Umbria Jazz 2015, Perugia dal 9 al 19 luglio 2015

Umbria Jazz non solo non ha deluso le aspettative, ma ha dimostrato di aver trovato la strada giusta per gestire l’austerity. Nonostante la riduzione generale del budget e la conseguente riduzione degli spettacoli, la manifestazione ha retto oltre ogni previsione. Grazie a una programmazione estremamente equilibrata, all’entusiasmo che ha saputo diffondere e condividere nella città, all’entusiasmo e alla voglia di ciabattare per l’acropoli delle oltre quattrocentocinquanta mila persone che si sono affollate ai bordi dei palchi gratuiti. Basta scorrere i resoconti della stampa locale e nazionale per avere un’idea della riuscita di questo grande evento (la Repubblica, non solo grazie a Web Notte, la trasmissione di Ernesto Assante e Gino Castaldo, andata in onda martedì scorso da Piazza IV novembre, ha seguito la kermesse pubblicando molti articoli e speciali). Evento che Blogfoolk ha voluto documentare dall’inizio alla fine, assorbendone gli aspetti più positivi: prima fra tutto la musica, poi l’organizzazione evidentemente rodata, le intuizioni, le tante band appollaiate agli angoli del centro storico, l’alternanza dei grandi artisti che fanno di Umbria Jazz uno dei migliori festival jazz europei. Tra le band il trio Accordi Disaccordi – che da qualche anno si esibisce per strada e che quest’anno ha raggiunto tutte le location del festival – si è distinto per qualità tecnica e per capacità di reggere occasioni differenti (ne parleremo in chiusura un po’ più nel dettaglio). 
L’artista che si avvicina di più allo scenario in cui solitamente ci muoviamo si è esibito invece l’ultima sera, domenica 19, in un’atmosfera da gran finale (determinata anche dall’accesso gratuito all’Arena Santa Giuliana, deciso - come hanno sottolineato gli organizzatori alla conferenza stampa di chiusura che si è tenuta domenica mattina all’Hotel Brufani – sulla scia del grande successo che hanno avuto tutti i concerti che si sono tenuti nel main stage). La proposta è stata varia anche in questa occasione, ma Orlando Julius & The Heliocentrics (che hanno diviso il palco con Taylor McFerrin, giovane dj e produttore newyorkese) sono state le vere star. E hanno rappresentato come meglio non si poteva i riflessi più cangianti del jazz, che sono arrivati a Perugia attraverso un pilastro dell’afro-jazz e della musica contemporanea internazionale. Come è noto ai più, Julius è un artista con una grande visione, in seno alla quale ha avviato negli anni Sessanta l’incontro tra la musica africana e americana, definendo un profilo più netto e riconoscibile di ciò che poi è stato chiamato afro-pop, voodoo funk, afro-beat, ecc. La sua presenza sul main stage di Umbria Jazz è tutta imbrigliata nei riflessi caleidoscopici di questa visione, con i mille elementi irriducibilmente contradditori che ne hanno permesso la diffusione in tutto il mondo. 
Ritmo incessante che ammicca alle poliritmie afro che sono state irradiate dagli anni Settanta in tutto il mondo, il suono straniante, acido, psichedelico e personale del sassofono, che può essere ricondotto, per la forte carica innovativa (nel timbro, nella struttura delle melodie, nell’organizzazione generale dell’andamento ritmico) a qualcosa di ancora avveniristico (così lo hanno presentato al festival: “Il palco dell'Arena S. Giuliana sarà dedicato ai ‘nuovi suoni’, con un viaggio tra le nuove tendenze della musica e uno sguardo verso il futuro”). E la figura esile, dai tratti inafferrabili e avvolta in un lungo abito sgargiante. Tutta la programmazione ha rimbalzato tra i palchi tradizionali della manifestazione. Il teatro Morlacchi – come ho detto nella prima parte di questo resoconto – ha rappresentato l’area più tradizionale. Da intendere però non nei termini di un jazz di vecchio stampo o auto-celebrativo. Al contrario, la proposta è stata differenziata e ampia. Il concetto di tradizione, in questo caso, si può ricondurre piuttosto all’assetto delle band. Le quali, pur presentando soluzioni diverse, sono state accomunate dalle strutture delle formazioni, composte ed elaborate sulle combinazioni degli strumenti tradizionali del genere. 
