BF-CHOICE: Maria Pia De Vito featuring Chico Buarque – Core [Coracão]

In “Core[Coracão]”, la vocalist partenopea, ai vertici del panorama jazz internazionale, offre cittadinanza sonora napoletana a tredici canzoni carioca. Sperimentatrice delle infinite possibilità sonore della voce, Maria Pia De Vito è artista versatile, sensibile e creativa...

BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

mercoledì 26 febbraio 2014

Numero 140 del 26 Febbraio 2014

L’euforia rebetika degli Evì Evàn, band greco-italiana che in un’intervista raccolta da Cinzia Merletti presenta il nuovo album, ci fa avventurare nel mondo del celebre genere urbano ellenico. Dalle atmosfere levantine all’Atlantico iberico per parlare del Consigliato Blogfoolk del numero 140 che è “Galiza” di Kepa Junkera, conosciutissimo maestro del triktixa, qui in un dialogo serrato tra le sonorità tradizionali basche e le espressioni musicali popolari della finis terrae spagnola. Da Euzkadi al crossover di “New Day”, disco che nasce dalla collaborazione tra il musicista e compositore francese Fixy e il musicista giamaicano McAnuff. Tornati in Italia, tappa prima in Carnia per parlare di “Gorai”, il nuovo disco di Lino Straulino, poi nell’area vesuviana, dove incontriamo Antonio Marotta e i suoi “Canti A Dispetto”. Storie di Cantautori ci conduce poi alla scoperta del progetto “Tra I Mirtilli E Le Ortiche”, nato dall’incontro tra Gianluca Gabriele e Roberto Durkovic, sospeso tra canzone d’autore e ritmi balkan. “Crossthing” di Fabrizio D’Alisera Quartet è protagonista della rubrica Suoni Jazz, mentre dal nostro scaffale abbiamo scelto per voi il libro dell’etnocoreologa Catherine E. Foley, “Step Dancing in Ireland. Culture and History” . L’affilatissimo Taglio Basso di Rigo questa volta non risparmia nemmeno Beck e la sua patente da indie a tutti i costi. Il pensiero finale lo riserviamo alla voce nobile, impetuosa e duttile, antica e magnetica di Francesco Di Giacomo, e al toque magistrale di Paco de Lucia, l’artista di Algeciras che ha ampliato i confini della chitarra flamenca. Buona lettura e buon ascolto con Blogfoolk!

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com

WORLD MUSIC
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STORIE DI CANTAUTORI
SUONI JAZZ
LETTURE
TAGLIO BASSO
L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Vagabondaggio Rebetiko. Incontro con gli Evì Evàn.

“Rebetiki diadromì” significa “Itinerario rebetiko”, è il titolo del nuovo album autoprodotto degli Evì Evàn. Conoscendoli da un bel po’, ho avuto modo di apprezzarne la serietà e la competenza nell’affrontare un repertorio come quello del rebetiko. L’itinerario del disco propone storiche canzoni di Istanbul, Smirne e Atene e composizioni dell’orchestrina italo-greca: dal ritmo più popolare come l’hassapiko alle cadenze arcaiche dello zeibekiko, dal colore turco-orientale del canto amanès alla danza dell’Asia Minore tsifteteli, dall’hassaposerviko, ritmo di ascendenza slava, alla riscrittura di un canto romanesco, dedicato alla città in cui risiedono, né manca uno splendido taksim, preludio improvvisativo al kanonaki. L’intervista realizzata con Dimitris Kotsiouros ci aprirà una finestra su un mondo, sull’identità culturale e sulla storia che tale CD comprende e comunica. Dimitris ci parlerà di cosa sia il rebetiko, e ce ne parlerà come uno che conosce “dal di dentro” l’argomento affrontato. Ci racconterà della storia e dei travagli sociali di questa forma di canzone urbana, nata in ambito proletario a cavallo tra fine Ottocento e inizio Novecento, che circolerà a lungo prima di essere ufficialmente identificata come rebetiko, trovando anche una via commerciale che incrocia le nuove forme di intrattenimento e sviluppo dell’industria discografica. Ci racconterà del “sentire” e del tragico vivere dei rebetes, che erano personaggi bohémien, del loro ribellarsi e identificarsi, reagire e ricostruire, nonostante le censure pesantissime, un nuovo futuro ed una nuova identità all’interno dell’emarginazione. Ci parlerà anche degli strumenti usati, del ruolo dell'uomo e della donna all’interno di un genere/modo di vita, delle preziose collaborazioni degli Evì Evàn. 


Dimitris, innanzitutto, cosa vuol dire il nome del vostro gruppo? 
Evì Evàn è un antico brindisi rivolto a Dioniso di buon auspicio per la festa. Era un’esclamazione equivalente al vostro “evviva” con il bicchiere alzato prima di bere. Col tempo il termine ha assunto diverse declinazioni fino a diventare una vera e propria corrente filosofica con Epicuro. 

Raccontaci come vi siete ritrovati insieme... 
Il gruppo è stato fondato nel 2007 da Nikos Nikolopoulos, che cantava e suonava l’oud, da me, Dimitris Kotsiouros, al bouzouki, e Daniele Ercoli al contrabbasso e al kaval, in occasione di un’iniziativa culturale, che aveva per tema la Grecia, al centro sociale ex SNIA di Roma. L’idea di presentare, il rebetiko, un genere musicale greco praticamente semi sconosciuto in Italia fino a qualche tempo fa non è stata casuale. Nikos ed io vivevamo già da molti anni in Italia ed eravamo stanchi di sentire sempre gli stessi luoghi comuni sulla Grecia come il sirtaki, il mare e il sole, i marmi del Partenone. Sentivamo l’esigenza di presentare la Grecia dei nostri tempi, i suoi aspetti culturali contemporanei che pochi in Italia conoscevano. La serata ha avuto un grandissimo successo ed è stata la spinta per realizzare il progetto. Nell’arco di poco tempo si sono aggiunti anche altri musicisti che si sono innamorati del rebetiko: Simone Branchesi alla fisarmonica ed Emiliano Maiorani alla chitarra, Luca Cioffi ai tamburi e cornice e darbouka. Nikos è poi tornato in Grecia e in cambio abbiamo acquisito Georgios Strimpakos, un cantante con un registro eccezionale. Ultima arrivata, Francesca Palombo che suona la fisarmonica e canta. 

Come hai detto tu stesso, vi occupate soprattutto di rebetiko. Puoi spiegare ai nostri lettori di che si tratta? Il rebetiko è molto più di un genere musicale: è la storia, l’identità, il modo di essere e di sentire la realtà dei rebetes. Cosa vuol dire, ancora oggi, essere dei rebetes? 
La parola rebetiko deriva dal verbo greco ρεμβομαι/ρεμπομαι (rèmvome/rèbome) che significa “girare”, “contemplare” e, per estensione, “vantarsi”. Rebetis è l’uomo che vaga, il musicista nomade i cui codici comportamentali e valori costituiscono le ragioni del suo vanto. La Grecia è sempre stata sul crinale fra Occidente e Oriente, apollinea e dionisiaca, europea e anatolica, e il rebetiko, come ha scritto Moni Ovadia nella presentazione del nostro nuovo album “Rebetiki diadromì”, rappresenta “il testamento culturale di una grecità eccentrica, esule e meticcia, splendidamente contaminata dall’humus ottomano”. Dopo la “katastrofi”, la disastrosa guerra con la Turchia e la conseguente cacciata dei greci dell’Anatolia, oltre un milione e mezzo di profughi si sono riversati nelle città della madre patria, nelle periferie di Atene e Salonicco, ma soprattutto nel porto del Pireo. La borghesia greca li emarginò considerandoli “turchi”, troppo orientali negli usi e nei costumi, e quindi questi profughi si sentirono doppiamente esuli: turchi in Grecia e greci in Turchia. In quelle periferie cittadine il rebetiko ha trovato la sua linfa. Le sue canzoni sono storie vere di amore maledetto, disavventure della vita, passione per danza, vino e narghilè, e trovano espressione in musiche dove i ritmi dell’allegria si alternano alle melodie melanconiche. È musica di emarginazione e ribellione alle regole; è un lamento per una perdita, ma soprattutto una sfida alle convenzioni. A causa di questa sua natura ribelle e anarchica è stato molto combattuto dalle istituzioni, con divieti che colpivano perfino l’uso degli strumenti musicali come il bouzouki, durante la dittatura di Metaxas nel 1934, e attraverso la creazione di appositi uffici di censura. Perfino nel mondo accademico dell’epoca vigeva la convinzione che “un popolo che produce una musica cosi volgare può provare solo vergogna”. Oggi che la Grecia si ritrova sotto una nuova dittatura finanziaria, emarginata e isolata, il rebetis è tornato ad essere figura di riferimento: il magkas o mangas (guappo) è l’anticonformista in cui oggi si identificano anche le giovani generazioni, ritrovando la propria storia e l’orgoglio della propria cultura identitaria. 

