BF-CHOICE: Maria Pia De Vito featuring Chico Buarque – Core [Coracão]

In “Core[Coracão]”, la vocalist partenopea, ai vertici del panorama jazz internazionale, offre cittadinanza sonora napoletana a tredici canzoni carioca. Sperimentatrice delle infinite possibilità sonore della voce, Maria Pia De Vito è artista versatile, sensibile e creativa...

BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

martedì 24 dicembre 2013

Numero 132 del 24 Dicembre 2013

Blogfoolk augura un Buon Natale e un 2014 di fantastica musica, che non mancherà mai, se si hanno orecchie sensibili ai suoni del mondo. Per il resto non vogliamo smarrirci tra frasi retoriche ed ipocrisie che ci sovrastano per l’occasione festiva. Il nostro pensiero per voi lettori è un sostanzioso ultimo numero del 2013, tutto da degustare. Lo apre uno speciale con intervista, dedicato a “Sugne”della Sossio Banda. Poi raggiungiamo l'Occitania, per parlare di “Anice Stellato” del Duo Pastis. Dal nord-ovest a nord-est con la musica istriana proposta dai Vruja. Spazio poi alla world music con “Clychau Dibon” di Catrin Finch e Seckou Keita, accoppiata gallese-senegalese cui va il Consigliato Blogfoolk, e con la bella raccolta Rhythms Of Azerbaijani Dance. Per la rubrica Storie di Cantautori, è la volta della canzone d’autore, declinata in chiave world, del bel progetto “Saluto Al Nemico” degli Aedo. Suoni Jazz è invece dedicata a due dischi prodotti da Videoradio, ovvero “A Vision” di Lorena Fontana e “Dusting The Time” di Gianfranco Continenza. Dal nostro scaffale, per la rubrica Letture, abbiamo scelto Nickelharpa, progetto curato dalla Scuola di Musica Popolare di Folimpopoli. Scoppiettante, come si conviene in questi tempi festivi, è il finale affidato al taglio basso di Rigo.

Ciro De Rosa
Direttore Editoriale di www.blogfoolk.com

VIAGGIO IN ITALIA
WORLD MUSIC
STORIE DI CANTAUTORI
SUONI JAZZ 
LETTURE 
TAGLIO BASSO

L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Sossio Banda – Sugne (HisTricks Records, 2013)

Realtà consolidata dalla world music italiana, La Sossio Banda, nel corso del suo percorso artistico ha coniugato le sonorità del mediterraneo con la tradizione delle Murge, la loro terra di origine. Il loro nuovo album “Sugne” rappresenta il lavoro della raggiunta maturità, caratterizzandosi non solo per l’uso del dialetto, ma anche per un attenta ricerca sonora che li vede confrontarsi anche con un quartetto d’archi, un orchestra e una banda di paese. Abbiamo intervistato Francesco Sossio, per approfondire insieme a lui la genesi del disco e i temi trattati, senza tralasciare la ricerca sulle sonorità e i progetti futuri. 

Ci puoi raccontare come nasce la Sossio Banda? 
La Banda nasce nel 2008 in seguito alla pubblicazione di un progetto di ricerca storico musicale denominato “Muretti a secco”, prodotto dalla CGIL Puglia. Questa ricerca portò alla luce nuovi canti soprattutto della nostra zona, l’Alta Murgia e di lì sentimmo l’esigenza di creare uno spettacolo dal vivo che comprendesse brani tradizionali già conosciuti ma rivisitati, canti non ancora noti e composizioni inedite create da noi. 

Come si è evoluto il vostro suono dagli esordi ad oggi? 
Il suono è cambiato molto, perchè sono cambiati gli strumenti, alcuni musicisti, così come il nostro bagaglio artistico e musicale che si è arricchito nel tempo grazie ai numerosi live ed agli incontri che in questi anni abbiamo fatto. Siamo cresciuti insieme, ogni musicista ha dato il suo prezioso contributo e ha lasciato il segno, al resto ci ha pensato l’affiatamento e la sinergia che c’è tra noi. Oggi i musicisti stabili della Banda sono: Francesco Sossio sax, clarinetto, fiati tradizionali, voce; Loredana Savino voce; Tommaso Colafiglio chitarre; Giorgio Albanese fisarmonica; Francesco Leoce basso acustico; Michele Marrulli batteria, tamburi a cornice; Pino Basile darabouka, riq, bendir, canjira, duff, cupa cupa, strumenti effimeri. 

Quanto è stato importante il vostro percorso di ricerca sulla musica tradizionale delle Murge nella vostra musica? 
La tradizione è il nostro DNA e i brani i nostri figli. Così come per gli individui, il DNA viene trasmesso ai discendenti di padre in figlio ed è giusto che sia così. I figli, i nipoti hanno sempre qualcosa dei nonni, tratti somatici, caratteri e caratteristiche; allo stesso modo, le nostre composizioni inedite, profumano di Murgia, portano tracce di quello che è stato in una veste nuova, e lo si percepisce ad esempio dalla scelta degli strumenti, dall’uso del dialetto e dall’utilizzo di alcuni ritmi tradizionali rivisitati. Io sono fiero ed orgoglioso che la nostra musica possa essere ben identificata e territorializzata, pur non essendo musica tradizionale o di riproposizione. Bisogna conoscere bene da dove si viene per capire e dove si vuol andare. 

Ci puoi parlare del processo creativo alla base delle canzoni di Sossio Banda? 
In genere io scrivo testo e musica, le fondamenta se così le vogliamo chiamare; poi la faccio ascoltare agli altri in sala prove e di lì insieme si prosegue con l’arrangiamento vero e proprio. E’ sicuramente la fase più divertente e creativa poichè vengono fuori tutte le caratteristiche, le estrazioni e i percorsi di vita dei musicisti; ci si confronta e insieme si costruisce quello che sarà poi l’intero edificio del pezzo. In genere un brano viene approvato e inserito nel repertorio solo quando lo si testa dal vivo. Abbiamo grande rispetto per il pubblico a cui affidiamo sempre l’ultima parola. Può capitare anche che si lavora sul testo di altri autori, poesie piuttosto che canzoni vere e proprie, e lì di volta in volta si decide il percorso da seguire. 

Come nasce il vostro nuovo disco “Sugne”? 
Quest’album è una sintesi, un punto d’arrivo di cinque anni di attività e di lavoro. Era già in programma da tempo, almeno due anni ma a mio avviso solo adesso erano maturi i tempi per fissarlo per sempre sul supporto discografico, grazie all’esperienza e all’organico ormai stabile della Banda. In questo disco abbiamo voluto cantare la pace e la fratellanza tra i popoli, trattando temi come immigrazione, lotte e disuguaglianza tra gli esseri umani. Il nostro Sogno è appunto quello di vedere un giorno un mondo privo di barriere e discriminazioni di qualsiasi natura. Un’ambizione che speriamo un giorno possa diventare realtà; non crediamo che sia pura utopia perchè insieme e uniti si può fare tanto. 

Le registrazioni del disco hanno visto la partecipazione di numerosi musicisti, di un quartetto d’archi, di un orchestra e della banda. Ci puoi raccontare come si sono svolte le sessions di registrazione? 
Il disco è cosa ben diversa dal live. Oltre all’apporto creativo dei musicisti della Sossio Banda, lo si arricchisce con l’estro e le caratteristiche degli ospiti, gli arrangiamenti cambiano e alcuni brani vengono addirittura stravolti e riproposti con formazioni musicali differenti. E’ il caso del quartetto d’archi o dell’orchestra di fiati o ancora dell’ensamble di cupe-cupe. che dal vivo chiaramente non sempre è possibile proporre. Ma nel disco questi esperimenti si possono e si devono fare. Le sessions delle formazioni da te citate sono state tutte rigorosamente live in studio. Delle numerose traks registrate chiaramente è stata fatta una selezione estrapolandone quelle migliori, poi si è lavorato sul suono, sugli ambienti etc. Non è stato semplice proprio per la grande varietà di strumenti tutti acustici, ma ho avuto la fortuna di lavorare con tecnici bravissimi e di grande professionalità. Questo è un aspetto fondamentale che molto spesso viene sottovalutato, ma non dobbiamo dimenticarci che è proprio a questi professionisti che viene affidato l’arduo compito di fissare il tutto su supporto. Fondamentali sono le riprese dei suoni. Le macchine, i computer sono solo mezzi e possono fare ben poco davanti a riprese fatte male o poco curate, il merito più grande per fortuna ce l’ha ancora l’uomo con le sue competenze e la sua creatività. 

Ascoltando con attenzione il disco, si percepisce come tu abbia ben compreso il metodo, l’approccio e la lezione musicale di Enzo Avitabile, con cui hai collaborato a lungo. Quanto ha pesato nel tuo modo di fare musica la collaborazione con lui? 
Enzo per me è stato Maestro a tutti gli effetti. Rappresenta un punto di svolta della mia vita; i famosi incontri che te la cambiano facendoti deviare per strade nuove e inesplorate. Oltre alla grande amicizia e stima che ci lega, grazie ai suoi insegnamenti sono cresciuto tanto da un punto di vista artistico e musicale, avendo avuto la possibilità di esplorare il mondo della World Music che conoscevo poco; stando al suo fianco ho conosciuto e avuto l’onore di suonare con Star internazionali nei Festival più grandi e importanti del mondo; per non parlare della gestione del palco, dei rapporti interpersonali, e tutto quello che gira attorno al mondo della musica. Avere una guida della portata di Enzo, con la sua esperienza e il suo genio per cinque anni tutti i giorni a due metri da te, non è una fortuna che capita a molti e io gliene sono davvero grato. Prima di incontrare lui, da sassofonista, chiaramente studiavo generi e linguaggi come quelli del jazz, del blues, oltre ai classici studi di conservatorio; linguaggi che provenivano da terre lontane e che con il tempo ho capito che non mi appartenevano. Enzo mi ha fatto capire l’importanza di avere un linguaggio originale e di creare un modo di suonare personale e ben identificabile, da ricercare nei meandri del proprio bagaglio personale storico- culturale. Così sono tornato indietro, nella mia terra, ho studiato a fondo la mia tradizione e poi ho deciso di recidere il cordone ombelicale e dar vita ad un progetto tutto mio. Senza i suoi insegnamenti sarebbe stata sicuramente un’esperienza fallimentare. 

