BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

BF-CHOICE: Francesco Benozzo, Fabio Bonvicini, Fratelli Mancuso – Un requiem laico

Canto e musiche seguono la via dell’accostamento di esperienze diverse: quattro strumentisti e cantori, il mondo appenninico e quello del canto mediterraneo dell’isola di Sicilia testimoniano con questo concerto-disco un incontra lungo trame della memoria in un luogo simbolo dell’Italia...

mercoledì 28 gennaio 2015

Numero 188 del 28 Gennaio 2015

Con consolidata cadenza settimanale, “Blogfoolk” si sta avvicinando pian piano verso un altro importante traguardo, che sarà il numero 200. Anche per questa occasione, come è accaduto per il numero 100, non ci sarà spazio per vuote autocelebrazioni, ma certamente la nostra redazione rilancerà con decisione la propria proposta culturale con alcune sorprese che abbiamo riservato per i nostri lettori. In questa prospettiva, si inserisce il tavolo di lavoro “Scrivere La Tradizione. Lo stato dell’arte sulla ricerca nella musica tradizionale italiana”, organizzato da “Blogfoolk” all’interno delle attività degli Stati Generali Della Musica, che si terrà il giorno 8 febbraio alle ore 15,30 presso La Pelanda Factory a Roma. Sarà una bella opportunità di dibattito, nel corso della quale il mondo della critica musicale, quello accademico e alcuni operatori culturali si confronteranno sugli sviluppi degli studi sulla musica popolare italiana. Al fianco della redazione di “Blogfoolk”, interverranno Vincenzo Santoro, Domenico Ferraro, Giancarlo Palombini e Maurizio Agamennone. A margine della tavola rotonda sarà consegnato a Riccardo Tesi il premio “Blogfoolk Choice – Disco dell’anno World Music” in collaborazione con MEI per l’album “Maggio”. Inoltre, nei giorni 7 e 8 febbraio sarà allestito un piccolo stand promozionale di “Blogfoolk”, dove sarà possibile incontrarci di persona. Dopo questa piccola anticipazione, veniamo più direttamente al nuovo numero, che prende le mosse dalla Puglia, da dove riprendiamo il nostro viaggio in Italia, per presentare il secondo volume di “Tarantelle e Canti Tradizionali delle Puglie” dei Malicanti, il nostro disco Consigliato Blogfoolk della settimana. Tocca a Enrico Noviello, voce e anima del quintetto, dare conto del senso di questo nuovo progetto discografico con il quale la band pugliese prosegue il proprio percorso di ricerca e rielaborazione della tradizione musicale della propria terra. Ci dirigiamo poi in Sicilia con le Malmaritate, gruppo al femminile nato in seno alla Narciso Records di Carmen Consoli, delle quali recensiamo “Ognunu Havi ’n Sigretu”. Sotto l’etichetta di world music, parliamo del genere popolare urbano portoghese per eccellenza con “Coimbra - Fado” del Ricardo Dias Ensemble, e del pop rock colorato di Irish folk proposto dai Sweet Little Lies, al loro debutto omonimo. Non ci facciamo mancare ancora una volta uno sguardo verso la chitarra fingerstyle con “A Window To Somewhere” di Matteo Gobbato, così come irrinunciabile è l’appuntamento con la rubrica Letture, dove si analizza l’aggiornatissimo “Dizionario Del Pop-Rock 2015” (Zanichelli), curato da Enzo Gentile e Alberto Tonti. Sul versante della canzone d’autore, ecco il disco del ritorno di Stelio Gicca Palli, “Corpi Estraniei Vol.1”, nel quale l’autore riprende una bella versione pianistica della storica “Lella”. Per la rubrica Suoni Jazz, diamo spazio a “Solo” del fisarmonicista Carmine Ioanna. Conclude il numero il Taglio Basso, in cui Rigo ci porta alla scoperta di “Boxers” di Matthew Ryan, con l’aggiunta di qualche interessante riflessione sulla percezione della musica roots rock in Italia.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


VIAGGIO IN ITALIA
WORLD MUSIC
STRINGS
LETTURE
STORIE DI CANTAUTORI
SUONI JAZZ
TAGLIO BASSO


L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Malicanti – Tarantelle e Canti Tradizionali delle Puglie Vol.2 (Finisterre/Felmay, 2014)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

“Tarantelle e canti tradizionali delle Puglie”, disco pubblicato nel 2005, si segnalava per l’essenzialità e l’insolita, aspra schiettezza. Era un album privo di esibizionismi, in un certo senso una corsa contro il tempo, per via di voci e strumenti (tamburelli, chitarra battente, chitarra, violino, organetto, castagnette) di giovani che rimandavano direttamente alla tradizione popolare garganica e salentina, di cui padroneggiavano alla grande la grammatica musicale. A distanza di dieci anni, sul finire del 2014, i Malicanti hanno prodotto il secondo volume di “Tarantelle e canti tradizionali delle Puglie”, ancora una volta edito dall’etichetta Finisterre: una garanzia nell’universo trad italiano e internazionale. Dalla loro i Malicanti hanno la credibilità, maturata in anni di frequentazione con gli “alberi di canto” pugliesi. Nel disco ascoltiamo il decano Mike Maccarone (“Montanara di Mike”, “Viestesana”, “Rodianella”) e framemnti in cui ritornano le voci degli indimenticati Andrea Sacco e Uccio Aloisi. I Malicanti possiedono una pronuncia musicale franca e potente, timbri vocali sorprendentemente affini a quelli dei cantori popolari (nella splendida “Viestesana”, ascoltate la voce di Enrico Noviello e di Maccarone). Tutto ciò si traduce in un disco acustico, che attraversa il mondo contadino pugliese, che presenta materiali tradizionali anche molto noti (“Pizzica di Galatone”, “Mara l’acqua”, “Ferma Zitella”, “Rodianella”, “Pizzica indiavolata”), accanto  a versioni meno celebri dei canti tradizionali (la chicca polivocale “La Ruscita”), a intense interpretazioni garganiche come “Cannellese” (protagonista la chitarra battente di Pio Gravina, il cui timbro argentino è in primo piano anche nello splendido “Sonetto”), ai tessuti polifonici di “Aria Gaddhipudina” e “Scusate Signor Conte” , ad una composizione, “Vita Maria”, il cui ironico testo è firmato dagli stessi musicisti. Quella dei Malicanti non si può liquidare come mimesi o ricalco dei maestri contadini del Gargano e del Salento, la loro musica è diretta, suonata di getto, con gusto e spirito di accostamento, nel rispetto della lezione appresa, convinti dell’inarrivabile forza poetica dei suoni tradizionali della terra pugliese. 
Oggi nei Malicanti suonano: Valerio Rodelli (organetto e voce), Anna Invidia (tamburello, castagnette, voce), Daniele Girasoli (violino, tamburello, voce), Elia Ciricillo (chitarra, tamburello, voce), Enrico Noviello (chitrra battente e voce). Un nutrito gruppo di amici ospiti in perfetta sintonia, soprattutto le vocalist Anna Cinzia Villani e Enza Pagliara, arricchisce l’impatto sonoro della band. È musica piena, tendete le orecchie! Per parlare del nuovo album abbiamo raggiunto Enrico Noviello, già autore di uno studio su uno dei grandi cantori garganici del secolo scorso (“Andrea Sacco suona e canta”, Ed. Aramirè), musicista, formatore ed educatore, uno dei fondatori del quintetto.

Dal punto di vista musicale come siete cambiati dal disco d’esordio pubblicato dieci anni fa?
Da un punto di vista estetico, i cambiamenti sono stati pochi, e poco evidenti per un orecchio non abituato. Suoniamo una musica molto aspra, grezza, non sempre godibile, certamente non imbellettata. Come il primo, anche il nuovo disco si muove sul paradosso di poter ricreare atmosfere vicine alle musiche suonate da contadini e pastori prima della modernità, e di avvicinare quindi le radici musicali dalle quali proveniamo.  Tecnicamente, invece, siamo diventati più sicuri, e anche più vecchi, con tutti i pro e i contro della faccenda.

Rispetto al primo disco ci sono avvicendamenti nelle voci femminili. Segno di un organico ancora in mutamento, di brani registrati in diversi periodi. Ad ogni modo, questa scelta ha cambiato qualcosa nell’assetto e nei repertori proposti?
Sono testimonianze della vita che scorre. Nel primo disco cantava Francesca Chiriatti, una voce aspra, con un timbro assolutamente fuori dal comune, che ci piaceva da morire (c'è anche una sua testimonianza nel nuovo CD). Poi lei è tornata a vivere e lavorare altrove, e ci siamo intrecciati con Anna Invidia, altrettanto emozionante, per aspetti diversi, espressiva e presente, una voce che “buca” i concerti da palco. Ma nel CD abbiamo ospitato le amiche di sempre, con cui cantiamo da prima ancora di creare Malicanti e prima che loro, ognuna con i propri percorsi artistici e di ricerca vissuti, diventassero molto conosciute nell'ambiente. Parlo di Enza Pagliara e di Anna Cinzia Villani. In fondo il CD voleva essere un modo di ricordare la nostra storia, e queste due voci così intimamente vicine al nostro spirito, non potevano mancare.

In un certo senso, lo accennavi già prima parlando di paradosso. Nelle note del disco ribadite che “siete in prestito” quando ballate e suonate la musica delle campagne, che “non vi apparterrà mai”. Mi piacerebbe che approfondissi questo tema, visto che non si riflette  spesso su questo aspetto.
La musica che ci piace è quella dei contadini e dei pastori. Per loro, quella musica era come il caciocavallo o come il vino e l’olio. Si faceva perché era parte della vita, e come mangiavi, così cantavi. Noi siamo cresciuti con altre culture, la campagna e l’economia di sussistenza ce le hanno solo raccontate, o al più ne abbiamo vissuto dei residui, delle resilienze. Noi non apparteniamo alle tarantelle né le tarantelle appartengono a noi. Ci avviciniamo sapendo che nel sangue, nel DNA e nei ricordi, oltre che in piccoli pezzi di vissuto, quelle preziosità ci sono. Ma non era la nostra quotidianità e il nostro senso della vita.

