BF-CHOICE: Maria Pia De Vito featuring Chico Buarque – Core [Coracão]

In “Core[Coracão]”, la vocalist partenopea, ai vertici del panorama jazz internazionale, offre cittadinanza sonora napoletana a tredici canzoni carioca. Sperimentatrice delle infinite possibilità sonore della voce, Maria Pia De Vito è artista versatile, sensibile e creativa...

BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

martedì 24 febbraio 2015

Numero 192 del 25 Febbraio 2015

"Sangue e Cenere", l’album che segna il ritorno dei Gang, è la nostra copertina e il disco Consigliato Blogfoolk della settimana. In una videointervista Marino Severini racconta le ispirazioni e la genesi del nuovo lavoro dei marchigiani. Ci spostiamo poi in Sicilia per parlare di "Genti", il nuovo disco de I musicanti di Gregorio Caimi. A seguire ecco il lungo viaggio musicale nel continente latinoamericano della boliviana Marta Gómez (“Contigo”), e poi  una finestra che si apre sulla canzone d'autore con "How Things Are" del nordirlandese Andy White. Ampio spazio è dedicato poi alla musica live con i suoni itineranti del Festival del Canto Spontaneo, un report del recital celebrativo del ventennale di Nando Citarella & Tamburi del Vesuvio e il concerto del compositore e pianista Arturo Stàlteri con Pierluigi Puglisi. La lettura della settimana ci porta in Umbria: “D’Altro Canto” è un volume, con accluso CD e DVD, a firma di Antonello Lamanna, Daniele Cestellini e Giancarlo Palombini, che propone un percorso nel ricco panorama musicale popolare contemporaneo della regione. La conclusione è affidata all’intervista con Toni Verona, patron di Ala Bianca, realizzata da Rigo per il suo immancabile Taglio Basso.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com

VIAGGIO IN ITALIA
WORLD MUSIC
I LUOGHI DELLA MUSICA
LETTURE
TAGLIO BASSO

L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Gang - Sangue e Cenere (Rumble Beat Records, 2015)

La copertina che rimanda dritto a “The Basement Tapes” di Bob Dylan è qualcosa di più che una linea programmatica, ma piuttosto è lo specchio fedele dello spirito che ha animato “Sangue e Cenere”, come back album dei Gang che giunge a quasi quattordici anni da “Controverso”. Realizzato grazie ad una fortunatissima ed entusiasmante campagna di crowdfunding, il disco ha visto la luce quest’anno, sotto gli auspici della illuminata produzione di Jono Manson, che ha arricchito il sound dei Gang con echi roots, senza snaturare però il loro classico marchio di fabbrica, ovvero quel combat rock di cui sono interpreti magistrali. Ciò che non è mai mutato sono invece i temi affrontati nei vari brani, che ci raccontano le contraddizioni e i problemi della nostra nazione, traendo ispirazione della voce e dalle storie della gente incontrata sulla strada dei loro innumerevoli concerti. A margine della presentazione del disco, durante l’edizione romana del MEI, abbiamo intervistato Marino Severini, per farci raccontare la genesi e le ispirazioni di questo nuovo lavoro.



Come nasce “Sangue e Cenere”?
Un disco di inediti mancava da quattordici anni, quindi molto tempo. Nel frattempo però abbiamo fatto dei lavori stagionali come quello con La Macina, “Il Seme e La Speranza”, i lavori con Daniele Bianchessi per il teatro civile. Insomma ci siamo tenuti in allenamento. Le canzoni di “Sangue e Cenere” sono nate nel corso degli anni, erano nel cassetto, però non c’era mai l’occasione giusta per dire ricominciamo. Noi, come tutti i vecchi, non abbiamo più la pazienza di un tempo, e fare un disco è l’inizio di tutta una serie di mediazioni, magari si parte con grande entusiasmo e poi si ci ritrova a fare qualcosa che non era quella sperata. Questa volta non è andata così, perché dopo tanti anni è avvenuto proprio quello che speravo, e questo grazie all’incontro con Jono Manson.

Jono Manson è il produttore del disco…
L’incontro con lui ha fatto scattare la scintilla per la realizzazione dell’album. Lui è un artista completo, oltre che un eccellente chitarrista e produttore. Ha lavorato tantissimo su questo disco, ha diretto magistralmente i musicisti, ma soprattutto è stato molto rispettoso del nostro lavoro. Avevamo un obbiettivo preciso a livello sonoro, e lui ci ha portato nelle profondità del sentimento.

Quali sono i suoni che avete esplorato con “Sangue e Cenere”…
La maggior parte dei brani sono ballate, e questa è un po’ la caratteristica principale del disco. In questo senso Jono è stato l’ambasciatore verso la scena americana di Santa Fè, portando certe sonorità tex mex, ma anche con i suoi cari amici di New York, quelli che hanno un certo feeling e un certo mood che nelle ballate riesce ad imprimere quelle dinamiche basse e profonde difficilmente riscontrabili altrove. E’ un disco che mira dritto al cuore.

Dal punto di vista delle storie, cosa vi ha ispirato?
Sono ispirazioni nate nel corso degli anni, frutto di incontri diretti con la gente durante i nostri tanti concerti in giro su e giù per l’Italia. Queste storie che abbiamo ascoltato, sono diventate canzoni. In particolare ce n’è una che esce un po’ dallo schema dei Gang come gruppo combat-rock, ed è “Più forte della morte è l’amore”, dedicata a Gabriele Moreno Locatelli che era un giovanissimo beato costruttore della pace, che fu ucciso da un cecchino a Sarajevo nel 1993. Il brano è nato dall’incontro con il padre e con i suoi amici, dieci anni dopo la sua morte, perché il coordinamento per la Pace di Como ci invitò ad una iniziativa. Il padre mi regalò un libro “La Mia Strada”, che era una sorta di diario che teneva, e sono venuto in contatto con la sua umanità e la sua storia.

Di Ex Jugoslavia si parla anche ne “Gli Angeli Di Novi Sad”, il brano che ha anticipato l’uscita del disco, e nel quale ad accompagnarvi c’è l’orchestra. Un esperienza inedita per voi…
Anche quella è una cosa che non ci eravamo mai permessi. E’ un po’ un episodio a parte del disco, però anche in passato avevamo fatto qualcosa di simile con “Oltre”, dove ad accompagnarci c’era una banda. Sono soddisfazioni che uno si toglie, come nel caso dell’orchestra. Inizialmente il brano era stato arrangiato per la band, quindi con un suono rock e con qualche eco di soul, più o meno nel nostro stile, ma il testo non veniva fuori con quella intensità che avrebbe meritato.
Poi è arrivato l’incontro con l’orchestra Pergolesi, perché Gastone Pietrucci de La Macina, aveva già lavorato con loro, e mi ha presentato il direttore e nel corso di un anno siamo riusciti a dare una fisionomia al brano. L’orchestra è composta da musicisti giovanissimi in gran parte, e questa è una soddisfazione in più per questo incontro.

Al disco hanno collaborato diversi ospiti d’eccezione…
Con Jono ci siamo sempre chiesti cosa servisse ai vari brani, e lui aveva una galleria di musicisti rispetto ai quali abbiamo scelto quali fossero i più adatti, ovviamente parlando sempre prima con loro, facendogli ascoltare il brano e cercando di capire se gli piacesse o meno. Fra tutti devo citare Garth Hudson di The Band, la leggenda di tutte le leggende della musica americana. La mia educazione musicale e sentimentale mi arriva da loro e dai Creedence Clearwater Revival. Lui ci ha fatto questo grandissimo regalo. Poi c’è un altro musicista che ci ha resi orgogliosi del disco, e che è uno dei più grandi che camminano sulla pianeta terra, ovvero Jason Crosby, che suona l’hammond, le tastiere e anche la viola a cinque corde. E’ stato lui a metterci in contatto con Garth Hudson perché sono molto amici, e Jono lo ha coinvolto nel progetto, nonostante si fosse rotto le costole, lo abbiamo aspettato. Siccome le tastiere e l’hammond erano stati già incisi, lui ha suonato per noi la fisarmonica, ed è stato gentilissimo. Ci sono poi i fiati che hanno suonato anche con Bruce Springsteen, e tanti altri amici, e soprattutto c’è la pedal steel. Su questo c’è una storia lunghissima, perché non era prevista nel disco, ma quando è venuta fuori la possibilità di inserirla, mi sono ricordato che tanti anni fa, tu mi chiedesti il perché nei nostri dischi non c’era mai una pedal steel. Quando l’ho sentita nei provini dei brani, allora ho pensato che era la volta buona che accontentassimo anche te. Finalmente in un disco dei Gang c’è anche la pedal steel. 

Altra esperienza nuova di questo nuovo album è il crowdfunding. Come è andata?
Benissimo perché in Italia un budget così alto non era mai stato raggiunto. Conosco però molto bene la gente che ci segue da tanti anni, e ci vuole bene. Ci hanno sempre regalato di tutto dal cioccolato all’olio alle cose da mangiare, ma questa volta si trattava di sostenere la realizzazione del disco. La novità però è un'altra perché con questa esperienza si è rotto il sistema della produzione musicale in Italia, perché non c’è un produttore ma una schiera enorme. Questo disco è un laboratorio appena avviato, poi non so dove porterà, e certamente apre un varco importante in questo senso. Poi vedremo cosa succederà anche rispetto ad altre situazioni simili alla nostra. 

Come sarà dal vivo “Sangue e Cenere”?
Ci sarà una formazione in parte nuova, con un bassista e Marzio Del Testa alla batteria che suonano con noi già nel disco. Ci sarà un giovane ma bravissimo violinista che non è tanto conosciuto, ma me lo ha raccomandato Francesco Moneti, e quindi è una garanzia. Lui suona anche il mandolino, e strada facendo mi auguro di aggiungere al gruppo un sassofonista e un trombettista, ma questo non lo so perché dobbiamo volare bassi anche per i costi. 


Salvatore Esposito


Gang - Sangue e Cenere (Rumble Beat Records, 2015)
CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

Dopo una lunga attesa, i Gang, “la band dei fratelli Severini" - come specificano le varie note a riguardo -, è tornata sulla scena con “Sangue e Cenere”, il nuovo disco di brani inediti. Un album pieno di parole, di immagini, secondo una tradizione a cui forse in molti sono ormai disabituati (in “Non finisce qui” ci dicono “Quella fabbrica mio padre/ la ingoiò tutta di un fiato/ alla Breda ferro e fuoco come fosse un condannato/ ferro e fuoco, fuoco e ferro e polvere d’amianto”), di musica legata a uno stile ma anche a suggestioni personali, così come a una strumentazione differenziata, che include numerosi strumenti e “apporti” di tanti ottimi musicisti. La poetica dei Severini sembra intatta e, anzi, indurita dagli anni (“Controverso”, l’ultimo album di inediti risale al 2000), dentro una narrazione che tocca i temi più efficaci e rappresentativi della storia della band. D’altronde basta scorrere i titoli in scaletta per aggrapparci a quelle immagini e sfogliare poi il disco come fosse un libro di riflessioni. Una lista di “impegni” declinati in canzoni, un unico brano coerente e duro, organizzato in undici tracce/indici, in sezioni, in movimenti stretti dentro un linguaggio scarno, diretto e allo stesso tempo immaginifico, poetico (“Mia figlia ha le ali leggere”), politico (“Gli angeli di Novi Sad”), di cronaca e denuncia (“Alle barricate”, “Marenostro”). In termini generali la costruzione musicale – nella quale si riflette il contributo di Jono Manson, che si è occupato della produzione dell’album, registrato tra gli Stati Uniti e l’Italia – riflette gli elementi ritmici e melodici che hanno definito lo stile energico e marcato dei Gang (la chitarra interviene negli intermezzi a scardinare, con venature di distorsioni decise, l’andamento coeso dei brani). Poi c’è “Gli angeli di Novi Sad”, uno dei singoli che hanno anticipato l’uscita dell’album. I Severini lo hanno offerto in free download nel sito della band, anticipando una certa “polarità” che contraddistingue questa nuova produzione. Il brano – che tratta della guerra in Kosovo, attraverso il riferimento a uno dei luoghi più colpiti dai bombardamenti della Nato – è eseguito con l’Orchestra Pergolesi diretta dal Maestro Stefano Campolucci. E ci offre un taglio profondo, per tramite del quale scrutare i vari livelli della narrazione dei Gang. L’ultimo elemento a cui accennare è la produzione, realizzata attraverso il crowdfunding che – come è stato sottolineato dagli stessi Severini e come evidentemente dimostra il successo della proposta e la straordinaria partecipazione dei “produttori/fan” – qui più che altrove assume una connotazione politico-culturale netta. I media hanno parlato molto del successo “quantitativo” dell’operazione, attraverso la quale per “Sangue e Cenere” si è raccolta una cifra di gran lunga superiore a quella minima inizialmente richiesta dalla band per sperimentare la produzione partecipata dal basso. A noi – che vogliamo anche connetterci alle considerazioni che la stessa band ha condiviso durante il periodo di preparazione del disco – interessa segnalare brevemente l’aspetto “qualitativo” (non si può, per questioni di spazio, analizzarne il processo). Il quale, come ho detto poc’anzi, inquadrato negli elementi di riferimento e nelle narrazioni della band, è un dato politico, che nel nostro paese sta assumendo sempre più rilievo, soprattutto perché definisce i nuovi margini dello scenario della musica indipendente, per tradizione marginale ai canali di produzione e comunicazione mainstream. 


