BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

martedì 30 settembre 2014

Numero 171 del 30 Settembre 2014

Che Blogfoolk sia una rivista a tutti gli effetti, non la narcisistica, autoreferenziale impresa di singoli di cui pullula la Rete, lo sapete da tempo. Diversamente, non saremmo stati onorati dall’attenzione riversata su questa testata da migliaia di lettori. Siamo un settimanale che fa approfondimento su folk, musiche di tradizione orale, world music, ma non solo. E potrebbe essere diversamente nella contemporaneità, quando gli steccati musicali e le ricette prescrittive di ingredienti sonori appaiono datati? Blogfoolk non pretende di essere voce unica, e ci mancherebbe (sarebbe una buffonata, viziata da un autoritarismo, perfino antidemocratico!), ma piuttosto aspira a diventare sempre più autorevole. Nei numeri scorsi vi avevamo annunciato delle novità. Ebbene, questo numero 171 è anche un po’ la prima emissione di “Blogfoolk”,  come testata registrata. Lo scorso 23 settembre, infatti, il presidente del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere ha emesso il decreto con il quale ha iscritto la nostra testata nel registro della Stampa. Un altro passaggio che abbiamo voluto fare con ponderatezza, per capire quanto questa rivista fosse credibile nell’ambiente: e lo siamo, senza millantare, guardarci l’ombelico e magari riempire le pagine di comunicati stampa. Allora, se pensate che Blogfoolk sia una sorta di bene comune del folk, potete pensare di contribuirvi, entrando nella nostra comunità di collaboratori. Parlando del menu di questo numero di fine settembre, apriamo con uno speciale di Cantieri Sonori, curato da Paolo Mercurio, dedicato a Cesare Carta, costruttore sardo di aerofoni popolari. Ancora dalla Sardegna, Gianluca Dessì, già chitarrista di Elva Lutza, cui diamo il benvenuto tra i nostri collaboratori, intervista Riccardo Lay, contrabbassista sassarese, ritornato alla musica attiva dopo una pausa di qualche anno, con un bel disco live di contrabbasso solo (“Percorsi-live”). Attraversiamo il Tirreno, raggiungendo Napoli. Qui Alessio Arena ci racconta il suo disco di debutto “Bestiari(o) Familar(e)”, che è il disco Consigliato Blogfoolk di questo numero. Si prosegue verso le sonorità world dell’Estonian Folk Ensemble (“Imemaa/Wonderland”). Poi andiamo alla scoperta del Balkan Sound della Baro Drom Orkestar (“Genau!”). Il nuovo album di Max Manfredi è protagonista di Storie di Cantautori, mentre per la rubrica Suoni Jazz abbiamo incontrato Fabrizio Salvatore, che ci ha condotto alla scoperta dell'etichetta Alfa Music. Per le letture, recensiamo l’ultimo volume di Maurizio Disoteo, “Musica ed Intercultura”.  Per finire, il consueto Taglio Basso di Rigo, che ci racconta il ritorno unplugged di Richard Thompson, che in “Acoustic Classics” rilegge il suo storico e magnifico repertorio. 

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


CANTIERI SONORI
VIAGGIO IN ITALIA
WORLD MUSIC
STORIE DI CANTAUTORI
SUONI JAZZ
LETTURE  
TAGLIO BASSO


Blogfool
presenta
il videoclip di "Corno D'Africa" tratto da "Maggio" di Riccardo Tesi e Banditaliana

A coronamento di un numero così ricco, ed importante per il nostro percorso, vi presentiamo in anteprima il videoclip di "Corno D'Africa", estratto da "Maggio", il recente album di Riccardo Tesi e Banditaliana, pubblicato da Visage Music e distribuito da Materiali Sonori. Realizzatro da Pierfrancesco Bigazzi, Lorenzo Donnini e Blanket, il video, attraverso l'intercalarsi di suggestivi scorci africani ed immagini riprese dal vivo del gruppo, evoca in modo intenso e poetico tutto il fascino racchiuso nel brano firmato da Gigi Biolcati, Maurizio Geri e Riccardo Tesi, rimandando a quel beat ipnotico e caldo che li contraddistingue da sempre.  L’album “Maggio” è un racconto senza tempo di viaggi, di orizzonti lontani e distanti. E’ un’avventura, una speranza cantata con la maestria dei grandi cantautori; gli arrangiamenti sono difficilmente descrivibili: il folk si unisce alla musica balcanica, sfociando nella grande tradizione toscana in un viaggio, che incontra il Salento della pizzica e della taranta. 




L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Cesare Carta, gli aerofoni popolari e le attività musicali

A metà degli anni Sessanta, appena dodicenne, Cesare Carta ha iniziato ad appassionarsi agli strumenti musicali popolari osservando un pastore intento a realizzare un “pipiolu” (flauto di canna). Tre anni dopo, durante una festa, ha potuto ascoltare Aurelio Porcu, suonatore di Villaputzu. Da allora non ha più smesso di costruire e suonare le launeddas e, in generale, gli aerofoni popolari, di cui è divenuto collezionista. «Io vivo giorno per giorno, facendo le cose che mi piacciono fare. È il durante che conta. Non ho mai avuto progettualità a lunga distanza, vivo e gusto il presente, vado a periodi. In questo momento sono intento a costruire alcuni flauti popolari che poi utilizzerò durante le attività didattiche o nei concerti. Nel laboratorio mi esprimo e ricerco di continuo: il fare è la sostanza della vita, progetto facendo»

L’infanzia e le prime esperienze musicali 
Cesare Carta risiede a Nuoro nell’antico rione di “Santu Predu”, ma è nato a Cagliari dove, negli anni Cinquanta, il padre (originario di Illorai, nel Goceano) lavorava come medico. In questa città conobbe la moglie, crocerossina, originaria di Ghilarza, paese di Antonio Gramsci. Alcuni figli (sono otto fratelli) nacquero a Cagliari altri a Nuoro, dove la famiglia si trasferì quando Cesare aveva un anno e mezzo. «Mi àna pesàu inòche in Nùgoro (mi hanno cresciuto qui a Nùoro) dove artigianalmente mi sono formato da autodidatta, tranne che per la realizzazione dei coltelli». Ha studiato al liceo classico. Poi si è iscritto a biologia, facoltà che, dopo alcuni esami, ha abbandonato: «Era tutta teoria, a me piacevano i laboratori, ma lì ho trovato un muro, solo libri, per cui ho preferito non continuare gli studi e proseguire con la mia passione giovanile»
Sin da piccolino Carta ha mostrato abilità manuali. «Costruivo o riparavo quello che mi piaceva. La mia stanza era un laboratorio, mia mamma era preoccupata per tutto quello che conteneva. Così, appena ho potuto, mi sono organizzato un vero laboratorio che, negli anni, ho allargato, ma sempre qui nel rione antico di Nuoro». Da ragazzino, con i genitori, si recava a Urzulei da uno zio materno. In questo paese un giorno ha visto un pastore costruire un flauto di canna, apprendendone la tecnica costruttiva. Qualche anno dopo, nello stesso paese, ha avuto modo di ascoltare dal vivo Aurelio Porcu, rimanendo (come dice lui) “folgorato” dal suono e dall’abilità strumentale del suonatore. Aveva all’epoca quindici anni. Decise di costruire le launeddas da autodidatta. «Dopo aver ascoltato Porcu, mi sono detto “eh no, ci devo riuscire a costruire questo strumento”, ma non avendo riferimenti, maestri e tradizione nella mia città, ho dovuto procedere per tentativi, distruggendo tonnellate di canne. Alla fine, però, siccome sono testardo, sono riuscito a costruire uno strumento degno di questo nome, ma a quel punto avevo già venti anni». Negli anni ha approfondito la conoscenza delle canne, scoprendo il periodo giusto della raccolta, a fine febbraio. Parallelamente, Cesare Carta ha imparato la tecnica del “fiato continuo” e a suonare le launeddas, specializzandosi nell’esecuzione dei balli del Nuorese. «La mia particolarità come suonatore è sempre stata quella di associare lo strumento ai balli barbaricini e non a quelli campidanesi tradizionali, che sono stupendi, ma io sentivo dentro di me quello che ascoltavo e mi è venuto spontaneo proporlo con gli strumenti che costruivo. A ventidue anni iniziavo già a viaggiare con i Gruppi. Parecchie uscite con “Gli Amici del Folklore (coordinati da Paolo Verachi), ma i gruppi che ho frequentato di più sono quelli di “Santu Predu (guidati da Armando Piras) e del “Coro di Nuoro”, diretto da Giampaolo Mele. Uomo creativo che ha dato valore alla coralità nuorese, insieme con Tonino Puddu, Bobore Nuvoli, Banneddu Ruju». Carta è noto come il “suonatore dei nuoresi”. Nel suo laboratorio non riesce a parlare di musica senza mostrare o tenere al suo fianco gli strumenti musicali che ha costruito o che ha collezionato nei decenni. Tra un argomento e l’altro, suona, spiegando le differenze delle varie armonie. «Ecco, quello che ho appena suonato è un tipico “ballu tundhu” che però ho arrangiato, perché a me piace rispettare la tradizione, ma ogni suonatore deve poter personalizzare con qualcosa di suo. Io almeno la penso così. Poi nel mio caso è stato naturale. Non c’era una tradizione locale, per cui ho dovuto trasferire secondo la mia sensibilità il repertorio locale sullo strumento tricalamo»