Nel disco ci sono degli inserti di grandi testimoni della tradizione, oggi scomparsi: Andrea Sacco e Uccio Aloisi. C’è la voce di Mike Maccarone, 90 anni. 
Andrea Sacco ha insegnato a me e a Elia a suonare e a cantare. Fino allo sfinimento chiedevamo ad Andrea di cantare ancora, e ancora, e quei suoni sono entrati dentro senza che ce ne accorgessimo. Con Uccio il legame è stato meno stretto, ma fare la vendemmia per due anni da lui, ha lasciato tracce. Mi ricordo, quando cantavamo insieme alla stisa, la sua sorpresa nel cantare come si deve a più voci, anche se non eravamo del suo paese, e alcuni di noi – che poi ero io – non parlavano il suo dialetto. Andrea Sacco e Uccio Aloisi sono stati tra gli ultimi vecchi riconosciuti dalle rispettive comunità pugliesi come i migliori del paese a cantare e suonare. E adesso rimangono gli ultimi ultimi: quando se ne andranno i classe ‘25, come Mike, non avremo più nessuno da ascoltare. Più nessuno, intendo, che cantava questi repertori non per diletto, ma “in funzione”, perché servivano a far scorrere la vita quotidiana, perché calendarizzavano il calendario. Sono gli ultimi, prima della televisione e della Seconda Guerra mondiale, per intenderci.
Ma per adesso Mike ce lo godiamo tutto: la sua voce potente conserva ancora quell'antica sapienza, e con lui, per il tipo di Storia che ha attraversato, si può parlare di tutto come fosse un giovanotto.

Oltre all’ispirazione, che insegnamenti da questi maestri?
Detto in una frase, loro vengono prima del capitalismo e del consumismo. Se è vero che questa musica è come l’olio di oliva, allora i vecchi non ti insegnano le canzoni, o le musiche, ma ti insegnano la vita. Ci sono contesti e valori che lo sviluppo del capitalismo ha macinato, disgregato, dissolto. Questi vecchi portano la testimonianza che si poteva stare al mondo anche diversamente. Senza cadere nelle trappole del buon selvaggio, perché i tempi da loro attraversati sono stati di una durezza sconosciuta per noi, i vecchi testimoniano un modo di vivere centrato sulle relazioni, non sull'accumulo, dove l'ottimo è meglio del massimo, dove la felicità non è concetto quantitativo, e dove l’essere “compagni” vale più di ogni altra cosa. Sono bisogni ancora validi nella nostra contemporaneità, ma a volte li andiamo a ripescare in sentieri ciechi: mi riferisco a tutte le forme di integralismo o di iper-individualismo. Mike o Andrea sono radicali, estremi, ma rimangono sempre umani, e relazionali, non vanno d'accordo con gli “...ismi”

Ci racconti questo disco, che scorre tra brani classici e meno noti?
Ci sono le principali suonate di Carpino e di San Giovanni Rotondo, e ci sono pezzi salentini non sempre conosciuti al pubblico delle Notti della Taranta. Molti canti di sole voci, a uso antico, e pezzi anche molto difficili all'ascolto. Ma anche pezzi più immediati e gradevoli, come la “Pizzica di Galatone” o la “Pizzica di Copertino”. C'è “Lu Rusciu” come si fa al paese di Daniele e di Giorgio, San Pancrazio Salentino, e l'impossibile “Sonetto di San Giovanni Rotondo”, che Pio esegue con una maestria paragonabile, per qualità, alle esecuzioni dei maestri.

Come nascono gli arrangiamenti  dei brani? Quanto c’è di scritto e quanto nasce dall’immediatezza del suonare insieme?
Mi verrebbe da dire che arrangiamenti veri e propri non ce ne siano, perché i pezzi ricalcano le andature tradizionali e li abbiamo sempre suonati e risuonati fino allo sfinimento senza doverli “arricchire” o “contaminare”: non ce n’era alcun bisogno. Ma poi ci sono anche alcune invenzioni, e c’è anche il tocco musicale e originale dell'organetto di Valerio. L’unica vera creazione è il testo di “Vita Maria”, dove ci siamo presi in giro l’uno con l’altro, attualizzando il testo più famoso di Aramirè.

La Puglia è sempre al centro del mondo folk. Durerà?  Finirà il consumo di pizzica? Cosa resterà? La pizzica diventerà (o è diventata) una delle heritage music suonate da tutti, come L’Irish music, il klezmer o il reggae.
È possibile. Quando abbiamo cominciato a ricercare e a suonare, negli anni ‘90, questo era uno sviluppo improbabile: c’erano pochissimi gruppi e la ricerca era nulla. Oggi la ricerca è quasi nulla, ma il “movimento” è cresciuto in misura sorprendente, ha trovato sponde artistiche, culturali, e soprattutto politiche, quindi economiche, ed è diventato un fenomeno che difficilmente si estinguerà, a differenza di come il revival degli anni ‘70 si era invece esaurito. La Puglia ha unito alla musica anche (non dappertutto) una marcia in più nell'accoglienza e nelle politiche del territorio, e la musica di riproposta è diventata uno strumento di espressione identitaria, inventata, ricreata, ma in cui molti giovani si sono riconosciuti, e che ha permesso a certi strati più dinamici delle nuove generazioni di trovare un nuovo centro di gravità. Sì, credo che abbia preso una sua – pur fragile - autonomia che non è destinata a tramontare. Ma, su questo, chi vivrà, vedrà.

Immagino che vorrete portare in tour la vostra musica, ma a parte la crisi economica quanto è difficile imporsi all’attenzione con la concorrenza fra band pugliesi e con organizzatori per i quali di notte le tarantelle sono tutte uguali?
Il mercato non cerca la qualità, ma la concorrenzialità economica, e la quantità. Spesso gli organizzatori di feste e concerti sono più interessati a quante ore suoneremo sul palco, piuttosto che allo spessore che porteremo. Spesso il pubblico non chiede cultura e arte, ma alto volume e ritmi ossessivi. Noi ci divertiamo molto a suonare dai palchi, e anche che le persone si sfrenino ballando. Ma ci piace anche raccontare le storie e le radici di questa musica, portare repertori desueti e non immediatamente godibili, e la contraddizione del palco la sentiamo molto. Per questo, accanto ai concerti da palco, sempre più ci interessano luoghi e contesti dove l'ascolto possa esistere. Penso ai teatri, o ai piccoli spazi, dove ci divertiamo molto, e ci emozioniamo come i primi tempi. Ma non per questo snobbiamo i grandi concerti, quelli a base di adrenalina e argento vivo. In fondo, le tarantelle in tutta Europa, ce le invidiano non certo per la varietà musicale, ma per l'energia potente che sanno portare nello stomaco degli ascoltatori. E, quell'energia, non ci è mai mancata. Magari è arrivato il momento, anche con il sostegno delle Edizioni Finisterre, che ha voluto scommettere anche su questo nostro secondo lavoro, di far sentire anche fuori dall'Italia le radici di Puglia e l'anima meridionale, di cui l'Europa ha così bisogno.


Ciro De Rosa

Malmaritate - Ognuno Havi 'n Sigretu (Narciso Records/Universal, 2015)

Pubblicato in concomitanza con la giornata internazionale contro la violenza sulle donne “Ognunu havi ‘n sigretu” è l’album di debutto delle Malmaritate, formazione catanese tutta al femminile, nata da una intuizione di Carmen Consoli, e formata da Gabriella Grasso (voce e chitarra), Valentina Ferraiolo (voce), Emilia Belfiore (violino) e Concetta Sapienza (clarinetto), quattro talentuose musiciste accomunate dal desiderio di riscoprire la tradizione popolare italiana, riattualizzandola non solo attraverso nuovi arrangiamenti e sperimentazioni sonore, ma anche orientando il repertorio verso i problemi che affliggono da sempre l’universo femminile. In questo senso va letta anche la scelta del nome del gruppo che rimanda alle malmaritate, ovvero quelle donne che nel medioevo erano obbligate a matrimoni di convenienza, e che raccontavano le loro sofferenze attraverso canzoni e poesie. Proprio come quelle antesignane della canzone d’autore al femminile le Malmaritate hanno raccolto undici brani che raccontano storie di donne tra difficoltà, desiderio di riscatto ed emancipazione, pescando a piene mani dalla tradizione musicale della nostra penisola, ma anche guardando ad essa come fonte primaria di ispirazione. Il risultato è un affresco in musica della galassia delle donne, viste simbolicamente come centro dell’universo intorno a cui si muove il ciclo della vita, ma cantate tra le luci dell’amore che sono in grado di donare e le ombre della violenza che sono costrette a subire. Il canto delle Malmaritate è, dunque, una denuncia ed allo stesso tempo un forte monito alla sensibilizzazione delle coscienze verso le violenze di cui sono sempre più spesso vittime le donne e che riempiono le cronache dei giornali. Durante l’ascolto emerge la grande cura con cui sono stati realizzati gli arrangiamenti, mirando ad esaltare tanto la vocalità e le linee melodiche con il dialogo tra il clarinetto di Concetta Sapienza, il violino di Emila Belfiore, e la chitarra di Gabriella Grasso, quanto la tessitura ritmica in cui giganteggiano i tamburi a cornice di Valentina Ferraiuolo. Aperto dal canto devozionale dell’area dell’appennino laziale “Regina Degliu Cielo”, interpretato da Valentina Ferraiuolo ed impreziosito dal violoncello di Tiziana Cavalieri, il disco si svela in tutto il suo fascino regalandoci prima le ritmiche trascinanti di “Mamma Ciccu Mi Tocca” nella quale protagonista è la voce dei Gabriella Grasso, e poi quel gioiello che è la versione di “Terra Ca Nun Senti” di Rosa Balistreri, in cui commuove la forza evocativa del canto di Nada. Se violino di Emilia Belfiore guida la linea melodica del canto d’amore “Me Voglio Fà Na Cantata”, la successiva “Canzone Arrabbiata”, nata dalla penna di Lina Wertmüller e musicata da Nino Rota, è l’occasione per scoprire l’attrice Donatella Finocchiaro nei panni di cantante, nel duetto con Gabriella Grasso. Il drammatico racconto della strage di Bronte perpetrata dalle truppe garibaldine durante l’invasione della Sicilia di “Arrivaru i cammisi”, ci introduce alla travolgente versione dello scioglilingua “Madamadorè” in cui spicca l’ottima prova vocale di Valentina Ferraiuolo, ma è con “Remedios” di Gabriella Ferri, che si tocca l’altro vertice del disco, con la complicità della voce di Claudia Gerini. Tracce dell’eredità proveniente dalla tradizione siciliana emergono nell’intensa “S’Avissi Diciottanni”, mentre il tradizionale “Verbe De Dio”, interpretato per voce e tamburo a cornice da Valentina Ferraiuolo, esplora il legame sottilissimo che intercorre tra religiosità popolare e superstizione. La splendida title-track, scritta ed interpretata da Carmen Consoli sugella un disco coinvolgente ed appassionato che non mancherà di toccare il cuore di quanti vi dedicheranno la loro attenzione. 


