’età di otto anni, per poi preferire i tasti del mantice all’archetto, diventando un funambolo della fisarmonica, un mattatore nelle occasioni festive comunitarie. A 64 anni, Țagoi debutta con un disco a suo nome, fatto in casa (in tutti i sensi), che coinvolge la sua famiglia allargata: Ninel Basaru (cimbalom), Vasile “Sile” Neacșu (contrabbasso) e Ştefane Sandu (fisarmonica, darbuka). L’album è stato realizzato per l’etichetta di Jeremy Barnes e Heather Trost (leggasi gli A Hawk and a Hacksaw), per la produzione del musicista e film maker Ehsan Ghoreis. Prorompente musica lautaresca dalla spiccata fisicità, forte delle asimmetrie ritmiche balcaniche e delle ornamentazioni melodiche romani, debordante sotto la spinta propulsiva di un contrabbasso le cui corde sono strappate e percosse a più non posso, di uno spericolato salterio e della carica vorticosa della fisarmonica del maestro. Si pesca nel patrimonio tradizionale romeno con straripante vitalità, tra danze (“Horă mare”, “Horă del la Babele”/ “Sîrbă del la bolintin”), celebri canzoni per la voce Țagoi di (“Dragostea de la Clejani” e “Doamne pe pamantul tau”), gli strumenti lanciati a rotta di collo (“Cuculeţù de la Clejani”), il vertiginoso virtuosistico solismo di Țagoi (“Bibiliça”) e la robusta improvvisazione del giovane Ştefane (“Improvisaţie Ştefane”). In romanes, “Bahto Delo Delo” significa “Che Dio ti dia fortuna”, è ciò che auguriamo a questa magnifica band Valacca. 


Ciro De Rosa

Blu L’Azard – Enfestar (Chambra d'Òc, 2014)

“Il ballo cantato” o il “ballare cantando”, ovvero il danzare sulla voce degli stessi partecipanti al ballo è attestato in Europa sin dal Medioevo e dal Rinascimento, ed in particolare questa pratica coreutica è stata documentata nelle regioni di lingua occitana e francoprovenzale fino allo scoppio della Grande Guerra. Andando più a fondo, però, si potrà notare come sia rimasto intatto un continuum storico fino a giorni nostri, in quanto tale uso è riscontrabile nei girotondi o nelle filastrocche dei bambini. Da queste considerazioni ha preso forma il progetto “Dançar a la chantarèla”/”Balà an chantant” (in occitano il primo, in francoprovenzale il secondo), portato avanti dai Blu L’Azard, quartetto proveniente dalle valli occitane italiane composto da Peyre Anghilante, dalla Val Maira e Val Varaita (voce e fisarmonica), Flavio Giacchero, dalle Valli di Lanzo (voce, clarinetto basso, sax soprano, cornamuse), Marzia Rey, dalla Valle di Susa (voce, violino) e Pierluigi Ubaudi, dalle Valli di Lanzo (voce, flicorno baritono, oggetti sonori). A coronamento di un lungo rodaggio dal vivo con concerti, finalizzati alla riscoperta del “ballo cantato”, il gruppo occitano ha dato alle stampe “Enfestar”, disco prodotto da Chambra d’Òc e finanziato dalla Regione Piemonte con i fondi della legge regionale per la diffusione della lingua e della cultura occitana e francoprovenzale. Il gruppo occitano ha cristallizzato il proprio lavoro di ricerca e di rielaborazione dei materiali tradizionali, partendo dalla costante ricerca di sonorità nuove che superassero in qualche modo gli stilemi standardizzati della musica tradizionale delle valli occitane. Più in particolare i Blu L’Azard hanno cercato di esaltare la dimensione improvvisativa della musica occitana, riscoprendo le tante variazioni che possono nasce dall’esecuzione di un brano, e tutto ciò ha contribuito in modo determinante a caratterizzare la loro cifra stilistica. In questo senso, particolarmente calzante ci sembra anche la scelta di riportare nel libretto, quasi fosse una sorta di manifesto artistico, una citazione del compositore ed etnomusicologo Constantin Brăiloiu (1893-1958) in chi afferma che nella musica popolare creazione e interpretazione si confondono ovvero che, nel rispetto delle regole esecutive funzionale al ballo, c'è molta creatività. Di taglio programmatico è poi anche il titolo del disco che in occitano arcaico vuol dire non solo rallegrarsi, ma anche portare la festa, e in una accezione metaforica potremmo dire che il gruppo occitano ha colto nel segno pervadendo di suoni nuovi la tradizione. Quasi fosse una sorta di concept album, il disco raccoglie ventiquattro brani che nel loro insieme compongono una narrazione unitaria in cui si intrecciano le storie narrate nei canti e paesaggi sonori fatti di suoni, dialoghi, feste, animali, e racconti, fino ad un finale tutto da scoprire. L’ascolto ci conduce attraverso filastrocche ora in francoprovenzale (“Bella t’è bella) ora in occitano (“Cese Bequin”), ci regala un sorprendente “Gigo” della Val Varaita interpretato per sole voci, ma anche brani di nuova composizione come il circolo circassiano “Ele nebbies d’andin”, la courenta “Lhi sonaires”, la polka “Maria bela” e l’ironica e surreale “Te te rat”, fino a toccare vere perle come la bourrée “Demeisèla” raccolta da Julien Tiersot alla fine dell'Ottocento, e il rondeau “L’auriòu qu’a ‘nau plumentas”. Altre gustose sorprese arrivano dal “cantar Martina” riletto su tempo di valzer “Martina ‘d Mizinì”, proveniente dalle Valli di Lanzo, dalla suite di bourrées “Mon père a tué un loup/encinte sans l’avoir senti” e da quel gioiello che è la filastrocca “Tiqquele miqquele” con le voci che si sposano in modo perfetto con la tessitura musicale in cui brillano i fiati e la fisarmonica. Le due suite di congòs per voci e cornamuse “Congòs de Vèrt”, e di courente della Valle di Viù “El fasinne courne”, insieme al tradizionale “Jambreina” suggellano un disco prezioso che non solo ha il pregio di gettare nuova luce sulle forme coreutiche dell’area occitana italiana, ma ci svela uno dei gruppi più interessanti della scena musicale piemontese. 