Le launeddas, materiali e repertorio 
Per la scelta delle canne, Carta è solito recarsi in luoghi prestabiliti. In passato andava a “Badde manna”, una vasta area sulla strada per Oliena, dove riusciva a trovare le cosiddette “cannas mascu”, con internodi molto lunghi o senza nodi. Ha comunque girato molto, raccogliendo sperimentalmente canne in diverse aree della Sardegna. Ormai, dopo decenni di pratica, sa bene dove raccogliere quelle più adatte. Per la “mancosa” e la “mancosedda” è solito recarsi nella Marmilla, “dove si trovano canne eccezionali”. Per i bassi, invece, utilizza canne di qualità ma di varia provenienza. Le ance «… le prendo in Baronia, ma un periodo andavo con Beppe Cuga sino a Villamar, poi hanno distrutto il canneto. Beppe Cuga l’ho conosciuto più di trent’anni fa, proprio a Ovodda, abbiamo suonato tante volte assieme, nei concerti, nelle chiese, nelle processioni, ma non siamo mai entrati in competizione, pur essendo gli unici suonatori di launeddas della Barbagia. Per realizzare delle buone ance è importante recuperare dei materiali cresciuti dove il terreno è argilloso, non so per quale motivo, ma vedo i buoni risultati e per chi costruisce sono quelli che contano. Ovunque prendo campioni e provo, dove mi danno il risultato allora torno. Per il taglio delle ance ho sviluppato una tecnica tutta mia che non sto ora a specificare». Carta è stato un pioniere, poiché primo suonatore di launeddas ad accompagnare stabilmente i balli nuoresi. Rispetto al repertorio, ha specificato quelli tradizionali. «Tipici di queste zone sono su “ballu tundhu” (ballo tondo, qui detto proprio “su nugoresu”), su “passu torrau”, su “dillu” e poi sa “dantza”, che a Nuoro è stato introdotto più di recente. Poi io suono a “mutos” (testi poetici profani) o le melodie dei “gosos” (testi poetici religiosi) durante le processioni o le funzioni religiose. Nel sud dell’isola per le processioni ci sono due distinte suonate, ma qui si usano soprattutto le laudi per il santo, dette appunto “gosos”. Tante cose le ho imparate ascoltando musica tradizionale con lo stereo, all’inizio è stato difficile non avendo maestri, ma ciò che conta è il risultato. Io sono “tusturrudu” (“testa dura”), finché non riesco a fare una cosa che mi piace non mollo»
Come il carattere, barbaricino è il suo stile musicale, tuttavia ha sempre avuto un occhio di riguardo per le scuole di launeddas e, in particolare, per quella del Sarrabus. «Quando ho iniziato a costruire e a suonare questi strumenti popolari venivo definito “unu peddone” (un buzzurro) o “unu caprarju” (un capraro), adesso mi definiscono un “suonatore etnico”. Capito come è cambiata la mentalità in questi decenni? Quando ho iniziato a suonare, le launeddas stavano rischiando l’estinzione. La musica popolare veniva considerata d’infimo grado, invece oggi suonano un sacco di giovani, grazie a Porcu, Lai e ad altri maestri. Il Sarrabus è per me il regno delle launeddas. Aurelio Porcu l’ho conosciuto sul palco, durante i concerti comuni organizzati da Dante Olianas. Porcu mi aveva dato delle belle dritte. Per esempio come accordare in corso d’opera, mentre si sta suonando. Lui ce la faceva, era incredibile. Da grande gli ho raccontato la mia storia. Gli ho detto “ … lo sapete che è grazie a voi che ho iniziato a suonare?”. Mi aveva ascoltato con interesse,sorridendo amabilmente. Era un gran suonatore». Interessante è ascoltare Carta quando parla della costruzione degli strumenti e del suo metodo di lavoro. «Mi baso sulla mia esperienza. Nel periodo giusto vado e taglio. La canna prima di otto anni (minimo) non la uso. Dopo gli anni di stagionatura quelle che vanno a male finiscono nel fuoco, le altre in strumenti musicali, ma solo una piccola parte viene scartata. Questo strumento, ad esempio, ha più di trenta anni e suona benissimo. Quest’altra canna ha più di novanta anni. L’avevo trovata in un pagliaio a Villanovafranca, me l’hanno regalata. La uso solo per strumenti doc, ma anche le altre mie canne suonano molto bene, ma queste sono eccezionali. Quando ho un po’ di tempo, mi costruisco le ance in serie. Questa parte dello strumento viene chiamata (in genere) “cabitzina”, ma nel nuorese si costruiva il cosiddetto “venapu”, uno strumentino vegetale con un taglio per ancia, e questo taglio lo chiamavamo “su limbeddu” (il linguettino). In alcune custodie conservo tutte le ance già pronte, divise in base alla lunghezza e all’età»

Non solo launeddas 
Cesare Carta costruisce artigianalmente a vari livelli e non solo con materiali lignei e vegetali. «Come artigiano mi sono formato da autodidatta, ma un vero maestro l’ho avuto, si chiamava Luigi Salvietti, un coltellinaio locale di antiche origini toscane. Dopo aver osservato la mia manualità si era offerto di insegnarmi, così l’ho seguito nella sua bottega che aveva vicino alla cattedrale di Santa Maria, ma adesso quella bottega non c’è più». La formazione di Carta è stata varia e non metodica.«Sin da quando ero giovane sceglievo di fare tutto quello che mi capitava. Non avevo un orientamento preciso e questo modo di lavorare l’ho ancora, il mio motto è “fare e inventare” ». Da uno dei tanti ripostigli del laboratorio, estrae un oggetto metallico, che, a prima vista, potrebbe sembrare un inconsueto aerofono. «Questo l’ho progettato io. Serve per “taccare” le olive, a Nuoro diciamo “fittare”. Dentro il tubo ho posto tre lamette, è comodo perché con i tagli si accelera la dolcificazione delle olive, semplificando di molto l’operazione manuale che in passato veniva fatta con il coltello. Ai giornalisti torna comodo raccontare solo dei miei strumenti musicali, ma a me piace lavorare tanto altro, tra cui i materiali ferrosi, i corni di animale, la pelle o alcuni giocattoli tradizionali, come “sas bardofulas” (un tipo di trottola), che ho imparato a costruire da Bastiano Murgia. Inoltre, mi piace fare caricature, ma non ho seguito scuole specifiche, è un dono di natura come quello musicale»

L’insegnamento e la collezione di strumenti 
Carta ha spiegato che negli anni Settanta, a Nuoro, ascoltavano stupiti il suono delle launeddas ed erano ancora più meravigliati che un nuorese le suonasse. Ormai in città è un’istituzione, essendo il suonatore più conosciuto. Negli anni Novanta, ha avuto modo di insegnare presso la Scuola Civica di Musica cittadina, la stessa nella quale insegnava l’organettista Totore Chessa. Poi sono stati tagliati i fondi, tuttavia ha continuato a essere chiamato per attività didattiche e per laboratori musicali sperimentali nelle Scuole pubbliche (dalle Primarie alle Superiori). Attività che svolge con piacere, soprattutto (mi è parso di capire) con i più piccoli, perché «… hanno una curiosità viva, comprendono bene e in fretta, quando vogliono sono capaci di prendere anche Tele Montecarlo (dice scherzando), ma durante le fasi più difficoltose vanno tenuti sotto controllo». Alcune lezioni è solito dedicarle al confronto comparativo tra gli aerofoni popolari. Possiede una collezione di tali strumenti, alcuni da lui stesso realizzati e suonati. 
Ha mostrato, ad esempio, diversi tipi di flauti americani a “siringa” (i “vientos” o i “sikus”) che ha messo a confronto con quello lombardo regalatogli da un costruttore di nome Pierino (ritengo si trattasse di Pierino Sala), conosciuto tanti anni or sono durante un concerto in continente, il quale si era innamorato del suono delle launeddas. Ha evidenziato che «fare le legature dei flauti di pan non è facile, ma studiandole attentamente ci si arriva per logica. Ogni tanto costruisco qualche esemplare». In seguito, ha mostrato flauti occitani e irlandesi, trovando analogie con quello che, in passato, era in uso a Cabras. «Si suona con gli armonici. Senza muovere le dita è possibile ricavare tanti suoni». Come detto, tra una spiegazione e l’altra, Carta ha continuato a eseguire estemporaneamente melodie popolari tipiche, ma anche altre internazionali o classiche, come la “bourrée” di Bach e quella arrangiata da Ian Anderson dei Jethro Tull. Inoltre, ha eseguito “El condor pasa” con un flauto andino privo di zeppa, per suonare il quale è indispensabile saper appoggiare in modo particolare le labbra sull’imboccatura. In merito ai flauti, Carta ha voluto evidenziare la qualità dei legni che è solito usare, alcuni di non facile reperibilità, come ad esempio il sambuco o il “tassus bacata”, durissimo, che utilizza soprattutto quando vuole costruire gli aerofoni in stile irlandese antico. Il liutaio nuorese è solito firmare elegantementei propri strumenti, con un’incisione a caldo. Culturalmente si è definito “ingordo”, nel senso che gli piace allargare le conoscenze senza limiti. Oltre che di musica popolare sarda è appassionato di blues e di country, soprattutto in stile “finger picking”. Possiede una Fender semiacustica che suona da autodidatta, impugnandola da seduto con una postura decisamente personale. All’occasione, ma solo tra amici, accompagna anche secondo lo stile sardo, accordandola chitarra una quinta in basso, usando il plettro vicino al ponticello per ottenere il caratteristico suono metallico. Da alcuni anni, Carta fa parte del “Trio Etnos”e, più saltuariamente, del quintetto “Azura”, specializzato in musica folk e instile “Anni Sessanta”. 

