BF-CHOICE: Maria Pia De Vito featuring Chico Buarque – Core [Coracão]

In “Core[Coracão]”, la vocalist partenopea, ai vertici del panorama jazz internazionale, offre cittadinanza sonora napoletana a tredici canzoni carioca. Sperimentatrice delle infinite possibilità sonore della voce, Maria Pia De Vito è artista versatile, sensibile e creativa...

BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

mercoledì 25 giugno 2014

Numero 157 del 25 Giugno 2014

Mentre è di questi giorni un riallestimento dello storico “Bella Ciao”, sotto la direzione artistica di Franco Fabbri e quella musicale di Riccardo Tesi (con un cast che comprende musicisti tra i quali spiccano Elena Ledda, Lucilla Galeazzi, Ginevra Di Marco e Alessio Lega), in scena in occasione del cinquantenario del dirompente spettacolo senza il quale il folk revival e la musica neo-tradizionale italiana non sarebbero mai esistiti, in apertura del numero 157, Blogfoolk presenta: “Roberto Leydi, ‘Il Nuovo Canzoniere Italiano’ e l’attività teatrale (1962-1965)”, un saggio retrospettivo, curato da Paolo Mercurio, che tratteggia proprio la figura di Roberto Leydi, che del “Bella Ciao” fu uno degli autori. Sul fronte della world music, proponiamo tre album: il primo è Mamar Kassey, il cui “Taboussizé-Niger” è il Consigliato Blogfoolk della settimana. Il secondo è il potente “Baifang” del gruppo mongolo-cinese Hanggai. La terza recensione è per gli italiani MedFree Orkestra, il cui “Background” raccoglie suggestioni popolari italiane, balcaniche, greche, africane e sudamericane. In tema di riproposta, parliamo ancora di “Terras de Portugal”, rilettura del fado di Luisa Notarangelo. Incastri e rimandi tra tradizione albanese, repertorio salentino e avant-jazz alimentano “Feksìn”, nuova prova in solo del pianista Admir Shkurtaj, mentre siamo oltre la world music con l’esordio dei siciliani Nigga Radio (“‘Na storia”). Dal nostro scaffale  proponiamo “Il Morso Della Taranta a Taranto e dintorni”, volume antologico di saggi, con la curatela di Carlo Petrone. Come di consueto,  l’affilato Taglio Basso di Rigo chiude il numero di Blogfoolk. Questa settimana si parla del combo roots tutto italiano Veronica & The Red Wine Serenaders (“The Mexican Dress”). 

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


MEMORIA
WORLD MUSIC
VIAGGIO IN ITALIA
CONTEMPORANEA
LETTURE
TAGLIO BASSO

L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Roberto Leydi, “Il Nuovo Canzoniere Italiano” e l’attività teatrale (1962-1965)

Roberto Leydi a lavoro
In occasione del cinquantenario dello spettacolo “Bella Ciao”, presentato a Spoleto presso il Teatro Caio Melisso, il 21 giugno del 1964, desidero ricordare Roberto Leydi tracciando il profilo di un breve periodo della sua intensa attività di studioso durata oltre mezzo secolo. Il profilo è riferito ai primi anni Sessanta durante i quali coordina e promuove il gruppo di ricerca denominato “Il Nuovo Canzoniere Italiano” e si distingue come ideatore di spettacoli teatrali di successo. 

Cenni biografici 
Nato a Ivrea nel 1928, Leydi presto si trasferisce a Milano, dove inizia a lavorare come critico per l’“Avanti”, per il Festival di Musica Contemporanea (di Venezia) e come autore in RAI, tra l’altro collaborando con Luciano Berio e Bruno Maderna per l’opera sperimentale di musica elettronica e concreta titolata “Ritratto di Città”. In qualità di giornalista Leydi viene poi assunto all’“Europeo”, per il quale viaggia da inviato stringendo stretto rapporto professionale con il fotografo Ferdinando Scianna. Appassionato di musica jazz, Leydi scrive recensioni e libri, tra cui (in collaborazione con Tullio Kezich) “Ascoltami mister Bilbo” (1954), nel quale vengono raccolti alcuni canti di protesta contro un senatore americano conservatore. Ricercando esperienze analoghe, Leydi scopre che poco o nulla era stato studiato musicalmente in Italia. Così, proprio in questo periodo, inizia a occuparsi organicamente del “canto sociale” nazionale. Da qui l’incontro con Gianni Bosio (di origini mantovane, fondatore, nel 1949, della rivista “Mondo Operaio”) e con Alberto Maria Cirese (fondatore della Rivista “La Lapa” specializzata in studi storico-letterari e di cultura popolare). Leydi s’impegna a tamburo battente nelle ricerche. Lavoratore instancabile è “sempre sul pezzo”, costantemente proteso ad approfondire i diversi argomenti studiati per poi divulgarli. Da esperto giornalista sviluppa un’apprezzata rapidità di scrittura (qualità rara tra gli studiosi) che utilizza sapientemente secondo le circostanze. Come esperto di musica popolare, Leydi si contraddistingue subito per doti culturali e per capacità organizzative e di mediazione con le istituzioni pubbliche e private. Dagli interessi verso il canto sociale le sue ricerche si allargano ben presto a tutto il campo della musica popolare, cui si dedicherà per il resto della propria esistenza (insieme a molteplici altri interessi). Raramente i biografi menzionano “La Musica dei Primitivi” (1961, completamento di ricerche iniziate già nel 1959), opera basilare per la sua evoluzione di etnomusicologo, per scrivere la quale deve confrontarsi retrospettivamente con i più rigorosi studi di musicologia comparata, utili per affrontare con disciplina le numerose tematiche tipiche dell’etnologia musicale che, negli anni, sempre più spesso, sarà denominata etnomusicologia. 

