BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

BF-CHOICE: Francesco Benozzo, Fabio Bonvicini, Fratelli Mancuso – Un requiem laico

Canto e musiche seguono la via dell’accostamento di esperienze diverse: quattro strumentisti e cantori, il mondo appenninico e quello del canto mediterraneo dell’isola di Sicilia testimoniano con questo concerto-disco un incontra lungo trame della memoria in un luogo simbolo dell’Italia...

BF-CHOICE 2016: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Fratelli della Costa

Il compositore e trickster napoletano, abile nel mettere in moto imprevedibili cambiamenti nelle sue storie musicali, Daniele Sepe è diventato Capitan Capitone, bucaniere che si aggira al largo di Procida, sfoderando il suo sax insieme ad una ciurma di alcuni tra i giovani migliori della scena napoletana...

giovedì 27 novembre 2014

Numero 179 del 27 Novembre 2014

Ci piace aprire questo numero di fine novembre con un gruppo il cui nome evoca movimento e spirito libero, un po’ come l’e-magazine che state leggendo: parliamo dei piemontesi Aria. Abbiamo incontrato Piergiorgio Graglia, voce e chitarra del duo, per farci raccontare del loro secondo disco, “Stormi”, che svela un lato nuovo del bal folk, lambendo la canzone d’autore. Di corsa verso Napoli, per fare la conoscenza di “E Nulla Cambierà” degli irriverenti Posteggiatori Tristi, e siamo già pronti ad immergerci nel nu-trad polacco di Karolina Cicha & Spółka (“Wieloma Językami // 9 Languages”), nell'unicità caraibica  di “Landini”, nuovo lavoro di Aurelio, troubadour e voce consapevole del popolo garifuna, a cui va il Consigliato Blogfoolk della settimana, e  nella vitalità di “Diario Nomade. Tracce Italiane” della Nomadic Orchestra Of The World. Dalla nostra biblioteca, abbiamo prelevato l’appassionata autobiografia di Gualtiero Bertelli, intitolata “Venezia e una fisarmonica”. Lo spazio live raccoglie le impressioni sullo splendido concerto di Peter Gabriel a Bologna, che ha celebrato i venticinque anni dall’uscita di “So”. A completare lo sguardo a tutto tondo di Blogfoolk # 179,  di scena le sonorità jazz-mediterranee di “Suspirando” dei salernitani CafèAria e il Taglio Basso in versione folk-rock con “Libere Correnti Dorsali” de Lassociazione.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


VIAGGIO IN ITALIA
WORLD MUSIC
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I LUOGHI DELLA MUSICA
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L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Aria – Stormi (Autoprodotto, 2014)

Gli Aria sono un duo composto da Piergiorgio Graglia (chitarra e voce) e Michela Manera (organetto), due musicisti con alle spalle una solida esperienza maturata in ambiti artistici differenti, ma accomunati dal desiderio di rileggere la tradizione musicale piemontese, proponendo brani originali ad essa ispirati. Dopo aver dato alle stampe l’ottimo disco di debutto “Valzurka”, ad appena un anno di distanza, li ritroviamo con il loro secondo lavoro “Stormi”, nel quale per la prima volta si misurano con brani composti e cantati in italiano, oltre ai loro classici strumentali. Abbiamo intervistato Piergiorgio Graglia per ripercorrere con lui le tappe essenziali della vicenda artistica del duo, soffermandoci sulla loro cifra stilistica e compositiva, senza tralasciare il loro rapporto con il palco. 

Partiamo da lontano, cosa vi ha spinto a dare vita agli Aria? 
Gli Aria nascono dalla voglia di far musica, di far ballare le persone, di raccontare delle cose, e di divertirsi facendo tutto ciò. 

Qual è il vostro background musicale ed artistico? 
Michela ha militato in diversi gruppi di musica tradizionale mentre io, avendo parecchi anni in più di lei, ho maturato esperienze in vari campi musicali, spaziando dalla musica classica al jazz, per arrivare ad appassionarmi di musica folk circa vent’anni fa. 

Com'è nata la vostra passione per la musica tradizionale? 
Suonare la nostra musica tradizionale è un incontro profondo con noi stessi, con quello che siamo, con le nostre radici. Pensiamo che sia da questo che è nata la nostra passione per questo tipo di musica. 

Qual è stato il vostro percorso di ricerca? 
Siamo partiti dalle danze tradizionali delle nostre terre per poi ampliare il discorso a quelle di altre culture. Da ultimo abbiamo cercato di sviluppare un nostro linguaggio musicale, rimanendo all'interno del contesto di musica da ballo tradizionale. 

Quali sono i vostri riferimenti a livello stilistico? 
I riferimenti sono quelli della musica tradizionale della nostra terra, ma anche della musica classica del periodo barocco e della ambient music. Per le liriche dei brani cerchiamo di indirizzarci verso quelle modalità espressive proprie della poesia Haiku, che coglie i momenti poetici della quotidianità attraverso parole sobrie ed essenziali. 

Come nascono i vostri brani? Quali sono le ispirazioni? 
Le canzoni nascono nelle maniere più disparate. A volte le note dei brani arrivano come gocce di pioggia dal cielo, ed a noi non resta che raccoglierle. Altre volte si cerca di comunicare un’emozione provata, ma se le gocce piovute sono poche, bisogna lavorarci su. E’ un lavoro bellissimo in cui ogni piccolo dettaglio è importante. Ci sentiamo come dei piccoli artigiani che cercano di trasmettere in musica quello che ci è stato dato di sentire fabbricando canzoni come se fossero dei cofanetti di legno. 

Avete da poco dato alle stampe il vostro nuovo album "Stormi", come nasce questo nuovo lavoro? 
Avevamo in mente di scrivere dei brani che descrivessero l'atmosfera e le emozioni della fase iniziale dell'innamoramento. Da questa idea sono nati quelli cantati come “L'appuntamento”, “Margheritina”, “Primavera”, e poi gli altri strumentali a completamento dell'opera. 

Come descrivereste il vostro nuovo album? 
È un album intimo, delicato e discreto. E' come un piccolo libro che racconta di emozioni recondite, ma è anche un disco da ballare. Ci piaceva esaltare questa ambivalenza. 

Quali sono i brani che sentite di consigliare per un ascolto più attento? 
Noi siamo affezionati in maniera differente, ma in ugual misura, ad ogni nostro brano. Nessuno è stato inserito nel disco per fungere da riempitivo, perché in tutti c’è la stessa passione e lo stesso amore. In questo senso è logico che qualcuno sia riuscito meglio di altri, per cui, non diciamo nulla, lasciamo questa scelta a chi ascolta il disco. 

Cosa differenzia questo nuovo album dal precedente "Valzurka"? Come si è evoluto il vostro sound? 
Due sono le differenze principali. La prima è che per questo nuovo disco abbiamo pensato di scrivere i testi in lingua italiana, per dar modo ad una schiera più ampia di ascoltatori di capirli. La seconda è che lo abbiamo registrato cercando di dargli un colore molto acustico e trasparente, con pochissime sovraincisioni, solo quelle strettamente necessarie. 

Come proporrete "Stormi" dal vivo? Come saranno i vostri concerti? 
A noi piace pensare che una serata in nostra compagnia è una serata in compagnia della danza della musica e soprattutto dell’amicizia, i brani del nuovo disco si affiancheranno a quelli che già suoniamo per fare da colonna sonora a queste serate. 



Aria – Stormi (Autoprodotto, 2014) 
Quando lo scorso anno il duo Aria, composto da Piergiorgio Graglia (chitarra e voce) e Michela Manera (organetto), diede alle stampe “Valzurka” ci colpì molto la capacità di uscire dagli schemi classici del balfolk per approdare ad una scrittura originale, coniugando la passione per la tradizione coreutica e musicale occitana, con quella per la canzone d’autore. Forte di una intensa attività dal vivo, che li ha segnalati tra i protagonisti della scena musicale piemontese nell’ultimo anno, il duo Aria prosegue il percorso tracciato nel disco precedente con il loro secondo album “Stormi”. Inciso presso lo studio “Stanza Ribelle” di Boves (Cn), il disco raccoglie sette brani più una bonus track, che allargano il raggio della loro ricerca musicale, con il riuscito esperimento di alcune composizioni in italiano. Sin dal primo ascolto, ciò che emerge in modo più evidente è senza dubbio la maturazione sotto il profilo compositivo, in quanto le strutture musicali dei vari brani sono più ricercate, senza però perdere quella spontaneità e quella freschezza che aveva contraddistinto il loro primo disco. Dal punto di vista prettamente sonoro piace la scelta di arrangiamenti eleganti, quasi cameristici, uniti ad un approccio genuinamente artigianale nella scelta di incidere il tutto in presa diretta, limitando le sovraincisioni. Ad aprire il disco è la burrée in due tempi “Rugiada” che avvolge l’ascoltatore con la sua trama elegante, per condurlo allo splendido scottish impari della solare “L’Appuntamento”, brano dal testo semplice ma allo stesso tempo romantico. Il tema dell’amore che lega i vari brani come un filo rosso permea il volteggiare spensierato del valzer-polka della title track, ma anche la dolcissima “Margheritina”, un delizioso valzer in cinque tempi in cui spicca l’eccellente linea melodica tracciata dall’organetto di Michela Manera. Se il valzer in otto tempi “Bagliori” vibra nella sua poetica evocatività, “Primavera” è senza dubbio il brano più intenso del disco, non solo dal punto di vista compositivo ma anche per il suo eccellente arrangiamento. Chiudono il disco la gustosa mazurka “Mazurkella”, e la bonus track una versione in francese di “Margheritina”. Insomma se “Valzurka” era stata una bella sorpresa perché ci aveva fatto scoprire il duo Aria, “Stormi” è la conferma di come la scelta di imboccare la via difficile dell’originalità stia dando loro le soddisfazioni che meritano, e siamo certi che nel futuro seguiranno altre splendide sorprese.