Salvatore Esposito

Music Meeting, Nijmegen, 23-25 Maggio 2015

Immerso nel verde del Park Brakkenstein di Nijmegen, un po’ in disparte rispetto ai due podi principali, il palco “Mezzo” ospita la Lounge “Mixed Media” della 31a edizione del Music Meeting: i musicisti ci vengono per una jam e per incontrare il pubblico e scambiare parole e musica in modo informale. Quest’anno il festival ha scelto di aprire qui il programma il 23 maggio pomeriggio offrendo ai musicisti e al pubblico sei pianoforti e una composizione scritta appositamente da Michiel Braam: “SixtyFingers”, suonata con Timo Schieber, Daniël van der Duim, Koen Gijsman, Hiek Sparreboom, Sjors Braam e lo stesso Michiel Braam. Un modo per celebrare la musica all’aria aperta e negli spazi pubblici: per l’occasione il festival ha ospitato il piano che di solito viene messo a disposizione nella stazione ferroviaria, dipinto da un artista congolese. Dal Congo viene anche il primo ospite della Lounge, Placide Nyenyezi Ntole, attivista per i diritti umani, in particolare quelli dei bambini e delle bambine nate da stupri. Per tre mesi è ospite a Nijmegen, una delle “shelter city” olandesi insieme a Den Haag (L’Aja) e a Middelburg, le città che esplicitamente si definiscono solidali con i perseguitati e i rifugiati. Fra i tanti stand presenti al festival, il giallo di quello di Amnesty è dedicato alla petizione e alle azioni per fermare la strage dei migranti che cercano di raggiungere l’Europa. 
Un tema ripreso al balzo da Mauro Durante che, aprendo le danze col Canzoniere Grecanico Salentino, con “Sola andata” ha richiamato l’attenzione di tutti sui drammi che oggi attraversano il Mediterraneo. Se il testo di Erri De Luca non può arrivare a tutti, la musica arriva – eccome! – e commuove. Più di qualcuno, comprando il nuovo cd, si assicura che sia fra le tracce di “Quaranta”. Così come Fatumata Diawara, a Nijmegen col gruppo maliano-cubano condiviso con Roberto Fonseca, non manca di far sentire il suo dolore per chi muore nel tentativo di lasciare l’Africa e canta forte il nome di Mandela e la speranza di una nuova alba per il continente e per l’emancipazione della donna. Asse cubano-africano anche per il riuscito progetto del bassista senegalese Alune Wade e del pianista habanero, ma francese per parte di madre, Harold Lopez-Nussa. Oggi, a metà dei suoi trent’anni, il senegalese Alune Wade ha voluto dedicare la musica del quintetto, e del cd “Havana-Paris-Dakar”, alle composizioni che negli anni Sessanta del secolo scorso riportavano a casa i nuovi ritmi afro-cubani celebrando l’indipendenza dei Paesi dell’Africa Centrale e Occidentale; un gruppo che dal vivo sa trasmettere sia lo spiccato gusto melodico dei due leader, sia un travolgente interplay in tensione fra musica da ballo e improvvisazione, i due tratti distintivi del Music Meeting. 
Non a caso il gruppo che chiuderà le danze sul palco all’aperto (“Mondo”) è guidato da Hailu Mergia, tornato con energia a proporre quel repertorio di musiche etiopi che sa strabiliare in versione orchestrale, ma non è meno efficace se proposto con due improvvisatori del calibro di Tony Buck e Mike Majkowski. Impossibile dar conto qui di tutti i gruppi, anzi, in alcuni casi supergruppi: dai progetti ad alto volume del batterista Mark Guiliana, Beat Music e Mehliana, con Brad Mehldau, all’ottetto compatto e contundente guidato da Steve Lehman, protagonista anche da solo di variazioni su melodie di Coltrane nella lounge. Molto seguiti, e a ragione i due nuovi progetti discografici dalla Mauritania e da Kinshasa. Noura Mint Seymali rinverdisce in quartetto la tradizione coltivata nella sua famiglia da Dimi Mint Abba, mentre l’etichetta discografica World Circuit prende una nuova direzione con il rock acido ed elettrico dei Mbongwana Star, risorti sulle ceneri degli Staff Benda Bilili. Decisamente in forma i veterani: dal Bamba Wassoulou Groove, guidati da Bamba Dembelé, che hanno presentato “Farima” (Label Bleu), ai Tinariwen col repertorio di “Emmar”, ai Pupy y Los Que Son Son, protagonisti dell’Afro-Latin Night di domenica (in cui rivaleggiavano con Timbazo), guidati dal piano di Cesar de las Mercedes Pedroso Fernandez, già anima dei Los Van Van. 
Ma a trascinare letteralmente il pubblico è stato il quintetto di Daniel Waro, un impasto di percussioni e voci guidato dalla Maloya de La Réunion che sa far muovere e cantare chiunque sia presente. Molto comunicativa anche la Jones Family, primo gruppo gospel ad essere ospitato al Meeting, sentire per credere “The Spirit Speaks”, prodotto da Jim Eno. Una spiritualità solare che attraversa anche le melodie e i ritmi sufi degli indiani Barmer Boys, tre spettacolari individualità guidate dalla voce e dal harmonium di Manga Mangery Khan, ma ancor più un coeso messaggio musical-spirituale. All’arte del trio è dedicato anche l’ultimo lavoro e l’oud di Driss El Maloumi, lo splendido “Makan”, un modo per ritrovare uno spazio “familiare”, dalle parti di Agadir, dopo tanti viaggi e collaborazioni, qui in compagnia del fratello Said e di Houcine Baqir alle percussioni: oltre dieci anni di collaborazione si manifestano in perfette dinamiche di volume e intese ritmiche all’interno di un repertorio che con naturalezza sa passare dalla tradizione a nuovi orizzonti improvvisativi: un po’ come il Meeting. 


