BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

BF-CHOICE: Francesco Benozzo, Fabio Bonvicini, Fratelli Mancuso – Un requiem laico

Canto e musiche seguono la via dell’accostamento di esperienze diverse: quattro strumentisti e cantori, il mondo appenninico e quello del canto mediterraneo dell’isola di Sicilia testimoniano con questo concerto-disco un incontra lungo trame della memoria in un luogo simbolo dell’Italia...

mercoledì 29 gennaio 2014

Numero 136 del 29 Gennaio 2014

Mentre ci accingevamo a chiudere il numero odierno di Blogfoolk è arrivata la notizia della scomparsa di Pete Seeger, un gigante della musica statunitense, voce folk e internazionalista, le cui canzoni hanno alimentato la coscienza civile e politica di tanti, anche la nostra. Non staremo a ripercorrere la carriera, a tracciare le gesta di un interprete memorabile, il cui canto è stato portavoce degli aneliti di libertà e giustizia sociale. Le canzoni di Pete Segeer erano quelle della povera gente, di chi lottava per i diritti civili, di chi si opponeva alla guerra imperialista, di chi, come operai e minatori, lottava per la propria dignità. Insomma, Seeger ha dato voce ai creatori della musica popolare, di cui parliamo nel nostro web-magazine. Senza di lui, tutto il movimento folk non esisterebbe, e nemmeno noi. Sulla carta stampata e nella Rete personalità autorevoli di studiosi, critici e musicisti hanno detto e diranno la loro – né mancheranno gli opportunisti e quelli che stavano o stanno dall’altra parte (Which Side Are You On?), che magari straparleranno di Seeger – vi lasciamo a più blasonati pensieri, memorie personali e retrospettive, ma Pete Seeger sarà sempre uno spirito guida per quanto cerchiamo umilmente di fare con questo nostro folk-magazine, a suo modo resistente. Un ultimo saluto lo dobbiamo ad un’altra immensa voce della musica popolare: Piero Sanna, pastore e cantore, "oche" e "mesu oche" dei Tenores di Bitti Remunnu ‘e Locu, tra le massime espressioni della vocalità sarda, che se n’è andato oggi 29 gennaio a 73 anni. Con lui scompare un altro testimone della tradizione, un pezzo della garnde storia musicale dell’isola. Buon viaggio anche a lui; esprimiamo il nostro cordoglio alla famiglia e alla comunità bittese.
Eccoci ora al sommario del numero 136 di Blogfoolk, aperto dalla canzone d’autore del siciliano Pippo Pollina che racconta il suo nuovo album “L’Appartenenza”, raccolta di tredici brani dedicati al senso di radicamento alla propria terra. Alla tradizione calabrese della chitarra battente è dedicato “Mastria” di Francesco Loccisano: un artista che apre nuove strade sonore ad uno strumento emblema della musica popolare del Sud Italia. Lungo le vie del folk, dalla Calabria saliamo in Occitania, con “Finisterre” di Lou Tapage, disco a metà strada tra portato tradizionale e canzone d’autore. Sempre in tema di rivisitazione del patrimonio etnofonico, ci spostiamo nel crocevia multiculturale istriano con il nuovo progetto di Dario Marusic. Ancora più a est, ci inoltriamo nei suoni balcanici della “Magica Balera” del Circo Abusivo. Poi, invertita la rotta,  giungiamo alle tradizioni dei paesi celtici declinati in chiave world-pop da Loreena McKennitt. Per la rubrica Suoni Jazz, vi presentiamo l’interessante progetto di Sonata Island, che in “Meets Mahler” rilegge l’opera del compositore tedesco in chiave jazz. Completano il numero la presentazione della nuova emissione de La Piva Dal Carner e l’immancabile e affilato Taglio Basso di Rigo, che questa volta non le manda a dire al suo grande amore, Bruce Springsteen.

Ciro De Rosa
Direttore Editoriale di www.blogfoolk.com

STORIE DI CANTAUTORI 
VIAGGIO IN ITALIA
WORLD MUSIC
SUONI JAZZ
LETTURE
TAGLIO BASSO 

L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Pippo Pollina - L’Appartenenza

Cantautore siciliano dal songwriting colto e raffinato, Pippo Pollina ha trascorso metà del suo percorso artistico all’estero, raccogliendo grandi successi ed apprezzamenti tanto con i suoi dischi, quanto con i tanti concerti che lo hanno visto attraversare in lungo ed in largo l’Europa. Il legame con la sua terra, la Sicilia, però non si è mai interrotto, e sebbene da lontano ha continuato ad amarla, e così a cinquant’anni compiuti ha dato alle stampe uno dei suoi album più personali “L’Appartenenza”, disco in cui racconta a cuore aperto che senso ha essere parte di una nazione, di una regione, di una famiglia, di una scena cantautorale penalizzata dalle scelte commerciali. Abbiamo intervistato il cantautore siciliano per approfondire insieme a lui la genesi e le tematiche di questo disco, senza trascurare alcuni focus sulle sue produzioni precedenti. 

Come nasce il tuo nuovo album e quali sono le ispirazioni? 
Lo scorso anno ho compiuto cinquant’anni, e in quel momento ho capito che dovevo fare il punto della mia vita. Per chi, come me, è nato e vissuto in un luogo, e poi se n’è andato ad una certa età, prima in giro per il mondo, poi trovando casa da un'altra parte, e ha dovuto assistere a profonde trasformazioni nella nostra società, era necessario mettere un punto. Ho sentito così l’esigenza di fare questo disco, che avesse come filo conduttore che unisce tutte le tracce, l’argomento dell’appartenenza, intesa come tutte quelle cose importanti per la nostra vita, a cui ci siamo legati, a cui abbiamo legato il nostro nome e la nostra firma, non nel senso artistico, ma piuttosto in quello umano, quali valori sono stati importanti e quali continuano ad esserlo. In questo disco metto le carte in tavola, mi scopro, e dico: “io sono stato questo, e nella mia vita, e queste sono state le cose importanti”. Nella musica ho fatto una scelta ben precisa, non ho voluto suonare musica popolare, non ho voluto fare musica jazz o classica, ma canzone d’autore e quindi la canzone “Cantautori” è un omaggio ai grandi spiriti della canzone d’autore italiana, a cui quelli della mia generazione hanno fatto riferimento. Nella canzone “Dove Crescevano I Melograni” racconto in sostanza per quale motivo ho deciso di andare via da questo paese, che non è stata una scelta migratoria ma una sorta di esilio, ovvero ho capito che per salvare la mia identità dovevo cambiare cultura, dovevo per forza di cose andarmene. 

Come mai la scelta di cambiare cultura per salvare l’identità? 
Perché nel nostro paese in quel tempo, stava prendendo campo in maniera significativa, una sorta di aggressione alle nostre radici culturali. Nella direzione che la nostra intellighenzia aveva preso negli anni sessanta e settanta, c’era l’intenzione di abbassare il livello intellettuale di un popolo, per poi poterlo manipolare, e farne una massa non pensante, e consumatrice. Il significato della cultura nel nostro paese diventava cosmetica, non era più sostanza come era stato dalla Seconda Guerra Mondiale in poi, e questo l’ho intuito mentre suonavo negli Agricantus, e mi rendevo conto di cosa stesse succedendo nella società italiana, ed effettivamente poi tutto questo è successo davvero. 

Si può appartenere ad una cultura, pur guardandola dall’esterno, o forse è il fatto di stare all’esterno che ci consente di preservare quel senso di appartenenza cui fa riferimento il disco?
Ci si può sentire appartenenti ad una cultura sia vivendo in Italia, sia avendo deciso di lasciare il nostro paese. E’ chiaro che io non posso più incidere come se vivessi qua, perché non vi abito più, e anche dal punto di vista finanziario, io le tasse le pago fuori, però il contributo che posso dare dal punto di vista culturale è sostanziale, perché oggi grazie alla mobilità e grazie ad internet non esistono più frontiere precise. Oggi esiste il mondo delle culture, esiste la capacità di comunicare attraverso i mezzi più disparati. Io mi sento molto partecipe delle vicende di questo paese, pur avendolo lasciato. 

Uno dei brani più personali del disco è “Sono Chi Sei Sono Chissà”... 
Tutte le canzoni del disco sono molto personali, e questo brano è un modo per dire che sono esattamente come sei tu, però allo stesso tempo mi chiedo chi sono io, chi sei tu, chi siamo tutti noi. Al di là della comunanza o viceversa della lontananza dal punto di vista geografico, siamo nati e cresciuti nello stesso posto, o in posti diversi, in realtà le cose che ci accomunano e che ci fanno diventare ciò che siamo, sono i valori e le idee della società che vorremmo mettere in piedi, sono i desideri, i sogni che abbiamo e vorremmo realizzare… 

A chi è dedicata “Anniventi”? 
E’ dedicata a mio figlio, che ha compiuto vent’anni. E’ un tratto comune della cultura mittleuropea che i ragazzi a diciotto, vent’anni se ne vanno, non rimangono più a casa come nella cultura meridionale, come la nostra. Dopo aver accompagnato per una vita una persona, questa persona poi mette le ali, e vola via dal nido. E’ un modo per incoraggiarlo, e per avviarlo alla vita, che è un gran teatro, dove noi genitori dobbiamo imparare a lasciar andare i figli. Questa è una cosa molto importante, secondo me, tanto per noi quanto per loro. 

“Helvetia” è invece dedicata alla Svizzera, la terra che ti ha accolto… 
Ascoltando la canzone si potrebbe pensare che sia dedicato ad una persona, invece poi il titolo già rivela la dedica esplicita, al mio paese di adozione, che è la Svizzera, il paese che mi ha accolto nel modo in cui io descrivo nella canzone. Tutti quei riferimenti, che sono metafore, “mi hanno detto che non hai marito, che preferisci altri progetti”, fanno riferimento al fatto che la Svizzera non fa parte della comunità Europea, non vuole legarsi a progetti di comunità o di appartenenza specifica, e tutto quello che metaforicamente viene detto e cantato è una metafora di un paese a cui mi sono legato e nel quale ho deciso di rimanere. 

