The Roads Of Roots Music: Eric Bibb, Tom Principato, The Band Of Heathens, The Wynntown Marshals, The Deep Dark Woods, Kasey Chambers & Shane Nicholson, Tom Kell & Emiko Woods, Susan James, Bob Cheevers, Buford Pope

Eric Bibb– Jericho Road (DixieFrog/I.R.D., 2013) 
Eric Bibb non ha bisogno di presentazioni, per lui parla una trentennale carriera nel corso della quale ha attraversato in lungo ed in largo il blues e le radici della musica americana, seguendo una tradizione di famiglia consolidata, con il padre Leon, che è ricordato tra le voci del folk revival degli Sessanta, e lo zio John Lewis ben noto pianista e compositore jazz. Dal folk, al blues, passando per il jazz e il gospel, Bibb ha portato avanti un personale percorso di ricerca che negli ultimi anni lo ha condotto verso sonorità world, senza mai cedere alla ricerca del successo a tutti i costi, ma piuttosto puntando verso la ricoperta di quelle radici lontane del blues, come principale fonte di ispirazione. In quest’ottica nasce “Jericho Road”, il suo nuovo album, prodotto e realizzato con il produttore e polistrumentista Glen Scott, e nel quale sono raccolte tredici brani più due bonus tracks, caratterizzati da un sound sfaccettato in cui folk, e blues, abbracciano le radici africane della musica roots americana. Quello che è bene precisare da subito è che non siamo di fronte ad un disco world in senso stretto, ma piuttosto ad un progetto ambizioso, nel quale è messo al bando qualsiasi forma di pregiudizio sonoro, ma piuttosto si punta verso una visione moderna del blues. In questo senso anche i testi dei brani si caratterizzano per tematiche attuali, che vanno dalla fede alla tolleranza, dal senso della giustizia e del perdono alla fratellanza, fino a toccare il desiderio di emancipazione dalle moderne schiavitù. Ad aprire il disco è il traditional “Drinkin' Gourd” un brano ipnotico dal testo drammatico, in cui viene raccontata la fuga dalla schiavitù, a cui segue l’intensa “Freedom Train” in cui folk, blues e gospel si mescolano alle voci e alle percussioni africane. Se “Let The Mothers Step Up” ci conduce verso il soul con i fiati della Session Horn Sweden in grande evidenza, la successiva “Have A Heart” ci regala un intreccio tra gli archi e la kora di Solo Cissokho. La soffusa “The Right Thing” caratterizzata dal basso del grande Victor Wooten, e il blues di “Death Row Blues” ci conducono alla sontuosa “Can't Please Everybody” e alla splendida “The Lord’s Work” ma è con “With My Maker I AmOne” che si tocca il vertice del disco con il dialogo tra il dobro di Olli Haavisto e il saz turco di Knut Reirsrud. Sul finale arrivano la sofferta “One Day At A Time”in cui ritorna il tema della schiavitù e due sorprendenti bonus tracks, ovvero la jazzata “Now” e quel gioiellino che è “Nanibali” in cui protagonista è Solo Cissokho alla kora e al canto. “Jericho Road” è dunque un disco pregevole che non mancherà di toccare il cuore di quanti vi si avvicineranno. 

Tom Principato – Robert Johnson Told Me So (DixieFrog/Powerhouse/I.R.D., 2013) 
Leggi il titolo e pensi subito anche questo disco è l’ennesimo tributo a Robert Johnson. Niente di più sbagliato, perché questo nuovo album di Tom Principato, citando nel titolo un modo di dire comune ai bluesmen americani, ci regala un concentrato di blues d’alta scuola in poco più di trentasetta minuti di musica. Pochi, potrebbe obiettare qualcuno, ma tanti bastano per mettere in chiaro che Tom Principato fa le cose sul serio, anche quando ammicca ad Eric Clapton, mescolando rock e blues, con spruzzate di ritmi in levare e mid-tempo. Alla base c’è tanto mestiere, una voce intensa e trascinante, la sua chitarra perfetta tanto nei virtuosismi quanto negli spaccati più lirici, e un gruppo di primo livello in cui spiccano all’organo e al piano ChuckLeavell e Tommy Lepson, e Willie Weeks al basso. Non possiamo parlare di capolavoro certo, perché il disco viaggia su binari ben noti, ma è difficile non entusiasmarci quando il bluesman americano, imbraccia la slide nella titletrack e ci regala un dialogo superbo con l’armonica di Josh Howell. Se i fiati e l’organo accompagnano la claptoniana “Knockin’ On The Door”, la successiva “ItAin’t Over (‘tilIt’s Over)”ci conduce dritto negli anni settanta, con il suo groove trascinante e la chitarra di Principato in grande evidenza. Si prosegue con i ritmi in levare e le sonorità caraibiche di “What Goes Around (Comes Back Around)”, ma è con il lento blues di “The Rain Came Pouring Down”, che si tocca il vertice del disco, brillano, infatti, un magnifico assolo chitarra e i fiati in gran spolvero. Completano il disco lo strumentale in chiave latin “Falls Church, Virginia 22042”, che suona come un tributo al Santana degli anni migliori, e il mid-tempo soul“Run Out Of Time” il cui sound laid-black, ci conduce verso la reprise di “It Ain’t Over”. Se amate il rock blues più puro questo disco sarà fragrante pane per i vostri denti. 

