BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

BF-CHOICE: Francesco Benozzo, Fabio Bonvicini, Fratelli Mancuso – Un requiem laico

Canto e musiche seguono la via dell’accostamento di esperienze diverse: quattro strumentisti e cantori, il mondo appenninico e quello del canto mediterraneo dell’isola di Sicilia testimoniano con questo concerto-disco un incontra lungo trame della memoria in un luogo simbolo dell’Italia...

BF-CHOICE 2016: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Fratelli della Costa

Il compositore e trickster napoletano, abile nel mettere in moto imprevedibili cambiamenti nelle sue storie musicali, Daniele Sepe è diventato Capitan Capitone, bucaniere che si aggira al largo di Procida, sfoderando il suo sax insieme ad una ciurma di alcuni tra i giovani migliori della scena napoletana...

martedì 24 settembre 2013

Numero 119 del 25 Settembre 2013

Pochi non si sono accorti che Blogfoolk è da più di due anni è un regolare settimanale di informazione ed opinione sulle musiche del mondo, con un’attenzione particolare rivolta all’Italia folk/trad. È come se fosse un mensile di oltre 50 pagine, solo che il profilo del Web consente spazi operativi e di discussione più ampi, dinamici ed interattivi del “vecchio” cartaceo (lo scrive chi per anni ha contribuito a “World Music Magazine”, la rivista più importane del settore per almeno quindici anni). Ma nel presentare il numero 119, a chiusura del mese di settembre, ci piace ribadirlo: nei limiti delle forze della nostra testata online, accanto alle recensioni di produzioni discografiche e di libri, siamo presenti nei luoghi dove la musica nasce: diamo voce ai costruttori di strumenti e ai musicisti, dove si ascolta: concerti e festival lungo la Penisola, e non solo, nei convegni accademici dove si parla di musica e la si  analizza, dove l’occhio dei cineasti “vede” e commenta la musica e i musicisti (la scorsa settimana siamo stati partecipi del bellissimo Mediterraneo Video Festival, incentrato sulle musiche in transito, svoltosi ad Agropoli, su cui vi documenteremo prossimamente). Blogfoolk sta sulla notizia, la interpreta, privilegiando la soggettività – inevitabile – che non si traduce in personalismo roboante; non si limita a riprodurre comunicati stampa né locandine patinate: per quelli c’è un spazio apposito sul nostro sito, dove trovate anche notizie su conferenze, concorsi, “call for papers”. Tutto questo significa per noi informazione,  al servizio di cultori, studiosi ed addetti ai lavori. E chi abbia voglia di condividere in qualche modo la nostra visione, può contattarci, collaborando, partecipando, criticando costruttivamente il progetto, sempre in movimento, che è Blogfoolk. Di cosa ci occupiamo, in questa nuova emissione? Primo protagonista è Claudio Carboni, personaggio a tutto tondo, da Banditaliana, di cui ci anticipa qualcosa sul nuovo disco in fase di registrazione, all’impegno nella direzione tecnica di un prestigioso festival in Colombia. A margine dell’intervista al sassofonista emiliano, la recensione di una produzione dell’etichetta Sheherazade, di cui lo stesso Carboni è uno degli artefici, parliamo de “Il Melodramma Ballabile” dell’Ensemble Novecento, organico di ocarine alle prese con pagine verdiane. Si prosegue con la rubrica I Luoghi della Musica con un reportage dallo storico Talos Festival di Ruvo di Puglia, ideato e diretto da Pino Minafra, e dedicato alle musiche da banda. Dalle bande si passa al cantautorato con il menestrello italo-francese di sapore afro Sandro Joyeux, il quale non vincerà la Targa Tenco, ma è il nostro Consigliato. Spazio anche al roots rock made in Finlandia dei Vellamo. Si torna in Italia, prima in Sardegna, con Prendas “Live In Sardinia”, e poi a Taranto con il lavoro della Compagnia di Cantastorie Cantacunti ispirato al sacco di Otranto. A completare il numero, la rubrica Suoni Jazz, per la quale abbiamo ascoltato “Bella Ciao” dell’art-rock band newyorkese Barbez, la rubrica Letture, con il succulento volume “Una Frisella Sul Mare” di Pierpaolo Lala. La benedizione finale è officiata dal Taglio Basso di Rigo, che si occupa del nuovo album di Cyril Neville.

 Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


PERSONAGGI FOLK
IL LUOGHI DELLA MUSICA
WORLD 
VIAGGIO IN ITALIA
SUONI JAZZ
LETTURE
TAGLIO BASSO

L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Il Brasile, Banditaliana, e il Melodramma Ballabile: Intervista con Claudio Carboni

Claudio Carboni è una delle anime di Banditaliana, sassofonista di rango, jazzista eterodosso, impegnatissimo didatta, ricercatore di suoni, senza bisogno di patenti accademiche, raffinato ascoltatore dalla vasta cultura musicale ed acuto osservatore, nonché amabile conversatore. È nato e cresciuto sull’Appennino bolognese, nella cultura delle bande, del liscio e dei balli saltati, poi l’incontro con la musica afro-americana, e con l’universo della musica di tradizione orale e delle musiche del mondo. Innumerevoli progetti musicali lo hanno visto protagonista negli anni, dal già citato sodalizio con Riccardo Tesi e Maurizio Geri al recupero del Liscio più nobile, dal lavoro con i Violini di Santa Vittoria alla direzione di un ensemble di 50 fiati alle prese con pagine di Alvin Curran, dall’incontro con Gabriele Mirabassi alla scena condivisa con le voci femminili piemontesi di Trobairitz D’Oc. Lo scorso anno è stato direttore alla produzione per “Dimensione Musica” al Salone Internazionale del Libro di Torino. Ancora, è direttore tecnico del “Festival Internacional de Musica” di Cartagena in Colombia. Questa intervista, iniziata in una calda serata di luglio a Loano in occasione del Premio Nazionale, dopo il bel concerto danzante dell’ensemble Secondo a Nessuno, tra scambi di suggestioni musicali, di aneddoti, memoria di fascinosi viaggi e racconto di attrazioni faunistiche dell’Appennino, è proseguita attraverso il web e i social network, dati gli impegni internazionali del musicista emiliano. 

Chi sono i numi tutelari di Claudio Carboni? 
I miei riferimenti sono le persone che ho frequentato o ascoltato e mi hanno fortemente influenzato nella mia carriera e nel mio pensiero, in ordine cronologico direi: Germano Montefiori, il più grande sassofonista che ha avuto il mondo del Liscio, Giorgio Baiocco, il mio insegnante, Charlie Parker, Sonny Rollins e Michael Brecker, che dire…, Gabriel Garcia Marquez per aver nutrito la mia fantasia, Enrico Rava per avermi fatto capire ai corsi di perfezionamento di Siena Jazz il concetto di improvvisazione, Riccardo Tesi per aver accolto un “avanzo di balera” e scherzi a parte per avermi aiutato a trovare la mia strada stilistica anche attraverso la rivalutazione della conoscenza del Liscio, Gabriele Mirabassi perché mi sorprende ogni volta che mette aria in quel “piffero” e per i preziosi consigli che da sempre mi regala, Vivaldi, Bach, Mozart, Verdi e Stravinskij per la generosità che hanno avuto nei nostri confronti regalandoci le più belle composizioni di tutti i tempi, Jan Garbarek, Steve Lacy e Stefano “Cocco” Cantini per il suono del sax soprano, Egberto Gismonti perché ribadice il concetto che esiste un futuro per la Musica, Andrea, Ilaria e Samuele per la serenità e la felicità che mi donano, Antonio Miscenà per l’intelligenza esplosiva che mette a disposizione dei suoi collaboratori, Dom Perignon per aver contribuito a rendere così buono lo Champagne… 

Raccontaci il senso di un‘operazione come quella del gruppo “Secondo a Nessuno”. 
Con Andrea Bonacini siamo impegnati da anni nel recupero e nella valorizzazione della musica da ballo emiliano-romagnola, del Liscio com’è comunemente chiamato, venendo da strade diverse ci siamo trovati a lavorare assieme in alcuni progetti di recupero di questa tradizione e, su commissione del festival Biennale del Paesaggio 2008 organizzato dalla Provincia di Reggio Emilia, abbiamo deciso di porre mano alla letteratura musicale di colui che viene definito il creatore principe del fenomeno “liscio”, entrato di diritto a far parte della tradizione e del costume italiani: Secondo Casadei, padre fondatore dell’omonima orchestra. Abbandonate le storiche reticenze e i falsi luoghi comuni su questa tradizione, grazie al prezioso aiuto della Casadei Sonora di Riccarda Casadei, figlia di Secondo, ho messo le mani nell’archivio di famiglia (circa 1200 brani, di cui 1078 incisi) ponendo le basi per questo progetto di recupero. Il complesso a cui si fa riferimento in questa produzione è quello nato nel 1928, che ha rappresentato per l’epoca un’incredibile innovazione per l’orchestra romagnola. Accanto al clarinetto, al violino, al contrabbasso, alla fisarmonica ed alla chitarra, organico della tradizione, viene introdotto un nuovo strumento preso direttamente dalla tradizione swing americana: il saxofono. Anche il repertorio, quindi, risente di questi nuovi balli d’oltre oceano, i foxtrot, i onestep... La necessità di costruire una produzione filologicamente corretta, ma regolata della necessità di non creare un concerto da balera, mi ha portato a pensare l’organico di questa produzione in funzione di un atteggiamento rigoroso verso il passato ma al contempo creativo. 

Chi è il pubblico di “Secondo a Nessuno”? 
Con questo progetto abbiamo girato in tutta Italia e il pubblico che incontriamo normalmente è quello della world music che negli ultimi anni ha “sdoganato” anche il Liscio. Nelle nostre terre ai concerti incontriamo invece anche molti appassionati del genere che ascoltano con piacere e spesso ballano questi ritmi che abbiamo riportato come sonorità ed esecuzione alla loro nascita e abbiamo cercato di arricchire con arrangiamenti più vicini al nostro background, quindi ben lontano dalle sonorità odierne delle balere. Il pubblico riconosce le matrici ed apprezza molto il ritorno agli strumenti acustici ed ai ritmi e alle melodie arcaiche del genere. 