C’è un brano in siciliano “Ti Vogghiu Beni”. Qual è il tuo rapporto con la musica tradizionale della tua terra d’origine? 
Ho iniziato facendo musica popolare in Sicilia, tra la fine degli anni Settanta e i primi degli anni Ottanta, quando ancora erano vivi i padri del folklore siciliano da Rosa Balistreri a Ciccio Busacca, passando per Ignazio Buttitta ed erano attivi tutti quei gruppi che facevano ricerca nella musica popolare. Io ho cominciato a fare questo con gli Agricantus in sei anni di concerti, e quindi questa matrice popolare, unita ai miei studi di musica classica, è stata la base della mia formazione musicale. L’uso del dialetto siciliano però è stata per me una esperienza saltuaria, perché ritengo che per scrivere bisogna essere in possesso di un grande vocabolario, cioè bisogna avere tante frecce nel proprio arco, per poter scegliere sempre quelle migliori rispetto all’argomento da trattare. Non vivendo più in Sicilia, a Palermo, e pur avendo un ottimo rapporto con la lingua siciliana, non mi sentivo più di usare solo questo linguaggio. Io non sarei capace di fare un disco con sole canzoni in siciliano, perché bisogna secondo me avere un vocabolario molto più vasto. Una canzone di tanto in tanto è una cosa giusta. “Ti Vogghiu Beni” è una canzone dedicata alla Sicilia, questa madre che ha troppi figli, è distratta ed ogni tanto perde qualche colpo, e non è un caso che abbia scelto di cantarla con Etta Scollo, che secondo me è una delle più grandi cantanti siciliane. C’è però un altro motivo che mi ha spinto a scegliere lei, ed è il fatto che come me, anche lei vive all’estero, a Berlino da molti anni. Molti artisti siciliani, per trovare una collocazione, per posizionarsi dal punto di vista artistico, sono dovuti andare in luoghi, dove l’arte in generale conta di più che nel nostro paese, dove non conta per niente. Questa è una cosa molto umiliante, soprattutto per una cultura come la nostra che ha fatto dell’arte il suo segno distintivo nei secoli dei secoli. 

Cosa ti ha ispirato invece la title-track? 
“L’Appartenenza” è un brano nato quasi per caso, ed a posteriori ho deciso poi di dare questo titolo anche al disco. E’ una canzone molto intima, una canzone d’amore, e come tale ha quella giusta dimensione, che bisogna dare quando si sta parlando di una persona precisa e non solo del sentimento in generale, ed astratta. 

In “Mare Mare Mare” duetti con Giorgio Conte, com’è nata questa collaborazione? 
Con Giorgio Conte ci conosciamo da vent’anni, ci stimiamo, ci apprezziamo e ci frequentiamo laddove possibile. C’era sempre il desiderio di fare qualcosa insieme, ed ultimamente abbiamo avuto modo di rivederci, poi ho scritto questa canzone, che ho trovato perfetta per lui, gliel’ho proposta e lui è stato ben felice di cantarla. Il nostro paese ha questa grande fortuna di essere circondato dal mare, che è fonte di energia straordinaria, riesce a pareggiare i conti tante di quelle volte, riesce a farci rimettere in carreggiata quando abbiamo delle difficoltà, e laddove la vita quotidiana con i suoi problemi ci opprime, invece poi andiamo al mare, anche d’inverno e ci sentiamo rigenerati. Questa è la grande forza. 

Come hai lavorato sugli arrangiamenti del disco? Come si è evoluto il tuo suono negli ultimi anni? 
Ho prodotto questo disco insieme a Martin Kälberer, un musicista tedesco in cui sono stato in tour l’anno scorso, avevamo avuto modo di fare già un disco insieme, e poi io lo apprezzo molto sia come musicista che come produttore. Abbiamo lavorato nel suo studio in Germania prendendoci il tempo giusto, sapendo di non avere tantissimo tempo a disposizione ma neanche di voler fare una cosa in pochi giorni. Da una lato avevamo la giusta attenzione e concentrazione, dall’altra avevamo la consapevolezza che potevamo avere altre chance, qualora ci fosse stato qualcosa che non ci piaceva. Abbiamo lavorato con lui in maniera intensa, abbiamo fatto gli strumenti base insieme, poi abbiamo scelto una serie di musicisti che hanno dato il loro contributo, come Roberto Petroli ai fiati, Stefania Verità al violoncello, quindi sia strumenti della tradizione, sia strumenti classici come il clarinetto, ed anche elementi di musica rock come le tastiere, le chitarre elettriche, l’organo hammond. 

Facendo un passo indietro, ci puoi parlare de “L’Ulimo Volo”, disco dedicata alla strage di Ustica… 
Questo disco nasce su proposta della Regione Emilia-Romagna e dell’Associazione dei Parenti Delle Vittime della Strage di Ustica nel 2006, ed è stato portato in scena al Teatro Manzoni di Bologna nel 2007, in occasione dell’apertura del Museo Della Memoria dove sono assemblati i resti del DC-9 abbattuto nel 1980. E’ un modo per sublimare questa vicenda, una delle tante vicende emblematiche di questo paese in quegli anni, ed evidenzia come i poteri forti abbiano cercato di imbrogliare le carte, tenendo all’oscuro ottantuno famiglie e un intera nazione proprio per la necessità di preservare la cultura del potere. Quella cultura di potere che ad un certo punto non ha voluto si sapesse che le istituzioni ero state disposte a fare un imbroglio pur di nascondere quello che era accaduto. Quello non era un incidente qualsiasi, ma un atto di guerra nei cieli italiani in tempo di pace. Era una cosa gravissima, che coinvolgeva civili che sono morti tutti. Quando si scopre che le istituzioni si rendono protagoniste di un atti così vili queste perdono credibilità, e la cultura del potere subisce degli scossoni. Si fa di tutto per evitare che questo accada. Questo è stato il motivo che ha animato la scrittura di questo disco. 

Altro disco molto bello degli anni recenti è “Caffè Caflish”. Quanto è attuale questo disco? 
E’ un disco che vuole prendere in esame l’argomento della migrazione, tutta l’emigrazione. Abbiamo preso a prestito la vicenda dei Caflish che hanno avuto grande successo in tutto il Sud Italia, dove erano un istituzione, come lo erano a Palermo. Questo vuol dire che ciascun popolo che migra porta con se un bagaglio culturale, e questo può anche fare storia nei luoghi dove approda. Questa gente, questi svizzeri che erano poveri in canna, a quel tempo non erano soltanto delle persone che disturbavano, ma avevano anche un bagaglio culturale e gastronomico di un certo significato, hanno interagito con il nostro territorio e hanno fatto storia. Questo voleva essere un esempio per descrivere che la realtà migratoria nei secoli è stata una realtà continua e costante. Oggi i flussi migratori portano le persone in altre nazioni rispetto al passato, ma il concetto non cambia. Noi siamo stati il popolo migrante per antonomasia e siamo tornati all’esserlo, perché i dati sono significativi in questo senso. L’Italia è tornata ad essere una esportatrice di forza lavoro all’estero. 

Da giovanissimo hai avuto anche un esperienza come cronista per I Siciliani di Giuseppe Fava. Quanto è stata importante questa esperienza per il tuo songwriting? 
Mi è servita nella misura in cui la scrittura di un articolo di inchiesta presupponeva la necessità di una ricerca e quando bisogna confrontarsi con un certo argomento, prima di cominciare era necessario essere ben informati, se no si incorreva in una gaffe. Nel momento in cui mi sono cimentato a scrivere un opera come “Ultimo Volo” piuttosto che “Caffè Caflish” la prima cosa che ho fatto è stata quella documentarmi, come un giornalista. Cerco di mettere da parte quante più notizie, documenti e fonti da cui attingere documenti e fonti che poi mi serviranno per sublimare con le canzoni. Questo c’è un po’ di mestiere legato al giornalismo, quantunque ero un ragazzo, avevo ventidue anni, studiavo legge e facevo l’apprendistato ai Siciliani, non ero un giornalista scafato, ero un picciuddieddhu come si dice da noi. Eravamo tutti ragazzi, a parte Giuseppe Fava che era il grande padre. 

Ci puoi parlare del tuo processo creativo? 
Dipende dall’umore dei giorni, o mi seggo al pianoforte, o imbraccio la chitarra. Dipende da come sto. Sono due strumenti che hanno dei punti in comune, ma che hanno uno spirito molto diverso, e mi permettono di creare un canzoniere di spirito diverso, con il pianoforte compongo un certo tipo di canzoni, con il pianoforte compongo altre cose. Il fatto di suonare entrambi gli strumenti è per me estremamente vantaggioso. E’ il mood della giornata che influenza il mio processo creativo. 

Quali sono invece le tue ispirazioni? 
Sento di avere una sorta di antenna interiore, che ogni qualvolta è più sensibile, esce fuori di me e comincia a captare, sensazioni di un certo tipo. Poi in maniera del tutto irrazionale mi seggo, prendo la penna e comincio a scrivere, oppure mi seggo al pianoforte e prendo a suonare una melodia, la quale poi richiama un certo tipo di testo, che detterà successivamente l’armonia della canzone. Una cosa tira l’altra, è un processo molto istintivo, l’elemento razionale ed intellettuale del mio lavoro è una cosa successiva, arriva quando devi scegliere un aggettivo piuttosto che un altro, un sostantivo piuttosto che un altro, o vuoi chiosare con un certo accordo. La lavorazione con lo scalpellino avviene quando la forma è già data e quello è un processo meno razionale, ma più legato al momento.  

Il nuovo disco lo porterai in tour con l'immancabile Palermo Acostic Quartet… 
Gireremo l’Europa con questo nuovo spettacolo e avremo una scaletta quasi sempre uguale, una sorta di Best of delle mie produzioni precedenti, più otto o nove brani del nuovo disco. 

Concludendo, vorrei che sfatassimo insieme il mito del tuo maggior successo all’estero, piuttosto che in Italia.. 
Io appartengo ad una generazione di cantautori che ha subito questa aggressione culturale. Vivi o non vivi in Italia, è un dato di fatto che ci sono almeno quindici, venti autori di canzoni di un certo livello dai quarantacinque ai cinquant’anni che sono di assoluta nicchia, autori che nessuno conosce. Per quanto mi riguarda c’è questa grande discrepanza, all’estero suono in grandi teatri, mentre in Italia in piccole realtà. Qui ci sono tanti colleghi come Max Manfredi, che sono altrettanto di nicchia, perché la nostra generazione è incappata in un momento storico in cui si è deciso che la cultura italiana andava ridimensionata sotto il profilo artistico. Se fosse nato un De André nella mia generazione, nessuno lo avrebbe mai conosciuto, ma sarebbe rimasto in una nicchia di appassionati. La canzone d’autore è finita, nel momento in cui hanno deciso che sarebbe dovuta finire, ma non perché si è chiuso un ciclo. Il ciclo non si è affatto chiuso, ma hanno deciso che andava ridimensionata, perché si opponeva alla cultura del potere, così non passava più in radio, in televisioni. Questo è il mito da sfatare. Io ho capito questo e me ne sono andato. 