Guardando verso le sonorità del Mediterraneo il disco si apre a tematiche che partono dalla vostra terra con “Murgia” per spaziare verso tematiche sociale, e parlo di brani come “Alì Alì” sullo sfruttamento dei lavoratori nei campi, o ancora l’amaro “Schiève Senza Padrune” un canto di un giovane senza futuro e senza speranza. Da dove nascono questi brani? Cosa li ha ispirati? 
Il Mediterraneo è la nostra casa, il luogo dove siamo nati, cresciuti e molto probabilmente moriremo e che accomuna tanti popoli e tante culture diverse e simili allo stesso tempo. La musica è un linguaggio universale, forse il Dio dei linguaggi, che permette ai popoli di comunicare, dialogare e scambiarsi informazioni attraverso il suono. Mi spiego: Io italiano potrei suonare in Brasile con un’ orchestra giapponese, la musica di Mozart, austriaco, davanti ad un pubblico di messicani. Nella musica stessa c’è l’essenza della fratellanza e del dialogo tra i popoli e noi che ci nutriamo di essa e siamo suoi umili servitori, abbiamo il dovere di trasmettere agli altri, messaggi di pace e uguaglianza. Questa forza immensa, non può essere relegata solo alla funzione ricreativa che comunque la Dea musica ha. Così “Murgia” nasce dalla volontà di voler denunciare lo scempio ambientale che negli anni ha colpito la nostra terra così come “Alì alì”, unico brano tradizionale presente nel disco, parla della terribile piaga dello sfruttamento del lavoro dei campi di ieri e di oggi dove , aimè la nostra Puglia ha un poco invidiabile primato. “Schiève senza Padrune”, parla in generale della condizione mentale, soprattutto di noi al Sud che ci porta ad essere succubi delle varie criminalità e del sistema “mafioso” delle raccomandazioni e dell’omertà e che ci rende in qualche modo schiavi pur non avendo padroni con nome e cognome. Una condizione che spinge molti giovani a perdere la speranza e a fuggire dalla loro terra d’origine; a tutto ciò c’è un rimedio ed è esplicitato nella parte finale del pezzo: l’invito è quello di reagire, di avere il coraggio di ribellarsi, e restare uniti perchè solo così si può cambiare rotta. Da soli non si va da nessuna parte, insieme invece, con la solidarietà e la condivisione delle problematiche, si manda “il diavolo a pregare”,. Noi, insieme con la nostra produzione ed etichetta la His Tricks Label / La Contemporanea di Roma, abbiamo deciso di destinare una piccola parte dei ricavati della vendita del disco alla cooperativa Terre Joniche – Libera Terra che lavora i terreni confiscati ad Isola di Capo Rizzuto e Cirò. Un piccolo gesto ma a mio avviso, un gran bel segno di solidarietà che vale molto più di qualche centinaia di euro. I Brani nascono e sono ispirati soprattutto dalla vita quotidiana. Guardandosi attorno, è tutto scritto, basta solo metterlo su carta e sul pentagramma. 

Nel disco c’è spazio anche al tema della guerra con “Addòu Fernèsce U Sud” e “Fìgghie Mi”, dedicata alle Madri e ai caduti gravinesi di tutte le guerre… ci puoi parlare di questi due brani?
La terra vista dallo spazio, ci appare come un organismo unico, senza divisioni di alcun tipo. E’ l’uomo che dividendola, spezzettandola e violentandola con la sua mano, ha creato il Nord e il Sud, le Nazioni, le regioni, i continenti etc., Il brano parla dei sud del Mondo, della convinzione errata che chi vive a Sud sia in qualche modo più arretrato, inferiore rispetto a chi vive a Nord e per questo viene sfruttato, discriminato e quant’altro. E’ così che noi terroni, “arretrati” rispetto al settentrione ci sentiamo superiori rispetto a chi vive nel Nord Africa e così via. E allora la domanda è: “Ma dove finisce il Sud? Dove e quando finirà mai questa visione barbara e misera di vedere e suddividere il mondo? Dovremmo essere come la Terra che abitiamo, unica ed indivisa e forse riusciremmo a vivere in un mondo migliore. Figghie mì invece l’ho scritta dopo aver visto un documentario storico sulla I Guerra mondiale. Le immagini raccontavano di poveri soldati costretti a vivere in condizioni disumane per mesi ed anni in trincee sporche, fangose e prive delle condizioni minime di vivibilità. Ho pensato ad un bracciante qualsiasi di Gravina in Puglia, il nostro paese, a cui era stata tolta la zappa dalle braccia, ed al suo posto era stato messo un fucile per mandarlo a combattere una guerra, magari in Alto Adige a centinaia di km da casa, senza sapere perchè o per chi? Gli orrori della guerra stanno proprio nelle vite di chi la combatte e la subisce quotidianamente. Questo brano non parla della Grande storia, quella scritta sui libri per intenderci, ma di una delle tante piccole storie individuali che insieme compongono le grandi. Questo povero cafone in quella trincea non avrebbe potuto far altro che pregare, Gesù, La Madonna e il nostro Santo protettore: San Michele Arcangelo. Questo brano è dedicato alla memoria dei tanti che non hanno più fatto ritorno a casa, e soprattutto delle loro madri che invano hanno aspettato per tutta la vita di poter riabbracciare i loro figli.

“Ammìdie” presenta un arrangiamento per banda, come nasce questo brano? 
Soprattutto nei piccoli centri, si sa che questo piccolo vizietto, l’Invidia appunto, è molto diffuso e molto spesso frena la crescita e lo sviluppo di un’intera comunità. Chi non è mai stato anche solo per un secondo invidioso di qualcun’altro o di qualcosa? Da sempre l’uomo ha cercato rimedi per combatterla, rituali contro il malocchio, preghiere; nel medioevo San Cipriano scrisse addirittura un’orazione contro l’invidia e il malocchio: é l’unico vizio che fa male a chi la prova e a chi la subisce. La sua particolarità è che è figlia dell’amore e della fortuna altrui, e così in questo brano ho voluto dargli una veste umana. Infatti Lei parla e si racconta in prima persona e si aggira tra la gente; è nata quando è nato l’uomo esiste da sempre e sempre continuerà a fare il suo sporco lavoro. Non esistono talismani o formule magiche che possano sconfiggerla, l’unico modo è quello di gioire dei successi e delle conquiste altrui e non esserne invidiosi. Il ritornello racconta dell’invidia che se la ride, perchè in realtà si prende continuamente gioco di noi. E’ assolutamente inutile e controproducente, ma si sa che la stupidità umana talvolta non ha limiti. Proprio per il suo carattere, perfido e meschino, ho pensato che i suoni e i colori divertenti di una Banda potevano ben impersonificarla e così grazie al mio amico Walter Farina e alla sua Orchestra di fiati di Spinazzola è venuto fuori questo brano che in realtà è un’anteprima del prossimo disco. 

“La Strède De Sèmbe” con il suo arrangiamento per quartetto d’archi è forse il brano più poetico del disco. Cosa ha ispirato questo brano dal punto di vista del testo e dell’arrangiamento? 
Questo è il caso sopra citato in cui un testo ci viene proposto da altri: un nostro caro amico Donato Paternoster, grande attore, che purtroppo, come tanti nostri concittadini, vive lontano dalla sua terra d’origine Gravina appunto. Un giorno mi ha fatto ascoltare questo pezzo; cosa l’abbia ispirato bisognerebbe chiederlo a lui, sicuramente a me ha fatto subito venire in mente un quartetto d’archi che ne esaltasse la poesia contenuta nelle parole. Un testo del genere doveva essere trattato con i guanti di velluto. Il primo arrangiamento l’ho fatto con la chitarra, buttando giù due accordi; in seguito grazie alla preparazione e alla competenza del nostro chitarrista Tommaso Colafiglio, abbiamo tirato giù l’arrangiamento per quartetto. Un pezzo scritto a sei mani e tre teste e interpretato magistralmente dai musicisti del quartetto. 

“Mère Amère” è dedicata ai tanti profughi che approdano sulle coste italiane, e che spesso in mare invece di un futuro radioso, trovano la morte…. 
Questo mare così bello e diversificato, culla di civiltà e di storia, abbraccia tanti popoli ma allo stesso tempo tante contraddizioni. La chiave della soluzione di molti dei conflitti mondiali ed incomprensioni tra le genti è proprio qui a due passi da casa nostra, in terre che si affacciano sul Mare nostrum e molto spesso non ce ne rendiamo nemmeno conto. Un mare che tanta vita dà con i suoi frutti e i suoi traffici di merci ma che troppo spesso la vita se la prende con i traffici illegali e brutali di esseri umani. Questo brano nasce dalla mia amicizia con Slim, un ragazzo tunisino sbarcato a Lampedusa qualche anno fa, a cui ho chiesto con grande fatica e sacrificio di ripercorrere il viaggio e di raccontarmi attraverso una poesia-preghiera al mare, il momento in cui stava per imbarcarsi. La poesia è stupenda ed è contenuta nel booklet del disco; anche la voce di Slim è presente nel pezzo. Questo brano è dedicato ai tanti “Slim” che ce l’hanno fatta ad arrivare sull’altra sponda del Mediterraneo, ma sopratutto è dedicato ai troppi che in quel mare hanno perso tutte le speranze e la vita. I numeri delle morti in mare sono da capogiro e non possiamo più stare fermi a guardare o ad ascoltare passivamente le notizie che ci giungono da quel fronte. La cosa grave è che ormai non ci facciamo nemmeno più caso, considerando inconsciamente un naufragio quasi normalità. Il pericolo più grosso in questi casi è proprio la normalizzazione di cose e situazione che non lo sono affatto. In Italia abbiamo delle leggi assurde e noi tutti dobbiamo fare qualcosa: Europa, Paesi del Mediterraneo, singoli cittadini, non possiamo assistere inermi a questo massacro. 

