BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

BF-CHOICE: Francesco Benozzo, Fabio Bonvicini, Fratelli Mancuso – Un requiem laico

Canto e musiche seguono la via dell’accostamento di esperienze diverse: quattro strumentisti e cantori, il mondo appenninico e quello del canto mediterraneo dell’isola di Sicilia testimoniano con questo concerto-disco un incontra lungo trame della memoria in un luogo simbolo dell’Italia...

mercoledì 25 novembre 2015

Numero 231 del 25 Novembre 2015

Ad aprire il numero 231 di Blogfoolk è il disco consigliato della settimana “Cypriana”, opera in cinque movimenti per coro, voce recitante, voce solista ed ensemble jazz che Nicola Pisani ha composto per celebrare il Cinquantesimo anniversario della nascita della Repubblica di Cipro e per ricordare i tragici fatti che ne decretarono l’indipendenza. Abbiamo intervistato il sassofonista e compositore pugliese per farci raccontare la genesi e i temi di questo progetto. Dal Mediterraneo voliamo prima in Belgio per scoprire “Back To 1780’s” dei Wör, quintetto che coniuga folk e repertorio classico del Settecento, e poi in Portogallo dove incontriamo la cantante di ascendenza capoverdiane Lura  con il suo nuovo album “Herança”. Facciamo ritorno in Italia dove ritroviamo Fabrizio Poggi con il recente disco “Il Soffio della Libertà: il blues e i diritti civili”. Il nostro viaggio attraverso le tradizioni musicali della nostra penisola prosegue con “Catene”, il nuovo album del percussionista campano Antonio Marotta, mentre per la rubrica Suoni Jazz vi presentiamo la seconda parte dell’intervista di Paolo Mercurio con il chitarrista Alberto Contri. Spazio poi alla musica dal vivo con la cronaca dell’edizione 2015 di Mundial Montréal a cura di Flavia Gervasi. Completano il numero il focus sulla musica contemporanea con “Tentacoli” del contrabbassista Stefano Risso, e la rubrica lettura nella quale ci occupiamo di L’arte di arrangiar(si). Trascrizioni e adattamenti storici dell’Archivio Musicale Rai di Andrea Malvano

Salvatore Esposito
Direttore Editoriale di www.blogfoolk.com

WORLD MUSIC
VIAGGIO IN ITALIA
SUONI JAZZ
I LUOGHI DELLA MUSICA
CONTEMPORANEA
LETTURE

L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Nicola Pisani – Cypriana (Autoprodotto, 2015)

Sassofonista e compositore pugliese, Nicola Pisani nel corso della sua articolata carriera ha coniugato l’attività didattica presso il Conservatorio di Cosenza, di cui attualmente è coordinatore del dipartimento jazz, e quella artistica alla guida di grandi ensemble jazz come nel caso della fortunata esperienza della Dolmen Orchestra o dell’Orchestra di Musica Improvvisata di Catanzaro o ancora dell'Orchestra Italofrancese Assemblage con il sassofonista Claudio Lugo.  “Cypriana”, il suo nuovo album, nasce da un’idea del sassofonista Yiannis Miralis in occasione del cinquantesimo anniversario dell’indipendenza della Repubblica di Cipro, e raccoglie cinque movimenti composti dal musicista pugliese ed ispirati al repertorio tradizionale cipriota, eseguiti da una voce solista, una voce narrante, un coro ed un ensemble che mescola strumenti e sonorità jazz e world. Abbiamo intervistato Nicola Pisani per approfondire insieme a lui la genesi, le motivazioni e le ispirazioni di questo nuovo ed affascinante progetto artistico, senza dimenticare uno sguardo verso i progetti in cantiere per il futuro.

“Cypriana” nasce in occasione della celebrazione del cinquantesimo anniversario dell’indipendenza di Cipro dall’occupazione inglese. Come ha preso vita l’idea di questo album?
Ho frequentato il dipartimento musicale della European University of Nicosia per alcune docenze Erasmus e lì ho conosciuto diversi colleghi e studenti. In particolare uno di loro, il sassofonista Yiannis Miralis conosceva il mio modo di approcciare il materiale musicale in maniera sincretica e non dogmatica, come spesso la rigidità degli stili impone, ed davanti ad un bicchiere di buon vino cipriota è nata l’idea di questo progetto. La sua proposta mi ha subito affascinato per tanti motivi. Sono mediterraneo per cultura, estrazione sociale e geografica, ma soprattutto mi piace rischiare, sono un ricercatore, e il tutto è sintetizzato dal mio essere un improvvisatore. Ho scoperto Cipro e la sua storia travagliata. È un luogo geograficamente strategico, da sempre confine e frontiera tra l’Occidente e il Medio Oriente. Quando gli inglesi lasciarono l’isola dopo l’indipendenza, essa fu in parte invasa dalla Turchia. Nicosia, la capitale, è divisa a metà proprio nel suo centro storico, con personale dell’Onu in una fascia cuscinetto e soldati turchi ai check point. Immaginate, siamo a pochi chilometri dalla Turchia, dal Libano, dalla Siria e da Israele. E’ una nazione asiatica geograficamente ma europea politicamente, fa parte della UE, adotta l’Euro ed ha una massiccia presenza economica e non solo della Russia. La molla emotiva scatenante, cosa che è per me necessaria per avere stimoli creativi, è stata visitare lo storico liceo musicale di Nicosia nel quale,  tra l’altro, l’oud è strumento curricolare e ricercata materia di studio. 
Lì ho avuto modo di vedere le fotografie degli studenti tra i 17 e 24 anni arrestati e impiccati ai pali della luce proprio di fronte al liceo dopo un attentato della resistenza cipriota. L’immagine raccapricciante di corpi che ondeggiano al vento è sempre presente in “Cypriana”, indubbiamente forte ma purtroppo storicamente reale e purtroppo attuale pur se in altre forme di violenza. Il progetto ha preso poi vita nel Teatro di Nicosia nel 2011 in occasione del cinquantenario dell’indipendenza di Cipro dalla Gran Bretagna, coinvolgendo la stessa Università ed altri enti pubblici come il Ministero della Educazione e Cultura cipriota.

Rispetto alle tue produzioni precedenti, qual è la vera novità racchiusa in questo disco?
L’ulteriore rafforzamento in me dell’idea che il jazz è, e deve rimanere musica libera.  Questa libertà è enorme e permette di creare sempre cose nuove pur nell’ambito delle proprie emozioni e scelte stilistiche o tecniche-compositive. Nella mia musica esprimo me stesso e la mia storia musicale, intellettuale e socio-politica. Se esiste un mercato del jazz, non ho mai seguito e non seguo ciò che esso richiede. Ho un atteggiamento forse eccessivamente solipsista e antico, ma non mi piace fare quello che mi si impone di fare, piuttosto ho sempre preferito creare quello che considero più utile in un’ottica di comunicazione positiva. In definitiva la vera novità di questo progetto è essere sempre più me stesso

“Cypriana” è basato su un importante lavoro di ricerca sulle fonti tradizionali della musica cipriota confluite nelle tue composizioni che mescolano jazz, musica contemporanea e world music. Come si è indirizzato il tuo lavoro in fase compositiva?
Yiannis Miralis mi ha inviato del materiale popolare cipriota, alcuni canti, danze (per lo più syrtaki di ovvia influenza greca) e testi poetici. Maria Luisa Bigai, attrice e regista di grandi capacità, ha realizzato una drammaturgia utilizzando anche articoli, lettere tra poeti greco-ciprioti e italiani, scritti negli anni di resistenza. Poi ho mescolato emozionalità, testi, ricerca tecnico-musicologica e processi compositivo-formali per ottenere un qualcosa che mi riguardasse e che conferma quello espresso prima. La mia storia che non è solo jazz, non può esserlo, non sono americano, sono un cittadino del meridione con storiche influenze culturali greche, romane, arabe, spagnole, francesi e dal 1861 anche italiane ovviamente.

L’architettura sonora del disco si regge su un grande ensemble che affianca una voce solista, una narrante, un ensemble misto jazz e tradizionale e un coro. Come hai selezionato i vari strumentisti?
Mi piace trattare timbri collettivi, quindi mi piacciono i grandi organici. Adoro la musica vocale, anche aver lavorato a lungo con un coro, e sono sempre stimolato dalla commistione di generi, stili e discipline artistiche che siano esse letterarie, poetiche, coreutiche, pittoriche o digitali. 
Sono semplicemente molto curioso e stimolato da chi è apparentemente diverso da me. Detto questo, scrivo musica per musicisti e persone, non per esecutori. L’organico è composto da ottimi artisti con cui collaboro da tempo. La già citata Maria Luisa Bigai conduce la storia e i fatti con un approccio non solo narrante ma da vera voice performer. C’è poi Erica Gagliardi, voce solista dalla grande espressività emotiva sia sull’interpretazione formale che in quella informale e improvvisata. Abbiamo il coro “Cantus Vitae” diretto da Pina Conti che ha entusiasticamente aderito anche alle conduction, non certo legate al tradizionale repertorio di una corale, ma piuttosto ad una visione culturalmente aperta della musica. Nell’organico ci sono anche artisti ciprioti come Andreas Christodoulou che suona l’oud e il violinista Michalis Kouloumis i quali hanno spesso creato momenti di forte e sincera emozionalità storica e culturale. Allo stesso modo sono presenti strumentisti italiani, ed in particolare calabresi. La Calabria è una regione musicalmente vicina a Cipro, basti pensare all’utilizzo della “lira”, strumento tradizionale sia calabrese che cipriota, di cui è maestro Piero Gallina, mentre ai tamburi a cornice abbiamo l’incredibile Checco Pallone. Non manca la graffiante chitarra elettrica di Massimo Garritano, il classicissimo jazz di Marios Toumbas al piano e del grande artista ed amico Marco Sannini alla tromba, e  lo stesso Yiannis Miralis, stimolatore progettuale. Ci sono insomma tante umanità timbriche, definizione giusta per chi è in grado con i propri strumenti di comunicare umanità e non solo capacità tecnico-artigianali.

