BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

BF-CHOICE: Francesco Benozzo, Fabio Bonvicini, Fratelli Mancuso – Un requiem laico

Canto e musiche seguono la via dell’accostamento di esperienze diverse: quattro strumentisti e cantori, il mondo appenninico e quello del canto mediterraneo dell’isola di Sicilia testimoniano con questo concerto-disco un incontra lungo trame della memoria in un luogo simbolo dell’Italia...

mercoledì 27 novembre 2013

Numero 128 del 27 Novembre 2013

La canzone d‘autore del salentino Massimo Donno è la pagina d’apertura di Blogfoolk n. 128, che chiude il mese di novembre. Per i Luoghi della Musica, raccontiamo il Premio Andrea Parodi, World Music in Sardegna, svoltosi lo scorso fine settimana a Cagliari. Imperdibile è “Bamako Nights - Live At Bar Bozo 1995” di Lobi Traoré, disco a cui va il nostro consigliato Blogfoolk. Segue uno speciale dedicato alla roots music americana, nel quale recensiamo, tra gli altri, i lavori di Eric Bibb, Tom Principato e The Band Of Heathens. Si torna alla tradizione musicale italiana, prima con “Tempo Antico” dei Newpoli, gruppo italo-americano nato al Berklee College of Music, poi con il progetto “La Custodia Del Fuoco” che vede fianco a fianco Majaria Trio e la vocalist siciliana Eleonora Bordonaro. Per la rubrica Letture, vi presentiamo “Chelsea Hotel”, doppio disco con libro, che documenta la fortunata tournee teatrale, che ha visto protagonisti il giornalista Massimo Cotto e Mauro Ermanno Giovanardi. Completano il numero la rubrica Suoni Jazz con “Looking Ahead” del Danilo Zanchi Trio e il consueto Taglio Basso di Rigo, alle prese con il nuovo album dei Gov’t Mule

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com

STORIE DI CANTAUTORI
I LUOGHI DELLA MUSICA
WORLD MUSIC
VIAGGIO IN ITALIA
LETTURE
SUONI JAZZ
TAGLIO BASSO

La foto di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Massimo Donno – Amore e Marchette

Cantautore dalla originale cifra stilistica, Massimo Donno, dopo un esperienza in ambito irish-folk con Allegra Brigata Bodhran, ha dato di recente alle stampe per Ululati/Lupo Editori, “Amore e Marchette”, disco che segna il suo debutto come solista,e nel quale sono raccolti undici brani caratterizzati dall’intercalarsi di spaccati introspettivi ed autobiografici, a pungenti critiche alla società italiana, il tutto condito da una bella dose di ironia, surrealismo e poesia. Lo abbiamo intervistato per approfondire insieme a lui il suo percorso artistico, e il suo processo creativo, senza tralasciare la genesi del disco e i temi che lo caratterizzano. 

Nel tuo passato ci sono esperienze diversificate, dalla musica con Allegra Brigata Bodhran, poi anche nell’ambito letterario. Come nasce invece Massimo Donno cantautore? 
La mia passione per la letteratura e l’amore per la musica viaggiano sullo stesso binario, non riesco a concepirle come istanze diverse. Credo piuttosto che siano complementari l’una all’altra, si sorreggono, si nutrono reciprocamente ed hanno quasi una genitorialità nei confronti di quello che scrivo. 

Ci puoi parlare del processo creativo alla base delle tue canzoni? 
Le canzoni nascono sempre da uno stimolo di base, da una suggestione anche minima che, probabilmente, nulla andrà a condividere con il significato della canzone che nascerà successivamente. Nasce da una frase appuntata, magari sentita in fila alla posta o in treno. La gente ha la capacità di fornire degli spunti fantastici e la cosa bella è che ne è totalmente, spesso, inconsapevole. Una frase vera, una frase falsa, allegra o triste che sia è in grado di aprire un mondo, di parole e di musica. Una volta che di base c’è un’idea la musica si scrive da sola. Non scrivo mai un testo per intero senza avere una chitarra in mano. Come dicevo prima, musica e parole si nutrono e camminano insieme. È come se esistessero realmente poche alternative al modo di musicare un testo. Un testo specifico ha bisogno di quella determinata musica. Poi spesso capita che le cose cambino, ma è difficile che se un brano nasce swing possa diventare folk, per quanto mi riguarda, si intende. Tutto ciò con le dovute eccezioni: la musica e le parole possono rappresentare “tutto il contrario di tutto!” 

Quali sono le tue ispirazioni e le tue influenze dal punto di vista artistico? 
I riferimenti sono tanti ed affondano a figure che seguo e che stimo da quando sono piccolo. Musicalmente, i riferimenti sono diversi ed anche diversi tra loro. Sicuramente buona parte del cantautorato italiano, da De André a Gaber, da Piero Ciampi a Domenico Modugno. Ascolto tanto swing italiano (Buscaglione, Arigliano, Natalino Otto). Trovo geniale quello che ha fatto Carosone che, in qualche modo, è stato precursore di quelle magnifiche unioni tra il jazz e la musica tradizionale napoletana, e non solo. Amo il jazz, in particolare Michel Petrucciani, Richard Galliano, e tutte le espressioni della musica difficili da definire (Il duo Trovesi – Coscia, Tuck and Patty, Daniele Sepe, ecc.). Se dovessi dire tutto quello che mi piace non finirei più! Uno dei riferimenti costanti per me è James Taylor. Probabilmente, e per fortuna, non in tutto quello che scrivo traspare la passione per questi autori. Per essere meno prolisso possibile ti posso anche fare altri riferimenti, cosi, senza argomentazioni: Pasolini, Citti, Totò, Scola, Monicelli, Dino Buzzati, Hikmet, Tom Waits, Pietro Gori, Dylan Dog, Potok, ecc. 

Quanto ha influenzato la tua formazione il fermento culturale e musicale che ha animato il Salento in questi anni? 
Considera che ho vissuto gli ultimi tredici anni prima a Roma e poi a Bologna. Posso dire, da un lato, di non aver mai staccato le radici dal Salento, dall’altro lato, proprio queste radici si sono “contaminate” da esperienze e da contesti anche molto diversi da quelli che si possono vivere nel Sud della Puglia. Sicuramente il fermento che c’è in Salento, i numerosi musicisti che ho conosciuto negli anni mi hanno influenzato tantissimo, mi hanno aiutato a crescere, e lo fanno tutt’ora. Il livello di ascolto e curiosità di conoscere da parte delle persone, fa il resto. Non sempre è facile e scontato che si abbia un livello di attenzione ma questo esiste aldilà dell’essere in Salento. Sicuramente gli operatori culturali sensibili a nuove espressioni possono favorire il proliferare di contesti di incontro tra artisti e pubblici. E ciò, per fortuna, in Salento capita spesso. 

Hai realizzato diversi spettacoli sulle canzoni e sulla vita di Fabrizio De Andrè, cosa ti lega alla sua musica? 
Mi appassiona di Fabrizio de André l’approccio che ha avuto all’arte, in generale. La sua voglia di conoscere e di condividere quella smisurata conoscenza. La forza ed il coraggio di puntare la penna su personaggi delicati senza cadere nella banale oratoria, negli inni retorici. De André era un musicista con l’umiltà di sapersi circondare di grandi arrangiatori; De André era uno scrittore che, nonostante quello che sapesse scrivere, ha avuto sempre la necessità di circondarsi di altrettante grandi penne; De André ci ha parlato di religione e di anarchia, portando la poesia a livelli di indagine grandi come un vero e proprio ricercatore sociale. Un pensiero indipendente, in divenire, inquieto. Questo mi lega a De André. 