Completa il disco “Murgia Murgia” una coda strumentale, una sperimentazione sonora. Come avete concepito questo brano? Questo è l’unico brano concepito direttamente in studio. 
La cupa cupa strumento molto antico che si ritrova in molte parti del mediterraneo, ha delle potenzialità enormi. Spesso viene rilegato ad accompagnamento ritmico ma ha una timbrica e una varietà di suoni incredibile. Grazie all’estro e alla bravura di Pino Basile e de In Cupa Trance abbiamo ripreso il tema conduttore di “Murgia” secondo brano, e di lì abbiamo sviluppato una vera e propria composizione. Io associo il suono di questo strumento alla voce della Mamma Murgia e ogni volta che lo sento ho l’impressione che la Murgia stia parlando. 

Il disco caratterizzandosi per una grande ricchezza sonora, richiederà un trattamento speciale dal vivo, come avete concepito i concerti per la sua presentazione? 
In realtà il 28 settembre in occasione della presentazione, siamo riusciti ad avere tutti gli ospiti dal vivo, ed è stato un concerto fantastico ed irripetibile dire a causa della sua logistica davvero complicata. Chiaramente le prossime presentazioni le faremo solo noi della Banda o magari ospitando qualche guest di volta in volta. Ma questo non è un problema. Ripeto il disco deve essere diverso dal Live a mio avviso. Noi continueremo a fare i nostri concerti con la passione e la professionalità di sempre. Ho la fortuna di lavorare con musicisti incredibili sia da un punto di vista tecnico che umano, e con un gruppo così non ci sono ostacoli che tengano. 

Quali sono i vostri progetti futuri? 
Un disco non è fatto solo di note, armonie, ritmi e tempi. Un disco racchiude incontri, persone, sguardi, palchi, viaggi e tanto altro e non lo si fa tra le quattro mura domestiche o di uno studio; quello è solo il punto d’arrivo, la sintesi. Speriamo di continuare a vivere queste cose sempre per tutta la vita così da poter fare altre decine di dischi. Adesso ci concentreremo per promuovere il più possibile il nuovo album, diffondere attraverso i concerti e sul web www.sossiobanda.it le copie del disco e cominciare a pensare al prossimo lavoro previsto tra un paio di anni. E poi suonare, suonare, suonare... 



Salvatore Esposito 

Sossio Banda – Sugne (HisTricks Records, 2013) 
Se nel dibattito etnomusicologico internazionale le forme contemporanee di musiche di tradizione orale hanno un ruolo centrale – in virtù non tanto dell’interesse nei confronti delle dinamiche di produzione della world music, ma piuttosto perché spesso si configurano come elementi che riflettono i processi di trasformazione più profondi e strutturali dei gruppi sociali – le forme musicali di ispirazione popolare non hanno ancora incoraggiato una corrente di studi sistematica e definita. Credo che si possa asserire che il motivo risiede principalmente nelle forme intrinseche di queste musiche, prodotte spesso da artisti “colti” che, come nel caso di cui daremo conto in queste righe, operano entro un vasto spettro di espressioni. Musiche, cioè, che – a differenza (per fare qualche esempio fra tanti) delle forme contemporanee dei canti confraternali, delle pratiche improvvisative legate ai repertori del “Maggio”, dei “canti a distesa” o delle “pizziche” salentine, che oggi sono interpretate anche da cantori giovani – si configurano fin dalla matrice come nuove, originali. E che, in virtù di questa importante caratteristica intrinseca, non sono dissimili – sebbene a un’analisi approfondita possano emergere differenze significative – da quelle prodotte secondo “canoni” (o entro generi) generalmente non interessati da questo irriducibile contrasto (che, per semplificare, si riconduce alle opposizioni “colto/popolare”, “orale/scritto” e via di questo passo). Un contrasto che, a ben vedere, genera un vortice infinito di interpretazioni, a dimostrazione del fatto che il procedimento di denominazione e categorizzazione per generi porta a risultati arbitrari. D’altronde la storia (piuttosto recente) della “world music” ce lo insegna: alla fine degli anni Ottanta, una volta intercettato l’interesse crescente del pubblico per le musiche “etniche”, un gruppo di discografici si riunì e decise di creare (dal nulla) una nuova categoria commerciale che potesse comprendere artisti estremamente dissimili tra loro, accomunati solo dal non produrre musica mainstream: Nusrat Fateh Ali Khan, i Musicians of the Nile, i Drummers of Burundi, i Tenores di Bitti. Ciò premesso (e lasciandoci persuadere per qualche minuto dalla comoda funzionalità delle categorie di cui sopra) non mi stupirei di trovare nel catalogo della Real World o tra le promozioni della World Music Network la Sossio Banda, una formazione pugliese (come si legge nel sito, “tra le proposte più interessanti nel panorama della World Music italiana”), le cui produzioni si inseriscono, di buon grado e con elementi originali significativi, nel vasto insieme delle musiche di ispirazione popolare. Il nuovo disco della Banda – prodotto dalla HisTricks Records – si intitola “Sugne” e racchiude una selezione di musiche composte da Francesco Sossio, sassofonista che ha collaborato a lungo con Enzo Avitabile e altri artisti della scena world internazionale, come Baba Sissoko, Cheb Khaled, Femi Kuti, Manu Dibango, Luigi Lai. Gli altri componenti del gruppo – Loredana Savino (voce), Tommaso Colafiglio (chitarre), Giorgio Albanese (fisarmonica), Francesco Leoce (basso), Michele Marulli (batteria), Pino Basile (percussioni tradizionali) – contribuiscono, con le loro differenti formazioni, al carattere innovativo del disco, caratterizzato, in tutte le sue declinazioni, da un suono curato, arrangiamenti attenti, esecuzioni eleganti e tecnicamente impeccabili e un’atmosfera generale di dinamicità, in cui gli strumenti tradizionali (ciaramelle, tamburi a cornice e a frizione) dialogano abilmente con quelli più prorompenti, come batteria, fisarmonica, sax tenore, mandoloncello. Già al primo ascolto, Sugne si configura come un disco complesso e multiforme. La componente estemporanea della musica della Banda, e quindi l’adesione, non solo formale, a un programma di esecuzione tradizionale, ha un ruolo secondario (anche se emerge in alcuni passi fondamentali). In questo modo l’intera narrazione musicale risulta sospesa tra l’evocazione dei linguaggi popolari della Murgia (che confluiscono innanzitutto nell’uso dei codici espressivi del dialetto) e un vasto patrimonio musicale, che spazia dal jazz al folk di matrice mediterranea.


Daniele Cestellini

Duo Pastis - Anice Stellato (Rox Records, 2013)

Il Duo Pastis, nasce nel 2011 dall’incontro tra Fabio Colussi e Pierpaolo Berta, rispettivamente chitarrista ed organettista, che partendo dalla comune passione per il balfolk, hanno deciso di dar vita ad un progetto artistico nuovo, all’insegna di composizioni originali, che in qualche modo coniugassero le loro diverse anime artistiche, con la ricerca sulle fonti e le forme coreutiche tradizionali. Dopo aver rodato il loro connubio dal vivo, giungono adesso al loro debutto con “Anice Stellato”, disco che segna anche l’esordio della giovane casa discografica Rox Records, e che attraverso dodici brani propone di regalarci un “infuso di brani spontanei”. Questa definizione data al loro modo di approcciare la composizione e l’esecuzione, risulta essere particolarmente adatta, infatti basta ascoltare le prime note dello scottish “Niente Male” per comprendere la freschezza e l’originalità della loro proposta musicale. Durante l’ascolto, infatti, scopriamo come il lirismo della chitarra si unisca al suono melodioso dell’organetto diatonico e del clarinetto, dando vita a spaccati strumentali di grande fascino. E’ il caso ad esempio della lente mazurka “Sa Pa Jo”, o del circolo circassiano di “Jammin’Ja/ Moon’s Kitchen”, o ancora del valzer a cinque tempi “Danielle”. Il disco scorre piacevolmente regalandoci cinquantotto minuti, di composizioni intriganti e gustose, adatte non solo al ballo, ma volte anche ad esaltare l’evocatività dei rispettivi strumenti. In questo senso vale la pena citare, la gavotte de l’Aven “Eli..sa Di Mare”, l’andrò “Jan Mijne Man/Anice Stellato” ma soprattutto la travolgente burrreè ad otto tempi “Il Machete”, della quale vi invitiamo ad ascoltare lo scoppiettante finale, con tanto di citazione “colta”. Chiude il disco una sorprendente reprise rock di “Niente Male”, in cui è racchiuso l’embrione di quella che potrebbe essere la prossima direzione che prenderà il Duo Pastis. “Anice Stellato” è, dunque, una doppia sorpresa non solo per aver portato alla nostra attenzione il Duo Pastis, ma anche per averci fatto conoscere l’opera prima della Rox Records, che si propone come una delle promesse della discografia folk in Italia. 