A spasso nel laboratorio 
In un angolo del laboratorio vedo un bronzetto raffigurante un suonatore. Chiedo spiegazioni. «Mi è stato regalato dalla “Casa Soddu” dove, da alcuni anni, si svolge un festival dedicato alle launeddas. Questo bronzetto prende spunto da quello nuragico conservato nel Museo Archeologico di Cagliari». A questo punto, va alla ricerca della sua “bibbia”, “Gli strumenti musicali della musica popolare della Sardegna”, scritta nei primi anni Settanta da don Giovanni Dore, ancora oggi, il testo più rappresentativo dell’organologia sarda. «Nel suo libro si trovano tantissime informazioni preziose. Dore era un vero cultore. Aveva una passione pura, la musica sarda l’aveva nel cuore. Lo conoscevo bene e per il suo “Museo degli Strumenti della Musica Popolare Sarda” di Tadasuni gli avevo donato anche alcuni miei strumenti. Come me non era solito andare a elemosinare dai politici e questo può costare in termini di visibilità». Andando alle pagine del libroriguardanti le launeddas, lo sguardo è caduto su l’ “istracasciu”, ovvero il contenitore cilindrico nel quale i suonatori conservano gli strumenti tricalami. «Ora non lavoro più il cuoio, ma negli anni passati ne avevo costruiti due. Sono così solidi che reggono ancora bene:uno ha circa quarant’anni, l’altro circa venticinque. In Sardegna,la pelle animale è usata per costruire i tamburi, come quelli di Gavoi (NU), dove vive Gavino Sedda, il quale è un rinomato suonatore di “pipiolu”. A lui piacciono i miei strumenti e gliene devoportare un paio prossimamente». In seguito, Carta passa in rassegna i coltelli, altra sua vera passione, appresa dal maestro Luigi Salvietti, prima citato. «Questi sono coltelli con il manico di corno di montone. In media servono due giorni di lavoro, ma dipende dalla lavorazione e dalle dimensioni. A volte i piccolini, se lavorati ad arte, richiedono più tempo. Il corno bisogna saperlo lavorare a caldo, si usa solo la parte buona. Il corno di muflone non si può usare, perché è specie protetta. La parte del corno buona è quella frontale, viene tagliato lungo la cresta, scaldato e poi messo in pressa e raddrizzato»
Infine parla dei corni di altri animali, come quelli di capra che non sono adatti per i coltelli, ma solo per strumenti musicali a fiato, come pure quelli di bue. Le ore sono trascorse e il tempo a disposizione scaduto. Sapendo che a Nuoro ha sede l’ISRE (Istituto Superiore Regionale Etnografico”), gli chiedo se l’Ente, negli anni, ha valorizzato le sue competenze di suonatore locale. Sorridendo, chiede di passare a un’altra domanda. Subito dopo imbocca le launeddas e suona nuovamente “a ballo”. Gli chiedo, infine, quali progetti ha per il futuro. Ride. «Ho sempre tante idee per la testa, ma faccio prima a dire quello che non faccio o che non farò, però che non si dica che so solo costruire le launeddas. Mi piace fare e inventare, perché mi fanno sentire vivo e utile. Per chi ha passione per le attività da laboratorio, c’è sempre da imparare, ma sul che cosa fare mi piace decidere al momento senza vincoli troppo stretti». Cesare Carta è un costruttore di strumenti musicali che fuoriesce dai percorsi di formazione tradizionali, ma ècertamente da valorizzare poiché ha capitalizzato una solida esperienza organologica sulla musica popolare. Dato il contesto cittadino e della Provincia, ritengo che la comunità nuorese e l’ISRE potrebbero a lui garantire numerose opportunità operative, facendolo interagire in modo sistematico con i giovani della città. La sua quarantennale esperienza artigianale e le sue competenze musicali, a mio avviso,potrebbero essere beneficamente impiegate soprattutto in sistematiche attività culturali a favore del territorio e del turismo locale. Come primo passo, ritengo sarebbe utile fargli registrare (con urgenza) un cd monografico patrocinato dal Comune, di preferenza mettendo a confronto le sue suonate con quelle di Beppe Cuga, carismatico e verace barbaricino di Ovodda (NU), discendente da una (rara) famiglia di suonatori di “bidulas”, del quale avremo prossimamente modo di scrivere su questa stessa Rubrica. 

Paolo Mercurio

Copyright Foto Paolo Mercurio

Riccardo Lay sui sentieri dell’etno-jazz tra la Sardegna e il mondo

L’occasione per una chiacchierata con Riccardo Lay, sassarese, nome storico del jazz italiano, contrabbassista e compositore di livello assoluto, è data dalla uscita del suo nuovo CD, “Percorsi-live” (Tronos 2014), registrato dal vivo durante la scorsa edizione del Festival di S. Anna Arresi “Ai confini tra Sardegna e Jazz”. È lo stesso festival sulcitano, uno dei più longevi del panorama italiano, ad aver co-prodotto il disco, che si sviluppa come una lunga suite di un’ora, comprendente alcuni brani già inseriti in album precedenti (“Totem”, “Sintesi” e “Frammenti”) e un inedito, "Tormenti Metropolitani", che apre l’album. Dunque, il protagonista è il contrabbasso, un compagno di viaggio «fedele ma un po’ ingombrante», come dice Lay, scherzando col pubblico alla fine del concerto. Alternando l’arco al pizzicato, con il discreto uso di una loop-station, l’artista crea suoni a volte grezzi e acidi, ma spesso evocativi; facile, a questo proposito riconoscere richiami alle sonorità della Sardegna, che spesso hanno reso uniche le composizioni del contrabbassista, come il canto a chitarra, le launeddas e il ballo in “Galoppi nella Giara” e “Muttos”, ma anche echi scontati, e forse involontari, come quelli di “Fico d'India”, dove l’uso dell’arco rimanda al suono del morin khoor, lo strumento ad arco degli altopiani mongoli. E infine la voce: fin dai tempi dei Cadmo, Lay ha usato la propria voce come uno strumento aggiunto, creando riff, controcanti o rinforzando con essa le linee del contrabbasso. Uno dei momenti più alti del disco è la riproposizione della “Gobbura”, una canzone tradizionale di questua legata ai repertori tipicamente sassaresi della Festa dell’Epifania, in cui il pizzicato del basso e i versi della canzone danno luogo a una specie di mantra dal fascino assoluto, o nella conclusiva “Muttos”, tratta dal bellissimo disco “Totem” (Splasc’h 1989), vero caposaldo dell’etno jazz italico, dove il riff ricorrente amplifica l'approccio compositivo prettamente melodico del musicista sardo. Nella conversazione, sempre gradevole e condita da aneddoti e spigolature, viene fuori un po’ di storia del jazz italiano, dal periodo degli esordi con i Cadmo, trio apprezzato anche dai cultori del progressive, alle collaborazioni con importanti musicisti quali Don Moye e Pat Metheny, alle incursioni nella world music con Elena Ledda, Argia, etc. E, da sassarese rientrato in patria dopo quarant’anni, Lay confessa anche di aver riscoperto il vernacolo locale, tanto da aver messo su un congruo repertorio di canzoni in dialetto: «Non sono ancora pronte per essere suonate dal vivo, ma prima o poi....». 

Finalmente un disco nuovo, sono passati quasi quindici anni dal tuo ultimo CD "Frammenti" (il Manifesto, 2001)... 
Sì, sono stato un po’ di anni fuori dal giro, e ho pensato che fare uscire un disco fosse la maniera migliore per ricordare che esisto... L’ho registrato a S. Anna Arresi, festival dove ho suonato tantissime volte e in tutte le salse; avevo bisogno di un progetto che raccontasse di me e che dicesse: “Ecco, io sono questo, adesso”. Per me un disco di contrabbasso solo può sembrare una cosa nuova, ma a livello live è una formula che negli anni ho sfruttato spesso, la prima volta fu a Roma al Folkstudio, sarà stato forse il 1979: 35 anni fa... Fui io a proporlo a Gian Carlo Cesaroni, proprietario del celebre locale; lui mi disse “Ma pensi di farcela ?”, io molto spavaldamente risposi di sì, ma devo dire che forse non fu un gran concerto... 

La tua prima esperienza di un certo rilievo sono stati i Cadmo, come definiresti oggi la musica che suonavate allora ? 
Non sono abbastanza imparziale da poter valutare da “ascoltatore”. Guarda, prima dei Cadmo suonavo i generi più disparati, dalla canzone leggera, al night, al rock, ma già da ragazzo avevo una tendenza spiccata all’improvvisazione, avevo un fraseggio quasi bop anche quando improvvisavo con la chitarra. L’incontro con Antonello Salis mi ha fatto scoprire la mia anima più “libera”, la grande sfida era gestire la propria libertà, allo stesso tempo rispettando la libertà dell'altro. La musica di Cadmo era jazz, ma era soprattutto l’unione di tre spiriti liberi. Ho visto Antonello la settimana scorso, credo ci siano una gran voglia di riprendere a suonare insieme; il feeling è rimasto intatto. Cadmo nacque ad Alghero nel 1973. Inizialmente come quintetto, io subito dopo vinsi un concorso alle Ferrovie e mi trasferii a Torino, ma la mia unica aspirazione era suonare. Cantante e chitarrista hanno lasciato subito, avevano un gusto troppo pop-rock. Il primo obiettivo era andare via dalla Sardegna e Roma sembrava il posto adatto, c’erano i locali come il Music Inn, e impresari come il sardo Isio Saba, che purtroppo è scomparso lo scorso anno. Lui all’epoca organizzava concerti di nomi come Georges Moustaki e Eumir Deodato e soprattutto era il manager italiano dell’Art Ensemble of Chicago, con i cui componenti, Don Moye in primis, continuo a suonare tutt’oggi. Don è uno dei miei musicisti preferiti, tanto “free”, ma anche dotato di uno swing originale e potente. 