The Band Of Heathens – Sunday Morning Record (Boh Records/Blue Rose/I.R.D., 2013) 
Band dell’anno della capitale della roots music Austin, Tx, Band Of Heathens con il suo travolgente mix di country, blues, folk, e roots rock, si è segnalata negli anni come una delle migliori realtà della scena musicale americana, tanto con due live d’esordio “Live From Momo’s” del 2006 e “Live At Antone’s” del 2007, quanto soprattutto con il loro primo disco in studio omonimo, che godeva della produzione di Ray Wylie Hubbard. Nonostante l’uscita dal gruppo di Brian Keane, Seth Whitney, John Chipman e Colin Brooks, la band texana ha tenuto botta e dopo aver dato alle stampe l’ottimo live The Double Down, ritorna con un nuovo album in studio “Sunday Morning Record”, che vede le due anime del gruppo Ed Jurdy (voce, armonica, chitarra e tastiere) e Gordy Quist (voce, chitarra e armonica), affiancati da una line-up nuova di zecca composta da Trevor Nealson al piano e tastiere, Richard Millsap alla batteria, a cui si sono aggiunti per l’occasione alcuni collaboratori d’eccezione come Ryan Big Bowman (contrabbasso), Nick Jay e Joshua Zarbo (basso), George Reiff (chitarre) e Ricky Ray Jackson (pedalsteel). L’ascolto ci regala undici brani di pregevole fattura che spaziano dal country rock dell’iniziale “Shotgun” alla canzone d’autore di “Caroline Williams” fino a toccare il blues con “Miss My Life” in cui brilla l’intreccio tra pianoforte e chitarra. Il cuore centrale del disco ci offre un vero e proprio salto in dietro nel tempo, prima con le sonorità vicine ai Grateful Dead di “Girl With Indigo Eyes”, poi con gli echi dei Beatles di “Since I’ve Been Home”, che ci conducono verso il pop d’epoca di “The Same Picture”, e poi verso il country di “More Trip”. Sul finale il disco raggiunge il suo vertice con il travolgente boogie “Shake The Foundation”, la ballata introspettiva “Had It All”, e quel gioiello che è “Texas”, un brano dalle atmosfere acustiche di grande intensità. “Sunday Morning Record” è la dimostrazione di come il cambio di line-up non abbia affatto scalfito l’ispirazione di The Band Of Heathens, ormai candidata ad essere una delle band di riferimento della scena roots americana. Se avete ancora qualche dubbio, andate sul loro sito, e scaricatevi gratuitamente il concerto che hanno tenuto a Nashville il giorno di Halloween, e nel quale hanno eseguito per intero “Damn The Torpedoes” di Tom Petty & The Heartbreakers. Una gemma da non perdere! 