Il flusso dei concerti al Morlacchi è stato incessante, garantendo una o due performance al giorno. Young jazz, il festival nel festival – come lo ha definito qualcuno – ha proposto altri tre concerti interessanti. Martedì 14 si è esibito il chitarrista scandinavo Jacob Bro (che vanta collaborazioni, tra gli altri, con Bill Frisell, Lee Konitz e Joe Lovano), accompagnato da Thomas Morgan al contrabbasso e Joey Baron alla batteria. Mercoledì 15 è stata la volta dei GoGo Penguin, trio dalla struttura tradizionale (Chris Illingworth al piano, Nick Blacka al basso e Rob Turner alla batteria) ma con un timbro e un insieme di soluzioni sperimentali, che richiamano le atmosfere di Brian Eno E John Cage. Hanno chiuso, giovedì 16, Ben Van Gelder (sassofono), Reiner Baas (chitarra) e Han Bennik (batteria). Il concerto, che ha visto sul palco due giovani musicisti della Bim Huis di Amsterdam – “una delle più importanti istituzioni musicali nel campo del jazz e della musica improvvisata” – e il veterano Bennik, è stato presentato nel quadro di un progetto di partnership, che si concluderà con un concerto del trio di Giovanni Guidi ad Amsterdam. Uno degli eventi più seguiti al Morlacchi è stato il “Tributo a Renato Sellani”, che si è svolto mercoledì 15 con un trio d’eccezione: Danilo Rea, Massimo Moriconi e Tullio De Piscopo. Da segnalare, infine, almeno due dei concerti che si sono registrati in cartellone fino a domenica 19. 
Il “Guitar in the space age”, con cui Bill Frisell ha reso omaggio alla musica popolare strumentale, accompagnato da Greg Leisz alla chitarra, Tony Scherr al basso e Kenny Wollese alla batteria. E il classicissimo Franco Cerri Quartet, con Dado Moroni (pianoforte), Stefano Bagnoli (batteria) e Riccardo Fioravanti (contrabbasso). L’Arena Santa Giuliana anche quest’anno ha accolto i grandi nomi dello scenario musicale internazionale. I numeri hanno dato ragione agli organizzatori: trentacinque mila paganti per un incasso di circa un milione e mezzo. Certo – come ha sottolineato il direttore artistico Carlo Pagnotta – Umbria Jazz 2015 non è stato solo Tony Bennet e Lady Gaga: i grandi nomi e i riflessi più diversi della matrice musicale afro-americana sono stati anche altri e, con loro, si è garantito un jazz cangiante e di alta qualità (Gilberto Gil e Caetano Veloso, The Badd plus Joshua Redman, Snarky Puppy, Robert Glasper Trio, Cassandra Wilson, Spokrevo Orquestra, The Brand New Heavies, Incognito). Ma, senza cedere all’entusiasmo che ha strozzato la città e gli oltre seimila fan in delirio per il duo più inaspettato del festival (e non solo), si può ammettere che l’evento non abbia avuto un’influenza negativa sull’andamento (sulla qualità? sulla tradizione?) della rassegna. 
Ben inteso, ho trovato il concerto poco entusiasmante, soprattutto perché è stato orientato dalla scia di due personaggi più che di due persone, di due musicisti (tra i quali Lady Gaga ha sicuramente brillato con una voce molto impostata e una totale, anche se personale, aderenza allo stile crooner del repertorio). Due personaggi agli antipodi sul piano della forma. Ma che sono stati assorbiti dal pubblico in egual misura, totalmente trascinato da ciò che rappresentano più che da ciò e da come hanno suonato e cantato durante il concerto. Lady Gaga, più che Tony Bennet, ha assunto in pieno questo ruolo inverosimilmente simbolico. Bennet era in città già due sere prima e si godeva l’atmosfera dei giardini Carducci da una poltrona davanti al suo hotel. Lady Gaga – che sembra proiettata ad assumere sempre più i tratti di icona trash – ha invaso, invece, il festival con la sua impronta di pop estremo (atterrando con jet privato e scorta, lasciando segreto il suo alloggio nelle campagne perugine, spostandosi in assetto vip in totale dissonanza con i vicoli medievali del centro, che sembravano troppo stretti e grezzi per i luccichii dei suoi occhiali o le trasparenze della sua tutina). In generale, comunque, l’evento, presentato come esclusiva per l’Italia, ha rappresentato una conferma ulteriore dell’ottimo lavoro che lo staff è stato in grado di realizzare. Perché la programmazione ne ha risentito positivamente. 
E non solo in termini di risonanza e di incassi, ma di equilibrio. Attraverso cioè un riflesso positivo che ha corroborato la solidità dell’idea organizzativa. Per concludere, rimarcando l’idea di permeabilità che è alla base della programmazione, non c’è migliore esempio del trio Accordi Disaccordi. Si tratta di una formazione che ha alla base due chitarristi (accompagnati da un contrabbassista), il cui repertorio si aggira nella tradizione gipsy jazz. Sono comparsi al festival alcuni anni fa esibendosi per strada e quest’anno, pur continuando a presentare performance estemporanee in Corso Vannucci, hanno solcato tutti i palchi. Esibendosi al teatro Morlacchi, sul palco dei Giardini Carducci (dove hanno brillato, più di altri, gli italiani Sugarpie and the Candymen) e nel restaurant stage dell’arena Santa Guliana, dove hanno suonato tutte le sere prima dei concerti del main stage. Insomma mi piace ricondurre questo loro slittamento alla dinamicità del festival. E credo che sia uno degli elementi più positivi di cui può vantarsi anche una grande manifestazione come Umbria Jazz. 


Daniele Cestellini