Da “Un ballo liscio” a “Crinali” a “Secondo a nessuno”, scoperta di un repertorio antico e creatività vanno di pari passo. Un equilibrio tra il seguire la tradizione e l’elaborazione. 
Si, io mi sento un musicista di oggi con forti radici nella tradizione e conoscendo abbastanza bene la musica popolare dell’appennino sento il dovere di andare avanti, proprio come si è sempre fatto nei tempi passati, oltretutto io suono il sax, che è arrivato in Italia alla fine dell’800 per cui dovrei rinunciare ad una bella fetta di repertorio popolare in quanto il mio non è uno strumento arcaico in appennino come il violino o il piffero. Non sono un “conservatore”; a volte mi piace usare elementi tradizionali ma sempre con il timone verso il futuro. Tra l’altro non amo chi si presenta come musicista popolare con tanto di abiti contadini ecc. poi scopri che nella vita fa tutt’altro; proprio alcuni giorni fa in una discussione su questi temi ho invitato alcuni “talebani” del folk a seguire la strada della coerenza, ovvero oltre che a vestirsi con abiti contadini di altri tempi per salire sul palco ad andare a zappare la terra l’indomani proprio come faceva mio nonno, campanaro nei giorni di festa e contadino per tutta la vita. 

Proviamo a fare un confronto con un’operazione come quella di Secondo a Nessuno e la musica vintage della Banda della Posta presentata da Capossela? Sbilanciati pure, se vuoi! 
Premetto che non ho mai sentito il progetto dal vivo e non conosco profondamente la Banda della Posta, ma per quello che ne so loro sono un gruppo che nasce e suona in quel modo da parecchio tempo e utilizzano un repertorio di canzoni “popolari” variegato, mentre Secondo a Nessuno è un progetto monografico su Secondo Casadei dove abbiamo lavorato molto sull’arrangiamento e l’orchestrazione per trovare una sonorità precisa e riconoscibile: quindi due progetti profondamente diversi. Ho sentito alcuni loro concerti su internet e il progetto mi piace, mi ricorda molto le orchestre da ballo degli anni settanta. 

L’impegno con l’etichetta Sheherazade? 
Sheherazade, oltre ad essere un’etichetta che si occupa della musica nata per il ballo di coppia, ha anche un festival itinerante, “Taca Dancer”, che divulga quel repertorio, quindi un gruppo di persone che a 360° cerca di mantenere vivo un vastissimo repertorio che rischia forse l’oblio. Io mi sono occupato di alcuni progetti discografici e continuo a collaborare con Secondo a Nessuno al Festival e con idee e progetti discografici per l’etichetta. 

Hai da poco inciso il secondo disco con BZ4tet… un’esplorazione nelle musiche di autori brasiliani, iniziata dal 2006 con Luiz Lima, Ricardo Da Silva e Marco Cattarossi. 
Si abbiamo registrato lo sorso anno il secondo album di BZ4tet “Pindorama”: un viaggio nella musica brasiliana che io amo da sempre. Con Luiz Lima chitarrista e compositore del nord-est del Brasile collaboriamo ormai da oltre sei anni e questa fruttuosa joint-venture italo-brasiliana mi ha portato a scoprire un mondo musicale fantastico, fatto di eccelsi compositori come Villa Lobos, Pixinguinha, Egberto Gismonti, Guinga, Paulo Bellinati solo per citarne alcuni, fatto di melodie struggenti e armonie affascinanti. Quello che ne esce è un mix tra il linguaggio brasileiro di Luiz e Ricardo da Silva (percussioni) ed il mio e quello di Marco Cattarossi (basso), molto più mediterraneo, che mi piace molto e incarna quello che per me è il concetto di “world music”. Con BZ4tet siamo stati in tournée anche in Brasile, dove il progetto è stato molto apprezzato proprio per la contaminazione tra i linguaggi. 

Ci sono ascolti che prediligi in questo periodo? 
Si, molto variegati: Chopin suonato da Maurizio Pollini, Ravel suonato dalle sorelle Labeque, Keith Jarrett “Personal Mountains”, Chico Buarque tutto!!!, Mustafà Kandirali, un clarinettista turco strepitoso. Prendiamo nota! 

Con Banditaliana siete arrivati a “Madreperla” che segna una svolta verso una musica trad che attinge anche alla canzone d’autore: cosa riserva il futuro di Banditaliana? 
Stiamo lavorando a un nuovo album che spero vedrà la luce ad inizio 2014. Banditaliana rappresenta la “casa” dove posso sperimentare e creare, quindi per me è il progetto ideale e dopo 21 anni di vita di gruppo (io, Riccardo Tesi e Maurizio Geri suoniamo insieme dal 1992: oggi tra l’altro è il 3 settembre e coincide col primo concerto di Banditaliana) c’è ancora la stessa energia e la stessa voglia di far bene dell’inizio. Questo nuovo lavoro che ancora non è finito ha preso una strada più vicina ai primi due album come sonorità e trovo le nuove composizioni molto “alla Banditaliana”. Con l’ingresso nel gruppo, dal 2010, del percussionista Gigi Biolcati, che ha anche una bellissima voce stiamo lavorando assiduamente ed abbiamo trovato il sound giusto, fatto di percussioni molto particolari e di un impasto vocale raffinato; gli arrangiamenti che nella maggior parte dei casi sono corali mantengono una riconoscibile paternità di gruppo ma spaziano in mondi variegati e utilizzano tutte le carte che il quartetto può giocare. Siamo circa a metà lavoro ma mi sento di dire che sono molto soddisfatto dei risultati. 

Altri progetti discografici in vista?
Ora sono concentrato su Banditaliana ma ho anche un’idea legata alla musica da ballo che inizia ad echeggiare in testa durante i lunghi viaggi che sto affrontando … Ti sto rispondendo da Bogotà. 

Ancora un’operazione “brasiliana”, che è anche viaggio nella memoria dell’Appennino, è stato «Quando a Cobra Fumou» con Gabriele Mirabassi. Ce lo racconti? È una storia che ci riporta al II conflitto mondiale ancora poco noto in Italia, nonostante sia stata narrata in libri e documentari. 
Collaboro con Gabriele dai tempi di “Un Ballo Liscio” del 1994, quindi le nostre strade si incrociano spesso, ad esempio ora siamo in Colombia insieme…e abbiamo scoperto anni fa di condividere l’amore per la musica brasiliana: infatti Gabriele è anche ospite nei due album di BZ4tet. Frequentando il Brasile abbiamo scoperto la vicenda dei “Pracinhas”, i soldati brasiliani mandati a combattere sulla linea gotica nel 1944 per liberare l’Italia dalle truppe tedesche. La battaglia più cruenta avvenne a Montecastello, una frazione di Gaggio Montano, che è il mio comune di residenza. Questa vicenda, che rappresenta l’unica partecipazione militare brasiliana ad una guerra, viene ricordata con molta enfasi in Brasile, da bambino non davo grande importanza ai racconti dei miei nonni riguardo i brasiliani che arrivarono a liberare la Linea Gotica ed al fatto che nella banda del paese nella quale ho cominciato a suonare si eseguisse frequentemente l’inno brasiliano mi sono interessato alla vicenda: poi un giorno, in occasione di un viaggio con Gabriele ci siamo messi a parlare dei Pracinhas e anche lui, incuriosito dalla scoperta fatta oltreoceano, si era documentato sui fatti e sugli incroci musicali che da lì poi ne erano scaturiti. Molti Pracinhas si erano portati i propri strumenti e fecero conoscere la musica brasiliana agli abitanti dell’appennino ma avevano riportato in Brasile anche alcune melodie delle nostre vallate. Affascinati dalla vicenda abbiamo iniziato a raccontarla ad amici musicisti e scrittori: Loriano Macchiavelli, che conosce molto bene i fatti anche attraverso racconti di Francesco Guccini, che seppur bambino ricorda molto bene diversi episodi, ci ha proposto di scrivere un testo sulla vicenda, e da li è iniziato un lavoro che ha dato vita allo spettacolo “Quando a Cobra Fumou” prodotto dal Festival Sentieri Acustici nel 2010. 

Diventerà un disco, prima o poi? 
Non è facile tradurre in un album un lavoro come questo perché anche il testo ha un ruolo molto importante. Diciamo che per ora, se qualcuno ha la curiosità di vederlo può dare un occhio qui.

Sei in Sud America, ma non in vacanza. Sei uno dei responsabili artistici del Festival Internacional de Musica di Cartagena in Colombia. 
Sì, mi trovo qui sia per una serie di concerti di Gabriele Mirabassi che per il Festival che si svolgerà dal 4 al 12 gennaio 2014. Il mio ruolo è quello di direttore tecnico e produttore del festival, il direttore generale e responsabile artistico è Antonio Miscenà, ma ovviamente prendo parte a tutta la progettazione degli eventi: un festival importante e impegnativo, il più importante appuntamento per la musica colta del paese, quindi anche una grande responsabilità ricambiata dal successo e dalla crescita che il festival ha avuto in questi tre anni di guida italo-colombiana. Qui in Colombia si da per scontato che noi siamo i custodi depositari della Cultura e c’è grande stima e ammirazione per l’Italia: noi cechiamo di non deluderli. È un esperienza magnifica e piena di incontri importanti. La Colombia è un paese profondamente diverso dal nostro, anche se tra i padri fondatori della società colombiana ci sono tanti italiani, ci siamo dovuti adattare e cambiare le cose poco alla volta senza che il nostro intervento venisse vissuto come una presa di potere, anche perché i collaboratori locali sono molto preparati e motivati. Abbiamo messo insieme una squadra di poco meno di 200 persone (di cui soltanto una decina sono italiane) che nei dieci giorni del festival lavora con grande energia ad un evento che viene vissuto come una grande opportunità di riscatto per un paese meraviglioso con un passato ingombrante ormai superato, tra l’altro Cartagena, la Macondo di “Cent’anni di solitudine” di Garcia Marquez, è una splendida città coloniale sul Mar dei Caraib,i quindi vi invito a visitarla durante il festival per ascoltare magnifici concerti in una location unica. 