Ci puoi parlare del tuo approccio all’orchestrazione ed alla conduction di “Cypriana”?
L’orchestrazione nasce dall’esigenza di proporre la tradizione non come momento museale di auto rappresentazione, e ciò questo riguarda non solo la musica tradizionale ma anche lo stesso jazz. Come coniugare un solo di Lira calabrese su una ritmica rock in 9/8? O una danza tradizionale cipriota con un piccolo corale che potrebbe definirsi di ispirazione barocca? Un coro da stadio con una tarantella calabrese? Una sottile linea vocale melodica con “soli”di chiara impronta free anni settanta? Bene, non ne ho idea perché la risposta dovrebbe essere collettiva di tutti coloro che hanno partecipato, e la stessa Conduction presente nel disco ne è una prova Come può magicamente assumere struttura formale esteticamente difendibile una improvvisazione collettiva guidata? Solo dalla risposta emotiva degli stessi artisti presenti. Da vent’anni pratico la conduction e sono sempre meravigliato e affascinato dal risultato. Questo non è solo merito della chironomia del conductor, ma collettivo, di chi ci partecipa. Io, in quanto conductor, sono soltanto un ottimizzatore di creatività già presente nel collettivo. Dirò una ovvietà, ma in questo periodo storico dove tutto è liquido e spesso falso, credere veramente in quello che artisticamente si fa rende viva la comunicazione e ne dà spessore estetico.

Da dove è nata la scelta di registrare il disco dal vivo e non in studio?
Il live è da riabilitare, preferisco imperfezioni esecutive ma vive, vere, piuttosto che la perfetta ma ingessata registrazione in studio. La tecnologia aiuta, ma non deve sopraffare e falsificare il prodotto finale, ancor più nel jazz e nella musica improvvisata dove spesso è proprio l’apparente errore che ti sposta in una direzione semmai inesplorata, densa di difficoltà ma anche stimolante, in cui solo la tua umanità può darne un senso, e non la tecnica come strada maestra e conosciuta.

Quali sono state difficoltà che hai incontrato nella fase realizzativa?
La mia cosmica lentezza e i soliti mille piccoli intoppi burocratici. Sono più veloce nella parte creativa che in quella realizzativa. Scrivere musica mi piace, coinvolgere altri colleghi in una idea anche, suonare, dirigere e provare pure. I passi successivi sono per me complicati, cioè veicolare il mio prodotto. In Italia, nel mondo del jazz, non esiste il concetto di “agenzia di spettacolo”, quelle che ci sono svolgono essenzialmente attività di segreteria organizzativa per progetti o musicisti che già da soli producono “economia”. 
Al di là di questi, manca la curiosità di investire tempo e pensiero verso i tanti musicisti e progetti validi che ci sono sul territorio e questo rischia di rallentare una necessaria quanto ineluttabile evoluzione e far ripiegare l’attività di produzione sul “vendibile”. Eppure sono convinto che indirizzare intelligenze e competenze acquisite, e/o da acquisire sul campo, verso l’attività di “agenzia” potrebbe essere uno sbocco professionale interessante per molti giovani, ovviamente non musicisti.

Venendo più direttamente al disco. Quali riflessi dell’attuale situazione politica di Cipro, contesa tra Turchia e Grecia, è possibile percepire nelle tue composizioni?
La voglia di esclamare: “io esisto!”. Non è solo la contesa turco-cipriota il problema di Cipro, ma anche, e forse soprattutto, l’essere riconosciuti come facenti parte di una comunità più ampia, pur essendo una periferia. Pensiamo all’Italia, il sud (periferia d’Europa) chiede più stato, il nord meno e addirittura autonomia. Il sud lo chiede per ottenere un riconoscimento che passa attraverso l’attenzione che un potere centrale dà ad un territorio. Il nord pensa che i suoi poteri locali sono sufficienti grazie alla sua apparente forza e centralità in quanto non confine. Questo strano paradosso, non so come, attraversa la mia musica. Estremizzare le sensazioni, le emozioni, cambiare direzione improvvisamente, tentare di evitare ciò che è ovvio e scontato, e tutto nel tentativo di gridare e comunicare: “io esisto!”.

Dal punto di vista prettamente musicale, quali sono i riferimenti a livello compositivo e stilistico che hanno caratterizzato il suono del disco?
Non ho mai avuto riferimenti precisi o di ricerca tecnica-filologica verso altri compositori. Posso solo dire che mi piace essere l’ascoltatore qualunque di tanta musica, poi lascio in autonomia la parte del mio cervello meno razionale per conservarne i ricordi, le esperienze, che quando meno ti aspetti escono fuori. Se poi proprio devo citarne alcuni, e sarei scontatissimo, direi Gil Evans, Mingus, Bach, Malher, Schneider eccetera…

Hai portato in scena “Cypriana” al Talos Festival? Sono previsti altri concerti promozionali?
Assolutamente no, ma ci spero. Muovere tanti artisti è complicato, mi basta fare un paio di concerti l’anno con un progetto del genere per gridare al miracolo, poi non si sa mai…

Quali sono i progetti a cui stai lavorando e quelli futuri?
Dopo anni di progettoni orchestrali, credo di essere diventato abbastanza vecchio da pensare ad un piccolo ensemble, e poi riprenderei volentieri un’opera, scritta ed eseguita un po’ di anni fa, per orchestra sinfonica, voci recitanti e improvvisatori intitolata “Storie Tessute”, su testi di Bice Foà e articoli tratti dalle leggi razziali fasciste del 1938. Giusto per non dimenticare.



Nicola Pisani – Cypriana (Autoprodotto, 2015)
CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

Per la sua particolare posizione geografica, Cipro ha da sempre avuto una grande importanza strategica nel controllo dell’area orientale del Mar Mediterraneo, e a dimostrarlo c’è la sua storia travagliata passata attraverso il controllo da parte della Repubblica di Venezia, il dominio degli Ottomani e quello Inglese, terminato nel 1959 con il trattato di Zurigo che ne decretò l’indipendenza dalla corona britannica. Se la strada verso la libertà per il popolo cipriota era stata caratterizzata da una feroce repressione da parte degli inglesi, la nuova stagione da repubblica indipendente nacque macchiata da un colpo di stato della maggioranza etnica greca che causò prima l’intervento militare da parte della Turchia, e successivamente la nascita della Repubblica di Cipro del Nord che, de jure e de facto, ha diviso in due distinte nazioni l’isola, con l’area settentrionale sotto il controllo diretto di Ankara. In occasione delle celebrazioni per il Cinquantesimo anniversario della nascita della Repubblica di Cipro e per ricordare i tragici fatti che ne decretarono l’indipendenza, il sassofonista e compositore pugliese Nicola Pisani traendo spunto da un’idea di Yiannis Miralis, docente presso il Dipartimento delle Arti/Musica dell'Università Europea di Cipro, ha dato vita al progetto “Cypriana”, complessa quanto affascinante partitura in cinque movimenti, basata su temi musicali della tradizione cipriota, opportunamente ricontestualizzati in un tessuto sonoro contemporaneo con l’aggiunta di una selezione di testi di poeti greci e ciprioti elaborati in una drammaturgia vocale dall’attrice e regista Maria Luisa Bigai. Realizzato con la collaborazione del Ministero della Cultura e dell'Educazione di Cipro, del Dipartimento delle Arti dell'Università Europea di Cipro, del Liceo Musicale di Cipro, del Progetto Erasmus, del Municipio di Strovolos, nonché del Conservatorio di Musica "S. Giacomantonio" di Cosenza, questa partitura ha debuttato ufficialmente dal vivo nel marzo del 2011 presso il Teatro Municipale di Strovolos/Nicosia, e ha visto protagonisti sul palco un ensemble di circa cinquanta elementi diretti dallo stesso Pisani e composto da una orchestra formata da musicisti calabresi e ciprioti, dal coro "Cantus Vitae" diretto da Giuseppina Conti, Maria Luisa Bigai, (voce narrante e recitante), Erica Gagliardi (voce solista), e Marco Sannini (tromba e flicorno). Dopo alcune repliche in Italia tra il 2011 e il 2012, “Cypriana” quest’anno è diventata finalmente anche un disco che raccoglie le registrazioni del concerto tenuto il 1 ottobre 2012 presso l’Aula Magna dell’Università “La Sapienza” di Roma. L’ascolto svela un lavoro di alto spessore musicale nel quale coro, jazz ensemble e strumenti tradizionali, come oud e bouzouki, si incontrano dando vita ad architetture sonore dalla notevole forza evocativa, frutto di una cura meticolosa di ritmo, melodia ed armonia, ma soprattutto di un straordinaria alchimia tra le diverse anime artistiche e i talenti che caratterizzano l’ensemble diretto da Pisani. I cinque movimenti, nel loro insieme, mescolano spaccati cantabili, esplosive improvvisazioni e momenti riflessivi di introspezione, componendo un affresco sonoro di grande bellezza nel quale convivono la tradizione cipriota e la musica contemporanea, il jazz delle big band e la letteratura. Ad aprire il disco è “Thalasses” nella quale le speziature ritmiche orientali fanno da sfondo al dialogo tra il coro e pianoforte, evocando l’incontro tra culture differenti che da sempre ha caratterizzato l’isola di Cipro e il mare che la circonda. Si prosegue con la virata verso la musica contemporanea con “Conduction n. 52” nella quale il dialogo tra orchesta e coro fa da sfondo alla storia di un patriota cipriota ribelle, recitata magistralmente dalla Bigai. Se “Insulae” propone un sorprendente excursus che parte dai suoni e ritmi del Mediterraneo, passa attraverso il funk ed approda alle sonorità balcaniche suggellato da un superbo assolo di tromba di Marco Sanni, la successiva “Cypriot Popular Song” ci conduce nel cuore della tradizione cipriota con protagonisti la lira calabrese di Piero Gallina e l´oud di Andreas Christodoulou. In chiusura arriva “Musiki” che mescola parti recitate in italiano e greco, per concludersi con un finale denso di lirismo in cui spiccano i soli di tromba, violino e oud.