Salvatore Esposito

Catrin Finch/Seckou Keita - Clychau Dibon (Astar Artes/Mwldan Records, 2013)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

Se la stampa specializzata britannica che conta, Songlines e fRoots in primis, ha messo il loro disco in vetta alla classifica trad/world dell’anno, vuol dire che la collaborazione tra la blasonata arpista gallese e il virtuoso della kora, senegalese di origine ma residente a Nottingham, non è una di quelle accoppiate posticce che fanno la felicità del versante mellifluo della world music. Piuttosto è un fecondo incontro tra due musicisti di notevole levatura, lei di formazione classica, lui figlio della tradizione orale, alle prese con due strumenti dalle tradizioni millenarie: quella bardica e quella dei cantori di lode dell’Africa occidentale. Insomma, se è vero che gli ingredienti extra-musicali ci sono tutti, è tuttavia l’amalgama sonoro raggiunto dai due maestri a rendere “Clychau Dibon” un disco spettacolare, nonostante l’affinità di timbri dei due cordofoni potrebbe non convincere del tuto qualche critico. Il titolo del CD unisce la parola gallese per campane, clychau, a dibon, che in malinke è il bucero, un uccello che vive in prossimità degli affluenti del fiume Niger in area subsahariana. Per analogia, il richiamo del dibon è diventato sia un pattern ritmico della musica mandingo sia il nome della seconda corda basso della kora. Nato nel 1978 a Ziguinchor, nel Casamance (Senegal meridionale), Keita proviene da una genia di jali (i Cissokho), da parte di madre, ma con la sua kora a doppio manico, che alterna a quella tradizionale a 21 corde, è anche un innovatore. 
Oltre ad un’affermata carriera da solista e da didatta, tra i suoi trascorsi vanta la collaborazione con Baka Beyond e Jalikunda Project. Di poco più giovane (classe 1980), l’artista di Llanon ha suonato con prestigiose orchestre sinfoniche; ha alle spalle studi con la signora dell’arpa gallese Elinor Bennett (che poi è diventa sua suocera) e nella sua discografia vanta anche un acclamato lavoro di trasposizione sull’arpa delle “Variazioni Goldberg” bachiane. Sul versante world Catrin Finch, che imbraccia un’arpa a 47 corde, ha collaborato con la band colombiana Cimarrón e con quell’altro maestro sublime della arpa-liuto dell’Africa occidentale che è il maliano Toumani Diabate. “Clychau Dibon” contiene sette lunghe composizioni: una fusione alchemica, con nitide cascate di note e sequenze ipnotiche, superbi ricami solistici ed eleganti sovrapposizioni, unisoni e giochi di rimando tra le due arpe, passaggi meditativi ed improvvisazioni infuocate con esaltanti crescendo (si ascolti il finale di “Ceffylau”). 
Antiche melodie gallesi si fondono con naturalezza ai motivi di tradizione mande, ad iniziare dal brano d’apertura “Genedigaeth koring-bato”, in cui la kora attinge a brani tradizionali (“Macki” e “Kelefa Ba”) e l’arpa riprende materiali medievali gallesi. Il titolo del secondo brano, “Future Strings”, allude alla volontà di innovazione, delineata dalla confluenza tra canoni classici, con citazioni d’autore, e oralità africana. Suadente il terzo brano “Bamba”, dedicato al leader religioso sufi Cheikh Amadou Bamba Mbacke. “Les Bras De Mer” suggella il naturale incontro tra i cordofoni dei due virtuosi con la sovrapposizione di paesaggi e di melodie: la gallese “The Bells Of Aberdovey” , Niali Banga”, dal nome di un re Wolof e la mandingo “Bolong”. Un titolo come “Robert Ap Huw meets Nialing Sonko” evoca un incontro tra l’arpista e copista gallese (c. 1580 – 1665), compilatore dell’omonimo manoscritto contenente un consistente corpus di melodie locali, ed il sovrano mandingo Nialing Sonko. “Caniad Gosteg” si fonde con “Kelefa Koungben”. Dopo la magnificenza di “Ceffylau”, si arriva ai dodici minuti incantevoli del conclusivo “Longau Terou Bi”. 


Ciro De Rosa

Artisti Vari - Rhythms Of Azerbaijani Dances - Traditional Music Of Azerbaijan (Felmay, 2013)

“Sümüyüme Düshdü!”, ovvero “le mie ossa gridano per un ballo”, è un detto popolare dell’Azerbajian, che riassume molto bene l’importanza della danza per gli azeri, sin dall’infanzia. Infatti ogni evento collettivo, sia esso un matrimonio, una festa privata o locale, è caratterizzato dal ballo, un ballo che coinvolge tutti siano essi giovani, anziani, uomini, donne, bambini, ballerini professionisti o amatoriali, tutti si abbandonano al movimento del corpo, trascinanti dal ritmo e dalle melodie tradizionali. In epoca antica, mecenati della danza erano i capi azeri e i grandi signori feudali, presso le cui corti erano ospitati gruppi di ballerini maschili e femminili. Parimenti oggi, dopo l’oscurantismo sovietico, è il governo azero a promuove, sostenere, e favorire le danze tradizionali, Halay e Yalli, ovvero le più antiche forme coreutiche popolari dell’Azerbaijan. In particolare l’Halay, la più antica forma di danza popolare, è diffusa nella zona dei Monti Talish, e viene eseguita da due gruppi di donne, che ballano e cantano, con l’accompagnamento di gaval e naghara. La Yalli è popolare, invece, in quasi tutto l’Azerbaijan, e consiste in due (moderato e allegro), o tre (andante, moderato ed allegro) parti in cui lo stesso brano musicale è eseguito da un ensemble strumentale, composto da due zurne (strumento simile al piffero) e un naghara (percussioni). Molto popolari in Azerbaijan sono anche danze soliste femminili, dalle melodie lente e dolci, che includono spesso al loro interno brani di mugham. Nelle aree urbane sono eseguite con strumenti come il balaban (una sorta di oboe) e naghara, o naghara e gharmon (la fisarmonica azerbaijana), mentre in quelle rurali è più diffuso l’uso di danze con l’accompagnamento di zurna e naghara. Da ultimo, Rengs e Diringi sono un gruppo separato di ritmi, che sono entrati a far parte delle grandi composizioni cicliche di mugham, i Dastgah, e sono eseguite da ensemble strumentali composti da tar, kamancha, naghara, balaban, nonché altri strumenti. Laddove il Reng sia da considerarsi essenzialmente una composizione strumentale indipendente, i Diringi sono brevi spaccati, inclusi nel mugham per consentire al cantante una pausa, e mantenere la carica emotiva e la vivacità del brano. Ad offrirci una interessante, quanto esaustiva panoramica sulle varie forme coreutiche azere, è “Rhythms Of Azerbaijani Dances - Traditional Music Of Azerbaijan” preziosa antologia che raccoglie diciassette brani suonati dai solisti e dai gruppi più affermati nella scena musicale azera. Durante l’ascolto scopriamo così il trascinante ritmo della naghara di Elshad Abdulrahimov che apre il disco, il fascino di “Hey, Nur”, composta da Teyyub Damirov, uno dei principali compositori azeri, e suonata magistralmente da Mirjavad Jafarov (tar), Elnur Mikayilov (kamancha), Shirzad Fataliyev (balaban), e Kamran Karimov (naghara), o ancora la danza Shirvan per la zurna di “Heyva Gülü” di Ali Kerimov. Pregevoli sono anche “Darchini” in cui spicca Aliagha Sadiyev al tar, e Elshan Mansurov alla kamancha, l’antica danza “Bakhtavari”, melodia spesso utilizzata per le giovani spose e nel mugham, e quel gioiello che è “Choban Bayati & Sevinji”, una danza per giovani dei primi del Novecento, qui proposta nella versione di Joshgun Sadigov (tutek) e Kamran Karimov (naghara). Nadir Talibov (balaban & drone balaban), e Kamran Karimov (naghara) sono protagonisti poi dei due vertici di questa antologia ovvero “Uzendere”, melodia popolare in tutto il Caucaso, e “Gochali”, danza tipica della capitale Baku. Completano il disco le superbe “Mirzeyi” e “Koroqlu Nagharasi”, suonate da Shirzad Fataliyev (balaban & drone balaban), e Shohrat Aliyev (naghara). Insomma se volete conoscere più nel profondo le forme coreutiche azere, questa splendida antologia, vi spalancherà le porte verso un panorama sonoro di grande fascino, che non mancherà di sorprendere gli ascoltatori più attenti ed appassionati. 