Ensemble Novecento – Il Melodramma Ballabile. L’Ocarina Tra Verdi E Il Ballo (Sheherazade/Tacadancer/Ducale, 2013) 
Anche chi non è aduso all’ascolto di uno strumento che può sembrare poco flessibile, addirittura insolito, non potrà che restare sorprendentemente e piacevolmente colpito dal programma musicale proposto dall’Ensemble Novecento. Ben inteso, stiamo parlando dell’ocarina, un flauto globulare in terracotta, inventato a Budrio (nei pressi di Bologna) intorno alla metà del diciannovesimo secolo da Giuseppe Donati, il quale, nella sua bottega, elaborò e costruì una famiglia di sette strumenti di diverse dimensioni, intonati tra di loro. Inoltre, perché costituì un organico di musicisti, provenienti dalle bande di fiati, dal cui repertorio traspose brani d’opera e melodie da ballo. Nell’immaginario di tanti, l’ocarina è un giocattolo, uno strumento ludico, magari rituale, carnevalesco soprattutto, ma vogliamo qui ricordare che l’ocarina è stata utilizzata da De André, è entrata nelle indimenticabili colonne sonore western morriconiane, nelle partiture di Janáček e Ligeti. Ancora, la canzone “The little ocarina song”, interpretata da Bing Crosby è nota ai cinefili, così come la scena dei contadini che si intrattengono suonando l’ocarina in “Novecento” di Bertolucci. Che è poi la scaturigine del nome Ensemble Novecento, adottato dalla formazione emiliana, rifondata da Emanuela Di Cretico (prima ocarina del gruppo) sulle ceneri di un diverso organico esistente nei primi anni ‘90 del secolo scorso, che aveva inciso il CD “Il Grillo”, dedicato ai ballabili e al rossiniano “Barbiere”. Di nuovo un grande compositore, Giuseppe Verdi, è il protagonista di questo album della nuova incarnazione dell’Ensemble, in formazione di settimino, com’è ormai prassi consolidata per lo strumento di origine budriese. Con Di Cretico (ocarina prima in Sib) fanno parte del gruppo Fabio Galliani (Ocarina seconda in Fa), Marco Ventruzzo (ocarina terza in Sib), Alida Oliva (ocarina quarta in Fa), Fabio Bonvicini (ocarina quinta in Sib), Margherita Degli Esposti (ocarina sesta in Fa), Antonio Coatti (ocarina settima in Sib). “Il Melodramma Ballabile” riporta alla luce una raccolta di brani manoscritti tratti da spartiti degli anni ‘30 e ‘40 del secolo scorso; l’Ensemble presenta celebri musiche verdiane, estratti da “Rigoletto” (Atto I e duetto), “Un ballo in maschera” (Atto III, Aria di Renato, Canzone di Oscar e Coro), “La forza del destino” (Pout Pourri), “Il Trovatore” (Aria e Miserere), “I Due Foscari” (Scena e duetto), “La Traviata” (Preludio). Accanto alle arie del maestro bussetano, presto inserite nel repertorio delle ocarine, ecco i ritmi danzanti coevi più in voga: una polca tradizionale (“L’Usignolo”), una mazurca, firmata da Barattoni (“L’artiglio di Nedda”), a suo tempo direttore dagli anni ’20 al 1948 dello storico gruppo di ocarine budriese , che era stato creato dallo stesso Donati, e un valzer (“Farfalle Nere”) di Gramantieri. L’intento è di mettere insieme aficionados del ballo e melomani, sottolineando quel nesso tra melodramma e mondo popolare emiliano, che delle pagine verdiane è sempre stato estimatore ed avido consumatore. Come scrive nella presentazione Arturo Stàlteri, compositore, pianista e voce nota di RAI Radio 3, musicista di gusto non verdiano, come confessa nel suo scritto: “La magistrale alchimia delle ocarine dell’Ensemble Novecento ci regala un affresco sonoro di grande sobrietà e freschezza, depurato dagli eccessi che, secondo il sottoscritto, hanno da sempre rappresentato la connotazione più discutibile del genere melodrammatico”. Una guizzante rilettura, davvero singolare, non un semplice divertissement, piuttosto un’autorevole riproposta da parte di un insieme affiatato di solisti, abile nel condurre sapientemente il gioco orchestrale, unendo senza sbavature le voci strumentali in un ordito nitido ed espressivo, in cui non mancano virtuosismi, benché suoni una singola famiglia di strumenti, e riuscendo a restituire la varietà di ritmi, di sfumature delle partiture originali. 



Ciro De Rosa

Talos Festival 2013, Ruvo Di Puglia (Ba), 5-15 Settembre 2013

Bande - la melodia, la ricerca, la follia: il sottotitolo del Talos Festival di Ruvo di Puglia delinea perfettamente lo spirito di questa manifestazione giunta quest’anno al suo ventesimo compleanno. Dopo una gloriosa storia, con nove edizioni che da queste parti ricordano come “memorabili”, un vero e proprio romanzo di formazione per molti giovani musicisti e ascoltatori, e una lunghissima pausa “di riflessione”, nel 2012 il festival è tornato nelle mani e soprattutto nella mente del suo ideatore. Pino Minafra, è un musicista curioso e onnivoro, una di quelle persone che un tempo avremmo definito istrioniche. Da circa venti anni porta avanti un vero e proprio impegno che lui definisce “politico” per la salvaguardia e la promozione del movimento della Banda. Il suo progetto Pino Mianfra & la Banda di Ruvo di Puglia ha girato il mondo (letteralmente) portando sonorità classiche, brani di tradizione ed elementi contemporanei nei più prestigiosi teatri e festival. 
Tradizione e innovazione, si potrebbe sintetizzare, sono state le protagoniste del festival tornato in scena dal 5 al 15 settembre nelle piazze e nei palazzi del centro a nord di Bari. Oltre 200 musicisti, 20 concerti, workshop e masterclass d'improvvisazione, mostre fotografiche, presentazioni di libri e proiezioni per undici giorni. Una programmazione serrata che ha coinvolto oltre 20mila persone. Nella prima parte, una sorta di anteprima, in Largo Cattedrale, dal 5 all'11 settembre si sono esibite le bande nate in seno a istituzioni culturali, l'Orchestra di Fiati Città "Nicola Cassano" di Ruvo di Puglia, l'Orchestra di Fiati Città di Cisternino, l'Orchestra di Fiati Amici della Musica, l'Orchestra MusicaInGioco-MomArt di Adelfia, la Fanfara del Comando Scuole dell’Aeronautica Militare/3^ Regione Aerea di Bari, la Banda del Conservatorio Nino Rota di Monopoli, la Big Band del Conservatorio Duni di Matera. 
Dal 12 al 15 settembre il festival, invece, è entrato nel vivo ospitando tre concerti al giorno ma non solo. Per quattro giorni Ruvo ha accolto musicisti provenienti da tutto il mondo, una quindicina di giornalisti e osservatori chiamati a raccontare questa esperienza, artisti e fotografi che sono stati coccolati dall’organizzazione. Visite guidate, pranzi e cene nei migliori ristoranti della città (tutti in convenzione tra di loro, quando si dice fare rete). Tra gli ospiti il duo composto da Gianni Coscia e Gianluigi Trovesi, Moni Ovadia con lo spettacolo "Ebrei e zingari", Giancarlo Schiaffini e Sebi Tramontana con un concerto di improvvisazione per due tromboni, Javier Girotto e Luciano Biondini, MinAfric Orchestra che ha eseguito brani inediti di e con Pino e Livio Minafra, Nicola Pisani, Roberto Ottaviano e la partecipazione del Quartetto vocale Faraualla che ha fatto ballare il pubblico di piazzetta Le Monache. 
Inoltre Monica Affatato ha presentato il documentario edito da Feltrinelli “La Voce Stratos”, realizzato insieme a Luciano D’Onofrio, mentre nella chiesa di San Domenico Vincenzo Deluci ha incontrato il Coro Novum Gaudium di Anna Caldaralo e Rosalia Schettini, accompagnando con la sua tromba i brani originali gregoriani del Coro. Nella Cantina Crifo il fisarmonicista Vince Abbracciante ha presentato il concerto in solo “In vino musicas” e Giancarlo Schiaffini ha guidato la “Talos Master Band" con gli allievi della masterclass "L'improvvisazione non si improvvisa" ospitata per tre giorni nell'Ex Convento dei Domenicani. Le ultime due serate hanno vista tra i protagonisti il clarinettista Gabriele Mirabassi e il chitarrista Roberto Taufic, il chitarrista uzbeco Enver Izmailov e le sonorità irrefrenabili della girandola di timbri, ritmi e melodie meticcie nate dalla combinazione di Oriente e Occidente della banda macedone Kocani Orkestar che si è esibita sabato 14 e nel gran finale di domenica 15 in un inedito duetto con Taraf De Haidouks: una esclusiva "Band of Gypsies" balcanica che ha fatto ballare la piazza. Nel Chiostro dell'ex Convento dei Domenicani il festival ha ospitato inoltre la mostra di taccuini di viaggio di Sebi Tramontana "Unfolding Story #6", la collettiva fotografica "Gente di Jazz", con opere di Giovanni Albore, Andrea Boccalini, Gianni Cataldi, Enzo Paparella, Domenico Tattoli, Cosmo Laera; e “Note di Talos” della fotografa Maria Pansini. 