Vogliamo parlare delle caratteristiche stilistiche del rebetiko, oltre che delle peculiari modalità di esecuzione strumentale e vocale? Ascoltandovi cantare, si intuisce che c'è qualcosa di unico nel modo di cantare il rebetiko. 
Il periodo del rebetiko è durato solo pochi decenni, dagli inizi del ‘900 fino al 1952, quando la sua voce “autentica” è stata alterata dal business discografico. Questo periodo è suddiviso in tre fasi. Nella prima si afferma lo stile smirneiko, con l’uso di strumenti classici del rebetiko, come il bouzouki e il baglamás, ma anche di oud, kanonaki, sandúri e violino. Nei caffè frequentati nella Smirne di fine XIX secolo venivano preferiti sopratutto musicisti con studi da conservatorio, conoscitori della musica occidentale, della sua polifonia e armonia. Questi musicisti affrontavano difficoltà quando li veniva richiesta l’esecuzione di un canto anatolico con melismi Turco-Arabi o Arabo-Persiani. Un violinista di Valacchia, Yaghos Alexiou (Γιάγκος Αλεξίου), ha dato soluzione a questo problema pratico mischiando il maqam arabo-persiano nihavend con l’armonia e la polifonia della musica occidentale creando cosi lo stile smirneiko. Questa singolare intuizione ha aperto la strada per ulteriori sperimentazioni e fu la pietra miliaria nella creazione di quello che in Grecia viene chiamato “dromos” (scala) del rebetiko. Questi sono gli anni in cui si è sviluppata una particolare forma di canto, l’amanes, un lamento monodico, lungo e passionale, caratterizzato dall’esclamazione d’origine turca “aman”, ahimé, che esprime struggimento e dove è evidente l’influenza della musica bizantina. Gli amanedes furono proibiti sia in Turchia dal regime kemalista, nel 1934, perché il loro stile si intrecciava con quello dei canti greci; sia in Grecia dove vennero proibiti dal regime di Metaxas, nel ’37, perché venivano considerati musica turca. Il secondo periodo del rebetiko, definito d’oro, inizia nel 1930 e finisce con l’avvento della seconda guerra mondiale. È l’epoca dell’ufficializzazione del genere, che ha perso molte dei suoi elementi orientali, è il periodo dei grandi cantautori come Markos Vamvakaris, Anestos Delias, detto Artemis, Yiorgos Batis e tanti altri che l’hanno reso la musica identitaria e popolare di un intero Paese. Hanno cantato con passione e spirito gaglioffo le sventure della vita, le storie d’amore, i problemi sociali, sfidando il regime dittatoriale e il perbenismo dell’epoca. Va detto che quasi tutti hanno fatto la prigione per il semplice fatto che suonavano o osavano cantare brani rebetici. Infine, il terzo periodo, 1940-1952, è l’epoca in cui il proibizionismo finì e il rebetiko si poté suonare liberamente, anche se l’ufficio di censura fu mantenuto fino alla caduta dei Colonnelli, nel 1974. I vecchi rebetes e la nuova generazione, come Vassilis Tsitsanis e Michalis Genitsaris, hanno affrontato anche l’occupazione nazi-fascista e la guerra civile (1946-1949). Si narra che durante la guerra civile, i due schieramenti fermavano i combattimenti per cantare tutti insieme una canzone scritta da Tsitsanis, con la speranza di una società migliore e libera, Κανε λιγακι υπομονη (Abbi un po’ di pazienza). 

Parliamo anche degli strumenti che usate. Il bouzuki è un po’ il principe del rebetiko, vero? Ce lo descrivi? Poi vedo che usate anche la fisarmonica, il contrabbasso, la chitarra e le percussioni. Che ruolo hanno, tutti questi strumenti, all'interno del rebetiko? Quali sono quelli più filologici nel loro uso? E quali sono i ritmi più usati all'interno di questo repertorio? 
Il bouzouki è lo strumento per eccellenza del rebetiko. Deriva da un antichissimo strumento indiano, la pandoris, approdato in Grecia nel VI secolo a.C. e subito diffuso nelle feste popolari, soprattutto quelle in onore di Dioniso. Il bouzouki ha tre corde doppie e come forma assomiglia al mandolino. Agli inizi presentava registri (accordature) diversi. Ogni registro produce un “suono” differente a seconda dello stile che si vuole eseguire: per esempio ανοιχτο (aperto) che è più leggero, oppure il karantouzeni e lo yurutiko, che sono forme più severe. Dopo la seconda guerra mondiale diventa d’uso comune il registro “italiano”, come lo chiamavano i vecchi rebetes, con accordatura in re-la-re. Negli anni ‘50, uno dei più famosi cantautori e virtuosi del bouzouki, Manolis Chiotis, ha aggiunto una quarta corda e ha introdotto una nuova accordatura che ha rivoluzionato il modo di suonare il bouzouki, rendendolo più “europeo”. Accanto al bouzouki c’è il baglamás, una sorta di bouzouki in miniatura che la tradizione popolare vuole inventato dai rebetes durante il proibizionismo, per poterlo nascondere facilmente sotto la giacca. Anche la chitarra ha avuto largo uso non solo come strumento d’accompagnamento ma anche solistico. Sono uniche le canzoni di Karipis con la sua chitarra. A questi strumenti base, negli anni ne sono stati aggiunti altri, per esempio la fisarmonica, così come il contrabbasso e le percussioni. 

Il rebetiko è legato anche alla danza, vero? Mi ricordo che, qualche anno fa, intervistai il ballerino e coreografo greco Vassilis Polizois che, a quel tempo, proponeva in teatro uno spettacolo sulla storia del rebetiko, con un repertorio di brani che andavano, in tre fasi, dagli anni ‘20 in poi. E lui, spesso, entrava in scena ballando. A proposito dello zeibekiko, bellissimo ritmo in nove ottavi, lui diceva che sembra che il danzatore sbandi, mentre balla, come se perdesse spesso l'equilibrio. Ma, diceva Vassilis, è proprio in questo suo apparente perdere l'equilibrio che lo trova. 
Il rebetiko è strettamente legato alla danza. Ci sono vari ritmi e movimenti ma lo zeibekiko è il più rappresentativo. È un ballo solitario che ha origini antichissime ed effettivamente è tutto giocato sull’equilibrio del ballerino, senza passi codificati. Ognuno balla il suo zeibekiko come un assolo. E’ il momento in cui dici chi sei, ti metti a nudo, senza pensare se i movimenti che stai facendo piacciono o no. E’ un ballo di sfida. La ritmica è in 9/8, lenta e pesante. Poi c’è il hassapiko, che è un ballo di gruppo in 4/4. È una danza le cui origini risalgono al XV secolo, alla corporazione dei macellai albanesi di Istanbul. 

Ora una domanda ben precisa: il rebetiko è “cosa da uomini” o da uomini e donne, alla pari?
Il rebetiko può vantare grandi interpreti donne, come l’armena Rita Abatzi, Sotiria Bellou o Rosa Eskenazi, che ebbe una vita straordinaria e avventurosa ed era idolatrata come una star. Fra le migliaia di canzoni rebetike, non ne esiste una sola che parli male di una donna. Spesso si canta di gelosie, tradimenti, bugie, ma non c’è mai disprezzo per le donne che, anzi, sono adorate e desiderate. Chi picchiava una donna era fuori dal codice d’onore dei rebetes. Il fatto che non ci fosse discriminazione è anche provato dalle parole delle canzoni, che si possono riferire indifferentemente ad una donna o ad un uomo, in totale reciprocità. 

Dimitris, so che voi potete vantare collaborazioni prestigiosissime come quella con Moni Ovadia, Daniele Sepe, Vinicio Capossela...tanto per citarne alcune. Ce ne vuoi parlare? So che, ad esempio, è stato proprio Moni Ovadia a cercarvi e a manifestare il desiderio di esibirsi con voi, a più riprese. Ha anche danzato con voi, durante i concerti, vero? Mentre Vinicio Capossela è ben presente nel vostro disco. 
Sono tutte collaborazioni nate dalla passione comune per la Grecia e il rebetiko. Legami di stima e amicizia, cementati dal piacere di suonare insieme. Moni parla perfettamente il greco e ha un amore viscerale per la poesia greca; il tour che abbiamo fatto insieme, portando l’Odissea di Kazantzakis fra gli antichi teatri greci della Calabria, è stato un “viaggio di formazione”, un modo di ripercorrere a ritroso, fin dentro le pieghe dell’anima, le radici della nostra cultura europea. Anche l’incontro con Vinicio è stato magico. È nato dalla sua inesauribile voglia di conoscere tutto sul rebetiko, di più e ancora di più, fino a voler imparare a ballare lo zeibekiko. Vinicio ha vissuto questa musica con un entusiasmo passionale che si è manifestato anche nella generosa volontà di partecipare al nostro nuovo album. Lo stesso per Daniele Sepe con cui sono legato da molti anni, da quando vivevo a Napoli e avevo suonato nel suo album “Fessbook”. Lui è un cultore di lunga data del rebetiko e in tutti i suoi lavori ha sempre presentato canzoni rebetike. È un appassionato della Grecia e l’ha attraversata in lungo e in largo ma, soprattutto, Daniele è per eccellenza un anticonformista che nel rebetiko ritrova il suo spirito libero. Altri compagni in questo nostro viaggio sono Sofia Lampropoulou (kanonaki) e Nikos Nikolopoulos (oud). 

Veniamo al vostro nuovo album: “Rebetiki diadromì”. In che modo il nuovo disco è diverso dai due precedenti, pubblicati nel 2009 e nel 2011? 
I nostri album “Rebetiko, storie di malavita, amore e tekè” e “Fuori luogo” costituiscono le fondamenta di una ricerca musico-culturale che abbiamo voluto intraprendere . “Rebetiki diadromì” la sentiamo come l’incoronazione di questo percorso. 

Che cosa c'è dentro il nuovo lavoro? Intendo dalla musica a voi stessi... 
Nasce dalla voglia di convogliare tutte queste energie e passioni per il rebetiko. È un viaggio che parte da Est, dall’Asia Minore, attraversa Salonicco, sosta al Pireo e ad Atene, attraversa lo Ionio e arriva in Italia dove, come un fiume che raccoglie i suoi affluenti, porta con sé i percorsi musicali di Vinicio, che canta in “Vadizo Kai Paramilo”, uno zeibekikos, di Moni Ovadia, la voce recitante in “Kai Giati Den Mas To Les” un amanés di Smirne, e di Daniele Sepe che suona il sax soprano in “Tha Xatho Mikri Moy”. È il nostro rebetiko, un mix originale di pezzi storici e brani scritti da noi, più “La stringa”, una canzone popolare della malavita romana, risalente al Cinquecento e arrangiata come se fosse uno hassapiko. “Rebetiki diadromì” è un percorso speciale, nato in Italia, mettendo insieme cento anni di storia, Oriente e Occidente, Milano e Smirne, Atene e Napoli, Roma e Pireo, la dittatura di Metaxas e quella dello spread. È veramente un’emozione aver realizzato questo progetto così unico, in un Paese che non è quello dove è nato il rebetiko, ma dove ha trovato appassionati cultori e dove la sua tradizione non solo continua a vivere, ma a rinnovarsi. È una grande gioia essere riusciti a metterci tutti insieme e contagiare tante altre persone con la “malattia del rebetiko”, come la chiama Moni Ovadia. 