Salvatore Esposito

Ricardo Dias Ensemble – Coimbra ▪ Fado (Arc Music, 2014)

Coimbra, la più antica città universitaria portoghese, è l’altra dimora del fado, dove la musica di questo patrimonio musicale dell’umanità si fa più intellettuale e meno melodrammatica che nella capitale lusitana. Dove il fado cantato ma anche strumentale – ricordiamo i celebri guitarristas della famiglia Paredes – assurge a simbolo di elevazione, di aristocrazia sonora della città adagiata sul rio Mondego. Da lì proviene il quintetto di Ricardo Dias, che intende espandere la cançâo de Coimbra guardando soprattutto al jazz, ma anche al mondo popolare e al canzoniere di José “Zeca” Alfonso. Un album collocabile sotto l’espressione di “novo fado”. Niente di nuovo sotto il sole, direte! D’accordo, ma la fusione dell’ensemble funziona, così a voce e chitarra si affiancano fisarmonica, contrabbasso, tromba e pianoforte. Il pianista, fisarmonicista e compositore Ricardo J. Dias è noto come direttore musicale dell’acclamata Cristina Branco e della storica formazione folk Brigada Victor Jara, Ricardo Dias, virtuoso della chitarra portoghese, è tra gli innovatori del chitarrismo fadista, Bernardo Moreira proviene dalla scena jazz, mentre il chitarrista Nì Ferreirinha e il cantante Josè Vilhenha sono esponenti di primo piano del mondo fadista locale. Ad aprire il CD è “Saudades de Coimbra”, testo del poeta Antònio De Sousa su musica di Mario F. Fonseca: note piene di piano solo, come preludio alla notevole voce di Vilhena, poi l’ingresso delle corde per questa evocazione dell’anima della città. Nello strumentale “Sede e Morte” dell’immenso Carlos Paredes la chitarra portoghese, inevitabilmente, prende il centro della scena. Quando entra la tromba di João Moreira si intravedono sprazzi di scuola davisiana. “Tenho Barcos, tenho remos” per voce, piano e contrabbasso, sposa un testo tradizionale dell’Alentejo con la musica del grande Alfonso. Segue lo strumentale di Carlos Paredes “Verdes Años/ Canto do Amanhecer”, suonato in quartetto (chitarra portoghese, chitarra acustica, contrabbasso e fisarmonica) è uno degli episodi più fulgidi del disco. Un altro appreazzato cantante, Nuno Silva, ci mette la sua ugola pregiata nel canto d’amore “Olhos Claros”. Tocca a Vilhena dare perfetta voce a “Balada de Outono” la prima canzone di José Alfonso, da lui stesso chiamata ballata per distinguerla dal repertorio di fado di Coimbra che egli stesso aveva iniziato ad interpretare sul finire degli anni ’40 del secolo scorso: organico al completo in quintetto per un altro momento di magia. È poi tempo di “Dança”, che proviene ancora dal repertorio del maestro leggendario Paredes, brano vivace e scintillante e con chitarra portoghese, fisarmonica, chitarra acustica e contrabbasso. Si ritorna ad un passo lirico con digressioni jazz (voce, piano, tromba) in “Homen só Meu Irmão”, dove l’apprezzato cantante Nuno Silva mette la voce in un testo dell’autore novecentesco Luiz Goes. Il quintetto al completo ritorna, ma questa volta la voce magistrale è quella di António Ataide, con “Canção de embalar“, un altro classico di “Zeca”, scritto in Mozambico riprendendo una forma medievale. Dopo il raccoglimento lirico di “Inquietação”, la band spinge sul versante dell’innovazione con una superlativa “Ré Menor”, opera di Gonçalo Paredes, nonno di Carlos, arrangiato per due chitarre portoghesi (Bruno Costa affianca Ricardo Dias), contrabbasso, chitarra acustica e tromba. Un classico fiore canoro di Coimbra, “E alegre se fez triste”, composto dalla coppia Manuel Alegre (testo) e Francisco Filipe Martin (musica), chiude questa bella e matura registrazione dell’ensemble di Ricardo Dias, che innovando senza imboccare direzioni estreme celebra una tradizione ben viva e in espansione. 


Ciro De Rosa

Sweet Little Lies – Sweet Little Lies (Lobello Records, 2014)

La piccola ma attivissima label salentina Lobello Records, ha arricchito di recente il suo colorato ed interessante rooster con la pubblicazione del disco di debutto omonimo dei Sweet Little Lies, band irlandese nata nel 2011 a Bundoran, città della costa ovest del Donegal, e segnalatasi ben presto nella scena indie suonando in Europa, Australia, Stati Uniti, Assia e in Nuova Zelanda. Se il nome del gruppo lascia trasparire chiaramente come un riferimento importante per loro siano i Flatwood Mac, ascoltandoli più attentamente si percepisce tutta l’originalità della loro proposta artistica , che si concretizza in una interessante commistione sonora in cui confluiscono pop-rock, blues, funky acustico, con l’aggiunta di immancabili echi di irish folk. A guidare il gruppo è la splendida voce di Roisin Atcheson (voce e chitarra), nella cui vocalità si riflettono influenze che vanno da Eva Cassidy a Tracy Chapman fino a toccare KT Tunstall, mentre a farsi carico del duro lavoro di strumentisti sono Kevin Lowery (batteria) e Alan Cooke (chitarra) i quali, oltre a co-firmare i vari brani, hanno curato anche la produzione e la registrazione del disco presso il loro studio, situato proprio a pochi passi dalle spiagge dove arrivano le onde tra le più alte d’Europa. A dare man forte al gruppo si sono aggiunti per le session del disco anche Patrick Cereghetti, Zac Drummond, Donal McGuinness, Marc Geagan e Rory Fallon, i quali rappresentano senza dubbio un valore aggiunto nella riuscita dei vari brani. Durante l’ascolto emergono nove brani solari, spensierati, ricchi di belle immagini sonore come nel caso dell’iniziale “Say What You Mean” il cui ritmo in levare ci accompagna al pop rock romantico della successiva “Chosen”, nella quale si apprezza l’ottimo ritornello radiofriendly. Se “Where Did You Go” svela un pregevole intreccio tra echi di irish folk e rock, “Got Me Falling” è una ballata acustica dai toni folk suonata in punta di dita e caratterizzata dallo splendido cantato della Atcheson. Il ritmo si fa più trascinante con “Mango Pickin” in cui brillano i fiati soul a sostenere l’intreccio melodico, ma è con la vibrante “Giving Up” e il reggae di “Rolling Ahead” che tocchiamo il vertice compositivo del disco. Il rock “Set It Right” e la ballata folk “Caught Up” suggellano un disco molto vario dal punto di vista sonoro, che ci svela tutte le potenzialità di questo interessante gruppo irlandese, il quale in futuro saprà certamente ritagliarsi lo spazio che merita nella scena internazionale. 


Salvatore Esposito

Matteo Gobbato - A Window To Somewhere (Autoprodotto, 2014)

Segnalatosi tra i finalisti del concorso “New sounds of acoustic music” nel 2012, Matteo Gobbato è un giovane chitarrista patavino, innamoratosi sin da giovanissimo del fingerstyle, ed in particolare della tecnica di artisti del calibro di Tommy Emmanuel, Don Ross, Andy Mckee, e Antoine Dufour, dai cui video su YouTube ha cercato di cogliere i segreti del mestiere. Con il passare degli anni, grazie allo studio e alla passione, è riuscito a far emergere una sua personale cifra stilistica come dimostra il successo riscosso non solo dalla sua opera prima “GIROvagando”, ma anche dai tanti arrangiamenti di colonne sonore famose, raccolti in “Arrangements Vol.1”. Il suo nuovo album “A Window To Somewhere” giunge dopo due anni di intenso lavoro, e raccoglie nove brani strumentali autografi, registrati nel suo studio casalingo utilizzando due chitarre acustiche, una Taylor GS8 e una fanfret custom mod. danube. Sin dal primo ascolto emerge chiaramente come il chitarrista patavino sia riuscito negli anni a combinare la lezione appresa dai suoi riferimenti stilistici principali con un approccio tecnico personale al fingerstyle. La grande cura riposta nelle registrazioni ci consente di apprezzare a pieno la liricità della sue composizioni, così come di apprezzare la sua crescita nel tessere melodie accattivanti e mai banali. In questo senso piacciono “Cabrio 66”, colonna sonora perfetta per un viaggio in una bella Alfa Spider d’epoca con il vento in faccia, la gustosa “Kitchen’s Blues”, e la dolente “A Sad Goodbye”, ma soprattutto quei due gioiellini che sono “Love” e “Le cronache della balena”, nella quale emerge con maggior forza la potenza evocativa delle composizioni di Matteo Gobbato. In buona sostanza “A Window To Somewhere” si inserisce a buon diritto tra i dischi più interessanti della scena fingerstyle italiana, non solo per la qualità intrinseca delle composizioni, ma anche per la capacità del chitarrista patavino di saper dosare virtuosismo e liricità. 