Salvatore Esposito

Vruja - Brez Pašaporta (Celinka, 2013)

Vruja in sloveno significa sorgente, ruscello. Siamo di fronte ad una formazione storica nella divulgazione del patrimonio etnofonico istriano. Ciò che ha da sempre caratterizzato la proposta della band guidata da Marino Kranjac è lo slancio con cui mette l’accento sulla dimensione pluriculturale della penisola protesa nell’alto Mare Adriatico. Pertanto, non è fortuita la scelta del repertorio cantato e suonato in questo bel disco, emblematico sin da titolo plurilingue (“Senza Passaporto”), pubblicato in confezione digipack con libretto di 24 pagine. Si tratta di materiali tradizionali diffusi un po’ ovunque in Istria, a testimonianza della continua interazione tra le tre comunità storiche presenti (sloveni, croati, italiani). I Vruja (www.vruja.net) sono Marino Kranjac (voce, violino, mandola, piva, chanter, chitarra, tamburo, fisarmonica diatonica "triestina"), Alenka Kranjac (voce, tamburello, grata), Peter Kaligarič (fisarmonica), Rok Kleva Ivančič (violino), Gabrijel Križman (chitarra, mandola, shaker, voce), Gorast Radojevič (bassetto a due corde, basso elettrico). Al loro fianco un leggendario studioso e campione della musica istriana, Dario Marusic (voce, tamburitza, vela sopela, violino), che da Istranova a TrioKras, da Sedon Salvadie a Calicanto, alle collaborazioni con Branduardi e David Shea, ha dato impulso alla conoscenza di timbri e repertori della sua terra. Se Dario rappresenta l’Istria settentrionale, il trio vocale composto da Branimir Šajina, Noel Šuran e Zoran Karlic, che combina motivi popolari croati e italiani e modi interpretativi croati e sloveni, è campione del patrimonio istriano meridionale. “Brez Pašaporta” conferma il notevole valore dell’ensemble, che presenta un programma significativo e variegato. Il disco si apre con un attacco di pive, caratteristico del cosiddetto canto sotto le pive di Gallesano, cui segue la celebre ballata “La Bevanda Sonnifera”, la cui interpretazione ben evidenzia la procedura di mescolamento delle prassi esecutive proposta da Vruja, con strofe cantate in dialetto istro-veneto e ciacavo e la riproposta di una melodia attestata a Capodistria. Anche il successivo “Dve Lete In Pu” rivela uno schema ritmico e melodico che ha attraversato la penisola istriana, dall’interno verso la costa. Invece “Sem Slovenska Deklica” è accompagnata prima dal suono della piccola fisarmonica diatonica triestina, poi dal liuto a manico lungo a due corde (tamburitza), suonato da Marusic, che ci mette anche il suo vocione caldo e prorompente. Degne di nota le versioni polivocali di “La jera tre sorelle” e “Un Giorno Andando”, un intreccio di dialetti, cantati nella scala istriana con l’accoppiata voce sottile e grossa da Branimir, Noel e Zoran. Gustoso l’assetto tradizionale: due violini e bassetto a due corde, con cui Marino, Dario e Gorast suonano a tempo di valzer due canzoni popolai slovene. Non meno belli l’esecuzione a cappella di “Oj, Mati, Mamca”/ “Varda la luna”, brano diffuso ovunque dall’Istria all’area triestina, e di una canzone altrettanto comune a croati e italiani: “Pojela Je Nevstica”/ “La Cena Della Sposa”, proposta prima per sole voci, poi con accompagnamento strumentale. Cattura anche il gran finale con “Ona Mi Je Rekla”/ “Stara Sura”, a tempo di balun. Un album largamente raccomandato ai cultori della folk music, e magari una scoperta per chi pensa che sull’altra sponda dell’Adriatico ci siano solo bande di ottoni. 


Ciro De Rosa

Aedo – Saluto Al Nemico (Ululati/Lupo Editore, 2013)

Moderni cantori di un nuovo epos, quella della vita di tutti i giorni, dell’amore per le proprie radici e la propria gente, gli Aedo sono una band salentina, nata nel 2010, che nella sua cifra stilistica coniuga l’amore e il legame per la loro terra d’origine, con i suoni, i ritmi e i colori del mediterraneo. Guida del gruppo, nonché autore di tutte le canzoni è Giovanni Saccomanno (voce e chitarra acustica), a cui si aggiungono Eleonora Pascarelli (voce), Mauro Pispico (chitarra classica), Chiara Arcadi (violino), Francesco Spada (organetto), Giuseppe Donadei (percussioni) e Giorgio Kwiatkoswski (basso), a formare una sorta di ensemble aperto, a cui di volta in volta si aggiungono strumentisti di varia estrazione. Il loro primo disco, “Saluto Al Nemico”, raccoglie dieci brani originali, registrati, mixati e masterizzati da Valerio Daniele, ed incisi con la collaborazione di alcuni ospiti come Antonio Aprile (violoncello), Gianpiero Coppola (viola e violino), Claudio Prima (organetto), Roberto Pinna (diamonica e cori), Ecnegru (didgeridoo e cori), e Giuseppe Tornesello (voce). Ogni brano di questo disco evoca nell’ascoltatore più attento la figura quasi sacra per la tradizione greca degli aedi, coloro che cantavano, e non è un caso che questi giovani salentini, abbiano scelto questo nome per la loro band. Ascoltando le loro canzoni, infatti, non solo si apprezza tutta la loro sensibilità artistica, tanto singolare e profonda da sembrare fuori dal tempo, ma si riscopre il potere del canto come strumento di riscatto, riscatto di una speranza, che traspare da ogni canzone, che vibra nella convinzione che un altro mondo è possibile. Durante l’ascolto spiccano brani come “Le Orecchie Del Re” in cui cantano contro la “piramide del potere”, in un intreccio di suoni che spaziano dalla tradizione popolare salentina alla canzone d’autore, o “La Banda” in cui il loro canto si leva alto in difesa della propria terra, tema che ritorna prepotente ne “La Pancia Del Mostro”, in cui il verso “Le industrie di sogni producono veleni / siamo già morti bianche”, evoca chiaramente il disastro ambientale ed economico dell’ILVA di Taranto. Passato, presente, futuro, sono dunque per il gruppo salentino, la base della loro ispirazione, che mira a dar vita a brani dal messaggio forte, che tocca la sensibilità di ogni ascoltatore, tenendosi ben lontano da ogni retorica. Il finale del disco con “Penelope” è l’emblema della speranza in un riscatto, nella sua tela infatti c’è l’attesa “senza paura” del ritorno di Ulisse, l’alba di un nuovo giorno, di una nuova primavera. L’approccio alla canzone d’autore in chiave world degli Aedo, ponendo sulla scia di esperienze quali Adria e Bandadriatica, rappresenta un segnale importante per una scena musicale ricca, come quella salentina, che troppo spesso si tende ad identificare solo ed esclusivamente con i gruppi di riproposta di materiali tradizionali. 


Salvatore Esposito

Speciale Videoradio: Lorena Fontana, Gianfranco Continenza

Lorena Fontana - A Vision (Videoradio, 2013) 
Cantante jazz, autrice e compositrice, Lorena Fontana, vanta un percorso artistico molto articolato che l’ha portata a collaborare con musicisti del calibro di Geoff Warren, Paolo Fresu, Kenny Wheeler, John Taylor, Andrea Centazzo, George Russell, Area Tavolazzi, e Stefano Bollani, nonché a scrivere jingles per la tv, e canzoni di successo come “L’angelo caduto” per i Nomadi. Parallelamente alla sua attività di compositrice, negli anni ha dato alle stampe quattro dischi, tra cui va menzionato lo splendido “Guccini in Jazz” del 2004. Il suo nuovo album “A Vision”, nasce dalla sua passione per la musica popolare brasiliana di Jobim e Djavan e per quella cilena, che per l’occasione ha voluto declinare in chiave jazz, ma anche su suggerimento di Betty Carter, che qualche tempo fa le consigliò di realizzare un disco che potesse piacere tanto agli addetti ai lavori, quanto anche agli ascoltatori occasionali. Registrato interamente a Los Angeles, il disco vede la partecipazione di un gruppo di eccellenti musicisti della scena West Coast statunitense come Alan Michael Rosen (sax), Mitchel Forman (piano), Edwin Livingston (contrabbasso), e Ralph Humphrey (batteria), tutti strumentisti dal prestigioso curriculum artistico. L’ascolto rivela un disco ricco, magistralmente suonato, pieno di sfumature da cogliere, immergendosi nei vari brani, in cui a dominare è l’intensa voce di Lorena Fontana, supportata magistralmente dai vari strumentisti, che nel corso di ogni traccia sviluppano un interplay elegante, e raffinato. Ad aprire il disco è la splendida versione di “Gracias A La Vida” di Violeta Parra, a cui segue l’autografa “Music Is An Isle”, che apre la strada ad un intercalarsi continuo di composizioni originali e riletture. Spiccano in modo particolare “Two Kites” di Jobim, cantata con grande trasporto e partecipazione dalla Fontana, la splendida “The Maestro” di Cedar Walton” e quel gioiello che è “Estrada Branca” ancora dal repertorio di Jobim. Sul versante delle composizioni originali piacciono le fascinose “Cinderella” e “What I’m Worth”, tuttavia il vertice del disco arriva con la conclusiva “Flor De Lis” firmata da Djavan, che brilla non solo per l’eccellente interpretazione della Fontana ma anche per lo splendido arrangiamento che la caratterizza. “A Vision” è insomma un disco tutto da ascoltare per immergersi nell’ispirazione di Lorena Fontana, scoprendo le sue doti vocali, la sua scrittura, e la capacità interpretativa, che la porta a far proprie le composizioni degli autori a cui si ispira.