Cinzia Merletti

Kepa Junkera – Galiza (Fol Música, 2014)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

Le parole non servono per presentare Kepa Junkera, conosciutissimo maestro del triktixa, l’organetto diatonico basco, cesellatore di note sconfinanti, musicista in costante movimento attraverso innumerevoli collaborazioni, propenso a confrontarsi con molteplici linguaggi sonori, a dialogare con musicisti folk e non, arrivando a ridefinire l’idea stessa di tradizione popolare di Euzkadi. Già molti anni fa, in un’intervista raccolta in occasione della pubblicazione di “Hiri”, un disco centrale nella sua corposa discografia, Kepa mi disse: “Per me è molto importante identificarsi con proprie basi culturali, senza però smettere di rapportarsi, mescolarsi arricchirsi attraverso il contatto con altre culture”. Con il nuovo ambizioso progetto l’organettista bilbaìno raggiunge un’altra vetta nella sua discografia, facendo visita ai vicini galiziani, della cui scena folk è da sempre un gran frequentatore (ma quest’asse musicale ha una traccia nel passato, visto che già due storiche band, i baschi Oskorri e i galiziani Milladoiro, hanno incrociato i loro strumenti e le loro musiche). Nelle interviste Kepa definisce “Galiza” – edito dall’etichetta galiziana Fol Musìca (www.folmusica.com) – un disco “atemporale”, un omaggio a una tradizione popolare molto ammirata, incrociata molte volte, e di cui “ho assimilato ritmi, melodie, strumenti, modi ma soprattutto magia”, dichiara Junkera nelle note di presentazione sul suo sito. 
Non si tratta di un semplice dischetto, bensì di un CD-book in formato 23x23 con ben 50 pagine illustrate e 2 CD audio, per un totale di 90 minuti di musica ad alto livello, il che non sempre accade quando si persegue la fusione di musiche tradizionali. Per contro, in quest’opera si susseguono ventisei tracce coinvolgenti, dove il tocco virtuosistico di Junkera, il suo senso della melodia e del ritmo si accordano magnificamente con gli esponenti diversi, per età, stile e strumenti, della finis terræ iberica. Se è vero che nel brano d’apertura (“Alalà Transfigurado”) è la gaita dal piglio rock di Cristina Pato a condividere la scena con l’organettista e con il duo di txalaparta, Iñigo Olazabal e Argibel Euba, che accompagnano Kepa in tutto il disco, tuttavia non si pensi che a dominare la scena siano le cornamuse galiziane, con la loro aura privilegiata di strumento identitario, quantunque altri eccezionali suonatori di giata, come Budiño (“Xota da Guìa”) e Susana Seivane (“Galizako Muiñeirak/Trikitxa Martxa”) soffino note pregiate. Invece, colpisce l’enfasi sulle voci, monodiche e polifoniche, la presenza di virtuosi di strumenti minori, come la coppia di Fonsagrada composta dall’ottuagenario Emilio Do Pando e dal suo allievo Daniel Do Pando che suonano lo scacciapensieri (“Muñeira dos Pontinos”), la potenza dei tamburi a cornice. 
Tra i gruppi veterani si segnalano gli Os Cempés, i Luar Na Lubre e l’orchestra Sondeseu dell’arpista “profesor” Rodrigo Romani, tra i fondatori dei Milladoiro. Tra gli altri, colpiscono i Treixadura (“O Merlo/Bizkaian Zehar/Lúa Clarea/Pagasarriko Martxea/Lévame, Lévame”), il vocalist Davide Salvado (“Valse de Santa Mariña”), canto e panderetas delle Leilía (“Danza das Pereiras/Danza de Rubiós/Muiñeira de Mangüeiro”), l’ugola preziosa di Uxìa (“Una Noite na Eira do Trigo”) accompagnata al cavaquinho da Sergio Tannus, l’efficace duo maschile Radio Cos: Xurxo Fernandes (voci, palmas e pandeireta) e Quique Peòn (voce, palmas), fratello della più nota Mercedes che con Carlos Nuñez e i Berrogüetto è l’unica star mancante in questo trionfo nu-folk dell’occidente iberico. Da segnalare anche il vigore della Banda das Crechas (“Lelele”), l’orchestra di strumenti popolari Acentral Folque, gli Adufeiras de Salitre di Xabier Diaz (“Agarrado de Vilar de Cabeiras”), i Pandereiteros De O Fiadeiro (“Cantar dos Arrieiros/Maneo dos Barreiros de Malpica de Bergantiños”). In conclusione, ascoltiamo la voce del decano organettista Pazos de Merexo, testimone della tradizione, che ci parla della sua vita di suonatore, prima di lanciare, in un certo senso, il nipote Manuel, anche lui organettista, a duettare con Kepa nel “Vals de Pazon de Merexo”. È folk contemporaneo, vivido, di sostanza ma senza lustrini: emozioni e sentimento dal nord iberico da non lasciarsi sfuggire!


Ciro De Rosa

Winston McAnuff & Fixi - A New Day (Wagram/Audioglobe, 2013)

“A New Day” è il titolo del disco nato dal nuovo incontro tra Fixi e Winston McAnuff, dopo quello che nel 2006 ha portato a “Paris’ Roking”, l’album che ha venduto oltre ventimila copie e che ha suggellato una collaborazione piena di sorprese. Fixi è un musicista e compositore francese. Poliedrico, pluristrumentista, pieno di ispirazione. Come arrangiatore, produttore, compositore vanta una carriera invidiabile, che lo ha portato a lavorare addirittura con Toni Allen. A partire dalla metà degli anni Novanta, come parte del gruppo rock-musette Java (composto da lui alle tastiere, il cui vero nome è François Xavier Bossard, Erwan Seguillon alla voce, Jérôme Boivin al contrabbasso, Alexisalle percussioni) ha esplorato diversi generi musicali che, nello scenario europeo, mantengono in qualche modo un profilo legato a un buon grado di sperimentazione, e che soprattutto potremmo far confluire dentro un pan-genere francesizzato di hip-hop, (Paris) rock, funky e afro-beat. McAnuff è un musicista giamaicano, oggi cinquantacinquenne e residente in Francia. La sua musica ha incorporato i principi ispiratori del reggae, essendo interessata da un certo misticismo sincretico e trattando i temi che il genere ha fatto suoi sin dagli inizi (la spiritualità, appunto, le diseguaglianze sociali, ecc.). La sua discografia non conta molti titoli, ma copre l’arco di un trentennio (il primo disco “Pick Hits To Click” è del 1978 ed è stato ripubblicato dalla Makasound nel 2006) e, soprattutto, racchiude collaborazioni con artisti poliedrici e innovativi, come quella con Camille Bazbaz - musicista francese di origini libanesi - dalla quale nacque, nel 2005, il disco “A Drop”. Con “A New Day”, come era già avvenuto nel 2006 con “Paris’ Rockin”, al quale parteciparono molti dei musicisti che oggi suonano in questo nuovo disco e che gravitavano intorno a quello che al tempo era il progetto Java, McAnuff e Fixi si sono spinti non solo di là dei riferimenti più chiaramente reggae, ma hanno soprattutto impastato delle espressioni che, insieme, assumono un profilo interessante, sia nei ritmi che negli arrangiamenti (tra i richiami più inaspettati vi è quello al Maloya, un genere musicale tradizionale originario dell’isola di Réunion, eseguito con strumenti a percussione e ad arco e caratterizzato da forti connotazioni politiche). Qui risiede tutta la bellezza di “A New Day”, che è allo stesso tempo una serie di canzoni originali sotto il profilo tecnico e contenutistico (e questo ci sta sempre bene), ma anche una soluzione che supera il materialismo di molte produzioni musicali contemporanee. Le quali, in molti casi, celebrano la sovrapposizione come soluzione alla differenziazione del mercato e come chiave di rappresentazione della contemporaneità (o, peggio ancora, del gusto più critico e consapevole del pubblico internazionale). Si potrebbe addirittura dire che la mancanza di riferimenti chiari, di citazioni marcate, sia la cifra stilistica di “A New Day”. Una mancanza reiterata che è evidentemente messa in gioco e sperimentata come filo conduttore di una narrazione articolata. Una mancanza che assume un ruolo determinante nell’andamento del disco e che, meglio di altre soluzioni stilistiche più ricercate e anche più percorse, rappresenta il tentativo di amalgamare un linguaggio più nuovo e indipendente. Un linguaggio che - sebbene, anche in questo caso, negli esiti non sia sempre libero dai vincoli di una grammatica condivisa e ormai internazionale, oltre che commercializzata - si misura con la forma espansa di un mondo musicale rivoltato infinite volte ma spesso riassemblato secondo le stesse regole (e arrivando alle stesse soluzioni). Superando invece, con una lodevole disinvoltura, la fase critica della riorganizzazione, i due musicisti ci riconsegnano un’orma netta, che si imprime nel percorso di una musica originale, complessa e piena di ritmo. Questa mancanza, insieme a una certa lontananza dagli stereotipi stilistici più battuti, racchiude un dialogo che si esprime soprattutto attraverso citazioni rarefatte. Ad esempio, il reggae - che evidentemente rimane il riferimento centrale della produzione e dell’ispirazione di McAnuff, nato sulle colline di Manchester, in Giamaica, in una famiglia di pastori - è soltanto richiamato, echeggiato nel disco. E, si badi bene, non attraverso l’uso dei soliti elementi che, sebbene con cautela, sono (come in tante altre produzioni) incastrati nella struttura generale della narrazione e nella selezione dei suoni, ma piuttosto attraverso un’atmosfera generale, che sorregge i brani e che è alimentata quasi esclusivamente dal timbro della voce e dallo stile canoro di McAnuff. 


