I Ghetonìa e la tradizione musicale della Grecìa Salentina

Intervista con Roberto Licci 

La recente ristampa dei primi tre album dello storico ensemble griko salentino dei “Ghetonìa”, è stata l’occasione per intervistare il suo leader e fondatore, Roberto Licci, il quale ci ha raccontato i primi passi del gruppo, il percorso di evoluzione del loro approccio sonoro, senza tralasciare un accenno alla più recente formazione del gruppo, e ai progetti futuri. 


La Videointervista



Come nascono i Ghetonìa? 
I Ghetonìa nascono nel 1992 per caso, e non perché ci sia stata la volontà di creare un gruppo. Mi chiamarono dalla Grecia, dove in passato avevo suonato spesso, e mi invitarono per un concerto, ma questa volta volevano che con me ci fosse un gruppo. Quando suonavo in Grecia, ero solitamente accompagnato da orchestre locali, ma in quella circostanza mi chiesero di mettere su un gruppo formato qua in Italia. Risposi subito di si, e quando mi chiesero il nome del gruppo, dissi subito Ghetonìa perché in quel periodo qui a Calimera era nato il circolo Arci omonimo molto attivo ancora oggi. Decisi di abbinare le due cose, e nacque il gruppo Ghetonìa. 

La particolarità del gruppo agli esordi, era un po’ l’intreccio tra la tradizione Salentina e la musica jazz… 
All’inizio non proprio. C’era qualche accenno di jazz, ma questo tipo di approccio è arrivato in seguito. Facendo sperimentazioni continue sono venute fuori sonorità diverse. Non lo chiamo jazz in senso stretto, perché si tratta di influenze sonore differenti e molto varie, tante e tali che non riesco a definirle. 

Altra peculiarità del gruppo è stata quella di riproporre brani della tradizione musicale dell’area grika… 
Proponevamo soprattutto brani dell’area grika, e questo perché suonavamo spesso in Grecia dove c’era grande attenzione per la tradizione salentina. Tuttavia in quel periodo nel repertorio della riproposta salentina, esistevano pochissime canzoni in lingua grika, erano giusto quattro o cinque, le canzoni più conosciute nella Grecìa Salentina, e parlo di “Aremu Rendineddha”, “Kali nitta”, “La Passione di Cristo”, le Ninne Nanne, e la “Strina”, che è un canto di Corigliano d’Otranto. Finite queste canzoni non ce n’erano altre. Andando in Grecia non potevamo proporre sempre lo stesso repertorio di canti in griko, e così abbiamo cercato di integrare qualche altro canto, e ci siamo messi a pensare e ripensare come fare. Ascoltando musica greca dell’Epiro e della Macedonia, e poi leggendo poesie della Grecìa Salentina ci è venuta l’idea di musicare queste liriche. E’ stato un lavoro molto semplice, non difficile. Le canzoni venivano fuori per caso, mentre ero in macchina, facendo un viaggio, stando in campagna, suonando trovavamo riff, ritornelli, che potevano essere applicati a questa o ad un'altra frase. Sono nati così brani come “Agapimu Fidela Protinì”, “Agapiso”, e “Malìa”. Ad esempio se provi a leggere il testo di “Imasto Kecci”, si noterà chiaramente come scrivere una melodia per il griko è molto semplice, perché quando lo parli è già una melodia. Se provo a recitare qualche verso, è come se stessi cantando, e basta aggiungere qualche nota per arrivare ad una canzone. 

Parallelamente a queste composizioni nuove, il vostro lavoro è stato caratterizzato anche dalla ricerca sul campo… 
Io l’ho fatta all’inizio, quando ho cominciato a fare musica popolare, e ti parlo dei primi anni Settanta, quindi oltre quarant’anni fa. Ho iniziato a fare questo lavoro, e l’entusiasmo mi è venuto proprio dal fatto di stare a contatto con le persone anziane, e di cercare di capire la loro vita passata com’era. Scoprire i canti, significava andare nei campi, stare insieme ai contadini, nelle osterie, e si faceva ricerca in quel mondo. Si registrava tutto, e poi si riproponeva così com’era stato registrato. C’era una riproposta pura e fedele come si voleva allora, perché allora i puristi dicevano che bisognava riproporre il canto popolare così come veniva raccolto. Poi abbiamo capito che si poteva dare qualcosa in più, che il canto popolare poteva essere internazionalizzato, non solo fossilizzarlo in una zona, ma cercare piuttosto di portarlo all’esterno, di farlo capire ad un pubblico più vasto, e non solo agli addetti ai lavori. 