E dopo i Cadmo ? 
I Cadmo finiscono nel 1979/80, dopo due dischi e un tentativo di allargare la formazione con Danilo Terenzi. Finiscono per divergenze soprattutto “ideologiche”, direi... Soprattutto fra me e Mario Paliano, avevamo sulla gestione della musica idee diverse e soprattutto lui era troppo anarchico: il suo concetto di libertà, paradossalmente era troppo... rigido ! Io, arrivato a Roma, avevo bisogno di affermare una mia identità musicale. Vedevo gli americani che suonavano al Music Inn, da Dexter Gordon a Bill Evans, e notavo come la scena italiana tentasse in qualche maniera di replicare gli americani, senza una propria vera identità. A trovare la mia dimensione musicale mi ha aiutato la mia grande passione per la musica sarda, specie quella dei repertori dei “canti a chitarra”, genere che seguivo sin da ragazzino e che ascolto tuttora... Tornando indietro mi sarebbe piaciuto essere un “cantadore a chiterra”. E poi c’è il canto in Re, ma anche il ballo, le launeddas... Riprendermi la tradizione è stata la mia fortuna ! È stato a Roma che ho scoperto di essere innamorato della Sardegna. Il linguaggio che uso nella composizione, il mio credo è unire l’improvvisazione alla mia anima sarda che mi porto dentro da sempre. 

Quali sono i musicisti che ti hanno maggiormente influenzato? 
Metto al primo posto i musicisti con cui ho suonato agli esordi, Antonello Salis, Mario Paliano e Franco Montalbano, un chitarrista di Cagliari che suonava Hendrix meglio di Hendrix... Fra i contrabbassisti ovviamente Mingus, soprattutto dal punto di vista compositivo, poi Paul Chambers, che al tempo era il contrabbassista jazz per antonomasia. Non posso dimenticare Malachi Favors, dell’Art Ensemble. Poi, la tromba di Davis, ma anche quella di Lester Bowie, essenziale ma sempre efficace, ma anche Chet Baker con cui ho passato molto tempo insieme al Music Inn. Infine, la grande umiltà di Dexter Gordon il grande respiro della sua musica. 

So che Pat Metheny è un tuo grande fan... 
Abbiamo suonato insieme nel 2001 a S. Anna Arresi, una produzione originale con i Meta Quartet (Lay, Salis, Satta, Moye). Ha studiato giorni interi le nostre parti e si inserito alla perfezione, con grande umiltà e dedizione, alla fine ci ha detto di sentirsi orgogliosamente un membro dei Meta… Quintet ! 

A livello compositivo, hai dei riferimenti ? 
I miei temi devono essere “cantabili”, e in questo senso il riferirsi alla tradizione è di grande aiuto. Sento spesso, specie nel cosiddetto “jazz italiano” temi difficili, poco intellegibili, esercizi di stile. Il successo di Cadmo è dato dal fatto che eravamo sì sperimentali, ma mantenevamo una certa cantabilità, come i grandi gruppi dell’epoca, Perigeo, Area... È un discorso strettamente connesso al rapporto fra musicista e pubblico: chi suona deve sempre ricordarsi che davanti ha degli ascoltatori, non ci si può permettere di essere egocentrici, prolissi, distratti, di suonarsi addosso o di auto compiacersi. Devi essere comprensibile, diretto, senza troppi giri di parole, anzi di note; vediamo le conseguenze di comportanti autocelebrativi a tutti i concerti: il bambino strilla e disturba, l’adulto vorrebbe strillare anche lui, ma è più educato e magari si limita a sbadigliare o a pensare ad altro; il musicista deve costruire un ponte verso l’ascoltatore, non erigere un muro. Vero è che anche il pubblico è cambiato molto. Mi ricordo gli anni delle prime edizioni di Umbria Jazz, la musica si “sentiva”, si respirava, il jazz univa, ora non unisce più, è cambiato proprio l’approccio. Pensa al rito che si celebrava ogni volta che si acquistava un disco: aprire la copertina, toccarla, prendere in mano il disco, rigorosamente senza mette le dita sui solchi.... Ora è tutto più facile, anche troppo, ci sono gli mp3... Tutto virtuale, peccato.... 

Hai anche un disco pronto in quartetto, a quando l’uscita ? 
Spero fra qualche mese, è una formazione di cui sono entusiasta, c’è Gavino Murgia ai sassofoni, Pietro Iodice alla batteria e il nuovo innesto del trombettista Claudio Corvini. 



Gianluca Dessì

Alessio Arena – Bestiari(o) Familiar(e) (diMusicainMusica, 2014)

Giovane scrittore e cantautore napoletano, Alessio Arena vive da anni ormai a Barcelona, e proprio dalla Spagna, terra che lo ha visto sbocciare dal punto di vista musicale, ha compiuto il viaggio di ritorno verso la sua città con il suo primo album Bestiari(o) Familiar(e), che giunge a coronamento di un lungo percorso formativo, partito a fianco del padre Gianni Lamagna della Nuova Compagnia di Canto Popolare, e culminato con la vittoria al Festival Musicultura. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare dalla sua viva voce i primi passi nel mondo della musica, la genesi e la realizzazione del suo disco di debutto, senza tralasciare i suoi progetti futuri. 

Il percorso che ti ha condotto verso la canzone d'autore, ti vede muovere i primi passi come scrittore, e come autore di teatro. Ci puoi raccontare questa prima fase della tua carriera? 
Ho iniziato a scrivere molto prima di avventurarmi a cantare le storie che volevo condividere, perché la pagina scritta e la voce, il gesto degli attori in teatro, mi facevano sicuramente sentire protetto, filtravano in qualche modo il mio messaggio, senza censurarlo, senza contraffazioni, ma facendolo correre con un’invisibile armatura. Quando invece decidi di mettere in musica e cantare le tue storie non ci può essere nient’altro: la voce non la si può vestire, neanche con anni e anni di tecnica, o almeno non nel mio caso. Se la storia che canti fa tremare, tremerà sempre anche la voce. 

Il fatto di essere figlio di uno dei membri storici della Nuova Compagnia di Canto Popolare come Gianni Lamagna, ha favorito il tuo avvicinamento alla canzone d'autore? 
Con mio padre ho imparato e scoperto tantissime cose, soprattutto di quella musica popolare “colta”, della quale è stato interprete in teatro e in dischi per diversi anni. Però i miei riferimenti vengono da più lontano, sono arrivato alla canzone d’autore che amo attraverso la letteratura, soprattutto all’Università, quando studiavo la cultura spagnola delle Americhe. 

Quali sono le tue principali influenze musicali, e i cantautori a cui ti ispiri? 
Mi piace il folklore argentino, moltissimo, e anche il rock cantautorale che è nato in questo paese con gente come Spinetta e Gustavo Cerati. Non mi ispiro a nessun cantautore in particolare, a me interessa la parola cantata e in questa direzione potrei annoverare tra i miei amatissimi “cantori di parole” scrittori come Lezama Lima, Reinaldo Arenas, Roberto Bolaño. Da adolescente ascoltavo quasi solo Pablo Milanés e Mercedes Sosa. Vivevo nel Rione Sanità di Napoli, ma come se stessi a Holguin, Cuba, o Santiago del Estero, nel desolato nord argentino. 

Come cantante ed autore hai partecipato a "La versione dell'acqua" (Merdiziano Zero, 2009) messa in musica del romanzo di L.R Carrino, "Acqua Storta", hai scritto ed interpretato "L'uomo con la finestra in petto" incluso nel cd "Canzoni" (Magma, 2009), ma soprattuto hai pubblicato già un EP "Autorretrato de ciudad invisible" (diMusicaInMusica, 2011). Ci puoi raccontare questi tuoi primi passi da cantautore? 
Quella con Carrino è stata forse la mia prima incisione: insicuro, impreciso, avevo avuto poco tempo per scrivere le canzoni, a Madrid, dove vivevo all’epoca, mentre lavoravo a quello che poi sarebbe stato il mio primo romanzo, e poco tempo poi per cantarle in uno studio a Roma. Ho fatto qualche altra incisione in Italia, ma dopo, trasferitomi in Spagna, ho cominciato a suonare in diversi locali, tra Madrid e Barcellona, scoprendo una scena cantautorale iberica vivissima anche se con riferimenti e motivi e sonorità condivise un po’ da tutti. Per questo ho deciso poi di incidere il mio primo Ep, interamente in spagnolo, (con una cover in catalano di un celebre pezzo di Joan Manel Serrat e un fado fantasma in portoghese) ma suonandolo e producendolo nella campagna casertana, dalla NCCP. 

In una intervista con Federico Vacalebre hai detto: "Per me cantare è uno striptease emozionale, il mio sogno, come quello di tutti gli italiani che se ne sono andati, è di ritornare, a casa, a Napoli". Come è nata l'idea di trasferirti in Spagna, e soprattutto quanto ti manca Napoli a livello di ispirazioni? 
Per fortuna posso ormai azzardarmi a dire che vivo a cavallo tra Barcellona e Napoli, perché il mio lavoro, anche se con piccolissimi passi, si muove ancora in Italia, visto che faccio concerti, con diverse formazioni, qui e lì, e perché ho un editore italiano e i miei libri escono ancora, soltanto, in Italia. Napoli è il cuore pulsante di gran parte della mia opera, ma è un cuore infartuato, spostato a sinistra e poi a destra, un cuore invisibile, a volte, che si rimpicciolisce fino a sparire. Napoli mi manca sempre, ma il fatto strano, inspiegabile, meravigliosamente letterario, romanzesco, è che Napoli mi manca soprattutto quando sono a Napoli. 

Ci puoi parlare del tuo processo creativo? Come nascono le tue canzoni? 
È un processo quasi schizofrenico. Non so mai se un’idea originaria potrà diventare un testo per il teatro, un romanzo, o una canzone. Certo le ultime rispondono a un’esigenza, un’urgenza del tutto diversa. Se scrivo una canzone posso subito condividerla nel prossimo concerto. Per un romanzo, o ancora più per un’opera teatrale ci sono filtri e scremature impensabili per una canzone, almeno nel mio caso. Non scrivo di notte, come la stragrande maggioranza degli artisti miei coetanei. Quando ero single mi portavo la chitarra nel letto, ma poi mi addormentavo subito e rischiavo di farla cadere. Scrivo e compongo durante il giorno, mentre sto cucinando, quasi sempre. Così sento di rispondere doppiamente a un bisogno del tutto naturale e condivisibile, come quello di alimentarmi. 