Alessio Surian

EXPO 2015, la Musica e l’Albero della Vita

La visita a Expo Milano è di stimolo per i sensi, per il confronto fra popolazioni, culture e gusti. Expo è vasta, ci si perde, ma sempre con l’impressione di sentirsi cittadini del mondo, figli di una stessa Terra che dovremmo avere il dovere di valorizzare e salvaguardare nel segno della biodiversità. Gli eventi musicali milanesi sono numerosi (e non solo all’Esposizione), spesso concomitanti in Padiglioni tra loro distanti. Non si può ascoltare tutto. Alcuni eventi sono adeguatamente reclamizzati, altri poco, soprattutto quelli riferiti ai singoli Padiglioni, dove è possibile assistere a performances estemporanee o dj-set. Solo a “The Waterstone” il palinsesto prevede circa 250 eventi, il primo iniziato con un concerto di Enrico Rava. Il 23 maggio, si è esibito il pianista romano Antonio Faraò; il giorno successivo è stato programmato “Piano Twelve”, per dodici pianoforti a coda, con musiche (arrangiate) che spaziano dal Barocco ai generi moderni. Durante il continuo peregrinare tra stand e Padiglioni, il visitatore è immerso in un flusso ininterrotto di suoni e immagini, seguendo un percorso musicale spesso istintivo e casuale. A favore del lettore, le brevi note che seguono perseguono lo scopo di far intuire a grandi linee il contesto espositivo-musicale, evidenziando alcune “annotazioni” musicali riferite a Sabato 23 maggio, data nella quale sono iniziate le cosiddette “Giornate Nazionali”. 
La prima di tali Giornate è stata dedicata al Marocco, che ha proposto un interessante connubio tra cibo, musiche e intrattenimento all’insegna della cultura locale. Nel pomeriggio il Gruppo dei “Tkitikate el Issaoui” (proveniente da Essaouira) ha invaso il vialone del “Decumano” con suoni e danze, di volta in volta riproposti in spazi differenti. Determinati nel farsi apprezzare dal pubblico di Expo, i musicisti hanno riferito di potersi fermare in città per un solo giorno. Hanno evidenziato una vivace carica emotiva e una verve ritmica assai gradita e applaudita dai presenti. Dal Gruppo sono stati usati solo strumenti acustici tradizionali. Per specificarli, nel rispetto delle diciture locali, vengono di seguito riportate quelle indicatemi per iscritto, partendo da una lunga tromba detta “Nafr”. La melodia delle danze è sostenuta dal “Rita”, un aerofono ad ancia doppia abilmente suonato da un anziano esecutore. Gli strumenti a percussione sono denominati “tarate”, “karkabo”, “drboka”. Tipico è, inoltre, l’idiofono metallico (caratteristico della musica Gnawa) detto “qraqeb”, sorta di grandi nacchere dal timbro inconfondibile. Passando per il Padiglione dell’Eritrea è stato possibile dialogare con Bereke e Yesye, due suonatori provenienti da Asmara, facenti parte di un Gruppo composto da oltre venti elementi, giunto a Milano per esibirsi, domenica 24 maggio, in occasione del loro “National Day”. 
Bereke è suonatore di “Kurat” (strumento a corde). Yesye suona gli strumenti a percussione e, in particolare, il “derbuka”. Il repertorio del loro gruppo comprende musiche per matrimoni, feste popolari e riti religiosi in uso tra le Tribù locali (sono nove). Restando in Africa, per l’intensa attività, merita una menzione la location dell’Angola, dove ogni giorno si esibiscono gruppi musicali diversi. Domenica 24, si è svolto il concerto denominato “Una primavera per l’Angola”, con l’Orchestra “Kaposoka”, composta da ex bambini di strada. Expo non è solo musica dal vivo. Girando tra gli stand e i Padiglioni è possibile istruirsi musicalmente tramite la visione di filmati multimediali, tra i quali si evidenziano quelli proposti dalla Mauritania e dall’Egitto. Il primo è riferito alle danze del “Guetna”, il periodo dedicato alla raccolta dei datteri tra giugno e agosto. È questo il momento di ritorno alle Oasi, visitate anche da numerosi abitanti provenienti dalle città, desiderosi di gustare la freschezza dei frutti appena raccolti, unitamente ai cibi tipici della festa (latte di capra cagliato, cous cous, montone allo spiedo, budino di orzo etc.). Per i Mauritani il “Guetna” è occasione per organizzare eventi culturali e folclorici, tra cui quello delle gare poetiche. Per la tecnologia olografico-multimediale risulta suggestivo il video tridimensionale osservabile nel Padiglione egiziano, riferito al rito “Al Soboua” e alla danza mistica dei Dervisci, cui corrisponde una particolare interpretazione coreutica dell’evoluzione universale, scandita da movimenti roteanti dei ballerini, la cui gonna è elaborata a due strati, simboleggianti la terra e il cielo. Per il visitatore, Expo può divenire stimolante occasione di dialogo con musicisti e persone di cultura, desiderose di far conoscere e apprezzare le proprie tradizioni. 
È ciò che è accaduto, per esempio, nel Padiglione dell’Algeria nel quale è esposto, in una vetrina con richiami arabeggianti, un unico strumento musicale, detto “imzad”, simbolo della musica dei Tuareg. Un cordofono monocordo a sfregamento, la cui cassa può essere di zucca o legno, con una pelle (di cammello) come membrana e la corda realizzata con crini di cavallo. Tale strumento viene suonato tradizionalmente da una donna per accompagnare il canto maschile. Nei Padiglioni di Expo, la musica è talvolta utilizzata come intrattenimento, eseguito da raffinati esecutori. Come ad esempio nel Padiglione della Romania, nel quale una sala è stata allestita per proiettare filmati multimediali, osservabili ascoltando dal vivo il raffinato trio jazz del pianista Marius Vernescu di Bucarest, nel 2002 premiato al “Montreux Festival” come miglior esecutore nella sezione per “Piano solo” (Vernescu ha perfezionato i propri studi musicali presso la "Music Academy” di Hannover). All’aperto, in un palco adiacente allo spazio della Germania, si esibiscono giornalmente sempre nuovi gruppi musicali, provenienti dai diversi länder (sabato era ospite un trio del Meclemburgo-Pomerania Anteriore). Musica dal vivo è ascoltabile anche nei Padiglioni dell’Est europeo. In quello della Repubblica Ceca si è esibito il gruppo folclorico “Strázničan”. Nell’open space della Polonia si è esibito un duo pianoforte-voce, con musicisti facenti parte della “Perfect Girls ’n’ Friends Orchestra” ideata dal direttore e compositore Wojciech Zieliński. Musicisti che hanno suonato imperterriti, nonostante la pioggerellina che portava il pubblico a rintanarsi negli stand. Poco distante da quello polacco è il Padiglione dell’Ungheria, dove si sono esibiti alcuni danzatori del “Fölszállott a páva”, accompagnati da tre violinisti e un contrabbassista, alcuni provenienti dall’Accademia musicale “Ferenc Liszt” di Budapest. 
Sono stati applauditi con vigore perché spettacolari e coinvolgenti nei movimenti e nel canto, con il Padiglione al completo anche per ammirare silenziosi artigiani locali, tra cui un’anziana donna intenta a lavorare al telaio secondo antiche metodiche. Da un punto di vista musicale, ci è sembrata funzionale la location dell’Ungheria, che ha situato nel mezzo della sala un imponente grand piano “Bogányi” (Gergely Bogányi è un pianista di fama mondiale), apprezzabile per il moderno design. Sin qui la panoramica degli eventi musicali, ma per alcuni la musica a Expo può divenire ricerca del “silenzio” nel trambusto della Fiera. Un silenzio che, nei momenti di riposo, il visitatore può ritrovare nei Padiglioni meno visitati, nel Parco della Biodiversità o negli stand nei quali ci s’ispira alla natura, agli elementi e al suono della vita. Musica è anche quella che in modo sinestesico si sente interiormente nell’osservare, in alcuni specifici Padiglioni, banche di semi in via di estinzione, piante, fiori, erbe medicinali, spezie di vario tipo. Il presidio di “Slow food” è stato proprio concepito per valorizzare con semplicità gli obiettivi originari di Expo. In questo Padiglione, nel “silenzio”, è possibile riflettere sulla ricchezza del “landscape” sonoro, ascoltando i rumori dell’ambiente che interagiscono con gli spazi naturali di bioarchitettura progettati da Jacques Herzog, ispirandosi alla cultura degli orti e alla struttura di una tipica cascina lombarda. 
Visitare Expo è arricchente, trattandosi di un “viaggio” continuamente mutevole verso mondi lontani. Un viaggio che offre una visione delle diverse culture e del loro modo di restare unite per sei mesi, intorno a un tema che ci riguarda tutti: l’alimentazione contemporanea e gli equilibri-disequilibri a essa connessi. Ai visitatori, in un Padiglione veniva data in regalo una bustina contenente semi biologici, con l’invito di seminarli come “piccolo gesto per un grande cambiamento”, per il futuro della vita. Semi come fondamento dell’esistenza, per realizzare un mondo più equilibrato, a misura d’uomo, valorizzando la biodiversità. Simbolo di Expo 2015 è proprio l’Albero della Vita, intorno al quale tanto si è scritto essendo tra l’altro destinato a essere utilizzato (nell’arco di sei mesi) per più di 1200 rappresentazioni: sette spettacoli al giorno, sulle note di diversi brani musicali. In merito pare opportuno menzionare “Tree of Life” - scritta dal compositore Roberto Cacciapaglia - verosimilmente l’opera più rappresentativa dell’Esposizione Universale milanese, la cui pubblicazione discografica ufficiale è stata fissata per il 26 maggio. Un’opera alla quale, in futuro, si potrà dedicare specifica recensione per scrivere del felice connubio fra tradizione classica e sperimentazione tecnologica, ma anche per riaffermare gli obiettivi primari di Expo e dei suoi significati intorno al senso etico della vita. 