The Wynntown Marshals - The Long Haul (Blue Rose, 2013) 
Bisogna dar atto a No Depression di aver individuato The Wynntown Marshals molto prima di tante altre testate di settore, allorquando inserì tra i candidati al titolo di miglior album di debutto del 2010 “The Westerner”, primo album del quartetto scozzese di base ad Edimburgo. Da allora la band formata da Keith Benzie (voce solista e chitarra acustica), Iain Sloan (chitarra solista e steel), Murdoch MacLeod (basso e chitarra) e Kenny McCabe (batteria), ha continuato a macinare chilometri, concerti ed esperienza, ed oggi li ritroviamo con “The Long Haul” disco che mette in fila dieci brani, prodotti dal polistrumentista Andrew Taylor (organo, banjo e mandolino), e nei quali si ritracciano influenze che spaziano dai Byrds a Tom Petty passando per Neil Young, pur non risultando mai derivativi. Sin dal primo brani “Driveaway” si ha subito la sensazione di essere di fronte ad una scrittura matura, e ad arrangiamenti efficaci in cui chitarra ed organo disegnano eleganti linee melodiche. Spazio poi alla melodia solare ed ariosa del jingle-jangle di “Canada” che evoca certi passaggi dei Blue Rodeo, mentre “Low Country Comedown” è un country-rock senza tempo, che fa il paio con “Whatever It Takes” in cui protagonista assoluto è l’organo di Taylor. Se “Tide” è tutta giocata sul dialogo tra le chitarre di Iain Sloan e Murdoch MacLeod, la successiva “The Submariner” si apre verso l’introspezione e la malinconia. Sul finale arrivano poi le cose migliori con lo spaccato acustico di “Curtain Call”, in cui violino, violoncello e pianoforte fanno da cornice perfetta per l’ottima prova vocale di Keith Benzie, la chitarristica “North Atlantic Soul” e la superba “Change Of Heart”, che suggella un disco di grande pregio, con buona pace di quanti pensano che la roots music sia solo ad appannaggio delle band americane. 

The Deep Dark Woods – Jubilee (SixShooter/Sugar Hill, 2013) 
Nel 2012 quando uscì “The Place I Left Behind” la stampa specializzata non mancò di sottolineare come The Deep Dark Woods era proiettata nel giro di pochi anni a segnare una fase nuova della roots music. Così, il loro nuovo disco “Jubilee” era considerata un po’ la prova del nove per i canadesi, e bisogna sottolineare sin da subito come sia da rubricare come un mezzo passo falso, e questo nonostante la produzione sia Jonathan Wilson. I tredici brani, incisi in una baita delle Rocky Mountains, a Bragg Creek, infatti, non sembrano decollare mai, sin dall’iniziale “Miles And Miles” un brano dalle atmosfere dark che mescola echi di My MorningJacket, con un cantato che rimanda da vicino (forse troppo) al Neil Young più crepuscolare. Allo stesso modo quando si torna verso sonorità più vicine al loro stile con il country-rock di “18th Of Dicember”, la cui melodia è furbescamente rubacchiata dal traditionalShadyGrove, si ha la chiara sensazione che la benzina dell’ispirazione della band canadese sia terminata, restando imprigionati in una riproposizione di atmosfere, temi e stili musicali già sentiti. Per il resto tutto sembra ristagnare in un intreccio trito e ritrito di folk-rock e country degli Appalachi, anche quando il cantato di Ryan Boldt si fa più sofferto, e la chitarra di Burke Barlow strizza l’occhio verso la psichedelia dei sixties. Se non avessimo avuto modo di apprezzare le potenzialità di questa band nel disco precedente, a quest’ora ci troveremmo a sottolineare come “The Beater” o il boogie della lunga “The Same Thing”, rappresentino due prove interessanti, o che “Picture On My Wall” e “I Took To Whoring” nascondano ispirazioni interessanti, ma purtroppo non è così perché questo disco in buona sostanza è un passo indietro rispetto al passato, quasi ci fosse stata una regressione a livello sonoro, e questo con buona pace di Wilson, e dei suoi echi alla Byrds. Forse la strada da percorrere è diversa, e The Deep Dark Woods hanno ancora tempo per percorrerla. 