Il tuo primo album "Bestiari(o) familiar(e)" mette insieme le due anime del tuo songwriting, quella napoletana e quella spagnola. Il risultato è una sorta di album doppio, riassunto molto bene dalle due tonalità della copertina. Come nasce questo disco? 
Avevo pensato addirittura a due edizioni del disco, una spagnola e l’altra italiana, ma poi ho realizzato che sarebbe stato censurare una parte di me. Il disco, al di là della doppia produzione, dei viaggi di andata e ritorno che ha dovuto fare, dei musicisti, tanti e validissimi, che ha ospitato, risponde a una primaria esigenza di sincerità: se in una canzone racconto una storia che ho vissuto in catalano, non posso pensare di cantarla in napoletano. E così anche al contrario. Per questo ci sono canzoni che riportano queste quattro lingue che parlo e nelle quali vivo, quasi sempre improvvisando. 

Come si sono svolte le session del disco in Spagna e quelle in Italia? 
È nata prima la parte italiana, “Ajere”, anche se nel disco viene dopo, perché il passato per me è quel concentrato di vita che spingiamo sempre in avanti, che proiettiamo verso nord, che sembra esserci sempre, e anche “dopo”. Erano i giorni prima di Musicultura, il festival al quale avrei partecipato con “Tutto quello che so dei satelliti di Urano”, canzone risultata poi vincitrice della rassegna. 

Quali sono le ispirazioni alla base delle canzoni di "Bestiari(o) familiar(e)"? 
Il disco è una specie di radiografia di una famiglia in continua evoluzione e trasfigurata dalle sue storie, a partire dalle ninna nanne dei nonni, fino agli esorcismi e alle epifanie infantili di figli e nipoti. Certo sono canzoni molto personali, che scavano nella mia biografia, ma poi il racconto si rilassa su toni più archetipici, quindi chiunque potrà riconoscersi in queste storie. Come si è indirizzato il tuo lavoro in fase di arrangiamento dei brani? Quello che volevo era che la parte catalano/spagnola riprendesse un po’ i suoni della musica che respiro a Barcellona: un pop con molta strumentazione classica, quasi barocco. Gli arrangiamenti sono stati affidati a Clara Peya, per prima, a Toni Pagès, e a Milche Signore (NCCP) per la parte italiana. Normalmente, quando ho composto il brano, ho già un’idea di un possibile arrangiamento. Poi è probabile che i miei collaboratori propongano altre soluzioni, delle quale, quasi sempre, è facile innamorarsi. 

Quali, invece, sono state le difficoltà che hai incontrato in fase di produzione di questo disco? 
Le difficoltà per produrre un disco sono sempre presenti dietro l’angolo. Nel mio caso la situazione era davvero complicata, anche logisticamente. Per fortuna ho potuto contare sull’aiuto di musicisti che hanno lavorato per il solo piacere di esserci. 

Quanto è stato importante il sostegno che hai avuto grazie al crowdfunding? 
È stato molto importante. Non so come avrei fatto se non avessi avuto il sostegno di moltissima gente. Poi, a disco prodotto, è stato quasi un incubo. Ho dovuto fare spedizioni per le Filippine, per Santo Domingo, per l’Australia. Ho quasi vissuto nella sede centrale di Correos Españoles per un bel po’ di mesi. 

Come sarà "Bestiari(o) familiar(e)" dal vivo? 
In Italia lo propongo soprattutto in trio, accompagnato da Giosi Cincotti al piano e alla fisarmonica e da Arcangelo Michele Caso, al violoncello. Sono i due musicisti che meglio conoscono il mio modo di intendere la musica. Per me suonare con loro è sempre una festa. In Spagna mi affido a un vero maestro di cerimonie come Toni Pagès, percussionista, pianista, produttore, direttore di scena e amico fraterno. Insieme a noi due ci sono Vic Moliner al contrabasso, Núria Galvañ al violoncello, e a seconda delle disponibilità, Pau Figueres o Adrià Plana, due giovanissimi chitarristi tra i più bravi della scena musicale catalana. Concludendo, da artista eclettico quale sei non puoi non svelarci qualche anticipazione sui tuoi progetti futuri... Da qualche giorno, nelle librerie italiane è arrivato il mio terzo romanzo, “La letteratura tamil a Napoli” (Neri Pozza), il che mi riempie di gioia e di timori, come sempre. Farò un tour italiano di presentazioni, tra festival e librerie. Ovviamente sempre chitarra in spalla, perché Bestiari(o) familiar(e) si sposa alla perfezione con molte delle atmosfere del libro. In Spgna è invece appena uscito un disco della pianista Clara Peya, una sinfonia contemporanea raccontata attraverso le quattro stagioni dell’anno, come quelle di Vivaldi. Per ogni stagione c’è un interprete. Nel disco canto insieme a Ferran Savall, figlio del celebratissimo Jordi, e alle brave Rusó Sala e Judit Neddermann. 



Alessio Arena – Bestiari(o) Familiar(e) (diMusicainMusica, 2014) 
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Sorpresa tra le più interessanti del nuovo fermento musicale che anima la scena napoletana, Alessio Arena giunge al suo debutto con “Bestiari(o) Familiar(e)”, disco nato tra l’Italia e la Spagna, e nel quale è possibile apprezzare a pieno non solo tutto il suo talento come songwriter, ma anche tutta la ricchezza del suo bagaglio culturale ed artistico. In questo senso il fatto di essere figlio d’arte sembra acquisire un peso relativo, in quanto nei diciassette brani di questa sua opera prima, emerge una cifra artistica personalissima in cui si mescolano le radici della musica tradizionale napoletana appresa al fianco del papà, Gianni Lamagna, storico componente della Nuova Compagnia di Canto Popolare, ma anche la sua passione per il sincretismo sonoro alla generazione della nueva trova cubana, da Silvio Rodriguez a Pablo Milanes fino a toccare l’uruguayano Jorge Drexler. Queste due anime si riflettono nelle due tonalità della foto di copertina, che evoca le due parti in cui è diviso il disco, la prima “Avui” presenta brani scritti ed interpretati in catalano e spagnolo, con gli arrangiamenti della pianista Clara Peya, del batterista Toni Pagès e la partecipazioni di giovanissimi e talentuosi musicisti come Elena Gadel, Judit Neddermann, Vic Moliner e Giancarlo Arena, la seconda “Ajere” lo vede alle prese con l’italiano e il napoletano, e nasce sotto la stella della Nuova Compagnia di Canto Popolare. Due dischi in uno, insomma, che sarebbero potuti essere due bei vinile tutti da ascoltare se ci trovassimo nel 1970, ma nell’epoca di musica digitale è già una scommessa riuscire a pubblicare un cd, e in questo caso non sarebbe stato possibile se non con il sostegno di una campagna di crowdfunding, che ne ha finanziato la realizzazione. Nel suo insieme il disco è un vero e proprio diario sonoro nel quale, tra lingue e città diverse, Alessio Arena ci offre le sue riflessioni sul presente e sul passato, sull’identità in continuo evolversi e le proprie radici familiari, senza dimenticare la sua anima letteraria che instilla in ogni brano poesia e suggestioni. Sospesa tra colte sonorità pop e aperture world, la voce del cantautore napoletano ci regala momenti di grande intensità, tanto quando è alle prese con lo spagnolo e le sonorità latin, come nel caso dell’iniziale “La Meva Mentida Preciosa”, o della sinuosa “Una Dona Que Es Diu Muntanya” cantata in duetto con Elena Gadel, o ancora della pianistica “Cançó De Bressol Per A Un Nen De 100 Anys”, quanto soprattutto con il napoletano dove lo cogliamo al suo meglio con brani di pregevole fattura come “Luntano”, la struggente “’Ntonietta (Torino, 1959) e “Vocca E Rummore”. Non manca qualche bella sorpresa nell’ambito della canzone d’autore in senso più stretto come nel caso del singolo “Tutto Quello Che So Dei Satelliti di Urano”, nella quale si apprezza tutto lo spessore del suo approccio poetico. Insomma “Bestiari(o) Familiar(e) è un ottimo disco di debutto, e siamo certi che nel prossimo futuro Alessio Arena saprà riservarci altre interessanti sorprese.



Salvatore Esposito

Copyright Foto Jon Mart

Estonian Folk Orchestra – Imemaa\Wonderland (EFO, 2014)