Salvatore Esposito

Posteggiatori Tristi - E Nulla Cambierà (Mad Ent. & Soda Sciarappa/Goodfellas, 2014)

A partire dalla posteggia napoletana - un’espressione canora e musicale tradizionale e, allo tesso tempo, contemporanea, proposta in forme che variano in base agli esecutori (spesso trascinati da un’interpretazione folcloristica) nei luoghi (trattorie, pizzerie, ristoranti) e in occasioni speciali (matrimoni, serenate) in cui la gente si riunisce - i Posteggiatori Tristi ci indicano una prospettiva interessante. Sia sul piano della relazione con la tradizione, del contatto con i temi e le arie più popolari e diffuse, sia sul piano dell’interpretazione. E lo fanno raccogliendo tredici canzoni in “E nulla cambierà”, un primo disco dall’impianto originale, nel cui titolo evidentemente dissacrante troviamo già informazioni sul carattere, l’approccio e la “natura” di questa banda napoletana di recente formazione (ma che ha già collezionato una bella performance con Vinicio Capossela al Teatro Bellini di Napoli nel 2011, alla quale è seguita, nel 2013, la partecipazione al CalitriSponzFest). Dicevamo tradizione e interpretazione. Quest’ultimo tema ci interessa di più, anche se i Tristi sono “a molla” (passano dalla posteggia nei ristoranti al teatro, fino agli spettacoli più “tradizionalmente” musicali) e hanno ben presente il profilo delle forme popolari da cui traggono principalmente ispirazione. La “loro” tradizione, però, non viene esibita, né tantomeno spiegata, impartita. Si ascolta la loro musica, si guardano le loro performance, si guardano i loro movimenti, il modo in cui occupano gli spazi e in cui “fanno” lo spettacolo, e si percepisce un fascio di informazioni che arriva dalle loro spalle. Come se ci fosse un imbuto dietro di loro, dal quale filtrano i passi, i rumori, gli scatti, le idee, le percezioni di una tradizione vivacizzata proprio perché loro le voltano le spalle (“Na voce na chitarra o poco e luna”). Se la caricano dentro qualche borsa, sotto i vestiti e le posture, le smorfie e i cappelli, e fanno il loro spettacolo. Senza mandolino e pizza, insomma. “A molla”, dicevo prima, ci aiuta a comprendere anche un altro aspetto che denota l’opera del gruppo: i vari elementi che definiscono la matrice tradizionale di un repertorio da intrattenimento come quello della posteggia, si configurano come una specie di trampolino. Un elastico che lancia i Tristi in uno spazio rarefatto, poco (e meno male) riconoscibile e caratterizzato principalmente da una sorta di impostazione di strada, estemporanea (“A’ Sonnambula”). Un’impostazione che ce li riconsegna sporchi e irriverenti, e che dialoga con un’elaborazione musicale articolata, nella quale gli stessi strumenti utilizzati compongono una sonorità complessa (“Tiritera”, “Il Gatto”): clarinetto, contrabbasso, chitarra, fisarmonica, batteria. Lo sviluppo dei testi, inoltre (cantati e pieni di parole, raccontati, un po' in dialetto e un po' in italiano, in un’unica lunga storia narrata, dettagliata, descrittiva), si configura come l’elemento centrale, dal quale irradiano le figure, oltre ai suoni (“Piccolissima Serenata”). E forse rimane anche l’elemento più riconoscibile, riconducibile a una tradizione di musica teatrale, di musica comica (come ci dicono loro stessi, la strada che hanno trovato è quella “comico-clownesca”. La loro canzone napoletana è “riveduta” e soprattutto “scorretta”, come il titolo di uno dei loro spettacoli). Si può anche dire, in fin dei conti, che si tratta di “spettacolo”, di performance articolata, di produzione performativa, in cui si parla, si canta, si suona e si inscena. E in cui si poggia su una struttura che è stata evidentemente costruita dagli attori e dai musicisti, ma che rimane sostanzialmente morbida, elastica, agile, e si arricchisce nel processo di interazione con l’altro grande elemento della scena: il pubblico. 


Daniele Cestellini

Karolina Cicha & Spółka – “Wieloma Językami // 9 Languages” (Fonografika, 2014)

Porta in scena una Polonia culturalmente plurale e multilingue Karolina Cicha, compositrice, cantante, polistrumentista e attrice teatrale (formatasi al prestigioso teatro Gardzienice), originaria della Podlachia, nel nord-est del Paese. Le nove lingue a cui si deve il titolo sono quelle cantate da Karolina: polacco, bielorusso, lituano, ucraino, russo, tataro, rom, idiomi delle comunità che abitano questa terra di confluenze, ai quali si aggiungono yiddish ed esperanto. Prima del tragico secondo conflitto mondiale era presente una consistente comunità ebraica, mentre – sarà stata l’influenza della storica pluralità etnica della regione? – nella città di Białystok nacque Ludwik Lejzer Zamenhof, considerato il fondatore dell’esperanto (nella ghost track del disco Karolina reinterpreta in esperanto il salmo 23 della Bibbia, in una veste musicale tutta da scoprire …). Siamo di fronte ad un’altra significativa rappresentante della scena musicale nu-trad polacca che si dimostra sempre più vivace, eterogenea ed innovativa. Karolina è stata già insignita del “Gran Prix” e del premio del pubblico al festival Nowa Tradyizja, concorso organizzato dalla Radio Nazionale Polacca. “Wieloma Językami” nasce dalla collaborazione tra Cicha (voce, fisarmonica, tastiere, baglama, loop, campionamenti) e il brillante polistrumentista Bart Pałyga (morin khuur, mandolino, fujarka, canto armonico, scacciapensieri, duduk, percussioni); lo strumentario della coppia si allarga coinvolgendo Mateusz Szemraj (ūd, dotar, cimbalom), Martha Sołek (gadulka, violino tradizionale di Płock), Piotr Jantec (tuba). Con spirito aperto, la cantante abbraccia stili vocali tradizionali come il cosiddetto “canto bianco” dell’area polacca orientale, caratterizzato da un’emissione acuta a gola aperta, il falsetto di estrazione classica e i modelli canori di matrice blues e rock. Il duo mette in campo un ampio campionario di influssi strumentali e timbrici. Per farvene un’idea, ascoltate l’iniziale canzone lituana “Pas Mocinieli” e la successiva “Za Rieczkaju”, che è un potente fusione di acustico ed elettronico. Difficile restare indifferenti. Seguitando, eccoci alle trame acustiche di corde percosse, sfregate e pizzicate, fisarmonica e percussioni che si intrecciano nella ballata d’amore ucraina “Oj u poli”. Invece, “Luba” e “Sul Sulay” ci trasportano, rispettivamente, nel mondo musicale rom ed in quello tartaro. Ha un colore particolare “Białystok majn hejm”, un lamento in yiddish del poeta Mordechaj Gebirtig, scritto nel 1939, subito dopo la conquista nazista della città. Evocativa con l’insieme di canto accorato, fisarmonica, duduk e violoncello elettrico l’altro canto yiddish, “Ałe”, su musica scritta da Karolina. Ancora passaggi lirici nella canzone russa “Koń”, cui segue un bel medley di melodie tradizionali della regione di Kurpie. Il timbro inconfondibile del cordofono mongolo moorin khuur e il canto armonico di Pałyga, che accompagna i vocalizzi di Cicha, richiamano ancora le steppe da cui arrivarono i cavalieri tatari al servizio dei re polacchi; una comunità di origine turcica ancora presente, seppure in numero esiguo, soprattutto nelle due località di Kruszyniany e Bohoniki, celebri per le belle e singolari moschee lignee e per gli antichi cimiteri. La conclusiva, lunga e incalzante “O Grzebaniu Umarłich”, musicata dalla cantante su liriche del tardo Settecento scritte da Franciszka Karpiński, e impreziosita da tocchi di ūd, ci riporta nella Podlachia di lingua polacca. Artista da conoscere, assolutamente! 


Ciro De Rosa

Aurelio – Lándini (Real World, 2014)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