Daniele Cestellini

I Musicanti Di Gregorio Caimi – Genti (EmDabliuEm/MusicRaiser, 2014)

A distanza di tre anni dall’ottimo “Arsura”, i Musicanti di Gregorio Caimi tornano con “Genti”, disco nel quale hanno raccolto nove brani che proseguono la ricerca sonora tra la tradizione musicale siciliana ed innovazione world, intrapreso con il precedente, spostando il confine più avanti, verso nuove contaminazioni tra rock, elettronica e ritmi in levare. In questo senso particolarmente importante è stato l’aver coinvolto nella realizzazione del disco alcuni ospiti d’eccezione come Mario Incudine, Enzo Augello, Giovanni Gulino di Marta sui Tubi, Bob Salmieri, Simone Pulvano, Nonò Salomone, Vincenzo Toscano, Pachi Adikari Kalipada e Mario Crispi degli Agricantus. Ad aprire il disco è il ritmo trascinante di “Senti chi ti ricu”, già proposta nel disco di esordio, e qui riletta con Mario Incudine alla voce, tra echi della tradizione siciliana e sonorità mediterranee. L’omaggio a Rosa Balistreri, con “Rosa Canta e Cunta” apre poi la strada al primo singolo “Genti”, in cui spicca la partecipazione di Giovanni Gulino dei Marta sui Tubi, e che si caratterizza per un riuscitissimo arrangiamento reggae-rock su cui si innesta un ritornello in inglese dal grande potenziale radiofonico. Le storie di migranti dell’intensa ballad dai sapori world “Terra Madre”, costruita su un crescendo di grande impatto, ci conducono alla filastrocca rock “Facci 'i plastica” nella quale brilla l’ottimo intreccio tra flauti, chitarre e i cordofoni di Bob Salmieri di Milagro Acustico (ney, baglama, tambur). Se la canzone d’autore fa capolino in “Ora ca persi la valia”, in cui è ospite Nonò Salamone alla voce, la successiva “Malarazza” di Domenico Modugno, brilla per il suo arrangiamento in chiave world, in cui brilla la linea melodica tracciata dalla fisarmonica e dalle chitarre. Sul finale arrivano poi il canto tradizionale “O Nici, Nici”, trasformata quasi in una suite progressive, e la sperimentazione in chiave elettronica “Viaggiu”, in cui spicca l’eccellente assolo di flauto di Mario Crispi degli Agricantus. Insomma “Genti” è un ottimo album che conferma I Musicanti di Gregorio Caimi come una delle realtà più interessanti della scena musicale siciliana, non solo per la loro capacità di destreggiarsi tra tradizione, ed innovazione, ma anche per la lungimiranza di guardare oltre verso la sperimentazione e il confronto con nuove sonorità. 


Salvatore Esposito

Marta Gómez – Contigo (Arc Music, 2014)

Potrebbe sembrare un nome nuovo per le nostre orecchie, ma in realtà Marta Gómez è una cantante e autrice già affermata nel firmamento folk autorale latino americano e negli USA. La trentacinquenne colombiana vanta nel suo CV studi al bostoniano Berklee College of Music, una nomination di Billboard nella categoria Latin Jazz Album nel 2004, il riconoscimento internazionale ottenuto dalla sua canzone “Paula Ausente”, ispirata al romanzo di Isabel Allende. Gli altri suoi non pochi “achievements”, li trovate facilmente nel Web. Qui ci occupiamo della sua ottima recente realizzazione antologica della label ARC Music per il mercato internazionale costituita da diciassette canzoni. “Contigo” porta come sottotitolo “Songs with Latin American Soul”, a volere mettere l’accento sul gusto panamericano di Marta, che ha una solida conoscenza delle tradizioni musicali del continente, attraversate attingendo ai ritmi tradizionali: dalle native cumbia, puya e bambuco alla zamba argentina, da lando e festejo peruviani alla cueca cilena, dal carnavalito che si balla in Bolivia e in Argentina fino al son cubano (“Tu Voz”, dedicata alla cantante isolana Gema Corredera). In più, la “cantautora” ci mette le sue creazioni in forma di ballata romantica e riprende le figure ritmiche del flamenco, con sempre ispirati testi poetici e cinque liriche del sommo Garcìa Lorca (spiccano “Granada” su un’aria in tempo di 6/8, la “Casida de Las Palomas Oscuras” su ritmo di festejo e la rumba “La Soleà”). Insomma, abbiamo di fronte un’artista versatile e vincente, in grado di soddisfare pubblici eterogeni. Con una piccola banda elettroacustica (chitarre, cuatro, tres, charango palmas, basso, batteria, percussioni, flauto traverso e flauti andini), dalla spinta ritmica efficace che non rinuncia a sprazzi latin jazz, Gómez si dimostra talento dalla vocalità luminosa e calda, nonché eccellente performer, mette insieme un programma attraente, soprattutto quando gli abiti musicali della boliviana residente a Barcellona spaziano tra le trame folkloriche (particolarmente riuscite: “La Rionda”, “Chicarra”, “Almita Mia”, “Carnavaliando”, “Rio”, “Zamba para mi muerte”). È vero pure che quando i tempi rallentano nelle ballate, qualcosa si perde e i morbidi barlumi pop avvolgono il sound, ma va detto Marta non è una sperimentatrice né un’innovatrice. Eppure, siamo di fronte ad una musicista dotata di forte espressività. E tanto basta.


Ciro De Rosa

Andy White – How Things Are – (Floating World Records, 2014)

Andy White non ha bisogno di presentazioni, per lui parla la sua trentennale carriera, aperta dal grande successo del suo debutto “Rave On” del 1986, e proseguita tra ottimi album e collaborazioni di prestigio con i conterranei Sinead O’Connor, Donal Lunny, e Van Morrison, Peter Gabriel con il quale ha composto “Whole Thing”, nonché con Stephen Fearing e i fratelli Neil e Tim Finn dei Crowded House. A tale ricco percorso artistico è corrisposto anche un riscontro di pubblico notevole, e questo soprattutto per la sua capacità di mescolare folk e rock con una elegante e poetica vena pop. Ad arricchire la sua discografia è arrivato di recente “How Things Are”, undicesimo album in studio, nel quale ha raccolto dodici brani originali, incisi nel suo studio casalingo The Growlery, insieme al figlio Sebastian (batteria), e Domini Forster (archi), e che spaziano da sonorità pop-rock a trame acustiche di impronta folkie. Si tratta di un disco dal taglio molto personale, in quanto riflette un momento molto difficile della sua vita segnato dalla fine del suo matrimonio durato quindici anni, come spiega lo stesso White: “Scrivere queste canzoni è stato il mio modo di reagire. Tutte le canzoni sono piuttosto intense, ma non raccontano tutte una storia triste. L’amore a prima vista? Sì, quel momento alla Giulietta e Romeo esiste davvero. I so quanto sia stato fortunato che mi sia accaduto. Fosse anche per una volta sola, è meraviglioso”. Pur essendo rimasto fedele rispetto alle proprie coordinate artistiche, il cantautore irlandese ha racchiuso in questo disco tutte le sue principali influenze artistiche, spaziando da Van Morrison i cui echi permeano la splendida “Separation Street”, alle suggestioni folk-rock dei R.E.M. che ritroviamo nell’iniziale “Driftin’”, fino a toccare Bob Dylan nella folk ballad “Closest Thing To Heaven”. Se i Beatles che fanno capolino in “You Got Me At Hello” e “Band Of Gold”, non manca una strizzatina d’occhio verso la poetica di Paul McCartney con l’elegante ballata “Pictures Of You” e a John Lennon nella conclusiva “Who Said We’re Gonna Get Another Lennon”, ma il vero vertice del disco arriva con la superba “All It Does Is Rain”. Insomma “How Things Are” è un disco di grande spessore nel quale Andy White ha racchiuso i ricordi, le immagini e le sensazioni che hanno caratterizzato una storia d’amore, e per farlo ha usato come riferimenti sonori i suoi grandi amori musicali. Il risultato è un gioiello tutto da ascoltare, per coglierne fino in fondo la sua profondità. 


Salvatore Esposito

Festival del Canto Spontaneo 7° edizione, Salerno, Villacaccia di Lestrizza (Ud) , Viganella – Domodossola (Vb), Trieste, Venezia, Givigliana – Rigolato (Ud), Maggio – Ottobre 2014