Veniamo al tuo primo disco “Amore e Marchette”, ci puoi raccontare la sua gestazione? 
“Amore e Marchette” contiene pensieri recenti, vicini all’uscita dell’album e pensieri di tanti anni fa, che io ritrovo e sento ancora miei. La decisione di bloccare in un contenitore queste storie arriva nell’estate del 2012. Avevo già scritto quasi tutti i brani ma ero ancora “progettualmente” poco organizzato. Ero più concentrato sulla preventiva ricerca di un management, di un booking. Ero da solo e da solo avevo in me tutte le figure professionali che occorrevano. Ovviamente era difficile mantenersi in piedi da soli. Poi l’idea di un album è diventata un’idea costante, quasi una fissazione! Ho raccolto tutti i miei brani, ho abbozzato qualche arrangiamento, ho preso coraggio e mi sono buttato in questa esperienza. A settembre del 2012 ero in studio a registrare e ogni giorno mi pentivo di non aver iniziato prima questa magnifica esperienza. Poi l’incontro con Cosimo Lupo (Ululati) ha messo in piedi una serie di cose interessanti, dalla produzione dell’album alla possibilità di esibirmi in contesti interessanti come l’apertura del concerto di Daniele Silvestri o il dividere il palco con Nada e Fausto Mesolella, ecc. 

Al disco hanno collaborato alcuni musicisti salentini ma anche alti ospiti d’eccezione come Guido Sodo, Nilza Costa e soprattutto Maurizio Geri, come nascono queste collaborazioni?
Sono in tutti casi artisti che stimo molto e che seguivo da ascoltatore, da diverso tempo. Conosco Guido per il magnifico progetto (Cantodiscanto) in cui ha fatto confluire il meglio della tradizione e della composizione d’autore. Per breve tempo è stato mio maestro di chitarra a Bologna. È una persona che stimo e che ho voluto “firmasse” con la sua arpa e la sua voce un brano per me molto importante. Con Nilza il rapporto è stato diverso: ho collaborato con lei come chitarrista nel suo interessante progetto di musica d’autore di stampo afro – brasiliano durante l’ultimo anno a Bologna. Ho anche registrato qualche traccia del suo album. C’era un brano in particolare (Kalundù) che si prestava benissimo all’unione con “Il bianco ed il nero” ed è nata questa collaborazione. Maurizio Geri lo conosco da quando nel 2003 lo vidi in Salento con Banditaliana. Mi colpì molto il suo stile, l’unione tra sonorità swing e le mille anime della world music. Anni dopo lo cercai per avere lezioni di chitarra e poi il contatto è rimasto. “Amore e Marchette” aveva bisogno non soltanto della chitarra di Geri ma proprio di lui (come nel videoclip di Gianni de Blasi) perché è per persone come Geri che nascono canzoni così, in cui si parla del duro lavoro dell’essere e del fare il musicista. E dell’amare smisuratamente questo lavoro. 

Parlando più direttamente dei brani, mi ha colpito molto la titletrack, una canzone sul duro mestiere del cantautore… 
Esattamente! Come dicevo poco fa, il lavoro del musicista è pieno di contraddizioni, di ripensamenti, di messe in discussione, di crisi di identità, addirittura! Nel senso che spesso la propria identità la si mette da parte per fare altro, per suonare qualcosa che ci aiuti a pagare le bollette. Vivere di musica è difficile in generale (con le dovute eccezioni, naturalmente) ma per chi fa musica d’autore è frustrante la disattenzione (capita spesso!) della gente e la sufficienza di un gestore o organizzatore, che ti chiede non già che genere fai, ma “Quanta gente porti nel mio locale?”. Con “Amore e marchette” ci ho riso su, mi sono preso in giro come forse si dovrebbe fare più spesso invece di piangersi addosso.

Cosa ti ha ispirato il brano come “Valzer Del Lavoratore Atipico”? 
Sono tanti gli episodi di terrorismo che abbiamo visto in questi anni. Mi sono per un attimostaccato, ma non so con quali risultati, dalla prospettiva occidentale della consumata dicotomia buono/cattivo, giusto/sbagliato. Ho cercato di non mettere dentro giudizi di merito, di valore etico o morale e ho cercato di far parlare un Kamikaze, dal suo punto di vista. A sua volta anche lui, credo, abbia parlato di sé senza orgoglio o autocommiserazione. Il gioco delle prospettive potrebbe aiutarci a leggere in maniera relativa il mondo intero, abbandonando auto-centrismi culturali o determinismi etici che spesso risultano dannosi. 

Bologna A.D. 2012 racconta una Bologna un po’ diversa da quella cantata ad esempio da Francesco Guccini, cosa ha significato per te vivere in quella città? 
Di Bologna non potrò mai parlare al passato. Bologna per me rimane una città da cui non sono andato via. Mi piace pensare di essere venuto in Salento e non andato via da Bologna. Come in ogni grande amore ci si ferisce, ci si ama, poi ci si incazza di nuovo e così via. Se non ci fossero queste fisiologiche tensioni probabilmente non sarebbe amore, ma sarebbe un sopportarsi. Ecco, io Bologna non l’ho dovuta sopportare ma l’ho vissuta in maniera sempre attiva, consapevole. Solo che, quando ci si saluta, quando si decide una separazione non è sempre colpa dell’uno o dell’altra. Spesso si dice “eravamo diversi”. Ed è questo quello che è successo con Bologna: ad un certo punto ci siamo accorti che eravamo diversi, e non c’era verso di tentare forzature perché avremmo snaturato tutto il vissuto precedente. Guccini parla di una Bologna che io ho solo conosciuto dai vecchietti al bar e questo mi addolora, mi carica di una nostalgia paradossale, cioè di una nostalgia per un qualcosa che io non ho mai realmente vissuto. Per quel che riguarda la mia Bologna A.D. 2012 … non credo ci sia altro da aggiungere, è tutto fin troppo esplicito, ahimè! 

Nella tua carriera hai incrociato il tango per lo spettacolo “Incanti di Tango”, come nasce il brano “Tango”? C’è un legame tra queste due esperienze? 
“Incanti di Tango” fu uno spettacolo a metà strada tra un lavoro di tango ed un lavoro sul tango. C’era recitazione, flussi di coscienza di un uomo contemporaneo alle prese con se stesso, c’era musica, da Gardel a Guccini. Un’esperienza realizzata tra il 2008 ed il 2009. La canzone Tango invece è un pezzo del 2001. Avevo vent’anni e vivevo con estrema tensione il rapporto con le parole, ma non solo la parole che usiamo per cantare o per scrivere racconti: anche le parole che si dicono, che si pensano o che non si dicono o che ci vengono dette. A distanza di 12 anni quella tensione è rimasta, sicuramente ridimensionata, ma ancora qui. Ed è per questo che ho riproposto il brano prendendo a prestito la voce di Pierpaolo Pasolini. 