Salvatore Esposito

(a cura di) Enzo Gentile e Alberto Tonti, il Dizionario del Pop-Rock 2015, Zanichelli, 2015, pp.1896, Euro 33,50

Pubblicato originariamente nel 1999, ed aggiornato con regolarità annualmente dal 2012, il “Dizionario del Pop-Rock 2015”, edito Zanichelli è un corposo volume dal taglio enciclopedico che ha il pregio di compendiare l’ampio universo del pop nella sua accezione più ampia, spaziando dal blues al country, dal folk alla world music, fino a toccare l’avanguardia e la musica leggera italiana. A differenza della miriade di opere simili pubblicate negl’anni, in Italia come all’estero, quest’opera non si limita alla mera raccolta di dati biografici e discografici essenziali, ma ne offre un profilo critico rigoroso e di alta competenza, presentando oltre approfondite schede biografiche che esaminano il percorso artistico e discografico di oltre 2300 tra artisti e gruppi, per un totale di oltre 35000 album recensiti cronologicamente, con l’aggiunta di una valutazione sintetica espressa in stelline da una a cinque. In questo senso fondamentale è stato il lavoro di gestione dei contenuti ad opera dei curatori, Enzo Gentile e Alberto Tonti, a cui si sono aggiunti alcuni collaboratori d’eccezione come Giordano Casiraghi, Ivo Franchi, Luca Garrò, e Claudio Todesco i quali, secondo i settori di loro competenza, hanno contribuito alla redazione delle varie voci. Accolti dalla copertina, dedicata quest’anno a Luciano Ligabue - “il protagonista più meritevole della stagione passata” come scrivono gli autori nella presentazione - il volume è introdotto dalle prefazioni di Gene Gnocchi, Carlo Verdone e Ringo. Rispetto alla sua primissima compilazione, l’edizione 2015 prosegue il percorso tracciato negli ultimi anni con l’aggiornamento completo (a giugno 2014) delle varie schede, l’aggiunta di oltre 120 “new entry”, e la progressiva eliminazione di quelle voci relative ad artisti divenuti marginali negl’anni. Tra le nuove schede ci piace segnalare l’aggiunta di alcuni tra i nomi più interessanti della scena cantautorale italiana da Dente a Zibba & Almalibre passando per Virginiana Miller, così come un plauso va alla scelta di inserire alcuni astri nascenti della world music mondiale come Bombino, o realtà più consolidate come i tuareg Tinariwen. Particolarmente piacevole è stata la sorpresa di trovare voci altrettanto dettagliate dedicate a Riccardo Tesi e la sua Banditaliana, Ambrogio Sparagna, Enzo Avitabile, ma anche a Giovanna Marini, Paolo Pietrangeli e Canzoniere del Lazio che, senza dubbio, possono essere considerati tra gli artisit più rappresentativi nell’esplorare e riproporre la tradizione popolare italiana. Che dire poi delle completissime voci dedicate ai grandi del rock dai Beatles ai Rolling Stones, da Bob Dylan a Leonard Coen, da Neil Young a The Band, passando per David Bowie e Lou Reed, dei quali vengono tracciati in modo puntuale luci ed ombre delle rispettive carriere. Certo accontentare i gusti e i desideri di tutti i lettori sarebbe stato impossibile, e volendo andare a cavillare chiunque troverà qualche mancanza, ma come scrivono gli stessi curatori le scelte sono state fatte tenendo conto di esigenze di spazio e di opportunità. Sfogliando questo corposo volume, insomma, il lettore potrà addentrarsi attraverso le varie pagine in tutta libertà, facendosi guidare non solo dalla curiosità di leggere le recensioni dei propri dischi preferiti, e scoprirne la relativa valutazione, ma anche utilizzare questa opera come guida preziosa attraverso i sentieri della musica. 

Salvatore Esposito

Stelio Gicca Palli – Corpi Estranei Vol.1 (Helikonia/Egea, 2014)

Protagonista dei formidabili anni della scuola romana e del Folkstudio di Cesaroni in coppia con Edoardo De Angelis con il quale portò al successo nel 1972 “Lella”, Stelio Gicca Palli abbandonò le scene qualche anno dopo, per dedicarsi alla professione forense, diventando un apprezzato avvocato civilista. Negli ultimi tempi, però, il desiderio di tornare a fare canzone è riemerso con forza, e pian piano si è riavvicinato alla composizione e agli studi di registrazione. E’ nato, così, “Corpi Estranei Vol.1”, album che raccoglie undici brani di cui dieci inediti, più una nuova versione di “Lella”, incisi con un ristretto gruppo di strumentisti, ovvero Primiano De Biase (pianoforte), Fabrizio Guarino (chitarre), Marco Siniscalco (basso), Cristiano Micalizzi (batteria), Carlo Di Frescesco e Simone Talone (percussioni), e Daniela Iezzi (controcanti). Il risultato è un album dalla grande intensità nel quale si mescolano storie d’amore, spaccati di vita quotidiana, e riflessioni intimistiche che ispirate da cose semplici come uno sguardo verso la città deserta in estate. Senza usare artifizi, ma piuttosto riannodando i fili del tempo, Stelio Gicca Palli ha riannodato i fili del tempo, riappropriandosi della suo fare canzone sospeso tra ironia e poesia, leggerezza e introspezione. Ad impreziosire il tutto sono gli arrangiamenti di Fabrizio Guarino e dello stesso Stelio, che conferiscono ai vari brani un sound elegante e raffinato che si sposa alla perfezione con la profondità delle liriche. Ad aprire il disco è “Piazza Di Spagna Alle Quattro”, nel cui susseguirsi di immagini poetiche sembrano riflettersi i fotogrammi de “La Grande Bellezza” di Paolo Sorrentino, film del quale sarebbe stata la perfetta colonna sonora per i titoli di coda. Se la bella canzone d’amore “Dama Di Cuori” apre uno spaccato sulla vita di coppia, la successiva “Le Battaglie Con Piero” è la storia di una amicizia raccontata tra schegge di ricordi lontani nel tempo. A cuore aperto Stelio ci racconta di storie d'amore finite (“I Mondi Di Maria”), del rapporto con una donna più giovane (“Moira Conti”), e della routine coniugale (“Abitudine”), senza però abbandonare la poesia che pervade “Via Dei Colli”, “Posto” e “Frecciarossa” con queste ultime in cui spicca il pianoforte di Primiano De Biase a tracciare splendide linee melodiche. Sul finale arrivano poi la splendida versione pianistica di “Lella” in cui ritroviamo Stelio in duetto con l’amico di sempre. Edoardo De Angelis, e l’outro “La gente, la città” che suggellano un disco di alto profilo cantautorale, nel quale poter riscoprire le tracce ancora ben visibili dell’esperienza del Folkstudio, pietra miliare nella canzone d’autore italiana. Da ultimo, ci piace pensare che esista un legame particolare che unisce la canzone d’autore e la professione forense da ritracciare non solo nella folta schiera di cantautori che hanno indossato o indossano la toga, ma piuttosto nella capacità di questi ultimi di esplorare e raccontare la vita da una prospettiva diversa, solo in apparenza distaccata, ma non meno profonda. 


Salvatore Esposito

Carmine Ioanna – Solo (Bonsaï Music, 2014)

Registrato in Italia ma prodotto da Pierre Darmon e pubblicato in Francia dalla prestigiosa etichetta Bonsaï, questo album presenta il men che trentenne fisarmonicista dell’avellinese (vive a Ponteromito, dove lo scorso agosto ha diretto il primo Accordion Day con numerosi ospiti internazionali. Un secondo il è in allestimento per il 2015 ma questa volta in una località del salernitano). Però Carmine Ioanna del tutto solo non è, poiché la tromba di Luca Aquino e il clarinetto di Francesco Bearzatti, nomi in piena ascesa del jazz europeo, lo affiancano in tre composizioni di questo bel debutto. Studi di pianoforte al Conservatorio della città natale, cui seguono il diploma in fisarmonica classica a Frosinone. Il piacere per la musica improvvisata, l’amore verso il jazz, le borse di studio internazionali, i successi nei concorsi europei per fisa jazz contribuiscono al suo percorso formativo e artistico. Inevitabilmente, come figure di riferimento ci mette Antonello Salis e Richard Galliano. Tra i progetti ai quali ha lavorato, segnaliamo “Il Pentagramma della memoria”, che ripercorre in chiave jazzistica la musica scritta nei campi di concentramento nazisti. Suona in “aQustico” di Luca Aquino e collabora, tra gli altri, con Pasquale Innarella (Hirpis Duo), lo stesso Salis e il rapper sudcoreano Loptimist. In questo primo scorcio dell’anno è impegnato nella brechtiana “Opera da tre Soldi” per la regia di Max Caprara, in cui è "der Maister". «È una parte in cui mi è lasciata molta libertà, come alla musica che suono in scena e che accompagna e caratterizza diversi momenti di questo spettacolo» “Solo”, dalla bella copertina di Elsa Darmon, è un disco in nove composizioni, di cui sette scritte da Ioanna; un lavoro di carattere, espressivo, dai passaggi lirici, ma anche dall’impeto free, dall’inevitabile gusto transalpino, che risalta nel tema del brano d’apertura “Calimero”, peraltro segnato da uno sviluppo furente dello strumento. Dalla tenue atmosfera notturna di “Carmine e Saretta” si passa a “Jumpy Giamp”, complice il clarinetto parlante di Francesco Bearzatti, un magnifico, serrato dialogo tra i due strumentisti. La prima riuscita cover del disco porta la firma di Chuck Mangione, mentre i sette minuti di “Arra” si impongono all’attenzione per la melodia di impronta balcanica, gli incisi strumentali e le linee vocali che doppiano la frase della fisa. «Un brano dedicato a un intercalare di mio nonno, che era di origine albanese, racconta Carmine. «Venne in Italia a inizio Novecento con il padre: erano musicisti itineranti. Scelse di fermarsi nell'alta Irpinia; non so precisamente perché, forse la luce particolare dell'entroterra irpino gli ricordava l'Albania». In “Sunset” entra l’eccellente tromba di Luca Aquino; invece in “Solo Ritorno” prevale il senso melodico e ritmico del mantice dell’artista irpino. Poi tocca alla seconda cover, “A Paris” di Francis Lemarque. Che dire? Un omaggio a una città che è anche il suono della fisarmonica, realizzato con il calore dei fiati di Aquino. A concludere questo pregevole debutto, a rinsaldare il legame con la tradizione popolare, è la delicatezza pensata di “Che Voira”, rilettura di un canto tradizionale montemaranese del primo Novecento. Il titolo originale era "Jornata triste”, «ma ho preferito reinterpretare anche il nome». 


