BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

BF-CHOICE: Francesco Benozzo, Fabio Bonvicini, Fratelli Mancuso – Un requiem laico

Canto e musiche seguono la via dell’accostamento di esperienze diverse: quattro strumentisti e cantori, il mondo appenninico e quello del canto mediterraneo dell’isola di Sicilia testimoniano con questo concerto-disco un incontra lungo trame della memoria in un luogo simbolo dell’Italia...

BF-CHOICE 2016: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Fratelli della Costa

Il compositore e trickster napoletano, abile nel mettere in moto imprevedibili cambiamenti nelle sue storie musicali, Daniele Sepe è diventato Capitan Capitone, bucaniere che si aggira al largo di Procida, sfoderando il suo sax insieme ad una ciurma di alcuni tra i giovani migliori della scena napoletana...

martedì 29 ottobre 2013

Numero 124 del 30 Ottobre 2013

Chiudiamo il mese di ottobre parlando di danza: presentiamo in anteprima con una doppia intervista, a Mauro Bigonzetti e a Cristina Vetrone, lo spettacolo “Cantata”, che andrà in scena il 7 e l’8 novembre al Teatro San Carlo di Napoli. Dal Massimo partenopeo al palco dell’Auditorium Parco della Musica, per leggere il commento di Michele Mancaniello sul concerto di Mulatu Astakte, padre dell’Ethio-jazz, che si è esibito a Roma pochi giorni fa (24 ottobre). Ampio spazio dedicato alle recensioni con il dotto intervento di Giovanni De Zorzi, che ci porta nel Kashmir, regione cerniera tra Asia centrale e India, la cui musica d’arte, detta Sūfyānā Kalām, risente di varie influenze. Ustad Ghūlam Mohammad Sāznavāz è il protagonista dell’album realizzato dagli Archives Internationales de Musique Populaire (AIMP) di Ginevra e dall’etichetta VDE-Gallo. Un disco sublime, che per classe gareggia con il Consigliato Blogfoolk di questa settimana, che abbiamo attribuito al live fiammingo di Stefano Bollani e Hamilton De Holanda (“O que será”). Tornando in Italia, ci occupiamo della raccolta dedicata a Sergio Bruni  (“‘O Mast ‘e Napule”) e di “Un Home Del Paìs” di Claudia Crabuzza e Claudio Gabriel Sanna, sul repertorio del cantautore algherese Pino Piras. A completare il numero 124 di Blogfoolk, il DVD “E-Ventone” degli storici Bevano Est, la rubrica Storie di Cantautore dedicata a “Maledetto Colui Che E’ Solo” di Mauro Ermanno Giovanardi e Sinfonico Honolulu, e l’immancabile Taglio Basso di Rigo, tutto da scoprire. Intanto, diciamo che la nostra pagina Facebook si arricchisce di contenuti: video, presentazioni di festival, convegni, anteprime musicali, playlists, commenti. Il consenso non manca, visto che in poco tempo abbiamo raggiunto i 500 “mi piace”. Dunque, visitatela e date il contributo che ritenete utile alla circolazione di idee ed informazioni. Se poi ve la sentite di darci un riscontro positivo, clickate su “mi piace” Blogfoolk. Come sapete, il nostro magazine non si esaurisce in una newsletter, visitateil sito  www.blogfoolk.com per continui aggiornamenti su festival, concerti, news, stage, seminari, concorsi, convegni e call for papers accademici, riguardanti etnomusicologia, antropologia culturale, studi di popular music, e tanto altro.   

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


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                                    L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Cantata: La Danza Incontra Il Potere Delle Voci

Il 7 e l’8 novembre 2013, sul palco del Teatro San Carlo di Napoli, a chiusura della IV edizione di Autunno Danza, andrà in scena “Cantata”, una coreografia di Mauro Bigonzetti, su musiche originali e tradizionali delle Assurd feat. Enza Pagliara, presentata per la prima volta con musiche dal vivo al Ballet Gulbenkian nel 2001 e più volte presentato sia in Italia che all’estero. Tra i più interessanti coreografi italiani del momento, Mauro Bigonzetti ha dato vita ad uno spettacolo di grande suggestione, che mescolando la sua gestualità passionale e viscerale rievoca la bellezza mediterranea e selvaggia del Sud Italia, ed in parallelo racconta anche il rapporto uomo-donna: dalla seduzione alla passione, fino alla gelosia. Il balletto, rendendo omaggio alla cultura e alla tradizione musicale italiana si regge su un tessuto sonoro senza tempo, in cui i suoni e i ritmi della tradizione diventano la base di partenza delle composizioni di Cristina Vetrone. Lo spettacolo si basa su una struttura di quindici brani che spaziano dalla struggente ninna nanna “Nunna Nunna” alla splendida “Cantata ‘Mpruvvista” ispirata da una poesia di Raffaele Viviani, passando per brani tradizionali come la “Pizzica Salentina”, “Fimmene Fimmene” e “Gargano”. Ogni brano si caratterizza per arrangiamenti essenziali ma allo stesso tempo eleganti, nonché per una particolare attenzione alle timbriche e agli intrecci vocali delle quattro voci, che ora all’unisono, ora dialogando, riportano alla mente gli antichi canti “alla stisa”. Cantata è, dunque, l’occasione non solo per assistere ad uno spettacolo coreutico di grande originalità, sotto il profilo delle coreografie e dell’allestimento, ma anche per riscoprire una parte importante del repertorio vocale femminile della tradizione musicale del Meridione D’Italia. Per approfondire la genesi di questo spettacolo e per offrirne ai nostri lettori una piccola anticipazione, abbiamo realizzato una doppia intervista con il coreografo Mauro Bigonzetti, e Cristina Vetrone delle Assurd. 

Le Suggestioni Della Danza, Intervista a Mauro Bigonzetti 

Come nasce l’idea di “Cantata”... 
L’idea di “Cantata” nasce tredici anni fa sia da alcune fortunate coincidenze sia da un discorso più mirato. L’idea era quella di approfondire alcune tematiche della musica tradizionale italiana, che ha grande suggestione ed emotività. E’ un tipo di musica che richiede molta ricerca, e non può essere limitata al solo ambito perfomativo, perché è ricca di storia, di contenuti antropologici. Siccome nella danza, una quindicina di anni fa c’era un po’ questa moda di andare a recuperare i suoni dal mondo, e parlo di flamenco, tango, e altri generi musicali, cose bellissime dal punto di vista musicale, ma anche da quello ballettistico e di danza, ho pensato che anche la nostra tradizione non fosse inferiore a quella di altri paesi. Così un po’ per rivendicare questa radice italiana, che veniva poco valorizzata a differenza di quella di altre culture, venne fuori questa idea, per dare un significato forte a quella che era la nostra storia musicale. Ebbi la fortuna di fare una chiacchierata con degli amici su queste tematiche, e loro mi consigliarono di ascoltare un gruppo, che si poteva adattare perfettamente a quelle che erano le mie esigenze. Tramite Roberto Monari, che era uno dei collaboratori tecnici delle Assurd, le ascoltai e nacque subito un grande innamoramento artistico. 

Dopo l’ascolto, è nata l’idea di creare le coreografie del balletto. Come hai lavorato in questo senso? Quanto ti hanno influenzato le forme coreutiche popolari… 
Ho frequentato molto le ragazze, sono stato un po’ di tempo con loro nel sud Italia per partecipare e vedere le varie serate, le varie feste di paese, tutte cose che in parte già conoscevo, ma loro mi hanno allargato gli orizzonti, facendomi toccare con mano la tradizione. Sulla base di questa esperienza, ci sono stati poi tutti i filtri stilistici e delle rivisitazioni dal punto di vista proprio del movimento e della grafica del movimento, ma è rimasta molto forte l’energia e la carica emotiva, questa trance del corpo e della voce, che caratterizza le danze del sud Italia. Tramite processi di riflessioni e confronti, è nata questa “Cantata” che è sicuramente tra le cose più tradizionali che ho fatto, ma allo stesso tempo riesce ad essere anche uno degli spettacoli più moderni del mio percorso. 

Quali sono le difficoltà che hai incontrato per la realizzazione di questo balletto? 
Le difficoltà all’inizio sono state soprattutto di approccio, perché si tratta di musiche, che nascono da certe esigenze siano esse religiose, pagane, o di lavoro nei campi, ed all’inizio sembrava davvero che non ci fosse modo per coreografarle, perché erano pregne di simboli, significati ed energie, che rendevano tutto il lavoro estremamente difficile. Era complesso riuscire ad individuare coreograficamente alcune cose, che sulla carta o in maniera poco riflessiva risultassero impossibili da realizzare, perché in questa musica c’è già danza, corpo, energia, fisicità. Creare una struttura coreografica potrebbe sembrare un sovraccarico, però lavorandoci un po’ e ragionando con le ragazze, che hanno partecipato alla realizzazione emotivamente, ma soprattutto avendo a disposizione una compagnia meravigliosa dal livello artistico altissimo come quella del Ballet Gulbenkian, per il quale lo spettacolo è stato creato, pian piano è cominciata a fiorire questa coreografia. Dopo quelle difficoltà iniziali, il lavoro è stato molto semplice e naturale. 

Dopo il successo della prima, avete portato lo spettacolo in tournée in tutto il mondo… 
In tredici anni abbiamo davvero girato il mondo, e siamo stati nei teatri più importanti dal Londra al Bolshoi, passando per il Canada, la Cina, e il Sud America. E’ uno spettacolo riuscito, anzi di più, perché lo abbiamo esportato in tutto il pianeta. 

