BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

giovedì 25 dicembre 2014

Numero 183 del 25 Dicembre 2014

Per il vostro immancabile appuntamento settimanale con “Blogfoolk”, proponiamo in apertura la videointervista con Fausto Mesolella, che abbiamo incontrato nel suo studio casalingo per farci raccontare il suo nuovo album “Live ad Alkatraz”. Di corde in corde, la nostra attenzione si sposta verso le musiche world, iniziando da “Silk Moon”, il consigliato “Blogfoolk” di questo numero 183, un disco nato dalla collaborazione tra due straordinari musicisti del Mare Nostrum, il contrabbassista Renaud Garcia-Fons e il virtuoso del kemençe Derya Türkan, insieme per un lavoro di intenso respiro poetico. Sull’onda mediterranea raggiungiamo la Marsiglia rétro messa in scena in “Operette”, il nuovo album di Moussu T e Lei Jovents, che rivisitano i classici dell’operetta e del varietà della città portuale degli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso. Ci spostiamo verso il grande nord scandinavo, con “Over Tones”, inciso per ECM da Benedicte Maurseth e Åsne Valland Nordli, coppia norvegese di hardingfele e voce. Torniamo in Italia per parlare di “Arpacadabra” di Adriano Sangineto, e poi ancora dell’interessante progetto napoletano “Tutti Fuori” della Rete Co’Mar. Dal nostro scaffale abbiamo prelevato “Malamusik!”, di Pietra Montecorvino, cui è allegato un DVD contenente un estratto dello spettacolo omonimo della cantante partenopea. A completare il numero natalizio, il jazz di “Memories Of Always” di Franco Baggiani, e il consueto Taglio Basso, che ci porta alla scoperta di “Palepolis” (ancora Napoli protagonista) del cantautore folk statunitense, ma residente in Italia, Ben Slavin. La redazione di Blogfoolk vi augura Buon Natale e un 2015 ricchissimo di grande musica. Appuntamento a gennaio con il primo numero del nuovo anno.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com 


STRINGS
WORLD MUSIC
VIAGGIO IN ITALIA
LETTURE
SUONI JAZZ
TAGLIO BASSO


L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Fausto Mesolella - Live Ad Alcatraz (Fonè Jazz/I.R.D., 2014)

Fausto Mesolella è uno di quegli artisti che non hanno bisogno di grandi presentazioni, in quanto a parlare è la loro stessa carriera, fatta non solo di grandi successi e riconoscimenti, ma anche di puro talento. Dagli esordi nella sua Caserta alla fine degl’anni Sessanta, passando per la lunga militanza con gli Avion Travel, fino alle tante collaborazioni artistiche messe in fila nell’arco di quarant’anni di carriera, Fausto Mesolella si è segnalato come uno dei chitarristi più originali e dotati tecnicamente in Italia. Proprio verso la chitarra, a partire dal 2005 con la pubblicazione del gustoso “I Piaceri Dell’Orso”, si è indirizzato il suo percorso come solista, caratterizzato da tanti apprezzati concerti in giro per l’Italia, e culminato con la pubblicazione di “Suonerò Fino A Farti Fiorire” nel 2012, che raccoglieva alcuni brani eseguiti per sola chitarra acustica. A documentare la sua attività live con i concerti per chitarra solo, è stato pubblicato di recente “Live Ad Alcatraz”, sorprendente disco dal vivo che cattura il fascino e l’unicità delle sue esibizioni. Abbiamo intervistato Fausto Mesolella per farci raccontare questo suo nuovo album, soffermandoci sul suo approccio alla chitarra, e le sue ispirazioni, senza tralasciare i progetti futuri per i quali è già a lavoro.




Come nasce questo nuovo progetto? 
Live Ad Alcatraz è figlio di un disco precedente dedicato alla chitarra che si chiama “Suonerò Fino A Farti Fiorire”, dalla cui pubblicazione ho cominciato a fare concerti per chitarra solo. Per quarant’anni non ne avevo mai fatti, poi sono stato convito a fare questo disco, ma non volevo assolutamente perché pensavo che non avesse senso. Un chitarrista non deve fare un disco di chitarre, ma dischi e basta. Poi qualcuno mi ha convinto, sono stato contento di realizzare questo primo disco con un titolo un po’ strano, che ha avuto molta fortunata tra le altre cose. “Live Ad Alcatraz” documenta l’esperienza live dei miei concerti dedicati alla chitarra, ed è stato registrato dal vivo praticamente a casa di Dario Fo, nel suo teatrino con i suoi ospiti a Santa Cristina di Gubbio, un villaggio ecologico bellissimo. 

Anche in questo disco utilizzi la chitarra in modo particolare… 
Ogni chitarrista crea il proprio approccio, io ho creato il mio. Mi faccio accompagnare sempre da un altro chitarrista, un giapponese che si chiama Akai, che lavora con me sotto ai miei piedi. Io mi registro nel momento in cui sto suonando, quindi parte quest’altro chitarrista elettronico, e suoniamo insieme. Questo è un po’ il mio modo di concepire il live di chitarra solo. 

Questo approccio ti ha permesso di esplorare sentieri nuovi della chitarra… 
Nuovi e vecchi allo stesso tempo, perché la registrazione in sync parte da Robert Fripp in tempi non sospetti. Lui utilizzava un revox che gli permetteva di registrarsi mentre suonava, e si ripeteva insieme a ciò che aveva suonato un momento prima. Fripp è stato il primo sperimentatore di questo modo di approcciare la chitarra. Sono sempre rimasto molto affascinato da tutto questo. Sono amante della registrazione e quindi anche dal fatto di potermi registrare mentre faccio un concerto, per poi suonare con me stesso.

In “Live Ad Alcatraz” sono presenti due brani a tua firma. Ci puoi parlare del tuo processo creativo alla chitarra? Cosa ti ispira solitamente? 
Tutte le canzoni che ho scritto, tra cui anche qualcuna che ha avuto fortuna, trent’anni di canzoni per gli Avion Travel, Fiorella Mannoia, Maria Nazionale, Tricarico, e Gianmaria Testa tra gli altri, nascono tutte dalla mia testa. Per me è un processo semplice, prendere la chitarra ed iniziare un po’ a giocare come dicono i Brasiliani quando suonano. Giocando con lo strumento vengono fuori delle idee. Da un po’ di anni a questa parte mi sono dedicato solo alla mia chitarra per cui ho cercato di dare voce alla musica, allo strumento, ed in modo molto naturale scrivo delle cose. “La Principessa” fa parte della colonna sonora de “Il Ladro di Bagdad” un film muto del 1924 la cui rimusicazione mi fu commissionata da La Repubblica e L’Espresso per la pubblicazione di un cofanetto con film d’epoca, progetto per il quale affidarono a vari musicisti la riscrittura delle colonne sonore. Io scelsi “Il Ladro di Bagdad”, il cui tema principale, il tema d’amore è “La Principessa” che si può ascoltare il ladro entra nel castello e per la prima volta vede la principessa, e nasce questa musica a lei dedicata. 

Qual è la connessione tra “Dago Red” con Raiz e questo progetto? 
Il progetto con Raiz è l’espansione del mio chitarrismo, perché “Dago Red” è per soli chitarra e voce, con qualche piccola sovraincisione, e qualche ospite, ma nasce in questo studio di registrazione dove sto seduto io adesso e Raiz dall’altra parte del vetro che cantava in diretta. Quindi è come se “Dago Red” fosse un altro disco di chitarra, ma questa volta con una delle voci italiane più importanti, una delle più originali, ciò mi ha consentito una sorta di prolungamento del suono andando a contattare la canzone napoletana che è una delle più grandi espressioni di musica classica del nostro tempo. Siamo andati a visitare il classico perché la musica napoletana è classica. 

In “Live Ad Alcatraz” c’è la ripresa del tema di Giulietta e Romeo… 
Anche questo brano è figlio di un altro progetto precedente perché produssi un disco con gli Avion Travel che si chiama “L’Amico Magico”, registrato con l’orchestra e in cui ho rivisitato i brani di Nino Rota per chitarra ed orchestra. In quell’occasione suonai “Il Padrino Parte Terza”, e “Giochi Addio” di “Giulietta E Romeo”, e quest’ultimo l’ho riproposto nel mio disco suonandolo per sola chitarra. E’ un tema che mi ha sempre affascinato e mi piace suonarlo. 

Sorprendente è la versione quasi psichedelica di “O’ Sole Mio”… 
Io questo brano lo vedo così, perché ho sempre pensato che fosse un mix di emozioni che arrivano da una città pazzesca che è Napoli. Non ho mai amato quelli che urlano il Do di petto nell’interpretare “O’ Sole Mio”, perché nel testo non c’è ma piuttosto c’è una sofferenza enorme. “O’ Sole Mio” racchiude una storia molto particolare. E’ una canzone rossa perché è stata scritta sul mare di Odessa non a Napoli, e solo in un secondo momento è arrivata in Italia. Chiaramente gli autori erano napoletani, ma chi ha scritto la musica si trovava con il padre violinista ad Odessa in pieno periodo di guerra, per cui guardando questo mare dalla sua finestra, si rende conto che non c’era il sole. 
Leggendo queste parole che gli avevano lasciato si mette a pianoforte e in Russia compone “O’ Sole Mio”. Questo brano fu addirittura proposto come inno nazionale, e c’è tutta una storia bellissima che è nel dvd raccontata da un professore che conosce la storia di tutte le canzoni napoletane, e mi ha regalato questo contributo su “O’ Sole Mio” che è molto affascinante. Non amo le interpretazioni urlate di questa canzone, però dentro ho voluto inserirci una contaminazione araba e una distorsione pazzesca che evoca il caos che questa città produce nei vari momenti della giornata. E’ un mio modo molto psichedelico di rileggere questo brano perché amo molto i Pink Floyd, quindi vengo da una generazione musicale, quella degli anni Settanta, che mi ha attraversato a pieno. 