Paolo Mercurio
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Massimo Giuntini, Un toscano e l’Irlanda. La mia vita con una cornamusa, Zona 2015, pp. 166, Euro 17,00

Polistrumentista e produttore, nonché profondo conoscitore della musica tradizionale irlandese, Massimo Giuntini vanta prestigioso percorso musicale, speso tra gruppi come La Casa del Vento, Modena City Ramblers, Ductia e Whisky Trail, nonché numerose collaborazioni artistiche e una ormai consolidata discografia come solista. Superati i trent’anni di carriera il musicista toscano ha deciso di raccontare la sua vicenda artistica nel volume autobiografico “Un toscano e l’Irlanda. La mia vita con una cornamusa”, edito dai tipi di Zona. In poco più di centocinquanta pagine, Giuntini ha messo in fila una lunga e gustosa serie di aneddoti che, nel loro insieme, compongono le tessere di un mosaico narrativo affascinante, nel quale il lettore potrà addentrarsi lasciandosi catturare dal suo stile affabulativo ed originale. Proprio dal punto di vista della scrittura, questo libro ha il pregio di non essere mai autoreferenziale, e di non cadere mai nella più facile delle autocelebrazioni, ma piuttosto da buon toscano Giuntini non lesina giudizi autocritici pieni di sana ironia. Particolarmente felice ci sembra anche la precisa scelta del musicista toscano di non seguire affatto il classico stile autobiografico con un impostazione strettamente cronologica, preferendo procedere per aneddoti, quasi ci fosse la necessità di creare una sorta di dialogo con il lettore. A giovarne in questo senso è la fruibilità del libro che risulta particolarmente accattivante soprattutto per quanti vorranno divertirsi a leggerlo senza seguire l’ordine delle pagine, ma magari lasciarsi catturare da un nome o da un luogo sfogliando il libro. Di pagina in pagina, scopriamo il musicista toscano ancora giovanissimo muovere i primi passi nella banda di un paese della provincia aretina, lo seguiamo poi in Irlanda dove sboccia la sua passione per la tradizione e gli strumenti dell’Isola verde come la cornamusa e il bouzouki, e poi ancora alle prese con i primi concerti fino alla svolta che arriva nel 1991 con la nascita de La Casa del Vento. Ampia parte del volume è dedicata all’esperienza con i Modena City Ramblers, con cui Giuntini ha inciso “Terra e libertà” nel 1997, “Raccolti” nel 1998 e “Fuori Campo” nel 1999, tuttavia particolarmente gustosi sono i vari ricordi legati alle varie collaborazioni artistiche, e l’inattesa esperienza sul set di Martin Scorzese per “Gangs of New York”, al quale Giuntini ha collaborato anche alla colonna sonora. Insomma “Un toscano e l’Irlanda. La mia vita con una cornamusa” non è semplicemente un libro autobiografico, ma è soprattutto la storia di una passione infinita non solo per la musica irlandese, ma per le sette note in generale delle quali Massimo Giuntini è un fine interprete e conoscitore. 