Ciro De Rosa

Matthew Ryan – Boxers (Blue Rose Recors/I.R.D.)

Prima di addentrarmi nel raccontarvi “Boxers”, il nuovo album del graffiante e dotato Matthew Ryan, è bene premettervi che il suo ascolto ha suscitato in me una riflessione profonda e di conseguenza un giudizio caustico e, nei limiti della decenza, anche piuttosto cattivello. So bene che non è un bel momento per essere cattivi, proprio quando il mondo intero ha quanto mai bisogno di vibrazioni positive, ma la scelta era non scriverne – opzione che ho esercitato spesso, o scriverne sperando che queste mie parole possano avere una loro utilità. “Boxers” è un disco bello, non c’è che dire, e lo si capisce sin da subito con le coordinate ben definite dalla voce di Ryan che graffia e carezza, e da una band che suona ottimamente, sorretta da un groove dritto e potente del bravissimo Joe Magistro, già in area Black Crowes, e dal basso di Brian Bequette, già da tempo al fianco del cantautore americano, con l’aggiunta della chitarra infuocata di Brian Fallon dei Gaslight Anthem. L’impostazione del sound riflette la volontà di dare alle stampe un disco denso di rock distorto e sapido, come racconta lo stesso Ryan: “In my mind, the record sounds like Crazy Horse meets early Replacements with nods to more recent bands I love like the National”. L’album si dipana attraverso testi profondi, che descrivono la bellezza e la difficoltà della vita in anni come questi. Insomma tematiche che conosciamo fin troppo bene, ma che abbiamo bisogno sempre più di sentire descrivere in momenti e modi diversi, e con ottiche differenti. Insomma “Boxers” è un disco ispirato, importante, e ha tutti i crismi per poter essere definito come un lavoro riuscito. Purtroppo, però qui finisce la parte positiva. Infatti, se lo stesso registra cantautorale lo usasse un italiano, non avrebbe mai la stessa eco che ha Matthew Ryan, perché il nostro è un paese colonizzato, e lo dico essendo cosciente di essermi fatto colonizzare io stesso, e per di più in modo consapevole da un certo punto in avanti. Personalmente conosco almeno una decina di songwriters bravi tanto quanto Matthew Ryan, ma che purtroppo non otterranno mai lo stesso tipo di stima solo perché non sono nati a Newark, Delawere. La carriera (termine che considereo deprecabile) di un musicista va giudicata sulla base delle vibrazioni che suscita ascoltando i suoi dischi, e sulla continuità, e in questo senso Matthew Ryan è certamente dalla parte giusta, essendo un cantautore in grado di suscitare emozioni, tuttavia mi chiedo perché, allora, Edward Abbiati, Luca Milani, Lorenzo Semprini o Daniele Tenca non ricevono in Italia la stessa attenzione che viene riposta nei cantautori stranieri? E’ colpa loro? O dolo da parte nostra? Perché non succede che questi musicisti che romanticamente e contro ogni convenienza si sbattono per fare dischi e concerti non possono ottenere la stessa eco che ha il nuovo disco di Matthew Ryan? Sono domande spinose che mi hanno fatto riflettere per molto tempo. Ho avuto e continuo ad avere la possibilità di suonare con personalità enormi dell’ambiente musicale, diciamo da Mick Taylor a Luciano Pavarotti, da Richie Kotzen a Steve Wynn, da Willie Nile a Robert Gordon, da Edoardo Bennato a Luciano Ligabue, ma da sempre mi sono posto nei loro confronti da musicista a musicista, non da fan ad essere eletto. Ciò che emerge leggendo buona parte della stampa sopravvissuta, ed in particolare il volantino di un noto negozio di dischi per talebani della musica del Nord Italia, è l’idea che la musica appartenga a chi arriva per primo, e di conseguenza è costui che fa da regista ed assegna i ruoli. Il grande batterista Danny Montgomery un giorno mi ha chiesto : “Rigo ma come mai Johnny Cash è così famoso in Italia?” Io ho sorriso, poi lentamente il sorriso mi si è spento quando ho capito che era una cosa triste. Johnny Cash lo ascolto da venticinque anni, e questo non mi dà il diritto di sentire un diritto superiore a chi lo ha scoperto grazie alla maglietta di H&M, ma è chiaro che siamo delle pecore. La risposta a Danny non seppi darla, ma dentro di me era piuttosto chiara: “il motivo, caro Danny, è che qui in Italia ci facciamo dire sempre cosa dobbiamo ascoltare da qualcuno che crede di saperne più di noi nello stabilire le coordinate del gusto”. Ad ogni modo, “Boxers” è un bel disco e merita, senza dubbio, un ascolto.


Antonio "Rigo" Righetti

martedì 20 gennaio 2015

Numero 187 del 21 Gennaio 2015

Questa settimana iniziamo dal Festival internazionale “La Zampogna”, tenutosi lo scorso weekend nel borgo aurunco di Maranola, con un preambolo a Formia, nel corso del quale abbiamo assistito a diverse esibizioni live di rilievo nella consueta atmosfera familiare della manifestazione di liuteria e musica live dedicata agli aerofoni popolari, appuntamento irrinunciabile di metà gennaio per la scena musicale tradizionale italiana. Dal Lazio ci spostiamo in Campania, per raccontarvi il concerto dei Sancto Ianne, che ha inaugurato il nuovo anno a Benevento. Scendiamo poi nel Salento, accendendo i riflettori su “Aspro”, disco "consigliato Blogfoolk" della settimana, e nato dalla collaborazione tra Ninfa Giannuzzi e Valerio Daniele. L’occasione è stata propizia per intervistare la cantante salentina, con la quale ripercorriamo la sua carriera artistica spesa tra rock e musica tradizionale, e ci soffermiamo su questo nuovo interessantissimo progetto. In tema di world music, ci rivolgiamo alle sorprendenti intersezioni sonore tra l’Americana e musiche del mondo dei Gypsy Lumberjacks, protagonisti dello splendido “Pulling Upon The Straps”. Dalla nostra biblioteca, abbiamo selezionato per voi “Artusi Remix” firmato dal dj e gastrofilosofo Don Pasta nel quale, ripercorrendo le tracce di Pellegrino Artusi, si procede alla scoperta della cucina popolare italiana del terzo millennio. La chitarra fingerpicking del brindisino RafQu, di cui presentiamo il debutto “Homeless”, ci conduce ad un ampio speciale sulla scena indie italiana, con le recensioni dei nuovi dischi di Cheap Wine, The Rusties, The Panicles, NODe, Screamin’ Gun, e Witko. In chiusura, ma non meno importanti, arrivano le immancabili rubriche “Suoni Jazz” in cui vi proponiamo “Living Being” di Vincent Peirani e il Taglio Basso con il gustoso “If I Was A River” di Willie Nile.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