Daniele Cestellini

Lino Straulino – Gorai (Nota, 2014)

Lo scorso anno nel dedicare a Lino Straulino un lungo speciale con intervista in occasione della pubblicazione del suo splendido disco dal vivo “Mosaic”, sottolineammo il suo eclettismo e la sua poliedricità, essendo non solo una delle grandi voci del Friuli, della cui tradizione musicale è appassionato ricercatore ed interprete, ma anche un curioso e versatile chitarrista in grado di spaziare dal folk al blues, passando per il rock. Tenendo fede alla sua ormai proverbiale prolificità musicale, proprio mentre fervono i preparativi per l’uscita del disco con i Mutual Aggreement in cui protagonista sarà il prog-rock, arriva il suo nuovo album “Gorai”, che raccoglie dodici brani registrati totalmente in analogico presso gli studi di AVF di Nimis (Ud) di Checco Comelli. La scelta di ritornare ad un approccio alla registrazione volontariamente vintage, ed in completa controtendenza con quanto fatto nella sua produzione degli ultimi vent’anni, nasce dal desiderio di ritrovare il piacere di realizzare un disco “alla vecchia maniera”, producendo da cima a fondo un disco, proprio come si faceva all’epoca dei tanto amati Lp. Dopo aver cercato con cura uno studio che avesse le caratteristiche indispensabili per realizzare un master, ecco che a Nimis (Ud) in un vecchio scantinato ritrova Checco Comelli che gli mette a disposizione il suo vecchio studio fossile, con tanto di banco, vecchi registratori a bobine, lo studer per il master e un ampia sala di registrazione. Così durante il periodo della Pasqua dello scorso anno, per il cantautore friulano comincia un viaggio nel tempo, lontano dall’effimero della modernità, e pian piano prende il volo il disco, con Comelli che come un alchimista alla ricerca della pietra filosofale, con grande maestria taglia ed incolla musica con pezzettini di nastro adesivo. 
L'Edizione Limitata in Lp
Il risultato è un lavoro mirabile, che riflette il senso di serenità e pace interiore che questa esperienza ha significato per Lino Straulino, il quale nel registrare ha compiuto quasi un atto “spirituale” fissando su disco pezzetti della sua anima, attraverso le sue canzoni dense di poesia. A tenere insieme i dodici brani in scaletta è il tema dell’amore, una scelta difficile questa soprattutto se si considera che, come scrive Giorgio Olmoti nelle note di copertina, il friulano è una lingua più adatta alla battaglia ed alla rabbia, tuttavia Straulino riesce a raccontarsi a cuore aperto nelle sue emozioni più profonde, regalandoci una serie di perle di pura poesia. Sono canzoni in cui passano storie in bilico tra i sentieri di Carnia e la metropolitana di Londra, con le quali l’ascoltatore sviluppa sin da subito una grande empatia. Non mancano anche i versi di Maurizio Mattiuzza, impreziositi dalle trame acustiche tessute dal cantautore friulano in uno degli spaccato più profondi ed intensi del disco. Lino Straulino accompagnato dalla sola chitarra acustica snocciola una serie di perle preziose, proprio come evoca anche il titolo del disco, tra cui spiccano senza dubbio l’iniziale “As A Tree” , una folk ballad di grande spessore poetico cantata in inglese, le evocative “Tal Fret Di Londre”, e “Strades Di Ir”, ma soprattutto la deliziosa “L’Amoe Al è”, che può essere annoverata tra le canzoni più affascinanti di sempre del cantautore friulano. Parimenti meritano una citazione sono anche “L’Orizont”, “L’Albe” e “Sore Sere”, le cui sfumature poetiche, emergono lentamente attraverso ascolti attenti, e meditati. A differenza di dischi come “La Munglesa” e “La Bella Che Dormiva”, questo disco non è un tributo alla musica tradizionale, ma piuttosto uno dei lavori più personali e maturi artisticamente parlando di Lino Straulino, nel quale si coglie tutta la sua passione e il suo amore per il songwriting. Per i nostalgici del vinile, il cantautore friulano ha autoprodotto anche trecento copie numerate del disco in lp, il cui ascolto con un adeguato impianto, consentirà di cogliere ancora meglio le tante sfumature delle sue canzoni. 

Salvatore Esposito

Antonio Marotta - Canti A Dispetto (Autoprodotto, 2011)

Di tanto in tanto, al fianco delle tante novità discografiche in ambito folk e world ci piace recuperare qualche piccola perla, che colpevolmente ci siamo persi per strada. E’ il caso di “Canti A Dispetto”, disco di debutto di Antonio Marotta, cantante, musicista e costruttore di tamburi a cornice di Nola (Na), con alle spalle un solido percorso di formazione, speso tra gli studi di chitarra con Antonello Paliotti e quelli di composizione con Antima Pepe presso il Conservatorio di San Pietro a Maiella, e caratterizzato da tante prestigiose collaborazioni, come quella con il Maestro Roberto De Simone. In un intervista di qualche tempo fa, sulla sua attività di costruttore di tamburi a cornice, Antonio Marotta ci ha raccontato come sin da piccolissimo abbia respirato le tradizioni musicali della sua terra, partecipando alle feste in onore della Madonna Dell’Arco, ai carnevali di Palma Campania e a quelle dei Gigli Di Nola, esperienze che hanno contribuito a far crescere in lui la passione per lo studio dell’etnomusicologia e dell’antropologia culturale. Pian piano, parallelamente agli studi accademici, Antonio Marotta, è entrato in contatto non solo con i principali interpreti della musica popolare campana, ma si è dedicato anche a personali ricerche sul campo, nell’area vesuviana, ponendo particolare attenzione verso i canti a dispetto, canti di amori spesso combattuti tra gelosie, rifiuti e rivalità. Accompagnato da Peter De Girolamo (batteria, percussioni, tastiere, basso, archi ed effetti vari) e Michela Latorre (voce e castanette), Antonio Marotta (voce, chitarra classica, chitarra battente e tammorre), mettendo a frutto l’esperienza maturata sul campo, ha inciso tredici tra questi canti raccolti alle falde del Vesuvio, dando vita ad un disco di grande intensità e fascino. Quel fascino che ancora oggi è possibile cogliere quasi intatto in certe zone della Campania, come scrive lo stesso musicista nolano nelle note di copertina del disco: “Mi resi conto attraverso un’indagine assidua ed accurata, che la cultura popolare era costituita da veri e propri messaggi oracolari che si tramandano di bocca in bocca all’interno di comunità chiuse”. Durante l’ascolto ciò che colpisce è tanto la cura e l’originalità risposta negli arrangiamenti, quanto la voce del musicista nolano, il quale sfoggia tutta la sua verve teatrale nell’interpretare con personalità e gusto i vari canti, e nel dialogare con la voce femminile di Michela Latorre. Ad aprire il disco è il canto d’invidia “Viola”, proposta in un crescendo trascinante tra chitarre arpeggiate e percussioni, e che introduce al canto a dispetto “Jette All’Infierno” cantata da Marotta con il solo accompagnamento della tammorra. Se “Fuoco” canta la passione della festa e dell’amore nell’intreccio tra le voci di Marotta e della Latorre, la successiva “Pupazzi” è un brano originale che incrocia una villanella e il pop, ma è con il canto a dispetto “Tammurriata Sola” che si tocca il primo vertice del disco, con la voce di Michela Latorre ancora protagonista. Dall’area di San Gennarello di Ottaviano arriva poi lo struggente canto a distesa “Ammore Mje” che ci conduce alla superba “Tarantella Castellana” in cui le due voci dialogano sull’intreccio tra chitarra classica e chitarra battente. L’introspettivo canto di solitudine “None” e il canto a distesa “Pe Ghjre A Roma”, ci accompagnano verso il finale in cui spiccano “Cavalle De Razza” l’invito alla danza de “Il Canto Sul Tamburo” e il racconto “Sotto O Focolare”. L’invocazione “Consigli”, chiude un disco ben suonato, ed arrangiato con originalità, che ha il pregio di aprire uno spaccato senza dubbio interessante su uno dei corpus di canti meno noti della tradizione campana. 