Salvatore Esposito

Wör - Back To 1780’s (Appel Rekords, 2015)

Composto da Pieterjan Van Kerckhoven (zampogna e sax soprano), Naomi Vercauteren (violino), Bert Ruymbeek (accordion), Jeroen Knapen (chitarra), e Fabio Di Meo (sax baritono e sax soprano), i Wör sono un quintetto belga che propone un viaggio sonoro indietro nel tempo alla scoperta della musica che nel XVIII Secolo pervadeva le città di Fiandre e Brabante, il tutto senza mai cadere nel tranello della facile archeologia musicale, ma piuttosto riattualizzando e dando nuova vita a questo repertorio attraverso straordinari arrangiamenti dall’approccio rock e densi di un trascinante groove. Queste composizioni, spesso cadute nell’oblio e scarsamente battute anche dai musicisti classici, vedono la musica popolare e quella classica influenzarsi vicendevolmente, e rimandano ora a melodie o danze che risuonavano ad Anversa come a Gent o a Bruxelles. Il loro album di debutto “Back to 1780’s” mette in fila tredici brani, frutto di un intenso lavoro di ricerca effettuato sui manoscritti originali, ed arrangiati attraverso una originale architettura sonora che si regge sull’interplay tra violino, fisarmonica, chitarra e fiati, con l’aggiunta di una buona dose di swing e virtuosismi ad impreziosire il tutto. L’apertura del disco è affidata alla travolgente “Contre Danse” tratta dal repertorio del suonatore di carillon Joannes de Gruijtters (Anversa, 1946) e in cui brilla la linea melodica in crescendo con la zampogna e il violino in evidenza mentre la scansione ritmica è affidata alla chitarra. Si prosegue prima con l’elegante minuetto “Menuet” che propone in medley una composizione di Petrus Josephus Van Belle (Viane, 1743) per organo da chiesa e una melodia del già citato di de Gruitters, e poi con “Imperial” proveniente dal repertorio da ballo per le feste della Famiglia Di Martinelli (Diest, 1750) noti sia come avvocati che come musicisti. Il sax di Fabio Di Meo è poi protagonista del medley in cui si incrociano “Maclotte Zerezo” dal repertorio dei Di Martinelli e “La Marchand De Smirne” dal manoscritto n.13 del maestro di danza Pier Trappeniers (Bruxelles, 1775). Se il gustoso medley “Cocarde” vede una composizione per organo di Franse De Prins (Leuven, 1781) sfociare in un brano di Trappeniers, la successiva “March”, tutta giocata tra riff e breaks, ci riporta al repertorio dei Di Martinelli. L’invito alla danza in 6/8 del medley “Het Schipperken & Air” apre poi la strada ad uno dei vertici del disco “La Railleuse” proveniente dal repertorio del maestro di ballo Roberto d'Aubat de Saint-Flour (Gent, 1757), e caratterizzata da un brillante arrangiamento in cui spicca il dialogo tra organetto e violino. L’improvvisazione tra il violino di Vercauteren e la zampogna di Van Kerckhoven in “Scherpenheuvel oft mijn lievenke & marche” ci conduce verso il finale in cui spiccano la splendida “La Lavandière & La Capricieuse” che mette insieme due composizioni di De Prins tratte rispettivamente dal manoscritto n.33 e n.34, e quel gioiellino che è “Contredance Angloise & Contredance Van Paillas” in cui a spiccare è l’organetto di Ruymbeek. Il finale è pura festa con la scintillante “Festa Dies Toto Venerabilis (We Are Wör)” e l’ironica “De Boerevreught” che compendiano le due facce di questo album con la prima coinvolgente ed accattivante nel suo incedere, mentre la seconda densa di poesia nella sua eleganza. “Back To 1780’s” è, insomma, un disco tutto da ascoltare non solo per il piacere di scoprire una formazione composta da strumentisti di talento, ma anche per scoprire un lato meno noto della musica europea di fine Settecento. 


Salvatore Esposito

Lura – Herança (Lusafrica, 2015)

Piacevole susseguirsi di vitali melodie e ritmi, di stati d’animo gioiosi e malinconici, di sapori e profumi solari e speziati interpretati da una voce vibrante, “Herança”, il nuovo album di Lura, rappresenta l’omaggio della cantante portoghese di ascendenza capoverdiane alla cultura e alle tradizioni delle sue origini familiari. L’album si apre senza esitazione con la rutilante, ballabile “Sabi di Màs” con la quale si entra subito nel vivo. Seguono la dolce “Somada” e “Di Undi Kim Bem”, sensuale e toccante. In “Mantenha Cudado” melodiosa e ritmata, un’espressiva chitarra flamenco duetta con la voce. In “Nha Santiagu”, di e con Elida Almeida, giovane musicista capoverdiana, si segnala per l’avvolgente sax e la ritmica, mentre la vulcanica “Ness Tempo di Nha Bidjissa” è al sapore di funanà. Quasi a contrasto si pone la melodia di “Ambienti Mas Seletu”. Si raggiunge il vertice dell’album nei successivi tre brani: la suggestiva, potente, misteriosa title track “Herança”, interpretata con Nanà Vasconcelos -solo gong e percussioni a fare da sfondo alle voci quasi sussurrate-, “Barco di Papel”, dolce melodia composta insieme a Richard Bona (che interviene con chitarra, basso e percussioni) e “X da Questao” dalla linea melodica capoverdiana. La fisarmonica di “Sema Lopi” ci conduce dolcemente nel finale, “Maria di Lida” infila un vorticoso batuque, “Gorè” si fa apprezzare per i ritmi delle percussioni e la solarità; la chiusura è affidata a “Cidade Velha”, brano d’atmosfera dall’orecchiabile melodia. Dopo “Korpu ku Alma” del 2004, “M’Bem di Fora” del 2006 ed “Eclipse” del 2009, “Herança” (vale a dire “eredità”) rappresenta la naturale evoluzione del rapporto con le proprie radici da parte di Lura, all’anagrafe Maria de Lurdes Pina Assunção, quarantenne nata a Lisbona da genitori capoverdiani. La sua carriera musicale è iniziata a diciassette anni in modo quasi inconsapevole, quando Juka, cantante di São Tome e Principe, le chiese di comparire nel suo nuovo album. - Mi aspettavo di cantare come corista, invece, alla fine, Juka ed io abbiamo duettato insieme- racconta Lura. L’etichetta di world music Lusafrica cominciò ad interessarsi a lei quando ha cantato con Bonga nel brano “Mulemba Xangola”; così nel 2004 Lusafrica ha prodotto “Di Korpu Ku Alma”, album che ha ottenuto grandi consensi di pubblico e critica e tanti riconoscimenti internazionali. Con i successivi “M’bem di Fora” ed “Eclipse”, Lura ha girato il mondo. Nel 2010 con la raccolta “The Best of Lura” è uscito il brano “Moda Bò”, omaggio alla diva dai piedi scalzi scritto da Lura e cantato proprio insieme a Cesaria Evora. Certo, nella genesi di “Herança” c’entra anche la scomparsa, alla fine del 2011, della grande Evora, evento che, dopo aver lasciato costernati gli artisti capoverdiani, ha spinto Lura a tornare a Capo Verde per approfondire il legame con le sue origini e con i musicisti e i compositori dell'arcipelago. In quest’album la cantante reinterpreta con la sua voce decisa e magnetica, tre temi classici della tradizione capoverdiana: “Somada” scritta da Kaka Barbosa, uno dei brani preferiti dal cantante Ildo Lobo, “Sema Lopi”, commovente melodia che racconta la storia di un popolo, e “Ambienti mas seletu”, che traccia la storia del funanà, originariamente musica dei neri nell’epoca coloniale, poi diventato il genere musicale caratteristico dell’isola di Santiago. “Ness tempo di Nha Bidjssa” e “Sabi di Mas” sono i due brani che fanno riferimento proprio al rutilante genere funanà. Il brano “Maria di Lida”, invece, si inserisce nel filone batuque e, con un tema d’impatto sociale, rende omaggio alle donne creole. La dimensione storica emergente con forza dall’album si ritrova nelle tracce “Gorè”, “Herança” e “Cidade Velha” – scritte da Mario Lucio, compositore, musicista, poeta, musicologo e, già ministro della Cultura della repubblica di Capo Verde-, che interpretano la dimensione di stupefacente unità del popolo capoverdiano, formato da una miscela di culture e tradizioni e da sogni, speranze e sofferenze diverse. “Mantenha cudado” e “X da Questao”, ancora scritte da Mario Lucio, incarnano la natura carnale e maliziosa della musica dell’isola. Come autrice Lura si esprime in “Sabi di Mas”, che celebra la ‘sodadi’ di Capo Verde, con l’antico dilemma: “vorrei rimanere ma devo andare”, “vorrei andare ma devo rimanere”, in “Di Undi Kim Bem”, lamento di un esiliato profondamente legato alle sue radici, di cui Lura compone la melodia toccante per il testo di Abrão Vicente. In un’altra canzone, delicata e impegnata al contempo: “Barco de Papel”, scritta con Richard Bona, l’artista esplora il legame con il continente africano ai cui ritmi ed alla cui energia la musica capoverdiana si è sempre ispirata. “Nhu Santiagu” è il brano di Elida Almeida, astro nascente della nuova generazione di musicisti capoverdiani, che nel brano duetta con Lura. Contribuisce ad affinare la forza culturale di “Herança” la partecipazione di quattro grandi nomi della world music: i capoverdiani Toy Vieira (che, come arrangiatore e musicista, alle tastiere e chitarra acustica, fa da raccordo con i precedenti lavori di Lura) e Hernani Almeida - al piano e chitarra - della nuova generazione di musicisti e produttori, il percussionista brasiliano Nanà Vasconcelos e il bassista camerunense Richard Bona, musicisti navigati e di grande statura internazionale. “Herança” fa conoscere meglio la musica creola proveniente da questo luogo del mondo vulcanico, energetico, dalla collocazione singolare: isolato al centro dell’Atlantico e al tempo stesso crocevia di scambi globali. 