Gianfranco Continenza – Dusting The Time (Videoradio, 2013) 
Apprezzato chitarrista e compositore, Gianfranco Continenza, nel corso della sua carriera ha raccolto grandi apprezzamenti a livello internazionale, guadagnandosi anche la fama di “Guitar Wizard” jazz fusion. Formatosi al Musicians Institute di Hollywood, il suo percorso artistico si è caratterizzato per numerose collaborazioni e per una intensa attività didattica con la sua Contemporary Music Academy, una delle più avanzate realtà didattiche a livello europeo, e presso il Conservatorio di Pescara dove ha insegnato anche Teoria Musicale. Dopo aver esordito nel 2008, con il disco “The Past Inside The Present” in cui spiccavano le presenze di Bill Evans e Scott Kinsey, Gianfranco Continenza ha di recente dato alle stampe il suo secondo album “Dusting The Time”, a cui hanno partecipato alcuni special guest d’eccezione come Don Mock, Bob Mintzer, John Beasley, Mark Egan, Michael Manring, Tetsuo Sakurai, Walter Martino, Alessandro Centofanti, e Dino D’Autorio. Il disco, come suggerisce il titolo, è un salto in dietro nel tempo, un occasione per Gianfranco Continenza per guardarsi alle spalle e riscoprire tutte le influenze musicali che hanno caratterizzato il suo vissuto artistico non solo in ambito jazz. Ciò consente all’ascoltatore più attento di cogliere nel profondo le tante sfumature che permeano il suo stile chitarristico, spaziando dal rock al reggae, dalla musica latin quella contemporanea e al progressive. I tredici brani che caratterizzano “Dusting The Time” sono così il lasciapassare per la scoperta di un approccio musicale che non conosce barriere stagne, ma mostra uno sguardo aperto e curioso verso sonorità differenti. Basta, infatti, ascoltare l’accattivante title track per comprendere come Continenza si muova su percorsi di ricerca sonora originali, tra armonie modali, e assoli di grande bellezza come quello di sax di Mintzer e quello di chitarra dello stesso Continenza. Pregevole è poi anche “Swingin’ Into Reggae”, il cui titolo è molto indicativo per descrivere il crossover che la caratterizza, con il basso freatless di Manring a dettare i tempi, e un assolo di chitarra di alta scuola di Continenza. Si passa poi al 6/8 dell’onirica “Walkin’ Your Way” in cui in successione si apprezzano gli assoli di Manring, Beasley , Mintzer e Continenza, che ci conducono al finale in cui spicca Martino alla batteria. Di pari bellezza ed intensità sono anche “Face The Truth” impreziosita dall’hammond di Centofanti e dal basso di Tetsuo Sakurai, l’acustica “Dinner On Melrose Avenue”, nella quale si apprezza un coinvolgente dialogo tra la chitarra di Continenza e quella di Don Mock, e “Things Could Change”, una bossa nova in 5/4 di rara bellezza. Insomma “Dusting The Time” è un disco prezioso, non solo per la qualità e la fama degli strumentisti, che hanno collaborato alla sua realizzazione, ma soprattutto per la qualità delle composizioni. Una delle migliori produzioni di quest’anno per la sempre attiva Videoradio. 


Salvatore Esposito

Nyckelharpa, Cadence, Eric Sahlström Institutet, Akademie Burg Fürsteneck, Scuola di Musica Popolare di Forlimpopoli, pp.80, Euro 5,00 Libro con cd/European Nyckelharpa Cooperation Orchestra Experience - Encore

“Encore” è l’acronimo di European Nyckelharpa Cooperation Orchestra Experience. Si tratta di un progetto coordinato dalla Scuola di Musica Popolare di Folimpopoli, la quale, in collaborazione con diversi soggetti europei - che hanno condiviso una programmazione più ampia sulla nyckelharpa, un cordofono che si suona con un archetto di piccole dimensioni, composto da tre o quattro corde melodiche, alcuni bordoni e corde di risonanza, che assicurano una sonorità caratterizzata da un riverbero costante - ha realizzato un cd omonimo, registrato live nella cattedrale di Bertinoro (FC). I sedici brani del disco sono suonati dalla European Nyckelharpa Orchestra, un ensemble internazionale composto da ventisei musicisti provenienti da dieci paesi europei, che si sono incontrati alla Scuola di Musica Popolare per un workshop nell’agosto del 2013. Il risultato di questo meeting - e il riflesso che ha lanciato nel panorama delle produzioni musicali alternative e fuori dal flusso del mainstream - è straordinario. Da un lato perché si configura come l’esito di una convergenza di interessi legati alla nyckelharpa - strumento di origini medievali e, generalmente, poco conosciuto anche da chi si occupa di musica (come studioso, musicista o osservatore), di cui si hanno testimonianze anche nella storia italiana – della quale, grazie al progetto “Encore”, è ora possibile considerare le potenzialità anche in ambito orchestrale. Dall’altro lato perché ha dato forma - attraverso il cd e, per altri aspetti, il concerto - a una collaborazione internazionale che avrà degli sviluppi e che (ce lo auguriamo) potrà valere da volano per iniziative di studio e divulgazione di pratiche musicali strutturate dentro una tradizione marginale ma condivisa in un contesto internazionale. 
Il workshop sulla nyckelharpa è stato finanziato dalla Commissione Europea sulla piattaforma Grundtvig (partenariati di apprendimento) e si è configurato come lo sviluppo di “Cadence”, un progetto (anch’esso dedicato alla nyckelharpa) che si è svolto tra il 2009 e il 2011 nel quadro di una collaborazione tra la Scuola di Forlimpopoli, lo “Eric Shalström Institutet” (Svezia) e la “Akademie Burg Fürstebeck” (Germania). Come si può immaginare, i tre soggetti hanno in comune dei programmi didattici sulla nyckelharpa e, alla luce di questo, hanno attivato un processo di confronto delle proprie esperienze non solo in ambito didattico, ma anche (più in generale) metodologico e organizzativo. Un processo che ha raggiunto un primo importante risultato proprio attraverso “Encore”. Difatti, come sopra accennato, il disco definisce un profilo inedito della nyckelharpa, che si propone come strumento d’orchestra, attraverso un repertorio composto specificamente con questo scopo. I brani proposti sono stati selezionati tramite una call for composition, alla quale hanno risposto più di venti compositori. Tra quelle presenti nel disco vi sono anche alcune musiche di compositori italiani, come Angela Ambrosini, Lorenzo Ruggiero, Enrico Melozzi e Marco Ambrosini. Quest’ultimo - musicista, compositore e arrangiatore, impegnato in molti progetti negli ambiti della musica antica, barocca e contemporanea - fa parte anche dell’Early music ensemble L’Arpeggiata (fondato nel 2000 da Christina Pluhar, suonatrice di tiorba, un liuto basso di grandi dimensioni) che ha rivolto la propria attenzione anche alla musiche della tradizione orale italiana, realizzando nel 2002 il disco La Tarantella: Antidotum Tarantulae, con alla voce Lucilla Galeazzi. Nel progetto “Encore” Marco Ambrosini risulta come art director e conductor, insieme a Didier François, insegnante di nyckelharpa alla Scuola di Musica Popolare di Forlimpopoli e all’Accademia di Fürsteneck e membro della Eurepean Nyckelharpa Training.


Daniele Cestellini

Il libro e il disco possono essere acquistati a questo indirizzo http://www.nyckelharpa.eu

Andrea De Luca - Via Direttissima 2 e 1/3 (Liquido Records, 2013)

Tempo. Vita. Ricordi. Malinconia. La voce, le cose certe, la bici senza mani. Tutte quelle note. Speranza. Ecco cosa porta la voce di Andrea De Luca, cantautore bolognese di origine controllata e certificata, già voce dei bravissimi Radio City, clashiani bolognesi come noi Rocking Chairs eravamo gli Heartbreakers di Modena o la E Street Band reggiana. Italia. 2013. Speranza per chi fa musica indipendente, poetica e cantautorale, profonda e slegata dal momento, fatto di connivenze artistiche e poca ispirazione? Poca, giusto il necessario, cari miei. Andrea ha, però, voce e spalle artistiche larghe. Il suo nuovo disco “Via Direttissima 2 e 1/3”, con una confezione che gli rende finalmente giustizia e una idea artistica che sa di garage e ruvidezza, di sincerità e verità, è un comodino della stanza degli anni Settanta, nella quale siamo cresciuti noi, in quella città ideale che era l’Emilia dei seventies. Le canzoni ci sono, le storie anche, i suoni pure. Che cosa chiedere di più a un pezzo di tre minuti, che sentito una volta che ti fa tornare voglia di riascoltarlo immediatamente? Niente di più. Ci sono i ricordi dei Clash in piazza Maggiore nel 1980 e tutto l’immaginario comune. Andrea dice che aveva i primi cento numeri de L’Uomo Ragno, mentre io avevo quelli di Devil. E’ bello constatare che la musica trova la sua strada a prescindere. E’ bello che non ci si debba arrendere a xfactoramicisanremo. Fuck The Rest, Andrea. L’importante è non essere ne’ carne ne’ pesce. L’importante è crederci, come ci crede Andrea. Lasciarsi cullare dalla musica, trasportare lontano per tornare vicino. Sono sketches sonori a volte corti, ma sempre profondi e multicolorati. Ci sono echi di cantautori e rockers italici, su tutti c’è più di una idea di Ivan Graziani nella voce, ed è un valore aggiunto, perché la musica italiana si dimentica di quelli veri. Questo è un disco che voglio che compriate.


Antonio "Rigo" Righetti

mercoledì 18 dicembre 2013

Numero 131 del 18 Dicembre 2013

Uno degli obiettivi di Blogfoolk è di presentare personaggi che non occupano le “prime pagine” del mondo folk/trad: il nostro biglietto da visita di questa settimana è l’intervista al chitarrista statunitense Ed Harris. Consolidata è invece la rassegna aretina “Pifferi, Muse e Zampogne”, di cui ci occupiamo, per non farci mancare uno sguardo sulla live music. Il Consigliato Blogfoolk! della settimana è “Souleymane” di Debademba, duo formato dal chitarrista burkinabè Faso Abdoulaye Traoré e dal cantante maliano Mohamed Diaby. Dall’Africa occidentale, ritorniamo in Italia, prima tappa nel Lazio con “Sona Orchestraccia Sona”, album d’esordio de L’Orchestraccia, poi tocchiamo il Cilento con “Tarantelle Paglia e Fieno” dei Kiepò, e per finire nel Salento per presentare il terzo disco di Mino De Santis “Muddhriche”. Si resta in Puglia per la rubrica Suoni Jazz in cui proponiamo una retrospettiva sulla versatile etichetta Dodicilune. La Lettura di questa settimana è “CChi Se Ne Frega Della Musica?, ” di Enrico Deregibus. Per finire, non privatevi del taglio basso di Rigo, che si occupa del nuovo lavoro di Bitty McLean (“Taxi Session”).