Qual è stata invece la risposta che ha avuto in Italia… 
In Italia ha avuto una risposta ottima, perché ha fatto oltre duecento recite, ha girato tutta la penisola, e devo dire che è uno spettacolo, che viene recepito dal pubblico sempre allo stesso modo. Essendo abituati a girare il mondo anche con altri spettacoli, ognuno di essi ha una risposta differente a seconda delle abitudini, delle culture, invece “Cantata” ha messo d’accordo un po’ tutto il pubblico mondiale. Nel senso che la reazione del pubblico è sempre molto forte, molto coinvolgente, anche se in Cina o magari in Messico, ad esempio, non conoscono le nostre tradizioni. Questo la dice lunga sul lavoro… 

Il tuo lavoro ha spostato il confine un po’ più avanti nella ricerca sulla danza moderna… 
Questo non tocca a me dirlo… però la curiosità e la voglia di fare sempre cose diverse e scoprire possibilità nuove sono una cosa vitale per un artista, in questo senso io ho superato molti punti fermi che avevo raggiunto. E’ necessario sempre mettersi in discussione, e io lo faccio con questo tipo di approccio, che aiuta a non fossilizzarsi su certe cose e a scoprirne sempre di nuove. 

“Cantata” è un work in progress sin dalla sua prima recita, quali sono le novità che si sono susseguite negli anni… 
“Cantata” è un lavoro che è molto aperto in questo senso, sia dal punto di vista del numero di danzatori, sia da quello della scaletta dello spettacolo, che può mutare in molti modi in ragione delle esigenze, ma la sua radice non cambia mai. Diciamo che all’interno della struttura c’è la possibilità di creare composizioni differenti del lavoro, scambiando le parti, o cambiando musiche all’interno dello stesso pezzo. E’ un lavoro sempre pronto a rinnovarsi… 

Quanto è importante il rinnovarsi continuo nella danza… 
Nella recita che faremo al San Carlo a Napoli, porteremo in scena una versione dalla struttura e dalla scaletta rinnovata, costruita ad hoc tanto per rendere onore alla cornice storica in cui ci esibiamo, e nella quale io non avevo mai lavorato, quanto anche per la presenza di una compagnia di ballo stabile. Si tratterà, insomma, di un evento unico, da non perdere. 



Il Potere Delle Voci, Intervista a Cristina Vetrone 

Ci puoi raccontare del vostro incontro con Mauro Bigonzetti? 
L’incontro con Mauro Bigonzetti risale ad undici anni fa. E’ avvenuto tutto in modo molto casuale, perché noi stavamo lavorando ad un disco con Roberto Monari, che era anche il tecnico di Aterballetto, e Mauro in quel periodo stava curando una coreografia per il Balletto Gulbekian in Portogallo, a Lisbona. A lui servivano delle musiche napoletane, perché la richiesta della direttrice del balletto era proprio quella. Così Roberto gli fece ascoltare le registrazioni del disco che stavamo incidendo in quel periodo, e fu amore a prima vista. 

Come nascono i brani di “Cantata”? 
Per onestà devo dire che la maggior parte dei brani firmati da me sono variazioni sui brani tradizionali, ne sono autrice perché ci sono variazioni nell’arrangiamento e nella parte musicale. Ad esempio “Parise E’ Barbettone” è una Montemaranese riletta attraverso la mia preparazione musicale, e certamente si è arricchita di elementi che non sono presenti nella versione tradizionale, questo accade anche con la “Nonna Nonna” che è ripresa da una ninna nanna della tradizione napoletana. Altre composizioni sono in stile, e nascono da moduli e strutture popolari, è il caso di “Cantata ‘Mpruvvisata” che nasce su una struttura tipica della tammurriata della musica napoletana dove c’è la quarta aumentata nella scala maggiore, dove la quarta nota della scala aumentata. Qualche altro brano invece nasce proprio dal mio background musicale. 

Come avete scelto i vari brani di “Cantata”… 
Non c’è stato un percorso di ricerca particolare nella scelta dei brani, ma c’è stata più che altro la collaborazione di Mauro, che ha realizzato la sua coreografia su alcuni brani e poi insieme abbiamo strutturato la lunghezza e le modalità di esecuzione. I brani da cui è nata l’ispirazione per Mauro sono stati insomma la base di partenza per tutto il lavoro, poi abbiamo lavorato insieme per completare il tutto. 

Al nucleo originario della Assurd si è aggiunta poi Enza Pagliara, che ha allargato lo sguardo del gruppo verso il Salento… 
Enza è salentina, ed ha una conoscenza profonda ed appassionata della tradizione della sua terra. Lei ci ha aperto la strada della pizzica, che ormai è famosissima, ma anche di canti di lavoro come “Ferma Zitella”. Poi siamo state anche noi giù nel Salento e ci siamo appassionate tutte a questa tradizione. Lei invece si è appassionata alla tradizione napoletana, che le abbiamo fatto conoscere in modo più approndito. La cosa che mi ha colpito del vostro approccio, è la cura per la vocalità. Come avete lavorato in questo senso.. Io trio Assurd si caratterizza per la mia voce che è molto bassa, così come quella di Enza Prestia, mentre Lorella riesce a spaziare dai toni alti a quelli bassi, pur brillando maggiormente in questi ultimi. Enza Pagliara ha il timbro tipico delle cantrici salentine, che va molto in alto, e chiaramente nelle armonizzazioni abbiamo lavorato su queste tipicità. Fondamentalmente le Assurd sono un gruppo vocale, e anche il modo di suonare l’organetto rispecchia tutto ciò mettendo in rilievo la voce. Quello che mi interessa per gli arrangiamenti delle musiche è che gli strumenti devono essere un supporto per le voci, e infatti io non mi sento una virtuosa dell’organetto, ma piuttosto preferisco valorizzare le voci. Personalmente mi sento molto più cantante, che organettista. Devo dirti che le Assurd, e la stessa Enza sono capacissime di armonizzare semplicemente cantando insieme, e già in quel momento si capiscono i ruoli e le possibilità di ognuna, ovvero dove può brillare l’una o l’altra secondo le capacità. 

Qual è stata la difficoltà di suonare del vivo con il balletto? 
Sono undici anni che lavoriamo a questo spettacolo e sempre con compagnie diverse in tutto il mondo, ma non abbiamo mai avuto grandi difficoltà, perché ci siamo sempre trovate benissimo, nel muoverci nello spazio teatrale con i ballerini. Come concertiste noi occupiamo una posizione specifica con i microfoni, e quella resta, ma nella coreografia abbiamo delle posizioni diverse, giriamo intorno ai ballerini, insomma siamo parte dell’azione scenica. Mauro poi ci ha aiutato a farci capire come muoverci e quali erano i nostri spazi, dandoci delle indicazioni specifiche. E’ comunque sempre molto bello e piacevole lavorare con le compagnie di ballo, che sono sempre entusiaste di lavorare a questo spettacolo, tanto che spesso anche loro vengono coinvolti nel canto. E’ insomma sempre una bellissima esperienza, che ci permette di conoscere persone nuove. 

Quali sono i progetti futuri delle Assurd? 
Le Assurd sono tornate ad essere un trio, anche se Enza Pagliara è rimasta come featuring. A Marsiglia abbiamo incontrato un ragazzo che suona la beat box e con lui vorremmo provare a rifare la “Tammuriata Nera”, con un nostro arrangiamento. Poi ci sono anche moltissimi canti di nuova composizione, perché in questo periodo ci siamo lanciate tutte nella composizione, per preparare un nuovo lavoro con Mauro Bigonzetti, in cui ci deve essere musica inedita. Per lo più sono canti sull’emigrazione, perché io sono nata in una famiglia emigrata in America e che è ritornata in Italia dopo trent’anni, mentre Enza Prestia, è figlia di genitori italiani ma è nata a Buenos Aires. Si tratti di canti che raccontano dell’emigrazione sia nella dimensione intima, sia in una visione più universale. 


Salvatore Esposito

Mulatu Astatke, Auditorium Parco Della Musica, Roma, 24 Ottobre 2013

Pensando all'Africa, forse è un luogo comune, non si può non immaginare la giungla, dai mille suoni, rumori e colori. Una giungla che è da una parte radici, casa, protezione ma anche insidie, sorprese e schiavitù. Una giungla che "Dr. Astatke", per l'occasione vestito di bianco, ha tradotto per il nostro immaginario in forma di architetture sonore. La formidabile Step Ahead Band che lo accompagna, una ensamble di 7 elementi, merita da subito di essere ringraziata: potentissima la sezione ritmica composta da Tom Skinner alla batteria, Richard Olatunde Baker alle percussioni e dal contrabbasso pizzicato da Neil Charles, ai fiati di Byron Wallen alla tromba e il sax di James Arben, quindi Alexander Hawkins pianoforte e tastiere e Danny Keane al violoncello. Mulatu Astatke, al centro del palco, minuto ma grandissimo direttore d'orchestra e al centro tra vibrafono, percussioni e piano elettrico. La giungla "aggredisce" dal primo attacco. L'intro "Tsome digua" è come un treno che parte alimentato dal groove incessante; il contrabbasso, con i suoi ipnotici e scuri pedali, si trascina dietro ritmiche tribali che sembrano divertirsi a giocare con tempi dispari e continue sincopi. 
I fiati, come il piano e il violoncello, si adeguano e sembrano curarsi ben poco di melodie accattivanti e tappeti di accompagnamento: gli strumenti suonano come fossero "battuti", schiaffeggiati da mani poderose quasi fossero pelli di tamburo. C'è la rabbia dell'Africa tutta nel concerto di Mulatu Astatke, c'è l'improvvisazione e la forza della Natura che in alcun modo si può dominare ma soltanto, in uno slancio artistico e spirituale insieme, assecondare. La tromba come il sax gridano, spesso fissi su di una nota soltanto, che cresce di intensità - che contiene rabbia e gioia insieme - e che ti arriva al cuore prima ancora che alle orecchie. Segue "Dewel" nella quale risuonano echi di caotiche metropoli esotiche ed atmosfere acide alla "Bitches Brew" di Davis. "Yakermew Sew", il terzo brano, ipnotico e suadente, sostenuto da un riff di fiati che riporta a terra, donando concretezza e verità alle emozioni che volano alte sulle note del vibrafono di Mulatu. Piccola citazione alla miglior tradizione di latin-jazz con "Hager fiker", passando da Mongo Santamaria alle storiche charanghe, con un tappeto di tamburi che accompagna le melodie orientaleggianti del violoncello e le soavi scale del flauto traverso. 
Una vera e propria esplosione di emozioni, nodi che si sciolgono attraverso i lunghi brani, nei quali ogni strumentista trova il suo momento e spazio assoluto; brani armonicamente molto ricercati ed originali capaci di travalicare ogni genere. Puoi sentirci il funk, il jazz che improvvisamente fa suo il caos ed il disagio emozionale e cerebrale del "free", un dolce e lento bolero ma anche echi ritmici piu' moderni che si avvicinano di molto all'hip-hop. Quindi "Derashe", "Gamo", dal nuovo album (in una versione pressoché strumentale), "Motherland", bellissima e struggente ballata che fa sognare. "Netsanett", "Azmari" (sempre del nuovo disco), incalzante come raccontasse la fuga e il disagio di un esule, "Yagelle Tizetta", una hit per Mulatu - nella colonna sonora del bellissimo "Broken Flower" di Jim Jarmush - e come primo bis "Yekatit", scandita da una ritmica funk e da suoni marcatamente "afrobeat". Un tostissimo solo di contrabbasso e batteria ci ricorda che la maestria di questi giovani musicisti ha radici lontane e "libere" e sul "free" la band tutta si riallaccia per il secondo fulminante bis che chiude poi lo show. 
Mulatu, presenza gentile e generosa, per tutto lo show è guida spirituale; non si scompone mai, resta calmo come calme e delicate restano le sue incursioni con il vibrafono. Le sue note vibrano con garbo, riportando calma, pace e bellezza nell'animo. Sembrano sussurrate, leggere, composte da armonie delicate che riproducono tutti i colori dell'arcobaleno. Momenti di quiete e bellezza che, senza troppa fatica o ricerca, arrivano. Quando meno te li aspetti. Nulla è ridondante, nulla è superfluo. Non c'è spazio per il virtuosismo. La musica di Mulatu è ricca, ricchissima. Una ricchezza che trova le sue fondamenta nella condivisione, nello scambio. Poche note, ma quelle giuste. Quelle vere. Che trovano forza nella Terra, a cui sono saldamente ancorate e cercano la libertà nel cielo verso il quale, instancabilmente, anelano. 