Kasey Chambers & Shane Nicholson - Wreck & Ruin (Sugar Hill, 2012) 
A distanza di cinque anni dall’ottimo Rattlin’ Bones del 2008, che gli aveva fruttato un disco di platino, ritroviamo Kasey Chambers e suo marito Shane Nicholson alle prese con un nuovo album in coppia. Registrato nell’arco di otto giorni a Foggy Mountain, ai piedi della Hunter Valley, “Wreck & Ruin”, il disco raccoglie diciotto brani, in cui il duo è accompagnato da una band nuova di zecca, composta da Steve Fearnley (batteria), James Gillard (contrabbasso), Jeb Cardwell (banjo) e John Bedggood (violino). Se il disco precedente fu visto come un ritorno alle origini per Kasey Chambers, che riabbracciava i suoni old time, e il country, questo nuovo album prosegue in quella stessa direzione, inserendosi nel percorso tracciato già da altre due coppie della rinascita roots ovvero Gilllian Welch & Dave Rawlings e Buddy & Julie Miller. Ad aprire il disco è “‘Til Death Do Us Part”, a cui seguono la trascinante title track guidata da un gustoso intreccio di banjo e violino, l’ottimo singolo “Adam & Eve” e quel gioiellino che è “The Quiet Life” un elogio della vita bucolica, lontano dal caos delle città. Banjo e mandolino sono ancora protagonisti nell’old time “Dustbowl”, che apre la strada al country waltz del duetto “Familiar Strangers”, ma è solo un momento perché subito dopo arriva uno dei vertici del disco ovvero la delicata ed elegante “Your Sweet Love”. Se con “Rusted Shoes” e “Flat Nail Joe” si torna a respirare aria old time, la superba ballata “Have Mercy On Me”, ci conduce verso il finale con il veloce country di “Sick As A Dog” e la ballata dai toni noir “Troubled Mind”. A completare il tutto ci sono anche cinque bonus track, una selezione di brani dei cantautori australiani preferiti dal duo. Tra temi familiari, storie d’amore, e forte senso religioso, “Wreck & Ruin” si segnala come un ottimo disco, con buona pace di quanti hanno dichiarato che sulla musica old time è stato già detto tutto. 

Tom Kell & Emiko Woods – Glory Bound (First Baptist Church of Lakewood, 2013) 
Lui, Tom Kell è uno storico collaboratore di J.D. Souther e Timothy B. Schmit, ed è nel giro della West Coast da diversi anni, ma che lo scorso anno aveva fatto parlare di se con il suo disco solista “This Desert City”. Lei, Emiko Woods è forse sconosciuta a più, ma nella sua voce racchiude tutto il suo talento artistico. Dal loro incontro è nato il progetto “Glory Bound”, disco composto da undici ballate che mescolano country e gospel, e che il duo ha registrato con il sostegno della First Baptist Church di Lakewood, dove si sono esibiti per i fedeli per oltre un anno. Se a prima vista il disco potrebbe sembrare strettamente connesso alle tematiche religiose, passando all’ascolto si scopre come si apra anche verso un ascolto meno impegnato, come dimostrano le dolcissime “Too High” e “This Time” che aprono il disco. Dal punto di vista prettamente sonoro fondamentale ci sembra la partecipazione di alcuni strumentisti navigati come Bob Glaub (basso), TJ Hill (batteria, chitarra elettrica, mandolino), Carlos Rivera (basso e contrabbasso) , Cecil Smith (batteria), Johnny Gomez (chitarra) e Chris Middaugh (pedal steel). Durante l’ascolto spiccano il country blues elettrico della title track, il gospel country rurale di “Someday Soon”, ma soprattutto la splendida The Debt, in cui spicca il pregevole lavoro chitarristico di Gomez. Se il disco che ha visto in coppia Emmylou Harris e Rodney Crowell vi ha un po’ deluso, qui troverete invece pane per i vostri denti perché Tom Kell e la brava Emiko Woods hanno confezionato un disco con i fiocchi. 

Susan James – Driving Toward The Sun (Susan James Music, 2013) 
Considerata una delle promesse della scena folk al femminile, Susan James vanta un solido percorso di formazione che l’ha vista dapprima laurearsi in etnomusicologia alla UCLA di Los Angeles e successivamente intraprendere la propria carriera discografica, grazie al sostegno di un ingegnere della Apple, Burrell Smith che, entusiasta di un suo concerto le finanziò interamente il suo primo album “Life Between Two Worlds”. Negli anni successivi ha messo in fila alcuni ottimi dischi come il più recente “Hearts & Home”, che le hanno consentito di intraprendere alcuni tour come supporter di Lindsey Buckingham e Bob Weir ed a collaborare con Tommy Stinson dei Replacements e D.J. Bonebrake degli X. A colpire della sua cifra stilistica è la sua capacità di unire il cantautorato folkie di Joni Mitchell, con il country rock e il pop, il tutto condito dalla sua bella voce. Il suo nuovo album “Driving Toward The Sun” raccoglie otto brani, prodotti da Ryan Ulyate ed incisi con una band di tutto rispetto in cui spiccano Don Heffington (batteria), Chris Lawrence (pedalsteel), Neal Casal ed Eric Heywood, (chitarre). L’ascolto è così puro piacere con brani come “Wandering” e “Aqua Dulce Tears”, che ci riportano alle migliori pagine del cantautorato al femminile made in usa, ed arriva addirittura a sorprenderci con la splendida title track, che suggella un disco assolutamente gradevole e che non mancherà di regalare belle emozioni a quanti gli dedicheranno un po’ della loro attenzione. 