Che dire poi della magnifica versione destrutturata di “Libertango”… 
E’ una versione un po’ rockeggiante per la quale mi perdoneranno gli argentini, però io in questo brano ci vedo la passione del rock. “Libertango” è stato sempre considerato semplicemente un tango, ma non è così, perché ha un anima hard rock, e così l’ho rifatta con una distorsione molto particolare. Non so fino a che punto sia giusto rileggerla così, ma per un periodo mi è piaciuto suonarla così, e la suono ancora in questo modo. Devo dire che ha molto successo, perché chi viene a sentirla riconosce in quel modo un codice di appartenenza. 

Il disco riserva anche momenti di grande poesia e parlo della bellissima versione di “Imagine” o “Somewhere Over The Rainbow”… 
“Imagine” l’ho scelta perché i Beatles mi hanno attraversato completamente, appartengono alla mia storia musicale. Ho voluto poi farla seguire da “Black And White” perché mi piace molto Michael Jackson, che ritengo sia stato uno degli artisti più grandi che ci sono stati. Omaggiarlo riportando la tematica di questa canzone su un territorio romantico, molto lento, cambiando la faccia al pezzo, trasformandolo in un qualcosa di molto evocativo, perché vorrei far riflettere anche sul personaggio. Secondo me dentro le canzoni ci sono altre canzoni, come nel caso di “O’ Sole Mio”, in cui c’è un'altra canzone. Questo è importantissimo per un esploratore come me, perché cerco di entrare nelle cose, sono un curioso della musica, magari non mi considero un musicista come gli altri, ma mi piace andare dietro il sipario per capire quale artista ci piace oltre la forma d’arte. 

Quindi è il tuo è approccio alla reinterpretazione è molto empatico… 
Certamente. In questo periodo, ad esempio, sto lavorando ad un altro progetto di esplorazione, perché ho avuto la fortuna di lavorare con uno dei più grandi scrittori italiani, Stefano Benni, con il quale abbiamo fatto uno spettacolo bellissimo in teatro durato due anni. Sono entrato in una grande simpatia con lui, e mi ha fatto dono di dieci poesie di una bellezza unica, che sto musicando. Il mio prossimo lavoro sarà voce e chitarra, con le poesie di Stefano Benni. Vado un po’ più lontano da dove sto adesso. 

Altri progetti futuri? 
Sono pienissimo. Gli Avion Travel che sono la base del mio essere musicista, accompagno Nada da venticinque anni, e lei è una delle voci più incredibili della musica italiana. Il progetto con Raiz, i concerti per chitarra solo… insomma penso che dovremmo accontentarci di quello che gira intorno. Per adesso sto lavorando su queste poesie che ritengo un regalo prezioso per l’anima. 



Fausto Mesolella - Live Ad Alcatraz (Fonè Jazz/I.R.D., 2014) 
Un applauso, e poi l’arpeggio elegantissimo di “Sonatina Improvvisata D’Inizio Estate” tratta da “Suonerò Fino A Farti Fiorire”, ci introducono a “Live Ad Alcatraz” di Fausto Mesolella, disco che raccoglie nove brani incisi dal vivo, durante un concerto presso la Libera Università di Alcatraz di Dario e Jacopo Fo, a Gubbio. Il chitarrista e compositore degli Avion Travel, fresco vincitore della Targa Tenco come migliore interprete, insieme a Raiz, per il disco “Dago Red”, dà vita ad una performace incredibile la cui forza e potenza riescono a catturare a tal punto l’ascoltatore, il quale chiudendo gli occhi, sembrerà di trovarsi proprio lì in quel teatro dove è nata questa piccola magia. Ad accompagnare Fausto Mesolella, oltre alla sua immancabile pedaliera e ai vari effetti, c’è la pedal steel del talentuoso Ferdinando Ghidelli, altro chitarrista casertano di grande talento. Ogni brano è riproposto in veste strumentale nell’originale mood che Mesolella ci ha fatto amare negli ultimi anni, in cui eleganza, raffinatezza si mescolano con un approccio chitarristico per nulla convenzionale, che evidenzia tutta la sua capacità di esplorare territori diversi dal rock al folk, dal jazz alla canzone napoletana. Il tocco elegante e l’arpeggiare cristallino di “Sonatina Improvvisata D’Inizio Estate”, ritornano in “Ai Giochi Addio (Giulietta e Romeo)” di Nino Rota, già presente ne “L’Amico Magico” degli Avion Travel nella versione con l’orchestra, e qui proposta in solitario. Vertice del disco è la straordinaria riscrittura in chiave floyiana di “O’ Sole Mio”, trasformata in una lunga suite che spazia da momenti di puro lirismo in cui la chitarra è solamente arpeggiata a lunghe distorsioni quasi progressive. Fascinosa ed accattivante è anche la rilettura in chiave rock di “Libertango” di Astor Piazzolla, che con il suo vibrante crescendo esce dai canoni delle classiche interpretazioni di questo brano. Il poetico medley che mescola “Imagine” di John Lennon e “Black Or White” di Michael Jackson, apre la strada al gospel di “Amazing Grace” in cui brilla la pedal steel di Ghidelli, ed in fine arriva l’altra perla del disco “La Principessa”, tratta dalla colonna sonora del film “Il Ladro Di Bagdad” firmata dallo stesso Mesolella, e nella cui linea melodica orientaleggiante si stagliano due assoli pregevolissimi. Chiude il disco la sublime versione di “Somewhere Over The Rainbow”, nel cui arrangiamento jazzy emerge l’onirico lirismo che ne caratterizza la versione originale. Insomma “Live Ad Alcatraz” è un disco di incredibile bellezza che esce completamente dai canoni del chitarrismo fine a se stesso per mostrarci in tutta la sua complessità la visione della musica in continuo divenire di Fausto Mesolella. Un plauso anche alla scelta di Fonè Jazz di pubblicare il disco in formato SuperAudio, e in vinile, che dimostra un attenzione non comune verso la cura del suono, e dei particolari. 


Salvatore Esposito

Renaud García-Fons & Derya Türkan – Silk Moon (E-motive Records/EGEA, 2014)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

Nel corso della sua lunga e prolifica carriera il virtuoso contrabbassista francese Renaud García-Fons ha dato prova non solo di tutto il suo talento, ma anche della sua capacità di saper esplorare territori sonori differenti, attraversando in lungo ed in largo in suoni del mondo spaziando dall’Andalusia all’America Latina, dall’India al Mondo Arabo, lasciando emergere ora la matrice classica ora quella mediterranea del suo approccio musicale. Tra le tante collaborazioni che hanno caratterizzato il suo percorso c’è quella con Derya Türkan, maestro del kemençe, strumento ad arco della tradizione ottomana, con il quale il contrabbassista francese entrò in contatto nel 2006, allorquando si ritrovarono a suonare insieme al flautista Kudsi Erguner, nel cui ensemble il musicista turco suonava sin dal 1991. Quasi in parallelo arrivò anche la collaborazione con il violoncellista Ugur Usik in “Minstel Era”, dedicato alla musica classica ottomana, e da quel momento man mano negli anni la collaborazione tra Renaud García-Fons e Derya Türkan si è andata via via rafforzando, per sfociare nella pubblicazione del magnifico “Silk Moon”, disco nel quale attraverso quattordici brani esplorano la sorprendente intesa sonora tra i rispettivi strumenti ad arco, facendo risplendere l’intreccio tra le tradizioni musicali del Mediterraneo e quelle del Medio Oriente. 
Se dal punto di vista tecnico e virtuosistico ogni brano si caratterizza per originalità e spessore compositivo, da quello prettamente emozionale l’ascolto svela come García-Fons e Türkan nella loro intesa musicale abbiano dato vita ad un linguaggio musicale unico ed evocativo in cui sulle rotte che collegano Spagna e Turchia si mescolano il maqâm e il cante jondo andaluso, accomunate dalla loro intrinseca passionalità e poesia. Il viaggio sonoro del duo però non si limita ad avvicinare in musica le due opposte sponde del Mediterraneo, ma piuttosto a cogliere tutte quelle influenze che nella cultura Turca sono pervenute dalle Vie della Seta che attraversavano l’intera Asia fino all’Europa. In questo senso significativo è il titolo del disco, che nel suo insieme suona come un lungo ed emozionante canto d’amore verso quella luna che illuminava il cammino dei viaggiatori e dei mercanti. Di seta sono così anche le raffinate melodie che emergono dall’incontro tra il contrabasso e kemençe, lasciando brillare tutta l’originalità della tecnica di García-Fons il quale ora sfregando, ora pizzicando le corde, ora ancora utilizzando l’archetto in modo non convenzionale esplora tutte le potenzialità sonore del suo strumento arrivando ad evocare l’oud e le percussioni; Türkan dal canto suo riesce a trarre dal suo kemenche suoni incredibili nel tracciare le linee melodiche. 
Ad aprire il disco è la splendida title track, a cui seguono prima la ritmata “A Girl From Istanbul”, e poi quel gioiello che è “Istabul'da bir Ispanyol” in cui ritroviamo ritmi e melodie della tradizione turca. Se “Kaman Tché” incrocia il ritmo della milonga con una struggente melodia medio orientale, la successiva “Bahar Zamani” ci svela come l’incontro tra il contrabbasso e il kemenche ci possa condurre nel cuore della tradizione musicale dell’Asia Centrale. Non manca uno spaccato dedicato alla spiritualità con la meditativa “Prayer Song”, così come di grande intensità è l’introspettiva “Konstantinoupoli Reflections”. La vibrante “Dokuz Sekiz” ci conduce al tango appassionato di “Camino de Sed” dedicata a Paco De Lucia, ma il vero vertice del disco arriva con la splendida “Bosphorus Nostalgia”, in cui si apprezza tutto il lirismo del kemençe di Türkan. “Nishapur” ispirata alla città persiana dove riposa il poeta sufi Omar Khayam, ci schiude le porte verso il finale in cui spiccano “Beautiful House In Bad Homburg”, la lirica “Lamentos” e “Taksim Clouds” nella quale ci sembra di ritrovare la sommessa tristezza seguita alla dura repressione da parte del governo turco per le proteste di Piazza Taksim del 2013. “Silk Moon” è insomma uno dei dischi più belli di questo 2014, che ci sentiamo davvero di consigliare ai nostri lettori.