Michele Mancaniello 
in collaborazione con RootsIsland

Foto di Andrea Boccalini per gentile concessione del Roma Jazz Festival

Ustad Ghūlam Mohammad Sāznavāz - Cachemire. Le Sūfyānā Kalām de Srinagar (Kashmir. Sufyana Kalam from Srinagar) (AIMP/VDE-Gallo, 2013)

Al fortunato ascoltatore, ben arrivato a questo prezioso CD (registrazioni sul campo di Renaud Millet-Lacombe, libretto a cura di Laurent Aubert con la collaborazione di Paul Grant), ultimo frutto di una storica collaborazione fra gli Archives Internationales de Musique Populaire (AIMP) di Genève e l’etichetta VDE-Gallo, converrà forse dare un’occhiata ad una mappa geografica: ben prima delle recenti e sanguinose vicissitudini geo politiche, il Kashmir è da millenni una regione montuosa di snodo tra Asia centrale e India, così che la sua musica classica, colta, d’arte detta Sūfyānā Kalām (“parola sufi”) risente di varie influenze. Secondo l’etnomusicologo Jean During, questa tradizione sarebbe fiorita da musicisti persiani che verso la fine del XVII si sarebbero rifugiati nel vicino Kashmir in fuga dall’ostilità della dinastia Safavide nei confronti della troppo torbida pratica musicale. Qui la tradizione persiana, legata intimamente al sufismo (tasawwuf) e ai suoi testi poetici, si incontrò con il retroterra induista preesistente, con le sue teorie musicali imperniate sul sistema modale (raga); sul sistema ritmico (tal) e sulle associazioni extra-musicali (rasa) collegate a stati d’animo, momenti del giorno, stagioni, pianeti, umori e temperamenti. La musica classica del Kashmir, insomma, è un ponte tra le tradizioni di musica classica dette maqām (maqom, mugham, muqam) d’area islamica iranica e centroasiatica e la tradizione indiana del raga. 
Come indica il suo stesso nome, il repertorio del Sūfyānā Kalām si basa su lunghe suites vocali e strumentali per le quali è fondamentale il testo cantato, che deriva dai maggiori poeti della poesia persiana medioevale (Sa’dī, Hafīz, Rūmī, Jāmī) e kashmira (Gamī, Sarfī, Ghanji Kashmirī) cantati in persiano, urdu e hindi. I temi sono quelli dell’amore spirituale che la critica letteraria definisce di genere “erotico/mistico”. Le occasioni nelle quali si può condividere il Sūfyānā Kalām sono quelle delle riunioni sufi di ascolto (samā ‘) note in tutto il subcontinente indiano come mehfil, oppure mehfil-i samā‘ che si possono tenere presso appartati centri sufi o presso santuari affollati di pellegrini soprattutto in quell’intervallo di tempo che va dalla preghiera della notte (‘isha) a quella dell’alba (fajr). Altrove il genere musicale ascoltato nel mehfil-i samā‘ è detto qawwālī e chi legge certo ricorda il successo internazionale del più famoso qawwāl pakistano, il compianto Nusrat Fateh ‘Alî Khan (1948-1997). Ustad Ghūlam Mohammad Sāznavāz, voce solista e cetra su tavola percossa santūr, esponente (come Nusrat) della confraternita sufi Chistiyya, è uno degli ultimi maestri depositari della tradizione kashmira, e il suo ruolo è stato più volte ribadito da prestigiose onorificenze. Va notato di sfuggita come il suo strumento, il santūr, possa essere considerato l’icona sonora del Kashmir e come esso sia entrato molto recentemente a far parte dell’organico strumentale della musica classica indiana giungendovi proprio dal Kashmir, grazie al grande solista Shiv Kumar Sharma (1938 -). 
Attorniato da un ensemble strumentale (viella ad arco saz-e kashmirī, liuti setār, percussioni dokra meglio note in India come tabla) composto da familiari e confratelli, Ustad Ghūlam Mohammad Sāznavāz dà voce alle poesie sufi in lunghe suites che sapranno rapire l’ascoltatore e portarlo nell’atmosfera rarefatta e toccante di questa nobile tradizione. In particolare, avvicinandosi, il CD si apre con la lunga suite in muqām (“modo”) Tilang (associato alla prima metà del pomeriggio, al segno dell’Acquario e al ronzio dell’ape) su testi di Jāmī, Hafīz e Urfī nei cicli ritmici Yekatāla, Setāla, e Chapandāz. Ad essa seguono due suites in muqām Jinjoti: la prima di esse, incardinata sul ciclo ritmico Dōyeka, è esclusivamente strumentale e lo strumento solista è la viella ad arco saz-e kashmirī (ossia il kamancha persiano al quale sono state aggiunte diverse corde di risonanza, secondo l’estetica indiana); la seconda, in ciclo ritmico Yekatāla, è una suite vocale e strumentale e i versi cantati, in persiano e kashmiro, sono di Mahmud Gamī. La quarta suite, in muqām Dōgāh (associato al segno del Sagittario e al canto del cuculo e da eseguirsi al mattino) è imperniata sul ciclo ritmico Setāla e sui versi di Mahmud Gamī . La quinta suite, delicata e luminosa, è unicamente strumentale, incentrata sul liuto a manico lungo setār, composta in Muqām Kōchak e incardinata sul ciclo ritmico Dōyeka. Conclude il CD una suite vocale e strumentale sui versi in persiano di Mowlana Jalal-ud Dīn Rūmī (1207-1273), eponimo della confraternita mevlevīye (meglio noti in occidente come “dervisci rotanti”) in Muqām-e Sabā, da eseguirsi tra l’alba e la prima metà del mattino. Buon viaggio e buon rapimento! 

Giovanni De Zorzi

Sergio Bruni – ‘O Masto ‘e Napule” (CNI Music, 2013)

Sono passati dieci anni dalla scomparsa di Sergio Bruni, voce tra le più intense e belle della canzone napoletana, e per celebrarne la memoria lo scorso 21 ottobre il Teatro San Carlo di Napoli ha ospitato un opera musicale intitolata "Memento/Momento per Sergio Bruni”, curata da Roberto De Simone e portata in scena da Nino D’Angelo, con gli arrangiamenti di Mimmo Napolitano, Antonello Paliotti, Giuliana Soscia, Pino Jodice, ed Enzo Campagnoli, che hanno rivisitato attraverso contaminazioni sonore i brani più importanti del suo repertorio, in uno spazio scenico unico curato da Mimmo Palladino e David Iodice. Parallelamente è arrivato nei negozi anche il libro "Mio Padre Sergio Bruni” scritto dalla figlia Bruna Chianese, ed edito da Compagnia Nuove Indye in collaborazione con la Fondazione Sergio Bruni, e nel quale viene ricostruita la vita artistica e non del grande cantante napoletano. Si tratta di un libro intenso e partecipato, che lontano da ogni enfasi o retorica ci racconta la storia intima e vera di un uomo, un padre, un marito, ed un musicista, visto attraverso gli occhi di una persona che ha vissuto al suo fianco ogni momento, brutto o bello che fosse, condividendone la vita quotidiana, e i successi, e confrontandosi con la sua forte personalità, dolce ma allo stesso tempo rigorosa e tenace. Si scopre la lunga e faticosa carriera, il suo riscatto umano e sociale dopo l’infanzia poverissima, l’impegno nello studio e nel canto, ma soprattutto la sua forza nel voler diffondere la cultura e le tradizioni della sua terra. Ad impreziosire il tutto, oltre ad un ricco apparato fotografico, ci sono le testimonianza ed i ricordi di amici e colleghi, che hanno lavorato al suo fianco durante la sua lunga carriera. Alle parole del libro si accompagna poi il disco “ ’O Masto ‘e Napule”, che attraverso quattordici brani ripercorre la sua lunga parabola artistica, e mai titolo fu più efficace di quello scelto, evidenziando in modo molto chiaro come negl’anni Sergio Bruni, sia diventato con il suo talento un vero e proprio simbolo della canzone napoletana. Nelle sue canzoni ritroviamo una Napoli che si apre ai nostri occhi come un palcoscenico, proprio come quello cantato nella canzone omonima contenuto nel disco, una Napoli che rimanda alle Commedie di Eduardo De Filippo, una città dolce, ma anche cruda ed amara come poche. Lo stesso Eduardo De Filippo in una dedica al suo amico fraterno Sergio Bruni, scrisse: “'A ggente sà che dice?/Ca tu sì 'a Voce 'e Napule/e sà che dice pure?/Ca Napule songh'io!/E si tu si 'a voce 'e Napule/e Napule songh'io,/chesta che vene a dicere? Ca tu si 'a vocia mia...”, quasi a voler ricalcare quella stretta connessione che c’era tra i suoi testi teatrali e le straordinarie interpretazioni del cantante napoletano. L’ascolto ci regala perle struggenti come l’iniziale “Carmela”, che fu uno dei suoi più grandi successi e sancì la storica collaborazione con il poeta Salvatore Palomba, ma anche perle dimenticate come “Suonno a Marechiaro”, portata al Festival di Napoli, canzoni di grande successo rimaste nella memoria collettiva come “Maruzzella”, “Marechiaro”, “Scalinatella” e quella “A Rumba De’ Scugnizzi” di Raffaele Viviani, che nella sua versione ha trovato la sua cristallizzazione più pura. Completa il disco l’inedita “Ave Maria”, una preghiera commossa, cantata con quella intensità e quel trasporto di cui solo Sergio Bruni era capace, e che ci restituisce integro tutto l’amore che lui aveva per l’arte e la canzone della sua terra. 