I LUOGHI DELLA MUSICA
VIAGGIO IN ITALIA
WORLD MUSIC
LETTURE
STRINGS
ITALIAN SOUNDS GOOD
SUONI JAZZ
TAGLIO BASSO


L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

La Zampogna, XXII Edizione, Formia e Maranola (LT), 17-18 Gennaio 2015

Irriducibili gli organizzatori e i frequentatori del festival di musica e cultura tradizionale “la Zampogna”! I primi, nonostante le risorse finanziarie risicate, sono riusciti nell’intento di costruire un cartellone di tutto rispetto, i secondi hanno sfidato la pioggia battente che la domenica ha martellato il borgo aurunco, attratti dalle proposte del duo di direttori artistici di casa, Ambrogio Sparagna e Erasmo Treglia. Se è vero che i protagonisti principali dei concerti di quest’anno provenivano tutti dal roster dell’etichetta discografica e agenzia di management Finisterre, non si possono mettere tra parentesi la qualità alta delle proposte musicali e la prospettiva di promozione del composito universo zampognaro centro-meridionale, ma soprattutto locale. Tutto ciò è iscritto nello spirito di questo festival, che è ricerca di senso di comunità culturale e musicale, che si compongono anche intorno ad azioni improntate a una rinnovata (ma anche inventata) ritualità. Che un festival come “La Zampogna”, e tutto il lungo impegno annuale che c’è dietro la sua preparazione, abbia portato nuova linfa alla pratica degli aerofoni a sacco e oboi popolari, lo testimoniano i giovanissimi suonatori, Giuliano De Meo (15 anni) e Silvio Forte (21 anni), duo di zampogna e ciaramella, che hanno aperto la manifestazione a Formia (sabato 17), all’Officina Culturale Falcone-Borsellino. 
Parliamo dei pronipoti di quel mondo di suonatori tradizionali, di cui si conserva forte traccia nella memoria di Maranola e delle località dei Monti Aurunci. Giovani che sono il portato dell’associazionismo locale, stimolato proprio da un Festival attivo da oltre vent’anni, frutti della passione con cui, superando cliché duri a morire sulle zampogne e rinunciando a scelte musicali più modaiole, giovani virgulti si dedicano allo studio di questi strumenti. Come più volte è tornato a sottolineare Sparagna: qui stiamo parlando non di revival, ma della contemporaneità di strumenti popolari, di lezione dei campioni strumentisti del passato appresa dai musicisti, ma anche delle nuove melodie e delle nuove armonizzazioni, possibili grazie all’impegno profuso da liutai e costruttori. Tra questi l’ottimo Marco Tomassi, presente tra gli espositori (quest’anno non tantissimi gli stand, a dirla tutta), creatore di magnifici modelli di zampogna per ricchezza di suono, foggia e pregevole fattura. Sempre sabato sera, a Formia, Raffaello Simeoni (voce, zampogna, ciaramella, flauto) e Massimo Giuntini (uilleann pipes, low whistle e bouzouki irlandese) hanno offerto lo spettacolo di canzoni e melodie folk d’autore “La Via di Mistici”, in uno spazio rivelatosi troppo angusto e poco appropriato per una coppia di artisti, i cui incroci timbrici e la cui ricerca musicale avrebbero meritato ben altra collocazione. 
Ritornando alla presenza intergenerazionale tra i musicisti, diciamo che è il punto forte di una manifestazione come “la Zampogna”, dove accanto agli ultimi discendenti di generazioni di suonatori popolari laziali, molisani, campani, lucani o sardi, troviamo giovani suonatori come Eliseo Mascìa, che ha incrociato le launeddas con il papà Orlando, sia nella bella serata di sabato a Maranola nel corso della cena concerto, seguita da un pubblico consistente. O ancora come gli allievi sardi in erba, immortalati dal documentario parte della serie TV “Italia che Risuona”, il programma prodotto da Sparagna e Treglia per Rai Educational, proiettato la domenica mattina al Centro Studi di Torre Cajetani. Poco prima, proprio per quel senso di ritualità fondante ricercata dagli organizzatori, l’ospite internazionale, Sainkho Namtchylak, la straordinaria artista di Tuva, aveva piantato un albero di melograno (altra scelta non casuale per il carico simbolico di questo frutto) nella villetta comunale di Maranola, dove un giardino (denominato Alberi di Canto), collocato sotto le mura e la torre medievali del borgo (affacciato purtroppo anche su una macchia scura di villette a schiera), accoglie nuovi alberi da frutto, piantati da artisti che di anno in anno sono premiati al festival. 
Una cerimonia essenziale, ma quando Sainkho, inginocchiata in segno di rispetto e raccoglimento, intona un canto-preghiera esibendo la sua ammirevole tecnica di canto difonico, anche chi è aduso agli esotismi world e alla spettacolarizzazione dei riti, ha un fremito, un’emozione, riconoscendo in quel gesto la profondità millenaria di cui questa artista è portatrice. Azioni semplici, come la processione di suonatori che s’inerpica lungo le scale, tra case e portoncini del paese, per raggiungere la piazzetta dominata dall’edicola votiva della Madonna degli Zampognari, presso la quale le Actores Alidos hanno intonato i loro canti votivi sardi. Il resto della giornata ha alternato session musicali sotto le tende degli stand (riparo dalla pioggia incessante) a seminari, tra i quali ci piace ricordare quello condotto da Goffredo degli Esposti e Andrea Piccioni, che ci hanno fatto attraversare secoli di repertori per zampogna: dal barocco all’improvvisazione contemporanea, fissati nel loro recente album “Saltarello and Other Dances”. Per i concerti del pomeriggio, ci si è spostati nella chiesa di San Luca, dove i Mascìa e le Actores Alidos, con il loro assortimento vocale e strumentale, che rielabora canti religiosi e di lavoro della Sardegna, hanno condiviso il palco con Sainkho (Premio La Zampogna 2015). 
Oltre ai giovani suonatori lucani di Viggiano, agli zampognari maranolesi e ai cantanti dell’Orchestra Popolare Italiana Raffaello Simeoni ed Eleonora Bordonaro, accompagnati da Sparagna all’organetto, abbiamo ascoltato la duttile voce friulana di Gabriella Gabrielli (del cui repertorio plurilingue avremmo voluto sentire molto di più). Toccante anche il breve intervento di Nando Citarella, imbracciato tamburo a cornice, ha intonato “Donna Cuncetta”, omaggio dovuto a chi per anni ha dimorato a Formia: una canzone che diventa canto-preghiera, giocato su vocalizzi e melismi. Prima del rituale di chiusura, nel segno dei suonatori di zampogne, un altro momento importante l’abbiamo vissuto nella storica chiesa di S. Maria ad Martyres – che ospita un notevole presepe cinquecentesco di terracotta – dove abbiamo ascoltato quattro canti del repertorio di Alfonso Maria de’ Liguori, eseguito per voci, aerofoni e organo (un organo di scuola napoletana dal registro sonoro di zampogna). 


Ciro De Rosa

Sancto Ianne, Piazza Castello, Benevento, 6 Gennaio 2015

Il risultato certo è che i Sancto Ianne hanno suonato a piazza Castello la sera dell'Epifania. Doveva essere, in realtà, il concerto della notte di Capodanno ma le proibitive condizioni meteo del 31 dicembre (leggi neve e temperature sottozero) hanno indotto a spostare la data di qualche giorno, confidando nella risalita del termometro. La formazione sannita negli ultimi mesi aveva vissuto un rinnovamento con l'uscita del bassista Max Amoriello, l'ingresso di Antonio Romano alle chitarre e di Pier Luigi Bartolo Gallo al basso e contrabbasso. Per il resto l'ensemble sannita è invariato: Gianni Principe, voce e front man del gruppo, Raffaele Tiseo al violino, Alfonso Coviello alle percussioni, Sergio Napolitano alla fisarmonica e percussioni e Ciro Maria Schettino ai plettri, ciaramella, tin whistle ecc. Il live della sera della Befana è risultato, come sempre le performance dei Sancto Ianne, incisivo e brillante. 
Il pubblico, accorso numeroso nonostante l'ambiente esterno gelido, si è lasciato coinvolgere dalla band che non ha lesinato energie, non tardando a riscaldarsi con le danze. Brani vecchi e nuovi eseguiti con passione: “Scapulà”, “Rabatana” e la visionaria “’A banda d’o Matese” (dedicata allo scomparso Emanuele Vicerè) accanto a “’A zucculara” (il fantasma che secondo la credenza popolare abiterebbe nei pressi del Teatro Romano di Benevento) e Trase dall'ultimo CD, uscito nel 2013. Alla serata hanno partecipato anche alcuni musicisti che non provengono dal mondo del folk ma da quello più urbano del rap e dell’hip hop: innanzitutto il giovanissimo rapper Shark Emcee, autore di “Orgoglio sannita”, che negli ultimi anni ha partecipato spesso ai live dei Sancto Ianne ed ha inciso con loro il brano “Guardame sienteme”. 
A seguire il percussionista napoletano Ciccio Merolla che è entrato sui ritmi della “Tammurriata all’Avvocata” e di “Un futuro a Sud (Omar)”, brano dedicato ai protagonisti dell’immigrazione, e insieme a Massimo D'Ambra ha coinvolto tutti i musicisti sul palco in una trascinante jam-session dagli accenti dub sulle note ed i ritmi del suo brano “Cash”. Il concerto si è concluso in modo esplosivo sulle note del “diabolico” “Le bolle della Malvizza”. Energie a gogò per la famiglia Sancto Ianne che ama sempre accogliere nuovi elementi e fondere i generi musicali senza mai tradire il suo nucleo musicale folk. Nuovi sentieri, nuovi compagni di strada, l’importante è andare avanti e non fermarsi. Mai. 


Carla Visca 
foto di Giuseppe Porcaro

Ninfa Giannuzzi & Valerio Daniele – Àspro (Kurumuny, 2014)

Accomunati dal desiderio di riappropiarsi della lingua grìka e della tradizione orale della Grecìa Salentina, la cantante Ninfa Giannuzzi ed il chitarrista e produttore Valerio Daniele, hanno unito le forze per dar vita ad “Àspro”, nuovo progetto musicale sbocciato in quella sorprendente realtà che è il collettivo desuonatori. Ne è nata una pregevole raccolta di nove brani, caratterizzati da arrangiamenti eleganti che percorrono lo stretto confine che lega la tradizione in movimento e la sperimentazione, sospesi tra timbri lievi e complesse tessiture melodiche. In occasione della pubblicazione di questo nuovo lavoro, abbiamo intervistato Ninfa Giannuzzi per ripercorre con lei la sua lunga carriera artistica, passando in rassegna i suoi precedenti lavori discografici, per soffermarci in fine sulla gestazione e la realizzazione di questo nuovo progetto. 

Hai mosso i tuoi primi passi nel mondo della musica agli inizi degli anni novanta nella scena rock salentina, com'è nata poi la passione per la musica tradizionale della tua terra?
Avevo cinque anni e sognavo già di cantare e scrivere canzoni. La musica tradizionale ha sempre fatto parte della mia cultura. Le ragioni sono ataviche, è un discorso di appartenenza, di difesa, di riconoscimento di sé.  Poi, è arrivato il tempo in cui ha prevalso il bisogno di imparare a riconoscersi prendendo le distanze dalla genetica e dall’antropologia, il tempo in cui c’è bisogno di rifiutare l’obbligo di appartenere  a un gruppo e ad una terra.  L’amore per la buona musica mi ha sempre restituito la più forte appartenenza: la legittima proprietà di me stessa con tutto ciò che mi ha formata e che mi spetta.

Quanto è stato importante il tuo background rock nell'approcciare la musica tradizionale?
L’ascolto di buona musica mi ha insegnato cos’è un arrangiamento, la magia di ciò che si potuto e si può fare con un multitraccia analogico prima e con il digitale poi, la differenza tra live e studio. Oggi anche la musica tradizionale si arrangia in modo articolato e si registra in studio: è impensabile costruire uno spettacolo o un disco senza avvalersi dei mezzi che la modernità ci mette a disposizione.  E’ meraviglioso sposare suoni diversi, tradirli al punto di riconoscerli al di sopra delle parti,  mettere in una composizione tutta la conoscenza, l’incoscienza e la coscienza musicale. Per sapere dove si vuole andare è fondamentale sapere da dove veniamo perché la materia di cui siamo fatti è sempre la stessa.  I grandi musicisti hanno imparato prima la tradizione e poi l’hanno messa a servizio del loro genio. Studiando le registrazioni di musicologi e ricercatori come Alan Lomax, Ernesto De Martino e di chi ha lavorato nello specifico del nostro territorio come Luigi Chiriatti, Roberto Licci e Daniele Durante si possono trovare ispirazioni per fare grande la musica. 

Ci puoi raccontare la tua esperienza con Kaus Meridionalis, gruppo nel quale militavano Egidio Marullo, Emanuele Licci e Antonio Castrignanò?
Penso sempre con molta nostalgia ai Kaus Meridionalis e abbiamo pensato molte volte a riunire il gruppo, ho desiderato intensamente di ritornare a quei giorni per la spensieratezza e il fervore con cui suonavamo, la musica era il nostro credo e le stelle ci hanno guidati (Kaus Meridionalis è una stella della costellazione del Sagittario) in un viaggio meraviglioso.  Ma ogni cosa ha il suo tempo, Umberto Conversano, (chitarrista del gruppo e appassionato di Astronomia) non c’è più da due anni e manca tanto, tutto è restato fermo a quei momenti, ricordi indelebili e fragili. I Kaus sono stati IL momento di svolta della mia formazione musicale, in quel periodo ho iniziato ad appassionarmi alle tradizioni del Mondo e non ho più smesso di cercarle e cantarle.