“Il Mio Compleanno” è uno dei vertici del disco, una piccola sceneggiatura in musica, come nasce questo brano? 
Nasce da una storia vera. Pochi giorni dopo il mio compleanno nel 2012 ebbi in regalo un angelo. Un angelo che, come in ogni storia magica, decide di partire senza salutarmi e senza preavviso. Quella vicenda fa scaturire una serie di riflessioni importanti, almeno per me e mi fa giungere alla consapevolezza dei miei bisogni. Credo che eventi del genere ci mettano davanti alla consapevolezza che la semplicità è un approdo che necessariamente implica un percorso di complessità. Detesto il termine e la posizione dell’accontentarsi, e lungi da me dal sostenere qualcosa di simile. Penso però che la complessità di un percorso sia giustificabile solo se la meta è rappresentata da un approdo essenziale, in cui ci sia l’uomo. E non tutta la serie di sovrastrutture e fronzoli ideologici vuoti che spesso si porta appresso. 

Quali sono i tuoi prossimi progetti futuri? 
Lo scorso mese ho registrato dei brani nuovi (con i miei amici musicisti Morris e Francesco Pellizzari alla batteria ed alla chitarra, Stefano Rielli al contrabbasso ed Emanuele Coluccia ai fiati), assecondando la semplice voglia e necessità di farlo. Un altro brano registrato pochi giorni fa presto sarà on line con un videoclip molto essenziale (appunto!) e rappresenta una collaborazione con un chitarrista salentino molto bravo, Raf Qu. A dicembre partirà un tour di “Amore e Marchette” che toccherà Milano, Bologna, Torino e Genova. A gennaio stiamo preparando un live in teatro con numerosi ospiti ma di questo so ancora poco! Per il resto il mio progetto di vita (musicalmente parlando!) è lineare: voglio essere ancora curioso ed affamato di racconti, voglio sentirli, inventarli, raccontarli e portarli in giro (ovunque?!) con la mia chitarra ed i miei amici musicisti. Poi quello che costruiremo sicuramente sarà abbellito dalle numerose sorprese che i miei angeli mi faranno!



Massimo Donno – Amore e Marchette (Ululati/Lupo Editore, 2013) 
Non capita spesso di ascoltare dischi che, sin dalle primissime note, colpiscano ed affascinino sin da subito, instillandoti la voglia di passare al brano successivo per capire quale altra sorpresa ci riserva l’autore. Questo 2013 ci ha regalato in tal senso diversi dischi che hanno catturato la nostra attenzione, uno di questi è certamente “Amore e Marchette”, album di debutto di Massimo Donno, giovane cantautore salentino di belle speranze, che vanta un interessante percorso artistico speso tra l’Allegra Brigata Bodhran, esperienze letterarie ed artistiche diversificate, e soprattutto una intensa attività dal vivo, che lo ha portato ad esibirsi un po’ in tutta Italia, dapprima presentando alcuni spettacoli dedicati alle canzoni di Fabrizio De André e poi pian piano esibendosi con le sue canzoni. Onore al merito, dunque, a Lupo Editore che ha creduto nel suo talento, ma onore al merito anche a Massimo Donno, il quale ha messo in fila undici brani da cui traspare un songwriting onesto, genuino, e non privo di originalità. Al suo fianco in questa sua opera prima, Massimo Donno è affiancato da un gruppo di eccellenti musicisti salentini, in cui spiccano Gianluca Milanese (flauto), Francesco Del Prete (violino), Emanuele Coluccia (sax e tromba), Giuseppe Spedicato (basso) e Valerio Daniele (chitarre), che ne ha curato le registrazioni e il mixaggio. Il disco si apre con l’eccellente title-track, un brano programmatico in cui Donno ci parla della dura vita del cantautore, con la complicità di Maurizio Geri, che impreziosisce la linea melodica con la sua chitarra manuche. Durante l’ascolto scopriamo come il cantautore salentino si racconti con sincerità nei suoi brani, e senza bisogno di filtri stilistici o poetici, mette in fila brani come “Il Bianco E Il Nero” cantata in duetto con Nilza Costa, e la pungente “La Colpa” in cui fa capolino l’arpa celtica di Guido Sodo. Il disco riserva però altre belle sorprese come la poetica ballata “Piccola Storia”, o l’introspettiva riflessione sull’amore de “Le Vetrine” fino a toccare “Bologna A.D. 2012”, che a buon diritto meriterebbe un posto in un antologia di brani che descrivono il capoluogo emiliano. Per trovare però il vertice del disco è necessario arrivare alla fine con la cinematografica “Il Mio Compleanno”, in cui spiccano ai controcanti le voci di Emanuela Gabrieli e Alessia Tondo nonché i fiati di Emanuele Coluccia, e che ad un primo ascolto evoca la poesia visionaria di un altro capolavoro della canzone italiana ovvero “Cercando Un Altro Egitto” di Francesco De Gregori. Nel suo raccontarsi ora a cuore aperto ora ironico e riflessivo, Massimo Donno con “Amore e Marchette” ha messo una prima pietra importante per la sua carriera, segnalandosi come un cantautore senza dubbio interessante e dal grande potenziale.


Gianmaria Bruni
con la collaborazione di P.

Premio Andrea Parodi – World Music in Sardegna, Cagliari, Teatro Auditorium Comunale, 21-23 Novembre 2013