Pippo Pollina – L’Appartenenza (Jazzhaus Records/Artist First, 2014) 
A distanza di due anni dalla pubblicazione dello splendido “Süden”, realizzato insieme a Werner Schmidbauer e Martin Kälberer, Pippo Pollina torna con un nuovo album “L’Appartenenza”, nel quale ha raccolto tredici brani, caratterizzati da una scrittura senza filtri, e densi di riflessioni personali sulle cose veramente importanti della vita, il senso della memoria, del ricordo, il rapporto con la terra d’origine e quello con la nazione che lo ha accolto, ma anche il mestiere di cantautore, e la famiglia. Inciso in Germania presso gli studi Malawi Mystery Mix di Hemof e Under The Roof di Traunstein, il disco, oltre al già citato Martin Kälberer (canto, programming, piano acustico, tastiere, percussioni, fisarmonica), che ha curato la produzione, vede la partecipazione di gruppo di eccellenti musicisti composto da: Walter Keise (batteria), Roberto Petroli (sassofoni, clarinetto, Ewi), Stefania Verità (violoncello) e Jean Pierre Von Dach (chitarre elettriche ed acustiche), che hanno contribuito in maniera determinante alla costruzione di una cornice sonora elegante e ricercata per ogni brano. Aperto dal tenue strumentale “Preludio”, il disco ci regala subito uno dei suoi brani più belli e coinvolgenti, ovvero “Mare Mare Mare”, cantata in duetto con Giorgio Conte, a cui segue “Cantautori”, dedicata ai grandi della canzone d’autore in Italia, di cui tutti siamo un po’ orfani. Toccanti sono poi l’autobiografica “Laddove crescevano i melograni” nella quale un viaggio si trasforma nell’abbandono forzato della sua terra d’origine, e l’introspettiva “Sono Chi Sei Sono Chissà”, che aprono la strada ad “Anniventi”, dedicata al figlio. La seconda parte del disco sposta l’attenzione sul senso di appartenenza ai luoghi, evocati in “Da Terra A Terra”, “Helvetia” in cui Pollina racconta in chiave metaforica il suo rapporto con la Svizzera, dove da anni ormai vive, e quello con la sua terra d’origina la Sicilia, il cui amore è cantato in duetto con Etta Scollo nella splendida “Ti Vogghiu Beni”. Completano il disco la title track, e le poetiche "E Se Ognuno Fa Qualcosa" e "Risveglio", quest’ultima interpretata a due voci con Werner Schmidbauer. Insomma “L’Appartenenza” è quello che può essere definito un disco cruciale nel vissuto artistico di Pippo Pollina, non solo per la profondità dei temi trattati, ma anche per la sua capacità di arrivare a toccare il cuore dell’ascoltatore con la sua poesia. 


Salvatore Esposito

Francesco Loccisano – Mastrìa (CNI Music, 2013)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

“Mastrìa” è il secondo disco di Francesco Loccisano - virtuoso della chitarra battente, con all’attivo importanti collaborazioni nel panorama musicale e chitarristico internazionale (sul suo sito campeggia il video di una session con il compianto Bob Brozman, al quale ha dedicato il brano di chiusura del disco “Amico Brozmann”) - che fa seguito a Battente Italiana, del 2010, un resoconto puntuale sul suo strumento prediletto. “Il Volo del Calabrese” e “Pastorale” (con Ettore Castagna alla lira), i due brani di apertura del disco, sono gradevolissimi e mi piacerebbe che bastassero a garantire sull’integrità dei contenuti (ordinati, equilibrati, puliti, sognanti) e di tutti gli altri brani di cui è composto. La chitarra battente è centrale anche in “Mastrìa”, ma qui è inserita in un programma articolato secondo riferimenti molto ampi, nel quadro dei quali Loccisano si muove con agilità e in più passi si libra come una farfalla. La metafora non è casuale e, sebbene possa sembrare retorica (e deformi in parte queste righe dentro un codice probabilmente troppo emotivo), non vuole neanche addolcire e far fantasticare troppo sul disco (dal quale emerge sempre lo scivolare concreto delle dita sulla tastiera, dei polpastrelli aggrappati alle corde doppie della chitarra battente), assemblato, nota dopo nota, attraverso una sequenza di canzoni originali, rielaborazioni del repertorio classico per chitarra e citazioni del patrimonio musicale di tradizione orale della Calabria. 
Piuttosto vuole aiutare a definire la sensazione (si badi bene, non solo relegata ai primi ascolti) di una musica alleggerita da un’evidente competenza (non solo tecnica) che lascia dei segni ordinatissimi nel flusso dei suoni. E che sospinge l’ascolto su un piano che mi piacerebbe definire più “sonoramente” puro e più percettivo (la sensazione, appunto, il trasporto), svincolandolo in molti passi dall’attenzione alla morfologia del suono, dall’attenzione interpretativa che avrei, invece, il dovere di tenere in primo piano. Chi, come chi scrive, ha poi la passione per i cordofoni e in particolare per la chitarra (qualunque essa sia), apprezzerà non solo la morbidezza e la dolce disinvoltura con cui Loccisano si muove in un panorama sonoro pieno di evocazioni, ma soprattutto la rassicurante struttura di una narrazione musicale pensata e modellata da un chitarrista. In “Mastrìa”, come dicevo, compaiono le tradizioni musicali popolari (riconducibili al modulo della tarantella, come il “Ballo di San Vito” che Loccisano ha suonato accompagnando Capossela in più occasioni) interpretate secondo una visione sicuramente caleidoscopica, i cui esiti si distanziano in modo significativo dalle riproposte di artisti più anziani e più maturi e che, spesso, rappresentano le avanguardie più interessanti nel processo di esplorazione dei repertori tradizionali e di riproposta di questi in nuove forme (“Kaos Kalabro”). 
Emerge certamente la formazione classica o, più precisamente, di un musicista colto, che ha letteralmente acquisito e organizzato una cultura musicale differenziata e che dispone, quindi, di tecnica e conoscenza di più tradizioni chitarristiche - flamenca, classica, battente - come è evidente in un brano come “Sdegnu”, oppure nella versione “battente” di uno dei valzer del chitarrista classico Antonio Lauro (“Lauro Waltz”). Vi è certamente un curioso virtuosismo, senza tecnicismo né impostazione e, allo stesso tempo, la volontà di proporre un linguaggio musicale destrutturato, in cui la chitarra battente (e la massa di informazioni e immagini che evoca) raccorda dei dialoghi proposti e cantati come flash, in cui spesso le parole sono poche e pesate, sempre organizzate in una linea melodica incisiva e sognante allo stesso tempo: “L’aria è currutta e la genti non sannu/ Non canuscinu l’estati cu lu viernu” (a ben vedere, sfogliando il booklet, i testi assumono addirittura una forma di postilla, segnati a margine di una lunga composizione musicale, apparentemente contraddittoria perché impetuosa e coerente, fluttuante e determinata, come lo sono i suoni delle percussioni che, insieme ai pochi interventi di elettronica e basso, accompagnano la chitarra battente: cajon, shaker, triangolo, darabouka). Questo processo di sintetismo si completa ne “I Tamburi Di San Rocco”, uno dei brani più piacevoli del disco (a mio avviso il più rappresentativo delle convergenze di cui si è sopra accennato), nel quale un tema reiterato di chitarra è puntellato da interventi polivocali, che ricordano, secondo un interessante paradosso, dei bordoni che si interrompono seguendo una cadenza regolare. L’aria del brano, solo attraversata in sottofondo da un battito leggero e diffuso, si sviluppa con piccole variazioni intorno a un arpeggio circolare di chitarra battente, fino a confluire (scomparendo) nei tamburi, nella citazione diretta del tema, cioè: rullante, grancassa e piatti.


Daniele Cestellini

Lou Tapage – Finisterre (LT Records/Audioglobe, 2013)

Gruppo folk-rock di base nel cuneese, i Lou Tapage, nascono alla fine degli anni Novanta, come un gruppo di musica tradizionale da ballo occitana, e pian piano, pur avendo estrazioni artistiche differenti, hanno dato vita al loro sound che coniuga le comuni passioni per i suoni e le melodie della loro terra, con il rock inglese, quello d’oltreoceano, la irish music e la musica francese. Nel corso degli anni hanno dato alle stampe ben quattro dischi, tra cui spicca una sorprendente rilettura in occitano di “Storia Di Un Impiegato” di Fabrizio De Andrè. Proprio quest’ultimo lavoro è stato per il gruppo occitano la rampa di lancio verso il loro quinto album, “Finisterre”, concept album che ruota intorno al tema del viaggio e le nuove mete da raggiungere, ispirato dal cammino verso Santiago de Compostela compiuto da uno dei componenti del gruppo. Il disco raccoglie dodici brani, composti in occitano, catalano, provenzale, francese, ed italiano, e caratterizzati da arrangiamenti in cui si sposano perfettamente rock e sonorità tradizionali delle valli occitane. Voce e chitarra del gruppo è Sergio Pozzi, mentre le linee melodiche si reggono sull’intreccio tra la chitarra elettrica di Dario Littera, il violino di Chiara Cesano, e la cornamusa, il flauto e il mandolino suonati da Marco Barbero, il tutto supportato in modo impeccabile dalla sezione ritmica composta da Nicolò Cavallo (basso) e Daniele Caraglio (batteria). Ad aprire il disco è lo strumentale “Finisterre” in cui la cornamusa ci conduce in un atmosfera antica, quasi senza tempo, ma siamo già alle porte di “Avignone” che con le sue ritmiche travolgenti si lascia scoprire tra le sue strade affollate e le danze in Piazza Dei Papi. Si fa poi tappa a “Marselha”, in cui i Lou Tapage ci raccontano l’amore di un marinaio per una donna che lo aspetta al suo ritorno. Sulle banchine del porto incontriamo “L’Uomo In Nero” e con lui il viaggio al termine della vita, ma la commozione giunge con la toccante “L’Inconnu De La Limoise”, la storia di un suonatore e della sua inseparabile cornamusa. Il trascinante folk-rock di “Libertà”, il cui ritornello rimanda direttamente a “I Carbonari”, brano tratto dalla colonna sonora di Giorgio Calabrese e Armando Trovajoli del film “Nell’Anno Del Signore”, apre poi la strada ai ricordi del Cammino di Santiago della suggestiva “Il Ne Reviendra Pas”. Si torna poi di nuovo in Francia con “Nice”, in cui viene descritta Nizza con il suo fascino e le sue contraddizioni, e prima di approdare in “Rue De Notre Dame” dove incontriamo una donna di facili costumi, c’è il tempo per una suonata con gli anziani suonatori occitani de “La Frema Dei Bancun”. Chiudono il disco il gustoso strumentale “Mistrau-Exaloc” e la splendida “Com La Brancha De L’Abelspi”, in cui i Lou Tapage rileggono un componimento del poeta trovatore Guglielmo IX D’Aquitania. Giunti ormai alla piena maturazione artistica, i Lou Tapage con “Finisterre” hanno aperto una nuova fase della loro vicenda artistica, e siamo certi che il prosieguo ci regalerà ulteriori belle sorprese. 