Salvatore Esposito

Claudia Crabuzza i Claudio Gabriel Sanna – Un Home Del Paìs, Cançon i Records De Pino Piras (Autoprodotto, www.tronosdigital.it, 2012)

Claudia Crabuzza, già voce e leader dei Chichimeca, e Claudio Gabriel Sanna, fondatore dei Càlic, sono due cantanti ed interpreti algheresi con alle spalle un intenso percorso musicale che li ha condotti negli anni non solo a lavorare con i rispettivi gruppi, ma anche a seguire personali progetti artistici. In particolare il loro sodalizio nasce dall’intento di valorizzare e recuperare l’opera musicale e letteraria del cantautore e commediografo algherese Pino Piras (1941-1989), partendo dallo studio di materiali sonori e manoscritti inediti. Su fronti diversi da molti anni sono impegnati in questa attività, e laddove Sanna si è occupato della realizzazione di un archivio digitale di tutte le opere e della pubblicazioni due libri con i risultati delle sue ricerche, la Crabuzza si è fatta promotrice del “Premio Pino Piras”. Dopo il grande successo riscosso nel 2007 in occasione del concerto di inaugurazione della piazza intitolata al cantautore algherese, il duo ha continuato ad esibirsi dal vivo cantando le sue canzoni, fino a dicargli un intero disco che le raccogliesse. E’ nato così “Un Home Del Paìs, Cançon i Records De Pino Piras”, che mette in fila dodici brani dal repertorio di Piras, arrangiati da Claudio Crabuzza (voce, chitarra e mandola), e da lui stesso interpretati con Claudia Crabuzza, ed incisi presso lo studio AudioAl di Alghero con il supporto di alcuni eccellenti musicisti come Salvatore Maltana (contrabbasso), Gianpaolo Sanna (chitarra), Dario Pinna (violino e viola), Paolo Zuddas (percussioni) e Beppe Pelazza (tromba). Il disco nel suo insieme fa emergere a pieno il senso profondo della poetica del cantautore algherese, capace come pochi di interpretare in modo unico lo spirito di questa città, mescolando leggerezza e divertimento, ma anche denuncia sociale e lotta contro le ingiustizie. Piras cantava la gente dei quartieri popolari, a cui lui stesso apparteneva, e lo faceva con l’acume tipico del dialetto catalano di Alghero, ora sferzante, ora commovente, ora dolce, ora amaro. Nelle splendide versioni confezionate da Crabuzza e Sanna, emerge chiaramente come il tesoro delle composizioni di Piras sia ancora tutto da scoprire nella sua profondità, perché nel corpus delle sue canzoni non ci sono solo stornelli pungenti contro le autorità locali come “La Ginqueta” (“Quanta gloria è passata sopra la pietra rotonda/la ginqueta parla di storia, la ginqueta ne è perfino consumata/e quanti versi mi regala quando vado a raccogliere poesia/ l’antica ginqueta ritorna a raccontare versi di gioventù/racconta di baroni, carrozze e cavalli/ passi di piede scalzo”), ma anche canzoni d’amore struggenti, malinconiche e dense di nostalgia come “La Vida Nostra”, e “Qui Trista Que Es La Tarda”. Non mancano spaccati caratterizzati da cruda ironia come nel caso di “Una Espècie de Companyó” o momenti più apertamente satirici e dissacranti (“La Falsa Iglésia” e “Lo Pare Espiritual”), tuttavia il vertice del disco arriva con quel capolavoro che è “Passa Jesus Crist”, uno dei momenti più alti della tradizione musicale algherese. “Un Home Del Paìs, Cançon i Records De Pino Piras” è insomma un disco prezioso che contribuisce a valorizzare e a far conoscere le canzoni e le opera di Pino Piras, un patrimonio riconosciuto della cultura popolare delle minoranze linguistiche sarde. 


Salvatore Esposito

Stefano Bollani/Hamilton De Holanda – O Que Será (ECM/Ducale, 2013)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

C’era più di un motivo per attendersi una disco notevole da Bollani e De Holanda, al di là del virtuosismo condiviso. Il prolifico pianista frequenta da tempo, con curiosità, passione e coinvolgimento i repertori brasiliani, il mandolinista brasiliano possiede una vasta visione musicale che spazia tra jazz, choro, samba e tango nuevo, mette in campo un notevole tecnica, che non si risolve in detrimento della sua forza espressiva. Il suo bandolim dotato di dieci corde (che si traduce in maggiore estensione, e portata timbrica ed armonica) assume un ruolo complementare al piano, per un inedito duetto strumentale. Aggiungiamo che i due hanno collaudato i rispettivi eclettismi in tanti concerti, cosicché questa loro performance al festival Jazz Middelheim di Anversa nel 2012, registrata dalla radio belga ed immortalata (non tutto il concerto, purtroppo) quasi un po’ per caso in un live, come ha raccontato Bollani a Musica Jazz (Ottobre 2003), offre un programma di celebri autori brasiliani e due composizioni proprie. 
È musica diretta, proposta da due colti e geniali artisti, con sequenze che assommano pathos e incisività, partecipazione ed ironia, perfino un pochino sorprendenti, per la consolidata linea editoriale in stile Ecm. Apre l’album "Beatriz”, firmata Edu Lobo/ Chico Buarque: portamento melodico raccolto che sprigiona calore soffuso. La bollaniana "Il Barbone di Siviglia" si snoda tra potenti configurazioni ritmiche e fantasiose e fitte trame melodiche con assoli folgoranti, unisoni ed interplay dispiegati con sapiente leggerezza. “Caprichos de España” è titolo programmatico nei rimandi andalusi, con in primo piano la fluidità strumentale di Hamilton, che ne è l’autore. Ad aggiungere un tocco di imprevedibilità arriva “Guarda che luna”, in versione strumentale, dove nel finale un beffardo Bollani fa il verso a Paolo Conte (l’astigiano aveva suonato nello stesso festival della città fiamminga). 
Lo scintillante dialogo empatico della coppia continua in equilibrio tra raffinatezze, gioiosità, galoppate ed entusiasmo del pubblico: il tango piazzollano “Oblivión” sta accanto a “Luiza” (Antonio C. Jobim), “O Que Será” (Chico Buarque) a “Rosa” (Pixinguinha); svetta la rivisitazione di “Canto De Ossanha” (Baden Powell/ Vinicius De Moraes) con gli strumenti usati come percussioni, il respiro carnevalesco del brano, l’inarrestabile procedere tra cambi di ritmo, giochi di incastri, armonizzazioni avvincenti. Il finale è spettacolare, “Apanhei-te Cavaquinho” (Ernesto Nazareth) è un compendio musicale di grande maestria, tra classicismo, ragtime, stilemi latini. Peccato che “O que será” duri solo 54 minuti. 


Ciro De Rosa

Bevano Est – E-ventone (Autoprodotto/www.bevanoest.com, 2013)

Il progetto musicale Bevano Est nasce nel 1991dall’incontro tra Stefano Delvecchio (organetto diatonico, voce), Davide Castiglia (violino), Giampiero Cignani (clarinetti), Giulio Cantore (chitarra), Stefano Fabbri (percussioni), cinque strumentisti romagnoli che si ritrovano presso la Scuola di Musica Popolare di Forlimpopoli per seguire un laboratorio di musica d’insieme condotto da Riccardo Testi. Da quelle lezioni, e dal desiderio di suonare insieme esplorando e reinventando la musica tradizionale della loro terra attraverso le commistioni con il jazz e le sonorità mediterranee, nasce l’idea di formare un gruppo, e dopo i primi passi mossi nell’alveo della scuola forlimpopolese, il progetto comincia ad avere una forma più definita. In breve tempo danno alle stampe il loro primo disco “Gradisca” del 1995, a cui seguono cinque dischi, tra cui vanno menzionati gli apprezzati “Fuoco Centrale” nel 1995, “Corone” e “Ludla” nel 1998, nonché una lunga lista di prestigiose collaborazioni con artisti del calibro di Giuseppe Bertolucci, Ermanno Olmi, Vinicio Capossela, Fabrizio De André, e John Di Leo. Per celebrare i vent’anni di attività del gruppo i Bevano Est hanno dato alle stampe lo splendido dvd “E-Ventone”, che raccoglie le immagini dei due concerti del 26 e del 27 agosto 2011 tenuti nel corso dell’annuale Festival di Musica Popolare di Forlimpopoli. Un evento unico, o meglio un eventone per far eco al titolo, che ha visto il gruppo romagnolo affiancato sul palco dall'Orchestra B. Maderna di Forlì e da un folto gruppo di ospiti, dei quali molti già componenti del gruppo: Vanni Bendi (Chitarre), Egidio Collini (Chitarra), Mirco Greggi (Flauto Traverso), Francois Gobbi (Basso Elettrico), Roberto Bartoli (Contrabbasso), Diego Sapignoli (Batteria), Marco Tadolini (Zampogna a chiave e Gaita), Matteo Rimini (Gaita). In oltre un ora e mezza di grande musica si ripercorre in lungo ed in largo la storia del gruppo, e non come fosse una semplice antologia dal vivo, ma piuttosto apprezzando alcune perle del loro repertorio in una veste orchestrale completamente nuova. Attraverso i quindici brani in scaletta si ha modo di scoprire tutta la carica immaginifica della musica del gruppo romagnolo, in grado di spaziare dalla musica tradizionale da ballo a spaccati di puro lirismo cinematografico. E’ il caso ad esempio delle due suite “Atto 1” e “Atto 2” ma anche di gioiellini come “Tara” con l’organetto di Stefano Delvecchio a guidare la linea melodica, o “Vlad” che splende nell’esecuzione della sola orchestra, o ancora della struggente “Valse Rouge”. Tra spaccati briosi, momenti riflessivi e poetici, ed inviti al ballo la musica dei Bevano Est si esalta nella dimensione orchestrale, che fa emergere tanto le influenze della tradizione popolare quanto elementi di jazz e world musica. “E-Ventone” è insomma un documento prezioso, dal grande valore non solo celebrativo, ma artistico, rappresentando un punto d’arrivo e allo stesso tempo di ripartenza del percorso ventennale dei Bevano Est. 