Salvatore Esposito

Moussu T e Lei Jovents – Opérette. Chansons marseillaises 1930-1940 (Manivette Records-Chant du Monde/Ducale, 2014)

Era destino che Tatou e i suoi accoliti dall’espressione un po’ canagliesca e dal cipiglio rétro, esplorando gli intrecci della civiltà musicale popolare marsigliese finissero per mettere mani e strumenti (voci, banjo, chitarre, contrabbasso, bassotuba, percussioni e batteria) sul repertorio dell’operetta marsigliese degli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso: tempi in cui la città mediterranea i prosperava per via dei traffici commerciali del suo porto. In un certo senso questo disco è stato anticipato nel 2009 da “Zou, Shake that Thing!”, spettacolo teatrale in collaborazione con Arlee Leonard, che racconta l’incontro tra ritmi sincopati d’oltreoceano e operetta nella Marsiglia degli “Années Folies”, traendo spunto da “Banjo”, il romanzo di Claude McKay ambientato nella città focese di fine anni Venti. Né va dimenticato che il primo album dei Massilia Sound System, di cui Moussu T e Blu fanno parte, si apriva con una cover del classico “Zou! Zou! Zou!, un peu d’aïoli”. Qui, la celebrazione dell’arte marsigliese passa attraverso la rivisitazione da parte del piccolo combo di quel filone poetico-musicale guidato da autori di successo, molti dei quali figli di immigrati italiani. Parliamo del paroliere René Sarvil (il cui vero cognome era Crescenzo), del compositore Vincent Scotto, delle interpretazioni di Henri Alibert (genero di Scotto), figure di primissimo piano nella ribalta nazionale, accanto ad altri grandi figure locali quali Mas-Andrés, Marc-Cab per i testi, e Georges Sellers (celebrata personalità del jazz marsigliese) per le musiche. In “Opérette par Moussu T e lei Jovents” la band ripesca tredici tracce provenienti dal mondo dell’operetta e del varietà, con la chicca “Voli anar monte vas” adattamento in occitano (datato 1925) dell’americana “Then, I’ll be happy”, popolarizzata nell’Esagono da Josephine Baker. «Sono canzoni - spiega Tatou nelle note del booklet - che per noi non rappresentano pezzi da museo ma compagni del nostro quotidiano, ancora efficaci!». Il tratto acustico, l’ironia e la leggerezza espressiva di Tatou e sodali ci restituiscono un prodotto godibilissimo, intriso di aromi jazz, blues e latini, che si fondono con le fragranze marine locali (“J'aime la mer comme une femme”); la mistura di amori, storie di malavita e pescatori, calura e salinità è elogio localistico di schietta prospettiva meridionale (“Entre Marseille et Toulon”). Per fare un confronto o per entrare negli umori musicali originali, è tutto da ascoltare anche il bonus disc, contenente diciotto versioni originali delle canzoni. 


Ciro De Rosa

Benedicte Maurseth/Åsne Valland Nordli – Over Tones (ECM/Ducale, 2014)

Congiunzione tra sentieri folklorici del nord scandinavo, influenze della musica barocca, scrittura e improvvisazione in “Over Tones”, il debutto targato ECM della giovane coppia Benedicte Maurseth (hardingfele, voce) e Åsne Valland Nordli (voce). Originarie della Norvegia occidentale (Hardanger), in quartetto con Berit Opheim e Sigbjørn Apeland si erano già messe in luce nel progetto “Fodne ho svara stilt” (Heilo, 2008). In questo disco in duo (registrato a Oslo nel 2011), ascrivibile pienamente allo stile dell’etichetta bavarese, che predilige atmosfere echeggianti, sentimento di spazialità e solennità, la primigenia fonte d’ispirazione proviene dalla tradizione popolare canora e strumentale, profana e religiosa della Norvegia. Maurseth è stata allieva del sessantaduenne violinista Knut Hamre, considerato uno dei maestri dell’archetto folk nella sua terra Nordli, oltre ad essere cresciuta tra innodia, kveding e tulling, vanta frequentazioni in ambito classico, jazz e improvvisativo. Composizioni in proprio e rivisitazioni di temi tradizionali costituiscono il programma di questa raffinata ed emozionale produzione. La libertà metrica del violino norvegese a corde simpatiche, gli effetti prodotti dal bordone, i giochi degli armonici, lo strumento che diventa spesso una seconda voce umana affiancando i vocalismi improvvisativi della prima cantante (ascoltate la title-track o la liricità della melodia tradizionale dello Setesdal “Slåtten hans Borgår”) producono effetti magnetici e avvolgenti. La voce di Åsne svetta solitaria nei due canti religiosi “Jesus gjør meg stille” e “Kilden”; ha espressività austera il violino in “Blåtone”, mentre acquista vigore danzante nella successiva “Rameslått II”. Di delicata bellezza anche la conclusiva “Båtsong”. 


Ciro De Rosa

Adriano Sangineto – Arpacadabra (Rox Records, 2014)

Figlio d’arte, Adriano Sangineto è nato e cresciuto nella famosa liuteria del papà Michele, e proprio grazie a quest’ultimo, sin da piccolo si è appassionato agli strumenti della tradizione popolare, arrivando in breve tempo a suonarne diversi tanto a fiato, quanto a corde. Dopo essersi formato presso il conservatorio di Milano dove ha studiato clarinetto e composizione, il polistrumentista lombardo si è dedicato da autodidatta all’arpa celtica, e spinto dalla costante tensione alla ricerca di nuove sonorità, ha sviluppato una tecnica personalissima che rivoluziona l’utilizzo di questo strumento. Negli anni, oltre all’esperienza con l'Ensemble Sangineto insieme alla sorella gemella Caterina, con cui ha pubblicato tre dischi, ha dato vita al gruppo Antica Liuteria Sangineto con cui presenta un repertorio di musica antica, oltre a debuttare nel 2012 come solista con il disco “Arpa Creativa”. A due anni di distanza dalla pubblicazione del suo primo album, Adriano Sangineto torna con “Arpacadabra”, nel quale ha raccolto undici brani composti ed arrangiati da lui stesso, che nel loro insieme svelano un lato poco noto dell’arpa celtica, trasformandola in un trascinante strumento da bal folk, al pari dell’organetto. Energia, dolcezza, eleganza melodica, ritmo trascinante, sono gli ingredienti che caratterizzano le varie composizioni, dal cui ascolto emerge una spiccata originalità esecutiva, unita ad una tecnica pregevole. Ad aprire il disco è la cristallina bellezza senza tempo del circolo “Un Giro A Valfrè”, si prosegue prima con il valzer “Sulla Riva” e poi con il trascinante scottish “Girastella – Flower Scottish”, che sfociano nell’evocativa laridée ad otto tempi “Telenn Laridée”. La mazurka “Rue Nobel” ci conduce poi alla splendida burrée a tre tempi “Alma Burrée”, la cui linea melodica densa di fascino è tra le cose più belle ed eleganti di tutto il disco. Pregevoli sono poi l’invito al ballo della rond de Saint Vincent “Volànt”, il congo de Captieux “Il Prestigiatore” e il rondeau en couple “Rondeau Passeggero”. Il kost ar e’Hoat “Da Bep Lec’h” con le sue sonorità bretoni suggella un disco gustoso, che sulle note dell’arpa di Adriano Sangineto ci regala un viaggio attraverso le danze folk del nord Europa. 