Era l’epoca in cui tu eri nel Canzoniere Grecanico Salentino… 
Si, era il periodo in cui c’era Rina Durante di cui ho un ricordo bellissimo, ma c’erano anche Bucci Caldarulo, Luigi Chiriatti, Daniele Durante. 

La primissima formazione, dunque… 
Si, la prima formazione, con Rossella Pinto. 

Come si è evoluta la tua concezione di musica popolare dal periodo in cui eri con il Canzoniere Grecanico Salentino all’esperienza con i Ghetonìa… 
Sono stato nella formazione del Canzoniere Grecanico Salentino fino alla fine degli anni Ottanta. Già in quel periodo il gruppo faceva sperimentazioni molto importanti, ma che per me andavano oltre, anticipavano di moltissimo i tempi. Io volevo fare ancora musica popolare, e allora preferii staccarmi perché non me la sentivo di fare questo tipo di canzoni, che non sentivo mie. Preferivo fare altro, fare musica popolare. Poi come Ghetonìa abbiamo cominciato a fare musica popolare con qualche accenno di sperimentazione, da lì è nata la versione di “Mara L’Acqua”, a cui demmo il ritmo della tammurriata, che nell’originale non c’è ne tantomeno nella tradizione salentina, poi c’era l’uso del clarinetto e del sax soprano nella musica popolare era un po’ un azzardo, un elemento di rottura. Era quello che dava la sensazione che fossimo una band jazz, poi l’uso delle percussioni con l’uso del tamburo a cornice nella pizzica e basta, non abbiamo mai usato il tamburo a cornice per altri ritmi, cioè trovarci con un elemento come Angelo Colucci, che veniva anche lui a rompere la tradizione, ma non usava il tamburo a cornice, ma le percussioni. Del resto lui suonava con Peppe Barra e veniva da queste esperienze molto forti ed accattivanti. Quando abbiamo sentito che il tamburo a cornice non era solo pizzica, ci siamo detti che poteva essere usato anche in modo diverso. E quello fu un altro elemento di rottura. I Salentini non sapevano che il tamburello poteva essere suonato anche in altro modo. 

Qual è stata l’evoluzione del suono nei primi tre dischi dei Ghetonìa? 
L’evoluzione del suono è andata di pari passo alla crescita del gruppo, con l’ingresso di nuovi strumentisti. Il primo disco lo abbiamo fatto in quattro, cioè io, Emilia Ottaviano, Pierangelo Colucci e Salvatore Cotardo. Questo disco nacque dall’esigenza di cominciare a mettere su carta quello che stavamo facendo, era un mettere i paletti, registrare quel materiale era un modo per lasciare una traccia. Non ricordo i brani di “Mara L’Acqua” perché nei tre dischi in tutto sono trentacinque brani, ed è impossibile a ricordarli tutti. Già da quel disco però il nostro percorso dalla musica popolare si proiettava verso altre prospettive musicali. 

I Ghetonìa oggi… 
I Ghetonìa oggi sono musicisti che lavorano separatamente, ma che di tanto in tanto si riuniscono. Dico separatamente perché ad esempio Emanuele, mio figlio, lavora moltissimo con il Canzoniere Grecanico Salentino nella formazione attuale; Admir Shurtaj il fisarmonicista è impegnato in un lavoro che è invidiabilissimo, essendo impegnato in alcune opere per la Biennale di Venezia; poi c’è Giorgio Vendola al contrabbasso anche lui costantemente impegnato, Franco Nuzzo che lavora, studia e suona le percussioni con un artista francese.
Insomma, abbiamo impegni diversi. A me personalmente non va più di fare cose nel Salento, nella maniera più assoluta perché sono sconcertato da questi rave party della Taranta. Questi non sono concerti, ma raduni. Poi c’è molta faciloneria nelle persone che vengono invitate al Concertone. C’è una generale mancanza di cultura. Così mi sono detto che avrei smesso con la musica popolare nel Salento. Non volevo più suonare. Poi mi ha chiamato Marco Poeta, che è un vero e proprio vulcano, il quale mi ha coinvolto in un progetto molto bello ed ambizioso che si propone di coniugare la tradizione musicale del Salento e dell’area Grika con il fado. Marco Poeta è uno dei grandi della chitarra portoghese, e rileggere questi brani con lui sarà certamente una splendida esperienza. Parteciperanno al disco anche alcuni elementi dei Ghetonìa ovvero Salvatore Cotardo, Antonio Cotardo, mio figlio Emanuele e Franco Nuzzo, e qualche alcuni ospiti importanti. Spero davvero che tutto questo vada in porto. E’ difficile contenere Marco Poeta perché lui è trascinante, e l’altra sera a Recanati ci siamo divertiti molto, in un concerto che abbiamo fatto insieme a Paolo Galati, un bassista molto importante che ha suonato con Dalla e De Andrè. Abbiamo registrato questi brani che serviranno come base di partenza per gli ospiti, che dovranno poi cantare nei vari brani. Vediamo un po’ cosa viene fuori, ma da quello che ho letto e visto Marco Poeta ha sempre fatto cose splendide. 



