Marco Lutzu (a cura di) - Musiche tradizionali di Aggius. Squilibri, Roma, 2015, pp. 176 con 2 CD, Euro 23,00 

Il volume, curato dall’etnomusicologo Marco Lutzu, raccoglie materiali registrati nel borgo gallurese di Aggius, in un arco temporale che va dal 1950 al 1962, da quello che allora era il Centro Nazionale Studi di Musica Popolare (diventati poi gli Archivi di Etnomusicologia dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia). Oltre ad essere il decimo volume della consolidata collana AEM, disponibile a studiosi, cultori e appassionati per l’iniziativa meritoria dell’editore Squilibri, “Musiche tradizionali di Aggius” – che esce anche in virtù della spinta del locale Coro “Galletto di Gallura” – costituisce la prima opera di una sezione dedicata all’isola sonora mediterranea. Il progetto, per il quale è stato costituito un comitato scientifico ad hoc, coordinato da Ignazio Macchiarella, prevede la pubblicazione di documenti sardi depositati presso l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Rivisitare gli archivi e ‘mettere le mani’ su pratiche musicali come quelle che ereditiamo dalle campagne del CNSMP significa attraversare la storia dell’etnomusicologia italiana e ragionare sulle diverse fasi di ricerca del Centro, a partire dalle rilevazioni di Giorgio Nataletti e dei suoi collaboratori, cui hanno fatto seguito quelle di altri eminenti studiosi (Carpitella, Cirese, Sanna, Cherchi, Sassu). La consistente attività di documentazione delle musiche del piccolo borgo della Sardegna nord orientale, collocato tra il mare e le pendici del monte Limbara, venne realizzata in collaborazione con la sede RAI di Cagliari e portò a fissare una grande varietà di forme espressive (primo fra tutti il canto ‘a tasgia’, considerato dai cantori locali cuore della propria identità culturale, ma anche canto ‘a chiterra’, ninna nanne, canti religiosi, canti di lavoro, serenate, danze per organetto diatonico). Non che siano mancate in passato rivisitazioni critiche sul voluminoso corpus di documenti – penso agli interventi di Carpitella nei primi anni Settanta – ma oggi è quanto mai opportuno, riproponendo al pubblico ascolti che si accolgono con ‘grande emozione’ (Macchiarella a p. 7), collocarli nella cornice analitica contemporanea, rinunciando a ‘monumentalizzarli’. È quanto Macchiarella rimarca nel suo intervento introduttivo, attento a puntualizzare i rischi di «idealizzare in chiave essenzialista» le registrazioni, facendo diventare «manifestazioni di pura tradizione», le prassi performative e i modi canori e strumentali fermati in un preciso momento storico, espressione di determinate figure di esecutori. All’introduzione segue il capitolo “Aggius nelle raccolte CNSMP”, in cui è il curatore Lutzu a produrre un efficace studio retrospettivo e critico sulla costruzione delle raccolte, sui protagonisti delle registrazioni, sulle musiche e i sui testi. Lo stesso Lutzu, poi, presenta con puntualità “I documenti sonori” acclusi al libro: due CD, contenenti rispettivamente trentatré (durata totale: 52:10) e ventitré (durata totale: 48:05) brani, registrati fra il 1950 e il 1962, in cinque differenti campagne di rilevazione; le tracce sono state sottoposte a un editing volto a eliminare tempi morti, false partenze, voci esterne dei rilevatori, commenti. Dal corpus integrale alcune registrazioni sono state eliminate per la loro frammentarietà o perché si trattava di prime esecuzioni non perfette e quindi ripetute. È impossibile passare in rassegna tutto il repertorio proposto nei due dischetti, ma va detto che la documentazione offre un ascolto prezioso sul piano performativo. Nelle appendici, ancora Lutzu (“Nel mezzo di una lunga storia” e “Il canto ‘a tasgia’ oggi”) mette l’accento sulla specificità locale di questa formidabile espressione canora, mentre Roberto Milleddu (“Il canto di Aggius fuori da Aggius (1920-1970)”) si concentra sulla fortuna del repertorio aggese, dalla notorietà del Coro di Aggius dagli inizi del Novecento per l’opera del musicologo Gavino Gabriel (ricordiamo che Aggius è stata anche immortalata nei suoi aspetti musicali da due pellicole girate negli anni Venti e Trenta) agli apprezzamenti di Gabriele D’Annunzio, dal mito continentale del Galletto di Gallura fino alle stagioni del folk revival e alla presenza del coro aggese nello spettacolo “Ci ragiono e canto”. In un altro intervento il chitarrista e sperimentatore Paolo Angeli presenta “Il canto di Aggius dall’eterofonia alla coralità” dalla prospettiva di chi come lui, nativo di quelle zone, ha sin da giovanissimo frequentato le musiche aggesi. Oltre al consistente apparato bibliografico e discografico, sei foto in bianco e nero ci portano nella località gallurese tra gli anni Trenta e Settanta e tra alcuni dei protagonisti delle raccolte. In definitiva, se da un lato “Musiche tradizionali di Aggius” propone l’affresco di una storia culturale, dall’altro contiene riferimenti sonori imprescindibili, pur nella consapevolezza della loro transitorietà e unicità. 

Ciro De Rosa
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