Roberto Leydi e “Il Nuovo Canzoniere Italiano” 
Il Nuovo Canzoniere Italiano dal 1962 al 1968
Nel 1962, a Milano, Gianni Bosio e Roberto Leydi danno vita a “Il Nuovo Canzoniere Italiano” (di seguito nominato anche come “NCI”), centro di ricerca che per alcuni anni catalizza la scena nazionale, ma dal quale uscirà per diatribe interne nel 1966, anno in cui, peraltro, sarà fondato (sempre a Milano) L’Istituto Ernesto De Martino, comprendente nel comitato scientifico, oltre ai due studiosi, anche Alberto Maria Cirese. Durante il 1962, nel “NCI” confluiscono i componenti dei Cantacronache di Torino facenti capo a Sergio Liberovici e Michele Straniero. A luglio, edito dalle Edizioni Avanti, esce il primo fascicolo (così è stato classificato) del ”NCI” (32 pp., costo 300 lire), a cura di Leydi e Liberovici. Parallelamente, viene organizzato uno spettacolo presso la società Umanitaria (situata nel centro di Milano), curato da Leydi e da Tullio Savi, dal titolo “L’altra Italia. Canti del popolo italiano”, i cui esecutori sono Sandra Mantovani, Michele Straniero e Fausto Amodei. Per capire il tipo di sodalizio tra il gruppo milanese e quello torinese dei Cantacronache, pare utile dare uno sguardo alla struttura del fascicolo appena menzionato. Innanzi tutto sono specificati i motivi della pubblicazione, nella presentazione genericamente titolata “Un canzoniere”: - «In questi ultimi anni anche nel nostro paese, sotto lo stimolo di alcuni studi critici recenti e di un più vasto movimento d’interesse, si è venuta sviluppando un’attenzione specifica per i problemi della musica popolare intesa secondo concetti e metodologie moderne e aggiornate… Lo scopo di questo Nuovo Canzoniere Italiano non è però quello di sviluppare in termini scientifici lo studio del materiale politico-sociale della nostra consuetudine popolare e popolaresca …, ma di avviare, a lato di una saggistica specifica riservata a sedi più opportune, una nuova misura dell’interesse della cultura italiana per i documenti e i problemi di quei dati della cultura non ufficiale (nel nostro caso canzoni) che testimoniano la protesta politica e sociale in prospettiva storica e nello stato attuale». È utile evidenziare il passaggio: «… anche nel nostro paese», segno che in altre nazioni questo tipo di ricerche era già stato portato avanti da qualche tempo. In Italia non si partiva proprio da zero, ma moltissimo vi era ancora da scoprire e da fare. Quali sono gli argomenti trattati nel primo fascicolo del ”NCI”? Sintetizzando: la presentazione eterogenea di alcuni testi popolari corredati da trascrizioni musicali (un must della rivista); un “autoritratto” di Fausto Amodei (allora ventisettenne, laureato in architettura, entrato a far parte del Gruppo Cantacronache, autore di canzoni antimilitariste); una sezione definita “Le canzoni e la cronaca” alla quale con parodie partecipa Umberto Eco, scrivendo ironicamente “Ventiquattro megatoni” (sul motivo di “Ventiquattromila baci”) e “Tuppe tuppe colonnello” (sull’aria di “Tuppe tuppe marescià”). Inoltre, la parte interamente curata da Roberto Leydi comprendente le sezioni “Informazioni bibliografiche” (suddivisa in “Opere originali italiane” e “Traduzioni” di saggi stranieri) e “Notizie discografiche”. Infine, sintetiche informazioni promozionali sulla Collana “Mondo Popolare” da lui stesso diretta, con opere dedicate a “Marionette e Burattini”, “La Piazza” (spettacoli popolari italiani), i “Canti della Resistenza” (Tito Romano e Giorgio Solza) e la storia del circo italiano, “Questa sera grande spettacolo”, scritta da Alessandro Cervellati. È possibile farsi un’idea dell’indirizzo di ricerca seguito da Leydi leggendo le recensioni. Per i due volumi “Canti politici italiani, 1793-1945” (di Lamberto Mercuri e Carlo Tuzzi), ad esempio, scrive quasi tre pagine di recensione, mettendo in risalto i punti di forza e di debolezza, evidenziando che l’opera presenta «… tutti i difetti tradizionali della nostra consuetudine folklorica già più volte denunciati (da noi e da altri) e ad essi aggiunge un disprezzo palese per quella precisione filologica, spesso sterile ma spesso ammirevole, che invece è nella parte migliore della tradizione degli studi specifici italiani». Quali sono per Leydi questi “difetti”? 1) la scelta (dei testi) condotta in modo indiscriminato; 2) confusione fra popolare, popolaresco e colto; 3) mancanza della musica, poiché «… tutti gli sforzi degli studiosi moderni sono stati tutti tesi a dimostrare l’inscindibilità della parola e della melodia in un canto, popolare, popolaresco o colto …»; 4) errori, inesattezze e simili («… si potrebbero riempire pagine e pagine…»). Per comprendere l’importanza di questa sezione del primo fascicolo dell ”NCI”, basterà citare gli autorevoli saggisti cui Leydi riserva una recensione: Giuseppe Cocchiara (“L’eterno selvaggio”), Ernesto De Martino (“La terra del rimorso”), R. Calisi e F. Rocchi, “La poesia popolare nel Risorgimento italiano”; Antonino Uccello, “Risorgimento e società nei canti popolari”, Antonio Buttitta, “Cultura figurativa popolare in Sicilia”, Giuseppe Pitrè, “Usi e costumi del popolo siciliano”, S. Liberovici, E. Jona, L. Gennero, M. Straniero, “I canti di protesta” e “I Canti di Protesta” 1940-1961 (cui partecipò anche Margherita Galante Garrone, Margot per gli amici). 
Il disco di Milanin Milanon
Dalla succinta carrellata di nomi e autori è possibile comprendere come – con rigore, metodo e competenza – il “NCI” intenda, sin dalla prima pubblicazione, proporsi a livello nazionale quale punto di riferimento per un’obiettiva e moderna ricerca a favore della cultura popolare. In parallelo all’attività professionale e di ricerca musicale, Roberto Leydi è spesso impegnato sul versante teatrale, curatore di spettacoli tra cui il noto “Milanin Milanon” che, nel 1962, riscuote subito successo in termini di pubblico e di critica. Lo spettacolo è presentato in anteprima il 14 dicembre al Teatro Gerolamo di Milano, situato nelle vicinanze di Piazza Fontana. La regia è di Filippo Crivelli (in seguito opererà soprattutto in ambito lirico-melodrammatico). Interpreti dello spettacolo sono cinque attori-cantanti di eccezione: Sandra Mantovani (folk-singer milanese e moglie di Roberto Leydi), Tino Carraro e Milly (noti al pubblico meneghino per una memorabile interpretazione al Piccolo Teatro dell’“Opera da Tre soldi” di Brecht, con la regia di Giorgio Strehler), Anna Nogara ed Enzo Jannacci, il quale da lì a poco scoprirà un successo nazionale come cantautore, grazie anche alle collaborazioni con Giorgio Gaber e alla produzione discografica di Nanni Ricordi del quale si parlerà in seguito. Dallo spettacolo si ricava una fortunata edizione discografica, della quale chi desidera potrà ritrovare traccia nel web. Dal 1962, lo spettacolo “Milanin Milanon” è stato più volte replicato nei Giardini della Villa civica di via Palestro, nel Parco di Villa Litta ad Affori e, negli anni Novanta, nei Cortili del Castello Sforzesco. Di recente, nel 2012, sempre con la regia di Crivelli, lo spettacolo è stato riadattato e nuovamente proposto nella ricorrenza del cinquantenario della prima al Teatro Gerolamo. Nel gennaio del 1963, si pubblica il secondo numero della rivista del “NCI”, con un numero di pagine raddoppiato (segno della frenetica attività di ricerca). Si spiega nell’introduzione che Liberovici è «… nell’impossibilità di proseguire la collaborazione…», pertanto Leydi diventa curatore unico. Nella rivista, in successione, sono presentati testualmente e musicalmente tre canti popolari esteri (spagnolo, angolano e greco) e un gruppo di canti del canzoniere italiano (“Gli scariolanti”, “Mamma mia mi son stufà”, “E per la strada”, “Na juris”, “Anto del bastone”, “La canzone della Michelin”). Rinaldo Salvatori dedica una presentazione al “Ciarlatano” e ai “Canzonieri” di Arturo Frizzi, inoltre è presentato un ciclo di ballate (autobiografiche) scritte da Ivan della Mea: “La grande e la piccola violenza”. Franco Fortini recensisce, invece, il disco “Inni e canti socialisti”, mentre Leydi dedica un articolo a “Il fascismo contro le canzoni”, cui seguono le consuete “Informazioni Bibliografiche” di opere originali italiane e le “Traduzioni” di opere straniere, tra cui “Musica antica e Orientali”, a cura di Egon Wellesz. Curiosa e precisa è la pagina finale scritta da Leydi, riferita agli “Errata” del numero precedente. Nel settembre del 1963 si rende necessaria una nuova pubblicazione della rivista nella quale, a fianco di Leydi, collaborano attivamente Fausto Amodei e Michele Straniero. 
Sandra Mantovani, Ivan Della Mea e Gaspare De Lama
Un lungo articolo introduttivo riguarda “La canzone popolare, il mercato della musica e i giovani”, con il quale si cercano e s’individuano le ragioni sociali e culturali che avvicinano questi ultimi al canto popolare. Nella sezione del canzoniere internazionale sono presentati testi e musiche di Giappone, Usa, Scozia, dando poi particolare attenzione a “Le deserteur” nella versione originale, censurata e proibita in Francia. Nel repertorio del canzoniere italiano, l’apertura è tutta per la nota canzone “Addio Lugano bella” di Pietro Gori, avvocato di Rosignano (vol. 2, Spezia, 1911). Segue la canzone narrativa dell’anarchico Sante Caserio (ghigliottinato il 16 agosto del 1894) e altre ancora tra cui “La donna del soldato” (tratto da una ballata di Bertold Brecht con musica del fisarmonicista milanese Piero Marazza) nonché varie canzoni composte da Fausto Amodei. Infine l’autobiografia di “Spartacus Picenus” (pseudonimo di Raffaele Offidani), nato nel 1890, autore di numerose canzoni e di inni a sfondo politico. Conclude la rivista una sezione denominata “Aria di casa nostra”, contraddistinta da numerosi spunti critici e di riflessione sul rapporto folklore-contemporaneità e sui cicli dei concerti eseguiti da Sandra Mantovani, Michele Straniero e Fausto Amodei in Italia e all’estero. La parte dedicata alle recensioni cambia nome e viene denominata “Libri, riviste, dischi”, quasi interamente scritta da Leydi con interventi di Michele Straniero (“Canti popolari dell’Angola”) e di Luigi Pestalozza (“Canti di lavoro” e “Canti comunisti italiani”). La rivista termina con la presentazione informativa di undici pubblicazioni dei Dischi del Sole, dedicate al canto sociale in Italia. 

Mamar Kassey - Taboussizé-Niger (Innacor, 2013)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

L’attacco è di quelli che ti prendono di botto: “Taboussizé” è una canzone dedicata ai lavoratori nigerini emigrati nella Costa D’Avorio, costruita da voci svettanti e distesa implacabile di cordofoni tradizionali. Il gruppo Mamar Kassey, che trae origine dal nome di un leggendario eroe-guerriero, pacificatore dei popoli dell’ impero songhaï che abitavano sulle rive del fiume Niger, si fa portatore di un sound dalle melodie forti e affilate, scolpite nella struttura pentatonica del sinuoso “blues” sahéliano. A guidarlo è Yacouba Moumouni, autore, cantante dalla voce flessuosa, suonatore di flauto e kamele n’goni. Ai suoi esordi artistici, decisivo fu l’incontro a Londra con le star maliane della world music Oumou Sangaré e Ali Farka Touré, che gli consigliarono di “andare verso la tradizione”, in una fase storica in cui le orchestre di rumba zairese e di zouk dominavano la scena artistica di Niamey, la capitale nigerina. Cosicché dal 1995 il gruppo di Yacouba si fa interprete di un suono neo-tradizionale per lo più acustico, producendo due album di buona fattura, “Denké-Denké” (1998) e “Alatoumi” (2000). Questo nuovo lavoro concede all’elettrificazione solo le spinte del basso di Abdoulkarim Mamadou N’Diaje e i riff vigorosi della chitarra, imbracciata da Abdourahamane Albarka Bombou, che ben si amalgamo con le corde antiche.
Per il resto, primeggiano gli svolazzi effervescenti del flauto e lo slap ancestrale del kamele n’goni di Yacouba, l’inquieto pulsare dei liuti a due e tre corde – komsa e molo – suonati da Seyni Hadilou, il calebasse, la cucurbitacea percossa con un bastoncino da Boubacar Souleymane (che è anche seconda voce), il tamburo a clessidra kalangou di Ousmane Abdou. Sostanziali i contributi di Safiah e Fati Mariko, che ci mettono le loro ugole femminili, e della viella monocorde – il godjé – suonato dal veterano Harouna Godjé. In tre brani tesse linee vivaci anche il flauto di Jean-Luc Thomas (che è pure consulente artistico del disco). Il gruppo Mamar Kassey intende rappresentare la pluralità di culture e di sonorità del Niger, sottolinea ancora Yacouba in tutte le sue uscite pubbliche. Nei dieci brani dell’album il messaggio di tolleranza e comprensione si rivolge ai vicini maliani colpiti dalla guerra (“Mali”, con il flauto in evidenza), al suo stesso Paese (“Rowdi” e “Danedjo”, una canzone d’amore per una ragazza peul), diventa invito a contadini ed allevatori ad unirsi per superare i conflitti (“Hardè”). Moumouni non risparmia la denuncia dei matrimoni combinati in “Kissey”, tesse le lodi dello scomparso presidente nigerino Syni Kountché in “Kountché”, dove svettano chitarra elettrica e flauto. C’è spazio per una dedica alla famiglia (“La famille”), per il nobile mestiere dell’artista (“Mansaarou”), per celebrare i simboli di resistenza al colonialismo, riprendendo il brano tradizionale “Karma”. Senza trucchi e complessi, registrato per la piccola ma intraprendente etichetta bretone Innacor, “Taboussizé-Niger” è un album felicemente compatto e avvolgente. 