Salvatore Esposito

IstradMarusic - [3 = 1 = n (Music for Minorities and Losers)] (Celinka, www.celinka.si, 2013)

C’è sempre fame di dischi come questo dell’istriano Dario Marušić (voce, violino, violino baritono, mih, sopele, campionamenti), musicista ed etnomusicologo di lungo corso, che conosciamo per il suo quarantennale impegno di rivitalizzazione del patrimonio musicale popolare locale. Leader di gruppi storici dell’area (Istranova, Pišćaci, Marušić Trio, solo per citare i maggiori), sodale dei friulani Sedan Salvadie; la sua discografia è corposa, per non dire delle numerose collaborazioni artistiche ed accademiche. Insomma, Dario è un’istituzione in terre fertili di musiche, festival e proposte artistiche che non sempre raggiungono la massima notorietà perché, paradossalmente, anche nel mondo folk esistono filoni modaioli e mainstream. Siamo di fronte ad un titolo emblematico, che con la formula 3=1= n esplicita l’assortimento culturale della penisola. È “Musica per minoranze e vinti”, in altre parole musica che è dalla parte dei marginali. Un repertorio che supera gli steccati etnici imposti dai nazionalismi statuali per parlare di micro realtà multiculturali, di un territorio che ingloba mondo slavo, Mitteleuropa e Mediterraneo, di scambi e mescolamenti che hanno sempre contrassegnato quest’area. Motivi tradizionali e nuovi brani usciti dalla penna di Marušić, melodie affidate a oboi popolari, cornamusa, flauti ed archi, tamburi, basso e corde che pompano ritmo, potenti bordoni e loop che conferiscono all’album un passo pieno e avvolgente, di impatto perfino dance; voci che si muovono su intervalli non temperati, lingue e dialetti adagiati gli uni accanto agli altri. Con il polistrumentista suonano Goran Farkaš (flauto diritto, sopele, voce), Saša Farkaš (chitarra, tamboura), Gorast Radojevič (basso), Ljuban Rajić (percussioni), Rachele Colombo (percussioni, voce), Boris Bako (parlato); partecipano in un brano le voci femminili provenienti da un workshop tenuto dallo stesso Dario. Dopo l’incipit affidato a “Zio Giovanni”, arriva la splendida e singolare polivocalità in due parti tipica del villaggio di Gallesano (“A la longa”), sposata ad uno strumentale composto da Dario (“Futurclaire”), che condivide l’andamento magnetico del successivo “Gospodari grejo spat”, tra gli episodi migliori del disco. È tempo poi di una villotta (“Voio cantar e star alegramente”), cui fa seguito una composizione musicata da Dario, “Oj, solata, grandičel”, cantata nella parlata ibrida dei villaggi di confine tra Slovenia e Croazia. Dopo l’ironia di “Dove xe ‘l moro”, eccoci a “Dojde vrah”, scritta nei primi anni novanta del secolo scorso, in epoca post-indipendenza, ai tempi di censimenti in Slovenia e Croazia; è una presa di posizione di chi non vuole essere rinchiuso nelle gabbie etniche. Gli istriani (italiani, sloveni, croati) – racconta Dario nelle note al disco che sono scaricabili da suo sito (www.dariomarusic.com) – preferiscono chiamarsi cugini, piuttosto che ricorrere al termine fratelli, troppo abusato dalla retorica nazionalista. Un tocco ironico lo porta ancora “Mama, Piero me toca”. Essenziale per l’uso di voce e tamboura è il canto d’addio “O, jini fanti”. Subito dopo incontriamo un set composto dal canto bivocale “Zis-am” di area istro-romena (siamo dalle parti del Monte Maggiore) e da una danza strumentale, “Columbaro”, per piva istriana e flauto a becco. Si prosegue con una villotta (“Oh, quanti fortunati”), accoppiata ad un’ipnotica melodia sostenuta dal violino che calamita l’ascolto. Si finisce con la protesta contro i tentativi di polarizzazione delle comunità, cantata nello stile polifonico della area di Ćićarija e testi in istroveneto (“Sono quello che sono […] bastardo istriano. Maledetti siano i confini e chi li ha inventati. Schengen, Schengen, figli di puttana […] Zagabria, Lubiana non contate su di noi…”). Più chiaro di così! 


Ciro De Rosa

Loreena McKennitt - The Journey So Far - The Best of Loreena McKennitt (Universal Music, 2014)

PREVIEW

“Guardando a ritroso il mio percorso attraverso le persone che ho incontrato, i posti visitati e le formative esperienze musicali in cui ho creato, e registrato, mi rendo conto di quanto ricco sia stato il mio viaggio”, così Loreena McKennitt presenta “The Journey So Far”, antologia pubblicata dalla Universal, che celebra i suoni trent’anni di carriera artistica. Trent’anni caratterizzati da grandi successi, come i due Juno Awards e le tante nomination ai Grammy Awards, ma soprattutto da quattordici milioni di album venduti in tutto il mondo. Ciò che ha sempre colpito, sin dagli esordi quando si esibiva nelle strade di Toronto fino ai grandi riconoscimenti degli ultimi anni, è stata non solo la sua voce quasi eterea da soprano, ma soprattutto la sua capacità di coniugare il forte desiderio di riscoprire le sue radici, che affondano nella tradizione celtica irlandese, con la curiosità della ricerca attraverso le sonorità world e new age declinandole in chiave pop. Sebbene di tanto in tanto il pop abbia preso il sopravvento nei suoi dischi, anche per comprensibili ragioni commerciali, quest’antologia ha il pregio di fornire una visione molto completa del vissuto artistico della McKennitt attraverso dodici brani, spaziando dal disco di debutto “Elemental” del 1985 da cui è tratta la toccante “Stolen Child”, tratta da una poesia di William Butler Yeats, al più recente “The Wind That Shakes The Barley” del 2011 ben rappresentato dalla splendida “Down By The Sally Gardens”. Se ingiustamente forse sono stati trascurati il delizioso album natalizio “To Drive The Cold Winter Away” del 1987, e l’altrettanto bello “Parallel Dreams” da cui è stata estratta la sola “Huron ‘Beltrane’ Fire Dance”, ben tre brani arrivano da “The Visit” del 1991 ovvero “Bonny Portmore”, traditional irlandese già presente nella colonna sonora di “Highlander III - The Sorcerer”, “The Lady Of Shalott” e “The Old Ways”. “The Mystic’s Dream” e il classico “The Bonny Swans” sono tratte invece da “The Mask And Mirror”, album del 1994 ispirato alle vicende legate alle crociate, ai cavalieri templari e all’eresia catara, ma soprattuto al confronto tra Oriente ed Occitente, Cristianesimo e Islam. L’apertura verso le sonorità world di “The Book Of Secrets” è documentata dalla presenza in scaletta di “The Mummers’ Dance” e “Marco Polo”, ma soprattutto da quel gioiello che è “Dante’s Prayer”, ispirata alla Divina Commedia di Dante Alighieri e al suo viaggio attraverso Inferno, Purgatorio e Paradiso. E’ in questo disco che la cantautrice canadese tocca il vertice della sua carriera, e lo fa con composizioni dense di suggestione, caratterizzati da testi in cui si mescolano poesia, miti popolari e misticismo medievale, il tutto sugellato dalla sua voce evocativa e profonda, e da arrangiamenti eleganti in cui violini, bodhran, tabla e arpa creano un atmosfera senza tempo. Completa il disco “Penelope’s Song” tratta dal sottovalutato “An Ancient Muse” del 2006 nel quale dalle vicende raccontate da Omero nell’Odissea, si spazia alla Turchia Ottomana, per far ritorno infine all’Inghilterra. Sebbene in molti attendevano un nuovo disco in studio, la stessa Lorena McKennitt ha sottolineato l’importanza di questo disco, anche per la difficile reperibilità di alcuni suoi dischi: “Riconosco che molta gente si aspetta nuove registrazioni e sono felice di poter dire che il processo è già in atto. Allo stesso tempo abbiamo appreso che per un motivo o l’altro alcune parti del mondo hanno solo un limitato accesso al mio catalogo, quindi questo trentesimo anniversario è l’opportunità per conoscere alcune delle mie migliori espressioni musicali”. “The Journey So Far - The Best of Loreena McKennitt” è, dunque, un occasione preziosa per riscoprire alcuni classici della discografia della cantautrice canadese, ma sarà anche un occasione ghiotta per i fan, a cui non sfuggirà l’edizione deluxe comprendente un secondo disco, “A Midsummer Night’s Tour”, con una selezione del concerto registrato allo Zitadelle di Mainz in Germania nel luglio 2012, un ritorno nella città dove nacque il live “Troubadours On The Rhine”, che gli fruttò una nomination ai Grammy 2013. 


