99 Posse – Curre Curre Guagliò 2.0. Non Un Passo Indietro

I 99 Posse rappresentano un'avanguardia artistica che affonda le sue radici in una tradizione politica e musicale che ha avuto, nel nostro paese, sviluppi importanti principalmente negli anni settanta e negli anni novanta. Sebbene questi progetti, caratterizzati dalla scelta di un linguaggio innovativo sul piano stilistico, oltre che fortemente critico sul piano politico, abbiano (per fortuna) interessato molte aree dell'Italia, da Napoli sono emersi in modo più netto: negli anni settanta, come espressione diretta del mondo delle fabbriche e della crisi che aveva colpito (non solo) la nuova classe del proletariato urbano. Negli anni novanta, come espressione di un disagio più trasversale e, probabilmente, meno compreso e rappresentato dai media, che è emerso con forza dalla cultura dei centri sociali. A distanza di venti anni da “Curre Curre Guagliò” - il loro album d’esordio, ma anche manifesto musicale e politico delle nuove generazioni, che nei primi anni novanta si sono proposte con forza in alternativa al mainstream e alle strutture più convenzionali della nostra tradizione musicale - i 99 Posse danno alle stampe “Curre Curre Guagliò 2.0. Non Un Passo Indietro”. Non un revival o una semplice riedizione, ma un disco nuovo, nel quale i brani originali sono ricantati, a volte riscritti, risuonati e rielaborati insieme a tanti artisti della scena musicale contemporanea italiana: da Samuel dei Subsonica a Enzo Avitabile e Bottari, da Pau dei Negrita a Clementino, da J-Ax a Francesco Di Bella dei 24 Grana, Banda Bassotti, Pankreas, Alborosie, Mama Marjas, Caparezza e tanti altri. Ne abbiamo parlato con Luca Persico (‘O Zulù) nell’intervista che qui proponiamo. 

Puoi parlarci del progetto generale del disco e delle relazioni che avete instaurato con gli artisti che vi hanno partecipato? 
L’idea generale ci è venuta quando ci siamo accorti che “Curre Curre Guagliò” compiva vent’anni e quando poi nei nostri concerti abbiamo notato un moltiplicarsi dei giovani e giovanissimi nelle prime file, che conoscevano a memoria tutti i pezzi di “Curre Curre Guagliò”. Allora abbiamo iniziato a porci il problema di quanto fosse datato, sia musicalmente che dal punto di vista dell’interpretazione. I giovani di oggi sono molto ben abituati. Io non sono mai stato uno che tiene alla metrica particolarmente nuova e innovativa. Ho sempre tenuto più che altro a mettere i contenuti, magari anche in metriche datate dal punto di vista del rap. Però quel disco lo trovo datato pure io, che non pongo sicuramente lo stile tra le principali cose che mi interessano quando scrivo una canzone. Per cui, un po' è stato il sentire l’esigenza naturale che sentono tutti i musicisti di risuonare un disco, soprattutto qualche anno dopo che è uscito, figuriamoci dopo venti anni. Un po' la consapevolezza che questo disco ha significato tantissimo nella vita di tantissimi e continua a significare tanto nella vita dei giovani. Un ragazzino che oggi si avvicina ai movimenti, o semplicemente all’impegno sociale, prima o poi passa per qualche social network, si va a recuperare il disco e se lo sente. Quindi volevamo dare semplicemente una versione un po' più al passo coi tempi di questo disco. Punto uno. Poi, punto due, abbiamo voluto approfittare di questi venti anni che sono passati per sottolineare una cosa che quando abbiamo fatto il primo disco noi non ci immaginavamo succedesse e che però, invece, è successa. Noi, quando abbiamo fatto l’originale, eravamo convinti che il nostro punto di forza, la nostra unicità, fosse essere contemporaneamente dei cantanti e dei militanti. Che era una cosa che non si vedeva, in Italia, dai tempi dei cantautori degli anni Settanta. Pensavamo che fosse questa la nostra unicità, invece sicuramente questa è una delle cose che abbiamo quasi solo noi. Dico quasi perché ce ne sono tantissimi altri, però noi, tra tutti, siamo probabilmente quelli che sono venuti un po' più fuori, che siamo un po' più conosciuti. La cosa che non sapevamo di avere è la capacità di essere trasversali, la capacità di uscire dalle mura dei nostri centri sociali e addirittura anche dal circuito dei centri sociali per arrivare a certe fasce della società, dove addirittura non i centri sociali, ma proprio la politica non arriva solitamente. Noi siamo assolatissimi anche da molti che, se proprio li dovessi etichettare, li etichetteresti come non impegnati politicamente, ma che però vivono, forse anche di più di quelli che si impegnano politicamente, il peso della marginalità di essere periferia. Periferia nel senso geografico, ma anche nel senso politico e culturale del termine. Chi ha trovato nella mobilitazione, nel movimento, nel collettivo, una forma di risposta, in qualche maniera vive meglio la propria condizione di marginalità. Chi invece si sveglia la mattina, vive questa marginalità e arriva a stento alla sera, tra fatiche e dubbi sul futuro, ha forse mille motivi in più per trovare o per sentirsi, in qualche maniera, rappresentato dalle parole di una canzone dei 99 Posse. E quindi questa cosa che noi abbiamo scoperto dopo, perché il disco era proprio diretto ai compagni nostri (non aveva velleità di andare oltre questi confini qua)… invece ci siamo resi conto che, passati vent’anni, “Curre Curre Guagliò” continua a fare questo lavoro di apertura della nostra area verso il mondo e di presentazione della nostra area al mondo, in qualche maniera. E quindi abbiamo voluto, nella scelta degli ospiti, consolidare questo giro che attraversa l’Italia. Abbiamo scelto tra gli ospiti quelli che abbiamo incrociato, che abbiamo conosciuto, che stimiamo, ovviamente, ma con i quali non avevamo avuto quasi mai, o proprio mai, relazioni discografiche. E, proprio per sottolineare da un lato come questo disco sia stato importante anche per persone che uno magari non si aspetterebbe - da Samuel dei Subsonica, ad Alboroise a Caparezza o a J-AX - e, dall’altro, per continuare a fare questo lavoro. Perché poi tutti questi artisti che ho nominato, e anche quelli meno conosciuti - dalla Banda Bassotti, che comunque sono più grandi di noi, per me sono stati un punto di riferimento, ad Enzo Avitabile e Bottari, Bonnot, Signor K, Urban Snakes, Redrum Murder, per cui c’è anche molto underground - l’idea è di sfruttare per una volta i mondi che questi artisti hanno costruito e nei quali hanno una credibilità e un nome, per presentare a questi mondi un prodotto (chiamiamolo così ma è sbagliato) che secondo noi possano comprendere. 