Non so se ascoltando i dieci artisti selezionati per la finale del contest cagliaritano, dedicato all’indimenticabile voce turritana, ci si possa fare un’idea di cosa significhi suonare world music oggi in Italia. D’accordo, parliamo di una non-categoria come quella di world music, per qualcuno etichetta commerciale, per altri estetica musicale, ma è indubbio che i limiti imposti dal bando di gara, che fa riferimento a composizioni cantate, va da sé anche in omaggio alla straordinaria voce di Andrea, finisce per forza di cose per delimitare un po’ il campo, se poi aggiungiamo che un brano in lingua locale, che sia minoritaria o no (tanto per capirci, nel contesto sudtirolese, il tedesco è minoritario o maggioritario?), può sempre farsi strada anche nelle categorie dialettali di premi nazionali d’autore, si capisce che nel Belpaese il termine ha una declinazione sonora del tutto specifica (ma potrebbe anche essere un punto di forza), soprattutto se confrontato con quanto accade altrove, sfogliando le riviste specializzate o ancora frequentando le fiere internazionali. Gli organizzatori della Fondazione Parodi hanno fatto sapere che quest’anno circa 400 sono state le adesioni al concorso, e qualche nome storico del folk del Sud (lo abbiamo appreso in via informale), non è stato selezionato per la fase finale perché il brano, magari non tra i migliori in repertorio, “era troppo tradizionale…”. Cosicché, ancora una volta restiamo un po’smarriti: cosa è world music?
Unavantaluna
Canzoni acustiche d’autore in lingua locale o dialetto? Canzoni che virano verso il jazz levigato, ma anche un po’ diluito? Ma forse a smentirci o a farci capire che la deriva del format canzone non è ancora egemone arriva proprio il premio conferito dalla giuria tecnica ai siciliano-continentali Unavantaluna con il brano “Isuli”. Annoverano in formazione maestri come il fiatista Pietro Cernuto ed il percussionista Arnaldo Vacca, sono una band di esperienza, ben nota nel circuito neo tradizionale, e con un brano che mette in risalto la loro ricerca timbrica: una composizione in due parti, canzone popolare siciliana e ballo finale, con il valore aggiunto della proiezione mediterranea, che ha conquistato anche il premio per il miglior testo in ex-aequo e per il miglior arrangiamento. Ma malgrado abbiano alle spalle un progetto musicale forte (è in uscita un loro nuovo doppio album), gli Unavantaluna hanno dovuto lottare fino all’ultimo voto con la conterranea Francesca Incudine (“Jettavuci”) e con il duo catalano-sardo Rusò Sala e Caterinangela Fadda (“La meva terra”), a tal punto che la giuria tecnica (musicisti, promoters e direttori artistici di festival) ha dovuto ricorrere ad un secondo voto per arrivare a sancire il vincitore tra i tre. La canzone trad-pop della Incudine ha vinto il premio della critica, quello musicale e il tenerissimo riconoscimento dei bambini, che rende sempre più umano e sincero i world music award cagliaritani, mentre il duo chitarristico Sala & Fadda si è accaparrato il premio SIAE, quello dei concorrenti e quello dell’interpretazione. 
Francesca Incudine
E già, l’interpretazione… Perché ciò che rende più avvincente la tre giorni del Parodi è il fatto che gli artisti in gara devono necessariamente far propria una canzone del repertorio di Andrea, che presentano nella seconda serata, dopo che nella prima hanno proposto la canzone in gara e un altro brano del proprio repertorio. Ne scaturisce che sia sulla base del proprio materiale sia sulla rilettura di quello del cantante dei Tazenda si gioca molto – ma non tutto (come erroneamente sembrava far intuire il presentatore nazionale chiamato ad occuparsi di musiche e di artisti da lui non conosciuti, e protagonista di diverse cadute di stile) – il consenso del pubblico e dei giurati. La “Pandela” degli Unavantaluna ha fatto centro, così come la resa di “Ninna Noa” da parte di Rusò Sala, e di “Frore in su nie”, interpretata dal gruppo di Francesca Incudine. A proposito della cantante ennese, va detto che la sua proposta, che richiama inevitabilmente le inflessioni sonore del fratello Mario, ha convinto, nonostante la percussionista-cantante-autrice non metta in mostra una voce pienamente vincente: in molti abbiamo sottolineato una certa acerbità vocale, eppure non è un’artista giovanissima. D’altra parte, Francesca è cresciuta a livello di interpretazione nel corso della tre giorni, a dimostrazione di carattere e determinazione e del fatto che il contest si snoda in diverse fasi, si è risolto sul filo di lana, e non era certo già prescritto dopo le esibizioni del giovedì e del venerdì. 
Alfina Scorza
Quanto al duo di chitarriste, è stata proprio la cifra interpretativa a farle decollare, sebbene il loro gioco di chitarre non sia parso irresistibile all’inizio, almeno per chi è aduso alle accordature aperte del folk anglo-celtico o di altri musicisti di scuola folk italiani. Ritornando alle interpretazioni parodiane, non si può tacere della salernitana Alfina Scorza, protagonista di una bella versione di “Temporadas” e in concorso con una canzone del medico-autore Aniello de Vita, scomparso lo scorso febbraio, personaggio centrale nella poetica cilentana. Chitarra, contrabbasso e cajon per una melodia partenopea con venature jazz-latine, che molti si aspettavano avrebbe portato la cantante di “Li Penzieri” in vetta. E gli altri, direte voi? Non ha conquistato le giurie neppure il trio piemontese Tres Cordes (voce, chitarra, violoncello), che ha proposto “Tres jorns a Paris”. Nel trio suonano Enrico Niegro, tra i migliori chitarristi del nu folk italiano, e Paola Lombardi, vocalist di punta del folk piemontese. La loro delicatezza aderisce allo spirito del mondo della ballata epico-lirica piemontese e alla tradizione coreutica occitana: “Non è musica urlata, non è musica esibita, è cantata, sussurrata, suggerita“, sottolinea Niegro nel post-festival, “questa è la nostra cultura e in quanto tale si riflette anche nelle musiche ‘altre’ che affrontiamo, come nel caso del brano di Parodi, che peraltro, essendo una delicata canzone d’amore, ben si presta ad essere trattata con delicatezza”. 
Rusò Sala
Tra gli altri, poca fortuna, malgrado il loro piglio deciso da live band il quartetto campano-milanese Canto Antico (“Me vulesse addurmì”), armato di tammorra, violoncello, fisarmonica, voce ed una ciaramella svisante, con virate funk nel brano presentato in concorso. Coraggiosi i Damm & Dong, provenienti dal basso Lazio, la cui “Luntan”, in napoletano, presentava un bel testo suonato con ukulele, percussioni, campionamenti e loop, intriso di profumi d’Africa e note sincopate: forse il brano più world di tutto il cartellone. Un po’ al di sotto e decentrati sul piano sonoro per aspirare ad un piazzamento il jazz furlano denso di note degli Jerbasuns (“Flaba par gno fradi piçul”), il folk ruvido in stile Carmen Consoli (quasi un clone) della svizzero-siciliana Dominique (“Torna”) e la caipirinha al mirto della sarda Sara Marini (“Una rundine in sas aèras”). Detto della gara, dobbiamo necessariamente parlare degli ospiti, a partire da Francesco Demuro, vincitore del premio Albo d’Oro, tenore passato agilmente da un’aria verdiana al canto a chitarra, palestra vocale dei suoi esordi canori. Sempre nella serata di giovedì, l’accorata preghiera del direttore artistico Elena Ledda (con la sua conduzione da tre anni sta dando un’impronta di credibilità e di alta qualità al Premio), con Mauro Palmas alla mandola, dedicata alle popolazioni sarde colpite dall’alluvione dei giorni scorsi. 
Antonio Zambujo
La serata di venerdì ha visto salire ancora sul palco la vincitrice 2012, Elsa Martin, per una sorta di passaggio di consegne. La serata finale ha offerto una splendida versione di “Camineras” arrangiata da Palmas (mandola), con Righel Quartet (con Marcello Peghin alla chitarra 10 corde) e David Brutti (sax); il palpitante sound di Baba Sissoko, alle prese anche con “Balai” di Parodi. Un’esibizione di Ledda, Kaballà e Martin con “Abacada”, ma soprattutto il portoghese Antonio Zambujo, che i lettori di Blogfoolk già conoscono, che ha sedotto per il suo notevole controllo della voce, per la sua grazia interpretativa di “Sienda”: da brividi. A margine del Premio, al mattino ci sono state la presentazione del libro di Enrico Deregibus “Chi se ne frega della musica”, trasformatosi in un’interessante discussione sugli aspetti compositivi dell’artista, con la polifonica partecipazione di musicisti, cantanti e giornalisti; la riproposta della bella pellicola di Gianfranco Cabiddu “Passaggi di Tempo. Il Viaggio di Sonos ‘E Memoria”. Per il resto, piacevoli confronti informali fino a tarda notte tra giurati, addetti ai lavori e musicisti, accompagnati dai suoni (la magia vocale di Zambujo in un ristorante ci ha fatto ancora accapponare la pelle), nella magnifica Cagliari. Il Parodi 2013 ha presentato musica di ottimo livello: appuntamento al prossimo anno, con il desiderio che il Premio possa sempre di più assurgere a palcoscenico di punta della musica world e nu trad in Italia, e non solo. 