Jean Marie St. Claire
Foto di Maria Pansini

Sandro Joyeux – Sandro Joyeux (Mr. Few, 2012)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

Sotto i riflettori un musicista-autore ed interprete non allineato. Si chiama Sandro Joyeux, pronunciato con l’accento sulla o, alla francese, visto che nasce a Parigi (1978), come Alexandre Joyeux Paganini, da padre italiano e madre francese. Studi di conservatorio, cui segue la vita da girovago per vocazione, un Sud cercato tra Napoli, il Marocco ma soprattutto l’Africa sub-sahariana, verso cui drizza le antenne e che frequenta a lungo, imparando lingue, dialetti e stili musicali. Lo scorso anno ha promosso l’Anti-schiavi Tour, girando l’Italia dal cuneese alle campagne di Rosarno, passando per i ghetti dell’agro campano e per le terre di Capitanata, denunciando con chitarra e voce la condizione di sfruttamento dei braccianti migranti, cui ha spesso ceduto la parola sul palco. Registrato tra Italia e Francia, il suo primo album, venduto ai concerti e in digitale, è stato pubblicato dalla Mr Few (www.mrfew.com) di Giuliano Miniati e Mauro Romano. Un dischetto che è brezza vitale ed effervescente che trasporta ottima musica, fra tanti artisti che si prendono troppo sul serio e per i quali si mettono in fila parole roboanti. Mélange di ritmi afro e folk, timbro vocale velato, immancabili echi di chansonnier, con la chitarra combinata amabilmente con cordofoni e percussioni. 
Più di una dozzina i musicisti, tra italiani ed africani, che suonano con Sandrò, tra di loro le chitarre di Simon Demouveaux, la voce di Ilaria Graziano in “Sunu societè”, Antonio Ragosta alla chitarra portoghese (“Kingston” e “Sunu Societè”), Daniele Sepe, che soffia nel sax in “Zombie” di Fela Kuti (poteva essere diversamente?), Madya Diebaté (kora) e Moussa Baba Traore (percussioni). Disco in undici tracce, che racconta l’Africa contemporanea con gli occhi di un musicista viaggiatore. “Niomiyiran”, letteralmente significa: “La ragazzina che vende ciambelle”, è una sorta incipit, tracce di memoria di vita a Bamako, costruite su arpeggi di chitarra, che riecheggiano una cristallina kora malinke. Vibrante il classico “Ancien Combattant”: sinistra coincidenza, è stato registrato a Napoli, negli stessi giorni dell’insorgere del conflitto in Mali. Liriche imperniate sui ricordi di un veterano di guerre africane (“Quando verrà la guerra tutto il mondo avrà fame / Quando verrà la guerra tutto il mondo sarà cadavere”), è l’adattamento del congolese Zao di una composizione di vent’anni prima, attribuita al maliano Idrissa Soumaoro. 
Si alimenta di ritmi in levare di sapore caraibico (Joyeux ha pure un passato in una reggae band) la gustosa “Kingston”, nella quale Sandro canta: “Sarei potuto nascere a Kingston e crescere coi rude boys di Trenchtown/ Sarei potuto nascere a Bogota e a cinque anni sniffare la colla e a poi dieci la coca/ Sarei potuto nascere in un altro luogo in una bidonville o in una medina in un campo vago o in un kasbah in una carovana o in una favela/ Sarei potuto nascere nelle Filippine e le scarpe che porti uscirebbero della mia fabbrica/ […]Bambino minatore in una provincia della Cina / Bambino soldato in Liberia […] / Ma io volevo crescere in Italia il paese della pizza e di Berlussolini / Io volevo crescere in Italia il paese della mafia e degli gnocchi/ Volevo crescere in Italia le verdi colline toscane dove mio padre nacque / Volevo crescere in Italia il paese della vespa e di Paganini /Sarei potuto nascere a Bamako e suonare nei soumous con mio padre griot / Sarei potuto nascere a Caracas e mi si troverebbe all’angolo d’una via a suonare i congas / A Marrakesh o a Darbeida incantatore di serpenti in piazza Jemaa El Fna […]”. 
Sentitissimo il tributo all’arte di Boubacar Traoré, artista immenso che Sandro ha visitato a casa sua in Mali, e la cui frequentazione ha inciso vivamente sulla vita dell’autore italo-francese. Di “Kar Kar” Tourè, Joyeux riprende la magnifica “Mariama” e “Sa golo”. Sempre di provenienza maliana è il tradizionale “Kémé Bourama”, illuminato dalla kora di Madya Diebaté: è l’elogio di Samory Touré, oppositore alla conquista coloniale francese. “Premier gaou”, ascoltata a Parigi per caso, è una satira della società ivoriana, poi si va in Senegal con "Sunu societé”, inno celebrativo dell’indipendenza del paese nel 1960, appreso da studenti senegalesi in un caffè di Lille. Poteva poi mancare l’omaggio ad un combattente come il Black President nigeriano (“Zombie”)? Ritmo pulsante, chitarra acustica, basso e percussioni in “Sur les rives“, dove canta “[…] Venite! Di magia e di musica ci abbeveriamo /Venite a vedere! è tutto vicino a voi/ Venite! Avvicinatevi! Non vi mangeremo / Venite a sedervi con noi. /Non abbiamo bisogno di soldi per suonare e cantare sotto la Luna./ Lasciare da parte gli squali del business, della corsa al denaro/ Vogliamo solo dare un po’ di festa alle nostre città senza vita /Condividere un po’ di Storia, anche se solo per una sera […]”. Tocchi scabri di chitarra e ritmo incalzante su una melodia leggera che vaga nel Mediterraneo in “Voleurs de vie”, apice del disco di questo menestrello degli ultimi. Sandro canta ancora in francese: ”Ma che direbbe il loro Cristo (e altri profeti) / Se vedessero la lista troppo lunga, dei loro figli, dei loro bambini /Impunemente massacrati in loro nome, ai quattro angoli del tempo?”. 


Ciro De Rosa

Vellamo – Vellamo (Autoprodotto/Soiva Recods, 2013)

Vellamo è il progetto artistico nato nel 2008, dall’incontro tra la cantautrice Pia Leinonen e il chitarrista Joni Tiala, due musicisti di base a Vaasa sulla costa occidentale della Finlandia, legati dalla passione per la musica folk e lo storytelling. Partendo da una profonda conoscenza della tradizione musicale della loro terra, il duo ha intrapreso un interessante percorso di ricerca che li ha condotti verso una originale cifra stilistica, in cui confluiscono sonorità ed atmosfere che rimandano ora al folk inglese, ora alla roots musica americana. Significativa in questo senso è anche la scelta del loro nome, che riprende quello di Vellamo, dea del mare raffigurata spesso con le sembianze di sirena e moglie di Ahti, poeta e mitologico eroe popolare. Dopo aver maturato una solida esperienza dal vivo, hanno deciso di dare alle stampe il loro primo album omonimo, prodotto da Ken Anderson degli Hungrytown (che suona anche basso e batteria) ed inciso nel Vermont ai Catcher Song Studios. Il disco raccoglie tredici brani, tra composizioni originali, reinterpretazioni e brani tradizionali, cantati tanto in inglese quanto in finlandese, e caratterizzati da eterei toni pastello ed atmosfere un po’ retrò in cui è facile ritrovare anche echi di Fairport Convention come della prima Judy Collins, o di Joan Baez. Durante l’ascolto si viene catturati dalla sinuosità e dal fascino degli intrecci vocali, ed in particolare dal timbro della voce della Leinonen, che si inserisce alla perfezione nelle trame acustiche di “Geordie” o nell’incursione nel folk-rock di “Silver Dagger”, per trovare il suo vertice interpretativo con il valzer appassionato di “Ja Se Mies”. Pregevoli sono anche il singolo “Lovebirds” in cui brilla la bella linea melodica, la divagazione nelle sonorità british di “Come On”, e i due brani che aprono il disco “Minne kulkee sinun matka” e “Juokse Frank juokse”. Insomma questo disco di debutto dei Vellamo è l’occasione per scoprire un progetto musicale interessante, per nulla scontato ma anzi caratterizzato da un approccio musicale aperto ed eclettico, che non mancherà di affascinare gli ascoltatori. 


Salvatore Esposito

Prendas – Prendas Live In Sardinia (Edizioni Musicali Bagutti/Fonola Dischi, 2013)

Nati nel 1987 ad opera di Giovanni Marongiu, armonizzatore del Coro San’Alene di Tula e maestro di canto a cappella della parrocchia di San Sebastiano e di Santa Lucia in Berchidda, i Prendas vantano un percorso artistico molto intenso nel corso ad una intensa attività discografica è corrisposta una lunga serie di concerti in Italia come all’estero. Se nei primi album la loro musica si indirizzava essenzialmente verso la riproposta di materiali della tradizione sarda, successivamente rinnovatisi tanto nella formazione quanto nella ricerca stilistica, i Prendas hanno concentrato le loro energie sulla realizzazione di brani originali, ispirati ai materiali popolari, ma caratterizzati da sonorità aperte verso contaminazione in chiave world. Significativo in questo senso è il loro ultimo disco in studio “Sole Ruju”, pubblicato nel 2010, in cui la ricerca si è focalizzata sull’intreccio tra la tradizione sarda e quella spagnola, in relazione non solo alla stratificazione culturale caratterizzata dalle influenze arabe, nord africane, ma anche greche e balcaniche, ma anche alle sonorità più arcaiche come quelle bizantine. Tale lavoro si è ovviamente sviluppato non solo in studio, ma anche dal vivo, e la conseguenza naturale di tale percorso non poteva che essere un disco live, che in qualche modo fotografasse lo stato dell’arte dei Prendas sul palco. E’ nato così “Prendas Live In Sardinia”, disco che raccoglie undici brani incisi dal vivo nel corso del concerto, tenuto il 24 agosto 2012 in Piazza del Popolo a Berchidda (OT), più un inedito in studio, che chiude il disco. Durante l’ascolto emerge chiaramente come sul palco il gruppo sardo punti a valorizzare maggiormente quel repertorio legato ai canti e ai balli allegorici della tradizione sarda, il tutto declinato in una visione sonora dai ritmi e dalle melodie trascinanti, in cui a dominare la scena è l’intreccio tra i fiati di Dorino Ruzzettu (flauto traverso, clarinetto, sax soprano, sulittu, e voce), gli strumenti a corda di Luca Usai (chitarre acustiche, bouzuki, mandola sarda, armonica a bocca e voce contra), mentre la sezione ritmica si regge sul basso del frontman Juanne Marongiu, e le percussioni di Arturo Pischedda, il tutto impreziosito dai controcanti di Delia Barca e dalla voce basso di Gianuario Mugoni (organetto, armonica a bocca, sulittu, trunfa). Il risultato è una fotografia molto federe di quello che sono i concerti dei Prendas, con brani ispirati tanto al canto a tenore come “Prokurade”, quanto alla danza (“Festa”, “In Su Ballu” e “A Ballare A Passu”), tuttavia il vertice del disco arriva con l’epica ballata narrativa “Hyknusa”, caratterizzata da un testo intenso e da una melodia trascinante. Un capitolo a parte lo merita invece “Rayo De Luz”, che rappresenta la continuazione del lavoro fatto con “Sole Ruju” sulle influenze che la tradizione spagnola ha avuto nella musica sarda e che qui trova la sua realizzazione più completa. 