La Carovana degli eventi collaterali 

Sono trascorsi sette lunghi anni da quando Novella Del Fabbro ed io iniziammo l’avventura del Festival del Canto Spontaneo e, tuttavia, grazie anche all’attualità dei temi affrontati in quest’ultima edizione, non sono sopraggiunte forme di assuefazione o di abitudinarietà le quali, spesso, si manifestano nel rituale della riproposizione di eventi e festival. Certo! la grande passione che ci contraddistingue, la scelta oculata di artisti, intellettuali, storici e musicologi i quali si alternano nelle interessanti “collaterali” che precedono l’epilogo della giornata principale a Givigliana, la prima domenica di ottobre, ci regalano, ogni volta, soddisfazione, gratitudine e arricchimento culturale tali da farci scordare la fatica e le difficoltà che, inevitabilmente, si celano in operazioni di questo tipo. Non solo! le connessioni, a vari livelli, che il tema del “Canto” pone in evidenza sono tali e tante da fornirci, ogni volta, spunti di approfondimento, ricerca, elaborazione le quali attribuiscono all’iniziativa carattere innovativo pur nella declamazione, tutto sommato, di un argomento di estrema semplicità: il Canto. Se l’appuntamento di Givigliana rimane pur sempre il momento più magico del Festival, da qualche anno le cosiddette collaterali hanno assunto un’importanza strategica nella progettualità e soprattutto nella continuità di una riflessione che mette in relazione vari aspetti storici, filosofici, antropologici ancorché musicali e lessicali. E’ stata una scelta, questa, di non facile assunzione; ci siamo infatti chiesti se avesse avuto senso circoscrivere il tema del canto in un’area eccessivamente tecnicistica frequentata perlopiù da musicologi spesso di formazione accademica i quali, pur avendo una immensa proprietà di conoscenze, di studio minuzioso e grande capacità di correlazione (elemento significativo ai fini dell’interpretazione corretta delle evoluzioni e analogie di espressioni e forme musicali o vocali antiche e tradizionali), rischiano, con il loro agire, di escludere una vasta platea attirata da questi ambiti. 
Un pubblico forse non sempre adeguatamente preparato che, tuttavia, spesso è formato da persone le quali vivono direttamente sul campo la passione delle tradizioni popolari, della trasmissione orale, del canto spontaneo e di tutto ciò che riguarda il ricco bagaglio della cultura popolare. Avremmo fatto una scelta troppo limitativa rischiando di rivolgerci ad un ambito ristretto di pubblico formato, in larga misura, da addetti ai lavori, se avessimo seguito una prima embrionale idea di dare vita ad una serie di convegni i quali potessero, come dire, aprire il varco ad altre iniziative dedicate all’approfondimento del canto, anche dal punto di vista tecnico. Da un lato avrebbe generato una contraddizione d’intenti posto che dopo “Canto” si era deciso di aggiungere quell’aggettivo, “spontaneo”; dall’altro il nostro “piccolo festival” sarebbe stato inserito inevitabilmente in quel grande calderone di eventi conceptual attraverso i quali nel nostro Paese (ma non solo) si celebra sistematicamente l’Intelligencija di una certa area di intellettuali. Nessun desiderio di conflitto sociale, per carità; semmai la volontà di miscelare il sapere accademico e quello popolare senza pretese, dall’una o dall’altra parte, di avere la priorità d’ascolto e di considerazione. Abbiamo, quindi, dato vita ad un format che si è rivelato estremamente interessante: interventi degni di master a livello universitario si alternano a testimonianze di esperienze vissute “sul campo”; musicologi di certificata formazione dialogano liberamente con semplici persone appassionate che, nel proprio tempo libero, si dedicano alla ricerca andando in paesini dispersi a cercare quel tal signore che ancora costruisce un certo tipo di zampogna o quella anziana canterina che conosce antiche melodie oppure quel prete di montagna che ancora celebra la Santa Messa in latino e declama la predica usando la lingua minoritaria locale. 
Ecco! il Festival non si consuma in un noioso ed ingessato teatro nel quale il relatore di turno espone il suo sapere e la platea, ancorché annoiata, applaude per riverenza, per rispetto oppure per esprimere una sua personale appartenenza ad un determinato ambito sociale; il Festival si trasforma in una carovana itinerante che raccoglie e distribuisce le conoscenze, le elabora, le mette in discussione e supera le specificità mettendo in relazione aspetti diversi ma correlati. Relazionalità era infatti il tema portante dell’edizione 2014, la settima. Dall’Italia del sud, a Salerno in un insolito piovoso sabato di maggio, la Carovana ha iniziato a riflettere su come, nei decenni trascorsi, sia stata gestita la ricerca e la conservazione delle tradizioni popolari e di quali potrebbero essere le possibili evoluzioni future. L’antropologo Paolo Apolito ha evidenziato come il Sud, da sempre ricco di tradizioni popolari ma soprattutto ancora incline al loro mantenimento nel passaggio generazionale, abbia, in realtà, sprecato questo grande patrimonio, rendendolo spesso puro “folklore”. Un esempio per tutti: la notte della Taranta; un evento trasformatosi, negli anni, in una enorme baraonda simile a quelle grandi movida notturne che si espandono nei centri storici delle città metropolitane. Al contrario, nell’asetticità del Nord i documenti, frutto di minuziose ricerche, sono custoditi nei musei, nelle teche delle sedi regionali radiotelevisive o nelle case di ricercatori, studiosi e docenti. Due modi diversi di conservare e rappresentare le tradizioni popolari ma ambedue inefficaci. Da una parte il rischio di un declino culturale, dall’altra il collezionismo di pochi fruitori. Tuttavia, ribadisce Alberto Madricardo - filosofo - , la vera questione non è tanto quella del mantenimento e della reiterazione della tradizione quanto la capacità di renderla attuale. Un tema, questo, ricorrente anche nei successivi appuntamenti delle cosiddette collaterali del Festival. 
 L’entusiasmo e la passione sfrenate di Pierfranco Midali, scrittore e motore portante di una delle rare confraternite di cantori dell’arco alpino, ci trasporta in un altro ambito: i canti liturgici ed il loro forte legame con la sacralità della vita di paese. Alle parole si alternano i suoni ed i canti della Compagnia Daltrocanto capitanata dall’amico Antonio Giordano con il quale condivido da anni la passione per la musica popolare. La voce di Paola Tozzi accompagnata dagli ottimi musicisti ci regala momenti sublimi. Così come accade quando Cristian Brucale esprime il meglio di se stesso in un canto sulla Passione di Cristo recuperato, a suo tempo, da Roberto De Simone (fondatore, nel 1967, della Nuova Compagnia di Canto Popolare). Anch’io regalo alcuni canti friulani al pubblico che nonostante la giornata uggiosa, anomala a Salerno a fine maggio, si è trattenuto per oltre 2 ore nella chiesa sconsacrata di Santa Apollonia. Si termina con uno dei cantori più acclamati nel nocerino e comunque in tutta l’area del Golfo: Biagino De Prisco. Di giovane età ma grande conoscitore di brani di antica tradizione campana, Biagino ha concluso degnamente una giornata ricca e piacevole. Ed era solamente la prima tappa… poi tutti a gustare una mozzarella di bufala “gigante”…. Ci ritroviamo alcuni mesi più tardi a Villacaccia di Lestizza, un piccolo paese a sud di Udine dove ha sede l’agriturismo Colonos, uno dei luoghi più significativi per la Cultura in Friuli. Qui si discute del “Destino del Canto” ed è Novella Del Fabbro a condurre lo spettacolo. Ascoltare il suono di quel suo particolare friulano - anzi carnico - è per me sempre un piacere e una sorpresa; perché ogni volta scopro parole nuove come “incuvuciâs” (accovacciati) o “pics” (brividi) e, anche se mi rendo conto che molti dei presenti non riescono a comprendere tutte le parole, capisco osservando gli sguardi che sono attratti da quel suono e questo mi fa riflettere su quanto la Voce sia importante, sia essa parola o canto. David di Paoli Paulovich ci istruisce sul Canto Liturgico Pariarchino e ci spiega quali siano le differenze con il “Gregoriano” ; “voglio essere una canterina , non una ricercatrice” afferma con forza Marisa Scuntaro, quasi a sottolineare quell’origine spontanea della sua passione per il canto popolare che la accompagna fin da bambina quando la nonna le insegnava “la prima e la seconda voce”. Anche i giovani, con Hans Puntel dei “Giovins Cjanterins di Cleulas” sono rappresentati. Hans ci racconta che non è facile tener testa alla globalizzazione ma la passione e la voglia di condividere momenti allegri sono tali da superare qualsiasi difficoltà. L’arcaicità della lingua resiana è efficacemente rappresentata dai canti che Silvana Paletti ci offre terminando con un “ju fu fuii” , il classico urlo di saluto resiano, che chiude la prima parte di una serata indimenticabile. 
Ho cercato di cogliere le sollecitazioni di Alberto Madricardo ad osare commistioni innovative fra documenti di musica tradizionale e modi espressivi contemporanei, coordinando il progetto SOUNDStories, il quale è stato presentato, in seconda serata, ai Colonos. Il set percussivo di Ermes Ghirardini - il quale condivide con me il progetto Strepitz da molti anni - e la Trikanta Veena di Paolo Tofani (chitarrista Area Reunion) mi hanno affiancato (cornamusa, duduk e cister) per creare il sound adeguato alla splendida voce di Claudio Milano. Il cantante e sperimentatore vocale pugliese, a mio avviso, ha saputo comprendere lo spirito del progetto che, da un lato, vuole evidenziare come, percorsi di vita e musicali diversi, possano incontrarsi e relazionare, dall’altro, espone la tradizione al pari della contemporaneità pur mantenendo la ricchezza intrinseca nella sua essenza. Sono certo che, attraverso SOUNDStories, siamo riusciti a realizzare la metafora che , a suo tempo, avevo scritto in “La Natura Dei Suoni” (1) “…si fa qualcosa di simile all’incastonare diamanti su montature diverse, dalle quali non quelli ricevono splendore, ma essi stessi lo diffondono e lo donano…” laddove i diamanti rappresentano la tradizione e le montature l’elemento contaminante. Il viaggio della carovana si fa sempre più ricco di luoghi, di suoni, di saperi e di conoscenze che si accumulano generando un archivio pluridisciplinare in continua elaborazione. A Trieste incontro David Di Paoli Paulovich, musicista, compositore ma soprattutto uno dei massimi esperti di canto liturgico patriarchino. A questo tema dedica gran parte della sua attività professionale ed è evidente quanto sia avvolto da una passione bruciante; lo si capisce dall’entusiasmo che esprime quando racconta e spiega le differenze fra il modo vocale patriarchino e quello gregoriano, quando sostiene che il “patriarchin” era, veramente, il cantare del popolo e, nella sua semplicità, diffondeva momenti di enorme sacralità. Sentimenti che ho vissuto personalmente ascoltando il gruppo corale , diretto dallo stesso m° Di Paoli Paulovich così come è accaduto durante le processioni rogazionali alle quali ho partecipato in Carnia; i canti lenti che ininterrottamente accompagnano le faticose camminate lungo tortuosi sentieri di montagna mi hanno fatto ben comprendere le parole che Novella Del Fabbro spesso enuncia “…cantare e sentire forte la tua voce echeggiare tra i monti e le vallate, dopo aver finito di lavorare nei campi. Canti la tua fatica, il tuo sudore e la bellezza della Carnia”. Un’analoga esperienza l’abbiamo vissuta a Viganella (Domodossola VB), un paesino arroccato a 580 mt d’altitudine in val d’Ossola. Rincontriamo Pierfranco Midali che di Viganella è stato sindaco per due legislature; tutti lo ricordano come “il sindaco che portò la luce a Viganella”. Un sistema di grandi specchi, da lui ideato e collocato in un punto preciso della montagna, consentì al sole (che raramente fa capolino in quel paese circondato dalla barriera di montagne) di illuminare la piazza del paese anche durante i mesi autunnali. Un evento che catapultò il nome di Viganella sulle testate giornalistiche di mezzo mondo. 
Ma di luce nel paese Pierfranco ne aveva recuperata un’altra: la piccola confraternita di cantori che , assieme ad altri rari esempi, conservano una antica tradizione tipica dell’Arco Alpino. Anche in Friuli ne abbiamo una: L’Onoranda Compagnia dei Cantori di Cercivento. La particolarità di queste cantorie è l’esecuzione di un repertorio di canti liturgici (che i gruppi corali difficilmente contemplano) rappresentativo di quello “spirito popolare” del quale precedentemente scrivevo. La mia “nordica” cornamusa si unisce alla zampogna - tipico strumento aerofono del sud Italia - di Antonio Giordano e , assieme, apriamo il corteo della breve processione alla Madonna in una assolata domenica di settembre per aprire la Festa Patronale di Viganella. La giornata prosegue in un equilibrato susseguirsi di eventi tra Sacro e Profano: i canti popolari accompagnati dalla fisarmonica di Franco Giacomuzzi, mio fido suonatore nel Grop Tradizional Furlan, si mescolano alle sonorità tipiche del sud (la pizzica, la tamurriata) ed infine ancora un approfondimento sul canto, le tradizioni, la semplicità della “vita di paese” e le prospettive per il futuro. Il Festival proseguirà a Venezia (4 ottobre 2014) nel teatro Groggia con gli interventi di Alberto Madricardo (filosofo) , David Di Paoli Paulovich (musicista e compositore) , Tony Pagliuca (Le Orme) e Giovanni Floreani (Strepitz) , il Coro Marmolada e Lucilla Galeazzi. Gran finale il giorno seguente a Givigliana (Rigolato Ud) per la “giornata del Festival”. Si inizia , come tradizione , con la processione della Croce di san Marco, la messa cantata con il gruppo spontaneo di canto di Gjviano, il canto resiano con Silvana Paletti e Sandro Quaglia, il trio di Gjviano (Novella Del Fabbro, Edda Pinzan, Ada Bottero Zanier) per chiudere con il recital di Lucilla Galeazzi.