Carla Visca

Fabrizio Poggi - Il Soffio della Libertà: il blues e i diritti civili (Appaloosa Records/I.R.D., 2015)

L'idea è perfetta per uno spettacolo teatrale. Ci sono tutti gli elementi giusti al loro posto: la causa civile, l'impegno, la ricorrenza che ci riporta alla memoria ciò che è giusto e ciò che non lo è. E un musicista esperto e bravo come Fabrizio Poggi non poteva lasciarselo scappare. A cinquant’anni dal leggendario discorso di Martin Luther King che ha creato un'icona del secolo scorso come “I have a Dream”, un uomo di blues non può che guardarsi indietro e rendere il doveroso omaggio a chi ha dato tanto perché il popolo afroamericano ottenesse quei sacrosanti diritti che noi diamo, purtroppo, troppo per scontato. Nasce così una performance teatrale la cui colonna sonora viene raccolta ne “Il Soffio della Libertà”, album pubblicato da Appaloosa Records e che vede la riproposizione di classici senza tempo unitamente ad altri pezzi del repertorio blues. Ascoltando il disco ci si fa un'idea molto precisa della portata emotiva dello spettacolo, attraverso commoventi interpretazioni di brani come “We shall not be move”o “I shall be released” o la bellissima “Needed time”. L'album è suonato benissimo, Fabrizio Poggi è in splendida forma ed anche il gruppo che lo accompagna, anche in virtù della presenza di ospiti come Charlie Musselwhite, Garth Hudson (The Band), Guy Davis, Eric Bibb, Augie Meyers, Stefano Intelisano ed Enrico Polverari. Spicca una splendida “I'm on my way” che vede ospite l'enorme vocalità dei Blind Boys of Alabama. A proposito di vocalità: davvero da apprezzare quella di Fabrizio, in più di un momento viene alla mente il miglior Randy Newman, segno ulteriore (se mai ce ne fosse stato bisogno) che un italiano ha amato e continua ad amare quel linguaggio, distintivo di altre culture, al punto da farlo proprio. Bravo Fabrizio. 


Massimo Giuntini

Antonio Marotta – Catene (Radici Music, 2015)

Cantante, percussionista ed apprezzato costruttore di tamburi a cornice, Antonio Marotta è un artista poliedrico dal ricco bagaglio di esperienze artistiche come quella al fianco del Maestro Roberto De Simone. Dopo aver debuttato nel 2011 con “Canti a dispetto” nel aveva raccolto brani delle tradizione musicale campana e composizioni autografe ad essa ispirate, il musicista nolano torna con il suo secondo album “Catene”, in cui ha raccolto raccolto tredici brani tradizionali che nel proseguire il cammino tracciato con il suo primo lavoro, estendono il raggio della sua ricerca sonora al corpus di canti popolari del Sud Italia. Rispetto all’album precedente, ad accompagnare Antonio Marotta (voce, chitarra classica, chitarra battente e tammorre), è ora un ensemble più ampio composto dai due storici collaboratori Peter De Girolamo (batteria, tastiere e basso elettrico), e Michela Latorre (voce) a cui si aggiungono Antonio Manzo (tamburi a cornice e tammorre), Sonia Maurer (Mandolino e mandoloncello), Salvatore Zambataro (clarinetto), Carmine Bruno (cajon e tamburi a cornice), Fabio Soriano (flauto traverso), Angela Paletta (oboe) e Jonathan Gluck (violino). L’ascolto rivela un disco maturo tanto dal punto di vista sonoro quanto da quello concettuale, presentando arrangiamenti ricchi ma allo stesso tempo essenziali nelle loro architetture che mirano essenzialmente a valorizzare le strutture melodiche tradizionali e la vocalità. I tredici brani che compongono il disco, nel loro insieme, disegnano un ideale itinerario di viaggio attraverso la musica popolare dell’Italia Meridionale che prende le mosse dalla Campania, tocca il Lazio per approdare al Gargano ed in fine discendere verso la Lucania. Ad aprire il disco è il tradizionale settecentesco “Lo Guarracino” in cui le voci di Michela Latorre ed Antonio Marotta si alternano al canto dando vita ad una rappresentazione quasi teatrale di questo canto legato alla mitologia marina popolare. L’invito alla danza della “Viestana” accompagnato dal dialogo tra il violino e fiati, ci introduce alla dolce serenata “Irma”, firmata dallo stesso musicista nolano. Dal Lazio arriva il canto tradizionale natalizio “Quanno nascisti tu!” introdotta dalla voce della Latorre e caratterizzata da un arrangiamento in crescendo con le percussioni in grande evidenza. Si torna in Gargano con la “Montanara per Carpino”, tutta giocata sull’intreccio delle voci e la trama acustica tessuta dalla chitarra battente, per fare ritorno alla Campania prima con il tradizionale di Terra di Lavoro “Canti alla Carbonara” e poi con quel gioiellino che “Lli Rose”, nella quale giganteggia la vocalità intensa di Michela Latorre. Si prosegue con le sperimentazioni sonore della trascinante “Tarantella di Sannicandro”, in cui brilla la voce di Giada Busnego, e l’elegante strumentale “Moresca”, ma il vertice del disco arriva con la bella versione della “Tarantella lucana”, aperta da un frammento tratto da una registrazione sul campo e giocata sul dialogo tra le percussioni e le increspature della chitarra elettrica. Se le sonorità elettriche pervadono anche “Li Figliole”, la lauda “Sora Regina” apre uno spaccato sulla musica devozionale campana per condurci al finale con il tradizionale “Ciente Miglia”. “Catene” è, insomma, la conferma di come Antonio Marotta sappia muoversi con cura attraverso la tradizione musicale non solo campana ma anche più in generale del Sud Italia, dosando in modo sapiente il rispetto per gli stilemi e la sperimentazione sonora. 


Salvatore Esposito

Alberto Contri, Direttore artistico e altre passioni musicali (parte seconda)

Dopo i cenni riferiti alla sua biografia musicale e alla prestigiosa Collezione di chitarre, Alberto Contri ci parla a ruota libera del gruppo “BJG” e dei suoi interessi musicali, tra cui la collezione di dischi, i concerti dal vivo e l’ascolto funzionale all’ambito professionale. In coda, un imperdibile filmato storico di Louis Armstrong, nel quale Contri suona il contrabbasso con giovanile vigore. 

