Bob Seger - Ride Out (Capitol Records, 2014)

La sua voce, la sua mitica Silver Bullett Band, e il suo modo di fare musica sospeso tra la gioiosa semplicità rock e il deplorevole caracollare verso il pop californiano, sono i marchi di fabbrica di Bob Seger, cantautore americano molto amato, anche qui in Italia, dove un suo brano è stato cantato anche da Gianni Morandi. Nell’arco della sua carriera Seger è stato più volte paragonato a Bruce Springsteen, e anche il suo nuovo album “Ride Out” ci ripropone l’ormai noto parallelismo. Accettandolo ancora una volta per buono, emergono gli stessi dubbi che abbiamo avuto di fronte agli ultimi dischi del Boss, ovvero come ci si può rinnovare, senza tradirsi, soprattutto quando non si è genialmente folli ed autarchici artisticamente come Bob Dylan? Come fare rock a settant’anni, senza sembrare ridicoli? L’ascolto di “Ride Out”, che arriva ad otto anni di distanza da “Face The Promise” del 2006, ci da qualche risposta in questo senso, e poco importa se la copertina retrò sia una delle più brutte degli ultimi tempi, ciò che ci interessa è che il Motor Town boy ha indicato chiaramente una strada, una via d’uscita valida anche per gli altri, Bruce Springsteen compreso. Infatti, al fianco di brani nuovi di zecca, come nel caso dell’omaggio al guitar hero Stevie Ray Vaughan in cui spicca l’hammondista dei Double Trouble, il disco presenta alcune riletture di brani firmati da altri songwriters a partire dall’inziale “Detroit Made” di John Hiatt, che sembra davvero cucita addosso a lui che è secondo solo a Springsteen nel parallelismo tra rock e automobili. Magnifica è anche l’anthem contro l’uso delle armi da fuoco “Devil’s Right Hand” di uno Steve Earle agli esordi, o ancora la virata verso il folk di “California Stars” direttamente da quel gioiello che è “Mermaid Avenue”, che conteneva le canzoni inedite di Woody Guthrie completate da Jeff Tweedy e Billy Bragg su Mermaid Avenue. Gli altri brani, come detto, sono farina del sacco di Seger, prematuramente scomparso. Registrato a Nashville, ormai considerata come la seconda patria del vero american sound, “Ride Out” presenta un sound maturo e curato, e nel complesso risulta godibilissimo. Insomma ciò che si chiede ad un disco così non è un sound avventuroso, ma piuttosto lo spirito, qualcosa di impalpabile che ci faccia respirare all’ascoltatore la stessa aria che respirano questi grandi musicisti, che portano in giro per il mondo la loro voce, qualcosa che si sono conquistati palmo dopo palmo. E’ questo il motivo che ci fa credere che la strada seguita da Bob Seger, dovrebbe seguirla anche Bruce Springsteen, ostinatamente appiattito sulla scrittura dei suoi pezzi, ed incapace di lasciarsi penetrare da altre ottiche, donando alla sua espressione musicale una nuova freschezza. Questo è solo un suggerimento, perché per Bob Seger ha funzionato molto bene. Insomma “Ride Out” è un gran bel disco, e speriamo prima o poi di vedere dal vivo il cantautore della Motor City, anche qui in Italia.


Antonio "Rigo" Righetti