Da quanto hai detto emerge un dato interessante che non ci si aspetterebbe. Il fatto cioè che molti giovani siano legati a questa tradizione musicale che fa riferimento a questioni di carattere sociale e politico. 
Sì, questo è un dato nuovo che si sta sviluppano proprio nell’ultimo anno. Da quando ci siamo riuniti, riformati, nel 2009, abbiamo fatto parecchi sold-out, ma la gente che veniva a riempire i posti aveva non dico la nostra età, ma comunque non meno di trent’anni. Invece adesso cominciano ad esserci quindicenni, ventenni. Questo significa che evidentemente quello che sta cortocircuitando nel sistema economico globale, in qualche maniera sta cortocircuitando anche le coscienze dei giovani, che orami davamo per perse, che consideravamo ormai completamente vittime della superficialità di questa società, delle bugie, dell’ignoranza alla quale ti invita questa società. Ed è un dato di fatto che per il mainstream è così: siamo in un mondo che vive di reality show, che con la scusa di descrivere la realtà più da vicino finiscono per inventarne un’altra ad uso e consumo del mercato. E con la realtà finiscono a non avere più niente a che fare. Però resta il dato che sempre più giovani cominciano ad averne le palle piene di tutto questo, e questa cosa per noi si trasforma in un incremento di audience.