Bluegrass, Jazz, Gospel 
«Dal 1998, mi sono appassionato a collezionare chitarre ma, più di recente, mi sono dato da fare per organizzare una nuova band. Il desiderio è sopraggiunto dopo aver assistito ai concerti italiani (Milano e Roma) di Bruce Springsteen con la Seeger Session Band. Mi è piaciuto il format con i fiati e le corde. Da tanti anni, per lavoro, faccio la spola tra Milano e Roma. Nella capitale andavo (e vado ancora) di frequente da Lino Patruno per ascoltare il suo “jazz show” del lunedì (adesso si è spostato al “Cotton club”), sul cui palco sono stato spesso invitato a suonare degli standard blues. Tramite lui ho conosciuto un po’ tutta la comunità “New Orleans” romana. Per la liuteria, a Roma, mio riferimento è Leonardo Petrucci, il quale suona bene anche il mandolino. Lui mi ha introdotto nella comunità “Country”. Sono incredibili musicisti e appassionati del genere che, una volta al mese, si trovano in un pub tutti vestiti in stile, da cow boy, con stivaletti di serpente, cravatte alla Memphis. Vanno avanti a suonare fino a tarda notte, ci sono chitarre acustiche di tutti i tipi (soprattutto Gibson e Martin), banjos, fisarmoniche, slide guitars, e contrabbassi. 
Un giorno ho deciso di lanciarmi nell’impresa e di mettere insieme alcuni musicisti del gruppo New Orleans (trombone, voce, sassofoni, piano, basso, batteria) con altri del gruppo Country, tra cui lo stesso Petrucci e Danilo Cartia, il più bravo banjoista italiano a cinque corde. Enrico Cresci è il Direttore Musicale, io il Direttore Artistico. La Band si chiama “BJG” (Bluegrass, Jazz, Gospel) che ha ottenuto il patrocinio da parte di “Pubblicità Progresso”, perché tra i nostri obiettivi vi è anche quello di diffondere la cultura musicale fra i giovani. Durante i concerti noi forniamo spiegazioni, ad esempio, sulle origini del rock ’n roll, risalendo alle loro antiche radici. I giovani si divertono e si appassionano, poi, lasciamelo dire, facciamo bella musica, con tre cantanti bravissime, di cui una suona anche i sax. Sono tutti musicisti professionisti. Questo, paradossalmente, è il vero problema, perché sono spesso impegnati e non è facile averli tutti insieme per prove e concerti, di conseguenza ci limitiamo a eseguire solo pochi concerti l’anno. Abbiamo esordito al Milano Jazzin Festival nel 2009, poi suonato al Blue Note a Milano, al Tempio di Adriano a Roma, al Midnight Jazz Festival tenutosi presso la Borsa di Milano nel 2014. Verosimilmente a dicembre suoneremo ancora a Milano. La cosa curiosa è che, pur avendo fatto parte del Consiglio di Amministrazione della RAI e nonostante l’alto livello della Band, nel Servizio Pubblico televisivo non siamo mai riusciti a entrare, ma questa è un’altra storia. 
La formazione del “BJG” conta sedici musicisti, però Enrico Cresci ha riscritto gli arrangiamenti per dodici elementi. Per approfondire la conoscenza del Gruppo e dei singoli musicisti basta visitare il sito www.bjgmusic.it ed alla voce “Demo” si possono anche visionare numerosi video riferiti al concerto del 2009, tenuto all’Arena di Milano.»

Teoria musicale, lavoro, dischi, hi-fi e concerti 
«Gli anni passano e continuo a coltivare lo studio della musica teorica alla mia maniera. Mi sono formato da autodidatta, ma spero di avere ancora cento anni per imparare la musica come si deve, non mi arrendo. Ho un amico chitarrista che, ogni tanto, viene a farmi lezione. Ritiene che io sia troppo anziano per studiare nel dettaglio la teoria musicale e la composizione, per cui abbiamo deciso di approfondire, partendo da quello che so eseguire a orecchio ovvero gli standard del blues. Ho poca memoria per ricordarmi gli accordi, devo vederli scritti, poi non sapendoli costruire, per me sono come delle “facce" disegnate sugli spartiti. 
Purtroppo ho poco tempo per studiare a causa dei numerosi impegni professionali e di conseguenza, ogni volta, con santa pazienza, praticamente ricominciamo tutto da capo, dagli standard e dalla “scala cromatica” in avanti, tuttavia non mi sono mai perso d’animo, grazie anche all’ispirazione che ricevo dalle meravigliose chitarre della mia Collezione. Rispetto all’ascolto mi reputo onnivoro musicalmente parlando, mi piace tutto, blues, jazz, folk, rock,  ma anche la classica, dal medioevo al barocco al  romanticismo, fino alla musica celtica. Sono amico di Alan Stivell e dei suoi musicisti, e tanti anni fa li avevo fatti venire a suonare in Italia. Ascolto spesso le stazioni radio come JazzGroove.com, SuisseRadioJazz, Absolute Blues Hits. Se sento un bel brano mentre sto lavorando al computer, soprattutto la sera, mi capita spesso d’interrompere per imbracciare la chitarra più adeguata e suonare insieme ai musicisti che sembrano essere nella stanza, grazie alla straordinaria fedeltà degli altoparlanti elettrostatici collegati a un’ amplificazione interamente valvolare. Grande è il mio interesse per la tecnologia di riproduzione sonora ad alta fedeltà, inoltre ho una collezione che comprende migliaia di 78 giri, vinili e cd di tutti i generi, ogni tanto, guardo la parete nella quale sono collocati tutti i dischi e mi domando: quando avrò il tempo per ascoltare tutta questa bella musica? Comunque mi piace troppo collezionare, per cui alle manifestazioni e alle fiere di settore sono solito comprare compulsivamente le riedizioni di splendide esecuzioni di jazz e classica in vinile da 300 grammi. L’ho detto, per me la musica è come l’aria e l’ho sempre “respirata” anche a lavoro.  
Un amico insegnante di Conservatorio ogni tanto mi sgrida, perché dice che non si deve usare la musica come sottofondo. Io, però, quando lavoro ascolto sempre la musica. Ci sono due tipi di musica: quella cui dai retta dandole tutta l’attenzione e quella che invece lasci scorrere. Quando lavoravo in Agenzia come “copy”, mi accorgevo che i testi più belli li scrivevo ascoltando un famoso suonatore di flicorno, Chuck Mangione. Quando lui suonava a ritmo veloce, io scrivevo rapidamente, quando suonava ritmi lenti, rallentavo! Music is like air: ascoltarla mi commuove sempre. Per questo, ho investito in tecnologia e, negli anni, mi sono dotato di un impianto hi-fi di altissimo livello, per l’amplificazione ho dei valvolari strepitosi che permettono di ottenere suoni molto realistici. Ogni volta che metto sul piatto Verdier un LP usando la puntina giusta, il risultato è insuperabile se paragonato a quello ottenuto con un cd anche di eccellente qualità. Ascoltando, mi commuovo perché la musica si sente talmente bene che sembra di avere gli esecutori nella stanza, mi fa ricordare quando da ragazzo i grandi musicisti del jazz li avevo a due centimetri dal naso. Risentire tutti quei grandi come se mi fossero seduti accanto, mi colpisce sempre. Ascoltare in casa è piacevole ma, appena posso, desidero “respirare” la musica dal vivo, come mi è successo di recente in Conservatorio con la “Passione secondo Matteo”: stupenda! Bravissimi e talmente precisi gli esecutori austriaci che, pur essendo una settantina, sembravano una sola voce. Devo dire di aver provato un po’ d’invidia per un signore seduto accanto a me, il quale seguiva tutto il concerto con la partitura sulle ginocchia. 
La musica di Bach ha una struttura perennemente affascinante, è una fantastica impalcatura per i pensieri, ho collezionato tutta la raccolta delle esecuzioni di Glenn Gould, che erano contraddistinte da un tocco “elettrico” unico, splendide le sue lezioni al pianoforte registrate dalla BBC. Gli anni incalzano ed io desidero continuare a lavorare, completando la mia vita con la musica. Ancora non riesco a vedermi come pensionato. Devo respirare la musica come l’aria, anche quando leggo. Mi piace comprare i libri sulla musica, ne possiedo tanti, talvolta li leggo contemporaneamente in particolare, ogni tanto, rileggo l’impagabile “Glenn Gould e la ricerca del pianoforte perfetto” di Katie Hefner. Vivo continuamente immerso in un desiderio perennemente inappagato nei confronti della musica, che è parte fondamentale di tutta la mia esistenza. Da adolescente ho iniziato come chitarrista, da allora ho la sei corde nel cuore, per cui adoro ascoltare i grandi maestri. Mi piacciono un po’ tutti, da quelli dello stile “mainstream” a Jim Hall, che ho conosciuto di persona a New York all’Iridium. Pensa che ha sempre continuato a suonare nonostante l’età, soffriva di una tale artrosi che per i “diminuiti” si doveva spostare le dita con l’altra mano, fino all’ultimo ha voluto esprimersi con la sua chitarra, un vero maestro.  Mi piacciono anche i chitarristi “moderni” come Pat Metheny o John Scofield e i più tradizionali come i Pizzarelli (Bucky e John), spesso riascolto quelli folk come i “Pentangle”, Bert Jansch, John Renbourn, e poi James Taylor. Come ho detto, di frequente mi reco a Roma, dove vivo in un monolocale. Sono praticamente vicino di casa di Lino Patruno, il quale volentieri mi trasmette i suoi segreti musicali. Desidero farmi insegnare uno standard la settimana: ora sono alle prese con “Dream a little dream of me”. A parte il jazz tradizionale, tra i gruppi mi sono sempre piaciuti tanto i Weather Report quanto i Pink Floyd; tra i pianisti trovo fantastico Keith Jarret. Pensa che a fine anni Settanta, per il suo primo concerto di Zurigo, quando in Italia ancora in pochi lo conoscevano, io e il mio art director abbiamo viaggiato in treno per andare a sentirlo. Comunque ho già raccontato che quando giravo il mondo per lavoro, appena potevo andavo ad ascoltare musica dal vivo nei posti giusti, come il Ronnie Scott’s a Londra, il Blue Note di New York, ma anche una chiesa di Praga o di Harlem. È una vita che ascolto musica e non mi sono mai stancato. 
Ho avuto la fortuna di conoscere di persona i miti del jazz e suonare con alcuni di loro, come il grandissimo Louis Armstrong o i vecchi artisti della “Preservation Hall” di New Orlèans che abbiamo accompagnato in tournée: conservo nel cuore e nella memoria una galleria di personaggi di straordinaria bravura e di grande umanità. Oggi mi accontento di risentirli riprodotti nei dischi o di fare musica stando in compagnia dei bravissimi musicisti della mia band BJG». Musica, musica, semper musica… Il tempo per il dialogo è terminato, ma è stato utile per approfondire la conoscenza di Alberto Contri, creativo interlocutore, spontaneo e jazzy, il quale ci ha aperto lo scrigno del suo cuore musicale: Music is like air: titolo per una song di successo o tema intorno al quale ogni individuo potrebbe scrivere il libro della propria vita in chiave sonora?: Is music like air?: Quanti “due punti” consecutivi potrebbero essere necessari per dare adeguato rilievo a una domanda spirituale ed esistenziale rivolta all’infinito dell’humanitas musicale?: A ognuno di voi la risposta: sarà “blowin’ in the wind”?  