Salvatore Esposito

Approdi. Avanguardie Musicali a Napoli – Volume I (Konsequenz/Masseria dei Suoni, 2015)

Ci si chiede spesso che cittadinanza abbiano a Napoli ricerca e composizione musicale di disposizione cosmopolita che animano la metropoli campana e che non sono riconducibili né alla dottrina accademica né all’estetica, ugualmente prescrittiva, di una napoletanità, che è esposizione melodico-ritmica e cantabile, è autoreferenzialità provinciale in cui si crogiola, con ostinata e gretta indifferenza, se non ostilità, una parte consistente della città (politici, intellettuali, media, operatori culturali). Per chi volesse documentarsi sui percorsi della musica contemporanea partenopea, rinviamo al saggio “L’altra avanguardia. Piccola Storia della Musica Contemporanea a Napoli” di Girolamo De Simone (pubblicato in “Konsequenz” 1/1996, ma leggibile anche sul web al sito www.konsequenz.com). Così, il nome di Luciano Cilio, artista napoletano, precursore di forme di sperimentazione sonora e in un certo senso di un’idea di world music ante litteram – alla cui memoria è dedicato questo notevole primo volume di “Approdi” (eh, sì, un secondo CD è quasi pronto, ma ne attendiamo altri che, si spera, aprano lo sguardo verso ulteriori fertili scene soniche che esistono in Campania: penso a quanto rilevato dalla compilation “Campania Elektronenklang” o ai progetti di mescolanza di elettronica e mondo rurale realizzati in Irpinia e nel Fortore) – è probabilmente, e purtroppo, sconosciuto ai più. Eccoci davanti ad un’operazione di grande valore, voluta ardentemente dal compositore e musicologo Girolamo De Simone e dalla fabbrica culturale “Konsequenz” (che ha compiuto da poco venti anni di attività). In rassegna una track-list di tredici compositori con, in più, il poeta Luca Buonaguidi, il cui tema lirico, dedicato proprio a Cilio, apre il disco. Gli artisti coinvolti per il primo volume sono Carlo Vignaturo, Enzo Amato, Max Fuschetto, Girolamo De Simone, Giusto Pappacena, Piero Viti, Vito Ranucci, Gabriele Montagano, Patrizio Marrone, Gianni Banni, Alessandro Petrosino, Carlo Mormile e Gaetano Panariello. Nel nucleo di opere emerge una propensione per quella categoria aperta che è la “border music”: dominano chitarre (Amato, Vignaturo, Viti, Petrosino) e pianoforti (De Simone, Pappacena, Marrone, Banni, Mormile), ma c’è spazio anche per l’elettronica (Ranucci, Montagano). Siamo in presenza di pagine che abbracciano un ampio ventaglio di modelli di riferimento, di proiezioni, di declinazioni e pratiche sonore. A voler rintracciare un denominatore comune, s’individuano la condivisione di tessiture acustiche e gli interventi solisti o di coppia, con rari allargamenti al piccolo ensemble (Max Fuschetto e i compartecipi del suo recente ottimo album “Sùn Nà”) o all’organico orchestrale (Gaetano Panariello & Orchestra del San Carlo). Si passa dalle cupe tensioni e sospensioni (“Bordone #5”) al fruttuoso rapporto tra elementi acustici ed elettronici (“Volere, voler volere”, “Cicli”), dal confronto creativo con l’antichità melodica (”Epitaffio di Sicilo”) alla frammentaria e delicata sensibilità acustica di pianoforte e flauto (“Minimal moralia I”), dall’elettronica danzante di “High Life” alle stratificazioni e suggestioni linguistiche che oscillano tra inglese e arbëreshë di “Oniric States of Mind”, dalla salinità evocata da “Danze de’ scunciglie” ai richiami alle avanguardie storiche (“Genoma II”, “Reticoli sonori”), dall’avvolgimento sonoro della parola cantata (“Iside”) alle esplorazioni timbriche dello strumento (“Studio improvviso”). Una ricognizione di prim’ordine nei suoni altri. 

Ciro De Rosa

Graham Parker & The Rumour - Mystery Glue (Cadet Concept/Universal, 2015)

