Baba Sissoko with Antonello Salis, Famoudou Don Moye – Jazz (R)evolution (Caligola, 2015)

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“In quel momento il signor di Tréville … chiamò tre volte, ogni volta alzando la voce, in un crescendo di tono fra l’imperativo e l’irritato: ‘Athos, Porthos, Aramis!’” Con queste parole Alexandre Dumas annuncia l’ingresso sulla scena del suo romanzo dei tre moschettieri che daranno il titolo all’opera. Effettivamente osservando la copertina di “Jazz (R)evolution” con quei tre uomini dall’aspetto sagace e un po’ irriverente, sembra proprio di avere davanti tre moschettieri musicali. Il primo (da sinistra) Baba Sissoko (1963), come Porthos “vestito così bizzarramente da attirare su di se l’attenzione generale”, al centro Don Moye (1946) un novello Athos, figura nobile e paterna per gli altri due, infine Antonello Salis (1950), piuttosto diverso dall’Aramis del romanzo “dalle guance rosate e vellutate”, ma come lui determinato e affabile. Si tratta di tre mondi ed esistenze musicali differenti che convergono in un unico progetto, l’album registrato lo scorso novembre al Teatro Forma nell’ambito del Festival Jazz di Bari: “Jazz (R)evolution” (Caligola, 2015). Baba Sissoko, con la sua voce e soprattutto attraverso strumenti tipici della tradizione dell’Africa Occidentale come il tamani - un tamburo parlante a forma di clessidra (in inglese Talking Drum) – e lo n’goni, adempie il suo compito di griot - poeta cantore della tradizione orale maliana - adoperandosi per la diffusione della musica tradizionale della sua terra. Il neroamericano Famoudou Don Moye, porta in dote l’esperienza di quasi mezzo secolo di free-jazz statunitense, in qualità di batterista dell’Art Ensemble di Chicago. Infine, Antonello Salis fisarmonica, tastiere e pianoforte, che dalla natia Sardegna ha portato la sua trentennale avventura musicale prima a Roma, e poi in Europa collaborando allo stesso tempo con jazzisti italiani, fisarmonicisti francesi e artisti della scena internazionale non strettamente legati al jazz. L’obiettivo finale di questo “Kumbe” – in maliano “bell’incontro” – (non a caso nome della traccia di apertura), non è solo quello di fabbricare la tanto sbandierata, nelle presentazioni sul web, “valigia carica di suoni da far conoscere al mondo”. La scommessa di questi tre moschettieri musicali è bensì quella di evolvere e rivoluzionare il jazz - il titolo del disco propone l’estroso termine di “(R)evolution” -, trasformarlo attraverso questa contaminazione con la musica e la cultura africana. I presupposti, in realtà, sembrano ottimi. I tre hanno già collaborato ai tempi in cui Sissoko e Don Moye militavano nell’Art Ensemble of Chicago e Salis nei Cadmo; inoltre la matrice africana accomuna intimamente i due percussionisti, così come le esperienze di Salis e Don Moye nella scena musicale italiana e l’ormai status di afro-calabrese di Baba, costituiscono le basi per una complementarietà artistica. Alla fine però, giudice indiscusso è l’ascolto. Se nella seconda traccia “Danaya” le tre individualità appaiono ancora troppo scisse e alcuni tracciati estemporanei appaiono eccessivi, l’esperimento appare sensibilmente più riuscito nei brani dalla seconda metà del disco. Vera perla è in questo senso “Tama” terz’ultima traccia. La ragione è forse da cercarsi anche nella natura live della registrazione, dato quanto mai vitale quando si parla di estemporaneità e per questo assolutamente non trascurabile. Da sottolineare gli omaggi di Sissoko a “Isio Saba” – il fotografo e pioniere del jazz in Italia, che nelle note di copertina definisce come colui che “mi ha presentato Moye e Salis” - e ai compagni di viaggio nelle omonime “Salis” e “Moye” in cui è lasciata loro possibilità di esprimere a pieno creatività e virtuosismo (in “Salis” la fisarmonica sembra correre su vertiginose montagne russe). In certi momenti durante l’ascolto ritornano alla mente le parole di Dumas: “D’Artagnan … vedeva quegli uomini come semidei”. 


Guido De Rosa