Torna a casa l’honduregno Aurelio Martinez (chitarre acustiche, percussioni e limpida voce), con un album che dichiara fin dal titolo l’omaggio alla propria comunità garifuna (oggi presente in Honduras, Nicaragua, Guatemala e Belize). Difatti, ”lándini”, adattamento linguistico locale dell’inglese “landing”, è un’allusione allo sbarco sulle coste dell’America Centrale dei garifuna. Parliamo di discendenti di africani, strappati alle loro terre dalle navi negriere e trasportati nei Caraibi, che avevano raggiunto l’isola di St. Vincent dopo un naufragio nel diciassettesimo secolo – così narra la storia orale garifuna – mischiandosi alle popolazioni amerindie e integrandosi nella società coloniale francese, per poi essere espulsi dall’isola, vittime della macchina economico-militare britannica. Con la prematura scomparsa del suo fraterno amico Andy Palacio, Aurelio ha preso il testimone di voce dei garifuna, un popolo che non vuole scomparire, divenendo deputato della sua comunità al parlamento honduregno. Soprattutto, è divenuto alfiere di una musica che assume aggraziati tratti acustici, umori melanconici che possono ricordare l’universo capoverdiano, caldi ritmi caraibici e latini con virate verso rock leggero e verso il sound urbano dell’Africa occidentale. In più, c’è il valore aggiunto di un’avvincente storia di diaspora, appetibile a quell’Occidente incline a una lettura del mondo in una condizione post-coloniale. 
Così dopo la collaborazione con Youssou N’Dour e la storica Orchestra Baobab nel precedente “Laru Beya”, album che simbolicamente rinsaldava l’atavico legame con l’Africa, e che gli ha portato notorietà nel circuito world orfano di Palacio, per il terzo disco, dall’attivissima etichetta discografica belizeana Stonetree (il produttore del disco è comunque Ivan Duran è il fondatore e direttore della label del Caribe) Aurelio è approdato alla corte britannica della Real World. Imperniato sulla tradizione paranda e punta, con temi tradizionali appresi o scritti direttamente da sua madre Teofila Maria Martinez Suazo (che riceve i giusti credits nel disco), “Landini” è una delizia dall’inizio alla fine, con pochissime battute a vuoto: una conferma del valore dell’aedo di Plaplaya, qui accompagnato da un affiatato combo elettro-acustico. Ci si lascia prendere subito dalle movenze latine di “Sañanaru” e di “Nando”; si muove su tempi lenti e tocchi di languide chitarre, “Milaguru”, tragica storia del naufragio di un traghetto in Guatemala. Il ritmo incalza tanto nel tradizionale call & response“Nafagua” quanto nell’ironica “Nari Gulu”, entrambe arricchite da appetitosi solo di chitarra. 
L’atmosfera ritorna a farsi riflessiva nella title-track, ambientata nel più tipico luogo d’incontro della comunità di Plaplaya, il fiume del villaggio, dove attraccano le barche: è una canzone commento sulle difficoltà di guadagnarsi da vivere, con una bella combinazione di chitarre, elettrica ed acustica. Non manca il bersaglio neppure “Lirun Weyu”, firmata da Shelton Petillo, giovane autore garifuna del Belize, mentre “Durugubei Mani”è il segno della consapevolezza politica di Aurelio. Forti suggestioni anche in “Irawini”, che esprime l’intensità del legame tra il musicista e sua madre Maria, autrice del brano: lei ascolta da lontano il suono della chitarra del figlio, mentre attende con trepidazione il suo ritorno a casa. Sprigiona chitarre africane il trittico finale, di cui “Funa Tugudirugu” mette in guardia le ragazze, invitandole ad evitare gravidanze in giovane età, “Nitu” discetta di rapporti familiari. Infine, di pene d’amore parla“Chichanbara”, in cui la radice di zenzero, efficace medicamento tradizionale, poco può per lenire le sofferenze derivanti dal rifiuto di una donna. Grazie al troubadour honduregno e agli altri artisti del Caribe, che si sono già affacciati o seguiranno la sua scia, quello dei Garifuna è un tesoro musicale che non andrà dissipato. 


Ciro De Rosa

N.O.W. Nomadic Orchestra Of The World – Diario Nomade Tracce Italiane (Materiali Sonori, 2014)

Raccontare le vicende che hanno caratterizzato la nascita del progetto Nomadic Orchestra Of The World significa toccare con mano non solo la passione per la musica, ma anche il desiderio di costruire un ponte tra l’Occidente e l’Oriente, abbattendo distanze e differenze, di lingue, culture e religioni. Complice un viaggio in India nel 2007 per raggiungere Laura De Nitto impegnata nella realizzazione di un documentario con il filmaker Meenakshi Vinay Rai, Andrea Camerini, frontman e fondatore di Nuove Tribù, entrò in contato con alcuni cantastorie della comunità dei Bhopa, e pian piano cominciò una frequentazione sempre più intensa, fatta di tanta musica senza bisogno di parole, che sfociò nella nascita della Nomadic Orchestra Of The World, progetto musicale che univa in un supergruppo la band romana, ed alcuni musicisti indiani. L’anno successivo grazie anche al supporto di Paolo Camerini e Roberto Berini, il progetto si rafforzò e dall’India prese il via una lunga serie di concerti, che nel 2009 raggiunse anche l’Italia, raccogliendo grandi successi, coronati dall’importante riconoscimento del premio Premio Suoni di Confine 2009 come miglior live per l’integrazione culturale. Per quell’esplosivo “jugalbandi” sonoro che mescolava la musica tradizionale delle comunità nomadi del Rajasthan e dell’Haryana con l’incrocio tra folk, rock, elettronica e world music di Nuove Tribù Zulu, mancava però ancora un tassello, ovvero un disco, che arrivò puntualmente nel 2012 con l’apprezzato “Banjara”, in cui erano raccolti tredici brani cantati in inglese ed Hindi frutto di quel sorprendente incontro musicale. A distanza di due anni, la Nomadic Orchestra Of The World ha dato alle stampe recentemente “Diario Nomade. Tracce Italiane”, disco che rappresenta il perfetto compendio per il loro primo album, compendiando sei brani reintepretati in italiano e quattro inediti provenienti dalle stesse session di “Banjara”. Rispetto al disco precedente ciò che colpisce è il modo armonico in cui si fondono i testi in italiano con quelli in Hindi, il tutto colorato dall’intreccio tra i suoni della tradizione indiana e quelli più moderni della band romana. Aperto dal serrato rock in chiave world di “Boom Boom Lehirei”, ispirata al canto devozionale a Lord Shiva della comunità Kalebelya, il disco spazia dalla solare e colorata “Damu Damu Di Din Dara”, alla splendida ballata “Zingara”, fino a toccare la poesia evocativa di “Jaipur Pushkar” e “Moriya Achho Bolyo Re”. L’improvvisazione “Dididididada” in cui è protagonista il been di Kesar Nath, ci conduce poi verso il finale con gli inediti “Verso l’India” per la quale è stato realizzato un bel videoclip girato tra Pondicherry e Mumbai, “Caravan”, e Quanto Amore, tre canzoni che rappresentano altrettante pagine di un diario di viaggio in musica che Nuove Tribù Zulù ha realizzato per raccontare la loro esperienza nel Rajastan. Raccontando dalla prospettiva italiana l’esperienza vissuta in India con i musicisti locali, “Diario Nomade. Tracce Italiane” è chiude così una fase importante della Nomadic Orchestra Of The World, ma siamo certi che nel prossimo futuro arriveranno altre importanti sorprese. 


Salvatore Esposito

Gualtiero Bertelli, Venezia e una fisarmonica. Storie di un cantastorie, Nuova Dimensione, 2014, pp.25, Euro 15,00

Compiuti settant’anni lo scorso febbraio, e prossimo a festeggiare dieci lustri di attività artistica, Gualtiero Bertelli ha recentemente dato alle stampe “Venezia e una fisarmonica. Storie di un cantastorie”, splendida autobiografia in cui ripercorre per intero la sua vita, soffermandosi non solo sulla musica e l’impegno politico, ma anche sulle tante esperienze umane che hanno caratterizzato il suo vissuto, e permeato il suo immaginario. La narrazione prende le mosse dal giorno della sua nascita in un freddo 16 febbraio del 1944, e pian piano Bertelli ci conduce per mano attraverso i ricordi dell’infanzia, il rapporto con la sua famiglia e i valori trasmessi dai genitori, il tutto mentre sullo sfondo c’è il fascino della sua Venezia, ed in particolare del natio Campomarte, sull’isola della Giudecca. C’è poi l’amore per la musica, e per la fisarmonica, che impara a suonare su suggerimento del padre che diceva sempre: «Impara ‘no strumento, che mal che vada un posto sul ponte dell’Accademia ti lo troverà sempre». Seguono poi gli anni Sessanta con l’esperienza del Canzoniere Popolare Veneto, e l’esame per la SIAE a Roma dove incontra Fabrizio de André, con cui nasce una splendida amicizia. Arrivano poi gli anni dell’impegno politico, ma anche di tante collaborazioni artistiche come quelle con Moni Ovadia, Dario Fo, Luigi Nono, Giuliano Scabia, Gianni Bosio, Roberto Leydi, Dario Fo, Giovanna Marini, Ivan Della Mea e Mario Isnenghi, con cui mette in scena “L’Odineide” nel 1972. Non manca un capitolo dedicato al suo brano più famoso, “Nina ti te ricordi”, che verrà incisa poi anche da Giovanna Marini, ma ciò che colpirà certamente il lettore sono i tanti aneddoti che caratterizzano lo scorrere delle pagine, come l’esperienza cinematografica con il regista Vittorio de Seta, che lo scritturò per interpretare un suo sceneggiato. Parallelamente emerge anche un lato poco noto della vita di Bertelli, ovvero la sua attività di maestro elementare, così come non trascurabile sono le sue esperienze di ricerca nell’ambito della tradizione popolare veneta e sui cantastorie. Sentendosi parte integrante di una tradizione, e forte di una formazione svincolata dal solo aspetto politico, Bertelli nel corso della sua attività artistica, è uscito dagli schemi della canzone di protesta, per diventare voce poetica di un popolo. Alle soglie del nuovo secolo, lo ritroviamo cantore dell’attualità, con le collaborazioni con Gian Antonio Stella, Edoardo Pittalis, Fabrizio Gatti e la Compagnia delle Acque, realizzando una serie di spettacoli che spaziano dalle tradizioni popolari all’immigrazione, passando per la Grande Guerra. La lettura di questa autobiografia è, dunque, appassionata e scorre senza artifici letterari, ma piuttosto sfruttando tutto il fascino del dialetto veneto, e non è un caso che lo stesso Bertelli affermi: «prima che in italiano, penso e parlo in veneziano». Mantenendo un tono leggero, spensierato, quasi da commedia goldoniana, il cantautore veneziano ha dato vita ad una raccolta di memorie private, raccontate a cuore aperto, con la stessa passione che anima i suoi dischi. 