Ciro De Rosa

Hanggai - Baifang (Harlem Recordings, 2013)

“Baifang” (“ritornando da te”, “indietro da te”) è la terza avventura della band pechinese originaria della Mongolia Interna, guidata dall’ex-punk rocker Ilchi, che in una decina d’anni si è costruita una solida reputazione nei festival rock e world music (da Roskilde a Sziget, da Wacken ai Womad Festival). Canto difonico, recitativi buddisti (collocati ad inizio, metà e fine album), salterio, violino con corde in crine di cavallo, liuto a tre corde, scacciapensieri, percussioni, fisarmonica, contrabbasso incrociano batteria, chitarre rock e pianoforte. Il produttore JB Meijers ci mette del suo con qualche passaggio chitarristico psichedelico e con tocchi di piano. Un potente crossover che si sviluppa in ben 78 minuti di musica (perfino troppi) e un libretto di 30 pagine con traduzione dei testi in inglese, ma, graficamente, dalla non sempre agevole lettura. Affetti, racconti di emigrazione, paesaggi naturalistici, storie che arrivano dal passato e quadri della contemporaneità di mongoli urbanizzati si rintracciano nelle diciotto tracce dell’opera. Si passa dalle tiratissime cavalcate rock dal profilo perfino metal a brani che conservano la ieraticità della tradizione folklorica mongola sedimentata nei secoli. Dall’iniziale “Mangala sutra” si passa alla potenza della title-track e di “Hershut Hero”. Superba la mescolanza di flauto, cordofoni tradizionali, voci potenti e tecnica vocale höömiy, chitarre surf e virate psichedeliche di “Tavan Hasag”. Invece, “Miss Daughter”, cantata da una voce femminile sulla tessitura dominante del salterio, è morbida nelle sue sfumature di matrice cinese mainstream. Dopo la ninnananna quasi sussurrata “Qinhai Lullaby”, per voce e corde, le chitarre si fanno nuovamente roventi in “Hong Galou”. Brano tutto d’atmosfera è “Gold Buttons”, che apre la strada alla sdolcinata ballad “Ulanbator Nights”. Per fortuna una “canzone lunga” sostenuta a piena voce, con innesti di canto di gola e il dialogo strumentale del morin khuur, ci riporta alle alte vette musicali. Dopo un suggestivo inno naturalistico al “Golden Autumn” arriva l’inusitata puntata reggae e dub di “My Mother”. Il canto armonico è di nuovo protagonista nella successiva “Huhe Namjila”. Si galoppa, poi, alla grande, incensando un “Beautiful Mongolian Horse”. I tempi diventano lenti, con il piano di Meijers a punteggiare la leggenda cantata in “Daya Bala” e la bella voce femminile che duetta con il lead vocalist in “High Trees”. Non mancherà il musicologo pronto a puntare l’indice verso le ruffianerie della world music; allora a lui rammentiamo: “Niente altro che quello che i Fairport Convention fecero oltre quattro decenni addietro”. 


Ciro De Rosa

Med Free Orkestra - Background (CNI, 2014)

Il nuovo disco della Med Free Orkestra si intitola “Background” e si configura come un contributo importante per il flusso delle produzioni world (e “multi-etnicistiche”) del nostro paese e, in generale, dello scenario musicale internazionale. Gli elementi più significativi che emergono da questo progetto sono tutti riconducibili a un’architettura musicale sufficientemente articolata e, soprattutto, elastica da accogliere suggestioni “italiane” (“Ballata di San Lo’”, “Dondolo il mondo”: nell’atmosfera, oltre che nel testo, nei riferimenti e nelle immagini che evocano), balcaniche (“Muoviti” e “Bulkanian”), “greche” (“Ederlezi”, un brano tradizionale con testo di Lina Nikolakopulu), world (“Afrikan move”, “Pizzica dello scafista”), sudamericane. Suggestioni inquadrate in una costruzione sonora equilibrata e mai pleonastica, dalla quale emerge soprattutto la capacità di questi dodici musicisti (di base a Roma) di andare oltre le immagini più convenzionali. Di andare oltre e lavorare alla definizione del profilo di una musica moderna (“impegnata” direi, se il termine non fosse fraintendibile o associabile a condotte non in linea fino in fondo con questa esperienza), che risponde alle esigenze (politiche, oltre che artistiche) di rappresentare i tanti elementi, argomenti, criticità, connessioni, che chi ha gli occhi bastevolmente aperti non può non vedere. Difatti, l’ensemble parla chiaro: c’è lo spettacolo (energico, raffinato, contaminato), la costruzione di un suono e di un’immagine roboanti (“pop rock balcanico mediterraneorientale”, come si legge, riconoscendo una rassicurante ironia, nel sito), ma c’è anche una certa narrativa (meno estemporanea, più organizzata e anche, probabilmente, più efficace) che lega tutto insieme, attraverso le collaborazioni, da un lato, e gli argomenti che vengono cantati, dall’altro. Entrambi questi aspetti sono confluiti nel videoclip di “Background”, che è anche il titolo del singolo dell’album: vi partecipano Andrea Satta (Tetes de bois), Claudio Santamaria, Erri De Luca (il quale aveva già collaborato con l’ensemble), Paolo Briguglia. E tratta - attraverso una “feroce ironia”, come si può leggere su la Repubblica - della questione immigrazione a tutto tondo: tirando dentro la Bossi-Fini (e come non farlo: “vi aspettavate corridoi umanitari e avete trovato l’esercito della Bossi-Fini”), la nostra (molto destrutturata e limitata) capacità di includere i migranti dentro un sistema socio-produttivo claudicante e perennemente in crisi, il carattere brutalmente chiuso e svigorito della classe dirigente (“non è stata infranta nessuna legge per far giocare i nostri uomini al nazista e il deportato/ Lo facciamo sempre anche con gli italiani, e ci riusciamo benissimo/ Qui i diritti umani si violano nel rispetto del codice civile e penale”), l’aridità dell’intrattenimento (“l’educazione sentimentale di Maria De Filippi”). Sul piano musicale, il brano -evidentemente rappresentativo dello spirito dell’Orkestra - è costruito su una trama di fiati, sostenuti da un ritmo secco di batteria, basso e chitarra. I fiati, che si alternano al lungo testo (parlato, rappato nella parte centrale, e mai cantato), si allungano in un tema discendente dal sapore ipnotico e inquieto, fino a spegnersi, all’unisono, e di colpo alla fine del brano. Ciò che resta (anche dopo aver visto il videoclip, girato a Tor Pignattara, uno dei quartieri più multietnici di Roma), è la soluzione trovata dall’ensemble, che convince perché si libera dei fronzoli, pur in un quadro evidentemente influenzato dalla poetica dell’incontro tra “culture”, del dialogo tra strumenti musicali che hanno origini distanti, della sovrapposizione e la quadratura di tratture musicali apparentemente o formalmente agli antipodi. Tutto questo confluisce con determinazione nell’idea di una musica che può raccontare la convergenza di elementi incoerenti in un contesto altrettanto incoerente, come l’Italia e, in particolare, Roma (che qui ci interessa considerare nei termini di una “metropoli mediterranea”). In questo senso, la (troppo) celebrata immagine della “mediterraneità” (che non rimanda, evidentemente, a un mare, a un’area, ma piuttosto a una categoria geo-politica, a una metafora politico-culturale sempre più in uso in tanti e differenti settori: dalla musica alla politica) viene smontata e riconsiderata alla luce delle contraddizioni che ne costituiscono l’ossatura: “chi passa lu mare diventa italiano/ ripassa lu mare ritorna africano”. Il quadro generale entro cui il disco ha preso questa forma è probabilmente riconducibile a un ottimo grado di consapevolezza che accomuna tutta la banda e che - nei limiti di una produzione musicale non mainstream - ha dato vita a un progetto che mi sembra interessante definire “sperimentale”. In due sensi. Da un lato perché - come accennato in queste righe - le musiche sono molto aderenti al flusso delle immagini e dei discorsi. E, in funzione di questa aderenza (non scontata e non realizzabile senza riflessione e partecipazione) riescono a “strillare” un evidente disappunto, senza perdere una piacevole propensione alla melodia, secondo la tradizione mediterranea (e italiana) più autorevole: i brani “Ballata di San Lo’” e “Dondolo il mondo” sono emblematici di questo processo. Dall’altro lato, per concludere, ciò che emerge dal disco è la consapevolezza di muoversi dentro uno spazio definito soprattutto dalle retoriche della world music. Da quelle retoriche che - anche se per strade differenti - finiscono per imbavagliare tante musiche, con la finta forza di un messaggio afono, che mantiene il senso appena il tempo dell’uscita del disco, per poi sgretolarsi e appannare per sempre, con le sue scorie, il lavoro dei musicisti. Questo vuoto è stato riempito (con un’intervista a la Repubblica) da Francesco Fiore - fondatore dell’ensemble e autore del libro “Orchestre e bande multietniche in Italia”, uscito per Editrice Zona - che con disincanto ci illustra il processo (inverso) che ha interessato l’orchestra a partire dal 2010 e che porta i germi anche di questo disco Background: "Alcune band scaturiscono da un'idea volutamente interculturale, altre hanno raggiunto lo stesso obiettivo in modo spontaneo e involontario. È la nostra storia: nel marzo 2010 abbiamo deciso di mettere in piedi un'orchestra di musica mediterranea. Ci mancavano degli strumenti e il caso volle che i candidati migliori fossero di origine straniera. Un processo naturale, indice di una riuscita integrazione". 



Daniele Cestellini

Luisa Notarangelo – Terras De Portugal (Autoprodotto, 2014)

Cantante dalla solida formazione musicale, maturata sin da piccolissima al fianco del papà chitarrista, Luisa Notarangelo, nel corso degli anni ha esplorato generi musicali differenti spaziando dal gospel alla Musica Popolare Brasiliana ed in parallelo si è dedicata ad un intenso percorso professionale nell’ambito della danza. La vera svolta nella sua vita artistica è arrivata nel 2003 allorché, complice l’ascolto di un disco di Amália Rodrigues, è sbocciato il suo amore per il Fado, che l’ha condotta ad un rigoroso percorso di ricerca, fatto di frequenti viaggi in Portogallo e sfociato anche nella creazione di un blog (www.fadoportoghese.blogspot.it). Nel 2011 l’incontro con due tra i più apprezzati musicisti portoghesi, José Barros (chitarra acustica, chitarra braguesa) e José Elmiro Nunes (chitarra portoghese, basso acustico) è il trampolino di lancio verso il suo disco di debutto. Prende forma così “Terras De Portugal” disco pubblicato a Febbraio 2014 e che raccoglie nove brani tra riletture ed inediti, incisi con la partecipazione dei due strumentisti portoghesi, nonché di Mimmo Epifani (mandolino) e José Manuel David (fisarmonica). Ad aprire il disco è la suggestiva “Fado Florbela”, composizione autografa ispirata da una poesia di Florbela Espanca, a cui segue la splendida “Prece” su testo di Sidónio Muralha, in cui spiccano bellezza armonica e potenzialità tecniche della chitarra portoghese. La voce ispirata della Notarangelo pennella in modo intenso tanto “Fado João”, in cui duetta con le voci di José Barros e José Manuel David, quanto nel doppio omaggio ad Amália Rodrigues di “À Janela do Meu Peito” e “Fado para Amália”. Sul finale arrivano “Cantar alentejano” dal repertorio di José Afonso, l’eccellente interpretazione di “Cheira a Lisboa” e l’autografa “Chula nova da andorinha” su testo di Fernando Pessoa. Rendendo omaggio al Fado, Luisa Notarangelo con “Terras de Portugal” ci ha regalato un disco, senza dubbio pregevole, da cui traspare tutto il suo amore per questa terra e le sue tradizioni.