Ciro De Rosa

Lobi Traoré – Bamako Nights - Live At Bar Bozo 1995 (Glitterbeat Records/Goodfellas, 2013)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

Nato nel 1961 a Bakaridjana, un villaggio sulle rive del Niger situato nella regione di Segou, Lobi Traoré è stato, insieme ad Ali Farka Touré, uno dei protagonisti della rinascita della musica del Mali, riportando alla luce quel gioco di rimbalzi tra i suoni dell’Africa Occidentale e l’altra sponda dell’Atlantico. Se è vero che la musica americana affonda le sue radici nella tradizione africana, è pur vero che quest’ultima non è rimasta mai indifferente al fascino esercitato dal blues, dal rhythm ‘n’ blues e dal soul, finendo per assimilarli e farli propri, e questo con buona pace dell’indimenticato Ali Farka Touré, che ha sempre rivendicato con forza come la musica del Mali non avesse subito alcuna influenza dall’esterno. In particolare proprio Lobi Traoré, è stato forse l’artista maliano che meglio è riuscito con la propria musica a rinsaldare lo stretto legame che intercorre tra l’Africa e l’America. Nell’arco della sua breve, ma intensa carriera, infatti, il cantante e chitarrista di Bamako è riuscito a coniugare la tradizione della propria terra, con le sonorità più moderne del rock e del blues, pur conservando sempre integre le sue radici. Questo emerge chiaramente dall’ascolto dei suoi otto dischi, di cui quattro in studio e quattro dal vivo, ma anche dalle tante collaborazioni che hanno caratterizzato il suo percorso artistico, a partire da quelle con Damon Albarn e Josep Pelt, e per finire con Chris Eckman, che lo volle al suo fianco nel progetto Dirtmusic, e che produsse il suo ultimo disco, “Rainy Season Blues” (Glitterhouse, 2010). Pur avendo suonato spesso all’estero, Lobi Traoré non ha mai abbandonato la sua Bamako, città che lo aveva visto muovere i suoi primi passi come musicista e a cui aveva dedicato molte delle sue canzoni. 
E proprio dalla sua città ci arriva adesso un prezioso documento sonoro, “Bamako Nights: Live At Bar Bozo 1995”, disco dal vivo, pubblicato recentemente dalla Glitterbeat, sottoetichetta world della Glitterhouse di Chris Eckman, e che fotografa sul palco il musicista maliano, giusto un attimo prima che il suo talento esplodesse a livello mondiale. Inserendo il disco nel lettore, si compie un vero e proprio salto in dietro nel tempo, nel 1995. Il Mali è finalmente un paese democratico, e il popolo scopre a piccoli passi la libertà, mentre nell’aria circola qualcosa di speciale. Bamako è una città viva, vivissima e, soprattutto di notte, i suoi locali si riempiono di gente che vuole divertirsi, ballare ed ascoltare musica. Uno di questi è il piccolo Bar Bozo, un locale di ritrovo notturno situato nel centro della città, poco appariscente e ancor meno illuminato, ma sempre affollatissimo. Lì una volta a settimana si esibisce un artista emergente, Lobi Traoré che la sua band, composta da Alou Dembélé e Binké Traoré (basso), Samba Sissoko (batteria) e Yaya Dembélé (djembé), si sta cominciando a far conoscere in città. I suoi concerti vedono il Bar Bozo riempirsi all’inverosimile, e su quel palco man mano si delinea la sua visione elettrica della musica tradizionale, della Bambara roots, e quel suono ruvido e viscerale, che di lì a poco sarebbe stato protagonista dei suoi dischi, permettendogli di approdare sui palchi di tutta Europa. Le sue canzoni parlano al cuore del suo pubblico, raccontando storie e difficoltà della vita quotidiana, di sfide che ogni giorno la gente dei villaggi rurali si trova ad affrontare lavorando in città, ma soprattutto di un popolo che ha appena visto l’alba della libertà. 
Il disco ci consente di toccare con mano l’energia, la forza e la passione con la quale Lobi Traoré cantava le sue canzoni, vibranti di suoni ancestrali e misteriosi, che si confondono con il rock e il blues, dando vita ad un sound grezzo, e polverso ma mai privo di fascino. Sul palco, il chitarrista maliano, sfoggiando il suo nuovissimo pedale flanger, ci regala un set di sette brani, caratterizzati da assoli roventi, e torride percussioni, che ammiccano ora ad Hendrix, ora ad Alvin Lee, ora ancora all’ hard rock di degli AC/DC di Angus Young, di cui Traoré era un grande appassionato. Ad aprire il disco, è la lenta e sofferta “Ni Tugula Mogo Mi Ko”, cantata da un Lobi Traorè quasi in trance, che man mano arricchisce la linea melodica con le sue splendide frasi di chitarra. Seguono le lunghe e dilatate jam di “Banani” e “Dunuya”, ma è con il quarto brano “Sigui Nyongon Son Fo”, che la band innesta la quinta e ci conduce verso spaccati musicali travolgenti, in cui scopriamo tutta la perizia tecnica di Traoré, nel ricalcare le orme di Zani Diabate e dei chitarristi pentatonici del Mali. Chiude il disco il crescendo magmatico di “Bamaku N’tichi”, sugellata da un spettacolare serie di assoli della chitarra elettrica del musicista di Bamako. La storia ci racconta anche che, poche settimane dopo quel concerto, le autorità cittadine di Bamako fecero chiudere il Bar Bozo, e Traoré fu costretto ad andare a suonare in un locale fuori città. Si chiudeva così un periodo forse irripetibile, ma per il chitarrista maliano si stavano aprendo già le porte per il successo. “Bamako Nights” è così un disco prezioso non solo perché ci permette di entrare nel vivo dell’arte e della musica di Traoré, ma parimenti ci fornisce una fotografia nitida di una città in pieno fermento culturale, purtroppo oggi di nuovo stroncato dalla guerra civile. 


Salvatore Esposito

The Roads Of Roots Music: Eric Bibb, Tom Principato, The Band Of Heathens, The Wynntown Marshals, The Deep Dark Woods, Kasey Chambers & Shane Nicholson, Tom Kell & Emiko Woods, Susan James, Bob Cheevers, Buford Pope