Paolo Mercurio
Foto tratte dall'archivio di Alberto Contri
Foto n.7 Copyright Paolo Mercurio

Mundial Montreal, Montreal, 17-20 Novembre 2015

Mundial Montreal è l’appuntamento nordamericano con le musiche del mondo, uno spazio locale espanso che accoglie addetti ai lavori e curiosi interessati a scoprire o riscoprire vecchie e nuove realtà musicali dai quattro angoli del mondo. Il festival, che, di fatto, è un evento immaginato per l’industria musicale, sulla falsariga di un numero sempre crescente di contenitori simili dall’altro lato dell’oceano, è stato pensato da Sébastien Nasra e Derek Andrews. L’idea è nata orami più di un lustro addietro in un taxi a New York ed è stata piuttosto fortunata perché Mundial non solo gode di ottima salute, ma si arricchisce di anno in anno di eventi, artisti e formule sempre rinnovate. In effetti, da piattaforma per soli addetti ai lavori si apre al grande pubblico quasi immediatamente e il successo è istantaneo. D’altra parte, non poteva essere altrimenti in una città come Montreal: cosmopolita, aperta, e particolarmente a suo agio col multiculturalismo, la convivenza di culture, religioni e linguaggi sonori. La quinta edizione, che si è tenuta dal 17 al 20 novembre, ha accolto 34 artisti che sono stati scelti tramite concorso, procedimento che segna un’innovazione per l’edizione numero 5. In un solo lustro, le procedure di selezione si sono modificate passando da un invito su chiamata in base alle preferenze e ai gusti musicali dei due organizzatori, a una proposta destinata alle case discografiche perché proponessero dei progetti di punta. Da quest’anno sono gli artisti stessi a rispondere ad una call, sottoponendo la propria candidatura a un processo di selezione. Il tema scelto per l’edizione 2015 “Globalement Parlant” ha permesso di accogliere artisti provenienti da dodici paesi diversi, tra cui Algeria, Estonia, Madagascar, Colombia, Israele, Brasile, Ghana, Cile senza dimenticare i padroni di casa e i vicini statunitensi. 
Ma in tema di programmazione, Mundial Montreal si distingue soprattutto per una vetrina molto particolare, denominata “Accents Autochtones”, una sorta di unicum nel panorama internazionale delle fiere musicali, solo evento dell’industria musicale che prevede uno spazio riservato ad artisti rappresentanti delle comunità autoctone – questione particolarmente cara ai quebecchesi che contano diverse nazioni autoctone riconosciute. Nell’edizione appena conclusasi ha trovato spazio il blues Innu di Florent Vollant che nella serata di apertura al Lion d’Or ha presentato "Puamuna" il suo ultimo album uscito lo scorso aprile. Senza dubbio una delle migliori esibizioni del festival: intensa, penetrante, di grande maturità artistica e interpretativa, di quelle esperienze sonore che riconciliano i sensi e lo spirito. E poi è stata la volta di DIYET, cantante di origine tutchone-giapponese-tlingit-scozzese-yukonese, che si è esibita il 19 al Divan Orange. La sua musica si ispira alla vita del grande Nord, la sua voce operistica arricchisce l’impianto folk delle sue canzoni. E poi ancora musica, tanta musica world beat distribuita nelle storiche sale della città, showcases articolati in una sorta di contenitore urbano diffuso. Ma è world o pop? I confini sono ormai così labili, e qui poi, non bisogna dimenticarlo, siamo in Nordamerica e se al Babel Med o al Womex degli spazi di nicchia vengono ancora riservati a sonorità più tradizionali e a performance meno “contaminate”, qui tutto suona beat, suona pop. E allora capita molto più facilmente che nella confezione del prodotto di consumo le tracce si perdano, le impronte si sbiadiscano. La questione non è la purezza dei suoni, o l’anatema della contaminazione, ma il gusto, la manifattura, la qualità del prodotto finito. Purtroppo in questi ambienti può capitare che l’approssimazione domini la scena anche quando le proposte sono ammiccanti. Vedi lo showcase della canadese di origini tanzaniane Alysha Brilla che a dispetto di un lessico impegnato sul fronte della diversità culturale e della parità di genere, si lascia sfuggire delle performance sin troppo imprecise e dozzinali. O la giovane rivelazione montrealese nel panorama dell’afro-folk, Ilam, una sorta di messia nero, incarnazione della perfezione e dell’equilibrio delle forme. Ma troppo lanciato, purtroppo, in una proiezione trascendentale del proprio potere carismatico al punto da dimenticare (o forse il suo staff non glielo ha fatto notare) che una gestione magistrale del proprio corpo non solo non può sopperire evidenti carenze musicali, ma se spinta sino al parossismo può diventare una caricatura. 
Il mestiere e l’umiltà fanno, invece, di una performance dichiaratamente pop come quella di Alex Cuba, uno spazio musicale particolarmente gradevole e convincente. Nato e cresciuto a Cuba sotto la guida di un padre professore di chitarra, Alex si trasferisce in Canada dove si afferma come artista che piace alla critica e conquista il suo pubblico con un rock/soul/pop/latino-funk pulito e garbato, accattivante quando serve, ma mai eccessivo. Il trio che lo accompagna è rodato, il gruppo è solido e si sente. Particolarmente apprezzata dal pubblico anche la performance di Akawui che ha aperto la seconda serata. Il montrealese di origini latine “attualizza” i ritmi andini fondendoli con dubstep, salsa, hip-hop afrocubano e reggaeton. Dopo il primo brano, tutto il pubblico partecipa in una danza collettiva che riscalda. C’è spazio anche per altri artisti locali del world beat contemporaneo, da Samito a Bïa, dall’Orkestar Kriminal all’Yves Lambert Trio, dai Solawa ai Kleztory e ai BellFlower, Maneli Jamal, Just Wôan, Cécile Doo-Kingué, Jah & I e Alejandra Ribera. La scena montrealese è particolarmente attiva e variegata e le viene concesso lo spazio che merita. Non da meno è stata la programmazione appositamente pensata per gli addetti ai lavori. Un menu piuttosto ricco e articolato che, come ormai tradizione vuole in questi incontri internazionali, prevede anche conferenze, incontri con i programmatori e tavole rotonde per facilitare la comunicazione tra agenti, artisti, produzioni, istituzioni, diffusori. Per finire, Mundial Montreal si fa sostenitore delle carriere di giovani promesse confermando per il secondo anno due premi: l’“Étoiles Stringay”, una borsa di 2000 dollari per sostenere un artista locale emergente e il premio “Pont transatlantique”, istituito in collaborazione con il Babel Med Music di Marsiglia, per facilitare la circolazione di musicisti da una sponda all’altra dell’oceano.


Flavia Gervasi
Foto di Attilio Turrisi

Stefano Risso – Tentacoli (Solitunes Records, 2015)

«Felice deserto, dissi, non ti vedrò mai più. Mi rimproverai per l’ingratitudine passata, per i lamenti continui sulla mia condizione solitaria, adesso avrei dato chissà che per rimettere piede sulla spiaggia: […]. Non è facile immaginare la mia costernazione vedendomi portato lontano dalla mia isola amata (perché tale adesso mi appariva) nel mezzo della vastità dell’oceano». Con queste affrante parole Robinson Crusoe – il naufrago più famoso della letteratura, nato dalla penna di Daniel Defoe nel 1719, – descrive il momentaneo distacco dalla sua isola deserta, in una paradossale inversione delle comuni aspettative: chi infatti, trovandosi solo su un’isola deserta, desidererebbe non staccarsene mai più? Forse tre possibili candidati li conosciamo, sono Enrico Negro, Federico Marchesano e Stefano Risso, tutti alfieri di quell’esperienza compositiva figlia dello slogan: «Un’isola deserta, un musicista, un microfono», che riconduce alla Solitunes Records. Stefano Risso è in ordine cronologico il primo naufrago (nonché cofondatore) della neonata etichetta discografica, ma l’ultimo a comparire sulle nostre pagine. Il suo disco, fortemente intriso di sperimentazione, raccoglie undici tracce di cui dieci firmate dallo stravagante contrabbassista. Che cosa ci si riserva l’ascolto di “Tentacoli” (Solitunes Records, 2015)? Quando Risso scrive nelle note di copertina che «i suoni di un contrabbasso, che normalmente in una sessione di registrazione vengono scartati perché sporchi, non voluti o semplicemente sbagliati, raccolti qui, prendono nuova forma…» propone chiaramente una musica solo apparentemente semplice, in quanto fatta di “scarti”; in realtà, si tratta di un prodotto complesso e interessante perché nasce da un binomio paradossale: elementi assolutamente involontari sottoposti a combinazione creativa estremamente razionale. Il brano di apertura, “TransApparenze”, colpisce fin da subito l’ascoltatore. Un ritmo tribale mescolato a un’atmosfera ricca di tensione simile a quella che genera l’esplorazione delle aree più interne di un’isola deserta, il tutto ricreato esclusivamente attraverso un contrabbasso solo senza effetti elettronici. La prima traccia è forse fra le più melodiche del disco, nel senso di costruzione e utilizzo di sonorità convenzionali; già con la successiva “Ava” lo sperimentalismo si fa estremo, gli effetti di dinamica sui suoni acustici del contrabbasso divengono una pulsazione quasi cardiaca avvolgente e ossessiva. Curiosità desta “L’Angelo”, unico brano non firmato dall’autore del disco. È un’insolita versione per contrabbasso del brano dei Subsonica dall’album “Eden” (2011), legata alla passata collaborazione di Risso con la band torinese. L’electro-dance intriso di trip-hop dei Subsonica che avvolgeva in un clima esoterico la narrazione di Lucifero, lascia qui il posto al virtuosismo in solo del contrabbassista, che traduce magistralmente così il senso di solitudine dell’angelo caduto. Scioccante è senza dubbio l’impatto con brani come “Soffi” e “Lle”, quest’ultimo sembra proiettarci, a microfono aperto, all’interno di qualcosa come una stampante. Una traccia incomprensibile forse, eppure l’orecchio resta puntato allo stereo nella sicura attesa (ma si scoprirà vana!) che giunga qualcosa di più familiare. Da segnalare gli intenzionali disturbi (interruzioni, salti, loop) inseriti nello scorrimento sonoro dei brani (ma li troviamo anche nello svolgimento visivo dei video ufficiali) che testimoniano a pieno il carattere di riciclo creativo che anima questa creazione musicale. Avete già premuto “stop & eject” per controllare se il vostro cd è rigato? Inutile! Quello che sentite è solo il segno lasciato sul disco dei tentacoli di Risso e dal suo bizzarro contrabbasso. 