Salvatore Esposito

NiggaRadio - ‘Na Storia (DCave Records, 2014)

È uscito per la DCave Records “‘Na Storia”, il primo disco dei NiggaRadio. La formazione siciliana - guidata dal musicista, sound engineer e produttore Daniele Grasso - ci consegna un progetto molto valido sul piano musicale e della costruzione generale dell’idea, sospesa in una dimensione dinamica e originale, che sarebbe riduttivo ricondurre a quella della world music “tradizionale”. Per un motivo che - oltre a saltare fuori in modo evidente dai dieci brani che compongono l’album - si lega al quadro espanso dei riferimenti culturali della band e di una visione che, oltre a essere aperta a un’idea che si definisce dentro il lavoro di assemblaggio delle varie parti, irrompe come strutturalmente innovativa. Mi riferisco principalmente al blues (con tutta la carica “sociale” che porta con sé, l’innovazione grezza e fuori forma, la tradizione, la denuncia), l’elettronica (con le impronte indissolubili che marcano la contemporaneità di queste soluzioni apparentemente “immateriali” e, da molti “tradizionalisti”, percepite come agli antipodi dei suoni più tradizionali, materici appunto), la selezione dei temi verbali e dei “codici” con cui sono cantati (il dialetto - che è quello che ci interessa di più - e l’inglese, che appare evidentemente più scontato, perché si riflette in pieno e si incastra - senza dover forzare e quindi sperimentare - ai riferimenti generali dell’album). Ciò premesso vorrei soffermarmi su due aspetti che, più di altri, alimentano l’interesse nei confronti di questo lavoro. Il primo è la costruzione del suono, cioè la produzione. Il secondo è dato da una riflessione che scaturisce dall’ascolto dei dieci brani, e che si può ricondurre a un passo delle note informative presenti nel sito della band. Iniziamo da quest’ultimo. Si tratta (provando a schematizzare) di una riflessione che “ricolloca” gli elementi distintivi del disco dentro uno spazio più indefinito e meno convenzionale (che va “oltre” la world music perché interpretato con più libertà, con meno inibizioni). Il passo dice più o meno che i NiggaRadio hanno voluto sviluppare l’idea secondo la quale il blues e la musica elettronica “cheap” hanno una stessa origine, che coincide con la necessità di comunicare la condizione in cui si vive con i pochi mezzi a disposizione. Allora, l’assunto è audace ma invita a riflettere. Soprattutto perché richiama la storia delle musiche di tradizione orale e (qui lascio sospesa la riflessione), un nuovo elemento che probabilmente interessa (specie nelle performance più sperimentali) anche alcuni filoni della musica elettronica: l’estemporaneità. Per quanto riguarda, invece, la produzione dell’album, Grasso, come molti sanno, è un maestro in questo processo di quadratura. Ha lavorato con Afterhours, John Parish, John Scofield e, inoltre, ha sempre selezionato e promosso progetti musicali originali, spesso in collaborazione con altri musicisti. Nel caso dei NiggaRadio (che sono composti, oltre che da Grasso al basso, chitarra e synth, da Vanessa Pappalardo alla voce, dal dj Andrea Soggiu e da Peppe Scalia alla batteria), ha realizzato un suono deciso, composto attraverso la convergenza di elementi (soprattutto timbrici) apparentemente inconciliabili e convenzionalmente percepiti come inadatti a veicolare i temi cari al gruppo. Inoltre, è interessante notare che la compattezza del suono non schiaccia i singoli elementi di cui è composto l’album. Il quale risulta, anzi, curato anche nei dettagli. In questo senso - come in altre produzioni di Grasso - nella misura in cui il disco si configura come un insieme coerente di “dati”, di informazioni, di visioni, la qualità della lavorazione è riscontrabile a ogni passaggio, restituendo una serie di interventi coordinati e ispirati da un progetto chiaro e ordinato. “A Matina”, il brano che apre l’album, è emblematico sia del processo di produzione che della costruzione della narrativa della band. La sua posizione in cima alla scaletta può essere interpretata anche come una sorta di manifesto, nel quale, strategicamente, confluiscono gli elementi più rappresentativi del lavoro. Alcuni di questi elementi - come il marranzano (che è il primo strumento che si “incontra”) e il dialetto - sono esplicitamente rappresentativi di un ambito sonoro e culturale tradizionale. Gli altri, per contrasto, richiamano invece uno scenario più ampio, entro il quale però (nel rispetto di una tradizione di contaminazione ampiamente sperimentata) i primi assumono un valore nuovo e rispondono ad articolazioni differenti, perché “azionati” insieme a un andamento rock-blues, caratterizzato dal dialogo tra la sezione ritmica e la linea melodica della chitarra. Gli strumenti sono quelli essenziali del genere: (appunto) chitarra wha, che sviluppa un riff composto che si snoda tra le differenti parti del brano, basso e batteria. A questi si aggiunge, nella seconda parte del brano, un mantello di tastiere, che diffonde una fredda inquietudine e conferma la tensione generale espressa nel testo: “Un altro tempo, come ieri/ non cambia niente, cosa deve cambiare?/ c’è chi ha soldi e pancia piena/ e chi muore sempre di fame”. 


Daniele Cestellini

Admir Shkurtaj – Feksìn (AnimaMundi Edizioni/Goodfellas 2014)

Per anni, in qualità di fisarmonicista, l’albanese Admir Shkurtaj ha portato valore aggiunto all’ensemble griko dei Ghetonia e ad altre formazioni della scena popolare salentina (Opa Cupa, Talea, tra gli altri). Finalmente, due anni fa lo abbiamo visto esordire in veste di pianista con “Mesimér” (sempre pubblicato dall’etichetta otrantina). Anche per questa seconda prova discografica Admir si presenta in solo (suona un pianoforte Yamaha G5). Attraverso dodici composizioni, il pianista abbraccia molteplici aspetti della letteratura pianistica tra jazz e avanguardia. «Il riflesso dei vetri del Salento sulle montagne albanesi», rimarcato nelle annotazioni di presentazione del disco, non è un luogo comune, ma realtà e stato d’animo di persistenti condivisioni, che convivono di qua e di là dal mare. È un insieme di riflessi (Feksìn, appunto) che si materializzano con naturalezza nell’orizzonte espressivo sempre ispirato del musicista nato a Tirana nel 1969, leccese dal 1991. Si parte con temi folklorici salentini, ad iniziare dalla trasfigurata “Aria de lu trainu”. Negli “Stornelli” esposizione melodica e accompagnamento procedono su differenti piani armonici, mentre il canto di emigrazione “Aremu” accoglie sequenze ritmiche ed esplorazioni armoniche non tradizionali eseguite con il piano preparato. Dopo un valzer sghembo (“Sciusciumaniellu”), ecco la ricercata improvvisazione di “Around Malìa”, composizione che Shkurtaj fa derivare dalla sua esperienza con l’ensemble griko di Calimera, dove il tocco del pianista si fa più squillante e robusto. Seguono due brani di tradizione albanese, con la vertigine dei tempi dispari di un canto lirico (“Mu aty te shtat zymbylat”) e la brillante rielaborazione di una ”Valle” dell’Albania centrale, una danza matrimoniale, in cui il piano preparato richiama i sonagli del def, il tamburo di solito usato per accompagnare il ballo. “Krahë”, il secondo brano firmato da Admir, è tutto espressività improvvisativa. Si ritorna in Salento con due brani: il primo è “Quannu camiti tie”, imperniato sull’uso dell’ostinato, il secondo è “Quannu te llai la facce”, in cui ancora una volta linea melodica e accompagnamento divergono sul piano armonico. Di nuovo di segno improvvisativo “Plurigestual”, che esce dalla penna del pianista albanese: qui il è pianoforte suonato, sfregato e percosso. A chiudere l’album la celebre “Rindineddha”, che si dispiega in una cornice ritmica dispari. In definitiva, un signor musicista, un signor disco. 


Ciro De Rosa

(a cura di) Carlo Petrone, Il Morso Della Taranta A Taranto E Dintorni, Edizioni Giuseppe Laterza 2013, pp.426, Euro 25,00 Libro con Cd