Salvatore Esposito

Mauro Ermanno Giovanardi & Sinfonico Honolulu – Maledetto Colui Che E’ Solo (Sam/Audioglobe/Musiche Metropolitane, 2013)

Conclusasi l’esperienza con i La Crus, Mauro Ermanno Giovanardi ha intrapreso un proprio percorso come solista, una scelta importante dettata non dal desiderio di un maggior successo personale, ma piuttosto dalla voglia di perseguire un percorso di ricerca attraverso la canzone d’autore italiana. Se “Ho Sognato Troppo L’Altra Notte?” ce lo aveva consegnato alle prese con un pugno di belle versioni di classici come “Se Perdo Anche Te/Solitary Man”, e “Bang Bang”, e qualche brano inedito come quel gioiellino che è “Io Confesso”, a due anni di distanza lo troviamo alle prese con un progetto del tutto nuovo, che lo vede affiancato dai livornesi Sinfonico Honolulu, unica orchestra di ukulele in Italia, incontrati in modo casuale e con i quali è stato amore a prima vista. In questo senso è importante segnalare quanto scrive lo stesso Mauro Ermanno Giovanardi nella presentazione del disco: “L'amore a prima vista è un sentimento di passione romantica che si sviluppa fra perfetti estranei al loro primo incontro. L'espressione può essere usata con diverse sfumature di significato: attrazione, infatuazione, innamoramento. Questo è quello che mi è successo quando ho incontrato il suggestivo universo musicale del Sinfonico Honolulu. Livornesi sanguigni, ottimi musicisti e curiosi sperimentatori. Questo colpo di fulmine è stato così coinvolgente da convincermi a posticipare la pubblicazione del prossimo disco di inediti, ormai quasi pronto, per condividere questo viaggio umano e musicale nei territori imprevedibili ed intriganti della commistione dei linguaggi”. Nonostante, infatti, l’ex leader dei La Crus avesse un disco nuovo di zecca già pronto per la stampa, ha deciso di congelarlo, per potersi focalizzare al meglio in questa nuova collaborazione, e nel giro di poco tempo, è nato “Maledetto Colui Che E’ Solo”, disco che raccoglie dodici brani, tra cui tre inediti, tre rielaborazioni e sei reinterpretazioni. Significativo per comprendere lo spirito che ha animato questo disco, è proprio il titolo, nel quale viene messa in luce l’importanza per un artista di confrontarsi, con realtà musicali differenti, pena il restare fossilizzati nelle proprie convinzioni e nei propri schemi mentali, senza la possibilità di aprirsi alla novità. Quella con Sinfonico Honululu non è però la sola collaborazione presente nel disco perché ad impreziosirlo troviamo anche la voce di Nada, che duetta con Mauro Ermanno Giovanardi in “Livorno” di Piero Ciampi, uno dei vertici di tutto il disco, ma anche l’organetto di Riccardo Tesi che arricchisce le linee melodiche di “Storia D’Amore” di Adriano Celentano e “Ho Visto Nina Volare” di Fabrizio De André. Durante l’ascolto i brani si caratterizzano per arrangiamenti molto curati, in cui al fianco dell’orchestra di ukulele, fanno capolino anche altri strumenti come marimba, theremin, mandolini, fiati ed archi, che contribuiscono in modo determinante ad arricchire il sound. Brillano così brani come la superba versione di “Io Confesso”, le divagazioni nel sound country-wester de “Nel Ghetto” di Alberto Radius, ma soprattutto gli inediti “Accarezzami Musica”, la toccante “Solo e Col Sole In Faccia” ed “Anche Se Non Lo Sai”, quest’ultima caratterizzata da un sound old time di grande impatto. “Maledetto Colui Che E’ Solo” è insomma un disco di pregevole fattura, che mette bene in evidenza tutta l’importanza, non solo artistica ma anche concettuale, del percorso di riscoperta delle radici della canzone d’autore compiuto in questi anni da Mauro Ermanno Giovanardi. 


Salvatore Esposito

Anna Calvi – One Breath (Domino, 2013)

Mi piace Anna Calvi. Mi piace perché è una artista vera, e una brava chitarrista. Mi piace la levatura artistica della sua proposta, così come non mi dispiace l'ambizione di un disco che sconfina tra i generi. Certo forse è un po’ troppo prodotto, ed è troppo di testa e poco di pancia, ma il suo stile chitarristico è eccellente, così come il suo cantato lontano dai cliché. Sono convinto che farà un grande terzo disco, quando accetterà la semplicità che è dentro l'essere umano, e che rende l'essere umano. Non mi piace quando a tutti i costi sembra voler stupire il mondo, con mixaggi arditi e poco godibili, spinti ai limiti del piacere, fino a sembrare inefficaci e molto digitalizzati. Non mi piace quell'aria da anni ottanta che la bella Anna sparge a piene mani sul disco, e sulla sua immagine, quel voler girare indietro le lancette del tempo che invece va inesorabilmente avanti. Forse il produttore ha esagerato, ma purtroppo il disco è out of focus, come una torta che troppo carica diventa disgustosa. Succede. Son convinto che il prossimo sarà il disco della rivincita per Anna! “One Breath” è un disco che cresce ascolto, dopo ascolto, ma di questi tempi si fa fatica a concedere una seconda o una terza possibilità e comunque, tra mixaggio e mastering è stato tenuto un equilibrio troppo fracassone, che non aiuta le dinamiche che la brava e bella Anna riesce a creare. Buon lavoro del batterista, con toni scuri e moderni, un poco sottotono la parte chitarristica che nel primo disco aveva fatto intravedere cose splendide. Un disco che manca di qualche canzone liberatoria e libera.


Antonio "Rigo" Righetti

martedì 22 ottobre 2013

Numero 123 del 23 Ottobre 2013

Ecco servito il numero 123 di Blogfoolk. Pecchiamo di presunzione, se vi diciamo che questo nostro menu settimanale è da gourmet? Il fatto è che di musica ce n’è tanta in giro, e pure di ottima qualità, con il mondo a portata di mano. Non prestate ascoltato a chi vi dice il contrario. Cosicché di settimana in settimana, cerchiamo di proporvi punti di riferimento musicali degni di ascolto. Il resto (festival convegni, stage, concerti) li trovate sul nostro sito, alle rispettive pagine: quella è la sede per i comunicati stampa! Questo è il nostro modo di fare informazione e giornalismo musicale: suscitare la curiosità, sollecitare il nsotro lettore-ascoltatore-spettatore a confronatsi, a ricercare, scavare, scoprire. Ci sono personaggi la cui vicenda artistica e culturale va sottolineata, va compresa con attenzione e dedizione, è il caso di Sara Modigliani, voce storica romana del folk revival e non solo, che abbiamo incontrato in occasione del Folk Festival di Civitella Alfedena. Con lei attraversiamo un pezzo di storia musicale italiana. Dunque, Italia protagonista da Nord a Sud. Si continua con un reportage di Orietta Fossati sulla sesta edizione del Festival del Canto Spontaneo, rassegna friulana con puntate venete e un’anteprima romana. La nostra rubrica World Music presenta tre dischi di grande appeal. La palma del Consigliato Blogfoolk l’abbiamo destinata ai due sublimi maestri medio-orientali Kayhan Kalhor & Erdal Erzincan con “Kula Kulluk Yakişir Mi”, ma è fresco di stampa anche il nuovo album del decano dell’Ethio-jazz Mulatu Astatke, dal davisiano titolo “Sketches Of Ethiopia”, di cui ci parla Simona Frasca. Sul versante trad, troviamo il trio scoto-norvegese Vamm: se non le conoscete, vi esortiamo ad ascoltarle. Torniamo poi in Italia, e precisamente in Calabria, per parlare del Collettivo Dedalus, ben piazzato alle recenti Targhe Tenco: il loro “Ammâšcâ” (complice il glottologo J. B Trumper) è un’opera unica, al contempo musicale, poetica e linguistica, che saltando le barriere spazio-temporali ci fa immergere in quello che era lo slang dei calderai di Dipignano (CS). Ancora attraverso la Penisola, per presentare il cantautorato folk de “La Sirena Del Po” di Daniele Ronda & Folkclub. Le Letture ci conducono in un viaggio nelle vicende antiche del Salento, con “L’Autentica Storia Di Otranto...”, scritta da Daniele Palma. Degno finale, non soltanto perché dal Taglio Basso c’è sempre da apprendere, ma perché il protagonista scelto da nostro Rigo è una stella del firmamento folk-rock-blues-world: signori, di scena Ry Cooder, “Live in San Francisco”. Scusate, se è poco!