Nel 2001 sei entrata nell'Orchestra de La Notte della Taranta di cui sei una ormai storica voce, a quasi quindici anni di distanza come giudichi questo evento e soprattutto quanto ti ha arricchito lavorare con maestri concertatori come Piero Milesi, Stewart Copeland, Ambrogio Sparagna, Mauro Pagani, Ludovico Einaudi?
L’idea di lavorare con maestri concertatori di cotanto splendore mi ha accarezzata e continua ancora ad essere una carezza, un sogno che potenzialmente si realizza o si realizzerà.
Ogni maestro mi ha lasciato l’odore del suo amore per la musica, l’illusione di aver condiviso la pelle per un momento. Ogni maestro mi ha lasciato il suo dolore e l’amaro in bocca per ciò che significa in questo momento far parte di un “mercato”: l’arte non è oggetto da vendere. 
L’arte può descrivere magnificamente le debolezze della carne ma non dovrebbe mai entrare in contenzioso con esse: sarebbe stato bellissimo uscire davvero allo scoperto! 

Ci puoi parlare della tua esperienza con l'Ensemble Notte della Taranta, progetto artistico che nasce come memoria storica del Concertone, proponendo gli arrangiamenti dei brani tradizionali firmati dai vari maestri concertatori che si sono succeduti in questi anni?
Davvero speciali i musicisti con cui mi sono accompagnata; tra i membri dell’ Ensemble Notte della Taranta c’è un rapporto che va oltre la professione, un rapporto che rende ancora più speciale la condivisione delle esperienze meravigliose che abbiamo vissuto, sopra tutte voglio citare le prime, quelle che ci hanno trovati increduli a chiederci se davvero stava succedendo a noi: l’incontro con Piero Milesi, i tour interminabili con Stewart Copeland e Vittorio Cosma, l’apertura del concerto dei Police a Torino e tutti gli altri incontri e tutti gli altri bellissimi palchi.  La maturità e l’esperienza ci hanno fatto credere nel progetto e in una sua evoluzione. 
Volevamo essere, la memoria storica, un archivio in movimento. Una lezione di tradizione in tradimento.

Nel 2007 hai debuttato come solista con “Tis Kléi”, disco nel quale esploravi sonorità world spaziando dalla Grecia Salentina all'Albania fino a toccare il Libano, la Grecia ed in fine il Sudamerica...
Il disco è stato l’evoluzione delle passioni condivise con i Kaus Meridionalis, “Tis Klèi” (chi piange) è un viaggio per le tradizioni del Mondo. Il pesce migrante era l’immaginario dei Kaus Meridionalis. Io immaginavo e immagino che le lacrime cadute nel tempo formano il mare e il mare unisce le tradizioni del mondo, la voce delle donne; la loro vocalità urla ovunque lo stesso dolore e culla lo stesso amore. “Tis Klèi” è un elogio alle lacrime, gocce d’acqua salata, calda, viva come il mare.

Il 2011 è stato segnato dal tuo ritorno alla tua passione originaria per il rock con lo splendido “Funzione preparatrice di un regno”, disco di grande spessore poetico, imbevuto nei suoni di quel rock italiano degli anni novanta che nei C.S.I. ha trovato i suoi massimi interpreti. Ci puoi parlare di questo progetto?
“Funzione Preparatrice di Un Regno” è un progetto pensato e realizzato insieme ad Egidio Marullo e che ha avuto una gestazione lunga e meditata. La prima stesura, in forma di abbozzo è del 2009, le prime composizioni addirittura risalgono al 2008. Nel 2011 possiamo dire che abbiamo "fissato" quello che per noi è stato un periodo artisticamente e umanamente molto denso. Posso dire infatti che questo è un album molto complesso. Racchiude, come del resto enuncia il titolo, una sorta di percorso, di ascesa personalissima verso una condizione dell'anima (regno) dove, sotto il segno dell'esperienza artistica, tutto assume una logica che allontana da me la spicciola razionalità conducendomi invece un una condizione che consente di giustificare e convivere con contraddizioni e paradossi insiti nella figura dell'artista. Una Funzione che mi avvicina al mio sentire più profondo. Dal punto di vista sonoro e della scrittura non abbiamo seguito schemi precisi. Non abbiamo avuto dei riferimenti specifici o forse ne abbiamo avuti molti che hanno agito simultaneamente. Non solo gli anni Novanta, non solo i C.S.I., che pure, io ed Egidio abbiamo ascoltato. Direi, meglio che, soprattutto dal punto di vista della scrittura il riferimento più preciso è al Rock anni Settanta con incursioni sonore che arrivano dai mondi musicali che abbiamo frequentato in questi venti anni di musica, dal cantautorato alla musica tradizionale e popolare al punk-rock ecc. In definitiva “Funzione Preparatrice di Un Regno” è un canto personalissimo che racconta il mio universo musicale con tutti i suoi “controsensi” raccontati con la gioia del disincanto e soprattutto senza velleità e senza speranza.  

Ormai consolidata è anche la tua collaborazione con Antonio Castrignanò con il quale ti sei spesso esibita in concerto. Ci puoi parlare del vostro rapporto artistico? 
La sapienza è figlia dell’esperienza e in Antonio v’è grande sapienza, una sapienza che lo approccia alla musica con la naturalezza con cui un bambino emette il primo vagito, con lo stesso dolore e la stessa aspettativa. Antonio canta e suona ogni volta al miracolo della vita e della terra. E’ molto bello poter condividere tutto questo con lui, il nostro rapporto professionale è un privilegio come è un privilegio il rapporto umano che ci lega da anni. Antonio è un uomo di talento che ha saputo coltivare e nutrire il suo genio.

Arriviamo a quest'anno con il nuovo progetto “Àspro”, disco dedicato alla lingua grika e della tradizione orale della Grecìa Salentina, e nato dalla collaborazione con Valerio Daniele e i suoi Desuonatori. Come nasce questo disco?
La parola Àspro in Griko significa Bianco. “Àspro” è un progetto di riappropriazione della lingua grìka e della tradizione orale della Grecìa. Il disco è una danza propiziatoria al ritorno della passione popolare collettiva; un ritorno che apra la strada verso una “rinascita comunitaria” non ancorata al passato ma rivolta al futuro. “Àspro” è bianco ma anche ruvido, puro ma non sempre limpido, semplice ma non facile. Così è la musica che proponiamo. Pochi timbri, primari ma avvolti in disegni complessi, in bilico fra la semplicità della tradizione e il pensiero e la sensibilità delle musiche nuove, di frontiera. La ricerca testuale si innesta sugli arrangiamenti di Valerio per dar vita a un disco non previsto e non prevedibile, tessuto nelle trame dell'essenzialità. L’idea di fare un disco in Griko è nata insieme a Fabio Chiriatti e alle edizioni Kurumuny; soprattutto devo a Fabio l’idea di confrontarmi con l’elettronica, argomento che mi ha dato nuovi spunti e che mi ha entusiasmata, anche in prospettiva, per il futuro di “Àspro”. La collaborazione e la stima che nutro per Valerio esistono dal mio primo disco, dal 2007 quando abbiamo registrato “Tis Klèi”. Ho proposto a Valerio di far uscire un disco a due nomi perché ritengo che ci sia unicità in ogni progetto e l’unicità rende il progetto “individuo”, diverso da Ninfa e da Valerio, ma Valerio e Ninfa che “fanno un individuo”. Ho raccontato a Valerio ciò che avevo bisogno di cantare nel mio primo disco di riproposta di musica della Grecìa, e così ci siamo confrontati, ci siamo fidati l’uno dell’altra, ci siamo spiati, francamente orgogliosi di questo nostro lavoro. Abbiamo poi coinvolto due suoi amici desuonatori con cui condivide musica e dischi da ormai moltissimi anni: Giorgio Distante (tromba ed elettronica) e Vito De Lorenzi (percussioni).

Valerio, arriviamo alla realizzazione del disco, quali sono stati i vostri riferimenti stilistici per la scelta degli arrangiamenti? Come si è indirizzato il vostro lavoro in fase di rielaborazione dei materiali tradizionali?
Valerio Daniele: L’idea da cui sono partito è stata di rendere la potenza dei testi e l’asperità della lingua grika con altrettanta forza nella musica e nel suono; cercando soluzioni nuove, utilizzando timbri e strumenti non necessariamente coerenti con la grammatica tradizionale. Il tutto mantenendo sempre un’assoluta essenzialità…con una sorta di atteggiamento minimalista ma non per questo troppo strutturato, anzi, spesso estemporaneo ed improvvisativo.   Mi piace l’idea del contrasto, della tensione dinamica che sgorga dalla discontinuità, dall’incoerenza, dalla non sovrapponibilità fra i contenuti e le forme con cui vengono espressi; Aspro ha un suono a volte ruvido, a volte dolce. Rispecchia il modo in cui oggi io e Ninfa sentiamo, interpretiamo e viviamo i testi, i temi e le melodie che il passato ci ha tramandato.  Credo che la musica tradizionale possa ancora vivere solo attraverso una sua reinvenzione continua. Non basta tradurre, occorre reinventare, riconcettualizzare, sentirla nell’oggi, non immaginare come potesse essere ieri.

Come hai scelto i brani da reinterpretare? Quanto è stata importante la presenza di Franco Corlianò?
La scelta dei brani è stata solo una risposta al piacere che avrei provato, che provo e proverò ogni volta che canto. In “Àspro” ci sono brani con testi riadattati, brani di cui ho creato la melodia come “Tis Klèi”, e canzoni di cui alcune strofe erano andate dimenticate vittime dei minutaggi radiofonici o peggio, della paura che il pubblico si annoiasse. Una volta in possesso dei provini li ho girati a Franco, perché li ascoltasse e mi desse una sua opinione, e lui, che conosce profondamente i dolori e i piaceri dell’ essere artista, ha sposato le mie proposte con entusiasmo. Franco Corlianò mi ha sempre tenuto per mano, è indispensabile nella mia ricerca linguistica. Lui e sua moglie Maria mi accolgono sempre e mi accompagnano da sempre nella crescita artistica, sono un punto di riferimento preziosissimo, hanno una conoscenza delle storie, della cultura del territorio e dei mali che lo consumano e lo rendono forte allo stesso tempo. L’amore per il Griko che mi trasmettono restituisce a questa lingua la ragione per cui è ancora degna di essere pensata viva.