Salvatore Esposito

Circo Abusivo – Magica Balera (Autoprodotto, 2013)

Abbiamo seguito con attenzione il percorso artistico dei valtellinesi Circo Abusivo, a partire dal demo “Circo Shoòoòoòoòoòwwww” di qualche anno fa, e già allora evidenziammo come la loro peculiarità ed originalità risiedesse nell’abilità di saper “rubacchiare abusivamente” qua e là canzoni, suoni, melodie, rileggendo la musica balkan con vivacità e spensieratezza. Dopo aver debuttato ufficialmente nel 2008 con l’ottimo “Valtellazija Revolucija”, in questi anni il gruppo valtellinese ha macinato concerti in tutta Italia raccogliendo apprezzamenti e successi, e nonostante alcuni cambi di formazione, il loro cammino di maturazione non ha conosciuto battute di arresto, ma anzi hanno cominciato pian piano a prendere forma nuovi brani in cui la musica dei Balcani veniva contaminata da quella delle loro valli. E’ nato così “Magica Balera”, disco che vede il Circo Abusivo rinnovarsi completamente nella line-up, sotto la guida di Alex De Simoni (voce, fisarmonica e chitarra), con gli innesti di Martino Pellegrini (violino, mandolino, cori), Ivan Azzetti (batteria, cori), Fausto Tagliabue (tromba, percussioni non convenzionali, cori) e Valerio Della Fonte (contrabbasso, cori), quest’ultimo sostituito dal vivo da Lele Palimento (contrabbasso). Rispetto al disco precedente, questo nuovo album si caratterizza per una maggiore tensione verso la canzone d’autore, e questo fa sì che nel suo insieme sia quasi un concept, in cui i brani nel loro insieme raccontano di una balera immaginaria dove può accadere di tutto, anche di imbarcarsi in un viaggio senza coordinate, che dai Balcani riporta a casa il Circo Abusivo nella natia Valtellina. Ad accoglierci all’ingresso della “Magica Balera” è la title-track, un invito al ballo, al divertimento, che sfocia nella travolgente e scanzonata “Avantpunk (All’Osteria Del Santo)” in cui la chitarra elettrica e i fiati si danno battaglia senza sosta. Le atmosfere da festa di paese, con tanto di sonorità che evocano le fanfare balcaniche sono poi gli ingredienti di “Banda Katanè”, mentre divertentissima è la parodia di “Just A Gigolò” ambientata in Valtellazija. Dai Balcani veniamo prepotentemente condotti in Spagna con “Killer Gazpacho” in cui fanno capolino sonorità galiziane incrociate con un trascinante ritmo ska, ma è solo un momento, perché sulle note della fisarmonica si torna nell’Est Europa con “Hungry And Angry In Hungary”. Se le atmosfere desertiche quasi western caratterizzano l’ironica “Lost In Brianza”, la successiva “Milonga Immaginaria” ci riporta all’interno della Balera, dove le danze sono animate da “Rural Underground Polka”, gustosa rilettura/stravoltura in chiave balkan-punk di un classico dei Valtellina Folk, e dalla bella versione de “Il Pittore” dal repertorio dei Romantici Vagabondi. L’aver omaggiato due formazioni storiche valtellinesi, è qualcosa di più che una sorpresa in questo disco, ma è quasi un voler tracciare un nuovo percorso futuro, magari guardando ancora verso le loro radici. Completano il disco “Lugar Magico” ispirata ad Alejandro Jodorosky, e la scoppiettante “Valtellanzija Bum Bum”, in cui tornano ad essere protagonisti i ritmi balkan. Insomma “Magica Balera” è la chiara dimostrazione di come Circo Abusivo sia ormai una band matura, dal solido bagaglio esperienziale, in grado di spaziare con disinvoltura attraverso generi e tradizioni musicali differenti. 


Salvatore Esposito

Sonata Islands - Meets Mahler (Zone di Musica, 2013)

Sonata Islands è un ensemble cameristico, composto da sei musicisti trentini, Emilio Galante (flauto), Giovanni Falzone (tromba), Achille Succi (clarinetto e sax alto), Simone Zanchini (fisarmonica), Stefano Senni (contrabbasso), Francesco Cusa (batteria), accomunati dalla passione per il jazz e la musica contemporanea, e con alle spalle un solido percorso artistico, fatto di una intensa attività live e diversi album. Dopo il fortunato tributo al movimento Rock In Opposition, li ritroviamo oggi alle prese con il nuovo progetto “Meets Mahler”, una sorprendente “parafrasi jazz” del “Das Lied Von Der Erde”, opera per voci soliste e orchestra tra le più personali di Gustav Mahler (1860-1911), composta nel 1908 nella residenza estiva di Dobbiaco, ed in cui il compositore tedesco volle racchiudere il suo congedo alla musica e alla letteratura, dando vita ad un canto all’eternità e alla giovinezza inconsumabile. Come spiega il gruppo nelle note di presentazione al disco: "Gustav Mahler è un compositore contaminato e impuro per eccellenza. La sua composizione si nutre di musica popolare, il suo essere musicista è quello del compositore e dell’esecutore insieme: se fosse nato 40 anni fa sarebbe senza dubbio stato un jazzista.” Guidato dai testi dello scrittore e musicologo Giuseppe Calliari, che dal vivo affianca l’ensemble nelle vesti di attore, l’ascoltatore viene condotto attraverso i sei movimenti del Lied, che nella riscrittura di Sonata Islands brillano nel loro intreccio tra musica colta, jazz, rock ed avanguardia, evocando le poesie che furono di Hans Bethge, ispirate ad un antico ciclo poetico cinese, figure che via via prendono congedo da chi “si incammina verso i monti”, per fare ritorno “alla terra natale”. A spiccare in modo particolare è il fascino e la potenza lirica dell’iniziale “Das Trinklied”, la travolgente “Non Mahler”, ma soprattutto il “Commiato” finale in cui a Sonata Island si unisce la voce di Tommaso Leonardi, che recita i versi di Calliari. “Meets Mahler” è, insomma, un disco affascinante, denso di poesia, che non mancherà di entusiasmare tanto gli appassionati di musica jazz, quando i cultori della musica classica. 


Salvatore Esposito

La Piva Dal Carner, N.4 Gennaio 2014, II Serie

"La Piva Dal Carner", storico foglio rudimentale di comunicazione a 361 diretto da Bruno Grulli, giunge al quarto numero della seconda serie, e come accade da ben trentasei anni prosegue fieramente la sua peculiare opera di divulgazione della musica popolare in Italia, aprendo stimolanti spaccati di riflessione sulla tradizione dell'Appennino Tosco-Emiliano ed offrendo continui aggiornamenti ai tanti filoni di ricerca sulla Piva Emiliana. Accolti dalla bella copertina dedicata a Sant'Antonio Abate, la cui festività ricorre il 17 gennaio, giorno in cui venivano benedetti gli animali e si celebrava il rito del fuoco, questa nuova emissione si apre con tre importanti contributi per la storica rubrica la Tribuna, ovvero il resoconto a cura di Bruno Pianta, già fondatore del Gruppo dell'Almanacco Popolare, della tre giorni di musica popolare di Ponte Caffaro, tenutasi nel dicembre del 2013 e nel corso della quale hanno avuto luogo concerti e incontri di studio, il saggio di Paolo Simonazzi sul tema "Ricerca, Conservazione, Contaminazione, Riproposizione" e quello di Ugo Zavanella, terzo coautore della ballata del Pinelli, che ci racconta la sua versione sulle origini della ballata composta nel dicembre 1969, facendo seguito agli interventi di Barozzi su PdC 1/2013 e Mora su PdC 2/2013. Il direttore Bruno Grulli ci offre invece il consueto focus sulla Piva, concentrandosi sul suo utilizzo nella Val Baganza e dintorni, corredata dall'immancabile aggiornamento dell'anagrafe e dai disegni di tutte le pive riesumate dall'oblio del tempo. Prezioso è poi il lavoro di ricerca iconografica di Paolo Galloni sulla piva nell'arte medievale, mentre Roberto Tombesi ci racconta il ritrovamento in Cadore di importanti quaderni contendenti vecchi spartiti, e a nascita dell'Orchestra Popolare delle Dolomiti. Sempre restando nel Nord Est ma questa volta in ambito accademico, Giacomo Rozzi ci conduce alla scoperta dei Cantori di Monchio delle Corti (Pr), che si sono esibiti presso la Fondazione Giorgio Cini di Venezia. Chiudono questo ricco numero de "La Piva Dal Carner" la nuova rubrica "Avvistamenti",  un articolo di Vittorio Del Sante dedicato ad una strada di Parma intitolata ad Ettore Guatelli, e l'immancabile sezione "Aggiornamenti", corredata da una nota sul Sampet Party 2014. Pur rimanendo fedeli alla tradizione del foglio ciclostilato, ormai limitato a poche copie, la nuova serie è distribuita prevalentemente via internet, e per quanti fossero interessati a riceverlo via e.mail possono richiedere l’inserimento nella mailing list a bruno.grulli@gmail.com. Diversamente è possibile scaricare le copie gratuitamente dal sito Il Cantastorie Milano.

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Salvatore Esposito


Bruce Springsteen - High Hopes (Columbia, 2014)