Difficile dire chi siano stati i precursori o gli apripista nella creazione di organici di strumenti popolari: certo è che oggi in Europa, da ovest a est, fioriscono ensemble la cui finalità è la convivenza di pelli, corde e legni di matrice tradizionale, spesso affiancati a strumenti dell’orchestra classica o elettronici. In questo, una volta tanto in Italia non siamo gli ultimi, anzi, dal momento che l’Orchestra Popolare Italiana, messa su da Ambrogio Sparagna, è da tempo una realtà del panorama musicale nostrano. E come dimenticare, poi, l’ottima orchestra intergenerazionale Tradalp? Recentemente abbiamo avuto modo di ascoltare anche l’interessante progetto orchestrale galiziano Sondeseu, guidato da Rodrigo Romani. Qui ci occupiamo di quanto accade nell’estremo lembo nord-orientale del continente, parlando della Estonian Folk Orchestra (EFO), testimonianza della fervida attività di studio e di ripensamento creativo delle tradizioni popolari in atto nel Paese baltico. Solo per fare un nome, pensiamo all’attività del Centro di Musica Tradizionale di Viljandi, città universitaria, che ospita il più prestigioso festival folk & world music estone. La EFO nasce per opera di Tuulikki Bartosik, fisarmonicista e lecturer all’Università di Tartu e all’Accademia Estone di Musica e Teatro, che con la collaborazione del navigato compositore e sassofonista svedese Jonas Knutsson ha radunato – con il sostegno dell’università, udite, udite! – trentacinque musicisti, perlopiù giovani, per costituire l’ensemble. Strumenti ad arco, salteri, cornamuse, corni, scacciapensieri, fisarmoniche, organetti diatonici, percussioni, sassofoni, plettri, basso elettrico, arpe, voci maschili e femminili contribuiscono a creare un suono unico, dove timbri antichi e contemporanei confluiscono in questo bel progetto. Il repertorio proposto è in prevalenza tradizionale, con partiture, scelte orchestrali ed arrangiamenti ad ampio raggio, che ora mettono in mostra le singole voci strumentali, che non fanno mancare interventi improvvisativi, ora accolgono il suono d’insieme. Nel brano d’apertura “Valge Jänes”, storia magica di un coniglio bianco, la polivocalità cede il passo alla coralità strumentale, che è equilibrio tra tradizione ed iniezioni di contemporaneità. Non meno energico l’incedere nella successiva “Imemaa”. Invece con “Tunturi”, scritto da Bartosik, si aprono passaggi evocativi e solenni dal tratto cinematografico, segnati dal risucito dialogo tra cornamusa e sassofono. L’ostinato che prevale nel tradizionale “Sarvelugu” porta in sé semi ritmici africani, mentre si ritorna ad una certa maestosa leggerezza danzante in “EFO valss”, una composizione del chitarrista estone Robert Jürjendal. “East Box” è un mix che riconsegna a futura memoria il recitativo poetico (testo di Mihkel Roolaid) e una ninnananna tradizionale, combinati a melodie anch’esse tradizionali. Pieno orchestrale nell’“EFO Hymn”, firmato da Knutsson, musicista che si muove liberamente tra jazz, folklore e musica contemporanea. Procede a passo musicale spedito la divertente storia della pulce in “Kibulugu”. Toni austeri e potenza delle voci prevalgono in “Gudejoik”, un salmo svedese del Norrland, riletto in chiave iterativa dall’ensemble estone. Il medley che segue parte a ritmo di polka, aprendosi poi a suggestioni jazzistiche. Ritorna il profilo cinematico in “Kannelation”, mentre riluce per la coralità timbrica in crescendo la conclusiva "Viljandi Suite”. Una conferma della vitalità estone, per chi è già aduso a quanto accade nello stato baltico, una scoperta necessaria per tutti gli altri. Cercateli su www.facebook.com/estonianfolkorchestra


Ciro De Rosa

Baro Drom Orkestar – Genau! (Musicastrada Records/Materiali Sonori, 2014)

Apprezzata qualche anno fa con l’ottimo “Zu-Ga-Be” che gli ha consentito di girare in lungo ed in largo l’Europa, la Baro Drom Orkestar torna con “Genau!”, disco pubblicato dalla neonata etichetta “Musicastrada Records”, e che sugella l’ingresso nella line-upo di Vieri Bugli (violini) e Michele Staino (contrabbasso elettrico), al fianco degli storici ed inossidabili Modestino Musico (fisarmonica) e Gabriele Pozzolini (batteria, tamburelli, riq, darbouka, glochenspiel). R Registrato presso il Jambona Lab di Cascina da Antonio Castiello, il disco raccoglie dieci brani che si caratterizzano per la collaudata formula che vede la tradizione balcanica riletta traverso un approccio innovativo ed originale in cui nulla è lasciato al caso, anche quando a la Baro Drom Orkestar strizza l’occhio alla tradizione musicale del Salento. Durante l’ascolto, se a colpire sin da subito è tutta l’energia e la vitalità del sound della Baro Drom Orkestar, andando più a fondo scopriamo tanto la loro capacità di saper rileggere in modo non scontato la tradizione balcanica come nel caso di “Sriba Izvoara” e “Hangu Unt Freylachs from Podoly”, quanto la raggiunta maturità compositiva, che emerge chiaramente nel singolo “Fanfara Ciociara”, in cui il saltarello ciociaro incontra i suoni balcanici in un intreccio davvero sorprendente. Nel mezzo non mancano sorprese qua e là come nel caso della collaborazione con Goran Kovacevic in “Dance” e “Jug”, o quella con Rocco Zecca e Arianna Romanella nel tradizionale griko “Kali Nifta”, proposta in un crescendo entusiasmante, tuttavia il vertice del disco è da rintracciare in “Baro” e “Buffalo Beat”, due brani che promettono faville sul palco. Insomma se siete stufi di ascoltare la solita solfa balkan prodotta in Italia, “Genau!” dei Baro Drom Orkestar vi riserverà belle sorprese. 


Salvatore Esposito

Max Manfredi – Dremong (Gutenberg Music/I.R.D., 2014)

Artista eclettico in grado di spaziare dalla musica al teatro, dalla letteratura alla didattica, Max Manfredi è un intellettuale a tutto tondo, e lo dimostrano non solo un pugno di ottimi album come “L’Intagliatore Di Santi” e “Live In Blu”, ma anche le varie collaborazioni, tra cui vale la pena citare quella con La Rionda in ambito folk, e l’altrettanto fortunato lavoro svolto con l’Academia do Fado del chitarrista Marco Poeta. Le sue canzoni in cui si intrecciano storie d’amore e di disincanto, schiaffi e carezze, scene meridiane e crepuscoli, sono diventate il marchio di fabbrica di un songwriting denso di poesia, che aveva affascinato anche Fabrizio De André, il quale non esitò a definirlo “il più bravo dei cantautori italiani”. A sei anni di distanza dallo splendido “Luna Persa”, Max Manfredi, grazie al sostegno della campagna di crowdfunding su MusicRaiser, ha di recente dato alle stampe “Dremong”, disco curato da Primigenia Produzioni, e nato dalla collaborazione con Fabrizio Urgas, che nelle vesti di co-produttore ha curato gli arrangiamenti e firmato la maggior parte dei brani. A differenza dei dischi precedenti, “Dremong” si caratterizza per un sound trasversale in cui si intrecciano, world music, rock e echi di progressive, il tutto impreziosito da una grande cura nella scelta tanto musicisti, tra cui spiccano Matteo Nahum, Elisa Montaldo, e Marco Spiccio, quanto degli strumenti, laddove alle classiche tastiere vintage, chitarre classiche ed elettriche, batteria, e basso freatless, si affiancano glockenspiel, concertina, violino, fiati, o ancora i suoni etnicic di gu-qin e go-zen. Quasi fosse una sorta di concept album, il disco ruota intorno al tema dell’inquietudine, quella dell’orso tibetano che vive lontano sulle altitudini himalayane ma che di tanto in tanto si mostra agli umani (“Dremong”), quella di un piazzista che denuncia il fallimento della new economy (“Disgelo”), o dello stesso autore che racconta le sue notti insonni (“Notte”). Durante l’ascolto scopriamo così il fascino della poetica “Diadema”, le suggestioni di “Finisterre” in cui i sapori world incorniciano il racconto di un viaggio fantasico, ma anche la hard boiled story “Rabat Girl”, in cui tra droga e prostituzione viene raccontato l’omicidio di una giovane danzatrice. Se “Piogge”, e “Inutile” ci regalano due esempi di pregevole artigianato d’autore, “Sangue Di Drago” è un omaggio al rebetiko, interpretato con grande sensibilità da Manfredi. Sul finale arrivano poi la canzone d’amore per procura “Il Negro”, una cartolina noir dalla Genova di trent’anni fa con “Sestriere del Molo”, ma soprattutto la disillusa “Anni 70”, uno sguardo sul passato della nostra nazione che rappresenta una delle pagine più intense del songbook di Max Manfredi. In chiusura arriva “Castagne Matte”, canto non ancora scritto della Resistenza, il cui testo toccante e struggente, sugella uno degli album più intensi di quest’anno. 


Salvatore Esposito

Intervista con Fabrizio Salvatore. Alla scoperta dell’etichetta romana Alfa Music

Nata come centro di produzione, e successivamente evolutasi in etichetta discografica, Alfa Music è una delle realtà più interessanti della scena musica italiana, non solo per il suo impegno ormai ventennale nell’ambito jazz, ma anche per la sua particolare attenzione per la musica popolare. Abbiamo incontrato Fabrizio Salvatore, socio fondatore dell’etichetta romana, e con lui abbiamo ripercorso le loro vicende artistiche, lo sviluppo e la caratterizzazione del sound, senza dimenticare uno sguardo verso la commercializzazione dei loro dischi e le produzioni più recenti. 

Come nasce Alfa Music? 
Alfa Music è diventata maggiorenne da qualche anno, avendo ormai alle spalle ventiquattro anni di attività. La nostra etichetta nasce nel 1990 per volontà mia e di Alessandro Guardia, che siamo stati i soci fondatori. All’inizio sono sapevamo nemmeno che nome dare a questo progetto, ma poi un giorno ci venne l’idea del nome Alfa Music, che è l’unione delle iniziali dei rispettivi nomi, ovvero Al come Alessandro e Fa come Fabrizio. Inizialmente siamo partiti come studio di registrazione focalizzando il nostro target verso il circuito romano, spaziando dal jazz al rock fino a toccare la musica popolare. Entrambi avevamo alle spalle una decina di anni da musicisti autodidatti nel giro delle cover band, a cui era seguito un periodo di studio più serio presso la Scuola Popolare del Testaccio, che era all’epoca il primo esempio di scuola di musica nato in maniera autogestita da un occupazione di una zona popolare di Roma. 
Lì abbiamo avuto modo di venire in contatto con docenti che hanno fatto la storia della scena musicale cittadina, e lì cominciò il nostro percorso di avvicinamento spontaneo alla scena jazz. Alla Scuola del Testaccio abbiamo incontrato diversi musicisti che poi sono diventati nostri clienti, e pian piano sono nate varie proposte di produzione. Saltando le varie vicende dei primi anni, arriviamo a metà degli anni Novanta quando cominciammo a collaborare con Il Manifesto, una testata storica del giornalismo in Italia e che all’epoca produceva e distribuiva dischi di musica popolare e jazz nelle edicole. Fu un periodo molto fortunato quello, e nello specifico facemmo tre dischi per gli Indaco, supergruppo che vedeva protagonisti alcuni membri di Banco Del Mutuo Soccorso e PFM, nonché molti ospiti. Ci ritrovammo in studio con Lester Bowie che era approdato a Roma, i fratelli Nocenzi e l'indimenticato Francesco Di Giacomo del Banco, Mauro Pagani, Andrea Parodi, Enzo Gragnaniello, Mario Rivera degli Agricantus, e diversi musicisti romani come Rodolfo Maltese, Carlo Mezzanotte, Mario Pio Mancini, che fu l’ideatore di questa formazione. Era uno dei primi esempi di ethno-rock in Italia, dove la musica popolare incontrava il rock progressive. Nacquero così “Vento Del Deserto”, “Amorgos”, e il live “Spezie”, che rappresentarono la base per costruire un catalogo impostato su quelli che erano i nostri interessi musicali principali ovvero la musica tradizionale e la world music, e il jazz. 