(1)_G. Floreani - A. Madricardo edizioni Furclap 2007 



Giovanni Floreani 

Nando Citarella e Tamburi del Vesuvio, Sala Sinopoli, Auditorium Parco della Musica, Roma, 21 Febbraio 2015

Musicista in continuo movimento e dalla costante tensione verso la ricerca sonora, Nando Citarella non poteva festeggiare in modo migliore i vent’anni di attività con Tamburi del Vesuvio, se non con “Terra 'e Motus 20th - Canti antichi e nuove contaminazioni”, grande festa-concerto, tenutosi lo scorso 21 febbraio, nella bella cornice della sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica di Roma. Ben lungi da qualsivoglia autocelebrazione, Citarella ha regalato al suo pubblico un evento unico nel quale, ha ripercorso la storia del gruppo compiendo un viaggio attraverso le tradizioni musicali dell’Italia Meridionale, fino ad aprirsi ai ritmi e alle timbriche della world music. Si parte dal Salento con la splendida versione di “Ferma Zitella” interpretata magistralmente dalla voce di Gabriella Aiello e caratterizzata da un arrangiamento molto evocativo in cui brillano i fiati di Pietro Cernuto, e le percussioni di Arnaldo Vacca. 
Citarella accompagnato dalle percussioni di Maurizio Trippitelli ci conduce poi verso il Gargano con le belle riletture de la “Muntanara”, la “Tarantella di Sannicandro” e “San Michele”. Sin dalle prime note si percepisce chiaramente come il suono sia indirizzato verso l’esaltazione dell’elemento percussivo dei vari brani, quasi a voler richiamare il magma ritmico del Vesuvio, “grande tamburo” che da sempre anima i canti e i balli tradizionali dell’Italia meridionale, terra fertile su cui si sono innestate man mano anche le sonorità del Mare Nostrum. Citarella ha dato vita così ad un affresco sonoro multicolore in cui spicca la sua voce ricca di carisma e personalità, supportata magistralmente dai tanti percussionisti sul palco come Gabriele Gagliarini, Simone Pulvano, Umberto U’ Papadia, Paolo Modugno e Massimo Carrano, nelle cui mani è salda la guida della regia ritmica. 
Non meno importante è l’attenzione riposta nella parte coreutica, con le belle coreografie de Les Cymbalus che hanno accompagnato i vari brani. Man mano che si entra nel vivo del concerto, il palco si arricchisce di nuovi ospiti dal talentuoso Alessandro D’Alessandro di Orchestra Bottoni che regala un eccellente solo di organetto, passando per Stefano Saletti e Pejman Tadayon con cui viene ricomposto insieme a Citarella, il trio Cafè Loti (del quale presto vi racconteremo l’atteso disco di debutto), Mauro Palmas che regala meraviglie con Pietro Cernuto ai fiati, e ancora la splendida voce di Barbara Eramo. Dopo aver toccato la tradizione musicale calabrese con il canto devozionale “Santu Roccu di la Francia”, il viaggio si apre verso le sonorità del Sud America e poi ancora dell’Africa con la complicità delle World Percussion di Ruggero Artele e Badù ‘Ndiaje. Uno dei grandi classici del repertorio dei Tamburi del Vesuvio, ovvero “Tarantella d’a’ Fatica”, applauditissima dal pubblico ci conduce al gran finale con tutti i musicisti sul palco a sugellare un concerto che resterà a lungo nella memoria di chi ha avuto la fortuna di esserci. 


Salvatore Esposito

Arturo Stàlteri e Pierluigi Puglisi, Convento SS XII Apostoli, Sala dell’Immacolata, Roma, 22 Febbraio 2015


Nell’ambito del ricco ed interessante cartellone della rassegna “Musica ai SS. Apostoli” a cura della Camera Musicale Romana, si è tenuto il concerto per due pianoforti di Arturo Stàlteri e Pierluigi Puglisi, dal titolo “Minimalismo, mon amour”, un percorso sonoro di grande suggestione, snodatosi attraverso composizioni originali dei due musicisti e brani firmati da Brian Eno, Philip Glass, e Wim Metens, e volto ad esplorare il concetto di minimalismo in ambito musicale. Usato per la prima volta dallo storico dell’arte inglese Richard Wollheim nel saggio intitolato, appunto, “Minimal Art”, questo termine in realtà non è mai stato utilizzato per definire un determinato filone artistico, ma piuttosto è stata l’onda creativa di alcuni musicisti come Terry Riley, Steve Reich e Philip Glass, a dare vita a questo movimento inconsapevole, caratterizzato da figure ritmiche immediate, e ripetute in modo quasi ossessivo. Sedendo ai rispettivi pianoforti, posti l’uno di fronte all’altro Arturo Stàlteri e Pierluigi Puglisi, hanno offerto uno spaccato su tale modo di approcciare la composizione musicale, presentando ogni brano con grande cura, ma soprattutto eseguendoli in modo assolutamente magistrale. 
L’apertura del concerto è affidata al solo Pierluigi Puglisi che propone l’autografa “Anfitrite”, un brano dalla timbriche originalissime, caratterizzato da un crescendo nel quale vengono evocati i suoni del mare, e la figura mitologica di Anfitrite, una delle Nereidi andata in sposa a Poseidone. Entra poi in scena anche Arturo Stàlteri, ed il concerto entra nel vivo con le riletture di “An Ending (Ascent)” e “Julie With” di Brian Eno, in versioni diverse rispetto al disco “coolAugustMoon “ ma non meno affascinanti, nelle quali è possibile cogliere quel sottile ma profondissimo legale che unisce l’ex Roxy Music con i canoni estetici ed ascetici di Erik Satie. Si prosegue con due composizioni di Philip Glass, ovvero un aria da “Satyagraha” e “Victor’s Lament”, con quest’ultima a spiccare per intensità ed ispirazione nell’esecuzione, con i due pianoforti a tessere una trama sonora di grande eleganza. Dal minimalismo di Glass si tocca poi la poesia di Wim Mertens, che alla razionalità tipica di questo filone musicale ha impresso umanità e cuore, con le magnifiche versioni di “Close Cover” e “Struggle For Pleasure”. 
La seconda parte, dedicata alle composizioni di Arturo Stàlteri, prende il via proprio con il pianista romano che in solitario esegue “Scarlett”, un brano denso di lirismo e poesia, in cui emerge una tessitura melodica dalla bellezza cristallina. Rientrato in scena Pierluigi Puglisi si prosegue due estratti dal delizioso “Half Angels”, con quel gioiellino che è “Damatria” prima e poi con i sei movimenti di “Selika Suite”, originariamente nata come colonna sonora del film omonimo di Ivo Illuminati, pioniere della cinematografia Italiana degli inizi del XX secolo, e riproposta in una versione superba che ne ha esaltato la sua tessitura melodica immaginifica. Un applauditissimo bis finale ha suggellato un concerto di rara bellezza, seguito con grande partecipazione dal un pubblico attento e competente. Da ultimo, non possiamo, non lodare la coraggiosa scelta da parte dell’organizzazione di inserire nella programmazione della rassegna “Musica ai SS. Apostoli”, questo concerto, solo in apparenza lontano dalla musica classica in senso stretto. 



Salvatore Esposito

Antonello Lamanna, Daniele Cestellini, Giancarlo Palombini, D’Altro Canto. Scenari contemporanei della musica popolare umbra, Voxteca/ Egea 2014, pp.208, Euro 14,50, Libro con CD e DVD.

La composita realtà sonora popolare umbra dei canti devozionali e profani, della ritualità religiosa e contadina, dell’improvvisazione poetica orale, della socialità ed espressività musicale di una classe operaia composta di contadini inurbati è stata documentata dalle storiche ricerche di Diego Carpitella e Tullio Seppilli del 1956-1958 (in parte pubblicate in un libro, curato da Giancarlo Palombini), dai successivi magistrali studi di Piero G. Arcangeli, Valentino Paparelli e Alessandro Portelli, e ancora dalle campagne etno-coreutiche di Piero G. Gala. Per comprendere le dinamiche dell’espressività popolare umbra, non è meno significativo l’affondo collettaneo proposto dal volume “D’Altro Canto”. Il lavoro è l’esito di una lunga e meticolosa ricerca, ideata a e coordinata da Antonello Lamanna e sviluppata all’interno del progetto “Voxteca. Archivio della Voce” attraverso la collaborazione di due dipartimenti dell’Università per Stranieri di Perugia. Va detto che qui è esplicitata solo una porzione dei materiali, visto che si parla di un corpus di circa cinquanta ore di registrazioni audio, che forniscono una panoramica dei repertori di musiche e canti tradizionali dell’Umbria, conservati e consultabili presso l’ateneo perugino. Non siamo di fronte ad un’operazione di archeologia della memoria, ma da un’indagine che mira a documentare e ad analizzare materiali popolari musicali nell’Umbria contemporanea, raccordando una prospettiva che è nello stesso tempo linguistica, etnomusicologica ed antropologica. Da ciò è scaturita la necessità di diversificare i testi in una sezione cartacea, che contiene anche un nutrito apparato fotografico, un CD audio e un documentario in DVD, a su a volta distinto dal disco sia sul piano contenutistico che su quello metodologico. Le ventitré tracce audio fissano repertori ancora vivi nella regione, raccolti tutti nel nuovo millennio, con le forme collettive e rituali delle squadre delle pasquarelle e del “Maggio”, gli stornelli, le ballate, i canti di lavoro, i canti polivocali confraternali della Passione, tra cui spiccano il “Miserere” processionale dalla forte connotazione contadina di Colfiorito di Foligno e quello di carattere “artigiano” di Gubbio, ma anche l’intervista a uno dei protagonisti dell’importante rituale quaresimale del “Sega la vecchia”. Se il film da un lato rafforza l’idea dell’eterogeneità e della grande varietà delle forme e dei repertori musicali, dall’altro gioca su un montaggio incentrato sull’ambiente sonoro e sull’attraversamento del territorio umbro. Un’azione di documentazione visuale e sonora che è intreccio di performance e pluralità di voci. Tra di esse si ascoltano testimoni della tradizione come la storica cantatrice Villalba Grimani, il poeta in ottava rima e cantore popolare Settimio Ribolani, il cantastorie Riziero Flammini (protagonista a sua volta del documentario “La Valle Parlante”, curato da Antonello Lamanna e Glenda Giampaoli, pubblicato sempre all’interno del progetto Voxteca), suonatori popolari, d’organetto, musicisti e compositori del calibro di Lucilla Galeazzi e Sonidumbra, ma anche studiosi e organizzatori di manifestazioni che fanno riferimento alla musica tradizionale. Altar chicca del documentario è la breve sequenza tratta dalla pellicola di Michele Gandin, “Quaresima in Umbria” (1959). Di respiro altrettanto ampio sono i contributi racchiusi nel volume. Ai canonici interventi istituzionali segue l’introduzione di Tullio Seppilli (“Qualche riflessione sulle mutate funzioni del ‘tenere a memoria’ e del ‘richiamarsi alla tradizione’”), che mette in chiaro rapporti, tutt’altro che semplici, tra memoria, rifunzionalizzazione e riproposta dei patrimoni etnomusicologici nella contemporaneità ipermediatica del sovraccarico di informazione. Due saggi scritti dai tre autori discutono prospettive, strutture e contesti della ricerca. Invece, sugli aspetti linguistici dei canti interviene il linguista Antonio Batinti (“Melodie, ritmi e parole”). I capitoli conclusivi presentano l’analisi dei brani contenuti nel disco, e introducono le sequenze del film e l’apparato iconografico. In appendice, c’è un approfondimento sul progetto Voxteca. Tra trasformazioni, risignificazioni e nuove occasioni di fare musica emergono la tenuta e la ricchezza della musicalità della regione, che questo volume ha il merito di valorizzazione e trasmettere ad un pubblico più vasto. 