Guido De Rosa

Andrea Malvano - L’arte di arrangiar(si). Trascrizioni e adattamenti storici dell’Archivio Musicale Rai, LIM 2015, pp. 254, Euro 20,00

È appena uscito per le edizioni LIM il volume “L’arte di arrangiar(si). Trascrizioni e adattamenti storici dell’Archivio Musicale Rai”. L’autore è Andrea Malvano: musicologo, ricercatore e docente di storia della musica al dipartimento di studi umanistici dell’Università di Torino, con all’attivo diversi saggi e pubblicazioni su Schumann e Debussy, oltre che collaborazioni con alcune delle testate più importanti dello scenario musicale italiano: “Amadeus”, “Il Giornale della Musica” e “Sistema Musica”. Il libro - organizzato in modo da connettere la produzione musicale in questione alle dinamiche sociali e politiche che hanno determinato parte della storia contemporanea del nostro paese - è un insieme di piacevoli scoperte. Innanzitutto legate a ciò che ho appena accennato, cioè alla struttura d’insieme e all’organizzazione dei dati. In secondo luogo in relazione al tema trattato. Il quale, come non capita spesso, getta una luce su un processo (vorrei dire un fenomeno) non solo interessante perché nel suo insieme si presenta come (grazie ovviamente all’autore) coerente e “leggibile”, ma addirittura pieno di riflessi culturali, politici, estetici. Riflessi che ne definiscono un profilo articolato e complesso, nel quadro complessivo di uno sviluppo, di un’evoluzione, di una formazione che ai più rimane precluso. Sopratutto perché il tema di riferimento - la musica della principale emittente radiotelevisiva italiana - si configura esso stesso come sfuggevole: apparentemente irrilevante, generalmente ignorato oppure distrattamente e secondariamente considerato. Invece è un tema nel quale convergono fenomeni di importanza straordinaria, che determinano la necessità di analizzare la produzione musicale come si analizzano i fenomeni sociali. Quei fenomeni, cioè, prodotti in un quadro culturale e politico riconoscibile. Ciò che si richiede a chi interroga “questi” specifici elementi coincide più o meno con il motivo per cui non sono molti a studiarli. Vale a dire una formazione tecnica, cioè musicale, e allo stesso tempo la capacità di una visione d’insieme (per dirla grossolanamente), dalla quale possano emergere quelle straordinarie connessioni che, ad esempio, gli antropologi riconoscono nel linguaggio, nelle organizzazioni sociali, nelle espressioni normalizzate, nei dialetti, nei proverbi, nelle musiche popolari (le “funzioni” di queste e i cosiddetti “comportamenti musicali”), nei rituali. Malvano mette insieme tutto questo e lo allaccia a un’analisi lineare, ordinata. Che, prima di produrre ogni altra informazione (più analitica, più profonda), ci permette di capire che una produzione musicale è probabilmente tanto “complessa” quanto contraddittoria, tanto profonda e “da sciogliere”, da indagare tanto appaiono coerenti gli elementi che affiorano sulla sua superficie. Io credo che qui risieda l’interesse primario di questo volume: nell’aver sciolto una serie di nodi, dopo aver immaginato e compreso quanto stratificate fossero (sul piano tecnico, sul piano esecutivo, degli arrangiamenti, degli adattamenti, delle selezioni dei repertori) le produzioni musicali legate al processo di fruizione più ampio e trasversale che abbiamo in Italia. Le musiche dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai (come ci incuriosisce fin dalle prime pagine l’autore) son d’altronde “posate” dietro la porta di un archivio dell’Auditorium “A. Toscanini” di Torino: un archivio “invisibile agli spettatori”, cioè ai tanti che “ogni settimana assistono ai concerti della stagione sinfonica”. Malvano - che arriva a scrivere il libro dopo un lavoro quadriennale nell’archivio - ci apre la porta e ci suggerisce ottimi motivi per riflettere su queste musiche. Motivi che sono tutti riflessi in alcuni dei capitoli o paragrafi più significativi del volume: “La germanizzazione del repertorio italiano”, “Le compilation operistiche”, “Il fascismo, il popolare e la musica”, “Negro spirituals”, “I classici al servizio delle orchestre leggere”. 

Daniele Cestellini

giovedì 19 novembre 2015

Numero 230 del 19 Novembre 2015

Per la copertina di “Blogfoolk” #230 diamo la parola alla cantante Anna Cinzia Villani, promotrice con il travolgente Claudio “Cavallo” Giagnotti del collettivo “Pizzica Pizzica. Roots Music From Salento”, nato per creare una sinergia creativa e operativa tra artisti, festival, location e operatori culturali, al fine di promuovere la musica tradizionale del Salento. La pagina world ci porta sulle rotte sonore di due strabilianti chitarristi, Beppe Gambetta e Tony McManus, sodali nel recente “Round Trip”, il nostro Disco Consigliato “Blogfoolk” della settimana. Dalla Gran Bretagna, ecco il canto del cigno dei Bellowhead, l’ensemble che ha sconquassato la scena nu folk albionica nell’ultima decade: “Pandemonium” è il magnifico compendio dei loro cinque dischi in studio. Non manchiamo di occuparci di canzone d’autore made in Italy, parlandovi di “Vivo/Live”, disco che celebra la ultraventennale carriera di Graziano Romani, dagli straordinari giorni dei Rockin’ Chairs al percorso solista tra cantautorato italiano e pulsioni springsteeniane. Ci dedichiamo alla live music con la cronaca da “Perugia Libri” e con il reportage di Paolo Mercurio da “Second Hand Guitars”, che si è tenuto a Milano lo scorso 15 novembre. Dal nostro scaffale abbiamo selezionato “Interviste sul Tarantismo” del compianto Sergio Torsello. La rubrica Suoni Jazz ha il sapore folk di un titolo sempre attuale: “This Machine Kills The Fascists”. Si tratta del tributo a Woody Guthrie realizzato dal Tinissima Quartet guidato da Francesco Bearzatti. In chiusura, sguardo sulla musica contemporanea con “Glacés” del contrabbassista beneventano Vanni Miele. Un ultimo pensiero ci piace dedicarlo al ricercatore e musicista salentino Gianni De Santis, già fondatore degli Avleddha e profondo conoscitore della cultura grika, scomparso di recente dopo una lunga malattia.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com

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L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Pizzica Pizzica. Roots Music From Salento. Intervista con Anna Cinzia Villani

Nato dalla collaborazione tra le associazioni Dilinò e Core de Villani, “Pizzica Pizzica. Roots Music From Salento” è un nuovo ed innovativo progetto di promozione culturale sinergica che mira alla riscoperta ed alla valorizzazione delle tradizioni musicali del Tacco d’Italia, nell’ottica di una valorizzazione qualitativa, come baluardo contro la modernizzazione selvaggia di suoni, forme coreutiche e vocali. Partendo da questo presupposto, in breve tempo hanno aderito a questo collettivo non solo artisti e gruppi (Mascarimirì, Anna Cinzia Villani, Insintesi, Pizzicati Int’Allu’ Core, Antonio Amato Ensemble, Compagnia Aria Corte), ma anche altre realtà come festival, etichette discografiche, location per concerti ed operatori enogastronomici. L’unione di forze, risorse e desiderio di stare tra la gente, ha dato vita ad una piccola grande rivoluzione nella scena musicale salentina, della quale abbiamo parlato con Anna Cinzia Villani, promotrice insieme a Claudio “Cavallo” Giagnotti di questo progetto, e che abbiamo intercettato nell’ultima edizione del Medimex, presso il loro coloratissimo ed affollatissimo stand.