Salvatore Esposito

Peter Gabriel, Unipol Arena, Bologna, 21 Novembre 2014

Il sold out dell’Unipol Arena di Bologna ha accolto la seconda tappa italiana del “Back To The Front Tour” di Peter Gabriel, partito due anni fa in Canada per celebrare il venticinquesimo anniversario della pubblicazione di “So”, disco tra i più apprezzati del found member dei Genesis. Quest’anno ricorre però anche un altro importante anniversario ovvero i venticinque anni dalla nascita di una delle creature più belle di Peter Gabriel, ovvero della Real World, e non a caso poco prima del concerto ad accoglierci nella venue emiliana le casse diffondono una selezione di brani dal cofanetto celebrativo dell’etichetta. A fare da preludio al concerto è l’esibizione delle cantanti e polistrumentiste svedesi Jennie Abrahamson e Linnea Olson, che debitamente presentate al pubblico da Peter Gabriel in persona, regalano al pubblico un pugno di brani autografi, da cui traspare tutto il loro talento compositivo e vocale. Poco dopo si riaccendono le luci, e torna sul palco l’ex Genesis che in un perfetto italiano anticipa al pubblico quello che sarà il programma del concerto: “Buonasera, questa sera abbiamo deciso di dividere lo spettacolo in tre parti, come un pasto. 
Il vostro antipasto sarà una sezione acustica, un po’ come se stessimo provando a luci accese. Poi passeremo al primo piatto, la parte elettrica e più elettronica. Se sopravvivrete a tutto questo, potrete gustare il vostro dessert, che sarà l’album completo e in sequenza di “So”. Iniziamo con qualcosa di nuovo, nato da una melodia di mio figlio Isacco. La suonerò insieme con alcuni vecchi amici”. Il primo a salire sul palco è Tony Levin al basso, accolto da un boato del pubblico, e insieme a lui Peter Gabriel propone la splendida “Daddy Long Legs”, ma poco dopo quando si aggiungono anche David Rhodes alla chitarra, David Sancious alle tastiere e il grande Manu Katché alla batteria, l’energia sale con una superba “Come Talk To Me”. Questa sorta di warm up a luci accese prosegue con una torrida “Shock The Monkey” guidata dal basso ipnotico di Levin, per chiudersi con una eccellente versione di “Family Snapshot”. Le luci si spengono ed il concerto entra nel vivo con una travolgente “Digging In The Dirt” caratterizzata dagli splendidi giochi di luci, e dalle coreografie create dai bracci meccanici che supportano i fari, elemento questo significativo per comprendere anche la poliedricità del genio dell’ex-Genis nel costruire ogni suo concerto. 
La bella resa di “Secret World” accompagnata dai movimenti in sincrono della band, ci conducono prima alla onirica “The Family And The Fishing Net”, con le immagini in primo piano di Peter Gabriel proiettate sui maxischermi, e poi alla intensa “No Self Control” in cui perfetti sono anche i passi di danza dell’ex Genesis. Applauditissima arriva poi “Solsbury Hill”, un brano che entusiasma sempre il pubblico per la sua freschezza e la sua poesia, ma ciò che colpisce di questa versione è l’approccio vocale di Gabriel, intenso, misurato, profondo al punto da risultare una delle migliori performance di tutto il concerto. Il ritmo si fa di nuovo sommesso con la solenne “Why Don’t You Show Yourself”, scritta quasi fosse la colonna sonora di un film messicano che racconta di religione, sesso e droga, come spiega al pubblico lo stesso Gabriel. Arriva poi il momento più atteso di tutto il concerto, ovvero l’esecuzione completa di “So” aperto da una strabordante versione di “Red Rain” con le luci rosse e il maxischermo che si colorano di rosso, e l’incredibile drumming di Manu Katché a supportare la trama melodica. 
Se con “Sledgehammer” Peter Gabriel e la band ripropongono la coreografia del tour del 1987, la successiva “Don’t Give Up”, eseguita in duetto con Jennie Abrahamson, è un’altra perla della serata per l’interpretazione pregevole di quest’ultima, che non avrà certo l’estensione vocale di Kate Bush, ma sfoggia un cantato misurato e molto personale. “That Voice Again” e “Mercy Street” aprono la strada al funky di “Big Time” in cui protagonisti assoluti sono la batteria di Katché, la chitarra di Rhodes e il basso di Levin. Sul finale arrivano ovviamente la suggestiva “We do what we’re told (Milgram’s 37)”, il moderno mantra di “This Is the Picture (Excellent Birds)” e una “In Your Eyes” da brividi che in un tripudio di luci conclude l’ultimo set. L’ultima sorpresa arriva nei bis finali quando durante “The Tower That Ate People” dall’alto cala un disco bianco che avvolge Gabriel fino a risucchiarlo in una spirale, ma gli applausi veri e la commozione è tutta per la sempre attualissima “Biko”, cantata in coro da tutto il pubblico fino alla fine. Per quanti vorranno le emozioni di questo concerto potranno essere rivissute comodamente seduti a casa, in quanto ogni tappa del “Back To The Front” Tour è stata registrata e sarà resa disponibile su doppio disco, in vendita online sul sito di Peter Gabriel. 


Salvatore Esposito

CafèAria – Suspirando (Autoprodotto, 2014)

Formata da Federico Milone (sax alto e soprano), Marco De Gennaro (piano), Giacomo Buffa (basso e contrabbasso) e Carlo Salentino (percussioni), i CafèAria sono una band jazz salernitana con alle spalle un solido bagaglio di esperienze maturate dal vivo, e una serie di successi raccolti in vari festiva jazz in Italia come all’estero. Il loro primo album “Suspirando” mescola stili ed atmosfere differenti dando vita ad un sound sinuoso ed intenso dai tratti mediterranei, che come scrivono nella presentazione coniuga l’urgenza tipica del caffè con la libertà dell’aria. Composto da nove brani originali, il disco si regge essenzialmente sull’interplay tra il sax di Milone e il piano di De Gennaro, supportato con vivacità dai colori ritmici del basso di Buffa e delle percussioni di Sorrentino, ma ciò che colpisce in modo particolare è l’originalità della scrittura, sempre ricca di interessanti spunti melodici corali da cui si dipanano spaccati solistici ed improvvisativi per nulla scontati. Aperto dalle atmosfere da giallo all’italiana di “Orientem”, nella quale si avvicendano il sax e il piano nel tracciare la linea melodica, il disco ci conduce prima verso le suggestioni di “Desiderio Segreto” in cui spicca un eccellente assolo di De Gennaro al pianoforte, e poi ancora alla romantica titletrack, della quale si apprezza l’eccellente costruzione sonora. Se la crepuscolare “Chromatic Path” ci regala il bel dialogo tra il piano e il sax, la successiva “Cafèaria” con i suoi sapori mediterranei ha i tratti del manifesto artistico del gruppo, evidenziano il legami con la loro terra, e le tante influenze che permeano la loro cifra stilistica. Con “Boat Trip” e “Septem Regna” ammiriamo i Cafèaria alle prese con le sonorità d’oltreoceano che rileggono in modo originale, dimostrando non solo di muoversi con agilità attraverso i mostri sacri della storia del jazz, ma di aver appreso benissimo la loro lezione, diventata negli anni qualcosa di più che una spinta propulsiva dal punto di vista creativo. Gli otto minuti della riflessiva “Calma” nascosta ci conducono verso il finale con “Free Nodes”, un brano romantico che sfocia in un finale scoppiettante con lo scat di Milone che sugella un disco senza dubbio pregevole, e che rappresenta un’ottima base di partenza per il percorso artistico dei Cafèaria, che ci auguriamo possa donargli tante belle soddisfazioni. 


Salvatore Esposito

Lassociazione - Libere Correnti Dorsali (Lindipendente/Self, 2014)

Guidata dal batterista Gigi Cavali Cocchi, Lassociazione è una superband folk-rock, attiva dal 2009 e composta da Giorgio Riccardo Galassi (voce e armonica), Marco Mattia Cilloni (voce chitarra acustica e autore di testi), Gianfranco Fornaciari (tastiere), Filippo Chieli (violino), Andrea Torresani (basso), Francesco Ottani (voce e chitarra), Massimo Guidetti (tromba) e Marcello Ghirri (banjo). Nel corso degli anni, il sottoscritto ha avuto modo di suonare con alcuni di loro, e ciò che posso dire è che si tratta di persone di grande caratura artistica, e prima ancora umana. Insieme a Gigi Cavalli Cocchi abbiamo condiviso la bella avventura dei Clandestino di Ligabue, formando una sezione ritmica ricca di groove, che ci ha regalato grandi soddisfazioni. Sebbene io fossi di Modena, e lui di Reggio Emilia, e quindi reggiano d.o.c., abbiamo avuto un rapporto artistico eccellente, nonostante a separarci ci fossero quei fatidici trenta chilometri in cui cambia tutto, a partire dai tortellini che diventano cappelletti. Nonostante le rivalità campanilistiche tra Modena che vanta l’aceto balsamico, il lambrusco Grasparossa e la Ferrari, e Reggio il Parmigiano, ho sempre avuto un ottimo rapporto con questa città dove, per altro, ho frequentato per cinque anni l’istituto tecnico per l’agricoltura, e questo mi ha dato la possibilità di costruire e cementare tanti rapporti musicali. Sempre all’epoca dei Clandestino risale la mia conoscenza con Gianfranco Fornaciari, tastierista e valido cantante, con cui ho continuato in seguito a collaborare, sempre al fianco di Ligabue. Ad accomunarci però non è solo il fatto di aver lavorato con un musicista, che rappresenta uno dei musicisti italiani più popolari degli ultimi vent’anni, ma anche un estrazione e un esperienza musicale simile, fatta di passione e tanti concerti. Nel corso della sua vicenda artistica, questo supergruppo che ama definirsi appenninico, ha già dato alle stampe due dischi, nei quali ho ritrovato intatto quello spirito che abbiamo condiviso per anni. A due anni di distanza dall’ottimo “A Strapiombo” li ritroviamo con “Libere Correnti Dorsali”, nel quale hanno raccolto dieci brani nuovi di zecca, cantati in dialetto emiliano e in italiano, che racchiudono riflessioni sull’amore e sul rispetto dell’ambiente, senza dimenticare uno sguardo alla realtà che ci circonda. Sono storie di uomini e di animali, di stagioni che si alternano, e di vita semplice ma sofferta, che toccano l’ascoltatore sin dal primo ascolto. Posizionati a metà strada tra folk-rock e canzone d’autore, i brani si reggono sulle strutture ritmiche dell’impeccabile Gigi Cavalli Cocchi, su cui si innesta la linea melodica tracciata dalle chitarre e dall’organo, le suggestioni rurali del banjo, e qualche bella sorpresa che arriva dalla tromba e dal filicorno. Durante l’ascolto colpiscono certamente i brani in italiano come “Ho Stima Delle Cose” e “L’Amore Come Si Dice”, ma è difficile non lasciarsi affascinare dalle incursioni nel dialetto con l’iniziale “I Mik (l’urijin dal mund)”, “Al Mat” e “Al Reml”, che rappresentano certamente i vertici del disco. Insomma, ascoltare un disco come questo, ridà speranza nella musica. E’ difficile, infatti, che nove musicisti si ritrovino a fare musica senza un disegno preciso, e senza passione, soprattutto oggi che è così difficile suonare dal vivo. Suonare in nove significa dimenticarsi di poter incassare, ma piuttosto provare ogni volta a far esplodere i fuochi d’artificio della passione sul palco. Sia Gigi che Gianfranco, come me, non sono mai riusciti a sfruttare nemmeno per una frazione di secondo il successo che hanno avuto i dischi alla cui realizzazione hanno contribuito, e questo è un peccato. Non ci resta che portare avanti la nostra passione suonando per il nostro pubblico, e cercando di fare rete tra i musicisti, scambiandosi riferimenti e contatti. Complimenti Lassociazione! Ci vediamo somewhere down the Via Emilia!


