Graham Nash, Wild Tales. La Mia Vita Rock'n'Roll, Arcana Editrice 2014, pp.380, Euro 22,00

Il primo disco che ho comprato è stato “Déjà Vu” di Crosby, Stills, Nash & Young. 2500 Lire, oltre trent’anni, diciamo pure trentacinque anni fa. Quello è stato ed è uno dei punti saldi, fermi, unici della mia vita di musicista. Così quando è uscito “Wild Tales. La Mia Vita Rock’n’Roll”, l’attesa autobiografia di Graham Nash, mi sono affrettato a comprarlo e a tuffarmi nella lettura. La lettura di questo libro del calmo, pacato e morigerato simple man sembra però aver cambiato il gusto dei loro dischi. Così, mentre fuori dalla finestra osservo la strana e piovosa estate modenese, mi sorge spontaneo chiedermi se, per scrivere questa pallida imitazione delle autobiografie che hanno scritto Keith Richards e Bob Dylan, Nash sia stato tentato da una offerta che non poteva proprio rifiutare. La sensazione è che gli abbiano detto qualcosa come: “o scrivi di droga, stravizi e quant’altro, altrimenti ti puoi scordare di venderlo”. E così Nash si è immerso nella scrittura per accontentare il suo editore americano. Le cose sono due, o è andata realmente così, oppure veramente le droghe leggere, pesanti e tutto quello che c’è in mezzo e oltre, nella vita di Graham Nash sono state più rilevanti delle marche delle chitarre, degli amplificatori, dei microfoni, e delle canzoni stesse. Leggendo “Wild Tales” lo scopriamo a disquisire di sinsemilla e altre prelibate varietà di erba, così come ci tiene a farci sapere che durante il mitico tour del 1974, da poco documentato da un magnifico cofanetto, i quattro cavalieri dovevano, per contratto, ricevere un ovulo con dentro un grammo di purissima coca che lui, scambiandola con una delle sue pastiglie di vitamine, buttò giù entrando poi in paranoia per la pericolosità della cosa. Nelle parole di Nash si avverte una sorta di autocompiacimento nel raccontarci del suo rapporto con le droghe, il tutto tentando sempre di attuare un antipatico ed infantile scaricabarile con Crosby, come se volesse distogliere l’attenzione da se stesso perché l’ex Byrds si drogava molto di più. Dal punto di vista narrativo, il libro non è affatto esente da difetti, ma la cosa positiva è che quasi certamente leggendolo sarete naturalmente portati a rimettere sul piatto uno dei tanti capolavori del supergruppo più famoso del rock. Per quello che mi riguarda la prima cosa che ho fatto ho riascoltato lo splendido primo disco di Crosby, Stills & Nash, quello uscito prima dell’allargamento del trio a quartetto con l’ingresso di Neil Young. La musica brilla sempre, ed è sempre genialmente prodotta e suonata, le idee e i concetti però sono un po’ più fragili ed aleatori, con qualche tacca di ragione in più per il movimento punk che si prefiggeva l’annientamento dei dinosauri.



Antonio "Rigo" Righetti