Viviamo in un epoca in cui vengono date le chiavi delle nostre città a pseudofilosofi che cucinano tortellini, e non dobbiamo sorprenderci se quelli che vengono dai talent divorano quei pochi spiccioli che girano nella scena musicale italiana. C’è poi chi, come il sottoscritto, ha vissuto portando avanti la propria idea di rock, immaginando come sarebbe suonare in una band come i Rumour che accompagnano Graham Parker nel suo nuovo disco “Mystery Glue”. Il cantautore londinese è stato l’anello di congiunzione tra il pub rock dei Brinsley Schwartz, la new wave e il punk più sostanzioso ed intelligente, e se non lo conoscete non potrò certo essere io a spiegarvi in questa sede l’importanza che hanno avuto alcuni suoni capolavori come “Howlin’ Wind” del 1976, “Squeezing Out Sparks” del 1978 e “The Up Escalator” del 1980, per no parlare del meraviglioso disco dal vivo “Parkerilla” del 1978. Ascoltavo Graham Parker e i suoi ineccepibili The Rumour nella cameretta da adolescente, e quei dischi li condividevo con mio fratello Riccardo, autentico maître della mia passione per la musica. Ascoltavo la potente macchina del ritmo formata da Andrew Bodnar al basso elettrico e la batteria piena di groove di Stephen Goulding, e tentavo di capire come si accompagna una canzone, cosa è una linea di basso e come si sceglie la differenziazione tra strofa e ritornello. Piano piano imparavo, senza che nessuno si mettesse in cattedra ma semplicemente dall’esempio, dal loro esempio. Li ascoltavo con la stessa attenzione che riservavo a Gary Tallent e Max Weinberg o Paul Simonon e Topper Headon, perché per me erano i rami di un unico albero, quello dell’urgenza di cantare e suonare una storia. Poi, Graham non ha avuto il ritorno di popolarità che avrebbe meritato e ci fa rabbia che oggi la storia del rock a stento si ricordi di lui. Dovete sapere però che questo fottuto rock ‘n’ roll è più forte di ogni moda e convenienza, così è semplicemente puro godimento ascoltare “Mystery Glue”, disco in cui Graham Parker e i suoi Rumour hanno messo in fila dodici brani per quarantasette minuti di frizzante pub-rock, ricco di melodie perfette, che si reggono sullo straordinario intreccio tra nelle chitarre di Brinsley Schwarz e Martin Belmont e la tastiera impeccabile di Bob Andrews. Ascoltate per credere il trascinante swing di “Pub Crawl”, il folk dai tratti pop di “Transit Of Venus” o ancora il rock di “Slow New Days”, brani senza tempo che trovano il loro vertice nella conclusiva “My Life In Movieland”, una delle cose più belle di sempre firmate dal vecchio Graham. Insomma, “Mystery Glue” è un grande disco di una grande band, e siamo certi che finché continueranno a fare musica da loro ci sarà sempre tanto da imparare e da godere! Come dice Bruce Springstee: “This guy combines the best of Van Morrison, Eric Burdon and John Lennon ... he's the only guy around right now I'd pay money to see”.


Antonio "Rigo" Righetti

giovedì 21 maggio 2015

Numero 204 del 21 Maggio 2015

Le esplorazioni verso l’Oriente di “Babilonia”, il nuovo album di Bandadriatica aprono le danze di Blogfoolk # 204. Per farci raccontare le ispirazioni di questo nuovo lavoro, abbiamo intervistato Claudio Prima, organettista e frontman dell’ensemble salentino. Dal crocevia armeno arriva il nostro disco consigliato Blogfoolk della settimana, che è lo straordinario “Yerkaran” di Gomidas Vartabedin, convergenza tra brani storici – scritti dal compositore, musicista e musicologo di origini armene conosciuto come Komitas (1869-1935) – e nuovi arrangiamenti.  Eccoci, poi, ai suoni dall’Africa occidentale: quelli della kora del senegalese Seckou Keita, protagonista del bell’album intitolato “22 Strings/22 Cordes”, e dei Imarhan Timbuktu (“Akal Warled”), formazione maliana, ascrivibile al cosiddetto desert blues. Per la musica dal vivo, offriamo un reportage dall’Expo 2015 (“Musiche e Popoli a confronto”) di Paolo Mercurio, e la cronaca della presentazione del libro curato da Marco Lutzu “Musiche tradizionali di Aggius” edito da SquiLibri, che si è svolta all’interno della mostra “Sentite buona gente”, all’Auditorium Parco della Musica. Un appuntamento in parole e musica, che ha visto anche le esibizioni del Coro Galletto di Gallura di Aggius, dei Tenore Supramonte di Orgosolo e dei danzatori del Gruppo Folkloristico Val Resia. Dal nostro scaffale abbiamo selezionato “Genova e la canzone d'autore”, volume curato da Enrico de Angelis, cui è affiancato un disco dal vivo inedito e un DVD. Occasione propizia per incontrare il responsabile artistico del Premio Tenco, entrando con lui nel dettaglio di quest’opera definitiva sulla scena autorale genovese. Per la rubrica Suoni Jazz, parliamo di “Bluestop”, disco nato dalla fortunata collaborazione tra Enrico Intra ed Enrico Pieranunzi, mentre l’immancabile Taglio Basso di Rigo presenta la band inglese The Demon Barbers, il cui “Disco At Tavern”, incrocia folk inglese e disco music degli anni Settanta.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


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SUONI JAZZ
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L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Bandadriatica - Babilonia (Finisterre/Felmay, 2015)

Guidato dall’organettista e cantante Claudio Prima, Bandadriatica è una delle realtà più interessanti della scena musicale salentina, non solo perché vede protagonisti alcuni tra i più brillanti strumentisti locali, ma anche per il peculiare percorso di ricerca sonoro che li ha visti partire dalla loro terra per fare rotta prima verso i Balcani e più di recente verso Oriente. A distanza di tre anni dal pregevole “Arriva la banda!”, li ritroviamo con “Babilonia”, disco nato con il sostegno di Puglia Sounds Recording e prodotto da Finisterre, nel quale hanno raccolto dodici brani, che mescola echi della tradizione musicale salentina con sonorità world, sfidando confini naturali e di genere. Abbiamo intervistato Claudio Prima per farci raccontare la genesi di questo nuovo lavoro, la sua gestazione e le ispirazioni che lo hanno caratterizzato.

Come nasce “Babilonia” il quarto disco di BandAdriatica?
Babilonia è la naturale evoluzione del percorso di ricerca condotto in questi ultimi anni dalla BandAdriatica. Dopo i primi tre album abbiamo spostato il nostro raggio d'azione più a Oriente e lì abbiamo incontrato altre musiche tradizionali che hanno confermato un'ipotesi poetica: le musiche del Mediterraneo sono state, un tempo, un'unica musica che si è poi frammentata per mezzo delle onde del mare, sulle coste dei paesi che vi si affacciano.

Quali sono state le ispirazioni e le suggestioni sonore che ne hanno stimolato la composizione?
Dal punto di vista musicale le fonti di ispirazione, come spesso ci è accaduto, sono le musiche tradizionali. Le radici culturali sedimentate nelle melodie dei diversi paesi del Mediterraneo conservano un'energia ancestrale. Ci siamo lasciati suggestionare da questi richiami antichi e li abbiamo ritradotti col nostro stile, frutto della nostra esperienza personale, dei viaggi che abbiamo fatto insieme, dei musicisti che abbiamo incontrato. Per quanto riguarda la scrittura dei testi, l'intento è quello di trasmettere i racconti di cui ci siamo nutriti in viaggio, le storie che nascono per strada o per mare, ponendo l'accento su quello che abbiamo imparato viaggiando e incontrando culture diverse: la Babilonia confusa e disorientata nella quale viviamo ha la chance di essere trasformata. Nei testi delle canzoni abbiamo scritto dell'importanza  di ascoltare quello che l'altro ha da raccontare, di rivalutare la possibilità di sentirsi vicini anche se proveniamo da paesi diversi.