Salvatore Esposito

Gianluca Gabriele – Tra I Mirtilli E Le Ortiche, Gianluca Gabriele interpreta Roberto Durkovic (Storie Di Note, 2014)

Calabrese di nascita ma senese di adozione, Gianluca Gabriele è un giovane cantante, pianista e compositore dall’articolato percorso artistico speso tra la musica e il teatro, e culminato con la vittoria dell'edizione del 2012 del Festival di Castrocaro. Dal fortunato incontro con Roberto Durkovic è nata l’idea di realizzare un album nel quale il giovane cantante sensese rilegge un pugno delle più belle composizioni del cantautore lombardo. E' nato così "Tra I Mirtilli E Le Ortiche" che raccoglie otto brani firmati da Roberto Durkovic, più una rilettura di “A Me Mi Piace Vivere Alla Grande” dell’indimenticato Franco Fanigliulo, incisi con un nutrito gruppo di strumentisti composto dallo stesso cantautore lombardo che presta la sua chitarra in diversi episodi, Massimiliano Alloisio (chitarra), Davide Marzagalli (batteria), Alberto Florian Mihai (fisarmonica), Bosnea Ion (sax, clarinetto), Emilio Rossi (tastiere), Giacomo Lampugnani (basso e contrabbasso), Loris Stefanuto (batteria e percussioni), Nadio Marenco (fisarmonica). Marco Mistrangelo (contrabbasso), Eduard Dumitru (violino), Dario Cazzola (mandolino), Luigi Scuri (batteria), Adrian Dumitru (chitarra), Florian Cercel (fisarmonica), Luigi Maione (Chitarra), Fabio Amodio (batteria), Pepe Ragonese (tromba), Silvia Scrofani (coro) e Maurizio Deho (violino). Nel suo insieme il disco riflette molto bene la metafora celata dal titolo, dove le ortiche sono i sentieri impervi in cui è costretto ad avventurarsi i cantautori di oggi, mentre i mirtilli sono il risultato a cui aspirare da parte dei giovani artisti, che devono perseverare nell’inseguire i propri sogni. L’incontro tra la giovane ma talentuosa voce di Gianluca Gabriele con le composizioni di Durkovic, si può dire così una scommessa vinta non solo perché tra loro si è sviluppato un dialogo artistico serrato, costruttivo e arricchente per entrambi, ma anche per la qualità del risultato nella sua globalità. La voce del cantante toscano ha consentito a Durkovic di scoprire una dimensione nuova alle sue composizioni, pur mantenendo integro backgroud musicale che le caratterizza e che vede intrecciarsi ritmi ritmi balcanici con echi della tradizione rom. Ad aprire il disco è “Strade Aperte”, interpretato magistralmente da Gabriele, e che rimanda dritto all’esperienza di Durkovic con I Fantasisti Del Metrò cominciata sui vagoni della metropolitana di Milano nel 1998. Si prosegue con “Alessandra”. bella canzone d’amore dedicata a quelle storie effimere che però hanno il potere di accendere i ricordi, ma è con la title track che si tocca il primo vertice del disco con le sue ritmiche sinuose che incrociano sonorità cubane e ritmi balkan. Se “Nostalgie” è una ballata soffusa ed introspettiva, lo strumentale “Mala Strana” ci porta per le vie di Praga dove Durkovic la compose mescolando ritmi balcanici con le sonorità del tango e del flamenco. La melodia sensuale e raffinata di “Matrioske” ispirata dal film di Stanley Kurbrick “Eyes Wide Shut”, apre poi la strada a “Semplicemente Vita”, altra piccola perla del disco interpretata con grande trasporto da Gabriele, che riesce a cogliere molto bene il senso di questo brano, ovvero il saper apprezzare le cose semplici che ci regala la nostra esistenza. Sul finale arriva poi “Gli Uomini Di Lisa” brano dalla scrittura cinematografica che il cantante toscano interpreta con grande forza evocativa nel raccontare la storia triste storia di Lisa, ragazza con sogni di libertà coltivati dopo la caduta del Muro di Berlino e finita sul marciapiede a prostituirsi. Chiude il disco la rilettura di “A Me Mi Piace Vivere Alla Grande” di Franco Fanigliulo, e qui proposta con piglio teatrale da Gabriele, che conferma a pieno tutte le sue grandi doti di interprete. “Tra I Mirtilli E Le Ortiche” è, dunque, una bella sorpresa perché ci consente di scoprire i brani di Roberto Durkovic sotto un’altra luce. 


Salvatore Esposito

Fabrizio D’Alisera Quartet – Crossthing (AlfaProjects, 2013)

Sassofonista abruzzese di talento, Fabrizio D’Alisera, vanta un solido percorso di formazione accademica che lo ha visto vincere una borsa di studio per Berklee College Of Music di Bostonm, nel corso dell’edizione 2004 di Umbria Jazz, diplomarsi in sassofono presso il Conservatorio “Nicola Sala” di Benevento, ed in fine conseguire la laurea in secondo livello con indirizzo “jazz” presso il Conservatorio di Campobasso “Lorenzo Perosi”. Nel corso della sua carriera tante sono state le collaborazioni e i progetti a cui si è dedicato, ma il punto di svolta della sua carriera è arrivato nel 2012 con la pubblicazione del suo primo disco come solista per Alfa Music, “Mr. Jobhopper”. A distanza di quasi due anni lo ritroviamo con un nuovo album “Crossthing”, nel quale ha raccolto otto brani, incisi con il suo quartetto in cui spiccano Enrico Bracco alla chitarra, Maurizio Perrone al contrabbasso e Mario Lineri alla batteria. Rispetto al disco precedente, ciò che appare chiaro, è come D’Alisera abbia acquisito una grande maturità nella scrittura, mettendo in fila sei brani autografi in cui si mescola un gusto modern mainstream tipicamente newyorkese, con una grande padronanza del linguaggio jazz, che gli consente di esplorare insieme al suo quartetto tutte le possibilità espressive, melodiche e ritmiche delle sue composizioni. In questo senso non ci appare casuale la scelta di proporre combinazioni differenti della line-up nel corso dei vari brani, spaziando dal trio con sax, contrabbasso e batteria, al quartetto con l’aggiunta della chitarra ed in fine al quintetto con l’innesto di un altro sax. Durante l'ascolto emerge come ogni brano sia costruito su un tessuto ritmico molto raffinato in cui Perrone al contrabbasso detta i tempi e traccia le melodie, supportato dal drumming impeccabile di Lineri, mentre le voci del sax e della chitarra danno vita ad un interplay di grande suggestione. Ad impreziosire il disco è la partecipazione al sax di Max Ionata, la cui presenza rappresenta un valore aggiunto notevole, consentendo a D'Alisera di dare vita con lui ad un serrato dialogo sonoro come nell' hard bop di “N2”, ma soprattutto in quel gioiello che è la ballad “Dear Now” in cui i due sassofonisti danno vita ad un interplay di grande fascino. Di grande pregio sono anche "The Whaler", "Quarantena", firmata dal chitarrista Enrico Bracco, e lo standard "A Weaver Of Dreams" che ci consentono di cogliere non solo i diversi lati della personalità artistica di D'Alisera, ma anche tutta la versatilità del quartetto, che affronta ogni brano con personalità, mantenendosi ben lontano dai virtuosismi fine a se stessi. La rarefatta "Frame Shop" e l'articolata "I Ain't Nothin' But A Bicycle", completano un disco pregevole che non mancherà di incuriosire ed appassionare quanti, vi dedicheranno la loro attenzione. 


Salvatore Esposito

Catherine E. Foley, Step Dancing in Ireland. Culture and History, Ashgate, Surrey, England, 2013, xv + 264 pp., Euro 60,00