Ciro De Rosa
Direttore Editoriale di www.blogfoolk.com


STRINGS
I LUOGHI DELLA MUSICA
WORLD MUSIC
VIAGGIO IN ITALIA
SUONI JAZZ
LETTURE
TAGLIO BASSO

L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Ed Harris, Da Miami a Flagstaff Sull’Onda Celtica

Se si pensa alla “chitarra celtica” vengono subito in mente nomi formidabili come Davey Graham, agli albori del revival, poi John Renbourn, Bert Jansch, Dan Ar Braz, Pierre Bensusan, Míchaél Ó Domhnaill, Martin Simpson, e ancora più recentemente, Soig Siberil, Steve Cooney, John Doyle e Danny Cahill. E l’elenco potrebbe ben continuare! Sono artisti dagli stili diversi, ma accomunati dal virtuosismo e dalla ricerca delle possibilità di suonare la musica popolare di matrice anglo-celtica ma non solo, utilizzando strutture melodiche ed ornamentazioni tradizionali e accordature non standard. Oggi presentiamo un figura eclettica della “musica celtica” degli States: è Ed Harris, musicista nato a Miami in Florida, che oggi vive e suona a Flagstaff in Arizona. Il suo stile è acustico e melodico, con un senso che potremmo definire classico dell’Irish traditional music. Partendo da un background musicale classico, Harris riesce a esprimere uno stile molto personale. Pur essendo un multistrumentista, ha fatto della chitarra il suo strumento principale, trasponendo le tessiture degli strumenti tradizionali, servendosi di un gioco di dita più libero rispetto al dettato tradizionale, è riuscito a dar vita a un sound che combina pattern moderni e tecniche classiche. Autore poliedrico, Harris ha da poco ultimato la colonna sonora del documentario "Film Folk”. Di recente produzione anche il CD “Two Rivers”, il cui singolo eponimo ha già avuto un ottimo riscontro sul web. 

Sei un polistrumentista, quanti strumenti suoni? 
Il mio strumento principale è la chitarra acustica, ma per circa 22 anni ho suonato anche il violino. Suono anche mandola, mandolino, tenor banjo, dobro, basso acustico, tastiera e pianoforte. Anche se non è uno strumento antico, la chitarra di strada ne ha fatta, e da anni è ormai accettata nel mondo della musica tradizionale. Certo di tradizionalisti tutti d’un pezzo in giro ce ne sono, ma il genere è sempre stato ricettivo verso le nuove aggiunte dal punto di vista strumentale. Ho visto perfino tastiera elettrica e basso portati alle session! 

Sei un chitarrista, ma nella tua musica non manca la componente vocale… 
Nel mio repertorio ci sono un paio di brani in cui uso il canto. C’è un mucchio di belle ballate là fuori! Tuttavia non mi sono mai considerato un cantante, i miei punti di forza sono la composizione, arrangiamento e strumentazione. 

Nascono le tue canzoni? 
A quali temi ti ispiri nel comporre i tuoi brani? Scrivo e compongo le mie canzoni o arrangio brani. È la vita in generale ad ispirarmi. Proprio di recente ho composto un pezzo strumentale in commemorazione di mio fratello più giovane che ha perso la sua battaglia con il cancro due anni fa. Come strumentista, la mia espressione passa attraverso l'arrangiamento e la strumentazione per trasmettere un sentimento o un’emozione, il che a volte è più impegnativo rispetto a quello che fa un cantante con la sua voce. 

Come ti sei avvicinato al mondo della musica? 
Mia madre mi ha introdotto alla musica in età molto precoce, a 5 o 6 anni. Ha visto qualcosa in me quando cantava per me da bambino. Allora ho iniziato a suonare la chitarra e non ho mai smesso. Ho suonato la tromba durante i miei anni di scuola superiore dopo aver fatto parte di una orchestra jazz. Questi sono stati i miei primi passi nel mondo della musica. 

Quali musicisti ti hanno ispirato? 
All’inizio sono stato ispirato da Al Hirt, Louis Armstrong, Herb Alpert, e durante la mia adolescenza da artisti del calibro di Chet Atkins, James Taylor, Jim Croce, Andrés Segovia e tanti altri … Ho sempre avuto una passione per tutti i generi musicali. 

C'è una lunga tradizione che collega la chitarra alla musica folk e tradizionale, qual è il tuo rapporto con questa tradizione? 
Ho iniziato a suonare la chitarra in tenera età e sono passato attraverso l'interesse per una serie di generi diversi durante la crescita. A differenza di molti chitarristi adolescenti che sognavano di diventare rock star, ero stato incuriosito dall’atmosfera e le tonalità terrose e ricche della chitarra acustica. Ho immaginato il tipo di stile di dita da utilizzare per non strimpellare accordi o semplicemente tirar fuori singole note. All’inizio, ho imparato a suonare la chitarra nel tradizionale "Carter style", lo stile reso popolare dal gruppo folk-bluegrass noto come Carter Family. Le sorelle Carter avevano sviluppato una tecnica con cui durante la riproduzione di un pattern di basso alternato molto particolare con il pollice, le altre dita potevano seguire una semplice melodia o un modello complementare dietro di esso. Il genio di Chet Atkins ha elevato questo stile di suono ad un livello completamente nuovo. E presto iniziai a imparare e suonare il suo materiale. Più tardi, nei miei primi anni adulti, ho studiato chitarra classica per un paio di anni con José Serrano, un chitarrista classico ben noto. Ho continuato ad esplorare i miei interessi in diversi stili e tecniche che includevano bluegrass, new-grass, jazz, blues, ecc. Tuttavia, quando per la prima volta ho ascoltato musica celtica circa 25 anni fa, ho subito avvertito un legame. Ho deciso che questo era il genere che poteva connettermi a molti livelli, da allora la mia attenzione si è concentrata su di essa. Artisti del calibro di John Coulter, Al Petteway, John Doyle e Martin Simpson sono stati grandi influenze lungo questo cammino. La mia formazione classica, combinata con le mie influenze folk hanno aiutato a ritagliarmi il mio senso dello stile all’interno del genere. Essere un multistrumentista ha contribuito immensamente nel coltivare e attuare idee diverse, diverse modalità e arrangiamenti. 

Quali sono i tuoi riferimenti artistici nel mondo della musica folk? 
I miei riferimenti artistici nel folk attingono principalmente al mio retaggio familiare: quando i miei antenati vennero per la prima volta in America da Irlanda e Scozia e si stabilirono nei monti Appalachi del Nord e Sud Carolina. Questo era il modo prima che l’America fosse una nazione. Con loro, hanno portato le canzoni e melodie dalla loro patria, e che sono ancora molto diffuse in questa regione oggi e io ho sempre sentito una connessione forte e personale con questa musica. 

Perché hai scelto la musica cosiddetta celtica? 
Potrei continuare per ore su questo! Prima di tutto, trovo molto gratificante essere in grado di connettermi con il mio retaggio ancestrale ad un certo livello. Musicalmente, in ogni caso, le qualità modali inerenti al genere, la serie di intonazioni strumentali e i testi, con ricchi ma sottili ritmi complessi, mi hanno attirato… nella bella ragnatela nel corso degli ultimi 22 anni. Come artista, non si potrà mai diventare ricchi suonando la musica celtica o la musica folk, ma c’è qualcosa da dire in merito a preservare la musica tradizionale e reinventare la canzone tradizionale. 

Qual è il tuo punto di vista sul rapporto tra tradizione e innovazione? 
La musica più arcaica ha fornito agli artisti di oggi il fondamento della musica moderna. Recentemente c'è stato un risveglio della musica celtica ed è stata meravigliosamente intrecciata con influssi spagnoli, africani, insieme ad altre influenze musicali e culturali, il che è molto eccitante! Un grande sforzo è stato fatto per preservare la musica celtica tradizionale come era stata suonata storicamente, ma stiamo anche vedendo nuove interpretazioni di musica tradizionale per mezzo di una nuova generazione di “hot pickers” and “new-grass” aficionados! Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un rinnovato interesse per la musica celtica e tradizionale in generale. Questo è evidente nella crescita delle sessions in ogni area metropolitana del mondo, così come l’aumento della partecipazione alle feste popolari, l’incremento nelle vendite di strumenti acustici, e così via! 

Qual è il legame tra musica celtica e gli Stati Uniti? 
Molto semplicemente musica celtica e irlandese sono profondamente radicate nella cultura americana. Si tratta di una parte importante della storia americana. Immigrati irlandesi portarono la musica con loro quando arrivarono in America. La maggior parte di loro si stabilì nell’area dei Monti Appalachi, lungo la parte orientale degli Stati Uniti e sono stati denominati "Hillbillies". Un popolo molto orgoglioso, un gruppo estremamente indipendente, in cui la gente passava il tempo libero seduta sulla veranda a suonare le vecchie canzoni tradizionali della loro patria. Mentre le melodie erano cantate e suonate, le variazioni apportate a questi brani, così come le nuove composizioni venuti alla luce, hanno determinato una variazione di stile e di tecnica. A queste innovazioni sono stati dati nomi come American Folk Music, Old Time Music, Bluegrass, e negli ultimi 15 o 20 anni, abbiamo visto una nuova generazione di hot pickers che hanno creato "newgrass" facendo "jazzing" su brani standard di bluegrass. Quindi , non è sorprendente che anche la popolarità della musica celtica negli Stati Uniti sia riemersa. È particolarmente forte negli stati del Sud Est degli USA: Nord e Sud Carolina, Tennessee, Kentucky, Georgia sono tra gli stati più ricchi nel preservare questo genere nella tradizione del luogo in cui era nato. Ho attraversato tutto il Paese negli ultimi 12 anni, e sono sempre stato in grado di trovare una session o associazione musicale rivolta a preservare questa musica meravigliosa. 