Abbiamo toccato soprattutto gli aspetti sociali. Sul piano politico, invece, qual’è secondo te l’elemento più evidente che rende la realtà odierna differente da quella che avete raccontato vent’anni fa? 
Vent’anni fa - ormai quasi trenta anni fa in realtà - noi venimmo stregati dal potere del movimento. Ci sentivamo soli, come individui negli anni Ottanta, quando eravamo piccolini e non riuscivamo a trovare una collocazione nel mondo dell’edonismo reaganiano. Poi incominciammo ad andare alle scuole superiori, dove era possibile fare collettivo, essere non più degli sfigati isolati, ma addirittura delle persone che propongono un altro modo di vedere le cose, che ribaltano il punto di vista. È questo quello che mi colpì, da quando nel 1986, a quindici anni, mi ritrovai in mezzo al primo movimento scolastico. Oggi anche questi movimenti purtroppo sono occasione per divisioni, rancori… i social network alimentano anche, in qualche maniera, una virtualizzazione della partecipazione ai movimenti, e quindi molti giovani d’oggi si perdono tutto, non hanno proprio il senso della comunità, ma pensano come individualità in lotta contro il mondo. Che poi è quello che sarebbe se non ci fossero i collettivi, perché lo Stato sicuramente a questo mira, dalla destrutturazione delle fabbriche alla ultra-precarizzazione del mercato, è chiaro che questo è l’obbiettivo: rompere completamente qualsiasi livello di solidarietà di classe e, direi proprio, di coscienza di classe, in maniera tale da avere di fronte tanti individui annientabili, differentemente dai movimenti che invece, quando riescono a trovare un terreno comune sul quale concentrare un agire comune, diventano, a volte, delle forze inarrestabili. 

Da un punto di vista musicale che cosa possiamo dire? La mia impressione, fin dal primo ascolto, è stata che non si trattasse di un revival. 
Noi in realtà avevamo voglia di fare un disco nuovo. Quando è finito il secondo anno di tour di “Cattivi Gualioni”, ci sentivamo pronti per fare il disco nuovo. Io avevo già quattro inediti scritti quando i ragazzi sono entrati in studio a mettere mano alle musiche. E in quel momento abbiamo deciso di festeggiare questi vent’anni di “Curre Curre Guagliò”. Però è restata l’attitudine che avevamo. Io in una canzone ho descritto il mio collettivo come un depuratore, che aspira veleno e che sopravvive solo buttandolo fuori e trasformandolo in canzone. Il depuratore era pieno di veleno quando abbiamo iniziato a fare questo lavoro, per cui un revival non poteva mai essere. Abbiamo riscritto le canzoni come se le stessimo scrivendo adesso per la prima volta, abbiamo affrontato parola per parola tutte le parole che erano state già scritte e, per renderle più attuali alcune le abbiamo cambiate, oppure le abbiamo interpretate in maniera tale da renderle più compatibili con il mondo di oggi. Quindi alla fine è venuto fuori un disco nuovo da tutti i punti di vista, escluso quello dei titoli delle canzoni. 

Infatti sembra proprio riorganizzato su più livelli… 
Addirittura a un certo punto ci siamo trovati con più ospiti in ballo che canzoni, per cui abbiamo dovuto inserire, oltre ai dieci pezzi del disco e i quattro inediti, i quattro remix. Alcuni artisti sono venuti a prestarci la voce, altri ci hanno prestato la voce e le rime, altri ancora ci hanno prestato voci, rime e beat, o un’idea musicale su cui noi abbiamo lavorato. E quindi, diciamo, quelle in cui ci sono le mani dell’ospite in maniera molto visibile anche nelle musiche li abbiamo chiamati “remix”, e gli altri, invece, hanno dei nomi che richiamano i titoli originali, ma sono leggermente cambiati per vari motivi. 

Come dimostrano le tante collaborazioni presenti nel disco, la scena musicale italiana di oggi può fare da sponda a un progetto complesso e articolato come questo. In passato sarebbe stata la stessa cosa? 
Non lo so. È una bella domanda questa. Probabilmente sì, però sicuramente la grande occasione che ha rappresentato il ventesimo compleanno di questo disco ha facilitato molti rapporti che altrimenti sarebbe stato più complicato rimettere in piedi. Perché poi con molti di questi artisti ci siamo persi di vista da anni. Uno per tutti è Alboroise. J-Ax è un altro… siamo venuti fuori dalla stessa casa discografica, scoperti dallo stesso, chiamiamolo così, talent scout: gli Articolo 31 e i 99 Posse sono usciti dalla Flying Records, una indipendente napoletana. Poi la Flying è fallita, noi siamo diventati BMG e gli Articolo, che avevano avuto più fortuna commerciale di noi, invece hanno avuto la libertà di andare dove volevano. Però resta questo, che all’inizio eravamo, come dire, della stessa scuderia. Non ci frequentavamo perché loro stavano più nel milanese e noi nel napoletano (erano proprio i primi passi), però ci annusavamo, e sentivamo di aver respirato la stessa aria o di aver vissuto la stessa marginalità di periferia, sia materiale che culturale. E che avevamo anche la stessa attitudine naturalmente diffidente nei confronti del music business, del mercato, delle televisioni e dei salotti bene che ne conseguono. Questi sono elementi che sicuramente abbiamo in comune con J-Ax. Poi abbiamo tantissime cose che ci allontanano, però abbiamo voluto anche dare un segnale ai movimenti, concentrandoci sulle cose che abbiamo in comune, piuttosto che fossilizzarci sulle differenze. 