Circoscrivere il fenomeno del Tarantismo al solo Salento, area in cui negli anni si sono concentrati gli studi sul tema, sarebbe un errore, e questo non solo perché le ricerche più recenti ne hanno attestato la presenza anche in altre zone europee, ma anche per la presenza di un’ampia letteratura, forse poco nota ai più, in cui viene presa in esame l’area tarantina. Se Ernesto De Martino, nella prefazione a “La Terra Del Rimorso, indicava in generale nella Puglia e nelle campagne dell'Italia Meridionale l’area in cui era radicato tale fenomeno, nel 1897 lo scrittore inglese George Gissing nei suoi appunti di un viaggio “Sulla Riva Dello Ionio”, scriveva che quest’area era caratterizzata da una profonda superstizione popolare, forza ritardatrice che non le ha consentito di adeguarsi, malgrado ogni sforzo, alla modernità ed al progresso. Le comunità contadine del tarantino come Manduria, Grottaglie, e Lizzano non erano estranee a questo antico rituale, e se è vero che “nomina sunt consequentia rerum” basterà porre attenzione alla comune radice “tar” per comprendere come possa esistere qualcosa di più di una connessione etimologica tra questa terra e il fenomeno del tarantismo. Un esempio ne è certamente Athanasius Kircher che, rifacendosi alla tradizione orale, fa derivare tarantula dal fiume Taro (Tara), sulle cui sponde non era difficile imbattersi in tarante, il cui morso, era ritenuto molto più pericoloso di quello di altri ragni, ma Tara, o Tarante, era anche il figlio di Nettuno, che secondo la leggenda ha fondato la città di Taranto, da cui prese il nome. A riguardo illuminanti sono gli studi di Roberto Nistri, che ha analizzato le connessioni etimologiche con il sanscrito e il greco nonché con la tradizione celtica, così come di particolare interesse sono le ricerche compiute da Antonio Basile e Carmelina Naselli, che rendono sostanzialmente plausibile un radicamento del tarantismo anche nell’area tarantina. A gettare nuova luce sul tema è “Il Morso Della Taranta. A Taranto E Dintorni volume antologico curato da Carlo Petrone, avvocato, pubblicista ed autore di testi in ambito giuridico e sociale, il quale ampliando il lavoro compiuto nel corso di un convegno in ricordo di Ernesto De Martino, promosso nel 2001 dal “Centro Ricerche e Studi Piero Calamandrei di Taranto”, ha compiuto una rigorosa ricerca documentale raccogliendo una serie di saggi di grande interesse che, in modo diverso, prendevano in esame il tema del Tarantismo, con particolare riferimento all’area tarantina. A riguardo spiega Petrone: “In queste pagine c'è la voce del Sud che sa raccontare. Ma anche la danza di donne che gridano un bisogno di riscatto sociale, tra rimorsi e ricerca di nuove dimensioni di vita. Il simbolico morso della Taranta scatenava una crisi che veniva controllata ritualmente mediante 'l'esorcismo' della musica, della danza e dei colori. La sconvolgente realtà di ieri forse si ripropone sotto nuove forme nell'epoca contemporanea. E tante storie continuano”. Ne è nato una corposa e ricca raccolta di saggi che nella sua prima parte ci consente di apprezzare gli attenti e meticolosi studi condotti da alcuni ricercatori tarantini come il già citato Antonio Basile, docente di Antropologia Culturale presso l'Accademia delle Belle Arti di Lecce con il prezioso contributo “Il ballo della taranta a Taranto e nei dintorni albanesi”, o il saggio “Il tarantismo: dal sintomo al simbolo dal sintomo al revival identitario” di Anna Maria Rivera, docente di Etnologia e di Antropologia sociale presso l'Università degli Studi di Bari. A tali contributi si aggiungono gli scritti di Roberto Cofano con una originale ricerca sui tour dei viaggiatori stranieri in Italia, dello storico Roberto Nistri con i due saggi “La musica strega e il ragno danzante” e “Memora orale e musica di tradizione da Diego Carpitella ad Alfredo Majorano”, nonché quelli di Vincenza Musardo Talò, studiosa attenta del folklore albanese, e Marco Leone, docente di Letteratura Italiana nell'Università del Salento. Preziosi ed illuminanti sono poi i saggi di Alberto Mario Cirese, Alfredo Majorano, Edmondo Perrone, e Giovanni Acquaviva, nonché “Il fenomeno del Tarantismo in Puglia”, pubblicato nel 1980 da Rosario Jurlaro su "Rassegna Salentina". La seconda parte del volume è dedicata ad alcuni testi storici sul tarantismo, con la novella ottocentesca “Lalla tarantata” di Alessandro Criscuolo, “Il ballo della tarantola” dello scrittore manduriano Giuseppe Gigli, il saggio che Michele Greco nel 1912 dedicò al tarantolismo, ed ancora il saggio “La danza dei tarantolati nei dintorni di Taranto” pubblicato da Anna Caggiano nel 1931 in una raccolta di studi sulle tradizioni popolari italiane. Completano il volume l’estratto da “Taranto… Tarantina” di Cosimo Acquaviva, il testo “Il fenomeno della tarantola nella nostra regione” pubblicato da Vincenzo Gallo nel 1935 su "Voce del Popolo", e un brano tratto da “Domenica in Albis” di Emanuele De Giorgio che, attingendo dai ricordi della sua infanzia racconta un colorito episodio di tarantismo di cui fu testimone. Giusto compendio del volume è il disco allegato, inciso per l’occasione dal gruppo I Febi Armonici, gruppo composto da Claudio De Vittorio (chitarra, violino, organetto e voce), Emanuele De Vittorio (tamburelli, percussioni e voce), Annamaria Caliandro (voce e castagnole), Tonino Palmisano (chitarra battente), i quali attraverso nove brani hanno offerto un piccolo spaccato della tradizione musicale tarantina. Durante l’ascolto scopriamo brani come “Mariella”, trascinante pizzica di San Marzano di San Giuseppe in cui spicca l’organetto di Massimiliano Morabito, gli stornelli “Ballati”, che sembrano rimandare alle fronne napoletane, o ancora la serenata “Vulia Cu Ti Li Docu” in dialetto leporanese. Il vertice del disco arriva però con “La Taranta Sbruvegnate” scritta da Saverio Nasole e qui riproposta insieme alla pizzica pizzica “Santu Paulu”, a dimostrare la stretta connessione tra il fenomeno del tarantismo nel Salento e nel Tarantino. 

Salvatore Esposito

Veronica & The Red Wine Serenaders - The Mexican Dress (Autoprodotto/Audioglobe, 2014)

“The Mexican Dress” è il quinto album del duo composto da Veronica Sbergia e Max De Bernardi, a cui per l’occasione si è unito Denny Hall, leader della band americana The Nite Café, dando vita al trio Veronica & The Red Wine Serenaders. Registrato in parte negli Stati Uniti presso i Pacific Studios di Tacoma, Seattle da Mark Simmons, e in parte in Italia presso gli studi SuonoVivo, da Dario Raveli, che ha curato anche il mixaggio, il disco raccoglie quattrodici brani, più una lost track, tra tradizionali e composizioni originali, con queste ultime a rappresentare la vera novità rispetto a quanto sentito nei precedenti lavori del duo. Sin dal primo ascolto, l’aggettivo che si addice maggiormente a questo disco è “pertinente” con la voce agile di Veronica Sbergia ad incantare, accompagnata magistralmente dal phrasing delizioso della chitarra di Max De Bernardi. L’ambientazione sonora è quella legata al fare musica di inizio Novecento, ottenuta con l’uso misurato delle varie voci di arrangiamento, l’accompagnamento del contrabbasso e la registrazione decisamente riuscita in termini di naturalezza. Sonorità che rimandano agli anni Trenta e Quaranta, ottenute senza usare multitracking o overdubs, il tutto registrato dal vivo da questi ragazzi che si danno da fare non poco per mantenere fede al loro concetto di music. Di particolare interesse sono i brani originali, che impreziosiscono non poco il disco, ed evitano di finire in quel vicolo cieco che sta uccidendo lentamente la musica jazz, ovvero la mancanza di brani nuovi. Piacciono molto le scelte chitarristiche, ed in particolare la voce della chitarra di De Bernardi, nonché le varie nuances che è capace di esprimere, fondamentali ed interessantissime nell’economia generale del disco. Lo spazio sonoro si allarga e restringe come una quinta teatrale, contribuendo a rendere godibile il lavoro alle percussioni diciamo leggere, ovetti e shakers che incrementano il tasso di groove nei vari brani. Confrontando il risultato con altre forme assimilabili alla proposta musicale di Veronica e Max, quello che si nota è la differenza che viene espressa in termini di resa tecnica, e questo nonostante il grande impegno e la dedizione della formazione lombarda. Per comprendere tutto questa vi basti ascoltare “Antifrogmatic” dei Punch Brothers e resterete letteralmente basiti per la resa tecnica di questi musicisti che, probabilmente non saranno più bravi di Max e Veronica, ma la loro musica viene inserita in un ambito sonoro più ricercato dove la registrazione mantiene la sua pregnante importanza espressivo. Credo che tutto questo sia da ascrivere alla presenza di un lavoro di produzione artistica più coraggioso. Ad ogni modo “The Mexican Dress” è un disco da comprare, ma soprattutto da ascoltare dal vivo.


Antonio "Rigo" Righetti

Roberto Leydi, “Il Nuovo Canzoniere Italiano” e l’attività teatrale (1962-1965)