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


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                                     L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

A Voce Piena. Intervista con Sara Modigliani

Ha scritto Sandro Portelli che “Diego Carpitella diceva che Sara Modigliani è la più perfetta voce della musica popolare italiana – e lui non era tipo da sprecare complimenti “. Monticiana, cresciuta proprio al centro della caput mundi, Sara Modigliani è una voce storica del folk revival, poi della canzone romanesca. È stata la voce femminile nella prima formazione del Canzoniere del Lazio, attivo a cavallo dai primi anni Settanta, in quei fertili e pioneristici tempi di rotture culturali ed estetiche, di ricerca, di sperimentazioni. Dopo un lungo allontanamento dalle scene, negli anni ’90 del secolo scorso Modigliani ha ripreso a cantare, guidando il gruppo La Piazza, nella riproposta di canti e musiche del Lazio, regione così ricca di tradizione orale: canti liturgici e paraliturgici, canti contadini e di lavoro, canto sociale e balli, poesia a braccio in ottava rima e stornelli, strumenti pastorali e corde di orchestrine popolaresche. Centrale anche il suo ruolo di ricercatrice ed interprete del repertorio della canzone urbana romanesca, al fine di recuperarne l’immagine meno conosciuta e rivalutarne gli aspetti più raffinati, a partire da quella personalità enorme che è stato Romolo Balzani, cui ha dedicato “Barcarolo Romano” (2001), inciso con la chitarrista classica Sonia Maurer. Coglie in pieno le anime musicali di Sara “Ma che Razza de Città” (2006), dove canto popolare, canzone tradizionale romana e canzone sociale e d’autore sono tenute insieme da questa interprete unica. Dal nuovo millennio ha dato vita al quintetto Canzoniere di Roma, che ripercorre proprio la storia della canzone tradizionale della città eterna. Da didatta, ha contribuito alla creazione della Scuola Popolare di Musica di Testaccio, è stata una delle fondatrici del Circolo Gianni Bosio, dirige il Coro Multietnico “Romolo Balzani”. 
Ugola calda, profonda e avvolgente, artista dotata di grande tecnica, che espone con naturalezza, senza spavalderie, capace di totale partecipazione al mondo culturale di cui canta. Personalità dalla enorme coscienza civile, amabilissima e disponibile, l’avevo incontrata a casa sua qualche anno fa, insieme all’amico zampognaro Spedino Moffa. Di lei mi avevano colpito non solo l’ospitalità e l’umanità, ma anche la profondità del suo raccontare. Anche se non ne avessi conosciuto la lunga ed esaltante vicenda artistica e culturale, erano bastati pochi aneddoti a farmi capire che è una di quelle persone che staresti ad ascoltare per ore ed ore, che ti insegnano tanto, senza fartelo notare.Ché attraverso le parole si perviene ad una visione ampia di quel mondo popolare che ascoltiamo, studiamo e amiamo (non acriticamente, ben inteso). Mi ero ripromesso di intervistarla, quanto prima. L’occasione è arrivata lo scorso agosto a Civitella Alfedena, spentisi i riflettori del Folk Festival nel quale Sara Modigliani è stata impegnata in un concerto e nella didattica del canto corale. Con la sua testimonianza, abbiamo cercato di focalizzare diverse fasi del folk revival, lo spirito, le scoperte, i ripensamenti, perfino certe contraddizioni in merito ai repertori, al popolare, al lavoro di riproposta. Mi pare ne esca un ritratto schietto, vero, quanto mai appassionato di un personaggio chiave della musica italiana.

Come si è avvicinata al mondo della musica popolare? 
Mi sono avvicinata alla musica popolare o tradizionale come avviene di solito, casualmente, ma non cantavo casualmente, cantavo volutamente, da tanto tempo, per amicizia con mio fratello, che da sempre suona la chitarra. Quando avevo circa 25-26 anni, un giorno venne un mio amico a dirmi: “Ci serve una cantante per un gruppo di musica popolare”. Io cantavo quello che si cantava negli anni ’60: tutto, da Peter Paul & Mary, Dylan, Morandi, Mina, Cantacronache, tutte le canzoni di Fausto Amodei, e le canzoni romane, come Gabriella Ferri: ero innamorata anche del nuovo modo di cantare le canzoni romane. Questo amico, che si chiama Carlo Siliotto, mi disse che serviva una voce femminile per un gruppo di musica popolare. Gli ho chiesto: “Che vuol dire musica popolare?” E lui: “È la musica dei contadini, della campagna. C’è un mio amico che ha fatto un sacco di registrazioni nel Lazio”, – era Sandro Portelli – “ha pensato di mettere su un gruppo per cantare queste cose e riproporle nei posti dove le ha registrate”. Ho detto di sì, così un giorno sono andata a casa di Portelli; c’erano Sandro, Carlo Siliotto, Piero Brega, Francesco Giannattasio e Giovanna (Marini, ndr). Lei promoveva tantissimo l’idea di questo gruppo. Mi fecero ascoltare una registrazione, e a me mi ha preso un colpo! 

Di cosa si trattava, lo ricordi? 
Come, no? Era il “Cantamaggio” della Sabina. Ho sentito questa voce, e come tutti quelli non abituati a questo mondo sonoro, ho pensato: “Mamma mia come cantano male!” Non mi rendevo proprio conto, ma male rispetto a che? Avevo in testa il canone della voce intonata, dell’arrangiamento caruccio. Mi hanno detto: “Dai, prova, prova”. Alla fine ho cantato, ma è venuto fuori uno schifo. Lì, Giovanna ha avuto un click, e mi ha detto: “Ma, perché non canti cinque toni sopra?” E devo dire che in un attimo ho capito, ma istintivamente, qual era il modo del canto popolare, perché per cantare cinque toni – o magari erano quattro, non mi ricordo – come diceva lei, ho dovuto mettere in funzione violentemente il diaframma e mi è uscita una voce che era sconosciuta anche a me. E loro: “Eccola, è questa la voce!” Sono entrata nel Canzoniere del Lazio, che già esisteva, però erano stati fatti vari tentativi con varie formazioni. Da quel momento è cominciato il Canzoniere con la formazione a quattro. 

Il primo disco del Canzoniere si chiamava "Quando nascesti tune”. Proviamo a ricostruire lo spirito di quegli anni? 
Politicamente, era un lavoro serio, nel senso che attraverso il fatto che eravamo comunque più o meno tutti musicisti il nostro intento era di restituire – ci credevamo tantissimo e funzionava – questo repertorio, quindi questa cultura, questo mondo alle persone che lo avevano prodotto, ma non ci credevano, o non credevano che fosse un’arma, come diceva Gianni Bosio. Andavamo in questi stessi paesi dove Sandro aveva registrato, montavamo un palco: quindi eravamo quelli che vengono da Roma e già per questo avevamo ragione, eravamo interessanti. Riconoscevano gli strumenti: suonavamo l’organetto, i tamburi, le chitarre e le voci, che erano la mia e quella di Brega, che c’aveva e c’ha una ancora voce niente male. Appena cominciavamo a cantare, vedevamo che si davano le gomitate, perché riconoscevano i canti e tutto quello che facevamo. Poi a fine concerto i giovani si avvicinavano per capire, erano interessati a quello che facevamo. Era un lavoro di questo genere. Tra di noi c’era uno spirito diverso, eravamo personalità diverse, era differente il modo di stare nel gruppo. Forse per loro tre, che erano studenti, era un lavoro a tempo pieno, io già lavoravo tutta la giornata, quindi era più faticoso ritagliarmi il tempo, era un impegno a latere, un hobby, ma vivendo da sola, le prove si facevano a casa mia, le registrazioni si ascoltavano religiosamente a casa mia. Dopo l’ascolto, si montava il pezzo senza tradire lo spirito, perché per i primi due anni il Canzoniere è stato assolutamente tradizionale, rispettando i modi e lo spirito dei pezzi, Dopo di che sono uscita, perché ho avuto una crisi personale, mi sono licenziata dal lavoro e sono partita per il Canada, dove pensavo di restare. Ma non ce l’ho fatta! Avevo una nostalgia tremenda… tremenda di Roma, dei suoi colori, dei suoi tramonti, degli amici. Nel frattempo avevo in ballo una storia con un cantautore che si chiamava Gianni Nebbiosi, era stato uno dei motivi della mia partenza. Poi quando sono tornata, ci siamo sposati. Gianni era fantastico, scriveva delle canzoni meravigliose, era una persona molto tormentata, scriveva benissimo del tormento, dei disagi: l’immigrato, l’ubriaco, il malato di mente. In uno spettacolo che si chiamava “Fare Musica” con Giovanna Marini, abbiamo messo insieme il Canzoniere con il suo repertorio, Giovanna con il suo repertorio che cantava con Elena Morandi, e Gianni Nebbiosi, che cantava le sue canzoni e aveva un suo gruppo rock. Era una truppa di gente, ma tutti suonavano e cantavano tutto: era all’incirca il 1972, mischiavamo le sue canzoni, ce n’era una bellissima, che cantava Giovanna Marini, si chiamava “E qualcuno poi disse “, che parla di un malato di mente che cerca di stare bene a tutti i costi per uscire dall’ospedale. Ci riesce, Ma di fuori la voglia di uscire si trasforma in voglia di pane..”. Tutti gli chiudono le porte in faccia, cerca lavoro, ma non lo trova e alla fine sbaracca di nuovo e ritorna in ospedale. Tutti partecipavamo a queste canzoni, e quando Giovanna cantava il lamento funebre di ‘Ntunucciu, come ci stavano bene il basso elettrico, le voci e le percussioni! Fu un lavoro abbastanza all’avanguardia, diciamo di contaminazione, ma noi non lo chiamavamo così, parlavamo di elaborazione. 