Ci puoi parlare del tuo approccio vocale e della tua ricerca personale sulle timbriche relative alla musica tradizionale?
La forza della voce si accompagna alla forza delle storie e delle singole parole, può diventare espressione della profondità dell’essere solo se non è costretta dentro confini. Il mio rapporto con la voce è sempre stato viscerale: ho imitato le voci che mi son venute a cercare e mi hanno lasciata scombussolata, ho imparato a cantare per imitazione, sono riuscita a tradurre le emozioni accostandole alle mie, fino a farle diventare un unico mare, la stessa acqua, le stesse vibrazioni. Ho ricercato con avidità i diversi mondi del respiro e dell’emissione fino a dimenticare da dove ero partita, dimenticando chi e dove sono, rifiorendo e morendo ogni volta. Da qui a lì ho sentito l’esigenza di confrontarmi con ogni voce che ho incontrato per poterne imparare le esperienze e le fioriture, ho tentato di applicarmi nello studio delle tecniche vocali e questo mi ha aiutato molto a crescere e a migliorare.  Da qui a lì nonostante tutto, il mio canto resta un gioco bellissimo…

Ad aprire il disco è una versione del tutto nuova di “Ndò Ndò Ndò” della quale scopriamo una tensione melodica molto più intensa rispetto agli arrangiamenti quasi rock della Notte della Taranta a cui hai prestato la voce negli anni scorsi...
“Ndò Ndò Ndò” è una ninna nanna e noi abbiamo voluto conservarla tale. La dolcezza della melodia e la pacatezza dell’andamento sono in contrasto con le immagini del testo che descrivono riti propiziatori, vite al limite, vissute da amanti e da giullari che sembra non si accorgano che a guardare siano infanti, madri che proprio all’innocenza che andrà perduta si rivolgono, impertinenti, per iniziare alla malizia. La meraviglia dell’arrangiamento è solo merito di Valerio che ha composto magistralmente anche l’aria del coro che abbiamo avuto la fortuna di affidare alle magiche voci di Rachele Andrioli e Oh Petroleum; coro che non smetterei mai di ascoltare. 

Splendide sono poi anche le versioni di “Aremu”, “Ta Itela” realizzata con Vito De Lorenzi, e “Bium-bò” con l’elettronica di Giorgio Distante. Puoi raccontarci come sono nati questi arrangiamenti?
La nostra “Aremu” è nata con un mio spunto al pianoforte; sarebbe stato difficile registrare l’ennesima versione di un canto così conosciuto e l’idea del suono di pianoforte ha convinto Valerio che c’era un modo per dare a quella melodia un nuovo respiro. Abbiamo coinvolto William Greco lasciandolo libero di interpretare la melodia col suo stile armonico e la sua straordinaria poetica. Ci siamo chiusi in studio e nel giro di due ore il brano era fatto; ci siamo lasciati andare alla chimica di questo nuovo incontro lasciando parlare la musica. Volevo ad ogni costo registrare “Ta ìtela”, è una canzone che conosco da bambina e ho sempre pensato che fosse meravigliosa e volevo ad ogni costo registrare un brano con i tabla di Vito. Ho spiato Vito De Lorenzi studiare i tabla in anni di tournée, di viaggi in furgone per tutta l’Europa dell’est; ero impaziente di poter condividere la sua musica con la mia e non avevo dubbi sul fatto che sarebbe stato un riuscitissimo matrimonio. Alla voce e ai tabla, Valerio ha pensato di aggiungere una chitarra elettrica piuttosto eterea, concettualmente e sonoramente molto distante dall’ancestralità dei tabla, proprio per questo spiazzante ed evocativa. Caratteristica fondamentale di “Ta ìtela” è poi la polifonia, e la polifonia è un aspetto molto caratterizzante della musica di tradizione salentina. Ho sperato di realizzare un sogno accostandomi alla voce di Alessia Tondo; è stato l’elemento che ha completato la pozione magica. Con Giorgio Distante, invece, la collaborazione è iniziata nel 2007 con “Tis klèi” e negli anni, nei girotondi della vita, ho sempre trovato con lui una comunione di intenti, di gusti e di emotività. “Bium-bo” è un esperimento a 360° perché arriva dalla mia incosciente passione per l’elettronica ma che elettronica doveva essere… solo Giorgio poteva dargli un senso, stravolgendo e reinterpretando le registrazione che gli ho inviato: la mia voce e il mio piano, il bouzouki di Emanuele Licci, registrati come provini a casa mia; ecco perché la scelta di inserirla nel disco come “ghost track”.

Ad accompagnare il disco è lo splendido packaging che riflette la forza ancestrale della voce nel suo rapporto con la terra madre...
Con Egidio Marullo, l’autore dei dipinti che corredano il packaging, abbiamo pensato immediatamente ad una veste grafica che si giocasse su figure sintetiche che si stagliassero su diversi toni di bianco. Il bianco, come la luce riflette e fa cantare tutti i colori. Il bianco è cangiante, primo e ultimo canto dell'anima. Una donna, madre, sposa, figlia, forza millenaria vola, come sole, come stella su un paesaggio appena accennato fatto di colori tenui e minimali. Paesaggi dell'anima che attendono il volo di una madre che li renda vivi, abili, concreti. Veri. Naturalmente il packaging, dal punto di vista della progettazione e impaginazione è opera del grafico Alessandro Rebel che da tempo collabora con Kurumuny e che ha seguito e valorizzato questa suggestione visiva.



Ninfa Giannuzzi & Valerio Daniele – Àspro (Kurumuny, 2014)
CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

Lo splendido artwork realizzato dall’artista Egidio Marullo, e un curatissimo packaging che rimanda ai longplaying degli anni settanta, sono il biglietto da visita perfetto di “Àspro” album che nasce dalla collaborazione tra la cantante Ninfa Giannuzzi e il produttore e chitarrista Valerio Daniele, i quali hanno inteso incrociare i rispettivi percorsi artistici per dare vita ad un progetto che coniugasse la riscoperta della cultura orale della Grecìa Salentina, con un esperimento di ricontestualizzazione sonora dei materiali tradizionali. Edito da Kurumuny e promosso con il sostegno di Puglia Sounds, il disco raccoglie nove brani tradizionali in grìko, incisi con la produzione artistica del collettivo desuonatori, e con la partecipazione di Giorgio Distante (tromba ed elettronica) e Vito De Lorenzi (tabla e tamburi a cornice), nonché di alcuni ospiti come Rachele Andrioli (voce in “Ndo ndo ndo”), Oh Petroleum (voci in “Ndo ndo ndo”), Alessia Tondo (voce in “Ta itela”), William Greco (pianoforte), Giuseppe Spedicato (basso acustico), Emanuele Licci (bouzouki). Sin dalle prime note si percepisce come in “Àspro” sia un opera a tutto tondo in cui musica ed arte dialogano in modo sorprendente con la copertina di Egidio Marullo che riflette perfettamente il gioco di contrasti tra il bianco, evocato dal significato in grìko del titolo, e le increspature in cui si leggiamo quasi il timore di tradire la tradizione. Negli arrangiamenti curati da Valerio Daniele non c’è però nulla di dissacrante, ma piuttosto è tradizione in movimento, che con il suo tratto minimale, mira ad esaltare l’essenza melodica di ogni brano, ed al contempo guarda al futuro quando sposa l’elettronica. Che dire poi del timbro intenso ed affascinante di Ninfa Gianuzzi, voce di grande esperienza in grado di attraversare in lungo ed in largo l’orizzonte musicale, e che si esalta nell’interpretare le radici musicali della sua terra. Ad aprire il disco è la dolcissima ninnananna “Ndò Ndò Ndò”, alla cui splendida tessitura melodica tracciata dalla chitarra acustica di Valerio Daniele si accompagnano il dialogo tra la voce di Ninfa Giannuzzi e quelle Oh Petroleum e Rachele Andrioli. Di grande lirismo è poi la versione pianistica di “Àremu Rindinèddha” la cui struttura tradizionale viene colorata di atmosfere jazzy in un crescendo che abbraccia magnificamente la vocalità della cantante salentina. Se il canto d’amore “O Cerò Mas Pai” si giova di un arrangiamento tutto giocato sulla chitarra di Valerio Daniele e i fiati di Giorgio Distante, la successiva “Ta Itela” esplora l’aspetto polifonico della tradizione salentina con la complicità della voce di Alessia Tondo, e si sviluppa attraverso il suono della tabla di Vito De Lorenzi a cui si unisce chitarra di Valerio Daniele che fende la tessitura ritmica con alcuni licks di grande suggestione. Si prosegue con la ninnananna “Kalò Bombinùddhi” nella quale apprezziamo tutta la grazia con cui Ninfa Giannuzzi approccia la vocalità tradizionale, e il canto d’amore “Ti En Oria” in cui il ritmo percussivo del tamburo a cornice si mescola ad un panorama sonoro quasi orientale. La struggente “Tis Klèi” in cui brilla il dialogo tra la tromba di Giorgio Distante e la chitarra di Valerio Daniele, ci conduce verso il finale in cui spiccano la splendida versione di “Tonni-Toni” e l’immancabile “Kalì Nìtta”, tradizionale simbolo della Grecìa Salentina, ma qui interpretata da Ninfa Giannuzzi esaltando la poesia di cui è intriso il testo. C’è ancora tempo, però, per una sorpresa ovvero “Bium-bo”, originariamente incisa come demo casalingo con la partecipazione di Emanuele Licci al bouzouki, e che Giorgio Distante ha colorato con l’elettronica trasformandola in una piccola chicca tutta da ascoltare. Insomma “Àspro” è un esempio di come la tradizione possa diventare la base per una ricerca sonora intrigante e ricca di slanci sperimentali.


Salvatore Esposito