Allora, mettiamo in chiaro subito alcune cose. Posseggo tutta la discografia in vinile legale, buon parte dell’illegale disponibile. Ho il disco degli Havalinas in vinile. Ho la discografia di Southsdie Johnny & The Asbury Jukes. Ho comprato “The River” il giorno che è uscito. “Born To Run” suonava sul rudimentale piatto di casa nostra, grazie ai buoni uffici di mio fratello Riccardo. Ho visto Bruce con la E-Street Band (quella vera) dal vivo nel 1981 a Zurigo. Apprezzo il primo disco dei Rage Against The Machine. Insomma, just to say... una volta la pubblicazione di un album di Bruce Springsteen e della E-Streeet Band era un avvenimento di importanza straordinaria. E ne avevamo ben donde. Questa, però, non sarà una recensione track by track, ma credo che il brano che si trova alla posizione numero due del disco abbia l’espressività di un demo di una tastiera Yamaha. Bruce è una delle penne più prolifiche di sempre, ed è in possesso di una voce emozionante, ha una resa live indiscutibile, una schiettezza armonica ed un’intelligenza americana assoluta, ma il suo fare musica nel 2013 è qualcosa che sfugge le normali leggi. Non si tratta pienamente di una di quelle provocazioni alle quali ci hanno abituato personaggi come Neil Young o Lou Reed, quei dischi indifendibili, che sono come delle stazioni della Passione, per arrivare ad un lavoro che colpisce come una frustata il centro della nostra anima come una schioppettata. Qui siamo sempre in quella brutta linea di mezzeria che ascrivo al lavoro di Jon Landau e alle scelte scellerate molto spesso legate al mondo della Columbia, perché se ci fate caso, i produttori e musicisti che fanno parte di quell’organismo, che viene fantasiosamente chiamato E-Street Band sono tutti uomini rigorosamente targati Columbia. Anche nei tempi dell’abbandono della Band da parte di Bruce, la scelta era andata in quella direzione. Direzione, ecco quello che manca. Che senso ha rifare per la seconda volta uno splendido brano come la title track? Forse Bruce non ha più benzina creativa per scriverselo da solo un pezzo così? E allora perché sbandierare altri tre o quattro album pronti? Considero Tom Morello un chitarrista straordinario, capace di creare un mondo che va oltre il chitarrismo tipico rock con una ventata di inventiva assoluta, ma lo trovo assolutamente fuori luogo in un ambito musicale come quello di Bruce. Trovo persino fuori luogo musicalmente parlando il concetto stesso di assolo di chitarra, una idea di per sé datata e comunque superata. L’ultima volta che ho visto Bruce live è stato a Firenze, all’Artemio Franchi. E’ stato un concerto come al solito straordinario, perché Bruce è il miglior performer vivente, solo che ormai potrebbe proporsi come duo alla White Stripes, lui e Max Weimberg, perché il concerto sta in piedi sulle sue spalle, tanto da dare l’impressione di essere pronto ad occuparsi anche del montaggio del palco e dell’allestimento. Il pezzo dei Saints? Boh, bisogna proprio metterci del nostro per capire la grandezza di una cosa del genere, da parte di uno che ha capito l’importanza di Roy Orbison e Elvis Presley, quando questi erano considerati il massimo dell’uncool, uno che ha fatto del sound garage rock una bandiera, uno che con le sue scelte di covers live ha insegnato a qualche generazione come si suona, ed io sono tra questi. Diversamente, volete parlare di suono? Che suono esprime Bruce nel 2013? Questi sembrano provini, pronti ascolto avanzati, ma non realizzazioni vere e proprie, una accozzaglia di idee, che vanno inserite in un contesto che le leghi, che gli dia un senso, così il risultato è questo. Io i dischi degli Iron City Houserockers ce li ho davvero, l’idioma, l’argomento l’ho studiato. Non posso accontentarmi di un pezzo brano buono su dodici. “The Wall”, infatti, è un pezzo molto bello, che omaggia un local hero della scena del New Jersey, ma questo disco ti toglie la voglia di approfondire laddove quelli veri ti mettevano su un percorso di approfondimento vero, di comprensione di un mondo. Qui, alla copertina vieni respinto. E’ possibile che Bruce pubblichi dischi con alcune delle più brutte copertine del secolo in corso? Che sia preso da questa ansia di dimostrare meno dei suoi sessantaquattro anni? Che abbia voglia di fare parodie di sé stesso, che non fanno ridere con un anchor man e pubblicizzarle? Il disco è opaco, come avvolto da una nebbia di intenzioni non ben definite. E questo è quello che penso in definitiva.


Antonio "Rigo" Righetti

giovedì 23 gennaio 2014

Numero 135 del 24 Gennaio 2014

Questa settimana vi diamo il benvenuto sulle pagine di Blogfoolk con lo speciale dedicato a Desuonatori, un collettivo di musicisti salentini di diversa estrazione, che ha debuttato con ben tre dischi relativi ad altrettanti progetti musicali, di cui ci parla il produttore Valerio Daniele. Dalla sala di registrazione passiamo alla musica en plein air, raccontando quel trionfo degli otri popolari che è il Festival “La Zampogna”, che per la XXI edizione ha animato il borgo di Maranola (Lt). Si torna ai dischi con “Voci Di Frontiera” di Maria Giaquinto. Oltre all’album della cantante barese, apripista dei suoni folk & world, il numero 135 di Blogfoolk propone  il disco consigliato della settimana ovvero la ristampa di “By Gloucester Docks I Sat Down and Wept” dell’immenso Ashley Hutchings, padrino del folk-rock britannico, e la recensione del nuovo Chris Eckman, intitolato “Harney County”: disco profondamento americano, per uno che negli ultimi anni ci ha abituato a vibranti escursioni subsahariane. Infine, parliamo di “Djansa” degli afro-americani Zansa. Finestra sul jazz, con la proposta degli italiani Nuances 4tet, mentre il Claudio Lolli scrittore di “Lettere Matrimoniali” è il protagonista delle nostre Letture. La chiusura del magazine è delegata al Taglio Basso di Rigo, stavolta alle prese con il ritorno discografico di Rosanne Cash.

Ciro De Rosa 
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


GLI SPECIALI DI BLOGFOOLK
I LUOGHI DELLA MUSICA
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L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Valerio Daniele Racconta Il Progetto Desuonatori

Ambizioso progetto, nato nella factory salentina del produttore Valerio Daniele, Desuonatori raccoglie una generazione di eccellenti musicisti del Tacco d’Italia, accomunati dalla convinzione che “il fare musica sia una responsabilità tanto nei confronti del pubblico, quando a salvaguardia della libertà espressiva degli artisti”. Nasce così questo “coordinamento di autoproduzioni per la socializzazione di musica inedita in nuovi contesti di fruizione”, ovvero una casa comune in cui si incontrano e convivono diversi progetti musicali, un luogo familiare di confronto e crescita comune, come auspicio di umanizzazione delle produzioni musicali. Ne abbiamo parlato con Valerio Daniele, e con alcuni dei musicisti coinvolti per scoprire, la genesi, le peculiarità, ma soprattutto coglierne a fondo la portata innovativa. 

Come nasce il progetto Desuonatori? 
Da serate e nottate di riflessioni, da un gruppo di musicisti profondamente legati, da un senso di stanchezza mai sufficiente a indebolire idee e speranza. 

Qual è il filo conduttore di questo progetto? 
Domanda difficile. Tante cose ci tengono insieme e reggono le fila di questa idea. L'intento alla base di desuonatori è certamente la produzione di musica. Siamo tutti musicisti e compositori e scrivere musica, registrarla e proporla in concerto è la nostra vita. Il nocciolo di tutto è ricercare un rapporto sano, realmente comunicativo col pubblico, riavvicinare la musica e le persone, indipendentemente dai linguaggi musicali. C'è distanza oggi fra chi crea musica e chi la ascolta. Troppi artifici, troppe strutture hanno mediato e condizionato il rapporto naturale fra uditorio e artisti. Troppo intrattenimento a danno dell'arte e a danno della comunicazione. Sia chiaro, non c'è nulla di male nell'intrattenimento! Il male è nell'assoluto squilibrio che oggi viviamo in suo favore. Come fruitori viviamo troppo spesso la musica come semplice accompagnamento alle nostre azioni quotidiane. Quasi mai le concediamo il potere di quel rapimento che essa per sua natura indurrebbe. Come autori invece lamentiamo una sempre minore attenzione e partecipazione del pubblico e una presunta “penuria di gusto” dell'ascoltatore medio. A questa sorta di separazione, di isolamento, alcuni di noi musicisti hanno reagito abdicando a sé stessi venendo incontro ad un presunto gusto generale; altri hanno inspessito ulteriormente le barriere, chiudendosi in una forma di elitarismo tutto intellettuale. Desuonatori si propone di porgere la musica dei suoi progetti nella maniera più naturale e priva di mediazioni possibile, facendo della vicinanza, anche fisica, e del genuino scambio col pubblico i suoi strumenti imprescindibili. 

Da dove nasce l’esigenza di mettere a disposizione liberamente la vostra musica su Soundcloud? 
La gratuità è una strategia e al contempo una provocazione. Strategia per favorire quell'avvicinamento di cui ti parlavo e per far risuonare più alta la nostra voce. Provocazione per stimolare una discussione sui problemi del mondo musicale oggi. Questa scelta è radicale e ne siamo consapevoli. Molti nostri colleghi musicisti ce l'hanno gravemente contestata. Come fosse una forma di resa alle difficoltà, con l'unico risultato di autosvalutarci. Il nostro intento non è certamente questo. All'opposto. Siamo tutti musicisti per mestiere e sappiamo esattamente quanto sia importante attribuire un valore (anche monetario) al nostro lavoro e ai lunghi anni della nostra formazione. E' una reazione paradossale certamente ma vale come una rivendicazione di concreta indipendenza. Fra noi, scherzando, usiamo sempre l'espressione “la musica non serve a niente”. Beh, visto che sembra proprio che la musica non serva più a niente e a nessuno, noi la regaliamo... Tuttavia, abbiamo deciso di stampare anche le copie fisiche seppur in tiratura limitata. Saranno disponibili in cambio di una piccola donazione come sostegno alle spese di stampa. Basta andare sul nostro sito www.desuonatori.it. Lì troverete tutte le info sul progetto, i punti di distribuzione e i nostri contatti.

Quali sono le realtà artistiche coinvolte nel progetto Desuonatori? 
Abbiamo preferito puntare su idee sonore e musicali precise, sostanziate in progetti, prescindendo dai talenti singoli. Te li elenco: Rêverie Duo (Valerio Daniele – chitarra acustica, Redi Hasa – violoncello); Massaro / Nigro Duo (Francesco Massaro – clarinetto contralto e sax baritono, Rocco Nigro – fisarmonica); Tarantino / De Lorenzi Duo (Luca Tarantino – liuto, chitarra barocca, tiorba, Vito De Lorenzi – tabla); Teatrini di Escher (Valerio Daniele – chitarra baritona, Giorgio Distante – tromba, Roberta Mazzotta – violino, 
Vito De Lorenzi – percussioni); Marinaria (Paola Petrosillo – canzoni e voce, Valerio Daniele – chitarre e arrangiamenti
, Vito De Lorenzi – batteria, Giorgio Distante – tromba, Camillo Pace – contrabbasso, Giancarlo Pagliara – fisarmonica); Admir Shkurtaj Trio (Admir Shkurtaj – piano e fisarmonica, 
Giorgio Distante – tromba, Vito De Lorenzi – percussioni); Eikasìa (Maurizio De Tommasi – batteria, Alessandro Dell'Anna – chitarra
, Stefano Compagnone – basso, Giorgio Distante – tromba); Dario Congedo & Nàdan (Dario Congedo – batteria, Giorgio Distante – tromba, Valerio Daniele – chitarre, Luca Alemanno – contrabbasso, 
Francesco Massaro – clarinetto contralto e sax baritono); Solo di Luca Tarantino; R.A.V. di Giorgio Distante – tromba e live electronics Redi Hasa Project; Sonu di Vito de Lorenzi - percussioni, batteria. E' fondamentale chiarire che siamo un gruppo aperto! Abbiamo già ricevuto diverse adesioni e non vediamo l'ora di accogliere nuove idee. 