Nel disco ci sono nomi di rilievo della scena napoletana. Mi colpisce la partecipazione di Francesco Di Bella e la collaborazione con Enzo Avitabile e Bottari. A proposito di questi ultimi vorrei, se possibile, che tu facessi riferimento al tuo interesse alle tradizioni musicali di Napoli… 
Francesco lo conosciamo da quando muoveva i primi passi, perché, sempre per il fatto che Napoli è una città molto piccola, si finisce per conoscersi tutti. Da qualche anno tentavamo di fare qualcosa insieme senza riuscirci. A PummaRock di due anni fa siamo riusciti a fare un concerto insieme e abbiamo realizzato una versione di “Lu cardillo", impreziosita da me, e una versione di “Povera Vita Mia” con la partecipazione di Francesco, che però non siamo riusciti neanche a registrare dal vivo. Quindi sentivamo proprio il bisogno di fare questa cosa, perché siamo molto simili, dal punto di vista umano prima che artistico. Ci vogliamo bene, ci stimiamo, lui ha dichiarato proprio ultimamente di aver iniziato a correre dopo aver ascoltato il nostro disco, per cui era scritto nella storia che doveva avvenire questo incontro e lo abbiamo fatto avvenire in questa occasione speciale. Per Enzo Avitabile il discorso è molto simile. Anche qui il legame umano viene prima di quello artistico. Io l’ho incontrato appena venuto fuori da una “tarantella” durata anni con la droga. Ci siamo incontrati dietro un palco a Roma, dove partecipavamo allo stesso evento, abbiamo parlato un po' e quella chiacchierata ci ha unito tantissimo. Poi c’è il fatto che io sono stato molto colpito da questa chiacchierata, perché io compravo le musicassette di Enzo quando ero ragazzino e non avevo neanche idea di poter fare musica. Lo conosco dai tempi di “Soul Express”, e già mi faceva impazzire, poi quando è passato al popolare, mi ha aperto le porte. Perché io, nonostante sia cresciuto in questa terra, della musica popolare porto dentro al DNA tutto quello che viene da queste terre. Io sono cresciuto a Giuliano, dove c’è una tradizione di tammurriate potente, c’è addirittura una tammurriata specifica di Giuliano, che è la “giulianese”. Per cui ce l’ho nel DNA, però non l’avevo mai né seguita né ascoltata particolarmente, perché da ragazzino ero metallaro e per me non era neanche musica. Però, a parte che sono cresciuto e quindi ho smussato tutti i cannibalismi musicali. Poi ho sposato una delle anime delle Jute a Montevergine, della Madonna delle Galline - lei va a tutte le feste e quando può ancora oggi cerca di non mancare mai - per cui mi ha aperto questo mondo, mi ha fatto ascoltare tantissime cose. Poi Enzo è venuto a suonare al mio matrimonio, e questa è un’altra cosa importantissima. Stava a L’Aquila per il terremoto, si era dimenticato che quel giorno mi sposavo, così si è messo in macchina e si è fatto L’Aquila-Capocastello arrivando giusto in tempo: stavamo sul palco, che avevamo montato dietro la chiesa, perché invece del ricevimento abbiamo organizzato un concerto per il paese. Ed è salito sul palco col sassofono mentre stavamo facendo “Curre Curre Guagliò”. Quindi avere l’opportunità di poter lasciare a mio figlio la traccia di un incontro artistico tra me e quello che considero un maestro, è stato bellissimo e fondamentale per questo disco, anche perché “Napoli” non la potevamo fare con nessun altro. 