Scritto per la collana editoriale “popular and folk music” della prestigiosa Ashgate, il volume (disponibile anche in formato e-book) fornisce un’analisi etnografica e storica della pratica della step dance nella parte settentrionale della contea occidentale irlandese del Kerry (“The Kingdom”, “Il Regno”, come, informalmente, è chiamata). In linea generale, parliamo di una danza solista costituita da “steps” (passi), vale a dire una sequenza di movimenti della durata di otto battute. La danza si caratterizza per l’immobilità della parte superiore del corpo: testa, braccia, busto e fianchi sono tenuti dritti; a fare da contrasto sono i veloci movimenti delle gambe e dei piedi. Ai piedi i ballerini possono calzare scarpe leggere e morbide oppure pesanti e dure. I ritmi principali sono quelli del reel, delle diverse tipologie di jig e dell’hornpipe. L’interdisciplinarità della prospettiva etnocoreologica che investe sia l’apparato teorico che le procedure metodologiche (ricerche d’archivio, osservazione partecipante, interviste, documenti filmati, ecc. ecc.) offre una lettura articolata del fenomeno della danza, che si configura come un “fatto sociale totale”. Foley discute i nessi tra pratica della danza e mutamenti politici e socio-culturali nell’isola d’Irlanda, dal contesto coloniale a quello post-coloniale, fino a processi di globalizzazione. Dunque, non approccio essenzialista alla danza, bensì uno studio che delinea la pratica della danza nei suoi aspetti dinamici e multidimensionali. Danzatrice, musicista ed etnocoreologa, Catherine Foley è una pioniera degli studi sulla danza in Irlanda: è lecturer all’Università di Limerick, dove nell’Irish World Music Centre sin dal 1996 è attivo un Master of Arts in Etnocoreologia. Si tratta del primo completo programma di studio scientifico della danza attivato in Europa, cui è seguita l’attivazione di Master of Arts in Irish Traditional Dance Performance, a partire dal 1999. Per la studiosa irlandese, lo “step-dancing è una pratica di musica-danza e un importante e potente significante culturale” (p.227). In tal senso, i ballerini incarnano ed esprimono i processi culturali della loro epoca. Se per molti la step-dance è riconducibile allo spettacolare ed innovativo stile “Riverdance”, creato nel 1994 con l’omonimo show, o ai successivi musical (penso a “Lord of the Dance”, tra gli altri) assurti a notorietà planetaria, in realtà, la danza si sviluppa nell’ultimo quarto del XVIII secolo attraverso la singolare figura del dancing master, un maestro di ballo itinerante il cui ruolo non si limitava all’insegnamento dei passi, ma si allargava ad altri ambiti (impartiva lezioni di portamento, galateo e finanche scherma). Il volume analizza tre tipi di step-dance: lo stile rurale associato alla figura di Jeremiah Molyneaux (1882-1965), che personifica l’ultima figura di dancing master itinerante; la danza dalla forte impronta competitiva e regolamentata, patrocinata dalla Lega Gaelica all’interno del movimento culturale nazionalista diffusosi negli ultimi decenni del XIX secolo; la pratica coreutica stilizzata, di carattere teatrale, promossa dal Siamsa Tire (Il Teatro Popolare Nazionale d'Irlanda) creato negli anni ’70 del XX secolo. Confrontando i tre stili, Foley dimostra che le differenti tipologie di step-dancing hanno il potenziale di incarnare, esprimere e plasmare la cultura e la storia. Il primo capitolo introduttivo, oltre a circoscrivere l’oggetto di studio, a descrivere il ventennale lavoro sul campo dell’autrice nella contea del Kerry, definisce l’incontro etnografico in termini dialogici, collocandosi sul terreno come “performer riflessiva”. Foley esplicita il suo paradigma teoretico ed interpretativo e la centralità di concetti, categorie e nozioni chiave come mutamento culturale, incorporazione, habitus e identità, mostrandosi debitrice nei confronti degli studi di analisi cinestetica e di antropologia della danza (Kaeppler, Novack, Kealiinohomoku, Peterson Royce, Daniel, Ness, Sklar), come della fenomenologia ermeneutica e di quella culturale (Csordas), nonché del lavoro di Bourdieu, da cui riprende appunto la nozione di habitus. Pertanto, lo studio riconosce nella danza il luogo in cui individuo e cultura si trovano in relazione e Foley si muove sul doppio piano di analisi: quello del corpo in movimento e quello del soggetto-danzatore, inserito all’interno di un dato contesto sociale, culturale e politico. I tre capitoli successivi all’introduzione offrono prima un resoconto etnografico di una serata di danza commemorativa di Molyneaux, poi mettono al centro il ruolo storico dei maestri di ballo nel Kerry rurale, soprattutto nel contesto coloniale dell’Irlanda, infine discutono la pratica e l’estetica della step-dancing di stampo molyneauxiano. Nel capitolo cinque, Foley sposta la sua attenzione sulla pratica della danza così come emerge all’interno del discorso del movimento nazionalista politico e culturale sorto sul finire del XIX secolo. In tal senso, centrale appare l’appropriazione della step-dance da parte della Lega Gaelica, che ne fa una del chiavi privilegiate nell’azione di de-anglicizzazione dell’isola. In seguito, nel periodo post-coloniale, la danza viene istituzionalizzata e popolarizzata attraverso la An Coimisiún le Rincí Gaelacha (The Irish Dancing Commission) che si produce in una più pronunciata codifica del ballo a livello formale, esercitando un severo controllo sul decoro dei ballerini e della danza stessa. Sulla scia del concetto di “invenzione della tradizione” (Hobsbawm e Ranger) e del portato foucaultiano, per Foley l’invenzione della danza irlandese incarna il senso di identità, luogo e comunità, ma anche i valori e i sentimenti del nuovo stato-nazione irlandese. Le relazioni tra The Irish Dancing Commission e scuole di danza locali diventano una delle chiavi di interpretazione del processo di modernizzazione nella contea del Kerry. Il terzo tipo di danza è protagonista nel capitolo sette. Eccoci al Siamsa Tire, il Teatro Nazionale Folk di Irlanda, fondato nel 1974, in risposta ai crescenti flussi turistici e all’impatto dei processi di globalizzazione. Siamo di fronte ad una ridefinizione della pratica della danza, alla negoziazione tra creatività artistica, mercificazione della cultura tradizionale orale e fenomeni di spettacolarizzazione, come Riverdance. L’ottavo e conclusivo capitolo (“The Dynamicity of Step Dance”) da un lato ripercorre le tappe di questo studio sulla costruzione culturale dell’Irish step-dance, dall’altro mette l’accento sulla danza oggi come pratica coreutica transnazionale: dai master universitari all’interesse verso questa espressione di danza da parte non solo della diaspora irlandese ma anche di gruppi ed individui nel resto del mondo, dall’Europa all’Estremo Oriente, dalla Russia all’Africa. In appendice poi, troviamo una sintetica esplicazione delle diverse tipologie di danza e delle istituzioni culturali irlandesi nel campo della danza. In definitiva, per Foley la step-dance, in qualità di pratica musicale-coreutica dinamica e adattabile attraverso la sua storicità, “ha contribuito in modo significativo ad esprimere, negoziare e rappresentare la cultura e l'identità, e continua a farlo” (p 232). Naturalmente, con suggestione heideggeriana, chiosa: “step-dancing is made meaningful and relevant to people’s lives though the different experiences that it offers and the opportunities these provide to express their being in the world” (ibidem). In conclusione, seppure di taglio accademico il volume “Step Dancing in Ireland. Culture and History” si presta anche ad una lettura dei non specialisti; certamente è da considerare un passaggio obbligato per cultori e studiosi di antropologia della danza e di etnocoreologia (non entriamo qui nel merito delle questioni definitorie, dello statuto degli studi, della loro ascendenza e del loro impianto teorico e metodologico), discipline che in Italia stanno cercando di superare il forte ritardo con cui si sono affermate rispetto ad altri settori della ricerca demo-etno-antropologica. 


Ciro De Rosa

Beck - Morning Phase (Fonograf/Capitol, 2013)

Il signor Beck è un musicista e produttore dannatamente interessante, molto dotato e giusto un po’ furbo. Infatti, si lancia nel dire che “Morning Phase”, il suo dodicesimo disco fa parte di un processo creativo che lo riporta alle atmosfere bucoliche e folk di “Sea Changes”. Tutto questo, “casualmente” accade in un momento in cui il neofolk sta tornando a livelli alti di popolarità, si veda l’ultimo film dei fratelli Cohen modellato sulla pseudiobiografia o quasi biografia di Dave Van Ronk di cui abbiamo parlato nel numero precedente. Tanto per gradire, sottolinea anche come abbia inciso questo disco senza sapere per che etichetta sarebbe uscito, salvo poi registrare gli archi dove li registrava Frank Sinatra e pubblicarlo per la Capitol Records. Just to Say... Snob? Furbo? Opportunista? Beck è bravo, per carità, ma è indissolubilmente legato allo zeitgeist dei tempi che viviamo, hard times sospesi tra un instabile equilibrio dialettico tra forma e contenuto. Nel caso specifico di questo disco, siamo di fronte a un ambiente sonoro di grande qualità, le frequenze più gorgeous sono quelle basse, meravigliosamente registrate in studi splendidi. Da bassista vi dico che quelle frequenze lì son quelle difficili da riprodurre. La palette sonora va da episodi tipicamente alla Neil Young, quello morbido di “Harvest”, a episodi orchestrati dal padre di Beck che, guarda caso è un certo David Campbell, che ha suonato e arrangiato archi per tutti. Il figliolo, per definire, il suo disco che spazia in un arco compositivo di oltre dieci anni, ha messo insieme un gruppo di musicisti che era già presente su “Sea Change”, tra i quali spicca il batterista Joey Waronker, figlio dello stella producer Lenny. Certo, non è una colpa essere figli di, ma aiuta ed è importante inserire le cose nel giusto contesto, poi, alla fine, è la musica che conta. Non sono un fan di Beck, ma alcune delle sue avventure lo-fi hanno definito un’epoca, corta, velleitaria, ma lo hanno fatto. Adesso Beck rimbalza modello pinball wizard tra una cosa e l’altra e invece, la strada che sceglie di percorrere racconta di te, a pochissimi fuoriclasse è permesso essere zappiani. Per gli altri, ci sono tentativi. L’importante è non millantare, perché il caro Beck tende a millantare una patente di indie, che è una delle cose più controverse e poco intelligenti del secolo.


Antonio "Rigo" Righetti

mercoledì 19 febbraio 2014

Numero 139 del 19 Febbraio 2014

Questa volta partiamo di slancio con il vibrante roots-rock-blues di Paolo Bonfanti, che ci racconta i suoi due progetti paralleli: “Exile On Backstreets” e “Friend Of A Friend”. Poi ci mettiamo sulle vie delle musiche del mondo, incontrando una nuova voce di donna che canta le lotte e le aspirazioni del popolo sahraoui: è Aziza Brahim, che nell’esilio catalano ha inciso “Soutak”, a cui va il Consigliato Blogfoolk. Altra chicca è “Davil’s Tale”, il gypsy summit tra il chitarrista swing di Toronto Adrian Raso e la potente Fanfara Ciocărlia romena. Spazio poi alla musica roots made in USA con un lungo speciale in cui vi raccontiamo dei dischi di Chet O’ Keefe, Tim Grimm, Ursula Ricks, Andrew Strong, Emily Herring, Jude Johnstone, Too Slim & The Taildraggers, Alias Means, Dan Israel, e della compilation “The Golden Demon”. Parliamo poi di un indimenticato musicista controcorrente, Alberto Cesa, alfiere del folk, a cui è dedicato “Folk & Peace”, realizzato dall’Associazione Cantovivo. Nel segno della migliore tradizione cantautorale italiana, eccoci a “Il Viandante”, disco che segna il ritorno di Alberto Cantone. Invece sul versante jazz, proponiamo il progetto “From Napoli To Belo Horizonte”, connubio tra il chitarrista napoletano Antonio Onorato e il brasiliano Toninho Horta. Lo spaccato della Sicilia anni ’40 raccolto nel bel libro fotografico “Giacomo Pozzi Bellini - Viaggio In Sicilia”, curato da Arnaldo Bonzi e Domenico Ferraro, è la nostra proposta di lettura, mentre l’affilato taglio basso di Rigo ci porta nell’epopea del Village con la nuova antologia della Smithsonian Folkways Recordings dedicata a Dave Van Ronk, la sua autobiografia e l’atteso film dei Fratelli Coen “A Proposito Di Davis”, che prende spunto proprio dalle memorie del chitarrista di newyorkese, pubblicate postume in "The Mayor Of MacDougal Street".  