Ci puoi parlare dei primi tre lavori che hanno aperto la serie di pubblicazioni di Desuonatori?
Il nostro numero di catalogo 001 è Agàpi del duo Massaro/Nigro. E' un disco molto particolare, per metà registrato di notte, all'aperto in campagna e per metà in studio. Contiene composizioni originali e libere improvvisazioni ispirate ad arie della tradizione popolare. Il numero 002 è Calligrafie di Dario Congedo & Nàdan. Si tratta di composizioni di Dario suonate in quintetto con un'attitudine molto libera, pur nella presenza di strutture e partiture molto curate. Il numero 003 è il mio 7 piccole cose, una sorta di antologia di “racconti brevi” scritti in diversi momenti dei miei ultimi dieci anni. Un disco che considero molto intimo e riflessivo. 

Quale produttore ormai affermato nella scena musicale salentina, qual’è stato il tuo approccio concettuale agli arrangiamenti? 
7 piccole cose è un disco piuttosto minimale; questa volta ho avvertito l'esigenza di puntare più sulla valorizzazione e semplificazione dei temi che sulla scrittura di impalcature arrangiatorie. Questo anche grazie a un lavoro di minuziosa sottrazione svolta insieme a Luca Tarantino che ha curato la supervisione artistica del disco. 

Queste tre prime produzioni, sono essenzialmente basate su strutture musicali jazz e free jazz con uno sguardo verso le sonorità world, le prossime pubblicazioni della collana si porranno sulla stessa scia? 
Non necessariamente. Non ci poniamo alcun limite di genere. Anzi, crediamo fermamente nell'infinita ricchezza generata dalle fusioni dei linguaggi. Molti dei musicisti coinvolti in desuonatori hanno un percorso vicino al jazz e alle musiche di tradizione ma questo non sarà certo di impedimento per la futura pubblicazione di dischi con linguaggi del tutto differenti. 

Venendo ai dischi, Agàpi di Francesco Massaro e Rocco Nigro è incentrato sul dialogo e l’intreccio tra i legni e la fisarmonica; come si è indirizzato il lavoro di ricerca sonora su questo disco? 
Francesco Massaro: Il centro focale di questo disco è la Puglia. Non in senso folkloristico però; ciò che ci interessa portare agli ascoltatori è un senso di "centralità", non solo geografica. La Puglia di Bodini, di Fiore e Cassano, tra istanze quotidiane e poesia, fame e magia, terra in cui l'ospite è sacro, terra che cura con il tamburo e col violino. Queste attitudini le abbiamo volute riportare nel nostro lavoro. L'agape è il pasto comunitario, l'amore fraterno, scevro dalla facile retorica. Forse Agàpi non è un disco facile, ma è semplice; (r)accoglie le nostre esperienze soniche/musicali senza porre confini di genere. Convivono, senza perdere la propria identità, musiche diversissime. E' un disco che richiede tempo e meditazione. 

Come nasce, invece, “Calligrafie” di Dario Congedo & Nàdan? 
Dario Congedo: Il disco è composto da otto tracce raccolte nell'arco di circa due anni. La gran parte dei brani è stata direttamente influenzata dalla mia esperienza nei paesi scandinavi; ad esempio, "Città d'Inverno" è dedicata a Tallinn - dove ho vissuto per un periodo - e ad uno dei miei riferimenti musicali, Arvo Part. Altre composizioni invece sono nate da stati d'animo, riflessioni personali. Sin da subito, in fase di scrittura, ho cercato di tradurre il suono che avevo in mente, dando vita a sensazioni e vissuti personali. 

Passando invece al tuo disco come nascono le tue composizioni? Ci puoi parlare del tuo processo creativo per questo disco? 
Come accennavo prima, il disco contiene dodici brani composti in diversi momenti della mia vita. E' un lavoro piuttosto minimale parzialmente autobiografico e parzialmente immaginifico. Voglio dire, alcuni brani sono legati a precisi momenti della vita, altri invece sono brevi racconti che mi piace definire surreali. E' veramente complicato descrivere il processo creativo. Non so nemmeno se la composizione possa essere definita da un processo. Personalmente vivo la creazione dei miei brani in due fasi distinte. La prima, più propriamente compositiva, è quasi uno stream of consciousness, un flusso continuo e poco razionalizzabile di idee concatenate in frasi, melodie o molto spesso accordi. Per me è quasi uno stato alterato della coscienza. La seconda invece è sì un processo - molto razionale e complesso - di adattamento, lavorazione, strutturazione di armonia. 

Al tuo fianco troviamo alcuni tra i principali strumentisti della scena salentina da Redi Hasa a Roberta Mazzotta, passando per Giorgio Distante ed Emanuele Licci, come si sono svolte le sessions? 
Sì, nel disco sono presenti alcuni dei musicisti con cui condivido da anni percorso e progetti: Giorgio Distante, Redi Hasa, Giorgio Vendola, Rocco Nigro, Emanuele Licci, Roberta Mazzotta, Dario Congedo, Antonio Esperti e Luca Tarantino. Oltre che musicisti eccezionali sono miei grandi amici. Credo molto nella rilevanza che il legame umano ha nella musica. E' un fatto spirituale. Di comunicazione profondissima ed inspiegabile a parole. Ringrazio di cuore ciascuno di loro per aver donato il loro specifico colore alle mie composizioni. 

Cosa ti ha ispirato brani come la toccante “Io e Mio Padre” e “Se Restassi Qui”, come nascono?
I due brani che hai citato sono certamente autobiografici. “Io e mio padre” è una fantasia semplice. Ho perso mio padre molti anni fa. Suonava anche lui la chitarra ma, mentre era in vita, io non avevo ancora iniziato a suonare. Così, ho immaginato di poter suonare una volta con lui. Semplice e forse, in qualche modo, metafisico. “Se restassi qui” invece è una riflessione sul senso che io attribuisco al restare nella terra in cui vivo. Nonostante tutto. Al resistere. Per dare un senso ed un fine a questa appartenenza. 

Tra i brani più interessanti di tutto il disco c’è la magica versione di “Aremu” cantata da Emanuele Licci, perché tra tante composizioni autografe ha trovato posto questo tradizionale griko? 
E' uno dei brani della tradizione salentina (anche se d'autore! Il testo è di Vito Domenico Palumbo) cui sono più legato. La musica tradizionale è stata una parte determinante del mio percorso di formazione. Era inevitabile che venisse fuori nel disco. Emanuele era la voce perfetta per quell'arrangiamento e ha dato grande profondità al testo. 

Come si evolverà dal vivo il progetto Desuonatori? 
In questo primo periodo stiamo presentando desuonatori e le prime tre pubblicazioni in un format comune. In un paio d'ore o poco meno parliamo col pubblico del senso di desuonatori e presentiamo parte dei dischi. Naturalmente i tre progetti lavoreranno anche indipendentemente l'uno dall'altro. Pur se nello stesso contenitore, ciascun progetto è assolutamente autonomo. Quel che più conta è che stiamo lavorando molto sulla riconcettualizzazione e quindi sulla trasformazione dei contesti in cui proponiamo la nostra musica dal vivo, discutendone anche con gestori ed organizzatori. A volte bastano poche attenzioni nella gestione dei tempi e degli spazi per fare di un concerto un'esperienza realmente significativa sia per il pubblico che per i musicisti. Occorre ridimensionare i contesti, ricominciare dal minuto, dal rapporto quasi personale con lo spettatore. 

Quali sono i vostri progetti futuri? 
Fortunatamente siamo pieni di idee: progettiamo una prossima uscita di altri tre dischi entro Maggio, stiamo cominciando proprio in questi giorni a lavorare su un'orchestra che ci comprenda tutti, cureremo un programma radiofonico per una web radio. Nei sogni c'è anche un Festival. La cosa più importante sarà fare rete. La nostra proposta cerca condivisione sia con gli artisti che con gli operatori culturali. Lavoriamo insieme per restituire importanza alla musica. Per restituire dignità all'ascolto e al pubblico. Lavoriamo per ricostruire dal nostro piccolo, anzi dal minimo, dalla comunità, uno scambio umano fra arte e pubblico. Insieme si può fare tanto, ne siamo certi. 