Salvatore Esposito

Cantacunti – Il Martirio Di Otranto (Autoprodotto, 2013)

Attiva da circa un decennio, e con alle spalle cinque dischi, la compagnia di cantastorie I Cantacunti, nasce sotto la guida di Gianni Vico (voce, chitarra d’accompagnamento,chitarra classica, bouzouki, armonica), ed è attualmente composta da Maria Rosaria Coppola (voce, tamburello, voce narrante), Roberto Bascià (chitarra, mandolino), Antonio Libardi (flauto, ottavino) e Andrea Luperto (percussioni). Rifacendosi direttamente alle modalità narrative ed esecutive degli antichi cantastorie, che giravano di paese in paese portando le loro storie cantate, il gruppo salentino, ha voluto rileggere questa tradizione millenaria calandola nella modernità, arricchendone la struttura tipica con elementi che spaziano dal teatro alla canzone d’autore, dando vita a spettacoli di grande potenza evocativa. Elemento centrale dei loro spettacoli è sempre la narrazione di una storia, il cui intreccio viene sviluppato attraverso l’intercalarsi di parti cantate a spaccati recitativi, che fungono da elemento contestualizzante, mentre all’antico cartellone dei cantastorie, si è sostituita una successione di immagini proiettate sullo sfondo. Tra le opere più apprezzate dei Cantacunti c’è, senza dubbio, “Il Martirio di Otranto”, portata in scena per molti anni nelle varie piazze del Salento e della Puglia, e che di recente ha visto la sua pubblicazione ufficiale nel disco omonimo. La storia è quella ben nota del sacco di Otranto operato dalle truppe turche, guidate da Achmet Pascià nel 1480, che viene riscostruita attraverso nove episodi, di cui sette ballate e due temi strumentali, tenute insieme dagli struggenti versi del poeta salentino Giuseppe De Dominicis, recitati da Maria Rosaria Coppola. Dal punto di vista prettamente sonoro i brani si caratterizzano per gli arrangiamenti curati, ed allo stesso tempo essenziali, che mescolano gli stilemi tipici dei cantastorie, con influenze che spaziano dalla tradizione salentina alla musica antica. Durante l’ascolto si spazia così dalla poetica “L’Ora Meridiana”, che apre la narrazione e che ci conduce allo sbarco dei turchi, alla capitolazione della città de “I Fuochi Di Otranto”, fino a toccare le intense “Lu Mari Ntra Li Recchi” e “Ninna Nanna”, in cui incontriamo le storie dei pescatori, di un a madre distrutta dalla perdita dell’amato figlio. Tra i momenti più intensi vale la pena segnalare la commovente ballata d’amore tra Idrusa e il suo amato (“Antonio Torna Dal Mare”), l’epica “Primaldo” in cui si canta del rifiuto degli otrantini dell’abiura del cristianesimo, ed in fine “Cani Rraggiatu” in cui Achmet Pascià, è dipinto a tinte fosche come il vero sconfitto di questa storia. La storia dei Martiri di Otranto, raccontata già magistralmente ne “L’Ora di Tutti” da Maria Corti, nella versione dei Cantacunti acquista un fascino del tutto nuovo, raccogliendo in essa le atmosfere degli antichi cantastorie, ma anche la forza evocativa del teatro canzone. 


Salvatore Esposito

Barbez - Bella Ciao (Tzadik, 2013)

“Il disco ha cominciato a prendere forma nel 2009, quando ero alla MacDowell Colony e là ho fatto amicizia con un compositore straordinario di nome Yotam Haber. Yotam mi ha fatto conoscere il mistero e la musica accattivante della comunità ebraica romana. Né Ashkenzi, né sefardita, né parte della diaspora, gli ebrei romani sono i più antichi abitanti continui di Roma e la loro musica liturgica è stata trasmessa oralmente di generazione in generazione, sopravvivendo anche all'Olocausto, grazie a un etnomusicologo visionario di nome Leo Levi e studiosi come Elio Piattelli, che hanno registrato e trascritto queste melodie dopo la guerra”, così, l’eclettico chitarrista dei Barbez, Dan Kaufman racconta la genesi di “Bella Ciao”, quinto disco della art-rock band newyorkese, che giunge a sei anni di distanza da “Force Of Light”, dedicato alla poesia di Paul Celan. Come il precedente anche questo nuovo lavoro esce per la ormai leggendaria collana “Radical Jewish Culture” della Tzadik di John Zorn, che negli anni ci ha offerto una straordinaria visione in chiave moderna delle radici della musica ebraica. Quelle radici, Kaufman ha deciso di andarle a ricercare a Roma, seguendo un percorso non convenzionale, e complice la visita alle Fosse Ardeatine, laddove il 24 marzo 1944 furono massacrati per ritorsione trecentotrantacinque ebrei, ha preso forma l’idea di celebrare non solo la musica liturgica della comunità ebraica romana, ma anche la loro strenua resistenza contro il Nazi-fascismo, durante la seconda Guerra Mondiale. Al ritorno di Kaufaman a New York, i Barbez si sono ritrovati ai BC Studios di Brooklyn e così lentamente ha preso vita questa splendida raccolta di undici brani, in cui si intrecciano rock, jazz, e psichedelia, dando vita a quello che potrebbe essere un perfetto commento sono dei tanti filmati dell’Istituto Luce, che raccontano la persecuzione degli Ebrei a Roma, come in tutta Italia. Le splendide architetture sonore costruite da Dan Kaufman si reggono essenzialmente sulla sua chitarra, che sviluppa nel corso dei brani un dialogo continuo con il theremin di Pamelia Kurstin, il violino di Catherine McRae e i clarinetti di Peter Hess, mentre a puntellare le linee melodiche troviamo Danny Tunick che si destreggia tra marimba, vibrafono, organo e pianoforte, il tutto supportato magnificamente dalla sezione ritmica composta da Peter Lettre al basso e Johnny Bollinger alla batteria. Ad impreziosire il tutto c’è poi anche il supporto di Dan Coates all’elettronica e quello delle due guest vocalist Alba McCarthy e Fiona Templeton. Ad aprire il disco è la superba “Shema Coli”, un brano di grande potenza evocativa in cui la linea melodica, che rimanda alla tradizione ebraica, fa da sfondo ad un susseguirsi concitato di immagini sonore in cui ritroviamo il passo delle milizie fasciste, le irruzioni notturne alla ricerca degli ebrei, le fughe a perdifiato, il dramma dei bombardamenti, le mitragliatrici. Si prosegue con le struggenti e drammatiche “Echa Yasheva Vadad” e"Yoshev Beseter Elyon”, in cui risuona il dramma di quei giorni del 1944, e che ci introducono alla poesia “Et Shaare Ratzon” e “MizmorLeasaf”, in cui si ritroviamo i versi di Pierpaolo Pasolini e Alfonso Gatto. L’immaginifica “Kamti Beashmoret” ci conduce verso il finale dove spiccano l’incredibile versione di “Bella Ciao”, cantata da Dawn McCarthy, la notturna e sofferta “Umevi Goel” e la pianistica “Channun Kerov Rachamav”, che suggella un disco di rara intensità e bellezza. 


Salvatore Esposito

Pierpaolo Lala, Una Frisella Sul Mare. Canzoni, Ricordi E Ricette Da Spiaggia, Lupo Editore, 2013, pp. 190, Euro 12,00

Dopo il grande successo di “50 Sfumature di Fritto. Piccolo Manuale Untologico”, diventato un piccolo caso letterario, la crew gastronomica del concorso di cucina dozzinale “Fornelli Indecisi”, guidata dal vulcanico giornalista salentino Pierpaolo Lala, torna con “Una Frisella Sul Mare. Canzoni, Ricordi E Ricette Da Spiaggia”, gustoso libro che ci ha accompagnato durante le vacanze estive, in cui sono raccolte alcune delle principali ricette della cucina pugliese da spiaggia, il tutto condito dall’immancabile dose di racconti, ricordi e ovviamente canzoni. Da buon ex-chitarrista da falò, Pierpaolo Lala ha chiamato a raccolta un nutrito gruppo di amici, giornalisti e scrittori, che hanno contribuito al libro con aneddoti e ricordi, che nel loro insieme compongono un sorprendente viaggio lungo la costa pugliese da Bari alle coste del Tarantino, passando per il Capo di Leuca. Tra “stanati” (teglie da forno in acciao) pieni di parmigiana di melanzane o pasta al forno, calamari fritti, involtini di pollo, e quant’altro, emergono schegge di ricordi di momenti passati in spiaggia, di mamme che impedivano il bagno ai figli prima che fossero passate le due o tre rituali ore di attesa dal pasto, ma di anche i falò notturni, e chitarre in riva al mare. L’accostamento di musica, cibo e ricordi del passato diventa così il pretesto per offrirci una visione peculiare dell’estate, e anche se alla fine si resta con un po’ di nostalgia, per certe schegge di quei magnifici anni ottanta che fanno capolino qua e là, ci si può sempre consolare decidendo di passare dalla lettura all’azione, e preparare qualcuna delle tante ricette, ordinate in ordine alfabetico. Se “50 Sfumature di Fritto” era stato un elogio del confort food per eccellenza, anche in questo caso i piatti presentati non sono da meno, e state certi che vi regaleranno un pizzico di quell’estate che vi siete appena lasciati alle spalle. 