Antonio "Rigo" Righetti

mercoledì 19 novembre 2014

Numero 178 del 19 Novembre 2014

L’apertura di Blogfoolk #178 spetta alle esplorazioni sonore di Tiziana Portoghese e Francesco Palazzo, rispettivamente mezzosoprano e fisarmonicista, che ripercorrendo le orme di Luciano Berio, hanno dato vita a “Folksongs”. Con Palazzo andiamo alla scoperta del progetto discografico e delle ricerche musicali che lo hanno caratterizzato. Proseguiamo nell’attraversamento di territori sonori obliqui, con un’ampia pagina di musiche world. Partiamo dalla Gran Bretagna, da cui arrivano “Live” dei Sans, quartetto guidato da Andrew Cronshaw, tra i polistrumentisti della scena folk inglese più aperti alle esperienze musicali interculturali, e “The Red Book”, della rinnovata Penguin Cafè Orchestra, l’ensemble oggi nelle mani di Arthur, figlio del compianto fondatore Simon Jeffes: un album dai paesaggi sonori a cavallo tra folk e musica da camera. Il “Consigliato Blogfoolk” della settimana va al progetto Fofoulah, scaturito da quella officina creativa che è la Glitterbeat, ed incentrato sull’incontro tra le ritmiche del tamburo sabar e le sonorità urbane del dub. Il nostro viaggio in Italia profuma di Mediterraneo, visto che lo splendido “Amada” è il frutto della collaborazione tra il duo sardo Elva Lutza e il cantante nizzardo Renat Sette. Tappa anche nel prolifico Salento, per parlare di  “Pizzarraggiata” di Stella Grande & Anime Bianche. Sul versante jazz, vi raccontiamo “Insieme a Te” di Daniele Falasca. Con il volume “Taarab. Music in Zanzibar in the Twentieth Century” di Janet Topp Fargion, edito dall’editore Ashgate, ci immergiamo nel affascinante mondo sonoro dell’isola crocevia dell’Oceano Indiano. Infine, ci congediamo con un Taglio Basso di sapore roots, dedicato a “I’m a Troubadour” di Hal Ketchum. Segnaliamo, infine, la petizione “Loro cambiano il Senato... noi cambiamo i Se(uo)natori!” per proporre la nomina a Senatore a Vita di Giovanna Marini.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com

WORLD MUSIC
VIAGGIO IN ITALIA
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L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Tiziana Portoghese/Francesco Palazzo – Folksongs! (Digressione Music, 2014)

Ispirato dal punto di vista concettuale ad una celebre raccolta di Luciano Berio, il progetto “Folksongs!” è il coronamento di un intenso percorso di ricerca compiuto dal mezzosoprano Tiziana Portoghese e dal musicista Francesco Palazzo, le cui carriere si sono incrociate quindici anni fa, per trovare in fine un punto d’incontro nel connubio sorprendente tra voce e fisarmonica. Spaziando dalla Spagna al Brasile, dall’Italia alla Russia, fino a toccare la Persia e più lontano ancora la Corea, lentamente ha preso vita il disco che nel suo insieme compone un viaggio attraverso le radici della musica mondiale, una piccola enciclopedia di melodie e ritmi di paesi diversi. Ne abbiamo parlato con Francesco Palazzo, il quale ci ha raccontato la genesi e le ispirazioni del progetto, per soffermarsi sui brani principali, senza dimenticare quali saranno le prossime evoluzioni della sua collaborazione con Tiziana Portoghese. 

Tanto lei, quanto Tiziana Portoghese, provenite da percorsi musicali differenti. Come nasce la vostra collaborazione? 
Io e Tiziana abbiamo cominciato a collaborare circa 15 anni fa. Io avevo una significativa attività come solista, soprattutto in ambito contemporaneo. Tiziana aveva una intensa attività come solista in svariate formazioni cameristiche, con frequenti incursioni nella musica antica e nella liederistica, oltre che nell'opera. Il nostro repertorio inizialmente fu costituito principalmente da arie tratte dal repertorio antico, in cui io svolgevo il ruolo di accompagnatore alla stregua di un basso continuo. Abbiamo eseguito musiche di Hildegard von Bingen, Ciconia, Haendel, Vivaldi, J.S.Bach, Paisiello, e tanti altri autori coevi. 

Da dove è nata l’idea di realizzare il disco “Folksongs”, ispirato all’opera omonima di Luciano Berio? 
Il desiderio di trovare un'identità più precisa, più originale e credibile, ci ha spinto su diversi repertori, ma è stato poi quello delle folk songs a convincerci sempre più di aver trovato il nostro ambito privilegiato. In realtà l'operazione sulle folk songs non è stata solo di Berio, ma anche di Britten, Lorca, De Falla e tanti altri ancora, ed è stata non solo una grande operazione musicale, ma anche una grande occasione per esprimere la nostra arte ad un pubblico più vasto. E' stata la scelta definitiva per legittimare un binomio diversamente condannato al repertorio delle trascrizioni di arie d'opera e simili; qualcosa che difficilmente riesce a nobilitare un'operazione d'arte. Inoltre, da un lato la fisarmonica trova in questa collocazione una posizione privilegiata, essendo uno strumento ancora fortemente legato alle radici folcloriche in tutte le nazioni, e dall'altro la grande versatilità della voce di Tiziana coglie paesaggi emotivi tanto diversi senza cadere nella interpretazione unilateralmente "lirica" eppure nobilitando spesso semplici "canzonette". 

Come avete selezionato il materiale da reinterpretare? 
Abbiamo deciso di spaziare in tutte le latitudini e longitudini possibili, e non solo geograficamente parlando, scegliendo il materiale che ci è sembrato più congeniale e più realizzabile per il nostro duo. Siamo entrambi molto curiosi e decidere infine cosa mettere nel disco è stato difficile perché avevamo materiale almeno per altri tre dischi.

Come si è indirizzato il vostro lavoro in fase di arrangiamento dei brani? 
Abbiamo fatto soprattutto scelte espressive, dettate dalle suggestioni del testo e da intuizioni suggerite dalla materia prima stessa. Poi abbiamo cercato anche di impostare un lavoro organico ma basato sul principio della varietà, anche stilistica. 

Quali sono state le difficoltà che avete incontrato nella fase realizzativa del disco? 
Non abbiamo avuto particolari difficoltà a realizzare il disco. Una volta deciso il programma abbiamo presentato il progetto alla direzione artistica di Digressione Music che ha espresso un entusiastico consenso. Avevamo già all'attivo con Digressione due dischi, io un cd di musica contemporanea per fisarmonica sola e Tiziana aveva realizzato con Fiorella Sassanelli un disco in prima registrazione mondiale di melodie francesi dell'inizio del novecento di Raoul Pugno. Così siamo andati in studio di registrazione, ed eravamo talmente pronti e rodati sul campo dei numerosi concerti effettuati che abbiamo registrato tutte le tracce del cd in un giorno e mezzo. 

Quanto importante è stato alla realizzazione del disco, il supporto di Puglia Sound? 
È stato significativo, perché ci ha permesso una migliore realizzazione del progetto, soprattutto per l'aspetto mediatico, attraverso un video ufficiale del cd, realizzato sulla mia canzone "A Sunny day", girato durante un simpatico flash mob nel centro di Bari. 

Ad aprire il disco è “Canzonetta Spagnuola” di Gioacchino Rossini, come mai questa scelta? 
Una scelta strategica innanzitutto: una specie di testa d'ariete. Un brano semplice, ironico, immediato e famoso. Un biglietto da visita, insomma. 

Altra scelta non casuale è “El Vito”, un brano delle tradizione madrilena... 
Si, con questo brano in effetti si fa un vero affondo nella pura musica popolare, quindi ancora un tributo alla tradizione. 