Eric Bibb– Jericho Road (DixieFrog/I.R.D., 2013) 
Eric Bibb non ha bisogno di presentazioni, per lui parla una trentennale carriera nel corso della quale ha attraversato in lungo ed in largo il blues e le radici della musica americana, seguendo una tradizione di famiglia consolidata, con il padre Leon, che è ricordato tra le voci del folk revival degli Sessanta, e lo zio John Lewis ben noto pianista e compositore jazz. Dal folk, al blues, passando per il jazz e il gospel, Bibb ha portato avanti un personale percorso di ricerca che negli ultimi anni lo ha condotto verso sonorità world, senza mai cedere alla ricerca del successo a tutti i costi, ma piuttosto puntando verso la ricoperta di quelle radici lontane del blues, come principale fonte di ispirazione. In quest’ottica nasce “Jericho Road”, il suo nuovo album, prodotto e realizzato con il produttore e polistrumentista Glen Scott, e nel quale sono raccolte tredici brani più due bonus tracks, caratterizzati da un sound sfaccettato in cui folk, e blues, abbracciano le radici africane della musica roots americana. Quello che è bene precisare da subito è che non siamo di fronte ad un disco world in senso stretto, ma piuttosto ad un progetto ambizioso, nel quale è messo al bando qualsiasi forma di pregiudizio sonoro, ma piuttosto si punta verso una visione moderna del blues. In questo senso anche i testi dei brani si caratterizzano per tematiche attuali, che vanno dalla fede alla tolleranza, dal senso della giustizia e del perdono alla fratellanza, fino a toccare il desiderio di emancipazione dalle moderne schiavitù. Ad aprire il disco è il traditional “Drinkin' Gourd” un brano ipnotico dal testo drammatico, in cui viene raccontata la fuga dalla schiavitù, a cui segue l’intensa “Freedom Train” in cui folk, blues e gospel si mescolano alle voci e alle percussioni africane. Se “Let The Mothers Step Up” ci conduce verso il soul con i fiati della Session Horn Sweden in grande evidenza, la successiva “Have A Heart” ci regala un intreccio tra gli archi e la kora di Solo Cissokho. La soffusa “The Right Thing” caratterizzata dal basso del grande Victor Wooten, e il blues di “Death Row Blues” ci conducono alla sontuosa “Can't Please Everybody” e alla splendida “The Lord’s Work” ma è con “With My Maker I AmOne” che si tocca il vertice del disco con il dialogo tra il dobro di Olli Haavisto e il saz turco di Knut Reirsrud. Sul finale arrivano la sofferta “One Day At A Time”in cui ritorna il tema della schiavitù e due sorprendenti bonus tracks, ovvero la jazzata “Now” e quel gioiellino che è “Nanibali” in cui protagonista è Solo Cissokho alla kora e al canto. “Jericho Road” è dunque un disco pregevole che non mancherà di toccare il cuore di quanti vi si avvicineranno. 

Tom Principato – Robert Johnson Told Me So (DixieFrog/Powerhouse/I.R.D., 2013) 
Leggi il titolo e pensi subito anche questo disco è l’ennesimo tributo a Robert Johnson. Niente di più sbagliato, perché questo nuovo album di Tom Principato, citando nel titolo un modo di dire comune ai bluesmen americani, ci regala un concentrato di blues d’alta scuola in poco più di trentasetta minuti di musica. Pochi, potrebbe obiettare qualcuno, ma tanti bastano per mettere in chiaro che Tom Principato fa le cose sul serio, anche quando ammicca ad Eric Clapton, mescolando rock e blues, con spruzzate di ritmi in levare e mid-tempo. Alla base c’è tanto mestiere, una voce intensa e trascinante, la sua chitarra perfetta tanto nei virtuosismi quanto negli spaccati più lirici, e un gruppo di primo livello in cui spiccano all’organo e al piano ChuckLeavell e Tommy Lepson, e Willie Weeks al basso. Non possiamo parlare di capolavoro certo, perché il disco viaggia su binari ben noti, ma è difficile non entusiasmarci quando il bluesman americano, imbraccia la slide nella titletrack e ci regala un dialogo superbo con l’armonica di Josh Howell. Se i fiati e l’organo accompagnano la claptoniana “Knockin’ On The Door”, la successiva “ItAin’t Over (‘tilIt’s Over)”ci conduce dritto negli anni settanta, con il suo groove trascinante e la chitarra di Principato in grande evidenza. Si prosegue con i ritmi in levare e le sonorità caraibiche di “What Goes Around (Comes Back Around)”, ma è con il lento blues di “The Rain Came Pouring Down”, che si tocca il vertice del disco, brillano, infatti, un magnifico assolo chitarra e i fiati in gran spolvero. Completano il disco lo strumentale in chiave latin “Falls Church, Virginia 22042”, che suona come un tributo al Santana degli anni migliori, e il mid-tempo soul“Run Out Of Time” il cui sound laid-black, ci conduce verso la reprise di “It Ain’t Over”. Se amate il rock blues più puro questo disco sarà fragrante pane per i vostri denti. 

The Band Of Heathens – Sunday Morning Record (Boh Records/Blue Rose/I.R.D., 2013) 
Band dell’anno della capitale della roots music Austin, Tx, Band Of Heathens con il suo travolgente mix di country, blues, folk, e roots rock, si è segnalata negli anni come una delle migliori realtà della scena musicale americana, tanto con due live d’esordio “Live From Momo’s” del 2006 e “Live At Antone’s” del 2007, quanto soprattutto con il loro primo disco in studio omonimo, che godeva della produzione di Ray Wylie Hubbard. Nonostante l’uscita dal gruppo di Brian Keane, Seth Whitney, John Chipman e Colin Brooks, la band texana ha tenuto botta e dopo aver dato alle stampe l’ottimo live The Double Down, ritorna con un nuovo album in studio “Sunday Morning Record”, che vede le due anime del gruppo Ed Jurdy (voce, armonica, chitarra e tastiere) e Gordy Quist (voce, chitarra e armonica), affiancati da una line-up nuova di zecca composta da Trevor Nealson al piano e tastiere, Richard Millsap alla batteria, a cui si sono aggiunti per l’occasione alcuni collaboratori d’eccezione come Ryan Big Bowman (contrabbasso), Nick Jay e Joshua Zarbo (basso), George Reiff (chitarre) e Ricky Ray Jackson (pedalsteel). L’ascolto ci regala undici brani di pregevole fattura che spaziano dal country rock dell’iniziale “Shotgun” alla canzone d’autore di “Caroline Williams” fino a toccare il blues con “Miss My Life” in cui brilla l’intreccio tra pianoforte e chitarra. Il cuore centrale del disco ci offre un vero e proprio salto in dietro nel tempo, prima con le sonorità vicine ai Grateful Dead di “Girl With Indigo Eyes”, poi con gli echi dei Beatles di “Since I’ve Been Home”, che ci conducono verso il pop d’epoca di “The Same Picture”, e poi verso il country di “More Trip”. Sul finale il disco raggiunge il suo vertice con il travolgente boogie “Shake The Foundation”, la ballata introspettiva “Had It All”, e quel gioiello che è “Texas”, un brano dalle atmosfere acustiche di grande intensità. “Sunday Morning Record” è la dimostrazione di come il cambio di line-up non abbia affatto scalfito l’ispirazione di The Band Of Heathens, ormai candidata ad essere una delle band di riferimento della scena roots americana. Se avete ancora qualche dubbio, andate sul loro sito, e scaricatevi gratuitamente il concerto che hanno tenuto a Nashville il giorno di Halloween, e nel quale hanno eseguito per intero “Damn The Torpedoes” di Tom Petty & The Heartbreakers. Una gemma da non perdere! 