Salvatore Esposito

Rete Co’Mar – Tutti Fuori (Marechiaro/ClaPo Music, 2014)

Rete Co’Mar è un collettivo napoletano con idee interessanti. Si presenta innanzitutto immerso in una rete di relazioni definite sul piano sociale e politico. E si affida, per rappresentarne alcune declinazioni, a una strumentazione – a una costruzione generale dei brani e, in definitiva, alla definizione di un linguaggio – non propriamente (o, per meglio dire, esclusivamente) rappresentativa di Napoli, la città da cui proviene e in cui interagisce. Mi sembra importante sottolineare questa sfumatura (che potrebbe, invece, sembrare pleonastica), sebbene il contesto culturale napoletano, più di altri, ci abbia abituati a una proposta differenziata, consegnandoci, attraverso una storia musicale e una serie ciclica di “rinascimenti” espressivi e stilistici, soluzioni, rappresentazioni e suoni spesso inaspettati e non convenzionali. Il disco di esordio di Rete Co’Mar, intitolato “Tutti fuori”, è un legaccio stretto intorno a questi elementi, allo stesso tempo equilibrati, armoniosi, e divergenti. Ritroviamo il dialetto, che ci “rassicura” in un quadro di rappresentazione territorialmente definita e un orientamento musicale che – attraverso tutte le dodici tracce di cui è composto l’album – tocca molte influenze stilistiche, che definiscono, nel loro insieme, un sound vivo, dinamico e originale. “Dove vai” è un buon esempio di questa piacevole mescolanza: è un brano compatto sotto il profilo del ritmo (la linea di batteria si insinua fin dal prologo recitato), articolato negli arrangiamenti (che comprendono anche alcune sonorità elettroniche), racchiuso in uno stile vagamente e ironicamente progressive, dove tutti gli strumenti, le modulazioni e le alternanze delle voci, spostano la produzione della band su un piano più sperimentale. Anche “Core carnale” – cantata in dialetto, a differenza dell’altra – si configura come una rappresentazione originale. Qui alle percussioni è affidato un andamento di atmosfera e di sospensione, introdotto dalla linea melodica ipnotica del piano, dentro una sovrapposizione di suoni eterei (chitarre, contrabbasso, fiati) che si protrae fino alla fine del brano. Questo tappeto di vapori sostiene una voce profonda e forte, che deflagra, nei due ritornelli che puntellano l’esecuzione, in una forte estensione, fino ad asciugarsi e a rarefarsi lentamente insieme agli altri elementi. Di tutt’altro tono è “Polvere leggera”, uno dei brani più profondi dell’album, nel quale convergono probabilmente gli elementi più rappresentativi del linguaggio del gruppo. Soprattutto perché si tratta di una canzone che ha una chiara corrispondenza con il territorio napoletano (e qui torniamo alla definizione della rete di relazioni). In particolare con Scampia (il sottotitolo è “’O carnaval de Scampia”), la figura di Felice Pignataro e ciò che rappresenta nell’ambito di alcune produzioni espressive napoletane – e di come queste si siano definite dentro una prospettiva politica non solo di contestazione, di militanza, ma anche di socializzazione, arte figurativa e, in generale, produzione culturale. Il brano si articola attraverso sezioni che si sovrappongono morbidamente una sull’altra. Fino a quando, appena prima del finale, entrano le “tamburate” e il contesto sonoro del carnevale, cadenzando il coro “’O carnaval de Scampia/ ‘O carnaval de Feliz Pignatao”.


Daniele Cestellini

Pietra Montecorvino, Malamusik, Clean Edizioni 2013, pp. 108, Euro 25,00, Libro con DVD

"Cari lettori è l'una di notte, ma a me sembra che siano le cinque del mattino, ho perso la cognizione del tempo e ora non ricordo più tutto quello che vi volevo dire su questa paginetta di presentazione. Non so precisamente chi sono e cosa faccio ma non riesco a stare zitta e quindi canto. Ricordo quando ero piccola di aver fatto un film FFSS col mio amico Renzo Arbore, più Festival di Sanremo, premi Tenco e tante tante altre cose che mi metto 'scuorno' solo a nominarle per la loro importanza e per la giovinezza con cui le ho vissute e poi superate. La mia voce non può prescindere dal mio pensiero e ho messo l'uno e l'altro in questo libro e DVD che spero vi dia una visione più dolce della mia esistenza", così Pietra Montecorvino scrive nelle note di presentazione di “Malamusik”, libro che esce dai canoni dell’editoria musicale non essendo una delle tante autobiografie di cantanti che popolano gli scaffali delle librerie, ma piuttosto è una raccolta di pensieri notturni, scritti senza filtro, in cui la cantante napoletana racconta se stessa, mettendosi a nudo nel suo essere donna, madre ed artista. Ad introdurre il volume è una breve nota del regista John Turturro, per il quale la cantante napoletana ha recitato nel 2010 nello splendido film “Passione”, e che coglie perfettamente tutte le peculiarità della sua personalità artistica: “Pietra Montecorvino è unica nel suo genere, una persona autentica che non si lascia intimorire dal potere della realtà. (…). È una donna che sa prenderti per mano e portarti in giro nell’ignoto. È una narratrice, un’attrice, qualcuno con cui ho voluto lavorare a tutti i costi e che non vedo l’ora possa ‘esplodere’ nel mondo intero”. Nel susseguirsi delle pagine, dei brevi capitoli, Pietra Montecorvino ci svela le sue esperienze personali fatte di gioie e dolori quotidiani, il suo viaggio infondo alla depressione e la successiva risalita verso la vita, fino a toccare i misteri insondabili dell’esistenza, il rapporto con la religione e quello con la libertà, mentre sullo sfondo appare la sua Napoli di contraddizioni e bellezza. Ad intercalare il fiume in piena della viscerale scrittura di Pietra Montecorvino, è l’alternarsi di alcune foto, con i suoi dipinti che ci mostrano un lato ancora tutto da scoprire della sua vitalità artistica. Ad impreziosire il libro è il dvd allegato che raccoglie un estratto dallo spettacolo omonimo ''Malamusik'', che da alcuni anni la cantante napoletana sta portando in scena con grande successo. Accompagnata da Daniele Brenca (contrabbasso) ed Erasmo Petringa (violoncello, oud e chitarra battente”, Pietra Montecorvino rilegge, negli arrangiamenti di Eugenio Bennato, alcuni classici della canzone napoletana come “Indifferentemente”, “Malafemmena”, e Comme Facette Mammeta”, ma anche alcune pagine della canzone neomelodica come nel caso di “Nu Jeans E Na Maglietta” di Nino D’Angelo, e “Nu Latitante” di Tommy Riccio. La sua voce intensa, vibrante e passionale non manca di riprendere alcuni brani più noti del suo repertorio come “Brigante Se More” incrociata con “Lacrime Napulitane”, “Amante Italiano” e “Sud”, così come spicca l’inedita “Tutto Cambia” dedicata a Mercedes Sosa. Insomma “Malamusik” è un altro esempio della grande libertà e dell’eclettismo artistico di Pietra Montecorvino, e siamo certi che rappresenterà a lungo una pietra angolare del suo percorso musicale. 


Salvatore Esposito

Franco Baggiani – Memories Of Always (Sound Records, 2014)

Trombettista tra i più apprezzati e prolifici in Italia, Franco Baggiani sin dagli esordi ha speso la sua carriera di musicista jazz dividendosi tra l’attività discografica, quella compositiva, l’insegnamento e le tante direzioni didattiche ed artistiche a cui è stato chiamato. Il suo percorso artistico in continua tensione verso la ricerca di un sound originale negli anni lo ha condotto ad un approccio eclettico al jazz, e non è un caso che dopo l’ottimo “My Way Through The Jungle” in cui omaggiava in modo personalissimo il Miles Davis del periodo 1969-1974 sia approdato ad un lavoro particolarissimo come “Memories Of Always”, che rappresenta una sintesi della sua produzione più radicale emersa con dischi come “Think”, “Florentine Session” e “The Dead City”. Partendo proprio dalla concezione dell’improvvisazione in studio che caratterizzava questi dischi, “Memorie Of Always” nel raccoglierne le istanze musicali, allarga il perimetro della ricerca, con le session di registrazione effettuate dal vivo che diventano il momento cardine della creatività, facendoci cogliere non solo l’atmosfera ma anche la sopraffina tecnica di conduzione di Baggiani. Ad affiancarlo, infatti, troviamo un gruppo di eccellenti musicisti in cui spiccano Giacomo Downie (sax baritono), Adriano Arena (chitarra elettrica), Lorenzo Forti (basso), Alberto Rosadini (batteria) e ben due percussionisti Alessandro Criscino e Alberto Rosadini, insieme a loro Baggiani ci conduce in territori che partendo dal jazz coniugano il groove del funk con la potenza del rock. Questo vulcanico ensemble spaziando dall’improvvisazione totale e alla musica colta ci regala circa settanta minuti di suoni ribollenti e vorticosi, per sette brani in cui si rincorrono intuizioni geniali, meditazioni solistiche e travolgenti momenti corali. Se il nume tutelare è certamente il Miles Davis degli anni Settanta, andando più a fondo scopriamo una cifra stilistica che guarda oltre verso Ornette Colemann e Sun Ra, fino ad approdare ad un linguaggio jazz originalissimo. A guidare ogni brano è la tromba di Baggiani che ci conduce dal groove potente di “Ob-session” alla travolgente “Ghebus Suite”, dalla lirica “The Sieve Smells Bad Today” fino alla bellissima rilettura di Black Satin di Miles Davis. Da segnalare ancora sono il crescendo ritmico di Etnop The Chinese, e quel gioiello che è “A Series Of Coincidence”, ma è con la potente e per nulla scontata “Simple And Indivisible” che si tocca il vertice del disco. "Memories Of Always" è un disco intenso e ricco di musica, ma soprattutto è un esempio di come in Italia ci sia una scena jazz sorprendente viva, ancorché tutta da scoprire per il grande pubblico. 