Tra i brani più interessanti va segnalato anche “Tilim Bom” di Igor Stravinsky, in cui compare la voce della piccola Carlotta… 
Le tre filastrocche per bambini, su testi tradizionali russi, musicate da Igor Stravinsky tra il 1916 e il 1920, allargano significativamente il range espressivo e stilistico delle nostre compilation, trattandosi di vera e propria letteratura infantile. Qui come nel brano Rom Ederlezi, nel nostro viaggio ad un certo punto si apre una fessura sul mondo reale e rubiamo per strada le voci dei bambini che cantano a tratti a squarciagola, a tratti in maniera un pò nostalgica, quasi dei bambini "sperduti".. esprimendo la verità più intima dei brani. Questi brani ci sono particolarmente cari anche perché ci hanno permesso di inserire i piccoli gioielli della nostra vita: Carlotta e Adriano. 

Dalla tradizione italiana arriva la splendida e dolcissima “Fa La Nana”, una ninna nanna di Monghidoro... 
"Fa La Nana" è un brano meraviglioso, arrivato a noi tramite l'amico compositore Massimo de Lillo, autore tra l'altro del brano "El grito". All'inizio della nostra collaborazione De Lillo pensò di arrangiare questo brano di Giorgio Vacchi, scritto per coro, per il nostro Duo. Il pezzo ci è sembrato rappresentare ottimamente la tradizione popolare italiana, che ci seduce moltissimo.

Completano il disco i tre canti popolari arrangiati dal vostro duo, e la suite persiana e la suite albanese firmate da Nicola Girasole…. 
In realtà i "Tre canti popolari" sono elaborazioni nostre di "A la claire Fontaine" un tradizionale francese, "Ederlezi" del repertorio Gipsy e "Arirang", un tradizionale coreano. In questi tre arrangiamenti ciascuno di noi ha messo in campo le proprie migliori idee per realizzare degli arrangiamenti originali e funzionali. Nico Girasole, compositore eclettico e stravagante eppure capace di esprimere la semplicità in modo decisamente disarmante si è molto invaghito delle possibilità espressive del nostro duo ed è stato per entrambi un amore a prima vista. 

Come è stato accolto il disco dal pubblico e soprattutto come si indirizzerà il vostro lavoro nella prospettiva del palco? 
Il disco ha avuto e continua ad avere molto successo, il programma è talmente vario che riesce ad incontrare i gusti più diversi. Il pubblico mostra profondo coinvolgimento e grande entusiasmo. Durante le nostre esibizioni presentiamo di volta in volta una selezione diversa dal disco e sperimentiamo anche nuovi pezzi, nell'ottica di un prossimo ormai vicino seguito discografico. 

Da ultimo quali sono i vostri progetti futuri? Come si indirizzerà il vostro lavoro sulla scelta del repertorio? 
Stiamo appunto raccogliendo ed elaborando materiale e idee nuove. Abbiamo già delle anteprime che presentiamo in concerto. Le idee sono tante, soprattutto perché le strade possibili, dopo il primo disco sono diverse. Credo che daremo un taglio ancora più seducente al nostro secondo cd. Approfittiamo sempre dei nostri viaggi per raccogliere prezioso materiale e ultimamente, per esempio, siamo stati in Congo...ma non voglio fare troppe anticipazioni per non rovinare la sorpresa! 



Tiziana Portoghese/Francesco Palazzo – Folksongs! (Digressione Music, 2014) 
Era il 1964 quando Luciano Berio, realizzò la raccolta “Folk Songs”, che vedeva protagonista l’allora moglie e straordinaria partner artistica Kathy Barberian alle prese con una dozzina di canti popolari di nazioni diverse. Nonostante in seguito si fosse occupato più volte di arrangiare materiali tradizionali, si dovettero attendere altri vent’anni, perché arrivasse il secondo volume, questa volta dedicato però a soli viola ed orchestra. Seguendo il percorso tracciato da Berio, nonché le esperienze di Britten, Lorca, e De Falla, il mezzosoprano Tiziana Portoghese e il fisarmonicista Francesco Palazzo, hanno intrapreso un proprio percorso attraverso le tradizioni popolari di tutto il mondo, arrivando a mettere insieme un repertorio di grande pregio, che spazia da Rossini a Stravinsky, fino a toccare compositori contemporanei come Andrea Marena, Luigi Morleo, Massimo De Lillo, e Nicola Girasole. Prodotto con il sostegno di Puglia Sound, il disco raccoglie ventidue brani, suddivisi in quattro parti quasi fossero i lati di un doppio Lp, e nel loro insieme compongono un viaggio musicale di grande suggestione che attraversa in lungo ed in largo nazioni, tradizioni e continenti. Dal punto di vista prettamente musicale il disco si regge essenzialmente sull’elegante dialogo tra voce e fisarmonica, a cui si aggiungono alcune lievissime percussioni di contorno suonate dalla stessa Tiziana Portoghese (glockenspiel, bastone della pioggia, campana tibetana) e da Luigi Morleo (cajon, nacchere, crotali e darbuka), che contribuiscono a caratterizzare l’ambientazione sonora dei vari brani. Ad aprire il disco è la sorprendente versione di “Canzonetta Spagnuola” di Gioacchino Rossini, in cui la linea melodica tracciata dalla fisarmonica di Palazzo avvolge la splendida voce femminile della Portoghese, mentre la ritmica è contrappuntata dalle nacchere. La canzone popolare madrilena “El Vito” di Obradors, apre poi la strada alle intense e poetiche “Sueno Despierto”, “Cultivo Una Rosa Blanca”, e “Por La Tumba Del Cortijo”, tre liriche di José Marti, musicate da Andrea Marena, ed interpretate magistralmente dalla Portoghese, a cui segue la suggestiva “El Grito” di Pablo Neruda su musica di Massimo De Lillo. Di grande dolcezza è poi la parte dedicata ai bambini con la ninna nanna di Monghidoro (Bo), “Fa La Nana” impreziosita da un eccellente lavoro alla fisarmonica di Palazzo, le “Historie Pour Enfantes” “Tilim-bom”, “Gusi Liebiedi” e “Scripi Noga” di Stravinsky. Si giunge poi in Estremo Oriente con “Double Flame Of Love”, tratta dalle liriche di Oharida No Azumanro messe in musica da Luigi Morleo, per poi toccare la tradizione Yiddish con “Margaritkelech”, ma il cuore pulsante del disco è nelle superbe interpretazioni di “Estatis Florigero Tempore” dai “Carmina Burana” e i tre canti popolari “À La Claire Fontaine”, canzone francese del XVIII sec., il tradizionale coreano “Arirang” e la ben nota “Ederlezi”, che brilla di nuova luce nell’arrangiamento del duo. Di non minore intensità è anche la parte conclusiva del disco con la sinuosa “Romanò Bravalipè”, firmata da Alexian Santino Spinelli, e le due composizioni di Nicola Girasole ovvero la “Suite Persiana” e la “Suite Albanese”, mentre a chiudere il disco è l’inedito “A Sunny Day”, un brano denso di lirismo e passione, in cui la voce della Portoghese si intreccia in modo sublime con la sinuosa tessitura melodica della fisarmonica di Palazzo. “Folksongs!” è, dunque, una scommessa vinta non solo per l’intrinseca originalità del progetto, ma anche perché ci offre la preziosa occasione per scoprire tutto il talento di Tiziana Portoghese e Francesco Palazzo.



Salvatore Esposito

Sans – Live (Cloud Valley Music, 2014)

Sans è il nome che cela il quartetto guidato da Andrew Cronshaw, uno dei polistrumentisti della scena folk inglese più aperti alle esperienze musicali interculturali e rinomata penna del prestigioso mensile britannico “fRoots”, ospitata anche sulle nostre pagine di “Blogfoolk”. Il curriculum di Cronshaw (zither elettrico, marovantele, fujara, kantele a 5 corde) è la personificazione di un erratico, irrequieto ma approfondito vagare nei suoni e nei timbri del folklore europeo, con una predilezione soprattutto per il mondo nordico e dell’Est europeo. “Sans”, mi dice Cronshaw, «è una parola che può assumere qualsiasi significato: “senza” in francese, “senso” in svedese, “respiro” in hindi. In ogni modo, è una parola semplice e diretta». Con l’inglese c’è un composito trio in un dialogo sonoro che raggiunge i territori dell’improvvisazione, costituito dalla vocalist finlandese Sanna Kurki-Suonio, dall’armeno Tigran Aleksanyan, virtuoso del duduk, e dall’altrettanto eclettico Ian Blake (i folkettari più attempati lo ricorderanno con i Pyewackett, la Mellostock Band o come accompagnatore di June Tabor) al clarinetto basso e al sax soprano. Le sette tracce dell’album sono state registrate in presa diretta nel dicembre 2013 nel corso di un tour nelle Fiandre. Con un organico di strumenti principalmente melodici prende forma un lavoro che viaggia su costruzioni sonore liriche, a tratti elegiache, perfino oniriche, ma sempre avvolgenti. La band attinge a differenti temi popolari profani e religiosi, provenienti dalla tradizione gaelica di Scozia, inglese, armena, finlandese ed estone. Tuttavia, non ci si trova di fronte ad un posticcio mélange di esotiche decorazioni etniche, piuttosto si è avvinti dal tessuto sonoro compatto e affascinante prodotto dal quartetto, a partire dai 13 minuti iniziali di “Läksin minä kesäyönä kaymään”, dove una melodia tradizionale armena suonata al duduk si compenetra con il canto finnico. Altri passaggi incisivi li troviamo nella rilettura del lamento tradizionale “Omenakukka”, che cita nell’incipit una canzone popolare d’amore inglese, e in “Peter Pan”, con le superlative voci del duduk e di Sanna Kurki-Suonio. Che dire poi della incantevole convergenza di fiati – clarinetto basso, duduk e fujara – in “Tuuli”? Per saperne di più, rintracciateli senza indugio su www.cloudvalley.com