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com

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L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Paolo Bonfanti: Da Exile On Backstreets a Friend Of A Friend

Paolo Bonfanti non ha bisogno di presentazioni, per lui oltre alla sua chitarra parla una carriera intensa, spesa sui palchi di tutta Italia, dapprima con i Big Fat Mama, e poi come solista, arrivando a collaborare con alcuni grandi musicisti come David Grissom, Jono Manson, Dick Heckstall-Smith, Bob Brunning, Fabio Treves, Gene Parsons e Beppe Gambetta. Dal 1992 ad oggi la sua discografia si è arricchita sempre di più di dischi pregevoli, che hanno documentato in modo molto chiaro il suo percorso di ricerca, che dal blues man mano si è aperto verso altre sonorità made in USA, spaziando dal folk, alla musica old time, dal rock al country, senza contare le sue sempre più frequenti incursioni nella canzone d’autore italiana. In occasione della pubblicazione di “Exile On Backstreets” e di “Friend Of A Friends” in coppia con Martino Coppo, lo abbiamo intervistato per approfondire la genesi, le ispirazioni e la ricerca musicale che ha animato questi due nuovi lavori.

Sono passati due anni da "Takin’ A Break", disco che ti vedeva tornare al rock blues cantato in inglese dopo l’esperienza con l'italiano di Canzoni di Schiena. Come nasce il tuo nuovo album “Exile On Backsteets”? 
“Exile On Backstreets” è un album per certi versi anomalo rispetto alla mia solita produzione, nel senso che per me un disco è la fine di un percorso nel quale suono i brani dal vivo per un’intera stagione, e poi li fisso su disco. In questo caso ho suonato dal vivo non più di due o tre brani per un periodo piuttosto breve, altri sono stati composti e subito dopo registrati. Secondo me, questa spontaneità traspare anche dalle registrazioni. 

In questo disco c’è quindi un urgenza creativa ed espressiva diversa? 
E’ proprio così, ogni brano vibra dell’urgenza di mettere “nero su bianco” certi concetti, musicali e non. 

Questo tuo nuovo disco si caratterizza per tematiche ti carattere sociale e per una scrittura militante come evoca già il titolo. Quali sono state le ispirazioni che hanno animato la scrittura dei brani? 
Si può dire che questo è un disco politico, nella migliore accezione (spero) del termine. L’aver rivisto dopo tanti anni l’immagina degli atleti afroamericani sul podio delle olimpiadi di Mexico 1968, la situazione attuale in cui c’è una recrudescenza dell’azione del capitale contro le classi più deboli, situazione di vero e proprio schiavismo, che credevamo scomparse per sempre e a cui dobbiamo assistere di nuovo, la lotta delle associazioni delle vittime dell’amianto nella mia città adottiva, Casale Monferrato, che sono riuscite a mandare a processo e far condannare i dirigenti dell’Eternit, la cosiddetta “fabbrica della morte”… beh tutte queste cose sono alla base della scrittura di tutto questo disco, e poi ve ne sono tante altre, magari più personali, come la perdita di mio padre circa tra anni fa e a cui ho dedicato due canzoni ovvero “Father’s Thing” e “Slow Blues For Bruno”. 

Dal punto di vista prettamente sonoro il raggio d’azione del tuo songwriting negli anni si è sempre più aperto verso tutto lo spettro delle sonorità roots americane, lasciando il blues spesso sullo sfondo. Da dove nasce questa scelta? 
In fondo è stato sempre così. Il blues è sempre lì, alla base di tutto, costituisce le fondamenta e le radici di tutto il mio lavoro, però dal blues parto e vado a visitare luoghi musicali, sapendo che prima o poi al blues si ritorna, volenti o nolenti. 

Il disco è stato prodotto da Giorgio Ravera. Come si è indirizzato il vostro lavoro in fase di arrangiamento? 
Giorgio più che altro ha curato il suono generale del disco, anche se ha dato ovviamente suggerimenti anche in fase di arrangiamento dei brani; il suo è un lavoro molto artigianale, direi quasi di “bottega”, e la genuinità e spontaneità di questo atteggiamento verso la produzione secondo me si sentono bene e mi piacciono moltissimo. 

Nel disco sono presenti due cover la sorprendente resa di “Up To My Neck To You” degli AC/DC e “I’ll Never Get Out Of This World Alive” di Hank Williams. Quali sono le motivazioni che ti hanno spinto a scegliere di rileggere questi due brani? 
Ho sentito per la prima volta “Up To My Neck To You” nella versione di Jim Suhler, un chitarrista texano che ha scritto pezzi anche per Fabulous Thunderbirds e altre band del “Great State”; mi è piaciuta molto e ho deciso di includerla nel disco, scoprendo solo a giochi fatti che era un brano degli AC/DC. Per il brano di Hank Williams, l’ispirazione viene dall’ultimo disco di Dwinght Yoakam, “Thre Pears”, in cui c’è una fantastica versione rock di “Dim Lights’, Thik Smoke And Loud Loud Music”, ho deciso di fare una cosa simile con un altro brano del grande Hank. Mi ha influenzato in questo senso anche la lettura del libro di Steve Earle, che ha lo stesso titolo della canzone. 

“Father’s Thing” si pone a metà strada tra Bruce Springsteen e Rolling Stones. Quante delle tue passioni musicali ci sono in questo disco? 
In questo disco, come succede di solito, ci sono tutte le mie passioni musicali. L’omaggio ai Rolling Stones e a Springsteen in questo caso è evidente sin dal titolo del disco. 

"My Baby Can" è tra le cose più coinvolgenti che hai scritto. Come nasce questo brano? 
Il mood generale del brano è decisamente alla Fabulous Thunderbirds ma il testo ha una genesi assai strana. Dopo una piccola operazione chirurgica che ho subito un anno fa, mi sono soffermato a parlare con una giovane chirurgo dell’équipe che mi aveva operato e ho pensato che in quei momenti siamo completamente nelle mani di queste persone, che fanno un lavoro durissimo e preziosizzimo; da qui il pensiero di una “My Baby” che in certi momenti può farti di tutto: tagliarti, cucirti, farti sentire grande, piccolo, anestetizzarti, ipnotizzarti, ectt. 

Quali sono le ispirazioni che hanno dato vita allo strumentale "Slow Blues For Bruno", in cui la tua chitarra dialoga con la fisarmonica di Roberto Bongianino? 
Come dicevo prima, questo brano è dedicato a mio padre, Bruno. Abbiamo voluto fare uno slow blues con un’atmosfera che non fosse quella dei classici blues lenti. E’ tutto ovviamente molto cupo e trattenuto in qualche modo. 

In “Black Glove” la tua strada incrocia il rap. Ricordo che un grande conoscitore del blues in Italia, Ernesto De Pascale, sosteneva che il rap fosse l’evoluzione del blues...
Il rap è poesia di strada, se composto e scritto nella giusta maniera. In qualche modo è vero, è come il blues genuino, segue la stessa regola di dire le cose come stanno, “Tell It Lik It Is” è una delle regole d’oro del blues e non solo. 

Il disco si conclude con un brano dal titolo molto chiaro “I Hate The Capitalist System”…
Si penso che Sara Ogan già negli anni Quaranta avesse regione. Questo sistema, il sistema capitalista, per quanto se ne voglia parlare o per quanto si voglia difenderlo, ha fallito miseramente, creando disuguaglianza, schiavitù, rabbia e disperazione. A mio parere, è tempo di cambiare radicalmente l’indirizzo delle cose. 

Quasi parallelamente a “Exile On Backstreets” hai dato alle stampe “Friend Of A Friend” inciso in duo con Martino Coppo, una tua vecchia conoscenza dai tempi dei Red Wine. Com’è nato questo progetto di disco insieme? 
Dato che con Martino ogni tanto capita di suonare insieme, abbiamo deciso di fare una sorte di demo per poterlo usare come promo per le nostre date e magari venderne un po’ ai nostri concerti. Il disco è praticamente un live in studio, e visto che è davvero vicino a me, ho provato a contattare Beppe Greppi di Felmay, per vedere se per caso fosse interessato a produrlo. I brani gli sono piaciuti da subito, e così ne abbiamo aggiunti altri per raggiungere la lunghezza giusta e poi il disco ha visto la luce. 

Anche in questo caso, mi ha colpito molto la scelta delle cover, un esempio su tutti è “Paradise” di John Prine, un cantautore sottovalutassimo, che in Italia conoscono in pochi... 
John Prine è roba da veri “insider”! Io e Martino frequentiamo spesso e da molto tempo il mondo dei songwriter americani e se lo si fa, non si può precindere da un caposcuola come John Prine. 

Invece “Everybody Knows This Is Nowhere” era nel tuo repertorio dal vivo, già da molti anni. Ricordo che la suonasti in un concerto straordinario qui a Caserta. 
Questa canzone del grande Neil Young è un mio pallino da tantissimo tempo, come tu ben sai.

"Matilda’s Dance" ci porta invece in Irlanda, un territorio musicalmente nuovo per te…
L’Irlanda non è mai stata presente nei miei lavori precedenti, anche se mi sono fatto la mia bella dose di Chieftains, Planxty, Bothy Band, Andy Irvine, Paul Brady, Clannad e tutti gli altri per un po’ di anni della mia gioventù. Il brano è di Martino e ci sembrava giusto fare questo tributo ad una delle terre più musicali al mondo. 

La versione di “Goin’ Down Road Feelin’ Bad” mi ha riportato a certe versioni della Jerry Garcia Band... 
Se fai un disco con chitarra e mandolino, uno dei riferimenti chiave rimane il lavoro di Garcia e Grisman, anche noi non abbiamo potuto esimerci da questo… 

Chiude il disco “Via Da Zena” un brano in cui torni a scrivere in genovese, ma che si caratterizza per un arrangiamento rootsy davvero superbo… 
Grazie! Da un po’ di tempo ho scoperto che Acadia e Liguria sembrano legate a doppio filo!