Con il tuo stile a quale pubblico ti rivolgi? 
Sono una persona molto riservata e mi sento più comodo nel mio studio di registrazione. Io sono un multistrumentista e questo rappresenta una sfida quando si suona fuori. Tuttavia partecipo spesso a session di musica irlandese e mi sono mantenuto attivo in diverse associazioni musicali folk, il che mi ha permesso di esibirsi in vari festival e concerti. La maggior parte del mio pubblico viene dalle mie parti. Ci hanno conosciuti soprattutto quando mia moglie Judy ed io ci esibivamo insieme facendo musica folk. Tuttavia, grazie alle nuove tecnologie, la mia musica ha guadagnato un pubblico globale molto più ampio, il che è assolutamente meraviglioso perché ora la collaborazione e lo scambio interculturale sono finalmente possibili! 

Qual è il tuo ultimo lavoro? 
Ho appena finito di preparare la colonna sonora per "Film Folk”, un documentario, che è il mio terzo progetto per film realizzato per questa produzione. Il documentario è la storia vera di una coppia che ha lasciato un lavoro ben pagato a New York per seguire il sogno di aprire un teatro irlandese nel Maine. Bellissimo film! 

Nel mese di dicembre sarà pubblicato il CD "Two Rivers". Da chi è prodotto e dove viene distribuito? Che tipo di pezzi possiamo trovare nell'album? 
Sono molto entusiasta di questo progetto . Il CD è prodotto sotto la mia etichetta, “Harris Music", e sarà distribuito in tutto il mondo tramite i-Tunes, Amazon, Rhapsody, Spotify, Google Play, e circa 74 altri distributori. Ho incluso un po’ di tutto su questo album. Lo descriverei come un progetto contemporaneo celtico strumentale, che include alcune arie tradizionali come “Congress Reel”, “Star Above The Garter/Reverend Brothers”, e “Out On The Ocean”. Ho incluso anche alcune composizioni per chitarra come "Two Rivers ", “Home By The Fire” e “In Cinq”. Tutto dal tradizionale al contemporaneo, questo CD offre una buona varietà di musica, pur mantenendo le sue radici nel mondo celtico. Tutta la musica che sento e scrivo la considero bella, tuttavia ho ricevuto i riconoscimenti più alti per "Two Rivers" e “Lament A Dearthair (A Brother’s Lament)”, che ho scritto in ricordo di mio fratello. 

Il futuro di Ed Harris? 
Continuare a massimizzare ogni giorno e momento da numero uno! Spero di continuare a fare musica finché sarò in grado e di continuare a crescere come musicista. Continuo a condividere apertamente la mia musica e donare i proventi in beneficenza. Se la mia musica si connette o si ispira a qualcuno in qualche modo, allora tutto ciò che faccio vale la pena di essere fatto. Tutto quello che faccio musicalmente, è per l'amore per la musica e per connettersi in qualche modo con gli altri ... niente di più. 



Elio Errichiello

Pifferi Muse E Zampogne 2013, Circolo Arci Aurora, Arezzo, 6-7 Dicembre 2013

“Pifferi muse e zampogne” ha festeggiato il suo diciottesimo compleanno con tre serate di alta qualità alla faccia dell’indifferenza culturale manifestata dalle istituzioni aretine e grazie all’ impegno prezioso del Circolo Culturale Arci Aurora e del suo carismatico direttore artistico Silvio Trotta. La presenza di artisti di alto livello è stata garantita non certo da congrui cachet economici ma dal rispetto e dalla stima che il mondo del folk italiano deve a Silvio Trotta per la sua appassionata e pluriennale dedizione alla promozione e alla salvaguardia della musica popolare. I gruppi che si sono alternati sul palco hanno condiviso la sua “trasgressiva “ idea di musica intesa come mediatore privilegiato di cultura aperta e gratuita al pubblico. Lo spazio libero del Circolo Aurora ha visto durante tutte e tre le serate la partecipazione attenta e curiosa di un pubblico di ogni età, che ha ascoltato in religioso silenzio, scandito da fragorosi applausi, proposte significative, non sempre facili, talvolta radicali e alternative come il concerto del “Duo Sonantiqua”. Pietro Cernuto e Alessandro Mazziotti, insieme, hanno valorizzato la semplicità solenne dei lori strumenti antichi: le zampogne, i flauti a canna, la cornamusa, il friscaletto e in un dialogo suggestivo e intenso hanno evocato paesaggi e contesti, da loro direttamente vissuti, interiorizzati e intenzionalmente declinati con fedeltà. 
Le loro ance sono di canna, le loro sacche di pelle, materiali naturali sfruttati nelle loro potenzialità sonore primitive. I loro strumenti non hanno subito manipolazioni, come oggi si è soliti fare. I due maestri zampognari suonano con sapienza, tecnica, passione, con l’umiltà di chi ha scelto di essere non solo testimone ma erede morale dei vecchi zampognari a cui dicono di dovere tutto, nonostante i loro studi classici. Nel concerto traspare la loro intesa tessuta sulla convinzione della bellezza, sull’idea che la musica di ieri può essere musica di oggi e lontani da qualsiasi riproposta hanno suonato e cantato intatte e vive melodie ataviche. Indimenticabile il brano tratto dal Laudario Cortonese “ O divina virgo flore “, che i Sonantiqua hanno elevato a raffinato esempio della più spontanea arte popolare religiosa. Una miscela di novità e tradizione ha invece caratterizzato “Andrea Capezzuoli e Compagnia”. Concerto colmo di energia gioiosa, il loro, dove radicate matrici di musica etnica italiana si sposano con alchimie di musiche lontane, soprattutto canadesi. Un connubio originale che fa emergere continuità musicali tra l’Europa e le Americhe e sottolinea le stratificazioni antropologiche conseguenze dei popoli che si incontrano. 
Andrea Capezzuoli e il suo gruppo hanno valorizzato soprattutto la dimensione ludica della musica folk, la forza aggregativa delle danze e dei ritmi. Andrea, folletto vibrante, ha alternato, instancabile, le virtuosità del suo organetto diatonico a quelle primitive del melodéon, modello d’organetto arcaico, sopravvissuto solo in Québec e in Luisiana e…i piedi.. che batteva incessante imprimendo alla sua musica suggestioni irlandesi e un pizzico di atmosfera “latina”. La fisicità musicale del repertorio ha coinvolto e divertito e l’allegria giocosa del gruppo ha inondato il festival. L’ultima serata di PMZ ha aperto una finestra sulla dimensione narrativa della musica popolare con la presentazione del libro di Giandomenico Curi da parte dello stesso autore .”Il Tempo Del Bambino e Della Stella come cantavano gli italiani il Natale”. ed Kurumuny. La riflessione sul libro ha confermato come i canti siano sintesi stratificata nel tempo di simboli sacri e profani, di come la musica popolare possa essere documento di memoria e di storia.  La semplicità colta con cui G. Curi ha parlato del suo libro ha regalato al Festival un “valore culturale aggiunto”. “La Santa Allegrezza”, uno dei brani “icona” del repertorio natalizio tradizionale, cantata da Silvio Trotta, al termine della presentazione, con il solo accompagnamento di chitarra, ha commosso il pubblico. E infine gli attesissimi Sonidumbra. Il gruppo ha restituito con grande generosità voce alla tradizione orale dell’Umbria, un concerto fresco e frizzante, bello da ascoltare e da ballare. 
I loro suoni, amalgamati da vent’anni di ricerca, dallo studio accurato degli stilemi regionali, dalla frequentazione assidua con i vecchi cantori, pervadono e colpiscono ma poi, via via, dopo i suoni si apprezzano le storie raccontate, i personaggi, i paesaggi e la voce, la voce bellissima di Barbara Bucci. Barbara ha la capacità rara di esserci in ogni sua interpretazione, ora con tenerezza, ora con ironia, ora con gioia, la voce si fa racconto di emozioni e di sentimenti e trasporta chi ascolta, crea legami. Straordinaria nella polifonia a due voci con Gabriele Russo, tipica della sua regione, ma ancor più sorprendente all’unisono con la zampogna: ci ha regalato un brivido. Vatocchi, canti "alla mietitora", storie, ballate, stornelli, filastrocche , scantafavole ma anche saltarelli, manfrine, scotis sono stati presentati con cura ed eleganza soprattutto curati nell’uso e nel colore della voce. Accanto all’organetto e alla fisarmonica e al violino abbiamo apprezzato l’inserimento del contrabbasso, diretto discendente del violone a tre corde documentato nei riti di questua e nei balli umbri da sempre. Gli spettatori sono stati trascinati nella danza e il Circolo Aurora si è tramutato in festa. Anche quest’anno PMZ non è stata la rassegna del “c’era una volta” ma del “c’è ancora una volta” . Vogliamo che festeggi altri compleanni, che cresca, che invecchi. Vogliamo che il festival, nutrito dall’energia dei suoi diciotto anni e dalla forza antica della sua musica continui a regalarci serate abitate dalla bellezza e dalla semplicità. 

Gloria Sereni