Gnut - Prenditi quello che meriti (Il Nuovo Rumore Italiano, 2014)

Con “Prenditi quello che meriti” Gnut ci consegna un album interessante e piacevole. Dietro questo nome si cela un autore importante per il nostro panorama cantautorale, le cui visioni ampliano di molto la scena della musica pop-folk italiana. Si chiama – come ormai molti sanno – Claudio Domestico e dimostra una buona dimestichezza con la chitarra, con le parole e con le immagini (“Facendo scorte di poesia/ per affrontare il viaggio/ contro un mondo che non ti risponde”). Siamo in un ambito acustico e soffuso (a volte un po’ incantato, di atmosfere rarefatte, vagamente psichedeliche), in cui la chitarra è evidentemente lo strumento portante. Questa centralità non interessa soltanto la timbrica, ma orienta soprattutto la struttura dei brani, i quali nascono e si sviluppano (attraverso l’apporto di uno strumentario vivace, molto melodico e coordinato, dove spiccano violino, basso, batteria e fiati) dentro i riflessi che genera la combinazione della chitarra con la voce (quasi un mito di fondazione del cantautorato). Le soluzioni melodiche sono interessanti e non scontate (“Foglie di Dadgad”) e si imprimono su una costruzione ritmica sempre decisa, anche se alleggerita da un incedere delicato della batteria (“Estate in Dadgad”). Negli incipit è quasi sempre riflessa l’atmosfera dei brani e grazie soprattutto a una permeabilità e un’elasticità di fondo, attraverso le quali si modellano delle melodie lineari, un po’ malinconiche e a tratti autoironiche (“Dimmi cosa resta”), il profilo generale dell’album è radioso, sincero, positivo (“Non è tardi”). La visione che Gnut racchiude in queste undici tracce ci tira dentro il suo universo personale. Ma si tratta di una visione articolata, attraverso la quale prende forma una dimensione affascinante, dove trovano spazio categorie famigliari (il ricordo, l’introspezione, l’amore), ma anche soluzioni interpretative molto soggettive: “prenditi quello che meriti/ e dona a chi merita quello che puoi”. Fino ad arrivare a “Passione” – il brano simbolico ma non retorico della sofferenza d’amore – per chiudere, con una riflessione di raccordo ideale cantata inaspettatamente in napoletano, un percorso suonato con coerenza e partecipazione. Qui la sintonia tra la chitarra e la narrazione vocale è perfetta. Il tema della canzone è anticipato da un arpeggio circolare che, una volta sotto la voce, si arricchisce di piccole parti sospese, in molti casi composte da poche note fondamentali tra un accordo e l’altro. Il suono della chitarra è molto metallico, compreso in un timbro quasi dissonante e dissacrante. Il testo stesso (e specie alcune parti: “Aggio fatto 'nu voto 'a Madonna d'a neve/ si me passa 'sta freva, oro e perle le do”), inquadrato in un ambito sonoro surreale – nel quale, oltre al metallo della chitarra acustica, trovano spazio alcuni sospiri, qualche cinguettio di uccelli, qualche rumore urbano di sottofondo – assume una nuova profondità e ben rappresenta, probabilmente, la posizione di Gnut: inquadrato ma inaspettato, onirico e definito, efficace, realistico. 


Daniele Cestellini