Il 1964 e lo spettacolo “Bella Ciao” 
Il manifesto di Bella Ciao al VII Festival dei Due Mondi
L’anno 1964 è un anno d’oro per l’attività del “NCI”. In aprile si pubblica il quarto numero della rivista, con l’apertura dedicata alla presentazione della rassegna “L’altra Italia” curata da Roberto Leydi, cui partecipano o simpatizzano una sfilza di musicisti e intellettuali dell’epoca. «L’altra Italia non vuol esser una rassegna di cultura subordinata, ma un confronto documentato dei dislivelli di cultura presenti nella nostra società. L’altra Italia vuole contribuire a dare inizio al processo di spiegazione, cioè di razionalizzazione del patrimonio delle nostre tradizioni popolari e cogliere in esso alcuni fermenti di possibile nuova cultura». Diverse pagine portano la firma di Gianni Bosio, in particolare “Alcune osservazioni sul canto sociale”, “appunti” originariamente scritti per presentare al pubblico milanese la rivista del “NCI”, nel febbraio del 1963, alla Casa della Cultura. Tra pagina undici e pagina trentotto sono proposti numerosi canti dei canzonieri internazionale e italiano, seguiti da un lungo e puntuale contributo dello storico Cesare Bermani titolato “Esperienze politiche di un ricercatore di canzoni nel Novarese”. La parte finale della rivista “Appunti e notizie” è testimonianza di una ricca interazione con i lettori, nella quale si riportano soprattutto “… integrazioni e correzioni alle note illustrative dei Dischi del Sole”. Alle pagine 59-60 è documentata l’intensa attività del “Nuovo Canzoniere Italiano” tra cui quella che si riferisce a spettacoli pubblici, edizioni testuali (vol.1 dei “Canti sociali italiani” scritto da Roberto Leydi) e discografiche (de I Dischi del Sole). Nella rivista del 1964 non se ne trova menzione, ma sicuramente il Gruppo di “NCI” è in quei mesi in fermento per la preparazione dello spettacolo “Bella Ciao”, in procinto di essere presentato a giugno nel tempio della musica classica a Spoleto, al Festival dei Due Mondi diretto da Giancarlo Menotti, compositore di origini lombarde. Si tratta di uno spettacolo curato da Roberto Leydi che prevede un programma tutto di canzoni popolari italiane. La regia, come per “Milanin Milanon”, è affidata a Filippo Crivelli, mentre i testi sono di Franco Fortini: - «Le canzoni presentate sono esempi della espressività musicale del popolo, colta nei suoi momenti più significativi: il lavoro, lo svago, il divertimento, il rito, l’amore, la guerra, la protesta sociale e politica. Il programma ripropone il patrimonio di una cultura che si presenta con una fisionomia autonoma rispetto alla cultura dominante…». L’idea dello spettacolo “Bella Ciao” per alcuni appare rivoluzionaria e politicizzata, ma francamente, a parte l'ambiente atipico di rappresentazione, conoscendo l’intensa attività del “NCI” negli anni precedenti, l’evento pubblico a chi scrive sembra perfettamente in linea con il loro percorso di ricerca, tendente a diffondere anche attraverso gli spettacoli vocali e teatrali i documenti della tradizione orale nazionale. Tuttavia siamo nel 1964, un periodo storico ricco di trasformazioni, vivace e politicamente tormentato. Sono gli anni della Guerra fredda e del boom economico, caratterizzato dall’evoluzione repentina della tecnologia industriale, dei media (radio, cinema, tv) e di una massiccia diffusione dei diversi stili musicali giovanili attraverso i dischi. Al fine di evitare polemiche, Leydi, Crivelli, Fortini e Menotti cercano di presentare uno spettacolo culturalmente valido, innovativo e progressista, ma sostanzialmente accettabile anche da un pubblico così targettizzato come quello del Festival dei Due Mondi. A causa dell’improvviso calo di voce di Sandra Mantovani, si decide all’ultimo momento di far eseguire la canzone “Gorizia” a Michele Straniero, il quale in concerto esegue una strofa non prevista in scaletta (“… traditori signori ufficiali che la guerra l'avete voluta – scannatori di carne venduta - e rovina della gioventù …”), considerata irriverente da una parte del pubblico. Apriti cielo! Seguono contestazioni in sala, con accesi e coloriti scambi di opinione (chiamiamoli così) e, nelle ore successive, strascichi polemici nei giornali e anche in tribunale. Michele Straniero e gli organizzatori, infatti, sono denunciati per vilipendio delle forze armate.
Il Disco di Bella Ciao
In conseguenza dell’accaduto, lo spettacolo “Bella Ciao” diviene un caso nazionale. La qualità delle proposte musicali e le accese diatribe nei media decretano così la sua fortuna anche negli anni a venire, con centinaia di repliche e circa 100.000 copie di dischi venduti. Un vero successo da tanti punti di vista, segno che la cultura musicale “altra” riesce in questo periodo a uscire gradualmente dagli “spazi” nei quali normalmente era relegata. Allo spettacolo “Bella Ciao”, negli anni, partecipano diversi interpreti di spicco del cosiddetto folk revival (questa terminologia è di raro uso nei primi anni Sessanta), per buona parte gravitanti attorno al Gruppo di ricerca promosso da Roberto Leydi e da Gianni Bosio. Tra questi Sandra Mantovani, Giovanna Daffini (ex mondina di Gualtieri), Giovanna Marini (all’epoca scoperta da Leydi al Folk Studio di Roma), Michele L. Straniero, il Gruppo Padano di Piadena, Caterina Bueno, Maria Teresa Bulciolu, Silvia Malagugini, Caty Mattea, Hana Roth, Ivan Della Mea, Gaspare De Lama (alla chitarra). Dello spettacolo ritengo significativo ricordare la scelta scenografica operata dal regista Filippo Crivelli, essenziale per dare forza alla semplicità dei canti, con uno sfondo ricavato da teli di juta (materiale da riciclo tanto caro a Burri) variamente illuminati, con un certo numero di sedie disposte sul palco a seconda delle differenti esecuzioni.  Spesso si dimentica che, nel 1964, l’evento spettacolare di “Bella Ciao” ottiene il supporto di un influente e propositivo sponsorizzatore-produttore, Giovanni (Nanni) Ricordi (1932-2012). A lui (è stato detto) si deve il titolo dello spettacolo, forse prendendo spunto (ma questa è una mia supposizione) dal successo discografico dell’anno precedente avuto con “Bella Ciao” dal toscano (francesizzato) Yves Montand. Comunque sia, Nanni Ricordi in questi anni si distingue nella scena nazionale come promotore di numerosi autori di spicco della canzone italiana quali Giorgio Gaber, Gino Paoli, Enzo Jannacci, Sergio Endrigo, Ornella Vanoni, Ricky Gianco etc., avvalendosi della collaborazione di arrangiatori del calibro di Giampiero Boneschi, Gian Piero e Gianfranco Reverberi. Una particolarità della ricerca etnomusicale proposta nello spettacolo è la doppia versione del canto di “bella ciao”, prendendo spunto da quanto sostenuto da Giovanna Daffini, cioè di averlo imparato come canto delle mondine ben prima della seconda Guerra, con un testo differente rispetto a quello della Resistenza. Negli anni si scoprì che non era temporalmente vero. Ormai è assodato dagli storici che questo canto era poco eseguito dai partigiani se non in limitate aree geografiche (in particolare nell’Appennino modenese e nelle Alpi Apuane). Tra i combattenti antifascisti erano più diffusi altri canti quali, ad esempio, “Fischia il vento” (infuria la bufera …), “La brigata Garibaldi” (Fate largo, fate largo…) o la “Badoglieide”(canzone satirica su Pietro Badoglio). Di certo nella memoria musicale degli italiani, la Resistenza è ancora oggi principalmente identificata con “bella ciao” forse anche grazie al successo ottenuto dallo spettacolo in questione. La quinta pubblicazione della rivista de “Il Nuovo Canzoniere Italiano” (per le Edizioni del Gallo) è del febbraio 1965, sempre a cura di Roberto Leydi, in collaborazione con Amodei, Bermani, Della Mea e Straniero. In settantadue pagine sono condensate le ricerche e le numerose attività del periodo. In primo piano, a tutta pagina, viene riprodotta la locandina dello spettacolo “Pietà l’è morta.
Pietà L'è Morta al Teatro Regio, 24 Aprile 1964
La resistenza nelle canzoni” (verosimilmente in quegli anni lo spettacolo prediletto dagli esecutori del “NCI”), curato da Leydi, Crivelli e da Pirelli, presentato in anteprima al Teatro Regio di Parma (il 21 aprile del 1964). Un articolo a firma di Bosio e Leydi titolato “Discussione aperta” pone in risalto un consuntivo dell’attività del Gruppo, accennando anche ai fatti accaduti a Spoleto. Da pagina nove a pagina cinquanta numerosi interventi sono riservati al ruolo culturale e musicale di Giovanna Daffini (e al marito Vittorio Carpi, violinista). Due approfondimenti di Cesare Bermani e Dario Bellamio sono riferiti agli spettacoli “L’altra Italia” (in cartellone a Milano tra il 6 e il 29 maggio) e “Pietà l’è morta”, centrato sul tema della “Resistenza nelle canzoni, 1919-1964”. Michele Straniero, invece, scrive e riflette in modo articolato su quanto accaduto a Spoleto evidenziando che, nonostante le contestazioni «… la maggior parte della sala resse alla prova incitando e applaudendo, rimproverando i disturbatori, ritrovando un guizzo di solidarietà proprio grazie alla palese provocazione…». Tullio Savi si occupa delle “Proposte per un nuovo canzoniere”, spiegando e facendo notare come l’attività del “NCI”, dopo essere stata conosciuta in diverse parti della Penisola, approda positivamente e con successo anche a Roma. La rivista termina elencando (per ben due pagine e mezzo) gli impegni culturali e le date degli spettacoli del “NCI”, informando sulla suddivisione degli esecutori musicali secondo le singole rappresentazioni nelle differenti città (o paesi). Nel settembre del 1965 esce il sesto numero della Rivista, l’ultimo curato da Roberto Leydi. In apertura, con il consueto impegno, scrive un breve saggio su “Nuova canzone e rapporto città-campagna oggi”, prospettando la necessità di un allargamento della ricerca folclorico-musicale anche verso quella che definisce la “nuova canzone”, che si stava sviluppando soprattutto nei centri urbani con autori quali Ivan Della Mea, Fausto Amodei, Gualtiero Bertelli, Silvano Spadaccino, il Gruppo Padano di Piadena. In merito, Leydi termina l’intervento osservando criticamente che «…nella misura in cui la nuova canzone riuscirà a rappresentare la realtà della situazione operaia nel sistema neocapitalistico, nella misura, cioè, in cui sarà spietatamente “vera”, sarà strumento non secondario per superare il sistema stesso». Dai miei appunti legati all’attività culturale di Roberto Leydi – seppur nel limitato periodo preso in considerazione che, è utile ripetere, solo in minima parte rivela l’attività complessiva dello studioso – ho dovuto escludere o ridurre all’osso per fini espositivi parecchio materiale.
Roberto Leydi, Canti Popolari Italiani
Mi è gradito concludere l’intervento intonando quel canto atipico in tonalità minore con l’attacco in “levare”, di cui si è tanto parlato in ambito etnomusicologico proprio grazie a Roberto Leydi, Giovanna Daffini e al Gruppo di ricerca de “Il Nuovo canzoniere Italiano”: - Mi la si do laa ¬- mi la si do laa – mi la si do - si la do - si la mi (alto) mi mi - mi re mi fa laa (alto)”. Proprio sulla nota più acuta della melodia desidero soffermarmi, considerando con ammirazione le vette raggiunte negli anni da Roberto Leydi, il quale ha con scienza concretamente aiutato un popolo intero a dare valore profondo e spirituale (e non solo sociale e politico) ai canti e alle musiche di tradizione orale. La sua produzione culturale interdisciplinare – vasta, variegata e di elevato livello – si è sviluppata nell’arco di oltre mezzo secolo. Per queste ragioni, dati alla mano, è considerato il più emblematico etnomusicologo italiano del Novecento, naturalmente senza nulla togliere ai ricercatori a lui contemporanei che meritano adeguata considerazione. La melodia di “bella ciao” può ora ripartire ed essere intonata coralmente in memoria di Roberto Leydi, di cui molto si parlerà negli anni a venire anche sotto il profilo umano, per la sua straordinaria capacità aggregativa fra gruppi eterogenei di ricerca e di lavoro. In particolare (io penso) sarà ricordato come studioso acuto e scrupoloso, distintosi per aver reso più “vera” la cultura musicale italiana, dando “voce” ai più deboli, offrendo al contempo un generoso contributo intellettuale per rendere la società più aperta e idealmente unita nel segno della libertà di pensiero e della tolleranza tra i popoli. 