Francesco Massaro & Rocco Nigro - Agápi/Dario Congedo & Nàdan- Calligrafie/Valerio Daniele – 7 Piccole Cose (Desuonatori, 2013) 
Il 2013 si è chiuso per la scena musicale salentina con una ventata di novità, proveniente dagli studi di registrazione del produttore Valerio Daniele, il quale come ci ha raccontato nella lunga intervista che precede, ovvero il progetto Desuonatori, casa comune che vede protagonisti diversi musicisti, che variamente combinati hanno dato vita ad una serie di album, disponibili in download gratuito sulla piattaforma Soundcloud, mentre il classico supporto del cd, viene dato in omaggio a quanti vorranno dare un personale contributo al progetto. Proprio l’edizione in formato cd, il cui packaging in cartone è curato da Valentina Sansò, ci è di aiuto a districarci nelle maglie di questo progetto, infatti ogni disco è contraddistinto da un animale immaginifico, quasi mitologico, che assurge a richiamo simbolico, la cui ispirazione nasce direttamente dalle ispirazioni dei musicisti durante le composizioni dei brani. Di volta in volta ognuno di loro ha scelto uno di questi animali come ideale rappresentazione delle proprie creazioni. Un grosso insetto a metà tra farfalla e lumaca ci accoglie in “Agàpi”, di Francesco Massaro e Rocco Nigro, disco che raccoglie dieci brani, ispirati alla Puglia come luogo dell’anima, terra di ispirazioni poetiche profonde ma anche di tradizione. Proprio la tradizione popolare ispira i tre movimenti della title track, aprendo il disco sulle ali dell’ispirazione e della rielaborazione della “Pizzica di Galatone” e idealmente lo conclude con “Fronne D’Alia” e “Donne Ci Stai Alle Cambare ‘Nzerrata”. 
Nel mezzo però incontriamo la poesia di Vittorio Bodini evocata in “Verderame”, quella di Antonio Verri in Betissa”, fino a giungere al vertice del disco con “Sei Variazioni” ispirata da “Klama”. Tra spaccati di grande lirismo, ricerca sonora, rumorismi e sperimentazione, Francesco Massaro e Rocco Nigro firmano un disco di grande potenza evocativa e dalle infinite suggestioni poetiche, e che mette bene in evidenza tutta la loro capacità di tradurre in musica la tradizione, i colori, e la poesia della loro terra. Di pari bellezza è “Calligrafie” di Dario Congedo e Nàdan, disco caratterizzate da certe atmosfere tipiche del jazz nordeuropeo, e che raccoglie otto brani in cui ritroviamo i fiati di Francesco Massaro, le chitarre di Valerio Daniele, la tromba di Giorgio Distante e il contrabbasso di Luca Alemanno. Aperto dalla sinuosa “Vecchi Vinili”, il disco è un susseguirsi di ottime composizioni, come dimostrano “Magnolia” in cui ogni strumentista si ritaglia un ruolo di primo piano mentre i fiati guidano la linea melodica, oppure la eterea “Calligrafie” o ancora “Sotto I Mandorli” in cui si sviluppa uno scintillante interplay in crescendo fino a giungere ad un finale di grande intensità. Chiude il disco “Città D’Inverno” brano cinematografico di grande effetto lirico, che suggella un lavoro pregevole in cui si ha modo di cogliere la grande passione con la quale Dario Congedo ha costruito questo disco, ritagliando per le percussioni un ruolo centrale, ma allo stesso tempo lasciando ampio spazio espressivo agli altri strumenti. 
Completa questa prima emissione parallela di Desuonatori “7 Piccole Cose” di Valerio Daniele, che raccoglie undici brani autografi del produttore salentino, alle cui incisioni hanno collaborato oltre ai già citati strumentisti anche Redi Hasa (violoncello), Roberta Mazzotta (violino), Antonio Esperti (clarinetto) ed Emanuele Licci (voce). Si tratta di composizioni molto personali, nati in diversi momenti della sua vita artistica, e quasi tutti dettati da riflessioni personali o visioni surreali, come quel cavalluccio marino che fa capolino in copertina. Durante l’ascolto spiccano brani di impostazione sostanzialmente jazz come “Andrej Tarkovskij’s Stalker”, o lirici spaccati in cui protagonista è la chitarra, strumento di elezione di Valerio Daniele, che brilla nel frammento “Mancanza II”, “Se Restassi Qui” e nella personalissima “Io e Mio Padre”. Di grande impatto poetico sono anche “Seconda Canzone Per Te” in cui spicca la tromba di Giorgio Distante, e “Il Resto Delle Cose”. Chiude il disco una sontuosa versione di “Aremu” con protagonista alla voce Emanuele Licci, a cui segue un outro strumentale di grande pregio. Insomma il progetto Desuonatori promette di regalarci una sorpresa dietro l’altra, e non ci resta che attende le prossime pubblicazione per scoprirle.  

 

Salvatore Esposito

I dischi possono essere richiesti sia inviando una mail a desuonatori@gmail.com o acquistandoli presso Centro Musica (BA), Libreria Palmieri (LE), Libreria Piazzo (BR). Tutte le info, le produzioni e gli artisti sul sito web del progetto www.desuonatori.it.

La Zampogna – Festival Di Musica e Cultura Tradizionale, Maranola (LT), 17 – 19 Gennaio 2014

Se riannodare i fili della memoria popolare, di cui soprattutto gli zampognari sono la personificazione, è l’obiettivo principe di un festival come “La Zampogna” – beninteso tra i più longevi del panorama folk italiano, nonché l’unico appuntamento italiano inserito nella rete dell’European Forum of World Music Festivals – non stupisce che a raccogliere il premio alla carriera 2014 sia stato il lucano Antonio Infantino, memoria della fase più fertile del folk revival nostrano, che con i Tarantolati di Tricarico ha tessuto trame solide tra passato e presente. Come ogni anno, a metà gennaio, nonostante l’incostanza del clima e il rischio elevato di precipitazioni, ma salvaguardando un rapporto diretto con la tradizione rituale stagionale del suono degli otri popolari – come hanno più volte ribadito le due menti organizzatrici, Ambrogio Sparagna ed Erasmo Treglia, che con un buon numero di volontari, locali e forestieri, fanno sì che tutto si compia – nel borgo del basso Lazio si radunano suonatori, costruttori e liutai, cultori delle musiche tradizionali ed accademici mentalmente aperti (non gli autoreferenziali avvitati nella loro scienza), turisti culturali e semplici curiosi attirati dalla presunta autenticità e semplicità dei suoni popolari. 
Ci si inerpica lungo le viuzze di un paesino dalla grazia appartata, si indugia cercando scorci panoramici tra un arco e una scalinata in ciottoli, si visita qualche bottega artigiana o di vendita di produzioni gastronomiche locali, si visitano le belle chiesette, ci si perde volentieri in un’atmosfera rilassata e un po’ sospesa nel tempo. Considerando il festival nel passare degli anni, abbiamo assistito al progresso dei suonatori locali e al sempre crescente numero di zampognari che prendono parte alla manifestazione sin dal corteo “rituale” della domenica mattina: parliamo di esponenti ultimi del mondo agro-pastorale e di giovani – ma anche molti attempati ormai – suonatori cittadini. Non meno significativo il numero di giovani costruttori, per la cui entusiastica iniziativa imprenditoriale il festival si è tradotto in un catalizzatore. Naturalmente, le presenze di pubblico oscillano, come pure quelle dei costruttori con gli stand alla mostra mercato, degli operatori dei media, e del numero di concerti proposti nell’arco della manifestazione. 
Ciò è fisiologico, dovendo “La Zampogna” fare i conti, di anno in anno, con il problema dei finanziamenti, con i gusti, il consumo effimero, la crisi economica. Insieme a eventi collaterali quali la mostra di acquerelli di Brunella Spalletta nella restaurata sede comunale, i suggestivi appunti di viaggio lungo il Cammino di Santiago e la presentazione (unico avvenimento tenutosi a Formia) del volume “Trillillì nel paese con le ali” di Annarita Colaianni e Ambrogio Sparagna, illustrato da Alessandro Ferraro, la XXI edizione del festival ha proposto un cartellone ricco di musica. Si è cominciato con la bella cena-concerto “zampogne e cicerchie”, imperniata su numerose jam all’aperto e sull’assaggio di prelibatezze locali. Il mattino domenicale è iniziato con la processione all’edicola mariana (anch’essa testimonianza del processo del farsi tradizione del festival) e con i canti votivi di due dei quattro musicisti portoghesi presenti al festival: Sara Vidal (voce) e João Pratas (adufe), che hanno intonato “Senhora dos Remedios” e Senhora do Almurtão”, canti religiosi della regione di Beira Baixa. 
Più tardi, mentre nello spazio antistante Torre Cajetani si susseguivano session tra i musicisti, che animavano gli stand dei costruttori, nella sala del Centro Studi si proiettavano le puntate di “L’Italia che Risuona”, il programma prodotto da Ambrogio Sparagna per Rai educational. Al pomeriggio, si sono tenuti tre seminari dedicati a strumenti musicali. Si è iniziato con la presentazione dell’appassionato lavoro di costruzione del doppio flauto campano (di canna e di legno), portato avanti con dedizione da Giovanni Saviello. Si è proseguito con il viaggio nel mondo degli scacciapensieri condotto da Luca Recupero (protagonista anche di uno stage di avviamento al marranzano siciliano e di una piccola mostra sugli scacciapensieri allestita negli stessi locali del centro studi): il suono del suo marranzano accoglie ritmi e tecniche di diversa provenienza: dalla sua isola alla estrema Siberia, dai Balcani al subcontinente indiano, con un piglio da fare invidia ad un furente rockettaro. 
Finale con le launeddas di Bruno Loi, musicista della scuola del grande Dionigi Burranca, con cui si è entrati nell’affascinante mondo dell’aerofono a canne sardo. La chiesa di San Luca Evangelista ha ospitato i concerti pomeridiani e serali. Di scena il giovane e più che promettente gruppo molisano Patrios, composto da dotati solisti; il quartetto portoghese di cui fanno parte  musicisti impegnati anche nel secondo ciclo del progetto FolkMus. Oltre i già citati Sara Vidal (voce, pandeireta, adufe), già voce dei galiziani Llar Na Lubre, e João Pratas (gaita, flauto, conchiglie), il gruppo annovera Manuel Maio (mandolino e voce) e Luis Fernades (flauto traverso, voce, conchiglie); i quattro hanno proposto un set di canti e strumentali tradizionali, soprattutto dell’area mirandese. Non è facile vedere in Italia musicisti folk portoghesi, come è accaduto qui a Maranola, tanto per sfatare il cliché di una musicalità del paese iberico spesso ricondotta unicamente al canto urbano lisboeta o di Coimbra. 
Con quella estemporaneità che è tipica di una manifestazione informale come quella del festival laziale, ecco unirsi a loro Eleonora Bordonaro, potente e versatile vocalist di Paternò. Il trittico di concerti è stato degnamente concluso, in una chiesa gremita, dal concerto degli Unavantaluna, in versione quartetto, alle prese con la presentazione di “Isola Ranni” (il nostro disco del mese di gennaio), ospite un magistrale Nando Citarella. La band siciliana, pur priva delle genialità percussive di Arnaldo Vacca, ha dato prova di compattezza sonora degna del migliore folk revival europeo, nonostante i problemi causati da qualche sbavatura fonica dell’impianto. Il Bordone Finale è il consueto concerto del vespro, del commiato: è la sintesi del festival, che diventa passerella degli zampognari presenti: dai Monti Aurunci alle Mainarde, dagli Ausoni alla Lucania. 
All’interno dell’esibizione si è svolta anche la premiazione di Antonio Infantino che non ha rinunciato ad un canto propiziatorio. Si è finito in crescendo con il toccante omaggio che Citarella ha dedicato allo stesso Infantino e il ritorno sul palco del quartetto portoghese e della Bordonaro, quest’ultima già esibitasi in un duetto impromptu al fianco di Luca Recupero. C’è stato l’entusiasmo del pubblico che ha sfidato le nefaste (ma rivelatesi fallaci) previsioni meteorologiche: si parla di oltre 2000 presenze, cè stata la qualità degli artisti che non manca mai, c'è stato il parossismo sonoro delle tante session che hanno animato la kermese. "la Zampogna", piccolo grande festival, prosegue senza ostentazioni e nel rigore di chi ha a cuore il valore della cultura popolare, Ci vediamo a Maranola l'anno prossimo, folks!



Ciro De Rosa