Com’è nato il progetto “Pizzica Pizzica Roots Music From Salento”?
“Pizzica Pizzica. Roots Music From Salento” nasce dall’esigenza di essere presenti nel mercato musicale europeo, così abbiamo deciso di unire le forze, cosa fondamentale al giorno d’oggi, essendo questo l’unico modo per resistere, valorizzare ed esportate il mondo musicale che abbiamo conosciuto. 
Personalmente trovo molto importante perseguire la strada che ho scelto già tanti anni fa, ed a limite poterla mescolare, senza confonderla, con dei linguaggi musicali differenti con cui ho familiarizzato in tanti anni di ascolti. La radice però per me è molto importante, e me ne accorgo quando ascolto la musica nei vari festival del mondo. Trovo sempre più bello e ricordo sempre con maggiore limpidezza un prodotto originale che abbia un carattere riconducibile a qualcosa di esistente, mentre le cose ibride fanno più fatica a restarmi impresse. 

Qual è il vostro obiettivo principale?
Il nostro collettivo si pone come obiettivo quello di essere presenti e resistere con le nostre forme musicali dove si senta molto forte la radice, anche quando è mescolata o riletta con suoni molto moderni. Nel collettivo, ad esempio, sono presenti i Mascarimirì che propongono la loro trad-innovazione un intreccio tra musica etnica ed elettronica, o gli Insintesi che hanno dedicato due dischi al Salento con il loro duo dub. Ci sono poi anche gli Ariacorte, i Pizzicati Int’allu’Core, e Antonio Amato. Sono sfaccettature diverse della stessa radice. 

Com’è nata la scelta del nome “Pizzica Pizzica”?
La scelta del nome Pizzica Pizzica e non Taranta, nasce dal fatto che la nostra musica tradizionale viene identificata con un non-nome, un‘operazione sbagliata, e probabilmente studiata per avere più presa. 
Il nome Taranta è stato usato in molti modi anche da chi si dice contrario al suo uso spregiudicato. E’ un marchio, certo, ma anche Pizzica Pizzica lo può diventare, usando il vero nome della nostra danza tradizionale nel suo sviluppo ludico. Del resto è stato sempre così, perché non è esistito solo il tarantismo ma anche la danza per puro divertimento e per puro piacere. 

Il vostro collettivo mira comunque a valorizzare non solo le forme coreutiche tradizionali come la pizzica pizzica ma più in generale tutta la musica salentina…
Ognuno dei gruppi o dei solisti che hanno aderito propongono la musica salentina in diversi stili. Nel mio caso, propongo sia la pizzica pizzica come forma locale di tarantella, ma anche i canti d’amore e di lavoro perché da quelli non posso prescindere perché fanno parte della storia della mia gente. Ho intenzione di portarli per sempre sul palco, finché posso. Quello che unisce tutti quanti è proprio la pizzica pizzica, perché ognuno la propone secondo il suo approccio. C’è chi la fa con un’impostazione più danzereccia, chi lo fa con forme più profondità, chi ancora in modo più delicato. E’ per questo che abbiamo scelto questo nome.

A questo progetto hanno aderito anche alcuni festival…
Abbiamo scelto di includere in questo collettivo anche dei festival che propongono musica salentina tutto l’anno, e non solo d’estate. 
Ci sono anche dei luoghi che promuovono, e valorizzano l’enogastronomia locale. E’ una piccola filiera tutta basata sulla presenza e la sopravvivenza di forme di cultura locale.

Tu sei tra i promotori di questo progetto con Claudio Cavallo nella doppia veste di musicista ed organizzatore del festival Ballati! che è stato un po’ il seme di questo collettivo…
Ballati! è uno dei festival che si occupano di musica salentina, e negli ultimi anni è diventata anche l’occasione di approfondimento e discussione. Claudio ha di recente dato vita anche al Tam Tam Tambureddhu Festival dove si pone l’attenzione sul tamburo a cornice salentino, chiamato volgarmente e genericamente tamburello, ed invece noi vorremmo che sopravvivesse il suo nome locale. Il mondo ha bisogno di Pizzica Pizzica, di Tamburreddhu, e cose autoctone con un vero carattere.

Artisti, festival e buon cibo. Quali sono i progetti di questa filiera?
L’obiettivo primario era essere presenti alle fiere più importanti del mondo e che stiamo completando in queste ore, siamo stati al Womex, siamo qui al Medimex e andremo al Babel Med a marzo. Vogliamo continuare ad esistere. Tra me, Claudio Cavallo ed Insintesi c’è il progetto di incontrarci durante la settimana o più volte durante il mese per creare sinergie musicali, perché la musica non è solo quella che si costruisce a tavolino per fare un disco, o le prove per un concerto, ma è anche quella che nasce mangiando e bevendo. 
Nonostante tanti anni di carriera mi rendo conto che le cose più belle sono quelle che si creano in un momento di unione vera con le persone con le quali condividi, il cibo, il vino e sicuramente anche la musica. E’ qui che nascono le cose più interessanti, costruite intorno al nostro mondo, e non intorno al gusto del pubblico che porta sempre fuori strada. 

Quindi l’obiettivo è anche quello di saper educare il pubblico…
L’obiettivo è soprattutto quello di ritrovarsi e fare musica che piaccia a tutti quanti e che nasca dal nostro incontro, quindi fare una sorta di rieducazione all’ascolto. 

Concludendo, Pizzica Pizzica è una reazione alla massificazione ed alla svendita della cultura salentina…
Per quanto mi riguarda sicuramente si. Non so dire gli altri come risponderebbero. Non mi piace più il modo in cui il pubblico che viene da fuori vede il Salento. Dal turista più massificato a quello più attento ognuno aspetta di vedere l’autenticità del territorio che stiamo distruggendolo. Forse siamo un po’ in ritardo, ma non possiamo arrenderci.

Salvatore Esposito

Beppe Gambetta & Tony McManus – Round Trip (Borealis/I.R.D., 2015)

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Non può far che bene mettersi in viaggio sulle note offerte da Beppe Gambetta e Tony McManus nel loro “Round Trip”. La coppia di chitarristi si ritrova in un’incisione pubblicata dall’etichetta canadese Borealis dopo aver condiviso, in passato, tante avventure on stage con il quartetto Men of Steel (con Dan Crary e Don Ross. Di loro, si ascolti “Live: The Art of the Steel-String Guitar”). Non è questa la sede per ripercorrere i fasti artistici di due maestri consacrati della chitarra: il genovese, celebre personalità internazionale del flatpicking, ma anche protagonista di ricerche a tutto campo sulla rotta delle ‘musiche perdute’ e delle musiche migranti dall’Europa oltreoceano; lo scozzese, residente in Canada, raffinato e versatile interprete delle sei corde, esponente di grande statura del chitarrismo cosiddetto ‘celtico’. Il programma del loro sodalizio discografico, sviluppato in undici tracce, è assortito con mirata sapienza, poiché i due musicisti non riducono tutto al virtuosismo individuale, piuttosto mettono a frutto l’abilità nel fondere modi personali con le proprie tradizioni musicali, trascendendo la ‘certezza’ della divisione tra prima voce melodica e accompagnamento ritmico, lasciando spazio all’invenzione, all’ordito melodico, all’incrocio tra i due strumenti, che non produce mai ovvietà. Che dire poi del repertorio? Anche qui prevale l’esplorazione, che cattura l’attenzione dell’ascoltatore con materiali poco noti, ricercati all’interno delle musiche di tradizione orale e d’autore. L’attacco, molto indovinato, è con “Bonnie Mulligan’s” (tema di cui ricordiamo la versione irresistibile suonata dall’organettista irlandese Sharon Shannon) di Peter Ostroushko, importante figura innovativa del folk americano; il brano è la trasposizione, in duetto flatpicking, di un tema per violino. Anche “Sleeping Tune”, in origine concepito per la cornamusa scozzese, è un incanto, che serve peraltro a serbare nella memoria il nome dell’innovativo piper scozzese Gordon Duncan, scomparso a soli 41 anni. 
Il brano è da tempo parte del repertorio di McManus, ma qui è rielaborato con l’intervento di Gambetta. Dal cilindro spunta, poi, il semi dimenticato De André di “Valzer per un amore”, con Gambetta alla voce. Segue l’impeccabile medley di jig (“Out On the Ocean/ The lark’s March / Spórt”). Altra sorprendente delizia, testimonianza del rapporto tra ricerca e interpretazione e della volontà di cucire un filo tra passato e presente, è “Ligurian Bells Melody: Motivo Improvvisato”: parliamo di una melodia composta da un campanaro ligure (Ferrari), proveniente dalla raccolta di documentazione sull’arte musicale campanaria di Mauro Balma. Qui, accanto alla chitarra acustica di Gambetta, troviamo McManus che imbraccia la chitarra ‘Pikasso’ a 36 corde della liutaia canadese Manzer, con riusciti effetti timbrici. Ancora vertici assoluti si raggiungono nel vorticoso set tradizionale “Doherty/Return to Milltown/Tommy Peoples”. Invece, nella canzone “Slightly Go Blind” del newyorkese John Herald – nome noto a chi ha seguito le vicende artistiche del Village – il gioco vincente di coppia è tra chitarra acustica ed elettrica. Con “La Bergamasca” si apre un altro capitolo di vibrante trasposizione, perché il brano proviene dal repertorio del violinista dell’Appennino bolognese Melchiade Benni. Chitarra, mandolino e bouzouki si impongono nel trionfo ritmico irregolare esposto nella danza greca “Moustambeiko”. Sintonizzato sull’onda mediterranea è anche l’Ave Maria sarda “Deus Ti Salvet Maria”, in una versione che emoziona. Per finire, si approda alla notevole sequenza danzante di “The Manitoulin Set”, che ci fa rituffare nel mondo musicale prediletto da McManus. Come si diceva una volta: “Round trip” è un disco imperdibile, non soltanto per gli iniziati della chitarra. 


Ciro De Rosa