Bob Cheevers – Smoke & Mirrors (Back 9 Records, 2012) 
Bob Cheevers appartiene a quella schiera di musicisti che per anni hanno rappresentato l’ossatura della scena country di Nashville, spesso ritagliandosi il ruolo di comprimari, e accontentandosi di vedere le proprie canzoni interpretate da artisti di primo piano, e successivamente hanno imboccato un proprio percorso come solisti. Se per lungo tempo la fama di Cheevers è stata legata ai nomi di Johnny Cash e Waylon Jennings, che tra gli altri, hanno interpretato le sue canzoni, negli anni più recenti con diversi dischi a suo nome ha messo in fila grandi riconoscimenti di pubblico e critica, culminati nel 2011 con il titolo di Cantautore Dell’Anno durante i Texas Music Awards. Dopo averlo lasciato nel 2010 con l’ottimo “Tall Texas Tales” lo ritroviamo a tre anni di distanza con “Smoke & Mirrors”, un ambizioso doppio album, che lo vede nel primo disco accompagnato da una band elettrica, mentre nella seconda ci offre il lato più riflessivo ed acustico del suo songwriting. Il primo “Smoke” disco raccoglie undici brani, incisi ad Austin, Tx con Charlie White (chitarre) e prodotti da Chris Cage (piano, hammond e accordion), che si caratterizzano per testi in cui temi autobiografici si mescolano a spaccati di vita. A spiccare in modo particolare sono la ballata “Turn Around”, gli echi di Deep South di “North Of Baton Rouge” e quelli del Delta di “Every Doubt Has A Shadow”, ma soprattutto il southern rock di I'm Still Here. Il secondo disco “Mirrors” si regge su un pugno di ballate acustiche, che si lasciano preferire ai brani elettrici, per la loro poesia che rimanda ora al miglior Guy Clark nel country-western “Don't Ever Sell Your Saddle” ora Willie Nelson come nel caso di “Days In Death Valley”, “She Cries Each Time She Hears a Train”. Il vertice del disco arriva però con la melodia irish di “Widow’s Walk”, un brano di pregevole fattura che suggella un progetto senza dubbio interessante, che va ad inserirsi dritto al fianco dei classici del country. 

Buford Pope – Matching Numbers (Buford Pope, 2012) 
“Matching Numbers” è il quarto disco di Mikael Liljeborg, in arte Buford Pope, cantautore svedese di belle speranze, con la fortissima passione per i songwriter made in usa, da Neil Young a Bruce Springsteen passando per Jackson Brown e Tom Petty. Dopo aver messo in fila tre dischi essenzialmente acustici, Buford Pope con questo nuovo album si apre ad un suono più maturo, forte di una consolidate esperienza maturata on the road, ma soprattutto di una band di tutto rispetto che lo affianca, in cui spiccano gli ottimi Pelle Jernryd (chitarre, dobro e lapsteel) e AmirAly (organo hammond, accordion e piano). La sua scrittura dimostra chiaramente come abbia imparato a mena dito la lezione dei suoi eroi musicali, e pur non brillando particolarmente per i testi, dal punto di vista musicale ha tutte le carte in regola per ben figurare in futuro. L’ascolto ci regala interessanti spaccati elettrici come l’iniziale “Brothers of Mine”, ballate country dai toni malinconici “Somebody Like You” e “FacesDon't Smile” fino a toccare punte di eccellenza con la dolcissima “A Garden Rose”, in cui il suo cantato ricorda molto da vicino quello di Rod Stewart. Buford Pope si inserisce, dunque, in quella schiera di belle proposte che ci vengono dalla Scandinavia, e di cui non si può non sottolineare sempre la loro sincerità e la loro dedizione alla musica.


Salvatore Esposito