Ciro De Rosa

Intervista con Toni Verona

Editore e discografico con alle spalle oltre trent’anni di attività, Toni Verona è noto per aver fondato il gruppo Ala Bianca, realtà attiva a trecentosessanta gradi sulla scena musicale italiana, con la quale, tra gli anni Settanta ed Ottanta, ha raccolto numerosi successi prima con i Nomadi e successivamente con Patty Pravo ed Alan Sorrenti, fino a condurlo a scalare le classifiche con “Figli Delle Stelle”. A metà anni ottanta, grazie alla scommessa vinta con il brano dance “Electrica salsa” del Dj Off, ha lanciato l’azienda nella scena dance internazionale, mentre al 1989 risale l’accordo con l’Istituto Ernesto De Martino per la ripubblicazione del catalogo dei Dischi del Sole con oltre 10 mila titoli, fra musica di tradizione popolare e canzone sociale e politica. La visione illuminata di Toni Verona lo ha condotto negli anni anche ad una collaborazione con il Club Tenco col quale ha ‘inventato’ l’unica collana in Italia di musica d’autore  ‘I Dischi del Club Tenco’, così come alla metà degli anni novanta risalgono importanti album di musica latina  originale attraverso il controllo di interi cataloghi  acquisiti tra Cuba, Portorico, Colombia e Venezuela. Più recenti sono le produzioni degli album di Enzo Jannacci dell’ultimo ventennio, oltre alle produzioni  dei Marlene Kuntz, Giorgio Conte, dell’artista internazionale Nair ed il recentissimo   progetto “Vdb 23” di Gianni Maroccolo e Claudio Rocchi. Abbiamo incontrato Toni Verona per ripercorrere insieme a lui la sua lunga carriera, toccando i grandi successi, le ristampe dei Dischi del Sole, e la sua attività come consigliere della SIAE, per soffermarci in fine sulle grandi sfide a cui sono chiamati oggi i discografici, nell’era di YouTube e Spotify.

Il tuo lavoro come discografico è nato come una passione…
E’ stato proprio così. Sono partito un po’ per gioco, un po’ perché era quello che sognavo. Avevo una grande passione per la musica in generale, e  sostanzialmente capii che c’era la possibilità di esprimersi in quella direzione dal punto di vista lavorativo. In un certo senso ho sempre considerato il mio lavoro come una attività ludica, piuttosto che come una professione, ed infatti il mio apporto è stato sostanzialmente creativo, tanto dal punto di vista imprenditoriale, quanto da quello organizzativo.  AlaBianca, da me fondata a Modena assieme ad altri due soci, ha iniziato l’attività nel 1978  ed è stato un inizio fortunato, perché ci ha visti protagonisti del mercato grazie ai grandi successi europei di Alan Sorrenti con “Figli Delle Stelle” , ‘Tu sei l’unica donna per me’ ed altri.  Tentavamo la conquista dell’Italia ma i risultati sono andati oltre(primi posti di classifica in mezza Europa). Era tutto molto entusiasmante,  facevamo produzioni che riscuotevano subito  interesse nel mercato. Erano tempi in cui ci si potevano permettere errori perché c’era la possibilità di recuperarli. I ritmi erano lenti ed io li vivevo senza difficoltà, da buon figlio di agricoltori, sostanzialmente legati alle stagioni.

C’era un periodo di semina, uno di raccolta, e uno di riposo….
Esatto. Quindi c’era tutto il tempo per imparare il mestiere, per sbagliare e rifarsi. Ho lavorato per un paio d’anni per la EMI, ed occupandomi di scouting(autori ed artisti) ho capito quali direzioni seguire

Come andavi alla ricerca di nuovi progetti…
All’epoca avevamo una rete capillare di agenti, che coordinavamo con una struttura di segreteria artistica a cui spettava il compito di tenere i contatti per i concerti degli artisti che gestivamo: Nomadi, Patty Pravo, Alan Sorrenti, Al Bano e Romina Power, oltre a gruppi ‘progressive’ quali ‘Balletto di Bronzo’, di cui è uscito ora in edicola il loro primo album prodotto da noi all’epoca. Tali agenti ci segnalavano nuovi artisti ed autori delle loro aree

Per te è stato insomma applicare il significato del verbo to play…
E’ stato proprio così,  si imparava a lavorare lavorando forte, come se si andasse a bottega. Abbiamo commesso errori, prodotto artisti che hanno funzionato ed altri meno. Oggi, in epoca di rivoluzione sociale( più che tecnologica) è tutto scientificamente impostato in strategie di marketing  che tuttavia non sempre portano  risultati.

Insomma c’era un po’ di serendipity. E’ il caso di Alan Sorrenti che veniva da una storia di world music ante litteram…
Lui è nato con il progressive nel pieno degli anni Settanta, e fui il primo ad incontrarlo su segnalazione di un amico comune. Venne a trovarmi a Modena nel 1972 insieme a Tony Esposito guidando una Due Cavalli. Capelli lunghissimi ed  una pelliccia di lapin lunga fino ai piedi,  episodio che gli ho ricordato pochi mesi fa in occasione di una intervista per Rai 5 sulle hit italiane dove “Figli delle Stelle” rientrava . Alan debuttò nel 1973 con “Aria” , album di grande effetto, nel quale suonava un violinista eccezionale Jean-Luc Ponty, con cui facemmo anche un tour.  Ottimo il riscontro mediatico, meno quello commerciale. Seguì "Come un vecchio incensiere all’alba in un villaggio deserto"  e qualche anno dopo l’album “Dicitencello Vuje” versione particolare di un classico napoletano, originato da una intuizione casuale allorchè Sorrenti,  in attesa di iniziare un concerto, si mise a suonare  e canticchiare questa versione del brano che colpì chi lo ascoltava.
Così decidemmo di pubblicarlo. Poi si trasferì in California e lì nacque “Sienteme. It’s Time To Land”, inciso con musicisti americani straordinari coi quali facemmo anche un concerto in Piazza San Marco a Venezia, dove suonava prima Sorrenti poi Paul McCartney con band. Infine arrivò “Figli delle Stelle”, sempre concepito in America ed inciso con musicisti del calibro di Jay Graydon, e David Foster,  all’epoca ragazzini di Los Angeles che quando li sentitivi suonare ti venivano i brividi. Il brano nacque una sera quando Alan, uscendo da casa sua a Roma, si soffermò su uno splendido cielo stellato e pensò che in fondo eravamo tutti figli delle stelle.

All’epoca c’era già la percezione che a Modena si fossero concentrate delle capacità industriali ed artistiche?
Era precedente agli anni Settanta, perché già prima era la capitale del beat italiano. Nel caso di Alan Sorrenti, Napoli all’epoca era molto chiusa in sé con  realtà legate alla tradizione, nonostante i nuovi fermenti che poi esplosero. Un artista come Sorrenti, figlio di madre inglese e padre napoletano, aveva una vitalità differente da quella partenopea, e non è un caso che  a tutt’oggi Sorrenti sia scarsamente identificato in Napoli. Lo stesso Pino Daniele ha cominciato a Napoli uscendo poi dalla sua città. Chi è rimasto, come James Senese, non ha avuto il riscontro che meritava.

Com’è nata poi l’avventura come discografico?
Il mio approdo nel mondo dell’industria discografica è avvenuto più tardi, perché inizialmente frequentavo l’università, e solo per divertimento lavoravo in questo settore con i miei soci che erano quelli che portavano effettivamente avanti il lavoro. Erano gli inizi degli anni Ottanta, ci occupavamo di segretariato artistico, edizioni e produzioni per conto terzi. Lavoravamo in particolare con EMI e Polygram che ci conferivano incarichi con un budget per produrre artisti.  Poi l’assetto sociale di AlaBianca cambiò  e  decisi di indirizzarmi verso la discografia utilizzando risorse economiche dell’azienda. EMI fu in ns primo distributore. Ala Bianca, assieme all’attività editoriale  iniziò quella discografica con produzioni in proprio . Erano anni in cui furoreggiava la dance made in Italy con la quale abbiamo fatto grandissimi successi, anche se, la mia visione di discografico è sempre stata rivolta a più generi musicali, non al mono-prodotto

Com’è nato poi il contatto con l’Istituto Ernesto De Martino per la ripubblicazione de I Dischi del Sole?
Nel 1989, su segnalazione dell’amico Paolo Pietrangeli mi accostai ai Dischi del Sole. Andai all’Istituto De Martino che all’epoca era a Milano, dove trovai un ambiente particolarissimo, pieno di polvere ma ricco di documenti sonori e cartacei, argomenti sociali, politici... Conoscevo l’istituto ma non avevo avuto contatti. Pietrangeli mi raccontò le vicende di quella piccola ma gloriosa etichetta, dicendomi che si era fermato tutto, dopo il grande impatto di fine anni Sessanta.

Negl’anni sessanta I Dischi del Sole si vendevano alle Feste dell’Unità. Quei dischi avevano alla base un progetto editoriale importante, infatti al disco era allegata una dispensa che li analizzava contestualizzandoli. Ricordo anche i vari album legati all’America al Blues come a Woody Guthrie e Pete Seeger….
Infatti,   ma dopo la morte di Gianni Bosio(fondatore dell’Isituto De Martino) il meccanismo si inceppò, si fermarono completamente o quasi.  Dopo la visita all’Istituto, resomi conto dell’immenso patrimonio non più divulgato,  ne parlai in EMI  la quale dimostrò notevole interesse verso la ri-pubblicazione del catalogo perché erano album che avrebbero avuto sempre un futuro. Cosi feci un accordo con l’Istituto De Martino per ottenere in licenza I Dischi Del Sole. E questa preziosa  collana di musica popolare, opportunamente digitalizzata(erano i tempi dei primi CD) uscì nel mercato su una label di AlaBianca, unita allo storico marchio de I Dischi del Sole.  Un po’ la storia d’Italia attraverso le canzoni, dai canti giacobini del dopo rivoluzione Francese, ai canti garibaldini e dell’unificazione d’Italia,  passando attraverso i  canti dell’ emigrazione, del lavoro, del carcere, dell’ osteria, fino ai moti di Genova del 2001.

Quali sono i progetti futuri per i Dischi del Sole?
I canti riprodotti nei Dischi del Sole sono le nostre radici, la nostra identità, canzoni inventate dal popolo che noi abbiamo l’obbligo di continuare a promuovere attualizzandole attraverso iniziative sostenute da  un’adeguata  comunicazione. Per questo   stiamo lavorando con l’Istituto De Martino su vari progetti. Il più attuale celebra il Settantesimo Anniversario della Liberazione. Abbiamo indetto il concorso online “Disegnano Una Canzone” a cui potranno partecipare giovani vignettisti dai quindici ai trentacinque anni che invieranno una vignetta ispirata ad un canto della Resistenza. La giuria, presieduta da Sergio Staino,(sua la vignetta della copertina del doppio CD che verrà pubblicato), selezionerà i disegni migliori che verranno pubblicati  nel booklet che accompagnerà il doppio album di 40 brani (e 40 vignette)di canti della Resistenza. Abbiamo inteso riproporre le canzoni popolari di sempre ma viste con gli occhi di oggi da una nuova generazione che le ha ascoltate ed interpretate. Una visione attuale di quello che è stato ieri.

Pensi che sarebbe giusto portare nelle scuole questo patrimonio dei Dischi del Sole, come un argomento multidisciplinare…
Abbiamo tentata in occasione dei Centocinquanta anni dell’Unità d’Italia, attraverso la pubblicazione di un triplo CD, una fotografia cantata della storia della nostra nazione.  Abbiamo proposto il sussidio a vari editori scolastici senza ottenere consensi. Siamo tuttavia convinti che l’insegnamento  della storia d’Italia attraverso le canzoni sia più facile rispetto ai tradizionali libri con il cavallo bianco di  Garibaldi.