99 Posse - Curre Curre Guagliò 2.0. Non Un Passo Indietro (Musica Posse, 2014) 
I 99 Posse pubblicano Curre curre guagliò 2.0. Non un passo indietro, la nuova edizione del loro disco di esordio, uscito nel 1993 (duecento mila copie vendute), vincitore della Targa Tenco come miglior opera in dialetto. A venti anni di distanza la band ha deciso di festeggiare quel manifesto della sua poetica e della generazione che rappresenta. E lo ha fatto non attraverso un’operazione revivalistica, ma con un lavoro complesso di riorganizzazione del disco, che non ha niente di celebrativo e che si configura, anzi, come un progetto espressamente politico e mirato a rimetterne in circolazione, con una nuova forma, le idee che lo hanno ispirato (con importanti riflessi di carattere sociale, inoltre. Si legge nel booklet: “con l’utile derivante dalla vendita di questo cd, abbiamo deciso, di comune accordo coi nostri ospiti, di sostenere la costruzione dell’asilo ‘Vittorio Arrigoni’ nella Striscia di Gaza”). Il risultato è senz’altro convincente. Non solo sul piano musicale, ma anche su quello politico, che rimane il riferimento primario della formazione napoletana. Anche dopo i venti anni trascorsi, dopo le vicissitudini che il nostro paese e la band hanno attraversato, dopo la maturazione di un progetto che continua - nella sua forma originale e in quella che ci è stata appena riconsegnata - a rappresentare il vettore di una tendenza che, anche se si esprime in forme probabilmente diverse dagli anni novanta, non ha perso la tensione che ha squarciato per sempre il panorama musicale italiano. Oltre le considerazioni di carattere storico-sociale (che evidentemente necessitano di uno spazio più adeguato), ciò che qui interessa sottolineare è che - come spesso si dice a proposito degli anni settanta e delle tante esperienze attraverso le quali si è sviluppato un linguaggio musicale nuovo e in forte contrapposizione a quello mainstream - i 99 Posse, insieme a ciò che rappresentano nel flusso politico e musicale di cui è costituita la storia del nostro paese, ci ricordano la profondità di un linguaggio e l'ampiezza di uno scenario, di cui le soluzioni più commercialmente tradizionali sono solo uno strato. E, attraverso la riedizione di Curre curre guagliò - che per l'occasione è stato arricchito di quattro inediti, oltre che di diversi "remix", e completamente risuonato e ricantato insieme a tanti artisti della scena musicale italiana underground, rap, tradizionale, elettronica, rock, sperimentale - i 99 ci ricordano che il movimento di critica politica, che negli anni del loro esordio ha assunto le proporzioni di un fenomeno che, dall'avanguardia, ha generato un consenso molto ampio e diffuso, tocca l’interesse di un pubblico sempre più vasto (il disco è uscito il 25 marzo e si è posizionato al secondo posto della classifica FIMI). Non solo, di un pubblico che, nonostante spesso si pensi il contrario, ha gli strumenti necessari per storicizzare il fenomeno e riconsiderarlo alla luce delle esigenze contemporanee. Anzi proprio questa considerazione appare tra quelle che hanno convinto la band a progettare la riproposta di Curre curre guagliò. Come ci dice, infatti, Luca Persico nell’intervista, i giovani soprattutto (che generalmente, e sempre più unanimemente, si tende a considerare individualisti e alienati) sono interessati a un fenomeno che propone un’alternativa. Che rappresenta diversamente un ordine e un equilibrio tra i poteri costituiti, che riconfigura la relazione tra i centri e le periferie (“in senso geografico, ma anche culturale e politico”, ci dice Persico) e che indica di considerare la prospettiva di un riposizionamento, di una “socializzazione” reale delle esperienze (fuori dalla deformazione virtuale). Come detto, sul piano musicale emerge una composizione multiforme e complessa. Multiforme grazie agli artisti che vi partecipano e che dilatano di molto i riferimenti agli stili più congeniali alla band: Urban Snakes, Francesco Di Bella (24 Grana), Enzo Avitabile, i Bottari, Alborosie, Mama Marjas, Clementino, J-Ax, Ensi, Paolo Rossi, Caparezza, Jovine, Sangue Mostro, DJ Uncino, Pau (Negrita), Punkreas, Bonnot, Signor K, Samuel (Subsonica), Redrum Murder, Roy Paci, Banda Bassotti). Complessa perché il materiale che è confluito nel disco è, nella quasi totalità, nuovo e, se fosse stato interpretato in modo tradizionale, avrebbe dato luogo a un album inedito a tutti gli effetti. Allora potremmo dire, per concludere, che è in questa cornice che emerge il significato più politico del progetto. La collettivizzazione e la riscrittura divengono le azioni centrali. Divengono gli elementi in riferimento ai quali si ridefinisce il profilo di un messaggio che, nella sua forma originale, oltre a essere un chiaro riferimento della sfera militante, è assurto a simbolo di una condizione, mentre nella sua forma “2.0” (riscritta e amplificata attraverso il processo di collettivizzazione) assume una nuova forza, che si configura in modo più organico dentro la sua contemporaneità.


Daniele Cestellini