Salvatore Esposito

Cyril Neville - Magic Honey (Ruf Records, 2013)

Lui è il più giovane dei Neville, l’aristocrazia del sound di New Orleans derivata dai Meters. Quando si parla di musica e si nomina New Orleans, bisogna mettersi ad ascoltare con orecchie spalancate. New Orleans è una vera culla del suono, e i Neville Brothers sono l’espressione più compiuta del fare musica di quel luogo. Ho avuto modo di vedere un concerto straordinario dei Neville Brothers, al purtroppo chiuso Rolling Stone di Milano nel 2005, ed ho imparato di più in quelle quasi tre ore di spettacolo, che in tanti anni di studio del mio strumento. Conservo gelosamente nel cuore il luogo al quale mi sono elevato grazie alla musica espressa quella sera. Inciso con la partecipazione di Dr.John e tanti altri ospiti d’eccezione come l’immenso Allen Toussaint, “Magic Honey”, il recente disco solista di Cyril, racchiude molto bene il senso di quanto sia radicata la bellezza in luoghi come la Louisiana, luoghi ricchi di storie ora amare, ora meravigliose. Fuori da ogni retorica a basso presso, credo che l’unico parallelo che si possa fare con New Orleans, sia quello con Napoli, due città diversissime tra loro, ma caratterizzate dalla stessa esplosione di sensazioni uniche e allo stesso tempo assurde contraddizioni. Il disco si muove groovando su coordinate tipicamente blues progressive, è l’idea di blues swamp della Lousiana. Il modo che questi musicisti eccelsi hanno di trattare il tempo di una canzone, di danzarci sopra, di cantarci con l’anima spalancata ha un appeal unico. Insomma questo disco è un capolavoro fuori dal tempo.


Antonio "Rigo" Righetti

mercoledì 18 settembre 2013

Numero 118 del 18 Settembre 2013

Passata la prima tornata delle votazioni per le Targhe Tenco, al di là delle considerazioni su cosa debba intendersi oggi per canzone d’autore (ci vorrebbero libri, non editoriali per parlarne con cognizione) e sulle dinamiche mediatiche che portano un’ampia fetta di giornalisti a convergere su certi nomi, nel quartiere generale di blogfoolk tiriamo le somme, notando con un certo orgoglio che il 90% dei dischi che accedono al secondo turno di votazioni del Tenco, li abbiamo recensiti, un segno evidente che blogfoolk sta sempre sul pezzo, che abbiamo le orecchie drizzate sulle produzioni di qualità. Ma occupiamoci del nuovo numero settembrino, aperto da uno speciale dedicato a "Portosantagostino", nuovo disco dell'OMA, che sta per Orchestra Multietnica di Arezzo, del quale abbiamo parlato con il suo direttore, il compositore fiorentino Enrico Fink. Dalle musiche del mondo suonate dall’ensemble composto da vecchi e nuovi toscani, alla Scozia di “At The Heart Of It All”, album che segna il ritorno in grande stile dei Capercaillie, a cui va il Consigliato Blogfoolk di questa settimana. La rubrica world music presenta anche "Monogah" dell'americana Kyle Carey e le contaminazioni di “Carapace” dei siciliani Ipercussonici. Si resta in Italia con l’ascolto di "Lampascioni e Cianfrusaglie" del trio Le Tre Sorelle, viaggio nel canto polivocale dell'Italia Meridionale, e di "Terra Mea" del Gruppo Folk Città di Ostuni. Ritorna anche la rubrica Cantieri Sonori con la videointervista a Michele Di Paolo, mentre per Storie di Cantautori abbiamo recensito il nuovo disco Alessandro Benvenuti. Bocconcino finale, il taglio basso di Rigo.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


GLI SPECIALI DI BLOGFOOLK
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L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

L’Arezzo Plurale dell’Orchestra Multietnica Di Arezzo

Enrico Fink, direttore dell’Orchestra Multietnica di Arezzo, racconta il nuovo disco, “Portosantagostino”. 

È iniziato oltre dieci anni fa, con la creazione della romana Orchestra di Piazza Vittorio, il fenomeno delle cosiddette orchestre multietniche, sbocciate come azione cultuale e politica al contempo, segno delle ibridazioni contemporanee, ma anche risposta alla promulgazione della legge Bossi-Fini sull’immigrazione in Italia, nella fase storica in cui le pratiche multiculturali iniziavano ad essere messe in discussione nella “Fortezza Europa”. Qualcuno le ha definite una moda – nemmeno fossero migliaia – in ogni caso rappresentano, in un certo senso, una particolare tendenza italiana, laddove nel resto d’Europa, si tende con ogni probabilità – stante le eccezioni – a non ricorrere a tale categorizzazione nell’autorappresentarsi. Insomma, sono specchio musicale transculturale, ma forse anche esito di un certo provincialismo italico, del ritardo con cui il senso comune e il discorso mediatico si confrontano con categorie ambigue come etnie, nazione, nazionalità, identità, usate quasi sempre con molta superficialità. Non da ultimo, rappresentano una nicchia di gusto musicale nell’arena dell’industria dello spettacolo. Radicati nelle principali città metropolitane del Belpaese, gli ensemble germogliano anche in cittadine meno popolose: è il caso dell’OMA, acronimo di Orchestra Multietnica di Arezzo, nata come Orchestra Popolare Multietnica, diretta nella primo anno di esistenza dai musicisti Jamal Ouassini ed Enrico Fink, un marocchino di religione musulmana e un italiano di fede ebraica, per voler rientrare nelle categorizzazioni etnico-culturali-confessionali. 
Oggi questo ensemble, che è fiorito inizialmente anche per forte volontà dell’amministrazione locale e che si configura come laboratorio permanente, ha nel compositore fiorentino il suo responsabile. «Questa è un'orchestra molto, ma molto atipica», ci spiega Fink (direzione, voce e flauto). «A volte ci identifichiamo più con una banda di paese, una filarmonica degli anni 2000: la colonna sonora di una città multiculturale, piena di storie diverse da raccontare, di suoni, di sapori. Un organismo caotico forse, ma sempre pieno di energia e di entusiasmo, di desiderio di fare festa insieme e di raccontarsi, un raccontarsi che è un po' in realtà fare da specchio a un mondo, quello di Arezzo come di tutte le città italiane, contagiato da mille colori differenti». Un ensemble nato da un’officina musicale, ma poi radicatasi…. «L'OMA è nata come esperienza di laboratorio, ma è rapidamente diventata un gruppo, o se vogliamo un laboratorio permanente. Solo che a imparare siamo tutti quanti, e tutti quanti portano esperienze e pezzi di storia che poi diventano patrimonio comune. Il gruppo è aperto, questa è una delle sue caratteristiche principali: è uno spazio, un luogo dove incontrarsi e costruire qualcosa insieme. Un aneddoto per chiarire: ricordo bene una volta, provavamo ed era estate, le finestre aperte: a un tratto un ragazzo nigeriano si è fermato ad ascoltare. Finito il pezzo, in qualche lingua ci siamo intesi: lui suonava la tromba, in Nigeria; e gli sarebbe piaciuto suonare con noi ma non aveva lo strumento. Detto fatto, gli trovammo una tromba e dalla prova successiva, per parecchio tempo, Patrick è stato a suonare con noi, dentro una sezione ottoni fatta per lo più di giovani ragazzi usciti dal liceo musicale». 
Del 2009 è il CD/DVD “Animameticcia" (Maxresearch / Officine della Cultura, distribuito da Materiali Sonori), cui sono seguite le collaborazioni con Cisco e, soprattutto, con Raiz, senza dimenticare il Premio Suoni di Confine 2010 assegnato dal MEI. Dei mesi scorsi l’incontro con Erriquez e Finaz di Bandabardò e lo spettacolo teatrale “Credoinunsolodio” con Amanda Sandrelli. Intitolato “Portosantagostino” (Officine della Cultura, distribuzione Materiali Sonori), il secondo lavoro dell’OMA, vede un organico di circa 31 “scaricatori” provenienti da Italia, Albania, Palestina, Libano, Albania, Argentina, Colombia, Bangladesh, Messico, Svizzera, India, Tunisia. Il disco è stato prodotto da Luca Roccia Baldini. Ascoltiamo ancora Fink: «Sant'Agostino è una delle piazze centrali d'Arezzo, uno dei primi luoghi dove abbiamo suonato, un po' il cuore della città per quanto ci riguarda, con la chiesa, la piazza dei grandi eventi cittadini ma anche con lo storico circolo Arci, l'Aurora. E ce lo siamo immaginato come un porto, il porto d'attracco delle tante navi che sono i percorsi che hanno portato tante persone con storie lontane a vivere ad Arezzo». Ecco spiegato il titolo del disco, che è il risultato di anni di lavoro comune, un lavoro più meditato sia sul piano della composizione sia sotto il profilo sonoro. Aggiunge il direttore: «Il primo disco fu registrato in pochi giorni e con tecnica da orchestra classica, senza sovraincisioni, con pochi ottimi microfoni posizionati strategicamente e molte riprese fra cui scegliere. Qui invece abbiamo lavorato in studio, una sezione alla volta, pianificando il lavoro, cercando di unire la pulizia tecnica all'energia musicale, cosa non sempre facile». 
L’album contiene dodici brani che cercano di rappresentare al meglio le diverse identità che compongono il panorama dell'OMA: «Musica sempre frutto di mescolanza e inventiva, ma che rispecchia le nostre diverse origini. Musica di provenienza albanese, bengalese, andalusa, egiziana, ebraica, rumena: e in generale, la musica che amiamo suonare, e con cui amiamo divertirci e far divertire il nostro pubblico», chiarisce Enrico. Il programma, che si fa forte dei diversi colori strumentali, sintetizzati nella partitura orchestrale, è aperto da due brani di tradizione klezmer (“Good Morning”, “Ydishe Honga”) cara a Fink, per proseguire con un brano albanese, “Ah Pranvera”, scritta dal popolare cantante squiptaro Bujar Qamili. Dalla tradizione arabo-andalusa, arriva la celebre “Lamma Bada Yatahanna”, mentre con “Lulu Bore” si ritorna oltre l’Adriatico nel paese delle aquile. È un invito alla danza “Klezmers Freylech”, di tradizione askhenazita. “Telaat Ya Mahla Nourha” e “CHaira Gelam Matir Prithibi” provengono dal repertorio di due giganti, rispettivamente l’egiziano Sayed Darwish e l’indiano bengalese Salil Chowdhury. Fink è l’autore di una vivace “Hora”, e arrangiatore di una sirba romena e di un brano di tradizione hassidica “Der Dibuk Nign”. C’è spazio anche per la fiaba “Quando il pesciolino e lo squalo s’incontrarono per la prima volta” (recitata da Samuele Boncompagni), prima del conclusivo tradizionale russo “Tumbalalaika”. 
Come si costruiscono le partiture di un organico così complesso e composito, dove percussioni, corde, archi popolari si fondono con fiati, ance, ottoni, fisarmonica, harmonium e voci? «L'OMA è un'orchestra atipica, e atipici devono per forza essere gli arrangiamenti. Si comincia con l'impalcatura, che è la struttura ritmica – cerco sempre di mescolare un po' le carte, sommando ritmi diversi, spostando più o meno percettibilmente gli accenti rispetto al brano “originale”, quando ce n’è uno – confidando che poi la sezione ritmica con Massimiliano a guidare i percussionisti e Luca a coordinare tutto l'andamento saprà trovare il modo giusto per sostenere il tutto. Poi cerco di portare questa idea di “spostamento” anche sul piano armonico, sulle tessiture, magari – se, ad esempio, sto lavorando su un brano molto “modale”, come nel disco sono “Lamma Bada” o “Telaat” – accostando a parti in cui l'armonia è del tutto statica, costruita su poco più che un accordo, parti in cui invece fiorisce e si trasforma, rendendosi d'un tratto complessa. Come a sottolineare ciò che è tradizione e ciò che è creatività, a lasciare evidente il segno della mano contemporanea sul colore antico dell'affresco. Il tutto, sempre partendo inevitabilmente dalla consapevolezza dell'organico, del materiale umano che ho a disposizione per i prossimi concerti: una sezione che so aver bisogno di stimoli maggiori e parti più complesse, una che è meglio lasciar riposare e restare in sottofondo, Massimo che ha comprato uno strumento nuovo in Turchia, Irina che questo tema lo farebbe benissimo con la fisarmonica...». 
Una delle obiezioni sollevate in passato è che molte orchestre hanno assunto la fisionomia artistica del loro leader o fondatore (nella quasi totalità un italiano di nascita): quanto la OMA è un'entità collettiva, e quanto un ensemble che risente della cifra artistica del direttore? «Come ti dicevo parlando degli arrangiamenti, si parte sempre da chi siamo, da chi suonerà, non costruisco prima la musica e poi cerco il musicista, ma penso sempre a quella persona, quell'individuo che dovrà suonare quella parte. Quindi il collettivo determina decisamente il risultato: ma non lo determina certo univocamente, e credo di aver messo molto del mio in quello che l'OMA è diventata. Esiste, anche se non è definito ufficialmente da alcuna parte, una sorta di “collettivo OMA”, fatto dai musicisti che ormai da anni sono parte del gruppo, e che ha caratterizzato e dato forma, idee, sapore a questa orchestra che non è certo in alcun modo un “mio” prodotto ma il risultato di molte esperienze, fatiche, idee e proposte». Dal vivo, che spazio ha l'improvvisazione? «Dalla semplice constatazione che ogni nostro concerto è diverso dal precedente, si potrebbe pensare che ne abbia parecchio, di spazio, in realtà è abbastanza contenuto, ma adeguato per i nostri musicisti improvvisatori che vogliono esprimersi liberamente. Ma raramente costruisco partiture che siano semplici strutture vuote da riempire con l'improvvisazione del solista: preferisco lavori organici, voci che si alternano, colori diversi che si sommano uno con l'altro. 
Sempre però prendendo a prestito una caratteristica tipica della musica popolare, ovvero l' “eterofonia”: quasi mai pretendo dall'orchestra un’esecuzione perfetta, millimetrica della partitura – preferisco il colore che nasce dalla sporcatura, dall'ornamentazione libera, dall'articolazione non segnata sulla parte e lasciata alla sensibilità del musicista. Il che, nella musica popolare appunto, costituisce una forma collettiva di improvvisazione, e garantisce quella differenza fra ogni esecuzione a cui mi riferivo prima.» Per finire, Enrico Fink è sempre convinto della definizione di Orchestra Mutietnica? «Ti dirò che forse non lo sono mai stato... La definizione di “multietnica” ci è rimasta addosso dai primi tempi, quando il gruppo era l'espressione di un laboratorio dedicato alla world music. In realtà la sua specificità non è certo “multietnica”, qualunque cosa voglia dire “etnia” nella società contemporanea: siamo anche multi-generazionali, tenendo insieme “ragazzi” dai 15 ai 65 anni; e diversi per ogni caratteristica umana che si possa immaginare. Dico spesso che quello che ci unisce è che tranne due “stranieri” – io che sono fiorentino e Massimiliano Dragoni che è di Spello – siamo tutti aretini: qualcuno da sempre, qualcuno da un paio di generazioni, qualcun altro da ieri pomeriggio. Insomma, non è certo un nome che risenta del dibattito fra multietnicità e multiculturalità, o addirittura fra modelli di integrazione sociali – è solo che dopo un po' ci siamo affezionati al nome, soprattutto a quello vero: che è OMA, anche senza puntini, ormai nostro e non più cambiabile». 