Quanti sono gli album de I Dischi del Sole ancora da pubblicare?
Non so dire quanti ne abbia l’Istituto De Martino, perché noi abbiamo pubblicato solo una piccola parte, addirittura c’è tanto materiale che deve ancora essere digitalizzato. Nel loro archivio hanno tutto ciò che è stato raccolto nel tempo. Verificando a fondo questi canti, non hanno tutti un carattere politico, pur essendo in gran parte veicolati come tali, i contenuti sono spesso sociali. Anche i canti d’autore(Marini, Della Mea, Pietrangeli,. Amodei, Bertelli…)attingono al sociale e, pur con connotazioni politiche, arrivano persino ad essere canti d’amore(ad es ‘Nina’ di Bertelli, tra le più belle canzoni d’amore mai scritte)

Qual è il disco più recente pubblicato da Ala Bianca?
Abbiamo appena pubblicato  ‘vdb23-nulla è andato perso’ un album postumo di Claudio Rocchi con  Gianni Marroccolo.  “VDB23 Nulla è Andato Perso”  è nato dal crowdfunding. Franco Fabbri, che era con Rocchi negli Stormy Six, ha realizzato un contributo video molto sentito.

In passato sei stato anche un insegnante, e so che in qualche modo stai continuando a farlo all’Università…
Si, faccio docenze saltuarie occupandomi di ‘applicazione del diritto d’autore a livello internazionale’ ai laureandi dell’ultimo anno. E’ piacevole e divertente. Credo anche doveroso trasmettere ciò che ho imparato negli anni., essendo stato sempre molto curioso in materia di diritto d’autore.  L’ho approfondito ed applicato perciò mi invitano a tenere lezioni a giurisprudenza ed economia. I docenti teoricamente conoscono tutto, ma l’applicazione del diritto è cosa ben diversa, la si apprende lavorandoci.

Da addetto ai lavori, ritieni che la musica dal punto di vista culturale riceva l’attenzione che merita nel nostro paese?
La risposta purtroppo la conosciamo.  Tuttavia mi è parso di intuire l’inizio di una fase di cambiamento.  Innanzitutto Siae, di cui sono membro del Consiglio di Sorveglianza,   sta facendo la sua parte. I nuovi organi( incluso il presidente Paoli, dimissionario) stanno dimostrando grande attenzione e sensibilità verso la cultura in genere, particolarmente verso la musica che rappresenta  oltre l’80% degli incassi Siae. Con la riforma in atto sì sono prese iniziative varie per valorizzare e tutelare le opere dell’ingegno. Partendo dal presupposto che i tempi sono cambiati,  è opportuno che Siae diventi anche uno stimolo per chi crea, oltre che tutela e sostegno.  SIAE sta intervenendo  a sostegno delle opere dei creativi e di numerosi eventi promossi da terzi . Ad es, da quest’anno i ragazzi fino a trent’anni non pagano più l’iscrizione. Si sta dando trasparenza all’informazione a favore  degli aventi diritto al fine di renderli più partecipi alla vita associativa dell’Ente e consapevoli, quindi bilanci più comprensibili consultabili online, servizi meno burocratizzati, sito adeguato… . A Genova, in occasione della recente alluvione, abbiamo realizzato il sito “La Siae per Genova” dove taluni artisti hanno reso disponibili  gratuitamente loro canzoni in streaming. Siae ha poi erogato seicentomila euro a piccoli esercizi commerciali che non riuscivano a riaprire. Vengono anche riconosciuti fondi a sostegno di iniziative istituzionali, ad organizzazioni senza scopo di lucro che operano nella musica, nel cinema, nel teatro…, iniziative meritevoli che da un lato sostengono la cultura, dall’altro migliorano  l’immagine di una Siae tradizionalmente vista come ‘esattore’.  Anche da parte dell’attuale ministro Franceschini sembra ci sia sensibilità verso il settore della musica, tant’è che gli si deve la firma del decreto sulla ‘copia privata’ , un beneficio notevole a favore degli aventi-diritto autori/artisti che consentirà un miglioramento significativo dei diritti che si incasseranno.  Va riconosciuto alla musica un ruolo effettivo, non solo d’evasione e per questo va sostenuta, protetta, valorizzata perché la cultura italiana  non è solo monumenti e bellezze di paesaggi.

Qual è il futuro del diritto d’autore in un momento in cui dominano YouTube e Spotify…
Il futuro è nella tutela del diritto.  Amazon, Google, ecc, colossi multinazionali in grande competizione, tendono al monopolio del mercato attraverso il controllo dei diritti. Per questo la loro tutela è fondamentale. I diritti che in passato maturavano a favore di canzoni riprodotte su supporto fisico(CD od altro) erano relativamente facili da tutelare, controllare e monetizzare. Infatti per  far arrivare una canzone ad un dj di radio in California bisognava spedire il CD. Ora, pochi istanti dopo la pubblicazione digitale in un qualunque store, o su you tube, il brano può essere utilizzato/suonato in qualunque parte del mondo. Ciò significa che la protezione del diritto d’autore è più complessa, così come la monetizzazione degli eventuali proventi che maturano. Per questo i brani vanno tutelati attentamente attraverso un dinamico ed attivo lavoro di editori collegati a tutte le società di collecting nei vari paesi del globo. A nostra volta ci siamo dotati di un network  internazionale costituito da Sub editori che operano nei vari paesi nello stesso modo in cui AlaBianca opera in Italia attraverso Siae.  In passato ho lavorato parecchio in Asia, paesi lontani, taluni di difficile controllo.  Erano gli anni del CD, ma ho  capito fin d’allora quanto fosse necessario(ed opportuno) tutelare il diritto  di chi mi ha conferito la sua opera. La  tutela dei diritti nel mondo è anche uno strumento di difesa  E’ poi vero che le remunerazioni arrivano anche attraverso operazioni particolari di marketing(vedi l’operazione degli U2, testimoni apple per il lancio dell’ I-Phone 6, che per un mese hanno distribuito gratuitamente il loro nuovo album) e dall’attività live che consente anche all’artista di guadagnare un compenso extra-diritti

Pensi che la rivoluzione nella musica sia cominciata quando Steve Jobs ha cominciato a vendere i brani a 0,99 dollari per tutti?
La musica rimane sempre la stessa, frutto di creatività, passione e lavoro. Il modo di fruirla è cambiato da quando si utilizza internet.  Ho già detto  che  stiamo vivendo una rivoluzione sociale, culturale, oltre che tecnologica. Le nuove generazioni non conoscono il CD. Jobs ha capito l’importanza della rete ed ha inventato tecnologia e software adatti a  raccogliere informazioni digitali e diffonderle.  E’ sicuramente un vantaggio, un privilegio per il nostro lavoro perché consente la circuitazione di opere in tutto il mondo ed in tempo reale, opportunità che in passato apparteneva solo alle majors.  Le piccole realtà come la nostra devono tuttavia tutelarsi  attraverso società di collecting serie, quali  SIAE che dal 2016, a seguito dell’entrata in vigore della normativa europea, cesserà il ruolo monopolista con benefici da parte degli associati che  godranno di ulteriori diminuzioni delle provigioni,  della possibilità di effettuare depositi di opere online, ecc.   Ritengo  tuttavia esclusa la concorrenza  di altra società di collecting  sul territorio poiché anche negli altri stati esiste un monopolio di fatto.  In passato ho lavorato parecchio in Asia, In passato ho lavorato parecchio in Asia, paesi lontani, taluni di difficile controllo.  Erano gli anni del CD, ma ho  capito fin d’allora quanto fosse necessario(ed opportuno) tutelare il diritto  di chi mi ha conferito la sua opera. La  tutela dei diritti nel mondo nel mondo è anche uno strumento di difesa.

Antonio "Rigo" Righetti

Festival del Canto Spontaneo 7° edizione, Salerno, Villacaccia di Lestrizza (Ud) , Viganella – Domodossola (Vb), Trieste, Venezia, Givigliana – Rigolato (Ud), Maggio – Ottobre 2014

Il destino del Canto 
Sintesi delle relazioni tenute nei convegni di Salerno (31 maggio 2014) e Venezia (4 ottobre 2014) 

Il canto è una delle manifestazioni più totali dell’uomo. Si espande al tutto senza soluzioni di continuità dalla base del suo animo. La parola (non quella poetica, che appartiene al canto) – anche quando chi la pronuncia la rivolge a se stesso – è orientata: istituisce il dia – logo: un legame (logos) che, mentre unisce, anche separa: pone un “tra” (dia), una differenza, ed in questa assegna a ciascuno una parte. Il canto viceversa non è diretto mai a nessuno in particolare. Anche quando è rivolto ad un pubblico, si effonde circolarmente, avvolge e con - fonde cantanti ed ascoltatori in un unico ambiente sonoro. Chi canta vive interamente nel canto (nell’in – canto), modula il tempo e fa di esso esperienza pura ed intensa. In tale modo il canto lo spinge e lo accompagna al centro delle cose. Quando poi cantano insieme, gli uomini lasciano cadere le reciproche barriere e si accomunano. Si avvicinano a quella condizione in cui – come dice l’Apostolo - “tutto è in tutti”. Perché grazie al canto comune alla centralità si giunge insieme. E ad una pienezza non esclusiva, ma tanto più intensa quanto più condivisa. Il canto però ha bisogno di condizioni e di contesti adeguati per fiorire. Per millenni è stata la socialità spontanea delle comunità, fondata sul loro senso ciclico della vita e del mondo, ad offrirgli l’humus adatto. Questa socialità aveva alla sua base la comune fiducia che tutto ha senso perché tutto si ripete. Ogni esistenza individuale era intesa come richiamo e ritorno di altre vite attraverso le generazioni, ogni evento era sentito come conferma di altri eventi, passati e futuri, in un ciclo eterno in cui ciascun elemento, cielo, terra, uomini, piante e animali aveva una sua parte definita, un suo destino. Il cosmo si rivolgeva nel succedersi delle stagioni e dei ritmi vitali, costituendo uno spazio cavo in cui gli uomini potevano fa risonare la loro voce nella fiducia di riceverne l’eco. Fin dalla notte dei tempi le esperienze salienti dell’esistenza umana: il sacro, il trascorrere delle stagioni, la nascita e la morte, l’amore, la guerra, più tardi anche le lotte sociali - sono state vissute ed elaborate collettivamente nell’epopea del canto. Il canto popolare, nelle sue varie manifestazioni, è stato a lungo il presidio dell’identità e la grande rivalsa dei popoli soggetti nei confronti dei loro dominatori. Si cantava il destino, la necessità delle cose, sotto un cielo risonante, non ancora divenuto “l’abisso orrido immenso” – come lo chiama Leopardi – l’infinito estraneo e senza eco della Modernità. L’organizzazione economica e sociale moderna, con la sempre più spinta strutturazione funzionale delle relazioni sociali, con il suo tempo macchinale-lineare sta distruggendo anche gli ultimi retaggi di quella socialità fondata sul tempo ciclico della tradizione, e pone con ciò fine alle sue espressioni spontanee. Isola e privatizza le esistenze. Perfino la guerra, che è sempre stata ispiratrice di canti popolari - come è stato ancora con le due guerre mondiali, (già più nella prima che nella seconda) - ora è ridotta – per così dire – a fatto privato, di “professionisti” che fanno il loro lavoro di routine. La spontaneità canora popolare non c’è più, perché non c’è più popolo. Al suo posto la massa, fatta di tanti individui soli, ciascuno identificato con il suo ruolo sociale. Il canto e la musica non sono scomparsi, ma sono diventati prodotti industriali offerti sul mercato a consumatori passivi e isolati, anche quando stanno fisicamente accalcati insieme nelle discoteche e nei grandi concerti rock. La sopravvivenza del canto come manifestazione totale umana, sociale ed individuale, non è affatto scontata, e d’altra parte si è ridotta progressivamente la nostra attitudine all’ascolto. Come osserva Karlheinz Stockhausen: “Non siamo più, da molto tempo, una società aurale”. Canto ed attitudine all’ascolto sono due facce della stessa medaglia: fioriscono o deperiscono insieme. Una situazione preoccupante perché il canto e la musica hanno da sempre avuto un ruolo insostituibile nell’educazione delle anime e nella rigenerazione della socialità. Ciò che Lutero diceva della musica - “che scaccia il diavolo e rende lieta la gente; fa dimenticare l'ira, la lussuria, la superbia e gli altri vizi”- vale anche, e forse più, per il canto. Ma accontentarsi di un ascolto passivo e superficiale dei surrogati industriali del canto e della musica sarebbe rassegnarsi a subire il destino di una società di atomi distratti e marginali. In una situazione, come quella attuale, in cui nulla più spontaneamente ritorna e perciò tutto va e si perde, per far rivivere qualcosa bisogna volerlo. Come si può ri - vivere il canto, l’auralità e la memoria di una socialità che non è - non può essere più - la nostra bisogna impararlo. Ci vuole una rivalutazione culturale del passato delle comunità e dei popoli che - a differenza di quella attuata a suo tempo dal Romanticismo - non sia ispirata dalla nostalgia. Perché la nostalgia non conserva veramente il passato: lo trasfigura a suo uso, lo appiattisce sulle esigenze del presente. Non lo rispetta nella sua differenza. Quello del rispetto è sentimento colto: si alimenta con l’educazione, si mantiene e diffonde grazie ad istituzioni, con strategie sociali adeguate: con ricerca e risorse. Rispettare non è solo conservare con cura il patrimonio canoro delle comunità tradizionali del nostro passato, è anche inserirlo nella sperimentazione, renderlo fonte di ispirazione di innovazione e creatività. Insomma farlo davvero dialogare con il presente, anche rielaborandolo e contaminandolo in rapporto alla diversità delle situazioni e della sensibilità di oggi. Purché sia salvata e fatta risaltare la sua essenziale differenza: l’essere esso espressione di una percezione del tempo e delle cose che non è e non può più essere la nostra. Per aiutarci a capire attraverso il confronto se e come è ancora possibile cantare. Se e come è ancora possibile per noi risalire al centro.