Salvatore Esposito

Ben Slavin - Palepolis (Apogeo Records, 2014)

Ben Slavin è un musicista e cantante di talento, tecnicamente molto preparato e dotato di una solida base formativa che gli ha consentito di padroneggiare un vocabolario ricco di sfumature vocali e strumentali. Laureatosi in canto lirico come baritono all’Arizona State University, il giovane songwriter americano si è trasferito in Italia, approdando dapprima a Milano per perfezionare il suo canto, successivamente in Umbria ed in fine a Napoli, che lo ha accolto diventando la sua città di adozione. Compiendo in sostanza il percorso inverso rispetto a tanti musicisti italiani che sognano l’America, Ben Slavin ha caratterizzato il suo percorso musicale in modo del tutto diverso da tanti suoi colleghi statunitensi, permeando la sua ispirazione con le sue esperienze a Napoli, metropoli dalle grandi contraddizioni ma dal fascino indubbio. Da questo background esperienziale nasce il suo album di debutto “Palepolis”, frutto di una solida esperienza maturata dal vivo, e che segue l’Ep pubblicato con il duo The March. Si tratta di un disco dalle sonorità moderne, nel quale si mescolano raffinate pennellate folk, ed arrangiamenti tesi, il tutto condito da una bella vocalità, da cui traspare la sottile urgenza espressiva che funge da perfetto collante. Durante l’ascolto piace il suo approccio empatico al songwriting, come nel caso della ballata “Beauty & Filth” che apre il disco, o della pianistica “For Free”, tuttavia a spiccare in modo più marcato è la sua capacità di spaziare attraverso sonorità diverse come le suggestioni mediterranee di “Tie & Bound”, il rock di “Unaccessible”, fino a toccare il folk della title track. Il vero vertice del disco arriva però con "Lucia Lies in Purgatory" che spicca per la sua particolare struttura melodica. “Palepolis” è un disco godibilissimo, una sorta di new way della canzone d’autore che andrebbe sviluppata, favorita, e valorizzata, infatti il concept stesso del disco potrebbe rappresentare una via d’uscita dalle paludi della mancanza di ispirazione ed anemia di storie che affliggono il modo di fare musica in questi anni.


Antonio "Rigo" Righetti

mercoledì 17 dicembre 2014

Numero 182 del 18 Dicembre 2014

Questa settimana muoviamo dalla Sicilia del cantautore Giancarlo Guerrieri, con cui abbiamo parlato del suo recente album “Pazzu”, intreccio di canzone d'autore italiana e tradizioni della sua terra. Di isola in isola, siamo in Sardegna per "Fantafolk" di Andrea Pisu e Vanni Masala, musicisti di talento, impegnati in una ricerca melodica, armonica e ritmica su launeddas e organetto, che attraversando i codici musicali tradizionali sardi approda alle sonorità  world. A proposito di musiche del mondo, il Consigliato Blogfoolk della settimana è “Djalyia”, nato dalla collaborazione tra il suonatore di kora e cantante senegalese Ablaye Cissokho e il trombettista tedesco Volker Goetze, i quali si sono ritrovati di nuovo in studio per il seguito dell'apprezzatissimo “Sira” del 2008. Non manca uno sguardo sull’Irish folk declinata all’italiana dei Folkamiseria ("Musici Mosaici”). Evento live di tutto rispetto il concerto di presentazione di “Crescendo” del Duo Bottasso, tenutosi il 13 dicembre a Maison Musique a Torino, con numerosi ospiti sul palco a festeggiare l’esordio dei formidabili fratelli piemontesi (o occitani, se preferite). Nello stesso giorno abbiamo seguito la prima di un altro graditissimo ritorno live: quello dei Rocking Chairs. Per le letture, ci occupiamo poi “Avanzamenti”, pubblicazione dall’architettura multimediale (libro, CD, DVD), curata da Guido Bertolotti per Squi[libri], nella quale si racconta un pezzo di “storia del ferro” in Lombardia, attraverso la cultura popolare, le memorie di minatori, fabbri e operai, ma anche le musiche della famiglia Bregoli di Pezzaze e una splendida video ballata, che ricalca nello stile le storiche Radio Ballads. Per un Natale fuori dagli schemi, abbiamo incontrato Valerio Corzani, questa volta in veste di musicista e non di giornalista, per farci presentare il nuovo progetto degli Interiors: “Soundtrack For A Christmas Tree”. Un Taglio Basso italiano, ci porta alla scoperta di “Left My Left Side” del batterista Lele Borghi.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


VIAGGIO IN ITALIA
WORLD MUSIC
I LUOGHI DELLA MUSICA
LETTURE
CONTEMPORANEA
TAGLIO BASSO

L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Giancarlo Guerrieri – Pazzu (Artist First, 2014)

Cantautore siciliano dallo stile originale in grado di mescolare la migliore canzone d’autore italiana con la musica della sua terra, Giancarlo Guerrieri vanta un percorso artistico ultraventennale, nel corso del quale ha perseguito con convinzione la sua idea di musica senza compromessi, non badando alle mode, ma piuttosto sfoggiando un songwriting ironico e tagliente, che affonda le sue radici nel suo vissuto quotidiano. In particolare negli ultimi anni si è segnalato per l’ottimo “Caminanti” del 2011, il cui successo lo ha accompagnato verso la realizzazione del nuovo album “Pazzu”, nel quale tra brani originali e riletture d’eccezione spicca la sua abilità nel destreggiarsi tra stili e sonorità differenti. Lo abbiamo intervistato per approfondire con lui il suo percorso artistico, le sue ispirazioni, focalizzando la nostra attenzione su questo nuovo album e sulla genesi creativa di alcuni brani. 

Partiamo da lontano, come nasce la tua passione per la canzone d’autore? 
Tutto ebbe inizio con una vecchio nastro di Renato Carosone che mio padre suonava in un mangia nastri Stereo 8. Quelle note suonate al pianoforte così semplici e nello stesso tempo ordinatamente messe assieme mi hanno affascinato, e fortuna volle che a casa mia arrivò un pianoforte regalatomi da una prozia che viveva a Roma. Il passo successivo è stato naturale, ho subito provato a riprodurre quelle note, così è cominciato tutto. Nel corso degli anni mi sono appassionato all'ascolto attento dei testi e mi sono reso conto che con una canzone si potevano raccontare tante cose, dalle più frivole a quelle più importanti, praticamente l'infinito. 

Puoi raccontarci i tuoi primi passi nel mondo della musica? 
Le mie prime esibizioni salgono a metà degli anni Ottanta. Formammo un gruppetto che in un primo momento aveva scelto come nome "I Sepolcri", ma con questo nome era impossibile trovare un ingaggio per qualche serata. Fortunatamente lo cambiammo in corsa con un più esotico MOKA EXpres, suonammo per un carnevale nella piazza del mio paese, ed io esordì per la prima volta come cantante oltre che tastierista cantando “The Logical Song” dei Supertramp in un inglese improbabile. Fu una grande emozione, e pian piano sono cresciuto, ho imparato a suonare il piano e la tastiere, e così venni chiamato da una storica formazione locale che faceva parecchie serate l'anno e li mi sono fatto le ossa. 

Quali sono le tue principali influenze a livello compositivo? 
Sono cresciuto con pane e Franco Battiato, conosco la sua discografia in maniera maniacale, posseggo tutti i suoi dischi anche delle rarità come la canzone che cantò all’edizione 1967 di “Un disco per l'Estate” che poco ha a che fare con il Battiato che conosciamo oggi. La mia collezione negli anni si è arricchita di musica anglo-sassone ed americana, da Lou Reed a Iggy Pop, dai Genesis ai Pink Floyd per arrivare ai Cure, a Sting e i R.E.M.. Questo mi dato la possibilità di sentirmi libero di seguire un mio personale mondo musicale e compositivo, fino a diventare un cantautore. 

A partire dagli anni Novanta hai inciso diversi dischi, come si è evoluto il tuo stile in questi anni? 
Tutto è cambiato da quando ho iniziato a fare dischi, dal modo di comporre al modo di registrare e realizzare i brani. Quando si lavorava con il nastro analogico c'erano costi importanti da sostenere, e spesso i risultati erano ben lontani da potersi definire professionali. Il mio primo disco “Sulle Tracce Dell’Iride” l'ho registrato con un registratore ad otto tracce e uno dei primi computer Atari, incisi tutto in una mattina ed un pomeriggio in sala. Oggi una cosa del genere non sarebbe concepibile, perché si tende alla perfezione, con ore ed ore di editing per pulire le tracce. Non so se questo sia un bene o un male, ma certamente si perde quell’anima che è viva e presente nei dischi del passato, in quelle note sporche, in quei soffi del nastro magnetico. 

Puoi parlarci del tuo processo creativo? 
Le idee per i brani mi vengono mentre faccio le cose di ogni giorno. Spesso mi succede che guidando mi viene in mente una melodia o dei versi, così li registro subito sul telefonino, e appena ho la possibilità torno a casa, dove nell’intimità del mio studio sviluppo l’idea al pianoforte. Devo dire che ultimamente sono diventato più esigente con i testi, prima ero molto più istintivo, quello che scrivevo in prima stesura rimaneva. Oggi, invece, mi piace mettermi in discussione, cerco sempre di raccontare delle storie che siano comprensibili a tutti. Scrivendo poi in dialetto ciò richiede molta più attenzione ed impegno. Quando è pronta la prima stesura chiamo i miei musicisti e facciamo un primo provino del brano, che di solito suoniamo in sala prove. Da quel provino poi si arriva al produttore artistico che lo rielabora ottimizzando tutto e in fine lo arrangia. 

Come nasce il tuo nuovo album “Pazzu”? 
Il disco è nato come sempre da una serie di canzoni che avevo scritto negli ultimi due anni, non avevo una idea precisa, ma volevo raccontare delle storie che fossero condivise dall'ascoltatore. Tutte le canzoni hanno sempre uno sfondo sociale, o celano in maniera più o meno evidente messaggi nei quali tutti possono trarre spunto per pensare, perché il dovere di ogni cantautore è quello di provare a smuovere anche di un solo millimetro le coscienze. 