Quali sono stati i dischi che hanno aperto questa nuova fase? 
Ad aprire questa nuova fase furono due album, “Vaffaticà” di Nando Citarella e Tamburi del Vesuvio nel quale comparivano tanti ospiti come Lucilla Galeazzi, e Riccardo Tesi, e che rappresentava un po’ l’anima etnica, e il primo disco jazz ovvero “New Steps” del trio composto da Pino Iodice al pianoforte, Dario Rosciglione al contrabbaso, e Pietro Iodice alla batteria, a cui si aggiunse come ospite Richard Galliano. 

In questi anni si è sviluppato un sound dell’etichetta? 
Certamente, in quanto noi abbiamo cominciato con un approccio tecnico, costruendo fisicamente uno studio, su progetto di Livio Argentini, e che ancora oggi esiste ed è stato migliorato negli anni. Il nostro studio si trova a Roma nella zona Est tra Cinecittà e Via Casilina, e dove c’è la possibilità di incontrare diversi musicisti che arrivano dalle zone popolari di Roma, ma da noi sono passati quasi tutti i principali esponenti della scena jazz cittadina, così come non sono mai mancati strumentisti ed ospiti stranieri. La creazione di un suono fu una nostra prerogativa dall’inizio. 

Come lo descriveresti il sound di Alfa Music? 
Il nostro sound mira alla massima semplicità possibile ed ottenibile con una dotazione tecnica di alto livello, e questo grazie anche alle competenze del tecnico del suono, e ad una particolare attenzione che riponiamo nei vari step dalla ripresa audio al mastering, che curiamo fin nei dettagli. A noi è sempre interessata la ripresa del suono in acustico, più che la manipolazione dei suoni attraverso le sovraincisioni e questo tanto nel jazz, quanto nella musica popolare. Certo si corregge qualcosa o si sovraincide qua e là, ma non siamo assolutamente per l’editing esasperato. Ci sono dischi di musica classica, che vengono costruiti nota per nota, ma quello non è più musica, è solo un esercizio di stile impossibile da ripetere dal vivo. Prediligiamo, quindi, l’approccio emotivo alla registrazione, e ci interessa imprimere su disco un suono che sia quanto più vicino possibile a quello della fonte originale. Una registrazione ben riuscita è quella dove non senti la differenza tra il disco e gli strumenti suonati dal vivo. Se sul supporto disco senti la stessa cosa che percepisci stando a tre metri dal vivo, allora vuol dire che hai fatto un buon lavoro. Ascoltare un prodotto molto elaborato, pieno di reverberi, sia pure curato nella sua realizzazione, non rende bene l’idea di quello che può essere il fascino di uno strumento suonato a due passi da te dal vivo. Portiamo avanti un idea di verità musicale sia dal punto di vista artistico che da quello tecnico. 

Quali sono difficoltà e le sfide di un etichetta come Alfa Music? 
E’ un discorso molto articolato, ma paradossalmente incontriamo molte meno difficoltà adesso dopo ventiquattro anni di attività che all’inizio, quando non avevamo problemi di commercializzazione, di catalogo, o ancora di distribuzione e promozione. All’epoca portavamo avanti un discorso finalizzato allo studio di registrazione dal quale volevamo che uscissero prodotti di qualità. Oggi le problematiche sono diverse e si intrecciano tra loro, si veda il discorso della distribuzione e quello della diffusione su supporti digitali. Noi continuiamo a credere nel disco, tanto è vero che stiamo pensando di tornare a pubblicare alcune cose anche in vinile, oltre che su cd. Non sottovalutiamo però il discorso della musica liquida intesa come strumento di valorizzazione ed esaltazione della qualità, e parlo di brani in alta definizione con frequenza molto alta a 192 kHz, o 96 kHz/24 bit che non possono essere fissati su supporto, se non su un hard disk. Brani in questo tipo di formato si possono scaricare da internet a pagamento su siti che vendono musica in alta definizione e basta un semplice impianto audio per sentire la differenza con un comune standard del cd audio in 16bit. Insomma c’è molta differenza quanto a dinamica e pulizia del suono. Come etichetta stiamo sviluppando e sperimentando questo formato in alta definizione con siti giapponesi ed americani specializzati nel settore. Il cd continua e continuerà ancora ad essere uno strumento buono non tanto di vendita ma di promozione, essendosi ribaltata la prospettiva rispetto a quello che accadeva negli anni Ottanta e Novanta quando i tour si facevano per promozionare un disco. Oggi il disco è considerato un demo raffinato e ben confezionato per spingere i concerti che rappresentano una delle poche opportunità di guadagno per l’industria discografica.

Come si inserisce Alfa Music nella scena musicale romana? 
Senza voler essere presuntuosi, possiamo dire che Alfa Music è una delle etichette indipendenti di riferimento della scena romana, ma anche a livello nazionale. Inizialmente, anche per questioni logistiche, i nostri riferimenti artistici erano i musicisti romani e del Lazio, negli ultimi anni nel nostro catalogo ci sono degli artisti che arrivano da ogni angolo d’Italia, dalla Sicilia che è una terra fertilissima, alla Puglia che è un crogiolo di eccellenze, ma fino a toccare il Nord Italia con musicisti bravissimi che arrivano dai confini dell’Italia verso l’Est Europeo. Non abbiamo confini, e grazie ad internet possiamo dialogare con musicisti anche lontani geograficamente. Abbiamo sviluppato un ottimo rapporto con musicisti italiani residenti all’estero, e grazie alle “ospitate” non mancano anche gli strumentisti stranieri. 

Una nota di speranza insomma per la musica italiana… 
E’ una realtà. Sentire musicisti come Dave Liebman, che ha registrato per noi un disco con Enrico Intra, affermare che l’America sta qui, è sorprendente. Negli Stati Uniti i musicisti hanno un approccio meno artistico e più lavorativo. Nei jazz club di New York le session cominciano molto presto e non c’è l’abitudine di offrire la cena a chi suona nel locale. Magari i musicisti arrivano da mattinate molto piene con lezioni e showcase, sempre in giro con lo strumento tra treni e metropolitane, e poi dalle sette si suona fino a tarda notte, magari con vari gruppi che si avvicendano sul palco. Qui da noi ci sono tempi più dilatati, nonostante ci sia questa aria di crisi, si tende sempre a salvaguardare l’artista in qualche modo. Questo è senza dubbio ottimo per favorire la creatività ma forse non è la soluzione per risolvere i problemi della scena musicale italiana dove si suona e si guadagna poco. Molti americani insomma preferiscono la nostra gestione più rilassata. 

Di recente avete inaugurato una collana dedicata ai materiali di archivio di Enrico Pieranunzi… 
La collana “The Early Years” prende in esame i primi anni di carriera di Enrico Pieranunzi, e ad inaugurarla è stato “The Day After The Silence” del 1976, il suo primo album per piano solo, che all’epoca fu prodotto da Edi-Pan, casa discografica eccezionale nata per volere del Maestro Nicolai, grande musicista e compositore di colonne sonore. Fu Nicolai a chiamare Pieranunzi come direttore artistico di questa etichetta, per la quale realizzò alcuni dischi tanto a suo nome quanto di altri artisti. Nel 2015 pubblicheremo certamente “From Always To Now” del 1978 inciso da Pieranunzi con Bruno Tommaso al contrabbasso, un giovanissimo Roberto Gatto alla batteria, e Maurizio Giammarco al sax. A questo disco seguiranno ancora altri album, ma per il momento non abbiamo ancora finalizzato alcune idee in cantiere. L’unica cosa che posso anticipare è che pubblicheremo un disco nato dalla collaborazione con un grandissimo musicista americano, e parallelamente stiamo lavorando a materiali inediti in larga parte provenienti da performance live, dalla fine degli anni Settata alla fine degli anni Ottanta. E’ quello il ventennio d’oro di Enrico Pieranunzi dove sono nate le sue principali innovazioni musicali, che contribuirono in modo determinante a portare sulla scena internazionale il jazz made in Italy. 