Come si è evoluto il sound di Bandadriatica dal disco di esordio a Babilonia?
Il sound ha dei tratti che si sono conservati in questi anni: il drive ritmico, la pressione dei fiati, l'utilizzo dell'organetto in maniera non convenzionale, la forma canzone di ispirazione world, ma nell'ultimo cd la presenza delle corde (saz, chitarre, kamalè ngonì) hanno spostato l'ambientazione più ad Oriente. L'inserimento in organico di Morris Pellizzari e la presenza degli ospiti turchi, armeni e libanesi, dà un taglio nuovo e permette l'indagine di un rapporto che sembra molto fecondo: quello tra la musica mediorientale e la musica adriatica. Alcune melodie suonate dal saz o dal violino e poi sottolineate dalla sezione fiati danno il segno che queste tradizioni si sono spesso incrociate e che condividono storie e origini comuni.

Quali sono state le esperienze, e gli incontri che maggiormente hanno inciso nella vostra maturazione artistica?
La banda ha incontrato negli ultimi anni Boban e Marko Markovic, la Kocani Orkestra, le voci bulgare di Eva Quartet e più di recente il percussionista turco Burhan Ocal. In più nel passato si è nutrita dell'apporto fondamentale di Redi Hasa che ci ha portato dall'Albania le musiche che avrebbero permesso di costruire una sorta di ponte sull'Adriatico. Ogni incontro ha permesso al sound un'evoluzione, ogni volta la banda ha acquisito familiarità con un nuovo stile e ne ha condensato le influenze in nuove composizioni e nuovi testi. 

Dal punto di vista degli arrangiamenti come si è indirizzato il vostro lavoro?
Gli arrangiamenti di solito constano di due fasi: c'è un primo lavoro fatto da chi compone il brano e poi un lavoro d'insieme nel quale ognuno propone delle idee in sala prove. In questo modo il brano si sviluppa e si nutre dell'esperienza di tutti i musicisti. Abbiamo rispettato questo canovaccio anche per Babilonia, nel quale è ancora più accentuata la tendenza da parte di ognuno a condividere le scelte musicali e a mettere a disposizione del gruppo le proprie capacità.

Dalla Turchia al Libano fino a toccare l’Armenia, “Babilonia” vira il vostro viaggio attraverso le musiche del mondo verso l’Oriente. Ci potete raccontare i vostri incontri con musicisti come Rony Barrak (percussioni), Deniz Koseoglu (saz), e Nure Dlovani (violino)...
Abbiamo incontrato Rony Barrak a Beirut con l'Ensemble Sule e abbiamo avuto modo di suonare con lui. E' nata subito una grande intesa e ci ha parlato di due musicisti armeni e turchi con cui collaborava. Ci è sembrato perfetto poterli incontrare e lavorare insieme a loro sulla ricerca delle origini comuni delle nostre tradizioni. Li abbiamo quindi invitati in Italia a Dicembre scorso per il progetto Floating Art. Siamo stati insieme per tre giorni e abbiamo preparato un concerto. E' stato un incontro meraviglioso che ha gettato le basi per il completamento del repertorio di Babilonia. Floating art è anche un documentario che racconta in immagini questa straordinaria esperienza ed è visibile gratuitamente on line. E' girato da Gianni De Blasi, autore anche del videoclip di Babilonia il primo singolo estratto che dà il nome all'album.

Al disco partecipano anche due voci tra le più intense voci della scena salentina, Enza Pagliara e Rachele Andrioli (voce), nonchè Roberto Chiga al tamburo a cornice. Quanto è stato importante il loro apporto?
Enza, Rachele e Roberto sono musicisti con cui collaboriamo da anni in diversi. Enza ha cantato per la prima volta con la BandAdriatica qualche anno fa portando con lei un brano tradizionale che aveva reperito a Salignano, un piccolo paese nei pressi di Santa Maria di Leuca. Noi l'abbiamo riarrangiato e un pò stravolto con un piglio rumeno. L'incontro con lei, con Rachele e con Roberto da forza al legame che ha il nostro sound con il Salento e con la tradizione popolare.

“Babilonia” non perde di vista la tradizione e il dialetto salentino. Penso a brani come “Me perdu”, “La capu” e “Pizzica Balkan”. Quanto è importante il vostro contatto diretto con la musica la tradizione musicale della vostra terra?
E' un rapporto di profondo amore e rispetto. C'è un filo rosso che unisce le tradizioni musicali del mediterraneo e restare legati alla tradizione salentina è come tenere nella mani un capo di questo filo. La nostra relazione è anche molto dinamica, in quanto abbiamo il gusto di sperimentare le nuove vie della tradizione e la scommessa è quella di rendere la tradizione viva e attuale in questo modo, donandole quotidianamente un contatto col presente. In questo cd perdipiù io ho scritto 3 brani inediti in dialetto salentino. Trovo che questa lingua abbia una forza ancestrale, i suoi fonemi mi fanno cantare in modo diverso e mi guidano nella scrittura rendendo le parole più asciutte, più dirette. Sto scoprendo in questo modo la potenza di questa lingua, che ha l'ardire di unire passato e presente in un fiato.

Nelle trame di vari brani la matrice balkan è ancora molto viva. Quanto c’è ancora da scoprire e da dire su questo genere?
Noi abbiamo da sempre indagato un balkan meno noto al grande pubblico, quasi edulcorato dagli interventi originali e dalle influenze dei paesi più a ovest dei balcani in senso stretto (Albania, Croazia, Slovenia), ma è chiaro che il richiamo rimane forte e la banda salentina si esprime con una certa scioltezza quando incontra il sound delle fanfare d'oltremare, soprattutto a seguito degli incontri con i Markovic e con la Kocani. Il genere in Italia è diffuso ma ancora poco noto nella sua completezza. C'è ancora tanto da scoprire e spero che possiamo continuare a contribuire in questa ulteriore indagine.