Il tema della pazzia lega “Pazzu” e “Caminante” dove c’era la canzone “A storia d'Orlando”? Qual’è il punto di contatto tra i due dischi? 
I due dischi sono molto diversi. Infatti in “A Storia D’Orlando” ho voluto raccontare un uomo che nella sua follia amorosa pensa di riuscire a sfidare anche la morte, mentre in “Pazzu” ho voluto raccontare l’altro lato della pazzia, quella insana e mostruosa che certi uomini malati perpetrano nei confronti delle donne o di creature più deboli. 

A livello sonoro il disco si muove nella direzione della world music. Come si è indirizzato il tuo lavoro in fase di arrangiamento dei brani? 
Devo dire che in questo disco gli arrangiamenti di Mario Saroglia non hanno seguito una linea stilistica bene definita, abbiamo scelto di mettere i vari generi al servizio del testo e della melodia, senza precluderci la possibilità di spaziare da pop al rock, fino al progressive. 

Ad aprire “Pazzu” c’è un brano che può essere il tuo manifesto artistico “La Musica è Putenti”? Qual’è la forza della tua musica? 
La musica è come la buona cucina mette tutti d'accordo! “La musica è putenti” racconta di un sogno che ho fatto, dove alcuni ragazzi si ritrovano in aperta campagna e per magia cominciano cantare all'unisono questo verso “la musica è pulenti e nun si scanta i menti (la musica è potente e non ha paura di niente)/la musica è putenti e nun s'areni mai (la musica è potente e non si arrende mai)”. 

Da dove è nata la scelta di reinterpretare “Agata”? 
C’è un aneddoto da raccontare: alla fine di un concerto un mio amico musicista, Peppe Qubeta, mi disse che gli ricordavo, sul palco, Nino Ferrer. Mi presi il complimento, poi la curiosità mi ha portato a riscoprire questo autore, ho trovato un artista eclettico, dalle mille sfaccettature, molto avanti per l’epoca in cui ha vissuto. Filosofo, antropologo, attore, si ritirò nel momento di massimo successo, dopo aver toccato, in allegria, temi allora scottanti come il razzismo e la pace. “Agata” mi è sembrato così un omaggio doveroso. 

Com’è nata l’idea di realizzare la versione in siciliano di “Taglia La Testa Al Gallo” di Ivan Graziani? 
“Taglia la testa al gallo” è una canzone che nell’immaginario collettivo è allegra, un rock basato sulla chitarra elettrica, con un testo che pochi hanno ascoltato attentamente. Il brano è dedicato a una Sardegna saccheggiata, e nel verso “se la tua terra è ancora in mano ai quattro mori” ho sentito questa assonanza “insulare” con la Sicilia. Queste due belle isole maltrattate, e sfruttate dalla mafia e dalla cattiva politica sembrano avere un destino comune. Ho deciso di farne una versione in Siciliano con affetto e un po’ d’amarezza, solamente al pianoforte, e le voci che sottolineano questa rabbia contratta, questa voglia di rivalsa, di riscatto, che fatica a emergere, ma che prima o poi esploderà. Come diceva Ivan un giorno tante teste di gallo verranno tagliate, naturalmente in modo metaforico, ma c’è bisogno di una rivoluzione culturale, senza la quale non ci sarà mai una rinascita. La Sicilia sarebbe un paradiso, ma quello che vedo intorno mi rattrista, l’assenza di cura e di cultura in ogni azione. Noi cantautori abbiamo il dovere morale di denunciare queste cose, dobbiamo generare riflessione, o siamo solo dei cazzoni davanti a un microfono. Gli apprezzamenti di Anna, la moglie di Ivan, mi hanno confermato nella giustezza delle mie scelte. 

Nel disco è presente anche un brano del tuo conterraneo Mario Incudine “Zorhat Haria”. Come mai hai scelto proprio questo brano? 
Con Mario Incudine c'è un tacito accordo che ad ogni mio disco lui contribuisce con una sua canzone. Siamo amici da una decina d'anni, e penso che la virtuosità di certi risultati non possa prescindere da una conoscenza e un rispetto profondi. Suoi sono stati tanti consigli preziosi e un dono fantastico, la bella canzone "Zhorat haria" in cui spicca questo splendido verso: “Si erba frisca dopu ntempurali/ petalu i rosa misu a macerari/mbragghi lu tempu e inveci di seccari/lassi nta l’acqua ciauru e culuri” (Sei erba fresca dopo un temporale, petalo rosa messo a macerare, inganni il tempo invece di seccare, lasci nell’acqua profumo e colore)… 

Qual’è il tuo rapporto con la musica e la tradizione siciliana? 
Sono una persona molto curiosa, mi piace tutto ciò che riesce a catturare la mia attenzione, ho sempre ascoltato di tutto, e non potrei mai viaggiare in macchina senza una radio. E’ chiaro che ci sono dei momenti dove il silenzio diventa la colonna sonora perfetta, come un tramonto sui monti Iblei, o un giro in barca a remi sul litorale di Ispica, la mia città natale. Sono questi luoghi che mi forniscono gli stimoli per comporre le mie canzoni in dialetto, una energia creativa che solo certi posti e certe storie tramandate da generazione in generazione posseggono. La musica siciliana ha un grande repertorio che affonda le sue radici nel passato, ma che con grande slancio sta attraversando una fase molto bella, fatta di innovazione di collaborazioni tra artisti e di continua ricerca del bello da condividere con il mondo intero. 

Cosa ha ispirato il brano “Super Otto”? 
Super Otto è un disperato grido di insofferenza per la frenesia della vita e la voglia di tornare bambino e poter essere senza pensieri. Si deve restare bambini! Non riuscirci è un grossa perdita perché il bambino è sognatore, spontaneo, sincero, mentre l’adulto pensa solo al proprio tornaconto. Racconto uno spaccato generazionale, di quei ragazzi cresciuti negli anni Settanta e Ottanta che oggi hanno quarant’anni, e un dottorato in gratta e vinci, e la smania di svoltare. Descrivo l’Italia oggi, però la canzone finisce con una speranza: “Era l’88 o il 99 non ricordo, forse era oggi o l’altro ieri, non è cambiato quasi niente nonostante tutto ho ancora molti sogni e desideri” 

“Kavallereska” è una critica senza mezzi termini all’Italia e ai nostri politici. Dov’è la speranza in un futuro migliore per la nostra nazione? 
Si, anche perché il testo è davvero duro, sincero. Ma i tempi sono davvero al limite della decenza, e malgrado tutto ci si limita a un mugugno fatto on line. Dovremmo ripartire dalle scuole, dall’educazione di base, dal senso civico, dalle idee di bellezza e solidarietà. Duri i tempi, duro il testo, hard la musica. Ai poveri onesti, ai disgraziati che ancora credono nella giustizia, non resta che portare la propria croce, come dico in “Trikiova”, ognuno col fardello individuale senza più una coscienza generale. 

Nella tua carriera ti sei dedicato a scrivere brani per altri artisti e alla musica per il teatro. Ci racconti queste tue esperienze? 
Scrivere per altri è una cosa che mi piace moltissimo, e richiede un grande impegno, perché quando devi mettere in bocca delle parole ad un interprete devi conoscerlo bene, lo devi studiare, perché quello che dovrà cantare dovrà essere credibile. Mi piace scrivere i testi perché è il mio modo di raccontare la vita, se non avessi fatto il cantante sicuramente in un altra vita avrei fatto il giornalista, perché ogni avvenimento esperienza che mi tocca da vicino diventa spunto per raccontare una storia. Con il teatro ho potuto dare libero sfogo alla mia fantasia. Fondere un testo teatrale con le note è per un musicista un grande banco di prova, io ho avuto la fortuna di lavorare con registi ed attori che mi hanno dato la possibilità di esprimermi al meglio e di questo sono riconoscente. 

Concludendo come si svolgerà il tour in cui promuoverai “Pazzu”? 
15 dicembre ho suonato a Caltagirone insieme a Debora Jurato , Andrea Nardinocchi e Mario incudine e Joe Caccamo per un una serata benefica per raccogliere fondi in favore dei bambini e degli adolescenti disagiati. E’ stato un grande concerto con una orchestra di 20 elementi diretta da Massimo Zanotti, figlio di Fio e bravo quanto il padre. Il tour proseguirà in Sicilia per tutto dicembre per poi risalire lo stivale a partire dai primi di febbraio, con le date di Napoli, Roma, Bologna, e Milano.