Ciro De Rosa

Penguin Cafe - The Red Book (Autoprodotto, 2014)

Il rischio è sempre quello, in certe situazioni. I figli d'arte lo sanno, ne sono pienamente consapevoli. Se sei figlio di un grande (o un grandissimo, come in questo caso) e ti viene in mente di fare la stessa cosa del tuo celebrato genitore, ti esponi. Molto di più che un qualsiasi altro artista. Ed il confronto può essere davvero impietoso. Pensate ad un fan di vecchia data che si trova il figlio del proprio idolo sul palco insieme a lui, per esempio la figlia di Peter Gabriel, piazzata da lui a fare cori e gettata qualche anno fa allo sbaraglio, facendole interpretare una "Mother Of Violence" da dimenticare. In ogni caso ognuna di queste situazioni, per ragioni ovvie, è talmente personale ed intima da non poter essere giudicata fino in fondo. Di sicuro Arthur Jeffes, figlio del grandissimo Simon, fondatore della Penguin Cafè Orchestra con “The Red Book” ci ha messo del suo. Impossibile non rimanere influenzati dalla grande opera del padre, ma al tempo stesso questo suo progetto chiamato soltanto Penguin Cafe cerca dire la propria. Il pretesto per questo nuovo lavoro gli fu fornito dalla sua collaborazione addiritturaa con la NASA: due i brani di questo cd realizzati per l'occasione ed inviati nello spazio come parte del progetto “Keplero” ("Aurora" e "1420"). Proprio la dimensione infita dello spazio e di quello spazio ha fornito l'occasione a Jeffes per differenziare ulteriormente il suono da quello del padre. E allora sì, la cosa ha decisamente senso. L'inevitabile dilatazione del beat e dell'armonia conferisce un tono trascendentale in più all'opera, investendola della qualifica di naturale prosecuzione del lavoro di Simon Jeffes. Esce invece meno bene la band - composta da ben 10 elementi - quando si lancia in episodi simil kletzmer/sudamerica come "Black Hibiscus", questo sì che sa di già sentito. Ma nel complesso il disco è molto ben fatto, l'eleganza dei musicisti è indiscutibile, per quanto a volte si passi davvero vicino al cosidetto mondo new age, quella specie di terra di nessuno dove vanno a finire molti progetti che non hanno trovato una propria identità. Simon Jeffes, da lassù, avrà sicuramente sentito questi brani. Alcuni di loro, bellissimi, non avevano bisogno di essere inviati nello spazio per questo, altri sì. Ma nel complesso può essere orgoglioso del proprio figliolo, che gli ha voluto così bene da far sì che il suo lavoro continuasse a suonare nei nostri orecchi. 


Massimo Giuntini

Fofoulah – Fofoulah (Glitterbeat Records, 2014)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

Apprezzato batterista già al fianco di Robert Plant nei Sensational Space Shifters, Dave Smith è un cultore della musica tradizionale africana, scoperta durante un viaggio in Gambia nel 2002. Da allora si è recato più volte in Africa, dove ha stabilito numerosi contatti con i musicisti locali, ma soprattutto si è dedicato a diverse ricerche e sperimentazioni sulle poliritmie, rapito dal timbro del sabar, tamburo tradizionale dei griot wolof, che vivono tra Gambia e Senegal. Entrato nell’orbita del collettivo londinese Loop, che raduna diversi musicisti attivi nel jazz e nella world music, nel 2007 Smith chiama a raccolta gli Outhouse, il suo quartetto composto da Robin Fincker (sax tenore), Tom Challenger (sax tenore), e Johnny Brierley (basso), e insieme volano in Gambia, per incontrare alcuni suonatori di sabar, tra cui Kaw Secka. Prende vita così un progetto comune che li vede mettere a confronto il linguaggio del jazz con le ritmiche africane, e dopo il successo raccolto al Cheltenham Jazz Festival nel 2008, arriva anche il loro primo disco “Ruhabi” (World Circuit, 2009), seguito l’anno dopo dall’Ep “Ruhabi - Live at Café Oto”. Le sperimentazioni sonore di Smith però non terminano perché l’anno successivo arriva la fortunata esperienza con i JuJu con Justin Adams e Juldeh Camara, che frutta il disco “In Trance”, uscito per la Real World. 
Nel 2010 Smith, Challenger, Brierley e Secka tornano ad unire le forze per il progetto Fofoulah, che sposta più avanti i confini della ricerca sonora cominciata con Outhouse Ruhabi, allargando il loro raggio d’azione verso i territori del dub, del rap e dell’afrobeat con la complicità di Biram Seck (voce e chitarra), e Phil Stevenson (chitarra). Dopo aver dato alle stampe nel 2013 l’Ep “Bene Bob”, i Fofoulah hanno di recente dato alle stampe il loro primo disco omonimo, che raccoglie nove brani nuovi di zecca, incisi con la partecipazione di alcuni ospiti d’eccezione come: il cantante senegalese Batch Gueye che presta la sua voce in quattro brani, la cantante algerina Iness Mezel, il rapper inglese Ghostpoet e il gambiano Juldeh Camara al ritti, violino a una corda tradizionale del Centro Africa. Il risultato è disco dal sound originale e allo stesso tempo travolgente, in cui si confrontano e si mescolano le sonorità urbane del dub e del rap con le ritmiche dell’Africa Occidentale, riflettendo in modo sorprendente la multietnicità e l’incrocio continuo tra culture che caratterizza una città come Londra. Ad aprire il disco è il sofferto groove di “No Troubles (Kelinte)” in cui l’organo e la chitarra fanno da contrappunto alle ritmiche in levare, ma il disco entra nel vivo con il solo di sabar che apre “Hook Up (Nango Dareh)” in cui spicca la voce e il ritti di Camara. 
Se l’ipnotica “Make Good (Soumala)” brilla per l’eccellente prova vocale di Batch Gueye, la successiva “Don't Let Your Mind Unravel, Safe Travels” ci regala uno spaccato di pura improvvisazione jazz su cui si innesta sorprendentemente il rap di Ghostpoet. Si prosegue con il dub di “The Clean Up (Rahas)” ma con la successiva “Blest (Issâdiyen)”, giungiamo in Nord Africa accompagnati dalla voce di Iness Mezel. Lo spaccato improvvisativo di “Fighting Chance” ci conduce verso il finale con “Reality Rek”, vero vertice del disco, nella quale apprezziamo il sorprendente intreccio tra il ritmo del sabar e il sax di Challanger che dipingono un brano di grande pregio, a cui segue il brevissimo solo di percussioni di “Last Orders”. Nell’arco di poco più di quaranta minuti questo splendido disco ci regala un universo sonoro affascinante in cui immergersi per scoprire questo originale intreccio tra afrobeat, jazz, dub, rap e funky, che farà a lungo parlare dei Fofoulah. 


Salvatore Esposito

Renat Sette/ Elva Lutza – Amada (Autoprodotto, 2014)

Il duo sardo Elva Lutza, ottimo punto di congiunzione tra tradizione popolare ed improvvisazione di matrice jazzistica, e il carismatico cantante nizzardo Renat Sette fermano in un disco la loro lunga frequentazione, iniziata nel 2012 al Salone del Libro di Torino e proseguita attraverso numerosi concerti che hanno condotto ad un affinamento empatico e ad una oculata scelta dei materiali. Se la base di partenza del sodalizio è stata l’esplorazione di repertori sacri e paraliturgici delle due aree di provenienza, Sardegna e Provenza, nel tempo i musicisti hanno costruito con “Amada” un programma più articolato, che supera l’elemento religioso, andando a pescare soprattutto nel vasto corpus di canti raccolti dal musicista-folklorista-muratore provenzale nel suo lungo percorso di ricerca nelle espressioni del canto di tradizione orale nel territorio dell’Alta Provenza. Musicista poliedrico, Renat Sette si muove da sempre a cavallo della “trad-innovazione”: lo abbiamo visto in progetti accanto a Patrick Vaillant, a Maurizio Martinotti in Dòna Bèla o ancora dividere la scena con il cantante bretone Yann-Fanch Kemener. Ciò detto, quella tra Elva Lutza e Sette è una condivisione di intenti che non deve sorprendere, considerate anche la propensione di Sette – cantante dal timbro caldo e dal registro vocale multiforme – a lavorare sulla voce sola, a cappella, e la cifra minimale del duo composto da Gianluca Dessì (chitarra e mandola) e Nico Casu (tromba, mellofono, voce), che unisce lo studio approfondito degli stili chitarristici del miglior folk progressivo europeo, in primis britannico (ma senza dimenticare personaggi come Pierre Bensusan), con la pienezza lirica dei fiati di Casu. «Un disco spontaneo, onesto ed azzardato», lo ha definito Dessì nel corso di un mio incontro cagliaritano con i musicisti lo scorso ottobre. Spontaneità nel confrontarsi, onestà nel proporsi con voci nude e strumenti acustici, azzardo nel dare nuova forma a canti antichi, senza cedere ad arrangiamenti ammiccanti o a scelte sofisticate. Dunque, tre aggettivi nei quali è racchiusa la ricetta del trio, che l’ascoltatore non faticherà a riconoscere, condividendoli, una volta ascoltate le dodici canzoni dell’album, a partire dalla tragica apertura di “Bèla calha”. Si cambia registro con il canto satirico nuziale “La vièlha”, dove le nitide frasi di Casu ricamano o fanno da contraltare a Renat. “Amada giuventude” è il primo brano sardo del disco, una celebre serenata, qui riproposta per coppia di voci. In “De vent en vent”, si racconta di un giovane che grazie al vento scopre il suo talento di muratore della pietra a secco (proprio come Renat Sette). Siamo di fronte ad un magnifico brano vocale con la partecipazione della cantante catalana Ester Formosa (già collaboratrice nel fortunato esordio degli Elva Lutza) e l’elettronica discreta di Frantziscu Medda aka “Arrogalla”, dub-producer sardo, che ha messo insieme «i paesaggi sonori degli stagni di Cabras e quelli della Camargue: eco-sistemi molto simili», mi ha raccontato ancora Dessì. Tocchi di Andalusia in “Lo promeirenc principi”, mentre la vicenda della bella “Loïson” non è altro che è la storia di ogni guerra e delle violenze perpetrate nei confronti delle donne. Splendide note scaturite da una cristallina mandola e dalla voce austera e possente di Sette ne “La filha dau ladrier”, storia di una ragazza che si addormenta ai piedi di un albero mentre va a raccogliere le olive. Sopraggiunge un cavaliere che la corteggia ma lei lo allontana: potrebbe essere stata contagiata dalla lebbra da cui è affetto il papà. Arriva poi un sentito omaggio a Maria Carta con “Maire Nostra”, che poi è “Ave Mama ‘e Deu”, a sua volta derivante dal gregoriano “Ave Maris Stella”, cui Renat ha aggiunto due strofe in provenzale. Anche qui il tocco dosato di elettronica di “Arrogalla” aggancia alla contemporaneità sonora l’ascoltatore. Magnifico, davvero! La coppia di canzoni successive ha ancora fanciulle per protagoniste: si parte con il classico “Au pont de Mirabèu”, cui segue “La bèla Margoton”. Invece, il tema miracolistico si presenta con la “Bèla Viergi coronada”, con ancora la presenza di Ester Formosa, in cui sono centrali le voci e la tromba, che agisce da quarta voce; si narra di tre ragazze che vogliono fare una novena alla Vergine, la cui statua è però scomparsa dall’altare della cappella. Ritornando verso il mare, vedono la Madonna arrivare dopo aver salvato dei marinai che stavano annegando. Degna conclusione del disco è “A la guèrra”, linee essenziali di tromba ad accompagnare la voce di Renat, mentre la parte strumentale per chitarra è una trasposizione della “corsicana”, uno dei moduli tipici delle gare di canto a chitarra sarde. In attesa di una distribuzione nazionale del disco e dell’inserimento sulle piattaforme digitali, cercatelo contattando elvalutza@elvalutza.it oppure contact@renat-sette.com