Ciro De Rosa

foto Coleschi dal sito lanazione.it

Capercaillie – At The Heart Of It All (Vertical Records, 2013)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

“S’Och A’ Dhomhnaill Oig Ghaolaich” è un “òrain luaidh”, in inglese waulking song, un canto in forma responsoriale, praticato nel processo di lavorazione del tweed da gruppi di donne che battevano il tessuto per renderlo più morbido e resistente alle intemperie. La ban dhuan (ovvero la donna-canzone) intonava la breve strofa e il resto delle altre lavoratrici la seguiva nel ritornello, che faceva largo uso di suoni sillabici nonsense, l’organizzazione metrica e ritmica era dettata dal movimento del tessuto lungo la tavola di battitura. La waulking song apre il nuovo lavoro degli scozzesi Capercaillie, che festeggiano i trent’anni di attività; a sorprendere sono soprattutto le frasi iniziali del sax tenore di Tommy Smith, musicista della scena jazz di Edimburgo, poggiate su un tessuto percussivo, che introducono l’inconfondibile voce da brividi di Karen Matheson, la quale, come una ban dhuan, conduce il canto. Nella rilettura della band scozzese, l’inserimento di intermezzi strumentali tra i versi lascia al sax spazio per rientrare, incrociandosi poi nel finale con violino, flauto e uilleann pipes. Con un inizio così sviluppato, ma al contempo tanto accattivante, si capisce che non siamo di fronte ad un disco qualsiasi. Il gallo cedrone, questo è il significato di Capercaillie, ha fatto la storia del nuovo folk scozzese, attraversando molte stagioni, ha raggiunto un elevato status artistico e la notorietà di un vasto pubblico con canzoni “prestate” alla pubblicità e con colonne sonore, flirtando pesantemente con il pop ed innestando robuste dosi di elettronica, tuttavia, conservando eleganza negli arrangiamenti, nonostante alcuni cedimenti ravvisabili nella consistente discografia. 
Stabilizzato l’organico, nel quale solo i cofondatori Karen e suo marito Donald Shaw, originari dell’Argyll, sono componenti della line-up delle origini, ora i Capercaillie rientrano in pista (per coincidenza, in concomitanza con la “rinascita” della storica band irlandese Clannad dall’affine cammino artistico), presentandosi con un album in studio dopo dieci anni. Oggi, la band allinea Karen Matheson (voce), Donald Shaw (tastiere, fisarmonica), Charlie McKerron (violino), Manus Lunny (chitarra, bouzouki), Ewen Vernal (basso, chitarra, voce), Michael McGoldrick (flauto/uilleann pipes). Ritornando a parlare di questo nuovo lavoro, eccoci alla seconda traccia, il medley strumentale, “The Strathspey Set”, in cui si alternano potenza d’insieme – ritmica e armonizzazioni in certi passaggi possono ricordare la lezione dei Moving Hearts – e canto di Karen nello stile sincopato puirt-a-beul, su un ineccepibile sostegno ritmico della chitarra dell’irlandese Manus Lunny. Ancora una superba performance in gaelico è “Ailein Duinn Nach Till Thu An Taoblh-Seo”, in cui si rinnova la struttura tipica con la voce fatata di Karen, sostenuta dagli strumenti, mai preponderanti, e un corposo inciso strumentale. Nel set di danze “The Jura Wedding Reels” fanno il loro ingresso il banjo di Gerry O’Connor, le uilleann pipes di Jarlath Henderson, il violino di Aidan O’Rourke (dei Lau) e le percussioni di James MacKintosh (degli Shooglenifty), che si uniscono al gruppo base. 
Uscita dalla penna di Shaw, la title track è l’unica canzone in lingua inglese, che racchiude il senso del fare musica della band: ”At the heart of it all […] is a song for the common man [… ] At the heart of it all is a story to be told”, canta Karen duettando con Kris Drever (anch’egli in forza ai Lau), mentre uilleann pipes e tastiere sono in primo piano nella trama sonora. Deciso cambio di atmosfera con “Abu Chuibhl”, dove tromba (Ryan Quigley), sax (Paul Towndrow) e trombone (Michael Owers) inseriscono fremiti R&B e funky. Di diverso tenore i due successivi strumentali, “The Marches”, incentrato su flauto e violino, e “Cal’s Jig”, dal notevole drive ritmico: entrambi mettono in risalto la collaudata solidità del gruppo. Richiami pop si avvertono in “Nighean Dubh Nighean Donn”, canto presente presso le comunità gaeliche di Cape Breton (Canada). Vertice di vocalist sopraffini delle Ebridi Esterne nella splendida “Fainne An Dochais”, con le ugole di Julie Fowlis, Kathleen MacInnes e Sineag MacIntyre, che si combinano con quella di Karen e del cantante dell’isola di Skye, Darren MacLean. Incantevole anche la chiusura, “Lament for John ’Garve’ Macleod of Raasay” è una tragica composizione su un annegamento risalente al 1671; ancora una volta esaltazione del canto di Karen, con chitarra e tastiere deliziose a sostegno. Che classe! Questo 22 settembre, unica data italiana, i Capercaillie suonano a Busto Arsizio, al Busto Folk Festival. Imperdibili! 