Giancarlo Guerrieri – Pazzu (Artist First, 2014) 
Selezionato fra i trenta migliori album in dialetto nell’ultima edizione del Premio Tenco, “Pazzu” di Giancarlo Guerrieri, raccoglie undici brani tra composizioni originali e riletture, che nel loro insieme racchiudono in modo molto efficace l’ampio caleidoscopio ispirativo e stilistico del cantautore siciliano. Rispetto al disco precedente “Caminante” del 2011, questo nuovo lavoro mette in luce come Guerrieri abbia raggiunto la sua piena maturità artistica, non solo dal punto di vista della scrittura dei brani, ma anche nel sapersi destreggiare tra suoni e stili differenti, dando vita ad un originale approccio world-rock, in cui si mescolano echi di progressive ed elementi di musica tradizionale siciliana. In questi anni, passo dopo passo, canzone dopo canzone, il cantautore siciliano ha valorizzato a pieno tutte le potenzialità del suo talento, facendo emergere una sorprendente capacità di osare, ben lungi da ogni clichè e moda. Se dal punto di vista tematico il disco ruota intorno al lato oscuro della pazzia, quello che porta l’uomo a distruggere la terra che abita, e a macchiarsi di delitti e nefandezze, da quello musicale la pazzia è intesa come il desiderio di spostare più avanti il confine della ricerca sonora. In questo senso fondamentale è stato il contributo di Mario Saroglia che ha arrangiato e co-prodotto il disco, ma anche quello di due amici come Mario Incudine e Kaballà, i quali hanno firmato alcune canzoni. Ad aprire il disco è “La musica è puntenti”, in cui spiccano l’eccellente arrangiamento world-rock con l’intreccio tra i fiati di Antonio Putzu (friscaletti, flauti e duduk) e la chitarra elettrica di Placido Salamone, e il testo caratterizzato dall’intreccio tra il dhivei, idioma delle Maldive dove Guerrieri ha vissuto in passato, e il siciliano. Si prosegue prima con la pianistica “L’uomo è pazzo” che ci riporta nei sentieri del cantautorato, e poi con quel gioiellino che è la versione in siciliano di “Agata” dal repertorio di Nino Ferrer che si lascia apprezzare per la sua ritmica trascinante. Se alla tradizione siciliana rimanda “Carizzi e petri”, la seguente “Super Otto” è una riflessione profonda sul passato in cui tra ricordi, speranze e sogni di un adolescente, emerge una fotografia cruda dell’Italia che dagl’anni Settanta ed Ottanta non è mai cambiata. L’intesa “Tri kiova” è una dedica a cuore aperto alla Sicilia, terra bellissima, ma segnata dal destino crudele che la vede usurpata dalle mafie e dalla cattiva coscienza di accettare con rassegnazione la condizione di disagio in cui vive. Le sonorità elettoacustiche della ballata “L’Unica Virità” ci conducono prima al travolgente rock di “Kavallereska”, e poi al brano più intenso e poetico di tutto l’album “Zorhat Haria”, firmata da Mario Incudine e cantata in duetto con quest’ultimo. Completano il disco una reprise di “Agata”, la pianistica “Jaddu” versione pianistica in siciliano di “Taglia La Testa Al Gallo” di Ivan Graziani, e la versione in dialetto di “L’Uomo è Pazzo”. “Pazzu” è dunque un disco profondo, intenso, ricco di belle intuizioni musicali, e siamo certi che rappresenterà un importante riferimento per la carriera di Giancarlo Guerrieri. 



Salvatore Esposito

Andrea Pisu/Vanni Masala – Fantafolk (Autoprodotto, 2014)

Uno stereotipo fastidioso complementare all’aggressivo consumo estivo dell’isola è quello di una Sardegna luogo di conservazione e di arretratezza, di esotico vicino a un’ora di volo o a portata di traghetto. Trasferito, poi, sul piano musicale il cliché è ancora più irritante e contraddittorio, laddove la pratica di suoni tradizionali è più spesso espressione e costruzione di appartenenza locale, di comunicazione viva, di manifestazione e rappresentazione dell’esserci nel mondo, di fronte agli altri, sia all’interno della Sardegna sia al di fuori. In realtà, nei secoli le musiche locali si sono sempre incrociate con forme e stili venuti da altrove e approdate nell’isola, producendo quello che in molti casi oggi chiamiamo “tradizione”. È noto come la scena sarda contemporanea sia vivacissima: dall’isola provengono musicisti tra i più rappresentativi del panorama mediterraneo e non solo, come sanno bene i nostri lettori. Pertanto, non ci si sorprende incontrare due musicisti del calibro di Andrea Pisu e Vanni Masala, partiti dal progetto Sonadores, che hanno esordito con “Sonadores in Ramadura” (2008), per poi produrre nel 2011 “Freellu”, album dal forte impatto sonoro, il cui titolo emblematico è l’unione della parola sarda dillu e dell’inglese free, a significare l’unione di linguaggio tradizionale e libertà espressiva. Ma di chi stiamo parlando, è presto detto. Andrea Pisu, già affermatissimo suonatore di launeddas di Villaputzu, iniziato allo strumento dall’immenso maestro Aurelio Porcu, di cui è stato allievo, fin dalla pre-adolescenza ha iniziato a esibirsi in pubblico con le launeddas. Tra i suoi numi tutelari ci sono gli storici suonatori Efisio Melis e Antonio Lara. Con all’attivo i dischi solisti “Pass’e tresi” e ”Oltre il confine”, in cui intrepreta suonate antiche e temi più innovativi, Pisu rappresenta il presente più avanzato dello strumento tricalamo, abile con tutti tipi di launeddas (punto d’organo, fiorassio, mediana, fiuda), ma anche sperimentatore delle ”elettroneddas”. In un certo senso anche l’oristanese Giovannantonio “Vanni“ Masala è nato con lo strumento in mano: organettista da sempre seguendo le orme del padre Paolo, ma soprattutto di suo nonno Tonino. Oltre ad essere un apprezzato strumentista accompagnatore dei balli isolani, Vanni è un altro sperimentatore dal fraseggio molto personale e variegato. Siamo dunque di fronte a giovani ma virtuosi musicisti, che padroneggiano pienamente i codici e le prassi esecutive della musica sarda, ma sono animati da grande curiosità, attingono anche a patrimoni musicali provenienti da altre parti del mondo: non per moda world ma per gusto estetico, per passione, per frequentazione di dischi, artisti e festival internazionali, per apertura mentale. Da qui il titolo del disco “Fantafolk”, nel quale si trovano a suonare accanto a Paolo Masala (scacciapensieri), Alessandro Melis (chiatarre), Riccardo Pittau (tromba), Fenisia Erdas (violino), Daniele Cuccu (bouzouki e mandola), Paolo Spada (basso), Davide Guiso (pianoforte). Oltre all’organetto, Vanni suona anche percussioni e clarinetto, mentre Andrea imbraccia whistle e sax. Sin dal passo gitano e dal groove dell’iniziale “Gipsy” si ha la consapevolezza dei guizzi compositivi, della capacità di spingersi oltre del duo. “Torrau” ci riporta pienamente in Sardegna, ma ecco subito denotarsi il dialogo tra i due strumenti elettivi, organetto e launeddas, che si affrontano e si confrontano a viso aperto. Qui, come altrove nel disco, Andrea e Vanni sono impegnati in una ricerca che è melodica, armonica e ritmica. Sulle nodas tradizionali sono innestate frasi e variazioni che si discostano dalla tradizione, attraverso l’uso di intervalli e scale non tradizionali, cambi di tonalità, che consentono allo strumento alimentato dalla respirazione circolare di condividere agevolmente la strada con i mantici. Anche l’organetto si muove con libertà di misura, giocando su contrattempi, sincopi e altro ancora. Se “Balcanico”, dal titolo programmatico, ha una bella tromba in primo piano, procedono su riflessivi tempi medio-lenti “Arundo Minor” e “Adelasia”, dove i musicisti si producono in un suono assolutamente attuale e fluente: una compiutezza che è tutto piacere di ascolto. Splendida la mobilità della bussola sonora della title-track, incalzante, invece, “Bacchanalia”, guidata dal whistle di Andrea. Si prosegue a pieno ritmo con la divertente “Wipe’s polka”, mentre “Freellu” è libertà totale di stare dentro e fuori la musica isolana. Attraverso la sobrietà danzante di “Prì” si raggiunge la pienezza conclusiva di “Heart 2”. Vitalità e consapevolezza contemporanea sarda. Per contatti: andrealauneddas@tiscali.it e giovanni.masala@gmail.com


Ciro De Rosa

Ablaye Cissoko & Volker Goetze - Djaliya (Kora and Ko/Ma Case/ L'Autre Distribution, 2014)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

“Djaliya” è un disco nuovo sotto molti aspetti, che nasce dalla felice convergenza tra il suonatore di kora e cantante senegalese Ablaye Cissoko e il trombettista tedesco - ma New York based - Volker Goetze. I quali - lo specifico perché è un dato non secondario, vista la qualità della musica che propongono - hanno già collaborato in passato, producendo un disco insieme nel 2008, intitolato “Sira” (inoltre Goetz ha prodotto un documentario dal titolo “Griot”, sulla storia e il ruolo di questi cantastorie in Africa occidentale). In queste pagine attraversiamo spesso l’Africa occidentale e le sue espressioni musicali più interessanti, che si esprimono attraverso le strutture, gli strumenti (la kora ne è il simbolo più diffuso) e i suoni più tradizionalizzati, quasi sempre con un occhio anti-retorico sulle possibilità di “ingrassarne” gli esiti con i linguaggi e le idee più sperimentali. Questa volta tocchiamo da vicino un’esempio interessante di come l’estensione transnazionale di questo linguaggio mischiato e proteso verso la cultura musicale europea e degli Stati Uniti possa produrre una grammatica sorprendente. E senza tirare in ballo tante questioni fuorché quelle musicali, del suono, dell’atmosfera, delle visioni di questi due ottimi musicisti. L’ascolto di “Djaliya” scorre veloce e liscio. Le tracce si susseguono con armonia e, oltre agli strumenti principali dei due autori, ne intervengono pochi altri. 
Anzi si aggiunge solo qualche percussione (leggera e musicale, con suoni spesso lontani, di contorno, di atmosfera, e legni battuti a mano) per sostenere un andamento generalmente caratterizzato da tempi lenti e cadenzati (come nel brano “Politiki”). Se la voce di Cissoko (e la sua lingua ovviamente) ci tirano i piedi nella polvere delle strade di Bamako, ascoltando con attenzione le sue melodie avviluppate intorno alla kora, ci accorgiamo che riflettono uno spettro più ampio di quello che siamo soliti ascoltare anche dai grandi e più famosi artisti di questa area dell’Africa. Uno spettro melodico a tratti bluesseggiante e che spesso ci viene proposto attraverso soluzioni raramente adottate nei dischi world più diffusi. È molto rappresentativo di questo approccio “Souma Manone”, il brano di apertura dell’album. Qui, oltre a proporre un riff di kora ritmato, marcato e cantabile (che prende forma dopo un prologo più veloce) - sul quale si trascinano in alternanza alla voce le melodie morbide della tromba di Goetze - la voce di Cissoko è incalzata e ispessita da una seconda voce più soffusa, che definisce uno spazio armonico nuovo e inaspettato. Un’impressione simile - di apparente disorientamento e stupore - si ha con “Nté Dionola”. 
È un brano più acido degli altri, suonato solo con tromba e kora, nel quale anche la voce assume un tono più strisciato e rauco. Qui però è soprattutto la tromba a definire il sound, tirandosi dietro un nugolo di note che la kora impasta dentro un ritmo e una melodia che solo a tratti si riallaccia, quasi all’unisono, al tema soffiato da Goetze. Prima dicevo di tralasciare, per quanto possibile, gli elementi di contesto. Non voglio contraddirmi in modo banale, ma credo sia necessario dire almeno che la sensazione più forte che si ha ascoltando questo disco può rimandare all’immagine (peraltro alquanto consolatoria) di due musicisti che, dai loro rispettivi ambiti di provenienza, si sporgono l’uno verso l’ambito dell’altro. Le loro storie e la storia delle loro collaborazioni sembra, d’altronde, corroborare proprio questa immagine. Entrambi suonano e lavorano molto sia in Europa, Stati Uniti che in Africa. E questo lavorio concreto anche sulle dinamiche di produzione dei sound internazionalizzati dalla tradizione musicale world, ha fornito a entrambi gli strumenti necessari a evitare la reificazione più scontata. 