Ciro De Rosa

Stella Grande & Anime Bianche – PizzicaRRaggiata (Italian World Music, 2014)

Nota per essere stata una delle voci dell’Orchestra de La Notte della Taranta, durante le direzioni di Ambrogio Sparagna e Mauro Pagani, Stella Grande ha raccolto grandi apprezzamenti per la sua intensa attività dal vivo, affiancata dal gruppo Anime Bianche, fondato dal poeta Elio Coriano, e composto da Peppe Giannuzzi (violino), Luigi Marra (pianoforte, armonica, flauto e voce), Nicola Imboldi (fisarmonica), Gigi Vergine (chitarre), Pino Vergine (basso), e Stefano Marti (tamburi a cornice). Parallelamente all’attività concertistica che l’ha portata ad esibirsi in tutta Italia, la cantante salentina ha dato alle stampe anche due dischi “Vibrazioni Popolari” e “Ieni Allu Balcone”, a cui di recente si è aggiunto “PizzicaRRaggiata”, nel quale ha raccolto undici brani che esplorano la tradizione del tacco d’Italia spaziando dal folk urbano, ai canti d’amore, fino a toccare la pizzica pizzica. Rispetto ai precedenti, questo nuovo lavoro pur presentando brani inediti e materiali tradizionali, focalizza la sua attenzione su questi ultimi, caratterizzandosi per una maggiore cura negli arrangiamenti, e nelle strutture melodiche, ora tese a valorizzare maggiormente il ricco timbro vocale della Grande. Ad aprire il disco è “La Danza Del Fuoco”, sonorizzazione di un testo poetico di Coriano, la cui voce è accompagnata dalle trascinanti note di violino di Giannuzzi. Il ritmo del tamburo a cornice di Marti guida il trascinante canto d’amore “Baciu Ncanna/Turmentatila” e poi ancora l’inedito “Pizzica Nà”, ma il primo brano da ricordare del disco arriva con la bella rilettura della irriverente “La Coppula” dal repertorio di Bruno Petrachi, che si candida ad essere uno dei brani più applauditi dal vivo. Dalla collaborazione tra Coriano e Giannuzzi arriva ancora la title track, un brano in crescendo guidato dal violino a cui man mano si aggiungono la chitarra, la fisarmonica ed in fine le percussioni. Se il tradizionale “La Caddhina” promette di essere un altro brano di successo sul palco, particolarmente suggestiva ci sembra la versione di “Suspiri Te Core”, il cui arrangiamento ruota essenzialmente sul dialogo tra il violino effettato di Giannuzzi e la fisarmonica di Imboldi. Sul finale arrivano poi gli scioglilingua a ritmo di pizzica pizzica di “Palumbella” cantata a due voci con Luigi Marra, la gustosa “Pizzica In Griko”, ed in conclusione la splendida versione pianistica dell’aria tradizionale “Quannu Te Llai La Facce La Matina”, in cui Stella Grande regala un interpretazione appassionata e toccante, che da sola vale l’intero disco. Sebbene la cantante salentina prediliga un approccio alla tradizione, meno ricercato ed accademico, questo nuovo album è una bella istantanea del suo talento, forse non ancora pienamente valorizzato dal punto di vista discografico. 


Salvatore Esposito

Janet Topp Fargion – Taarab Music in Zanzibar in the Twentieth Century, Ashgate, 2014, pp. 237, £ 54

Il volume della collana SOAS Musicology, sottotitolato “A story of ‘Old is Gold’ and Flying Spirits”, affronta lo studio di uno fenomeno musicale tra i più significativi nelle culture swahili dell’Africa orientale, dalla Somalia al Mozambico. Parliamo del taarab, un genere popular di intrattenimento suonato in numerose occasioni festive, che nell’isola tanzaniana di Zanzibar trova la sua massima espressione artistica. A guidarci in questa esaustiva analisi è Janet Topp Fargion, etnomusicologa e direttrice della sezione “World and Traditional Music” della Bitish Library di Londra. Topp Fargion è un’autorità nel campo delle musiche dell’Africa orientale, considerato che nella prima metà degli anni ’90 ha svolto attività di ricerca per il dottorato proprio a Zanzibar, ed è già stata curatrice di registrazioni dedicati al taarab. Parliamo di uno stile, nato a cavallo tra XIX e XX secolo, che come molte altre espressioni presenti in territori africani affacciati sull’Oceano Indiano combina elementi musicali locali con altri di derivazione araba (qui parliamo soprattutto di Egitto e Penisola arabica), del subcontinente indiano e del mondo occidentale. La forza del volume risiede, innanzitutto, nella scrittura non rivolta esclusivamente al mondo accademico, ma accessibile al lettore interessato alle musiche del mondo. L’autrice si pone in una prospettiva di dinamica culturale, tracciando storia, sviluppo e trasformazioni di questa composita espressione musicale, tenendo in debito conto i fattori politici, economici, culturali e di genere. Nella sua forma più diffusa, il taraab è suonato da organici orchestrali, nei quali un ruolo centrale è occupato dagli strumenti di provenienza araba: la cetra trapezoidale qānūn, il liuto a manico lungo ūd, il flauto di canna ney (sostituito anche da flauti di bambù); ci sono poi percussioni a calice e a cornice, la sezione di archi (violini, violoncello, contrabbasso) e la fisarmonica, che sono il portato dell’influenza delle orchestre egiziane, delle colonne sonore dei film indiani e del contesto coloniale e post-coloniale. Non secondario il ruolo del coro nel conferire sfumature locali alla prassi vocale. Il lavoro, diviso in quattro parti, dopo aver esplicitato la cornice teoretica e fornito le opportune precisazioni terminologiche e di contestualizzazione procede ad analizzare la genesi e lo sviluppo del taraab. Così si passa dalla narrazione “leggendaria” delle origini, risalenti all’opera dell’illuminato sultano omanita Seyyid Barghash bin Said alla fondazione della prima orchestra, la Ikhwani Safaa Musical Club nel 1905, dalle prime incisioni discografiche del genere in India alle gesta della cantante diva degli anni Trenta Siti bint Saad (1880-1950). Le trasformazioni del genere sono messe in relazione ai mutamenti politici, sociali e culturali della Tanzania (dal socialismo panafricano del presidente Nyerere fino all’economia di mercato e allo sviluppo turistico degli ultimi decenni). Altro agente di cambiamento al quale è dedicato un apposito capitolo è il ruolo centrale assunto dalle donne – nonostante i musicisti del taraab siano soprattutto uomini – non soltanto fruitrici della musica, ma anche innovatrici sul piano musicale e poetico. La studiosa esplora poi anche i sottogeneri del taraab, quali il kidumbaki, orientato verso la danza, e lo sviluppo di stili più recenti, che innestano elementi della cultura hip hop. Grande spazio è riservato alla discografia: Zanzibar è entrata nel circuito della world music soprattutto a partire dalle “pioneristiche” incisioni della Globestyle di Ben Mandelson (sempre sia lodato!) negli anni Novanta, e ai protagonisti storici, come la già citata orchestra Ikhwaani Safaa e il Culture Music Club, ma anche ai nomi più attuali della scena musicale isolana. Né manca una riflessione sul festival di musica world Sauti za Busara (www.busaramusic.org), importate vetrina della musica dell’Africa, che anima Stone Town, il centro storico di Zanzibar, ogni anno a febbraio. Una lettura imprescindibile per i cultori delle musiche del continente africano. 

Ciro De Rosa