Il disco nasce con il sostegno di Puglia Sound, come giudichi questo progetto a sostegno della scena musicale salentina?
Mi sembra un'ottima opportunità per gli artisti pugliesi. Il sostegno alle produzioni discografiche, in un periodo come questo, dà linfa preziosa ai musicisti. L'accento è posto giustamente anche sulla promozione del proprio lavoro, il che aiuta le band a pensare di esportarsi e di farsi conoscere in maniera più organizzata e non solo a produrre un disco che contenga le proprie creazioni. In questa direzione c'è tanto da fare, la Puglia ha numerosi artisti e il livello medio delle proposte musicali in circolazione è ottimo. A mio parere si potrebbe fare qualche passo avanti nei settori della produzione, del management e della direzione artistica. Settori per i quali spesso siamo costretti a rivolgerci all'esterno. 

Il 17 aprile “Babilonia” ha avuto la sua premiere live all’Auditorium Parco della Musica con ospiti d’eccezione come il sassofonista Javier Girotto e il percussionista Massimo Carrano. Com’è stata la risposta del pubblico rispetto ai nuovi brani?
Entusiasta devo dire. Abbiamo ricevuto ottimi feedback. Al pubblico è piaciuto molto l'incontro (l'ennesimo!) con Javier e Massimo che sono entrati da subito nello spirito della band, divertendosi e partecipando totalmente all'energia del live. Le nuove sonorità hanno suggestionato bene gli ascoltatori e i nuovi brani sembrano piacere. Speriamo bene!

Come saranno i concerti del tour con cui promozionerete “Babilonia”?
C'è un cambio sostanziale del concerto.: nuove idee, nuovi brani e nuove performance. E' sempre un live per partecipare, che dà la possibilità  al pubblico di ascoltare o di ballare. A tratti più respirato e a tratti turbolento e travolgente. Ci saranno, come nel disco, delle virate mediorientali e afro, dei momenti lirici e numerosi cambi repentini di rotta. E' un viaggio che auguriamo di fare anche dal vivo, salendo a bordo insieme alla ciurma.




Bandadriatica - Babilonia (Finisterre/Felmay, 2015)
#everythingispossibile è questo l’hashtag che ha accompagnato il lancio di “Babilonia”, quarto album di Bandadriatica, disco nel quale l’ensemble salentino, attraverso dodici brani testimonia come la musica possa rendere tutto possibile, dall’incontro tra tradizioni e musiche differenti, al superamento di ogni confine di lingue razze e religioni. Dopo aver esplorato le musiche del Mare Adriatico con “Contagio”, “Maremoto” ed “Arriva La Banda”, Bandadriatica ha esteso il proprio raggio d’azione veleggiando verso le coste più estreme del Mediterraneo. Complice l’incontro con il percussionista libanese Rony Barrak, Bandadriatica ha dato così vita ad un progetto musicale di grande spessore che accompagna la musica salentina alla riscoperta dell’origine primigenia della musica del Mare Adriatico, percorrendo i sentieri dell’Est Europa fino ad arrivare in Turchia che schiude la porta verso l’Oriente, dal Libano fino a toccare l’Armenia. Confrontandosi con tradizioni, lingue e musicisti libanesi, turchi, armeni l’ensemble salentino ha percorso le rotte dell’incomunicabilità per riscoprire come culture solo in apparenza differenti possano ritrovare una comune radice nell’identità di tradizioni e ritualità. La forza propulsiva che spinge l’ensemble salentino ad esplorare nuovi mondi sonori, scoprire strumenti e nuove melodie non è semplicemente la curiosità, ma è anche la convinzione di poter scoprire nuovi sentieri musicali, ritrovando la radice comune che lega le varie culture del mediterraneo. Ascoltando ogni brano si può percepire chiaramente l’ispirazione che lo ha animato, sia essa un incontro, un momento di confronto tra tradizioni differenti, o ancora un viaggio, ma ciò che colpisce davvero è come tutto ciò si traduca in invenzioni sonore originali dove la banalità è messa al bando. “Babilonia” è dunque la dimostrazione di come linguaggi, culture e tradizioni possano riconoscersi nel linguaggio universale della musica che annulla confini, distanze, e differenze. Dal punto di vista prettamente musicale i brani si reggono sulle trame sonore intessute dall’organetto di Claudio Prima e le corde di Morris Pellizzari (chitarre, kamalè ngonì, saz) su cui si innesta la straordinaria sezione di fiati composta da Emanuele Coluccia (sax contralto), Vincenzo Grasso (clarinetto, sax tenore), Andrea Perrone (tromba), e Gaetano Carrozzo (trombone), il tutto supportato magistralmente dalla sezione ritmica composta da Giuseppe Spedicato (basso elettrico, tuba), Ovidio Venturoso (batteria, cajon). Per l’occasione non mancano anche alcuni ospiti speciali come le due voci salentine di Enza Pagliara e Rachele Andrioli, i tamburi a cornice di Roberto Chiga, e i vari musicisti incontrati in questo nuovo viaggio attraverso il Mediterraneo ovvero Rony Barrak (percussioni), Deniz Koseoglu (saz), e Nure Dlovani (violino). Durante l’ascolto si spazia dai brani cantati in salentino ovvero l’iniziale “Me Perdu”, la trascinante “La Capu” e gli echi della tradizione di “Salignano” con i fiati in grande spolvero a supportare la linea melodica, agli incroci sonori delle splendide “Turkayak”, “Bint el Shalabiya” e “Pizzica Balkan” fino a toccare le gustose “Mania DLG” e “Giga” che rimandano alle sonorità balcaniche dei primi dischi. Tutto insomma funziona magnificamente anche quando Bandadriatica incontra la canzone d’autore con la title track e quel gioiellino che è “Terra”, tuttavia il vertice del disco lo si incontra nel finale con la lunga suite “Tre balli in maschera”, che sintetizza magistralmente tutte le istanze sonore del disco. Insomma “Babilonia” è il disco dove tutto è possibile perché la musica è tra le poche cose che hanno il potere di unire e non di dividere.



Salvatore Esposito