Daniele Cestellini

Folkamiseria – Musici Mosaici (Rox Records, 2014)

I Folkamiseria sono una formazione con ben chiara in testa l’idea che i generi musicali si possono attraversare. E si possono interpretare con un certo grado di libertà. Oltre a questo hanno anche bene in mente alcune strutture – e alcuni processi organizzativi – delle musiche di ispirazione popolare di matrice nord-europea, che esprimono con una strumentazione abbastanza standardizzata e ormai popolare (violino, bouzuki, chitarre, basso, batteria, bodhran, cornamuse), arricchita con qualche elemento inaspettato (piffero delle quattro province, charango, ghironda) e da un piglio e un’energia molto piacevoli e coinvolgenti. “Musici Mosaici”, il loro nuovo album (ne hanno all’attivo due, ai quali si aggiungono alcune compilation), si inserisce in modo abbastanza netto in questa prospettiva. E ne diventa, anzi, una sorta di manifesto, caratterizzato da un’alternanza equilibrata tra gli elementi di un panorama sonoro riconoscibile e alcune soluzioni più elastiche che si posizionano un po’ fuori dal quadro, sia sul piano timbrico (“Sgaiusa”) che strutturale (“Ben viene Maggio”). Scorrendo la scaletta si scoprono dei brani che, a un primo ascolto, possono sembrare avulsi dal disco, ma che, a ben vedere, presentano alcuni elementi di coerenza con l’impianto generale (“Swinging Bagdad”). Anzi direi che la bellezza di questi brani si definisce da un lato attraverso la loro sospensione in uno spazio meno riconoscibile, mentre dall’altro attraverso il ricorso a quella strumentazione così determinante, ma che tradizionalmente contraddistingue ed è utilizzata in un genere ben preciso (i riferimenti della band sono evidentemente i repertori irlandesi, ma anche – come ci dicono loro stessi – quello kletzmer, francese e piemontese). “Dormi piccina” è un buon esempio di questa biunivocità. Si tratta di un brano che ci trascina fuori dal celtismo per spingerci in un ambito più tradizionalmente cantautorale, nel quale si avverte l’eco di una tradizione narrativa che attraversa l’Europa e interessa le aree più settentrionali del nostro paese. Ciò che fa la differenza dentro la struttura di una canzone come questa – caratterizzata da un tema molto melodico, introdotto da un arpeggio discendente di chitarra, al quale si impastano alcune variazioni di fisarmonica, e da un incedere abbastanza classico – è l’arrangiamento. E quindi l’utilizzo originale di una strumentazione “di genere”, che sostituisce strumenti più classici e trasversali (pianoforte, ad esempio, oppure un violoncello) nell’interpretazione di una ballata speranzosa e malinconica. Soluzioni simili – i cui esiti contribuiscono a differenziare la produzione della band – si possono riscontrare in brani come “Pirati del Po”, “Lil butterfly reel” e “Au crépuscule del l’été”. 


Daniele Cestellini

Duo Bottasso, Maison Musique, Rivoli (To), 13 Dicembre 2014

Sono passati alcuni anni da quando Franco Lucà, anima dello storico Folk Club di Torino intuì il talento e il potenziale di Simone e Nicolò Bottasso, seguendone passo dopo passo la loro crescita, fino alla sua prematura scomparsa. Chi ha raccolto la sua importante eredità ha voluto fortemente che il duo piemontese presentasse il suo primo album “Crescendo” , alla Maison Musique di Torino, e così lo scorso 13 dicembre, ha preso vita una eccezionale serata fatta non solo di grande musica, ma caratterizzata anche una lunga coda finale a base di bal folk proseguito fino a notte fonda. A dare il via al concerto, mentre le luci in sala sono ancora spente, è una sorprendente introduzione in chiave elettronica in cui Simone all’organetto e Nicolò al violino improvvisano su suoni evocanti il battito cardiaco, il tutto con l’ausilio di una loop statin, delay, distorsori con pedali analogici e computer. Le luci si accendono mentre parte l’intensa “Diatofonia n. 7” nella quale brilla lo straordinario interplay tra l’organetto di Simone e il violino di Nicolò, seguita dal travolgente crescendo di “Bourrée”, e da un sentito omaggio ad Andrea Parodi con “Ruzaju”, brano che, sebbene non presente in “Crescendo”, ha consentito al Duo Bottasso di collaborare con Elena Ledda e Mauro Palmas insieme a Folkestra e Folkoro, e che è stata arrangiata per il duo per la recente partecipazione al premio Parodi, lo scorso ottobre. 
A seguire sale sul palco proprio Elena Ledda, e insieme a lei il Duo Bottasso propone una straordinaria versione di “Reina”, che come ha spiegato lo stesso Simone Bottasso è un contraffactum, ovvero la riscrittura di un nuovo testo, ad opera di Gabriella Ledda, sulla melodia di “Chansoun d'Espouses”, un brano tradizionale della Valle Varaita. Irrompe poi il jazz dell’applauditissima “Monkerrina”, brano ispirato ad un immaginario incontro nel porto di Genova tra alcuni musicisti jazz, sbarcati da un transatlantico, e i suonatori di piffero e fisarmonica delle Quattro Province.  Ciò che colpisce di questo brano è la sua struttura in cui spiccano citazioni di assoli e pattern del jazz sulla melodia tipica della monferrina. Sul palco della Maison Musique sale poi secondo ospite della serata, Riccardo Tesi, il quale sebbene non abbia partecipato alle registrazioni di “Crescendo” ha rappresentato un punto di riferimento importante per il duo con idee, puntualissimi consigli ed suggerimenti per la loro prima produzione discografica. L’organetto di Simone Bottasso e quello di Riccardo Tesi si lanciano così in una gustosa versione di “Sestrina”, brano delle Quattro Province tratto dallo splendido “Veranda”. 
Eccellente l’assolo di organetto di Simone, così come impeccabile è stato l’apporto di Nicolò al filicorno. Un divertente racconto di Simone su una sconosciuta comunità di occitani in Brasile che ancora ballano la courenta e il balet durante il Carnevale, introduce il medley tra “Receita De Samba e Scottish Sfasà”, in cui brilla l’apporto di Gilson Silveira alle percussioni e Luca Curcio al contrabbasso, e che evidenzia come sia molto amplia la visione musicale del Duo, in grado di dialogare e mettere in contatto tradizioni musicali e stili differenti. Altro momento di grande intensità è stata, senza dubbio, la superba esecuzione di “Magicicada”, arrangiata per l’occasione da Simone per quartetto d’archi, con protagonisti il violino di Nicolò, accompagnato da alcuni musicisti del famoso "Quartetto di Torino", ovvero Manuel Zigante, Umberto Fantini e Maurizio Redegoso. Ad impreziosire ulteriormente il brano è un bellissimo assolo di contrabbasso, così come le fasce sfregate di violino, viola e violoncello che evocano il suono delle cicale. Il finale è in grande stile con “Crescendo” dedicata dal Duo Bottasso ai genitori, ed in particolare al papà nel giorno del suo compleanno, e caratterizzata dalla partecipazione di Vincent Boniface, Claudio Carboni, Christian Thoma, Gilson Silveira, Luca Curcio, oltre agli archi, e alle percussioni.
 L’esecuzione è densa di suggestione con il pizzicato del quartetto che rimanda alle lancette dell’orologio, e gli assoli di Christian Thoma al corno inglese e Vincent Boniface al clarinetto. Sceso dal palco il Duo Bottasso, la scena è tutta per il bal folk di Pitularita ovvero i fratelli Boniface, ed Estremia con Vincent Boniface e Marta Caldara, ma quando è ormai tarda notte, sale di nuovo sul palco il Duo Bottasso per i due bis ovvero “Cosa Faresti Se Non Avessi Paura” e Rose Of Raby”, entrambe estratte da “Crescendo” e seguite da una fantastica jam finale, che ha chiuso questa eccezionale serata quasi all’alba! 


Carlo Bernardi

Foto di Dario Dusio (www.dusio.net)
Video di Dewrec