Il lavoro con Giovanna è proseguito. Quanto è stato importante? 
Con il Canzoniere, lei all’inizio ci introdusse nel suo circuito, ma proprio materialmente. Piano, piano il Canzoniere poi si è fatto strada. Eravamo molto coinvolgenti. C’è stato un episodio in cui Giovanna è stata fondamentale. Era un festival di Re Nudo, tutta una marea di gente sulle rive del Po, un traliccio altissimo e sul traliccio c’era il concerto. Giovanna canta, poi ci siamo noi. Io mi rendo conto che ci sono 3000 persone e mi ha preso un attacco di panico. Giovanna mi ha dato uno spintone, dicendomi: “Vai là e canta!”, costringendomi a cantare. Non ci fossa stata lei… è una persona di grande umanità. Dopo essere ritornata dal Canada, Giovanna mi ha chiamata a partecipare ad un suo spettacolo “Correvano coi carri”, con nove donne in scena. È stato il primo spettacolo in cui lei ha creato questa nuova orchestra con le voci femminili, creando un nuovo gruppo strumentale. Diciamo che da lì è nato poi il quartetto, con la chitarra il gioco di queste voci. L’ultimo concerto con lei l’ho fatto l’8 marzo a Milano, ero incinta con un pancione di otto mesi. E poi basta. 

Anni dopo è arriva l’esperienza con La Piazza, erano gli anni ’90. Che differenze rispetto al passato? 
Una differenza totale, abissale. Erano passati venti anni, non avevo nessuna intenzione di cantare più, era una storia vecchia, passata. L’occasione è stata un amico medico gastroenterologo, che suonava chitarra e mandolino. Mi sono accorta che lui e un suo amico con l’organetto facevano tutto il repertorio del Canzoniere del Lazio e mi hanno chiesto di mettere su un gruppo. Ma io non mi rendevo proprio conto che c’era qualcuno a cui piacevano quelle cose e che le suonava ancora…era come se fossero cose mie, del mio passato. E lui, mi fa: “Ma Sara, ma queste le sa un sacco di gente, voi siete stati lo spirito guida per tante persone”. Timidamente abbiamo messo su un gruppo che si chiamava La Cinciarella. Ci chiamò Gastone Pietrucci (il leder de La Macina, ndr) per fare il Cantamaggio a Morro D’Alba. Lì abbiamo messo su uno spettacolo, e in quella occasione Giovanna Marini era lì con il suo coro. 
Ci ha ascoltati e dopo mi ha preso da parte, dicendomi che era una cosa da dilettanti, mentre io ero arrivata in alto, avrei potuto mettermi con gente più esperta, più brava. Lei mi ha ridato la voglia, mi ha fatto capire che potevo ancora cantare. Io mi sentivo veramente una dilettante, come se la mia storia musicale fosse finita. Non è stato affatto facile, dire: “Continuo da sola, tu no”, eccetera: è sempre doloroso! Poi c’è stato un altro episodio contestuale, Claudio Papi, il mandolinista, aveva un disco, un bellissimo LP. L’ho ascoltato e alle prime note mi son detta: “Questo è quello che voglio fare”. Era un disco di Italia Ranaldi, l’unico disco fatto da lei: “Italia Ranaldi e la Sabina”. Ho sentito la sua voce, il suo repertorio e mi sono sentita l’erede di tutto quello. Non avevo motivo di fare più solo le cose del Canzoniere, ma ho voluto conoscere questa signora… Ho cercato il suo nome nell’elenco telefonico. Era l’unica. Le ho telefonato, e al telefono, ho riconosciuto subito al sua voce. Non aveva nemmeno una copia del suo disco! Ci siamo incontrate, siamo diventate amiche; lei mi ha insegnato il suo repertorio: così è nato il gruppo La Piazza, contestualmente alla scoperta di Italia Rinaldi (il gruppo ha prodotto due CD "Milandè" e "Amore piccolino fatte grande…", ndr). 

Anni dopo, ancora, con l’incisione di “Barcarolo Romano”, con Sonia Maurer, mi sembra che la relazione, oso dire, “disturbata” con la canzone romana popolaresca si sia risolta. Da lì è cominciato un percorso parallelo, che ha portato anche alla riscoperta di un grande autore come Romolo Balzani. 
Quando cantavamo con il Canzoniere c’era una sensazione di sano disprezzo per la canzone romana, che era considerata roba dei burini… Però succedeva che i burini non distinguevano giustamente, intellettualmente, tra il canto di mietitura e “Barcarolo romano”. Alla fine del concerto, mi chiedevano “Barcarolo Romano” . E io lo disprezzavo, dicevo: “Che c’entra, noi facciamo un lavoro politico…”. Finché ad un certo punto con La Piazza, mi è entrato un chiodo, mi sono chiesta: “Ma perché mi chiedono ‘Barcarolo’. Cosa c’avrà sto’ ‘Barcarolo’?” Io la sapevo da quando avevo quattro anni, avevo questa passione per la canzone romana che avevo sempre negato, l’aveva tenuta nascosta agli altri membri del Canzoniere, perché mi vergognavo. Poi, ho conosciuto per caso, passeggiando con un amico, il figlio di Romolo Balzani, Remo, che custodisce i programmi di sala degli anni’ 30 e i 78 giri del padre, che da poco ha permesso di digitalizzare. 
Gentilissimo, mi ha messo a disposizione il suo archivio, custodito in un armadio a casa sua: lui è un cultore della storia del padre. Ho coinvolto Sonia Maurer, che è una grande chitarrista e mandolinista nel recupero del mondo di Romolo Balzani. Sonia ha portato sulla chitarra gli arrangiamenti orchestrali. Piano piano siamo stati in grado di uscire con il CD, edito dall’etichetta Terzo Millennio, che ha da subito creduto nel progetto culturale. È stato un lavoro molto lungo, durato un anno e mezzo circa. È stata una grande soddisfazione; mi è sembrato di restituire a Roma una pezzo, della sua storia. Sai, di Balzani non si parlava più, un po’ perché la sinistra rifiutava la canzone romana, un po’ perché si indentificava la canzone romana e Balzani con il periodo fascista, per il successo di Balzani nel ventennio. La sua figura è stata tramandata come quella del cantore del regime, identificandolo con un’ideologia che non era assolutamente di Balzani, che era uno spirito libero e indipendente, non gliene fregava niente! Era così libero ed esuberante che non avrebbe mai accettato qualsiasi tipo di imposizione. Alla fine di ogni spettacolo era obbligatorio cantare inni al regime, cosa che lui non faceva mai. Tutte le volte la milizia gli andava a fare visita nei camerini, e lui diceva che se ne era dimenticato… Era talmente famoso che non potevano fargli niente. La nostra è stata una restituzione! 

Oggi, molti gruppi riprendono la canzone romana… 
A me, mi fa piacere, vuol dire che a qualcosa siamo servite. 

Parallelamente, c’è stato il percorso del disco “Ma che razza de città “, che condensa le tue diverse strade, e poi è nato Il Canzoniere di Roma. Quale il tuo approccio alla canzone romana?
Come arrangiamenti e strumentazione abbiamo sempre cercato di rispettare l’originale. l’orchestrina a plettro degli anni ’20 e ’30, che vuol dire arrangiamenti leziosi di tipo ottocentesco. Dal duo con Sonia, che funzionava bene, siamo diventati un quintetto: abbiamo aggiunto la mandola (Luca Mereu) e il mandolino (Felice Zaccheo) alla chitarra di Sonia e due voci, la mia e quella di Marco Onorati, il marito di Sonia. Si è allargato anche il repertorio, facciamo la storia della canzone romana. Invece, “Ma che Razza de’ città” è stato un desiderio mio, sentivo che stava cambiando qualcosa. Ho sentito questa esigenza di fissare qualcosa, di mettere tutte le mie anime musicali: il canto popolare, la canzone politica e la canzone romana. 

Parlando di canzone romana, viene subito in mente il nome di Gabriella Ferri, già ne accennavi all’inizio della nostra conversazione. Cosa hai amato ed ami della sua voce, quali delle sue interpretazione ti prendono di più? 
Ho amato la sua personalità, il fatto che cantasse la canzone romana completamente sganciata dal bel canto: di cantanti bravissimi tecnicamente, per carità, ma non c’era proprio gara. Gabriella Ferri aveva il suo modo di cantare unico, se le era digerite, romanissima quale era, con una personalità così potente, le ricacciava così sue, diverse, che quasi non avevano più niente a che vedere con la canzone cantata da Alvaro Amici o Claudio Villa. Sull’interpretazione, non ti so dire: “Le mantellate”, ma è una canzone moderna (di Giorgio Strehler e Fiorenzo Carpi, ndr), ma anche “A tocchi a tocchi ‘na campana sona”, sarà che saranno state le prime canzoni che ho imparato; ho sentito lei prima di sentire quelli tradizionali, la passione per me è nata con Gabriella Ferri. Poi ho ascoltati anche gli altri, e ho capito che era il modo vecchio di cantare queste canzoni. Poi ho trovato il mio, non l’ho cercato, venendo da questo imprinting del modo popolare, me le sono ricantate come pareva a me.

Una canzone che vorresti aver scritto? 
Ma che Razza de’ città. 

Stai pensando a nuovi progetti artistici? 
Non proprio, ma una carissima amica proprio dopo il concerto di Civitella, mi ha dato il suggerimento di fare un CD di sole serenate, mettendo insieme le serenate romane e quelle popolari. Vediamo se c’è qualcuno che ci dà un mano. 