The Wynntown Marshals - The Long Haul (Blue Rose, 2013) 
Bisogna dar atto a No Depression di aver individuato The Wynntown Marshals molto prima di tante altre testate di settore, allorquando inserì tra i candidati al titolo di miglior album di debutto del 2010 “The Westerner”, primo album del quartetto scozzese di base ad Edimburgo. Da allora la band formata da Keith Benzie (voce solista e chitarra acustica), Iain Sloan (chitarra solista e steel), Murdoch MacLeod (basso e chitarra) e Kenny McCabe (batteria), ha continuato a macinare chilometri, concerti ed esperienza, ed oggi li ritroviamo con “The Long Haul” disco che mette in fila dieci brani, prodotti dal polistrumentista Andrew Taylor (organo, banjo e mandolino), e nei quali si ritracciano influenze che spaziano dai Byrds a Tom Petty passando per Neil Young, pur non risultando mai derivativi. Sin dal primo brani “Driveaway” si ha subito la sensazione di essere di fronte ad una scrittura matura, e ad arrangiamenti efficaci in cui chitarra ed organo disegnano eleganti linee melodiche. Spazio poi alla melodia solare ed ariosa del jingle-jangle di “Canada” che evoca certi passaggi dei Blue Rodeo, mentre “Low Country Comedown” è un country-rock senza tempo, che fa il paio con “Whatever It Takes” in cui protagonista assoluto è l’organo di Taylor. Se “Tide” è tutta giocata sul dialogo tra le chitarre di Iain Sloan e Murdoch MacLeod, la successiva “The Submariner” si apre verso l’introspezione e la malinconia. Sul finale arrivano poi le cose migliori con lo spaccato acustico di “Curtain Call”, in cui violino, violoncello e pianoforte fanno da cornice perfetta per l’ottima prova vocale di Keith Benzie, la chitarristica “North Atlantic Soul” e la superba “Change Of Heart”, che suggella un disco di grande pregio, con buona pace di quanti pensano che la roots music sia solo ad appannaggio delle band americane. 

The Deep Dark Woods – Jubilee (SixShooter/Sugar Hill, 2013) 
Nel 2012 quando uscì “The Place I Left Behind” la stampa specializzata non mancò di sottolineare come The Deep Dark Woods era proiettata nel giro di pochi anni a segnare una fase nuova della roots music. Così, il loro nuovo disco “Jubilee” era considerata un po’ la prova del nove per i canadesi, e bisogna sottolineare sin da subito come sia da rubricare come un mezzo passo falso, e questo nonostante la produzione sia Jonathan Wilson. I tredici brani, incisi in una baita delle Rocky Mountains, a Bragg Creek, infatti, non sembrano decollare mai, sin dall’iniziale “Miles And Miles” un brano dalle atmosfere dark che mescola echi di My MorningJacket, con un cantato che rimanda da vicino (forse troppo) al Neil Young più crepuscolare. Allo stesso modo quando si torna verso sonorità più vicine al loro stile con il country-rock di “18th Of Dicember”, la cui melodia è furbescamente rubacchiata dal traditionalShadyGrove, si ha la chiara sensazione che la benzina dell’ispirazione della band canadese sia terminata, restando imprigionati in una riproposizione di atmosfere, temi e stili musicali già sentiti. Per il resto tutto sembra ristagnare in un intreccio trito e ritrito di folk-rock e country degli Appalachi, anche quando il cantato di Ryan Boldt si fa più sofferto, e la chitarra di Burke Barlow strizza l’occhio verso la psichedelia dei sixties. Se non avessimo avuto modo di apprezzare le potenzialità di questa band nel disco precedente, a quest’ora ci troveremmo a sottolineare come “The Beater” o il boogie della lunga “The Same Thing”, rappresentino due prove interessanti, o che “Picture On My Wall” e “I Took To Whoring” nascondano ispirazioni interessanti, ma purtroppo non è così perché questo disco in buona sostanza è un passo indietro rispetto al passato, quasi ci fosse stata una regressione a livello sonoro, e questo con buona pace di Wilson, e dei suoi echi alla Byrds. Forse la strada da percorrere è diversa, e The Deep Dark Woods hanno ancora tempo per percorrerla. 

Kasey Chambers & Shane Nicholson - Wreck & Ruin (Sugar Hill, 2012) 
A distanza di cinque anni dall’ottimo Rattlin’ Bones del 2008, che gli aveva fruttato un disco di platino, ritroviamo Kasey Chambers e suo marito Shane Nicholson alle prese con un nuovo album in coppia. Registrato nell’arco di otto giorni a Foggy Mountain, ai piedi della Hunter Valley, “Wreck & Ruin”, il disco raccoglie diciotto brani, in cui il duo è accompagnato da una band nuova di zecca, composta da Steve Fearnley (batteria), James Gillard (contrabbasso), Jeb Cardwell (banjo) e John Bedggood (violino). Se il disco precedente fu visto come un ritorno alle origini per Kasey Chambers, che riabbracciava i suoni old time, e il country, questo nuovo album prosegue in quella stessa direzione, inserendosi nel percorso tracciato già da altre due coppie della rinascita roots ovvero Gilllian Welch & Dave Rawlings e Buddy & Julie Miller. Ad aprire il disco è “‘Til Death Do Us Part”, a cui seguono la trascinante title track guidata da un gustoso intreccio di banjo e violino, l’ottimo singolo “Adam & Eve” e quel gioiellino che è “The Quiet Life” un elogio della vita bucolica, lontano dal caos delle città. Banjo e mandolino sono ancora protagonisti nell’old time “Dustbowl”, che apre la strada al country waltz del duetto “Familiar Strangers”, ma è solo un momento perché subito dopo arriva uno dei vertici del disco ovvero la delicata ed elegante “Your Sweet Love”. Se con “Rusted Shoes” e “Flat Nail Joe” si torna a respirare aria old time, la superba ballata “Have Mercy On Me”, ci conduce verso il finale con il veloce country di “Sick As A Dog” e la ballata dai toni noir “Troubled Mind”. A completare il tutto ci sono anche cinque bonus track, una selezione di brani dei cantautori australiani preferiti dal duo. Tra temi familiari, storie d’amore, e forte senso religioso, “Wreck & Ruin” si segnala come un ottimo disco, con buona pace di quanti hanno dichiarato che sulla musica old time è stato già detto tutto. 

Tom Kell & Emiko Woods – Glory Bound (First Baptist Church of Lakewood, 2013) 
Lui, Tom Kell è uno storico collaboratore di J.D. Souther e Timothy B. Schmit, ed è nel giro della West Coast da diversi anni, ma che lo scorso anno aveva fatto parlare di se con il suo disco solista “This Desert City”. Lei, Emiko Woods è forse sconosciuta a più, ma nella sua voce racchiude tutto il suo talento artistico. Dal loro incontro è nato il progetto “Glory Bound”, disco composto da undici ballate che mescolano country e gospel, e che il duo ha registrato con il sostegno della First Baptist Church di Lakewood, dove si sono esibiti per i fedeli per oltre un anno. Se a prima vista il disco potrebbe sembrare strettamente connesso alle tematiche religiose, passando all’ascolto si scopre come si apra anche verso un ascolto meno impegnato, come dimostrano le dolcissime “Too High” e “This Time” che aprono il disco. Dal punto di vista prettamente sonoro fondamentale ci sembra la partecipazione di alcuni strumentisti navigati come Bob Glaub (basso), TJ Hill (batteria, chitarra elettrica, mandolino), Carlos Rivera (basso e contrabbasso) , Cecil Smith (batteria), Johnny Gomez (chitarra) e Chris Middaugh (pedal steel). Durante l’ascolto spiccano il country blues elettrico della title track, il gospel country rurale di “Someday Soon”, ma soprattutto la splendida The Debt, in cui spicca il pregevole lavoro chitarristico di Gomez. Se il disco che ha visto in coppia Emmylou Harris e Rodney Crowell vi ha un po’ deluso, qui troverete invece pane per i vostri denti perché Tom Kell e la brava Emiko Woods hanno confezionato un disco con i fiocchi. 