Alberto Madricardo

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martedì 17 febbraio 2015

Numero 191 del 18 Febbraio 2015

Per studio delle fonti storiche, organologiche e iconografiche, per mirabile interpretazione con strumenti d’epoca, il gruppo vocale-strumentale Micrologus è tra i più apprezzati organici nell’esecuzione di musica antica. Ai trent’anni dell’ensemble umbro è dedicato lo speciale d’apertura del numero 191 di “Blogfoolk”.  Nell’intervista, il fiatista Goffredo Degli Esposti ripercorre la vicenda artistica dei Micrologus, parlandoci del loro nuovo album, “Le Vie Del Sacro. Canti religiosi in Italia tra Medioevo e Rinascimento”, e presentandoci anche il suo ultimo disco “Saltarello and Other Dances, pubblicato in coppia con il percussionista Andrea Piccioni. Il nostro viaggio in Italia prosegue con “Terra e Pace “ dei Luf e Massimo Priviero, splendida raccolta dedicata ai canti della Grande Guerra. Per le musiche world music spazio a “Mazal” di Aziz Sahmaoui & The University of Gnawa, disco Consigliato Blogfoolk della settimana. Alla storia della world music appartiene Julien Jalal Eddine Weiss, suonatore di cetra trapezoidale qanun, ma soprattutto fondatore e direttore dell’Ensemble Al-Kindi, scomparso di recente, del quale vi offriamo una retrospettiva ricordo. La nostra attenzione ai cantieri sonori, ci porta a conoscere una bella realtà nata di recente nel beneventano: parliamo del centro di arti perfomative Officine delle Arti, alla cui inaugurazione siamo stati presenti. Apriamo poi una nuova e imperdibile rubrica “Note di Gusto”, affidata alla cura di Nando Citarella, che nella sua prima puntata ci conduce nell’irpina Montevergine per le celebrazioni della Candelora, a base di canti, danze ed abbondanze alimentari, senza dimenticarsi  di darci consigli per la cucina... Dalla ritualità carnevalesca passiamo ai repertori di questua natalizio-epifanici indagati da Renato Morelli in “Stelle, Gelindi, tre re”, il volume che raccoglie gli esiti di una ricerca trentennale, edito da Nota. Torniamo a parlare di chitarra con una videointervista con Francesco Taranto, con cui abbiamo ripercorso la carriera artistica e discografica, senza tralasciare la sua attività di ricercatore e compositore. Chiude questo corposissimo numero il Taglio Basso di Rigo, che ci propone l’interessante gruppo emiliano Le Altre di B.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


MUSICA ANTICA
VIAGGIO IN ITALIA
WORLD MUSIC
IDEE
NOTE DI GUSTO
LETTURE
STRINGS
TAGLIO BASSO

L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Ensemble Micrologus - Le vie del sacro. Canti religiosi in Italia tra Medioevo e Rinascimento (Ed. disc. Micrologus, 2014)

Intervista con Goffredo Degli Esposti: I Trent'anni dei Micrologus

Si intitola “Le vie del sacro. Canti religiosi in Italia tra Medioevo e Rinascimento” il nuovo progetto discografico dei Micrologus, formazione umbra di musiche medievali e rinascimentali. L’ensemble si è formato nella prima metà degli anni Ottanta e con questo cofanetto - che contiene due album registrati in due sessioni differenti e dedicati ai repertori religiosi di tre città: Venezia, Firenze e L’Aquila - celebra i trenta anni di attività. Durante i quali, oltre ad aver contribuito ad ampliare lo spazio di interesse nei confronti di una produzione musicale che - come vedremo nel testo che segue - fa riferimento allo stesso modo alle tradizioni espressive colte e popolari, i Micrologus hanno promosso un’attività di studio, approfondimento e analisi su un piano internazionale. Una parte di questo lavoro è confluita nell’organizzazione di seminari, master e corsi di formazione che i membri dell’ensemble hanno tenuto e tengono in molti paesi europei e che, da alcuni anni, coincide con le iniziative del “Centro di Studi Europeo sulla Musica Medievale”, fondato a Spello (PG) nel 2009 e dedicato ad Adolfo Broegg, uno dei fondatori dell’ensemble. Abbiamo incontrato Goffredo Degli Esposti per parlare di questo nuovo progetto, cercando di sottolineare alcune delle connessioni che si possono individuare tra i repertori raccolti nel cofanetto e l’ambito delle musiche di tradizione orale. In chiusura abbiamo anche parlato di “Saltarello and other dances. Italian dance music for bagpipes and percussion”, il nuovo disco solista di Degli Esposti - prodotto in collaborazione con il percussionista Andrea Piccioni - dedicato alle musiche da ballo medievali, rinascimentali e popolari.

Iniziamo da una presentazione generale dei Micrologus, che possa servire anche a introdurre il lavoro che in questi trent’anni di attività ha svolto sui repertori musicali antichi. Come nasce, quando e in quale scenario si inserisce?
Micrologus nasce nel 1984 dall’incontro di alcuni musicisti umbri che avevano già prodotto musica medievale, sopratutto intorno alle festa del Calendimaggio di Assisi. Il Calendimaggio è una rievocazione storica, dove oltre alla ricostruzione degli ambienti, delle sfilate, dei cortei, si pone molta attenzione all’aspetto musicale. I cori e la musica che si eseguono hanno un ruolo di primo piano, tanto è vero che c’è anche un esperto che giudica le esecuzioni musicali. Nel 1984 quattro musicisti - il liutista Adolfo Broegg, che è scomparso nel 2006, la cantante Patrizia Bovi, io ai fiati e Gabriele Russo agli strumenti ad arco - iniziano a lavorare sulla musica medievale, affiancando questa attività alla ricerca musicologica, lavorando sulle fonti originali e l’interpretazione secondo le indicazioni più accurate della musicologia. Siamo stati uno dei primi gruppi, in Italia, a promuovere la musica medievale. Dopo di noi, posso dire, sono nati decine di gruppi. Questo anche perché noi, negli anni, abbiamo anche promosso un’attività didattica, tenendo corsi in Europa, a Parigi, Copenaghen, in Belgio e poi anche in Italia. Oggi siamo al quinto anno di attività del Centro Studi Europeo di Musica Medievale “Adolfo Broegg”, attraverso il quale promuoviamo la formazione con stage, conferenze e corsi internazionali. Il gruppo, quindi, fin dagli inizia ha lavorato su una musica con un’impronta precisa, come i “Carmina Burana”, la musica spagnola del Duecento, come le “Cantigas di Santa Maria”, vale a dire musica molto brillante, reperibile, per poi specializzarsi sulla musica italiana. Si può dire oggi che affrontiamo la musica italiana dalla fine dell’anno Mille fino all’inizio del 1500, attraverso cioè cinque secoli sostanziosi che arrivano all’inizio del Rinascimento. Trattiamo musica italiana sacra e profana, con una formazione articolata che, tra cantanti e strumentisti, a volte con collaborazioni internazionali (con testi in tedesco, spagnolo, francese, per poter eseguire anche musiche di altre nazioni) con cui arriviamo anche ad essere oltre dieci elementi. Si può comunque dire che il nucleo storico è quello composto dai fondatori.

Dalle note introduttive di questi due dischi, che avete raccolto nel cofanetto “Le vie del sacro. Canti religiosi in Italia tra Medioevo e Rinascimento” e pubblicato per celebrare il trentennale dell’attività dei Micrologus, emergono questioni interessanti legate all’approccio. Cioè, al di là degli esiti, degli ambiti specifici, del fatto che voi dedichiate i vostri studi alle musiche di un periodo preciso, è importante evidenziare le informazioni metodologiche alla base del vostro lavoro. In questo quadro, degli aspetti che colpisce è la ricostruzione non solo tecnica delle musiche, ma anche degli aspetti storico-culturali che le interessano.
L’idea del concerto come lo si intende oggi, nel passato, e specie nel Medioevo, non esisteva. Il concerto oggi prevede un pubblico che paga un biglietto per assistere a uno spettacolo di un artista o un esecutore. Nel Medioevo, invece, la musica aveva una funzione sociale. Attraversava tutti i momenti importanti della vita, dai festeggiamenti, alle nascite, alle celebrazioni dei matrimoni. Poi c’era il ciclo religioso, come c’è ancora oggi, e le celebrazioni musicali nell’ambito comunale o della società nobile. Le due sfere - il sacro e il profano - erano in continuo scambio. I compositori - che erano anche musicisti ed esecutori - erano sempre in attività. C’erano musicisti che suonavano durante un banchetto, oppure in una piazza durante una festa. Quindi anche il musicista aveva un ruolo sociale ben diverso da come pensiamo oggi. La stessa musica, ad esempio, era eseguita non “a libro”, ma un po' come nel jazz: c’era un tema che dava il compositore e poi, a seconda dei musicisti che aveva intorno (si parla di piccoli gruppi di due fino a cinque musicisti), si gestiva improvvisando. Siamo vicini al jazz nel processo secondo cui un musicista guidava con un’idea e gli altri intorno lo seguivano. La musica non si leggeva, ma era memorizzata e sviluppata al momento. Quindi noi abbiamo musica medievale conservata nei libri, ma si tratta innanzitutto di opere d’arte, per come sono realizzati, con miniature, illustrazioni. Sono libri che contengono solitamente composizioni di vario tipo, sono raccolte che documentano un ambiente, una città, una corte, un periodo. E non sono libri d’uso. L’approccio del musicista era distante dal libro. I libri erano pertinenza degli scrittori. Una volta scritti finivano nelle biblioteche, nelle collezioni. I libri d’uso erano quelli della chiesa, dove si cantava il “Gregoriano” o la polifonia. Il musicista era compositore, improvvisatore ed elaboratore estemporaneo di musiche create ma non scritte. La scrittura veniva dopo, aveva un ruolo conservativo.