Un'altra attività significativa è la didattica del canto. 
L’approccio alla didattica, è cominciato anche questo per caso. Un’amica mi ha chiesto di insegnare canto popolare alle mamme, alle signore, al Trullo. Ho scoperto piano piano la potenza del cantare insieme, l’utilità del cantare insieme, perché poi vedevo in me e in loro che queste due ore passavano come un’isola in mezzo alla giornata, i problemi, i casini. Le signore andavano a fare la spesa e tornavano a cantare e poi andavano a cucinare. C’era un recupero di energie in quelle due ore. Poi al Trullo c’era una situazione di riconoscimento delle canzoni, proprio dei tradizionali canti popolari, perché ancora c’era ancora una memoria del paese abbastanza vicina, in borgata, per cui molte signore dicevano: “Ma io questa la conosco, si fa così..”. Dal Trullo sono passata alla Casa Internazionale delle Donne, ancora non c’era il Bosio. Quando è stato rifondato, volevo andare al Bosio, ma ho continuato lì perché c’era un’allieva di 92 anni che non poteva fare le scale del Bosio. Era una signora pugliese, pace all’anima sua, che ci cantava degli stornelli sozzi, che non ti puoi immaginare. In seguito, ci siamo spostati alla Casa della Memoria, dove c’era l’archivio del Bosio. E quindi al Circolo Gianni Bosio. Parallelamente è nato in periferia il coro multietnico, come progetto di integrazione interculturale nato da due insegnanti di scuola elementare al Casilino XXIII, Villa De Santis, una zona con tantissimi immigrati, che hanno messo su un coro di bambini multietnico, un’esperienza straordinaria. Poi si è provata la stessa cosa con i grandi, ed è nato il Coro Multietnico Romolo Balzani, perché lavora nella scuola “Romolo Balzani”. 

Gli ascolti di Sara Modigliani? Le riscoperte? 
 Tanti, da Riccardo Marasco che non conoscevo, un cantante toscano, che mi piace tantissimo per l’approccio alle canzoni popolari: le fa semplici semplici, con la sua bella voce, che mi piace molto. Da lui sto pescando varie cose. Mi ritrovo non so quanti CD di musica popolare, ogni volta che li riprendo per preparare un laboratorio, riscopro cose conosciute, come La Macina in un particolare CD o Cantovivo in un particolare disco… Tutto è ancora prezioso per me, tutto è nuovo e vecchio. Uno le cose le scopre nuove, perché sei in un altro momento della vita. 


Ciro De Rosa

Festival del Canto Spontaneo - VI Edizione 4, 5, 6 Ottobre 2013

La processione del 6 ottobre
È ottobre il mese in cui si svolge il Festival del Canto Spontaneo, una manifestazione nata dalla collaborazione tra Giovanni Floreani, Presidente dell’Associazione Furclap di Udine e Novella del Fabbro, anima del Trio di Givijano e studiosa della tradizione popolare liturgica dell’Alto Friuli. La sesta edizione porta il sottotitolo Verso il silenzio che suggerisce la necessità di un momento di riflessione, per calibrare la direzione da intraprendere. Un silenzio che diventa, nella declinazione delle giornate, tema da indagare nelle varie forme di espressione che il festival raccoglie. Dalle giornate di studio e di approfondimento musicologico ai concerti e alle performance multimediali, in dialogo tra tradizione e contemporaneità. Da qualche anno il festival sperimenta la formula dell’anteprima, con eventi e concerti che anticipano di qualche mese la tre giorni in Friuli. Di vera e propria apertura, invece, per l’edizione 2013, si è parlato per l’evento che ha coinvolto, il 26 marzo scorso, l’Onoranda Compagnia di Cercivento in un concerto al Museo Etnografico del Friuli a Udine. Nel mese di giugno il secondo appuntamento, con i Cantori di Viganella (Verbania) ospiti del locale Fogolar Furlan a Roma. Venezia, il suo declino e la possibile rinascita, al centro della performance multimediale dal titolo “I suoni di Venezia” andata in scena venerdì 4 ottobre al Teatro Kolbe di Mestre, con le immagini di Marian Mentrup, i testi di Alberto Madricardo e le musiche di Tony Pagliuca, Giovanni Floreani e Predrag Matiç. 
La croce di Lorena
Itinerante per sua stessa concezione, la sesta edizione è proseguita con una staffetta tra due musei del Friuli Venezia Giulia, il Museo Etnografico di Udine e il Museo della Civiltà Contadina di Farra d’Isonzo, dove, nella giornata di sabato 5 ottobre, si sono approfondite le tematiche del silenzio e del canto liturgico con gli interventi di Magda Minotti e Stefania Colafrancheschi (Udine) e di Pier Franco Midali e David di Pauli Paulovich (Farra). È stata la croce di Lorena, con due o tre bracci trasversali, il simbolo della giornata conclusiva. Una croce di nocciolo, che serviva a proteggere le colture e che veniva realizzata in Carnia durante le processioni rogazionali del giorno di San Marco fino agli anni ’60. Tradizione che Novella del Fabbro ha voluto recuperare per la processione di domenica 6 ottobre. Ad accogliere i convenuti, la cantoria maschile friulana dell’Onoranda Compagnia dei Cantori di Cercivento, protagonista della processione e della liturgia in chiesa. A Celestino Vezzi, esperto ricercatore e componente dell’Onoranda Compagnia, il compito di aprire il pomeriggio di concerti, seguito dalle voci di un gruppo di canterine di Casaso, nella Val d’Incarojo in Carnia, dal poetico nome di Las Puemas di une voote (le giovani di una volta), con decana Ines di Gleria, classe 1925. A chiusura del festival la voce di Barbara Zanoni e la chitarra di Predrag Mariç, per una suggestione contemporanea dal profilo sacrale. Il Silenzio. È questo il tema portante della manifestazione. 
Liliana Craighero de Las Puemas di une Voote
Un silenzio articolato in molti modi, tema a cui ogni partecipante ha dovuto riferirsi nella scelta degli argomenti. Silenzio segna l’inizio del festival, quando lo si dedica alle vittime e ai dispersi di Lampedusa. Silenzio è, nelle parole dell’organizzatore, Giovanni Floreani, la non appartenenza, nella vita di migranti che fuggono da un luogo a cui non si sentono più di appartenere per arrivare ad un paese che non li vuole accogliere. Ma non ha un’accezione negativa, anzi. Riferendosi alla tradizione del canto spontaneo, Floreani ha raccontato di come, nelle rogazioni processionali, la salita condizioni gradualmente la voce, il respiro e di quale precisione naturale ci sia nel far coincidere il passo con il canto. Il silenzio, quindi, come una necessità fisica dentro una dimensione sacrale. In un’ottica di universalità che ribalta completamente in positivo la non appartenenza, concedendoci l’essere nel tutto. Umano il silenzio per Magda Minotti, la studiosa di cultura popolare che ha dato una lettura del tema analizzando i proverbi della tradizione friulana raccolti da Valentino Osterman alla fine dell’800 (Ogni mat al par savi cuant che al tas/cidin tant che une spie/cidin tant che un mardar (che significa quando non dice niente, non è il pazzo dal savio differente) considerandolo, al pari della postura, dello sguardo, della mimica facciale o dei movimenti del corpo una delle voci di ognuno di noi). Rimanda ad un canto friulano, per Stefania Colafranceschi. Il suo contributo ha messo in luce la preziosità del canto Lusive la lune per le sue ascendenze testuali che rimandano ad un passo del vangelo apocrifo relativo alla notte della nascita definito la pagina più bella della letteratura apocrifa. A cantarlo per i presenti, la splendida voce di Marisa Scuntaro, ricercatrice sul campo cui dobbiamo la salvezza di molti canti popolari friulani. Ed è silenzio come timore dell’oblio per Pier Franco Midali, il referente dei Cantori di Viganella (Verbania) che in un intervento pieno di entusiasmo e d’indignazione ha raccontato di questa rara cantoria maschile, a rischio di estinzione, vista l’età media dei suoi cantori, che oscilla tra i 75 e gli 85 anni. È come il suo specchio, Pier Franco Midali. 
Las Puemas di une Voote
Da sindaco, nell’estate del 1999, ebbe l’idea di dotare il suo paese, Viganella, carente di luce solare diretta da novembre a febbraio di uno specchio solare di 40 metri quadri che possa tenere iscritto il diametro del sole e che, ruotando secondo il movimento della terra intorno al sole, possa proiettare i raggi solari sulla piazza della chiesa. Una sfida alla natura che ha suscitato grande interesse mediatico e che fa ben sperare quando lo si ascolta raccontare di come intende salvare la tradizione liturgica attraverso la trascrizione delle melodie. Un’inversione di tendenza rispetto ai nostri padri, dice, ma unica speranza per un canto solenne e semplice insieme. La conclusione cita la voce: “fino a che hai un filo di respiro è tuo dovere cantare e lo devi saper trasmettere fino in fondo”. Silenzio come responsabilità, quella della Chiesa che con il Sacrosantorium Concilium del Concilio Vaticano II ha interdetto l’uso del latino nella liturgia cantata. E’ David de Pauli Paulovich a riflettere su questo tema, durante il suo approfondimento dedicato al canto patriarchino aquileiense. Una tradizione musicale che affonda le sue radici nel territorio che va dalle isole della Dalmazia, al Quarnero, in Istria, nel Friuli, Veneto e Cadore. Un canto trasversale dell’Adriatico orientale, una koinè, una lingua sacra unitaria che è rarissimo esempio di tradizione musicale vivente. Ed ancora silenzio spezzato dalle vibrazioni di una campana, quella di Buie, in Istria, paese d’origine del chitarrista croato Predrag Mariç. In un brano, dal titolo Campanile, c’è tutta la dimensione possibile del silenzio di chi è nato in un paese. “il vero silenzio è dei paesi, la gente di città non ascolta le stelle”. 
Las Puemas di une Voote
C’è il silenzio che induce al sonno nella ninna nanna di Barbara Zanoni in dialetto romagnolo, raccolta negli anni ’60 a pochi chilometri da casa sua da Tullia Magrini e successivamente pubblicata in un disco Albatros. E’ una ninna nanna che contiene elementi sincretici che pescano nel paganesimo come nella cristianità, che si spegne con dei non sense che hanno la qualità dei pensieri prima del sonno (i manzi vanno alla guerra con il fucile e il coltello/coltello e coltelletti per tagliare la coda ai sorcetti) per poi rimanere solo semplice suono di labbra. Ed il silenzio si inserisce nei passi cantati della liturgia della processione verso la chiesa di Givigliana per poi smettere di essere tema e diventare musica e ballo nell’osteria, al primo fuoco dell’autunno, e canto improvvisato a braccio, lungo le strade del piccolo paesino d’alta montagna di Givigliana. E già si pensa al prossimo Festival del Canto Spontaneo.






Orietta Fossati
Foto di Luca D'Agostino