Ghetonìa - Mara L’Acqua/Agapiso/Malìa - Le Origini 1993 - 1995 (AnimaMundi Musica/GoodFellas, 2014) 
Sono pochissimi i dischi storici della musica di riproposta italiana che hanno avuto la fortuna di essere ristampati, molti di questi, dopo una prima edizione in lp sono caduti nell’oblio, altri ancora, quant’unque abbiano avuto una edizione in cd, giacciono da molti anni fuori catalogo. Plaudiamo, quindi, al pregevole lavoro dell’etichetta salentina AnimaMundi che ha riportato alla luce “Mara L’Acqua”, “Agapiso” e “Malìa”, i primi tre album dei Ghetonìa, ensemble griko salentino guidato da Roberto Licci e Salvatore Cotardo, ristampandoli in una bella edizione su due cd, accompagnati da una lunga intervista ai due leader di Marco Leopizzi. Realizzato grazie ad una campagna di fundrising nata sul web, questo doppio album, è la dimostrazione di come, nonostante la crisi della discografia, in Italia ci sia un interesse vivissimo per la musica tradizionale e per la cultura in generale. Grazie al prezioso lavoro di rimasterizzazione di Valerio Daniele, questi tre documenti storici della riproposta tornano, così, a brillare, e riascoltarli in sequenza ci consente di ripercorre le tappe principali della vicenda artistica dei Ghetonìa, formazione che sin dai suoi primissimi passi, ha affondato le sue radici nella tradizione musicale della Grecìa Salentina, dapprima proponendo alcuni dei brani del repertorio storico dell’aria, e successivamente musicando alcune poesie in griko di autori locali. Parallelamente alla riemersione di brani tradizionali che all’epoca rappresentarono una vera esplorazione sonora del territorio salentino, durante l’ascolto si tocca con mano l’evoluzione nell’approccio sonoro alla riproposta operato dai Ghetonìa che si muovono in una direzione assolutamente rivoluzionaria per l’epoca. Le strutture sonore costruite da Roberto Licci (voce e chitarra) e Salvatore Cotardo (sax, clarino e flauto) hanno il pregio non solo di aver anticipato di molto il concetto di contaminazione sonora, ma anche di aver esplorato l’intreccio tra le strutture melodiche del Salento con quelle dell’area mediterranea e il jazz, ed in questo senso pregevole è tanto il lavoro alle percussioni operato da Pierangelo Colucci, che quello di Emilia Ottaviano alla voce. L’ascolto ci conduce attraverso le sonorità essenziali ma allo stesso tempo dirette ed evocative di “Mara L’Acqua”, disco del 1993 pubblicato originariamente dall’Associazione Culturale Ghetonìa, nel quale spiccano brani come “To Traudi Ton Traudion”, “Kali nifta”, e “Oriamu Pisulina”. Nel 1994 il gruppo si allarga con l’ingresso in formazione del figlio di Roberto Licci, Emanuele la cui chitarra impreziosisce le trame sonore del poetico e fascinoso “Agapiso”, aperto dalla suggestiva title track, e nel quale spiccano la superba versione di “Antidotum Tarantulae”, e la nostalgia sofferta di “Klama (Andra-mu-pai)” su testo di Franco Corlianò. Il gruppo si amplia ancora con l’arrivo di Angelo Urso al contrabbasso e Franco Nuzzo alle percussioni, e nel 1995 arriva “Malìa”, disco della maturità sonora raggiunta, “Malìa”, che rappresenta senza dubbio uno dei dischi più importanti della musica di riproposta salentina. A differenza del primo album il sound è ora più solido, così come maggiore cura è riposta nella cura delle timbriche e delle parti vocali, ma a sorprendere ancora di più è la scelta dei brani tra cui spiccano il canto devozionale “Santu Lazzaru”, le intense “Aspro To Kartì” e “Imasto Kecci”, fino a toccare la pizzica pizzica di “Sta Cala Lu Serenu Del Le Stelle”. Onore al merito, dunque, ad AnimaMundi che, con questa bella e gustosa ristampa, conferma di essere una delle più attente realtà nella valorizzazione dell’immenso patrimonio musicale del Salento.  



Salvatore Esposito