Quindi queste raccolte di documenti musicali a cui voi fate riferimento per i vostri lavori sono successive alle esecuzioni?
Ad esempio la musica dei famosi Trovatori, che erano attivi già alla fine dell’anno Mille, viene trascritta cento e più anni dopo. Viene tramandata oralmente. I musicisti scrivevano i loro testi su dei rotoli, che si dispiegavano anche per alcuni metri, ma avevano sostanzialmente un approccio di tradizione orale. La cultura era orale, con forte impronta mnemonica, i libri arrivano anni dopo a documentare quel movimento e quell’ambiente artistico.

Il fatto che ci sia non solo una circolazione orale dei testi musicali, ma anche un’esecuzione inquadrata dentro un processo di memorizzazione, denota alcune affinità con le musiche popolari.
Credo si possa dire che la tradizione orale della musica popolare sia stata ricevuta da quest’epoca. La tradizione orale - medievale ma anche rinascimentale - prevedeva l’improvvisazione, il fatto di tramandare la musica a memoria. Tutti conoscevano l’aria su cui si andava a improvvisare: la “romanesca” o il “bergamasco”, ad esempio, erano arie su cui tutti improvvisavano. Un modulo, composto di alcune misure di musica, con un abbozzo di andamento melodico, dove ognuno faceva le sue variazioni e improvvisazioni. In questi ambiti, nelle città - sia in chiesa che nelle corti -, avviene la variazione. Poi, quando arriva il prete nella cappella di campagna, nel paesino, arrivano anche queste espressioni. Le ricevono anni dopo e le conservano in un ambito popolare, che è più conservativo. Parlo delle forme, delle strutture e non dei testi. Questi vengono rielaborati. Tutte le corruzioni del latino nei testi del “Miserere” di Gubbio, ad esempio, sono dovute alla distorsione del cantante. Io credo che la maggior parte di tutto quello che è conservato nella realtà rurale sia un prodotto cittadino. 

Voi affrontate molti di questi temi nei due dischi che avete appena prodotto. 
Si tratta di due registrazioni separate -“Cum desiderio vo cerchando. Laude e musica sacra a Venezia e Firenza (secc. XIII-XVI)” e “Devote Passioni. Laude e suoni nelle feste religiose aquilane (secc. VX-XVI)” - che abbiamo messo insieme attraverso il tema comune delle “laudi”. La “laude” è un tipo di composizione para-liturgica, non in lingua latina ma in volgare, il cui soggetto è sacro - i canti per la Vergine, per Gesù, il ciclo mariano, i santi ecc. - e riflette la volontà di divulgare un messaggio. Proprio per il fatto di raccontare le storie della religione in italiano, piuttosto che in latino, possiamo dire che hanno una funzione non solo di preghiera, ma anche culturale in senso ampio, di divulgazione di un messaggio. Di trasmissione culturale ed educazione dei fedeli. Le musiche sono, infatti, abbastanza semplici. La forma della “lauda” che qui prendiamo in esame corrisponde, per circa due secoli, alla forma della “ballata”, cioè di una canzone “a danza”, nella quale il popolo interviene con un ritornello, che tutti cantano, e la strofa è cantata dal solista. Nel Quattrocento, poi, la forma della “ballata” viene abbandonata a vantaggio della forma canzone. Inoltre è una musica che appartiene al movimento delle confraternite, le quali erano organizzazioni laiche di cittadini che gestivano alcuni appuntamenti religiosi, grandi festività e anche momenti di preghiera. Le “laudi” sono, in questo senso, una forma di preghiera cantata, che aveva così il suo ritmo e la sua espressività in questa forma musicale molto semplice della “ballata”.

Scorrendo la scaletta del secondo dei due dischi, dedicato a L’Aquila, si incontra un “Saltarello di Amatrice”.
Le confraternite - di cui facevano parte vari ordini sociali - oltre a finanziare la costruzione e le decorazioni delle cappelle, per le celebrazioni più importanti, assoldavano dei musicisti professionisti, che avevano il compito di accompagnare con li strumenti il canto delle “laudi”. 
Questi suonavano strumenti ad arco, come la viola medievale e il liuto, oppure strumenti più potenti, come cornamuse, bombarde e tromboni - a Venezia, ad esempio, c’era la Compagnia dei piffari del Doge - che venivano immessi nelle cerimonie religiose. A L’Aquila esistono i documenti di pagamento che testimoniano delle attività di questi musicisti, suonatori di strumenti popolari, come il piffero e le ciaramelle. Il “Saltarello di Amatrice” inserito in questo disco - una suonata articolata in tre movimenti: un lamento, un processionale e una danza - è stato eseguito con strumenti arcaici. Si tratta di un saltarello particolare perché è eseguito con una zampogna senza bordoni, alla quale - seguendo la documentazione sia scritta che iconografica tra il Trecento e il Quattrocento -abbiamo aggiunto due trombe medievali dritte e un tamburello. Il disco è stato organizzato in collaborazione con il musicologo Francesco Zimei, il quale ha rintracciato molti documenti riguardanti le musiche eseguite (sia monodiche che polifoniche, a due e a tre voci) e i testi in dialetto aquilano del Quattrocento.

Visto l’accenno al saltarello parliamo del tuo nuovo lavoro da solista “Saltarello and other dances. Italian dance music for bagpipes and percussion”. Di cosa si tratta?
È un disco eseguito in duo, con Andrea Piccioni alle percussioni. È diviso in tre parti, attraverso cui si affronta e si interpreta un tema e un repertorio. C’è un riferimento al Medioevo e alla musiche rinascimentali, un riferimento alle musiche popolari del centro Italia, per poi arrivare a una forma più sperimentale, che può essere inquadrata, per comodità, nella categoria dell’etno-jazz e del new-folk. Come si evince dal titolo è un disco sul tema del saltarello. Nella sezione medievale ho utilizzato la cornamusa (in particolare la piva in coppia con i tamburi a cornice). Per quanto riguarda il Rinascimento ho utilizzato uno strumento sconosciuto alla totalità dei suonatori di zampogna e, in generale, al panorama della musica antica. Si tratta della “sordellina”, di cui si è venuti a conoscenza solo tramite recenti scoperte musicologiche, grazie a un manoscritto sulla musica per questo strumento. Da questo documento manoscritto - che è conservato a Savona e riporta le trascrizioni di musiche napoletane e italiane, sopratutto delle più famose del Cinquecento - ho ricostruito le musiche e lo strumento. Si tratta di una piccola zampogna di corte, di origine cinquecentesca e napoletana, che esegue delle polifonie su dei bordoni. Inoltre la sordellina ha una serie di chiavi per suonare nei modi maggiori e minori. 
Ha un mantice per riempire il sacco che contiene l’aria, e quindi il suonatore - come avviene con altre cornamuse europee - non suona direttamente nello strumento. In questo caso, in Italia, è l’unica documentata di questo tipo. La “sordellina” prende questo nome dalla parola sordo, perché si sente poco, e probabilmente è parente della “sordulina”, perché è di piccola taglia. La sezione dedicata all’Umbria e a centro Italia comprende musiche tradizionali non per zampogna. Sono partito dalla tradizione dell’organetto, cercando di comprendere come la zampogna potesse suonare i passaggi, i moduli e il fraseggio dell’organetto. Questo metodo a ritroso mi ha permesso di individuare un modo molto personale di suonare la zampogna, che si avvicina molto allo stile delle ciaramelle di Amatrice. Qui ci sono quindi vari balli per zampogna e alcune percussioni, come le nacchere tradizionali umbro-marchigiane, dette “sniacchere”, uno strumento di legno composto da una sola grande nacchera tenuta in una mano e percossa con le dita dell’altra. L’ultima sezione l’abbiamo dedicata all’improvvisazione, cercando di descrivere, inventare e rinnovare, tramite l’improvvisazione e la composizione, i modelli tradizionali. Negli ultimi due brani c’è anche la partecipazione di Mosè Chiavoni, sassofonista e clarinettista, con cui agiamo come un trio etno-jazz, nel quale la zampogna ha un ruolo di sostegno della struttura dell’andamento del brano, e la linea improvvisata sta più al clarinetto o al sassofono.



Ensemble Micrologus - Le vie del sacro. Canti religiosi in Italia tra Medioevo e Rinascimento (Ed. disc. Micrologus, 2014)
“Le vie del sacro. Canti religiosi in Italia tra Medioevo e Rinascimento” è il titolo del nuovo lavoro discografico dell’Ensemble Micrologus. Come abbiamo sottolineato nell’intervista a Goffredo Degli Esposti - uno dei quattro membri fondatori del gruppo - si tratta di un progetto evidentemente corposo (contiene due dischi dedicati ai canti religiosi medievali e rinascimentali delle città di Venezia, Firenze e L’Aquila), articolato attraverso trenta tracce, selezionate e interpretate nel quadro di un’attività di ricerca e interpretazione effettuate in collaborazione con il musicologo Francesco Zimei e, sopratutto, dedicato a una produzione musicale storica specifica e non propriamente popolare. Ciò che però ci ha spinto a riflettere su una produzione di questo tipo - al di là della qualità delle musiche raccolte e riproposte e, allo tesso tempo, dell’importanza che i Micrologus ricoprono in un ambito internazionale - risiede principalmente nella possibilità di evidenziare la metodologia che è alla base del lavoro dell’ensemble umbro. Allo stesso modo si può notare una serie di corrispondenze tra alcuni dei repertori proposti in “Le vie del sacro” e alcune musiche di tradizione orale che - in Umbria e non solo - sono ancora oggi eseguite entro un quadro rituale. Con quest’ultimo punto mi riferisco sopratutto ai repertori legati alla settimana santa, ai canti processionali, eseguiti dalle confraternite, di cui sono state ampiamente documentate (“in funzione”) le versioni contemporanee in molte aree montane dell’Umbria, dell’Italia centrale e non solo. Per quanto concerne la metodologia di ricerca e riproposta - di cui il gruppo descrive gli aspetti più importanti, relativi alla selezione, allo studio e all’interpretazione delle fonti, nei due booklet allegati ai dischi - si possono scorgere molte corrispondenze con gli studi sulle musiche di tradizione orale e la loro riproposta. Tra questi vale senz’altro la pena segnalare l’approccio inclusivo attraverso il quale i componenti dell’ensemble inquadrano i repertori in esame. Un approccio che, orientandone l’interpretazione “tecnica”, legge i brani (in questo caso le “laudi”) come dei documenti. Dai quali si irradiano informazioni di carattere sociale ed economico (come ci dice Goffredo, dai registri di pagamento possiamo risalire a quali e quanti musicisti partecipassero a particolari celebrazioni religiose. O ancora, “il nostro approccio spazia dal discanto vocale, modellato sull’improvvisata secondatio tipica del repertorio religioso confraternale, al raddoppio o all’integrazione strumentale delle voci con organici desunti dalle liste di pagamento dei suoni aquilani e da varia iconografia”). E i quali (documenti) assumono un profilo netto e “leggibile” in relazione alla convergenza di elementi determinati storicamente: la storia delle devozioni, la riforma ecclesiastica, la rappresentazione delle devozioni, i fenomeni della religiosità popolare, la necessità di preghiera e, più nel dettaglio, la necessità di condividerla e di condividerne (in una dimensione che sfuma dal latino al volgare, fino al dialetto) il messaggio. Tutto questo - ovviamente ridotto a informazioni schematiche - ha evidenti connessioni con i contesti in cui si sviluppano le produzioni espressive di tradizione orale. Produzioni e connessioni di cui Micrologus ci propone alcuni esempi interessanti (come “Saltarello di Amatrice” e “Chiarenzana e Saltarello de l’Aquila” nel disco “Devote passioni”). E di cui Degli Esposti ha interpretato - in una sorta di sintesi per strumenti a fiato (zampogne, sax e clarinetto) e percussioni - alcune forme (medievali e rinascimentali, popolari del centro Italia, e contemporanee e sperimentali) attraverso il suo ultimo lavoro da solista “Saltarello and other dances. Italian dance music for bagpipes and percussion”, prodotto con Andrea Piccioni.

Daniele Cestellini