Concludendo come promuoverai dal vivo questi due dischi? 
Abbiamo già una bella serie di concerti, sia io e la mia band, sia con Martino. La cosa migliore per essere aggiornati è visitare il mio sito www.paolobonfanti.it, nonché le varie pagine facebook, mie e di Martino. 


Salvatore Esposito 

Paolo Bonfanti - Exile On Backstreets (Club de Musique, 2013) 
“Exile On Backstreets” è un disco militante a tutto tondo. Se, infatti, quella copertina dal piglio combat (blues) rock, graficamente, sembra ricordare uno degli album di Tom Robinson dei “Roaring Eighties”, il titolo è un sintesi perfetta tra “l’esilio sulla strada principale” dei Rolling Stones e le “backstreets” pennellate da uno Springsteen ancora geniale. Chi lo ha firmato, Paolo Bonfanti, è un mancinaccio di quelli tosti, ineccepibile chitarrista acustico e pertinente slide guitar player, dotato di una ottima voce, in qualche episodio simile, nella grana, a quella di Tom Petty. Dei suoi dischi, ho sempre apprezzato il suo buon gusto nella scelta degli ospiti, e non è un caso che in questo disco ci sia anche il basso del vostro affezionato recensore, giusto per sgombrare il campo da qualsiasi conflitto di interessi. La conoscenza reciproca tra me e Paolo va indietro di circa venticinque anni, quando eravamo compagni di etichetta discografica, io coi Rocking Chairs e lui coi Big Fat Mama. Ci si siamo visti e ascoltati nel corso degli anni, poi ultimamente abbiamo fatto diverse cose insieme. Ora Paolo ha pubblicato questo bel disco, che mi sento caldamente di consigliarvi perché do per scontato che amiate, come me, l’american sound. Se così fosse, troverete pane per i vostri denti, ovvero ottime canzoni originali, su tutte la opening track “Father’s Things” e l’avventurosamente funk nearly hip hop “Black Glove” e alcune belle covers, come “Up To My Neck In You” degli AC/DC e l’anthem “I’ll Never Get Out Of This World Alive” del gigantesco Hank Williams. Il suono è quello dei gruppi di rock blues moderno, capaci di prendersi anche qualche rischio, penso a ai North Mississippi Allstars e all’approccio militante di Ry Cooder. Il risultato è che Paolo quando suona il blues sa come fare girare le note e il feeling arriva. Il lavoro di produzione artistica è svolto con dovizia, forse qualche differenziazione nella tavolozza dei colori della batteria avrebbe giovato alla fruizione del disco, ma si tratta di dettagli di poco conto. Il disco vibra di urgenza creativa, e questo magma lo si ritrova pari pari in ogni singola nota. Un musicista in Italia è un genere in via di estinzione, viene osteggiato da tutte le parti e non aiutato. Prima che si estingua, quello che potete fare è dargli una possibilità, non l’elemosina, qui troverete venticinque anni di militanza rock and roll spiegate. Correte a comprarlo. 


Antonio “Rigo” Righetti 

Paolo Bonfanti & Martino Coppo – Friend Of A Friend (Felmay, 2014) 
L’amicizia che lega Paolo Bonfanti e il mandolinista Martino Coppo, risale alla metà degl’anni ottanta, quando il chitarrista genovese fu contattato per sostituire temporaneamente Beppe Gambetta nella line-up dei Red Wine. Da allora, come ci racconta lo stesso Bonfanti nell’intervista che precede, le loro strade si sono incontrate in diverse occasioni, e negli ultimi anni è nata l’idea di dare vita ad un progetto artistico comune, che in qualche modo consentisse ad entrambi di dare sfogo alla loro grande amore per la roots music, partendo da un impostazione prettamente acustica della strumentazione. Grazie alla lungimiranza di Felmay, ha visto così la luce “Friend Of A Friend” disco che raccoglie quattordici brani divisi equamente tra riletture di classici del rock e del blues, e composizioni originali. Il risultato è un disco gustosissimo, nel quale si spazia dal trascinante country rock della title track che apre il disco, a pregevoli versioni di classici della canzone d’autore americana come “Paradise” di John Prine ed “Everybody Knows This Is Nowhere” di Neil Young, passando attraverso incursioni nel bluegrass con “Tennessee Blues” di Bill Monroe, e classici del blues come “Catfish Blues” e “Jesus On The Mainline”. Nel mezzo ci sono però diverse belle sorprese come gli echi di irish folk di “Matilda’s Dance” firmata da Martino Coppo, un terzetto di brani a firma Bonfanti ovvero “I Got A Mind”, “Trains” e “Dark And Lonesome Night”, e il ripescaggio di “Rusty Old American Dream” di David Wilcox, che in questa nuova versione made in Italy, sembra vivere una nuova vita. Completano il disco due dei brani più riusciti di tutto il disco, “Via Da Zena”, in cui ritroviamo Paolo Bonfanti alle prese con la scrittura in genovese in salsa Acadienne, e “WSM” firmata da Martino Coppo, che invece ci porta in territori vicini agli Hot Tuna più acustici. Insomma “A Friend Of A Friend” è un disco con i fiocchi, che non mancherà di deliziare quanti vi dedicheranno un ascolto. 

Salvatore Esposito

Aziza Brahim – Soutak (Glitterbeat, 2014)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

Chissà se tra le giovani sahraoui incontrate a metà degli anni ’90 durante un mio viaggio a Cuba, sulla spiaggia di Bibijagua dalla meravigliosa arena negra, nell’Isla de la Juventud, c’era anche Aziza Brahim. Sicuramente l’artista nata in un campo profughi in Algeria nel 1976 nei pressi di Tindouf (un anno dopo l’occupazione marocchina dei territori dell’ex possedimento spagnolo), all’epoca studentessa nell’isola caraibica, con le sue connazionali condivideva fierezza e dignità, senso di appartenenza ad un popolo in lotta, consapevolezza visionaria di studiare nell’isola internazionalista non per ambizione personale ma per il futuro del Western Sahara, ancora oggi reclamante un’indipendenza che è negata, nonostante le risoluzioni dell’ONU. Dal 2000 Aziza vive a Barcellona, mentre la sua famiglia è ancora in un campo di rifugiati nel deserto algerino. La musica, che ha vissuto intensamente sin da piccola nelle riunioni familiari, oggi è diventata espressione artistica ma anche megafono per la rivendicazione, che è al contempo politica e identitaria, per narrare il dramma di un popolo discriminato e senza stato. Negli anni in terra spagnola Aziza partecipa a diversi progetti, tra i quali quello con la band basca di txalaparta Nomadak TX, è attrice e compositrice nel film “Wilaya” (2011), incide l’ EP “Mi Canto” (2008) e l’album “Mabruk” (2012, Reaktion) con il suo gruppo Gulili Mankoo. 
 Chi già conosce la voce autorevole di Mariam Hassan, apprezzerà anche questa cantante e autrice che con “Soutak” (significa “La tua voce”) si erge ad interprete dei sentimenti del suo popolo, ma con una musicalità che lascia da parte il profilo rock dell’album precedente, imprimendo al lavoro un suono acustico a misura della sua voce robusta, che è il cuore del disco. Con un quartetto di musicisti composto dall’ispano-argentino Nico Roca (percussioni), il catalano Guillem Aguilar (basso), il maliano Kalilou Sangare (chitarra acustica), sua sorella Badra Abdallahe (cori), Aziza (voce, chitarra ritmica e tabal), sotto l’egida del Dirtmusic Chris Eckman (già produttore dei Tamikrest) ha registrato le nove tracce del suo nuovo CD in presa diretta nella città catalana. “Soutak” si apre ad influenze maliane, spagnole e latinoamericane; la poetica dell’artista riflette la malinconia e la frustrazione ma anche la resilienza, le aspirazioni e i sogni di un popolo dimenticato dai grandi della Terra. Musicalmente, il disco mette insieme le esperienze artistiche della Brahim, con le influenze della sua vita artistica, i modelli canori, come le grandi vocalist mauritane Dimi Mint Abba (scomparsa nel 2011) e Malouma, il chitarrismo di Ali Farka Toure. 
Apre il disco la potente “Gdeim Izik”, canto di denuncia per la distruzione del cosiddetto “campo della dignità” nei pressi dell’oasi di Lemseid: una grande mobilitazione di protesta del popolo sahraoui contro la discriminazione in ambito lavorativo e lo sfruttamento delle risorse naturali del Sahara Occidentale repressa dall’esercito e dalla polizia marocchina; “Julad” è una canzone dedicata a sua madre che incarna simbolicamente la resistenza delle donne sahraoui (“Sei l’essenza della mia vita e la sua forza/ Sei l’orgoglio nelle mie parole che travalica le frontiere/ Resisti, immortale, resisti[…] Sei esempio di umanità e lotta”. […]). Chitarre, basso e percussioni accompagnano i tempi lenti di “Espejismos”, cantata in spagnolo. La voce si erge fiera in “Lagi”, un lamento per la vita trascorsa in una haimas, la tenda dei profughi. Il timbro secco del grande tamburo tradizionale tabal, strumento tipicamente femminile, sostiene la voce nella magnifica spirituale “Aradana”. Personale e politico si fondono nelle calde note di “Soutak”, in cui ritorniamo nell’alveo della canzone dalle sobrie coloriture pop, spagnole e nord maliane. Ne “La palabra” gli ipnotici profili melodici chitarristici del deserto si fanno più insistenti, punteggiando il canto, mentre le liriche sono pervase da un senso di nostalgia. Invece, tinte flamenco ammantano “Manos Enemigas”. Canto alla terra e aneliti di libertà in “Ya Watani” (“Guarda questi occhi innocenti che scrutano il cielo desiderando di raggiungere l’orizzonte dell’oceano […] Voglio vivere e danzare con tranquillità” […] ), brano che dà ampio spazio all’ugola di Aziza. La voce di un popolo da ascoltare! 


Ciro De Rosa