Ciro De Rosa

Kyle Carey – Monongah (KyleAnnCarey.com Music, 2013)

Innamoratasi della musica folk mentre lavorava come cameriera al Lena Caffè di Saratoga Spring, NY, uno dei luoghi culto per gli appassionati di musica folk negli States, Kyle Carey è una cantautrice americana di belle speranze, con alle spalle un percorso di ricerca interessantissimo, che l’ha vista dapprima trasferirsi a Cape Breton per approfondire la tradizione musicale gaelica e il tipico stile violinistico e successivamente nell’isola di Sky in Scozia per proseguire ed approfondire la pronuncia e l’intonazione della dizione nella canzone tradizionale scozzese, il tutto cercando di trovarne le connessioni con la musica appalachiana. Queste esperienze di studio e di ricerca sono state la base su cui è nato “Monongah”, il suo nuovo album prodotto da Donogh Hennessy dei Lùnasa, e nel quale sono raccolti undici brani incisi con la partecipazione di alcuni ospiti d’eccezione come Trevor Hutchinson dei Waterboys (basso), John Kirk (mandolino e banjo), Neil Fitzgibbon (violino, chitarra e armonie vocali), la violinista di Cape Breton Rosie McKenzie, e con l’aggiunta di Pauline Scanlon e Aoife Clancy alle armonie vocali. Ciò che colpisce sin da subito, oltre alla splendida e genuina voce della Carey, è senza dubbio il riuscito intreccio tra musica roots emericana e tradizione gaelica, una combinazione di ingredienti piena di fascino che contribuisce in modo determinante alla riuscita dei vari brani. L’originale songwriting della cantautrice americana ci conduce così in una dimensione sospesa tra passato e presente, nella quale eventi di molti anni fa diventano la cartina di tornasole dell’America di oggi, come nel caso della title-track in cui ricorda il disastro sul fiume Monongahela nella Virginia dell’Ovest. Durante l’ascolto brilla l’intensità poetica di brani come “Devil At Your Back”, ispirati ai versi di Louise Mac Neil o della struggente “Adenine” in cui si racconta di un orfano venduto al circo da sua madre per sopravvivere, ma è con “John Hardy’s Wife”, che si tocca il vertice del disco con le sue atmosfere che ricordano certe cose dei Mumford & Sons. Di pregevole fattura sono anche “Let Them Be All”, cantata a capella e in cui si apprezzano a pieno tutte le doti vocali della Carey, la brillante “Resurrection” e quel gioiello che è “Gaol Ise Gaol I” in cui più compiutamente si apprezza l’incontro tra musica americana e tradizione gaelica. Le trame folk dai toni pastello di “Monongah” sono certamente una bella sorpresa, e siamo certi che questo disco riscalderà certamente il cuore di quanti vi si avvicineranno. 


Salvatore Esposito

IpercusSonici – Carapace (Viceversa Records/ Audioglobe, 2013)

IpercusSonici nascono a Catania nel 2002 dall’incontro tra il polistrumentista Luca Recupero (marranzani, effetti, tamburelli, cori, kraakbox, ‘mbira e basso) e il percussionista Carlo Condarelli (dum dum, sangban, rullante, campane, piatti, djembe, balafon e cori), appena rientrato dalla Guinea dove aveva studiato il linguaggio delle percussioni africane. Sperimentato l’originale incrocio tra didjeridoo, marranzano siciliano e percussioni africane, il passo verso l’allargamento della band è breve, e si completa con l’inserimento di Alice Ferrara, che aggiunge agli ingredienti il suo reggamuffin cantato in siciliano. Nasce così il “Liotro Sound” in cui la contaminazione in chiave world, spazia attraverso generi musicali differenti fino a toccare le radici della tradizione siciliana, e ben presto arriva anche il loro disco di debutto. Negli anni il gruppo è cresciuto molto tanto in organico con l’ingresso in formazione di Marcello Ballardini (didjeridoo) e Michele Musarra (basso elettrico, crumar, baritono & sitar e cori), ma anche dal punto di vista prettamente musicale, guadagnandosi ampi consensi di pubblico e critica in Italia come all’estero, arrivando ad esibirsi anche al Womand dove vengono accolti come “The Adventurous New Sound Of Sicily” . A coronamento di un così intenso percorso artistico arriva anche il loro nuovo album, “Carapace”, disco che raccoglie undici brani registrati in giro per il mondo, e cantati in siciliano ed italiano, nei quali spesso fanno capolino anche altre ligue come i sousou della Guinea, il malinkè del Mali e l’arabo. La contaminazione e il dialogo tra culture e sonorità diverse, come il guscio delle tartarughe evocato nel titolo del disco, diventano paradigma della difesa senza se e senza ma delle culture del Sud del Mondo, delle terre violate dall’inquinamento e dalla violenza della mafia, un grido militante di lotta per un mondo migliore. Tutto ciò trova una perfetta corrispondenza anche nelle scelte sonore che vedono mescolarsi l’elettronica con le percussioni africane, il didjeridoo australiano con il marranzano siciliano, il tutto con l’aggiunta di qualche ospite d’eccezione come Jali Diabate alla kora. Ad aprire il disco è il crescendo travolgente di “Funky Nanna” in cui il dialetto siciliano si sposa con un arrangiamento che mescola elettronica e sonorità tradizionali, a cui seguono la ritmata “IpercusSuite” e il raggamuffin di “Universo” dedicata a Franco Battiato. Si passa poi all’impegno civile con “Mururoa”, già utilizzata da Greenpeace per la campagna contro la reintroduzione del nucleare in Italia, “Fuje” scritta in difesa dell’acqua bene comune e “Quannu Moru (Faciti Ca Nun Moru)” di Rosa Balistreri, e qui proposta come inno contro la mafia in Sicilia. La potente title track apre poi la strada alle più sperimentali “Impossibile” e “Sento”, che si caratterizzano per l’originale approccio vocale di Alice Ferrara. Completano il disco la splendida “Cincu” del poeta Ramzi Harrabi, e una sorprendente versione di On The Road Again dei Canned Heat, qui riletta in chiave world con risultati davvero eccellenti. Con i suoi suoni trasversali e sfuggenti, le contaminazioni sonore e un tocco di sperimentazione elettronica, “Carapace” segna una tappa importante nel percorso artistico de IpercusSonici, e siamo certi che sarà un ottima base di partenza per gli sviluppi futuri della loro ispirazione. 


Salvatore Esposito

Le Tre Sorelle - Lampascioni & Cianfrusaglie (Hertz Brigade Records/Compagnia Artistica La Paranza del Geco, 2013)

Fondata da Simone Campa ed attiva dal 1999, la Compagnia Artistica La Paranza Del Geco è un laboratorio musicale di base a Torino, che raccoglie circa trenta artisti tra cantanti, percussionisti, attori, danzatori, performers ed artisti di strada, impegnati in diverse attività che vanno dall’attività didattica con i corsi di danza e di musica, agli spettacoli fino a toccare alcuni workshop sulla Comedia dell’Arte. In seno a questa bella realtà è nato il progetto Le Tre Sorelle, che vede protagoniste Alessia Cravero (voce, fisarmonica, organetto, chitarra battente, lira calabrese, tamburello), Giulia Provenzano (voce, chitarra francese, tamburi a cornice, percussioni) e Valeria Quarta (voce, chitarra francese, tamburi a cornice, percussioni), tre musiciste accomunate dall’intento di valorizzare e ricoprire il canto polivocale delle donne dell’Italia Meridionale. Partendo da una intensa ricerca e studio sul campo e dal confronto costante con ricercatori, musicisti e anziani cantori, ha preso vita un repertorio di brani che spazia dai canti siciliani a quelli della Campania, passando per le tarantelle del nord e del centro della Calabria, fino a toccare la Puglia con le sue serenate, i suoi stornelli, i canti d'amore e di sdegno, la pizzica pizzica salentina e della Bassa Murgia. E’ nata così l’idea di catturare su disco questo viaggio sonoro, e grazia all’aiuto di alcuni musicisti della Paranza del Geco, ha preso forma “Lampascioni e Cianfrusaglie”, nel quale sono raccolti quattordici brani, caratterizzati da arrangiamenti semplici ed essenziali che mirano ad esaltare essenzialmente l’approccio polivocale delle tre voci. Ora accompagnate da una strumentazione ristretta in cui le percussioni dialogano con l’organetto, la fisarmonica e la chitarra battente, ora cantando “alla stisa” Le Tre Sorelle ci guidano in viaggio sonoro attraverso la tradizione orale dell’Italia Meridionale, che prende le mosse da Salento con la ballata narrativa da cui hanno tratto il loro nome “Le Tre Sorelle” e gli “Stornelli” per raggiungere la Calabria prima con la tarantella alla lira “Figghia Mia Tu Résci a Balla” e poi con la dolcissima ninna nanna “Ninna Ninnaredda”. Si ritorna poi ancora alla Puglia con una trascinante “Pizzica Pizzica”, ma è solo un momento perché subito dopo arriva “La Tirullallero”, canto “a lassa e pija” di Crotone, che ci introduce alla bella versione del tradizionale siciliano “Cu Ti Lu Disse”. La seconda parte del disco ci riporta in Puglia prima nell’Alto Salento con il canto di emigrazione “L’Americana” e poi a Villa Castelli nella Bassa Murgia con “Tirisina”. Non manca uno sguardo alla Sardegna nella intensa versione di “Deus Ti Salvet Maria”, che ci conduce verso il finale ancora all’insegna della Puglia con la “Pizzica Pizzica di Ostuni” e “La Pizzica a Tre Voci”, e della Calabria con i canti d’amore “Suraca Ianca” e “Fimmene De Petre”. “Lampascioni e Cianfrusaglie” è, dunque, un disco interessante nel quale scopriamo senz’altro il talento delle voci di Alessia Cravero, Giulia Provenzano e Valeria Quarta, ma che ci consente anche di entrare nel vivo di quell’officina creativa che è La Paranza del Geco, una realtà che merita attenzione ed ammirazione per la loro importante opera di divulgazione culturale. 


Salvatore Esposito