Paolo Mercurio

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giovedì 19 giugno 2014

Numero 156 del 19 Giugno 2014

La settimana folk si è aperta con la comunicazione degli awards di musica tradizionale che saranno assegnati a Loano, a fine luglio, nel corso della rassegna musicale organizzata dalla Compagnia dei Curiosi e dalle istituzioni locali. La giuria del Premio Nazionale Città di Loano per la Musica Tradizionale Italiana ha premiato “Terra Ca Nun Senti” di  Rita Botto & Banda di Avola, accomunando la forza di una voce e di un repertorio consacrato al dialogo con la tradizione bandistica, così rilevante per la diffusione della musica in Italia, così centrale nella ritualità religiosa e profana della Penisola. Se è vero che in ogni premio che si rispetti un ruolo non di secondo piano possono giocarlo le etichette discografiche e gli uffici stampa,  per la loro capacità di spingere il disco e l’artista con un’efficacia comunicativa che può diventare perfino pervasiva, occorre riconoscere che tra i primi dieci posti di questo anno c’è quasi tutto il meglio della produzione nu trad italiana del 2013. Restano fuori Zampognorchestra, Quintetto Nigra e pochi altri, ma dentro ci sono lo splendido “Galata” di Orchestra Bailam e Compagnia di Canto Trallalero (II Classificato), il disco meno tradizionale e più autorale, ma non meno potente dei Sancto Ianne “Trase” (III classificato) e i sorprendenti Din Dùn di “Majin”, che con un’autoproduzione sono saliti ai vertici. In alto anche il concept di Silvio Peron “Eschandihà de vita”, una delle coraggiose novità dell’anno appena trascorso, ma solo sesto nella classifica di merito. Poi ancora riscontri per la malia vocale delle Faraualla  e  per la versatilità di Nando Citarella con il suo omaggio a Carosone, per le due voci femminili Eleonora Bordonaro e Francesca Incudine. Purtroppo è restata fuori dalla top list un’altra grande artista siciliana come Matilde Politi, autrice di un disco profondo, e a tratti dirompente, ma forse poco smooth o pop world per piacere a tutti i giurati. La novità più interessante è che la musica per strumenti a corde entra, finalmente, di slancio con “Pe' i ndò” del maestro del mandolino e della mandola Mimmo Epifani e con “Mastrìa” di Francesco Loccisano, virtuoso della chitarra battente, senza dimenticare né la forza strumentale che è anima del lavoro di Orchestra Bailam né la coralità timbrica della Banda di Avola. La direzione del organizzativa e artistica del Premio della bella riviera del ponente ligure ha deciso di assegnare a Peppe Barra il riconoscimento alla carriera; è un artista totale: cantante, attore, narratore. Che altro dire? Il Premio Realtà Culturale è stato attribuito a Mauro Balma, protagonista di un lavoro trentennale di ricerca su un territorio stratificato e complesso come quello della riviera e dell’Appennino Liguri. Un segnale più che giusto, visto che il Premio compie dieci anni, ci sembra opportuno premiare chi proprio in Liguria ha fatto tanto per la divulgazione e la salvaguardia dei patrimoni musicali regionali. Diamo appuntamento a Loano per il festival di fine luglio (date da confermare 21-25), ed ora vi passiamo a presentare il contenuto di Blogfoolk numero 156, come sempre pieno di contributi, di argomenti di riflessione, di suggestioni, di proposte musicali da ascoltare. In apertura, ecco una lunga intervista ad Anna Nacci, musicista, sociologa, counselor e conduttrice radiofonica, con la quale abbiamo ripercorso le sue tante attività, dal seguitissimo programma radio “Tarantola Rubra” a “Jesce Fore”, un progetto di counseling orientato al reinserimento nella società dei detenuti del casa circondariale romana di Rebibbia, fino ad arrivare alla bella avventura con Orchextra Large, che ha visto protagonisti alcuni tra i più apprezzati strumentisti della scena folk e e world italiana. Ad arricchire il tutto anche le recensioni del libro firmato dalla Nacci, "Suoni Chi Sai. Musica e Consueling", edito da Sensibili alle Foglie, e disco di debutto di OrchExtra Large. Si prosegue con uno speciale Cantieri Sonori alla scoperta del progettista-liutaio Edoardo Zanon, del quale Paolo Mercurio illustra l’impegno nella riscoperta degli strumenti musicali progettati da Leonardo da Vinci. Come sempre ci rechiamo nei luoghi della musica da vivo. Questa settimana Alessio Surian ci racconta il trentennale della kermesse olandese Music Meeting di Nijmegen (7-9 giugno), mentre il reportage di Daniele Cestellini è dedicato a Radio Europa, la festa di Radio 3 Rai che si è svolta dal 13 al 15 giugno a Perugia. La rubrica World Music è incentrata sulle più recenti novità discografiche della label Arc Music, tra cui spiccano il mondo sefardita evocato da Ana Alcaide, la riscoperta delle danze fiamminghe del Brabante del quartetto di plettri belga MANdolinMAN, il fado elegante di Rodrigo Costa Féliz e la vibrante voce curda di Sakîna. Per la rubrica Storie di Cantautori, Oliviero Malaspina ci parla del suo nuovo album. Dal nostro scaffale abbiamo scelto il nuovo numero di “Utriculus”, autorevole periodico curato dal Circolo della Zampogna di Scapoli, che ritorna in scena dopo un periodo di silenzio editoriale. Classico il nostro appuntamento con il jazz: questa volta tocca a “…Plays Aznavour” del Paolo Bernardi Quartet. Ma che Blogfoolk sarebbe senza il Taglio Basso di Rigo? Il suo orecchio critico di musicista si occupa del nuovo album della cantautrice americana Mary Gauthier (“Trouble & Love”).

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


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L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Anna Nacci, da Tarantula Rubra all’Orchextra Large

Musicista, sociologa, counselor, nonché conduttrice radiofonica, Anna Nacci è autrice di alcuni interessanti saggi sul Tarantismo, ma soprattutto è una eclettica animatrice culturale impegnata in numerosi progetti dal seguito programma “Tarantula Rubra” su Radio Onda Rossa, al famoso esperimento di consueling “Jesce Fore” fino alla recentissima avventura con l’Orchextra Large. In occasione della pubblicazione del libro “Suono Chi Sai” sul rapporto tra musica e consueling, abbiamo intervistato Anna Nacci per approfondire con lei le tante attività in cui è impegnata. 

Sei una pianista e una sociologa, com'è nata la tua passione per il tarantismo, e quali sono stati i tuoi studi e le tue ricerche a riguardo? 
Il tarantismo, più che una passione, è un elemento che interviene nella composizione della mia cultura di appartenenza. Sono salentina, di Ostuni, e nel mio paese tanti suonavano la pizzica per terapizzare i cosiddetti tarantati. Inoltre possiamo annoverare “La pizzica di Ostuni” quale una delle pizziche più coinvolgenti nel panorama delle pizziche tradizionali del Salento. Ci ho tenuto molto a pubblicarla nella mia prima compilation “Tarantula Rubra”, eseguita dagli Arakne Mediterranea, all’epoca coordinati da Giorgio di Lecce, con la presenza di uno dei più grandi tamburellisti della storia italiana, nonché mio compaesano e carissimo amico, Pierangelo Colucci. Tornando alla tua domanda, non posso non parlare di Radio Onda Rossa, la storica emittente romana alla quale ho bussato nell’ottobre del 1999. Sai, le cose non accadono mai per caso. Vivevo a Roma da un anno e la mia parte creativa di musicista non riusciva a trovare una collocazione in una metropoli caotica e spesso angosciante per via delle difficoltà relazionali che ogni metropoli porta con sé, per il solo fatto che sono metropoli. 
Tarantula Rubra
Così mi è venuto il desiderio di proporre un programma che parlasse di musica popolare, a partire dal tarantismo e dalle pizziche, per spiegare come mai un rituale tanto antico e condiviso in tanti paesi del mondo, dove l’ultima roccaforte era il Salento, fosse andato perduto, lasciandoci in eredità giusto la testimonianza musicale. La redazione era un po’ sorpresa per la mia proposta, soprattutto perché in genere passavano musiche di tutt’altro genere. Ma mi fecero fare un paio di trasmissioni “pilota” (all’epoca ero munita di audiocassette) e cominciai così a mandare musica e a parlare de “La terra del rimorso” di De Martino. La redazione, molto più di me, rimase sorpresa dell’ascolto partecipato ed entusiasta che il programma riscosse, tant’è vero che dopo solo 4 mesi di trasmissioni mi proposero di scrivere un piccolo saggio, accompagnato dalla prima compilation, per l’appunto “Tarantula Rubra”, che è ancora oggi il mio programma radiofonico per Radio Onda Rossa. È per via di questo inaspettato interesse da parte degli ascoltatori che ho ritenuto chiamare con il neologismo di “Neotarantismo” quel movimento che vede migliaia di persone di diverse provenienze ballare pizziche, tammurriate e tarantelle; da lì sono stati organizzati seminari, convegni, concerti, oltre che pubblicati ulteriori saggi, articoli e CD. Dopo aver parlato per alcuni anni di tarantismo e Neotarantismo, la trasmissione radiofonica ha cominciato a intraprendere vari studi antropologici inerenti i più disparati rituali di tutto il pianeta, coinvolgendo la musica, la transe e gli argomenti ad essi correlati. È stato appunto a partire dal primo convegno organizzato nel 2000 che ho avuto la fortuna e l’immensa gioia di collaborare con Georges Lapassade, fino a quando nel 2008 non ci ha lasciati. 

Anna Nacci e Gabin Dabirè
La musica popolare è stata la molla che ha fatto nascere l'ormai famoso progetto "JesceFore", nel quale tu in prima persona e gli altri musicisti coinvolti avete dato vita ad una serie di laboratori musicali per i detenuti di Rebibbia... 
È stato il progetto più entusiasmante che abbia mai realizzato fino ad oggi. Era il 2006 quando ormai ritenevo che la pizzica fosse stata abbondantemente usata e abusata, nonché spesso ridicolamente commercializzata. Come dicevo prima, nulla arriva per caso, ed era quello il momento giusto per ripensare alla musica popolare quale terapia per curare malesseri che, oggi come allora, derivano da fattori sociali, relazionali. È stata la mia prima esperienza in assoluto di counseling di gruppo con l’utilizzo della musica quale strumento d’aiuto per lo scioglimento dei nodi e per la visualizzazione delle emozioni. Le emozioni sono quelle cose che di norma la maggior parte di noi reprime, o sottovaluta, o nasconde; diciamo che non vengono rispettate e individuate come dovrebbero. Proviamo a pensare quale collocazione e riconoscimento possano avere in uno stato di detenzione, con i conseguenti atteggiamenti relazionali. “JesceFore” è stato inoltre in assoluto il primo esperimento di terapia trattamentale condotto in un carcere, un programma che prevedeva l’utilizzo della musica associato a percorsi di risocializzazione e di introspezione di gruppo. Nella conduzione del progetto mi sono avvalsa della collaborazione dei Maestri Vincenzo Gagliani e Gianluca Casadei, già componenti del Tarantula Rubra Ensemble, i quali si sono messi in gioco anche loro con grande generosità e disponibilità in un’avventura per loro nuova e – per tutti noi – un grande momento di crescita. Il progetto poi si è avvalso della collaborazione di grandi musicisti quali Antonio Infantino, Teresa De Sio, Nando Popu, alcuni componenti della Taricata, Luigi Cinque, Raffaello Simeoni, Rodolfo Maltese, Antonello Ricci, Ettore Castagna, Rocco Capri Chiumarulo, Piero Ricci, Mimmo Epifani, MohssenKassirosafar, Marcello Colasurdo, GabinDabirè, Alessandro Cercato, e gli indimenticabili Maurizio Rota e Marcello Vento. 