Sul versante dei progetti futuri, so che è in cantiere il nuovo disco dei Re Niliu… 
Quella dei Re Niliu è una bellissima produzione, siamo già in fase di mastering, e prevediamo di pubblicarlo ad inizio 2015. E’ il disco della reunion della formazione di “Pucambù” che nel 1993 si segnalò come uno dei dischi più belli della world music mondiale. Ettore Castagna, che negli anni ha dato vita anche ad altre formazioni come Nistanimèra e Antiche Ferrovie Calabro-Lucane, insieme ai componenti storici del gruppo hanno deciso di ritornare in campo con “In A Cosmic Ear”, che è un incontro tra la musica popolare calabrese con l’elettronica e strumenti rock. 
E’ stato bello rivedere Ettore Castagna imbracciare di nuovo la sua Stratocaster, e il risultato è stato davvero entusiasmante. Sul versante jazz stiamo per pubblicare “Traditori”, il nuovo disco di Ettore Fioravanti, in cui figurano come ospiti Enrico Zanisi giovane pianista romano, Marcello Allulli, Marco Bonini e Francesco Ponticelli, e che si caratterizza per la ricerca di nuove sonorità jazz-rock. Abbiamo in uscita anche i dischi del pianista siciliano Fabrizio Mocata in cui suonano Marco Panascia (contrabbasso) e George Garzone (sassofono), quello del vibrafonista Marco Pacassoni nel quale è ospite il pianista dominicano Michel Camillo. La nostra attenzione è incentrata anche verso le voci jazz con il nuovo album della cantante siciliana Daniela Spalletta, che per l’occasione ospita Max Ionata. Ultimo ma non meno importante è il nuovo disco di Dino e Franco Piana, che segue  il primo Album "Seven" vincitore del Jazzit Award del 2012; in questo secondo album, che probabilmente si chiamerà "Seasons", pensando alle varie generazioni di musicisti che hanno partecipato al disco, hanno partecipato Enrico Pieranunzi, Roberto Gatto, Ferruccio Corsi, Fabrizio Bosso, Max Ionata, Giuseppe Bassi, ed il giovanissimo Lorenzo Corsi. Abbiamo in uscita anche il disco del chitarrista napoletano Enzo Amazio nel quale spicca come special guest Gabriele Mirabassi. 

Concludendo, qual è attualmente il target di Alfa Music? 
Il nostro pubblico negli ultimi vent’anni ha mostrato molta attenzione tanto per il jazz quanto per la musica popolare. Dal mio osservatorio posso dirti che nonostante l’oscurantismo culturale di questi anni, lo vedo in crescita se non numerica, ma senza dubbio qualitativa, e questo grazie anche a programmi radio, o televisivi curati da registi ed autori coraggiosi. 
Aggiungerei una nota di merito anche al Festival di Sanremo, che pur continuando a diffondere musica leggera, in alcune edizioni si è mostrato attento alla scena jazz, come nel 2005 quando presentammo Nicola Arigliano, il quale vinse il premio della critica, e nell'occasione era accompagnato dal trio composto da Ascolese, Tatti e Vannucchi, a cui si aggiunsero gli ospiti Franco Cerri, Gianni Basso,  e Bruno De Filippis. Vedere su quel palco questi artisti ha contribuito a far capire al pubblico che esiste una musica diversa da quella pop. Insomma, una speranza c’è ancora, e bisogna crederci, impegnarsi, e sostenere con molto orgoglio la musica made in Italy laddove c’è qualità. In Italia produciamo ottimo jazz, ottima musica popolare ma spiace vedere che è gli ascoltatori più attenti sono all’estero, e parlo sia di coloro che acquistano i dischi, sia per quanti affollano i concerti dei nostri musicisti. Spesso qui in Italia si considera di nicchia certa musica, mentre in Europa si viene educati sin da piccoli all’ascolto del jazz o della musica popolare.

Salvatore Esposito

Maurizio Disoteo, Musica E Intercultura. Le Diversità Culturali In Educazione Musicale, Franco Angeli, pp. 221, Euro 26,00

Il nuovo libro di Maurizio Disoteo indaga uno spazio complesso, il cui profilo, sul piano internazionale, è in continua definizione. E non potrebbe che essere così. Perché in continua trasformazione sono gli elementi cui quello spazio fa riferimento: le musiche, le educazioni musicali, i processi e i programmi di insegnamento nelle scuole, l’organizzazione politica del sistema didattico. E, andando un po' più sul generale, le culture (con tutto ciò che comprende questo termine: le pratiche, le conoscenze, ma anche l’immaginario, la percezione) e le società. Il libro è edito da Franco Angeli e si intitola “Musica e intercultura. Le diversità culturali in educazione musicale”. Il sottotitolo ferma la riflessione sui termini più rappresentativi del dibattito in corso e ci tira verso una dimensione (ovviamente) multiculturale, che indica uno scenario extra-nazionale e, allo stesso tempo, una realtà composita all’interno di uno stesso paese e di una stessa società. Una rete di realtà che - oggi in modo più evidente e attraverso processi spesso più estremi - hanno in comune probabilmente il fatto di essere composte da “sub-culture”, cioè da insiemi di elementi e processi che comunicano e condividono solo alcune sezioni dei loro panorami esperienziali, sociali, politici. Per questo l’autore suggerisce di ampliare l’orizzonte interpretativo, in quanto, di pari passo con le mutazioni politiche e culturali che caratterizzano le società contemporanee, “si è sviluppata tra gli educatori la coscienza della necessità di farsi carico anche delle forme di diversità che non hanno un’origine ‘etnica’”. Per cui, il libro riflette “le nuove tendenze che si stanno ormai affermando” e che rivolgono l’attenzione a tutte le forme di diversità e che, di conseguenza, ricordano di includere queste ultime “nei progetti pedagogici”. Disoteo impianta la sua analisi su una base internazionale che coinvolge l’Italia, la Spagna, il Belgio, la Francia e la Gran Bretagna. I primi quattro sono stati scelti perché l’autore vi ha svolto alcune esperienze lavorative (ha conseguito un dottorato di ricerca presso l'Université Libre de Bruxelles, è stato docente presso la Scuola Europea di Bruxelles, è stato guest professor di Educazione Musicale Interculturale presso l’Università di Valencia) e perché rappresentano “un panorama diversificato di situazioni rispetto all’educazione musicale interculturale”. Difatti - a dimostrazione che il tema di cui si tratta si sviluppa nel riflesso di cambiamenti culturali più ampi - la Francia e il Belgio “hanno una lunga storia legata alla presenza di minori stranieri a scuola, mentre per la Spagna e l’Italia questa storia è più recente”. In aggiunta a questi quattro paesi è stata scelta la Gran Bretagna, “per la sua importanza nella ricerca scientifica sull’educazione musicale”. Inoltre, “la ricerca britannica ha forti relazioni con gli Stati Uniti, che hanno la più lunga storia in materia di educazione musicale interculturale”. Con questa premessa Disoteo - che è insegnante nella scuola secondaria, ricercatore, docente e formatore - cuce insieme una serie di riflessioni che chiamano in causa le questioni più strettamente legate all’educazione, così come quelle sul dibattito antropologico ed etnomusicologico internazionale. Quest’ultimo aspetto - che l’autore ha già toccato in passato in “Antropologia della musica per educatori”, un libro interessante, ricco di esempi che richiamano le interpretazioni culturalmente determinate degli elementi musicali, uscito nel 2001 per Guerini e associati - è trattato qui con riferimento a John Blacking, etnomusicologo famoso in Italia soprattutto per il suo volume “Come è musicale l’uomo?”, pubblicato nel 2000 da Ricordi LIM. Come ci ricorda l’autore, Blacking “è un autore che offre infiniti spunti di riflessione agli educatori musicali e che ha dedicato anche un’opera specifica alla discussione di temi vicini alla pedagogia” (il cui titolo è “A commonsense view of all music. Reflection on Percy Grainer contribution to ethnomusicology and music education”, Cambridge University Press, 1989). 

Daniele Cestellini

Richard Thompsom - Acoustic Classics (Proper Records, I.R.D., 2014)

Per gli interessati alle classifiche da rivista rock, in affanno di idee, la prima cosa di dire è che Richard Thompson, a pieno titolo, è considerato uno dei migliori chitarristi della storia del rock mondiale, e questo non solo per i suoi dischi, ma anche per le sue incendiarie performance live, in cui spesso regala vere e proprie magie alla chitarra elettrica. Chi ben conosce la discografia dell’ex Fairport Convention, sa bene che per nulla trascurabile è anche la sua anima acustica, alla quale ha dedicato lo splendido “Small Town Romance” del 1984, e così non ci sorprende ritrovarlo alle prese con “Acoustic Classics”, album per soli voce e chitarra, realizzato con lo scopo di riattualizzare il suo repertorio e per fotografare idealmente le sue performance in solitario. Sin dal primo ascolto si ha la sensazione che questo sia il disco che ogni musicista sogna, ma che ben pochi, se non pochissimi, sono in grado di fare. Voce e chitarra. Una voce in grado di far vibrare le corde dell’anima, e una chitarra capace di titillare e far danzare la fantasia, e questo grazie alla pertinenza conquistata con la dedizione, ma anche alla sua sorprendente predisposizione naturale. Basta ascoltare il suo timing eccezionale gonfiarsi ed allargarsi, per perdersi nei mari dell’ispirazione. Spaziando attraverso brani vecchi e composizioni più recenti, “Acoustic Classics” ci offre un viaggio attraverso le pagina più importanti del songwriting di Thompson da “Dimming Of The Day” a “Walking On A Wire” passando per una superba “I Want To See The Bright Lights Tonight” fino a toccare “Shoot Out The Lights”, per giungere alle perle della maturità come “Beeswing” o “I Misunderstood” con il quale nel 1991 provò a scalare anche le classifiche di MTV. Dalla prima all’ultima canzone si apprezza a pieno il rapporto preferenziale tra chitarra e voce che si esplica, attraverso cavalcate che sottendono un senso più ampio e recondito, ma non meno radicato nella sensibilità di ognuno di noi, qualcosa di trascendentale e spirituale. Questo disco è insomma il lasciapassare per un mondo tutto da scoprire, un mondo pieno di rimandi ora al folk, ora al rock, ora ancora alla canzone d’autore, ma è anche l’occasione per comprendere quale sia la reale difficoltà alla base di un progetto come questo, di fronte al quale scompare nel nulla l’ondata di dischi acustici che sembra aver preso corpo negli ultimi anni. Che altro aggettivo usare per questo disco, se non essenziale e splendido? Inebriante, forse questo è il termine che lo descrive a pieno.


Antonio "Rigo" Righetti