"Jesce Fore" è diventato poi un libro e un disco, come valuti questa esperienza a distanza ormai di qualche anno? 
E’ sorto subito il desiderio di narrare il meraviglioso percorso portato avanti per il primo anno a Rebibbia Nuovo Complesso, sezione maschile, quindi è nato un libro contestualmente al CD che abbiamo inciso con i detenuti e gli ospiti che ci hanno accompagnato durante quell’anno; il tutto accompagnato anche da un DVD che ha vinto il primo premio all’Epizephiry Film Festival come miglior documentario. Poi l’anno successivo abbiamo cercato di continuare il laboratorio a Rebibbia e, nello stesso anno lo abbiamo intrapreso nel carcere dei Ravenna. Non solo noi, ma tutti coloro che hanno preso visione del progetto, riteniamo che tali percorsi dovrebbero far parte dei programmi di riabilitazione dei detenuti. Ma tutti sappiamo bene come il carcere sia un’istituzione che non rispetta assolutamente le motivazioni per le quali esiste. Mi spiego meglio: punizione ma non riabilitazione, repressione ma non risocializzazione, oppressione ma non rivalutazione dell’individuo, ricatti ma non rispetto. C’è da dire che siamo entrati in quello che viene ritenuto il carcere più “disponibile” ai progetti provenienti dall’esterno (riferendoci a Rebibbia), ma non possiamo non denunciare che c’è stato il totale disinteressamento economico da parte delle istituzioni preposte affinché il progetto potesse essere continuato e sostenuto; per non parlare del mancato interessamento da parte del DAP di appartenenza e del Ministero di Giustizia. Non dilunghiamoci poi dal commentare come le carceri costituiscano (e soprattutto quelle più grandi) un enorme business, e di come mantengono vivi forti interessi che esulano completamente da quello che dovrebbe essere il primario obiettivo della detenzione. Purtroppo “Jesce Fore”, che ha visto dei successi incredibili dal punto di vista del miglioramento delle relazioni e dell’abbassamento del tasso di aggressività delle persone detenute coinvolte, non è riuscito a perpetrarsi e diffondersi come auspicato, così come invece avviene nelle carceri di altri paesi europei dove i ministeri e le direzioni carcerarie sono alla continua ricerca di progetti utili a perseguire gli obiettivi previsti. 

Tarantella dei Fratelli 
Quali sono state le difficoltà che hai incontrato nell'operare in un contesto difficile come Rebibbia? 
Cominciamo dalla cosa più bella, vale a dire che lavorare con i detenuti è stata la cosa più semplice, più coinvolgente e più emozionante. Quando l’essere umano decide di mettersi in gioco, e capisce che quello è il momento giusto per intraprendere un percorso di crescita e cambiamento, lo fa debellando tutte le diffidenze e le ritrosie del caso, anche a costo di rivendicare dei diritti sacrosanti che, purtroppo, in carcere vengono assolutamente calpestati. Il gruppo “JesceFore” è diventato una realtà che ha amato il progetto a tal punto di correre dei rischi che avrebbero potuto penalizzare i loro permessi, le possibilità di vedere i loro cari, e tanti piccoli altri diritti che per loro erano vitali. Nella sala musica dove ci si vedeva settimanalmente per due ore c’era il profumo della vita, la sensazione viva della libertà, l’emozione della creatività e della collettività, la condivisione dei momenti più pregnanti che hanno segnato la crescita di tutti. Fuori da quella sala il mondo era un altro, era l’inferno, era il dover affrontare la stupidità e la povertà dell’essere umano che indossava il simbolo del potere; la burocrazia dell’amministrazione penitenziaria che spesso collideva con il corpo di polizia; l’invidia quando non anche la nocività di alcuni componenti delle équipe che avrebbero dovuto aiutare i detenuti; così come anche il potere inossidabile di alcuni che indossavano l’abito talare, un potere anche più grande di quello dei dirigenti penitenziari. Abbiamo dovuto subire momenti frustranti e vessazioni che ci costringevano al silenzio, sapendo che dopo dieci cancelli e tonnellate di stupidità umana avremmo trovato la gioia dei detenuti di vivere con noi momenti indimenticabili. 

Jesce Fore con Paolo Modugno
Quanto sono importanti queste attività in ambito carcerario? 
Non direi importanti, ma vitali. Così come il teatro ormai da tantissimi anni, e tutte quelle attività che facilitano le possibilità per i detenuti di rivalutarsi e di conoscere loro potenzialità mai esperite prima, sono attività che corroborano la ricostruzione dell’autostima (del tutto cancellata) e la riacquisizione del senso di collettività. Se l’istituzione carceraria non prevede e non permette la realizzazione di tali attività, è evidente quello che oggi abbiamo sotto gli occhi: un inferno, un luogo di tortura e perdizione tale per cui l’essere umano potrebbe facilmente perdere ogni speranza di pensare ad una vita che valga la pena di essere vissuta con consapevolezza e dignità. È un continuo alimentare odio, rabbia, violenza, frustrazioni, disistima, rancore, fatue costruzioni di onnipotenza quando non di reali e profonde situazioni di depressione. 

Come nasce il progetto di counseling "Suono Chi Sai"? 
Il counseling relazionale a mediazione artistica non è molto diffuso. Diciamo che anche qui ci avventuriamo in una proposta nuova che vede nuovamente l’utilizzo della musica quale strumento straordinario che facilita le sedute di counseling per lo scioglimento dei nodi e la visualizzazione delle emozioni. Partendo proprio dall’esperienza in carcere, ho cercato di trasferire l’utilizzo della musica nelle sedute singole o con coppie di consultanti. L'attuale nostro periodo storico è dominato dalla solitudine, dall'incomunicabilità e dalle relazioni virtuali. Quanto più sembra che la comunicazione sia facilitata da cellulari, chat, internet, social network e altre modalità tecnologiche di ultima generazione, tanto più la gente ha difficoltà a comunicare e instaurare relazioni reali, concrete, profonde. 
Jesce Fore
La dipendenza da dispositivi elettronici e social media ci distrae dal vero mondo, a tal punto che è sempre meno facile guardare una persona negli occhi. Il nostro sguardo è spesso rivolto a uno smartphone o un tablet, finanche nei momenti chiave deputati alla comunicazione e alla socialità. Il counseling è uno strumento per restituire potere alla comunicazione vera, agendo sull'intelligenza emotiva e relazionale. Con il counseling, chi ha deciso di mettersi in gioco ha l'opportunità di osservare il proprio disagio da altre angolazioni, scorgendo così nuove letture e possibili risoluzioni. Sarà egli stesso che saprà dire cosa ritiene meglio fare. Le sedute di counseling prevedono l'utilizzo di alcune tecniche utili per facilitare la consapevolezza delle proprie emozioni e il conseguente scioglimento dei nodi, dai quali derivano i disagi del nostro quotidiano. Ho voluto arricchire la cassetta degli attrezzi del counselor col mio strumento preferito: la musica. I suoni si trasformano in emozioni, quindi ogni individuo risponde in maniera personale all'ascolto dello stesso messaggio musicale, perché "ascoltare" è un atto psicologico. Ognuno di noi ha reazioni soggettive a livello fisiologico, affettivo e culturale in presenza di stimoli acustici. Con l'ascolto della musica giusta al momento adeguato, sarà possibile evocare emozioni, sensazioni e memorie che potranno aiutarci a fare luce su particolari momenti cruciali della nostra vita. 

Come si svolge una tipica seduta di counseling? 
Jesce Fore ospite Antonello Ricci
Avviene soprattutto quando il consultante (colui che in genere viene chiamato “cliente”, ma che è un termine che non ritengo tanto appropriato a chi decide di venire in consultazione) decide che è giunto il momento di affrontare i propri disagi. Vi è disagio psicologico quando non sappiamo gestire ciò che ci giunge dall'esterno, quando non riusciamo a rispondere alle domande delle esperienze che viviamo, per cui ci sentiamo incompleti, avvertiamo un malessere. Spesso viviamo, di conseguenza, disagi psico-fisici. Ma il disagio è una grande chance, è il segnale che qualcosa necessita di cambiamento, che si avverte l'esigenza di crescita come anche di evoluzione; che bisogna risistemare le credenze e le convinzioni rispetto alla vita, agli avvenimenti, alle persone, alle cose. Tanti di noi si attaccano alla sofferenza, al malessere. Ritengo quindi che giungere alla decisione di dover cambiare qualcosa è un momento molto importante. Il counseling è l'attività che ha per obiettivo quello di migliorare la vita di chi ha deciso di mettersi in discussione; è una possibilità rivolta non solo al singolo, ma anche alle famiglie, alle coppie, ai gruppi; è una pratica per la risoluzione di conflitti e difficoltà a livello personale, aziendale, scolastico, sanitario. Il counselor è il professionista che crea le condizioni per favorire la libera espressione delle emozioni, che ascolta senza giudizio, che non interpreta. È colui che mette in funzione l’arte maieutica di estrarre le potenzialità presenti in ogni essere umano. E' colui che lavora per riorientare la persona che vuole riprendere la guida della propria vita a partire dal problema, verso la risoluzione. Il counselor è il professionista che non si sostituisce alla vita di nessun'altro e che non può dare consigli. E' colui che stimola l'intelligenza emotiva e lavora sull'armonia e sull'equilibrio. Come disse Carl Rogers: “Quello che sono è sufficiente, se solo riesco ad esserlo”, quindi le sedute di counseling non sono assolutamente direttive, ma cercano di dare un nuovo assetto a quanto espresso dal consultante in maniera tale che possa guardare i propri eventi da una nuova prospettiva e trovare la propria soluzione.

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