Susan James – Driving Toward The Sun (Susan James Music, 2013) 
Considerata una delle promesse della scena folk al femminile, Susan James vanta un solido percorso di formazione che l’ha vista dapprima laurearsi in etnomusicologia alla UCLA di Los Angeles e successivamente intraprendere la propria carriera discografica, grazie al sostegno di un ingegnere della Apple, Burrell Smith che, entusiasta di un suo concerto le finanziò interamente il suo primo album “Life Between Two Worlds”. Negli anni successivi ha messo in fila alcuni ottimi dischi come il più recente “Hearts & Home”, che le hanno consentito di intraprendere alcuni tour come supporter di Lindsey Buckingham e Bob Weir ed a collaborare con Tommy Stinson dei Replacements e D.J. Bonebrake degli X. A colpire della sua cifra stilistica è la sua capacità di unire il cantautorato folkie di Joni Mitchell, con il country rock e il pop, il tutto condito dalla sua bella voce. Il suo nuovo album “Driving Toward The Sun” raccoglie otto brani, prodotti da Ryan Ulyate ed incisi con una band di tutto rispetto in cui spiccano Don Heffington (batteria), Chris Lawrence (pedalsteel), Neal Casal ed Eric Heywood, (chitarre). L’ascolto è così puro piacere con brani come “Wandering” e “Aqua Dulce Tears”, che ci riportano alle migliori pagine del cantautorato al femminile made in usa, ed arriva addirittura a sorprenderci con la splendida title track, che suggella un disco assolutamente gradevole e che non mancherà di regalare belle emozioni a quanti gli dedicheranno un po’ della loro attenzione. 

Bob Cheevers – Smoke & Mirrors (Back 9 Records, 2012) 
Bob Cheevers appartiene a quella schiera di musicisti che per anni hanno rappresentato l’ossatura della scena country di Nashville, spesso ritagliandosi il ruolo di comprimari, e accontentandosi di vedere le proprie canzoni interpretate da artisti di primo piano, e successivamente hanno imboccato un proprio percorso come solisti. Se per lungo tempo la fama di Cheevers è stata legata ai nomi di Johnny Cash e Waylon Jennings, che tra gli altri, hanno interpretato le sue canzoni, negli anni più recenti con diversi dischi a suo nome ha messo in fila grandi riconoscimenti di pubblico e critica, culminati nel 2011 con il titolo di Cantautore Dell’Anno durante i Texas Music Awards. Dopo averlo lasciato nel 2010 con l’ottimo “Tall Texas Tales” lo ritroviamo a tre anni di distanza con “Smoke & Mirrors”, un ambizioso doppio album, che lo vede nel primo disco accompagnato da una band elettrica, mentre nella seconda ci offre il lato più riflessivo ed acustico del suo songwriting. Il primo “Smoke” disco raccoglie undici brani, incisi ad Austin, Tx con Charlie White (chitarre) e prodotti da Chris Cage (piano, hammond e accordion), che si caratterizzano per testi in cui temi autobiografici si mescolano a spaccati di vita. A spiccare in modo particolare sono la ballata “Turn Around”, gli echi di Deep South di “North Of Baton Rouge” e quelli del Delta di “Every Doubt Has A Shadow”, ma soprattutto il southern rock di I'm Still Here. Il secondo disco “Mirrors” si regge su un pugno di ballate acustiche, che si lasciano preferire ai brani elettrici, per la loro poesia che rimanda ora al miglior Guy Clark nel country-western “Don't Ever Sell Your Saddle” ora Willie Nelson come nel caso di “Days In Death Valley”, “She Cries Each Time She Hears a Train”. Il vertice del disco arriva però con la melodia irish di “Widow’s Walk”, un brano di pregevole fattura che suggella un progetto senza dubbio interessante, che va ad inserirsi dritto al fianco dei classici del country. 

Buford Pope – Matching Numbers (Buford Pope, 2012) 
“Matching Numbers” è il quarto disco di Mikael Liljeborg, in arte Buford Pope, cantautore svedese di belle speranze, con la fortissima passione per i songwriter made in usa, da Neil Young a Bruce Springsteen passando per Jackson Brown e Tom Petty. Dopo aver messo in fila tre dischi essenzialmente acustici, Buford Pope con questo nuovo album si apre ad un suono più maturo, forte di una consolidate esperienza maturata on the road, ma soprattutto di una band di tutto rispetto che lo affianca, in cui spiccano gli ottimi Pelle Jernryd (chitarre, dobro e lapsteel) e AmirAly (organo hammond, accordion e piano). La sua scrittura dimostra chiaramente come abbia imparato a mena dito la lezione dei suoi eroi musicali, e pur non brillando particolarmente per i testi, dal punto di vista musicale ha tutte le carte in regola per ben figurare in futuro. L’ascolto ci regala interessanti spaccati elettrici come l’iniziale “Brothers of Mine”, ballate country dai toni malinconici “Somebody Like You” e “FacesDon't Smile” fino a toccare punte di eccellenza con la dolcissima “A Garden Rose”, in cui il suo cantato ricorda molto da vicino quello di Rod Stewart. Buford Pope si inserisce, dunque, in quella schiera di belle proposte che ci vengono dalla Scandinavia, e di cui non si può non sottolineare sempre la loro sincerità e la loro dedizione alla musica.


Salvatore Esposito

Majaria Trio & Eleonora Bordonaro – La Custodia Del Fuoco (Ed. Groove Studio/Headache Prod., 2013)

Il progetto Majaria Trio nasce nel 2010 dall’incontro tra il batterista e percussionista Lucrezio de Seta, il bassista Alessandro Patti e il pianista polistrumentista Primiano Di Biase, tre musicisti dal vissuto artistico differente, ma accomunati dall’idea coniugare le sonorità della musica popolare del sud Italia e più in generale del Mediterraneo con sonorità nuove quali electric-jazz, funk, dub. Il primo risultato del loro lavoro insieme arriva nello stesso 2010 con il concept album omonimo, un disco strumentale caratterizzato da un caleidoscopio di ritmi, suoni e belle intuizioni, che nel loro insieme si avvicinavano molto bene a quella “magia” evocata dal nome stesso del trio. A distanza di tre anni li ritroviamo alle prese con un nuovo progetto “La Custodia Del Fuoco”, che li vede affiancati dalla cantante siciliana, Eleonora Bordonaro, già voce dell'Orchestra Popolare Italiana diretta da Ambrogio Sparagna. Si tratta di un disco che raccoglie i brani eseguiti dal vivo dal trio durante lo spettacolo “La Custodia Del Fuoco – La Conta Dei Papaveri”, ideato da Lucrezio de Seta, e caratterizzato da un insieme di quadri evocativi e surreali, scritti, coreografati e diretti da Luana Marongiu, ed impreziositi dalla collaborazione di Cinzia Maccagnano e dalle danze di Marica Zannettino, Sara Rossi e Rosaria Iovine. L’idea alla base del spettacolo, così come del disco, prende le mosse da un affermazione di Gustav Mahler ovvero: "Tradizione non è culto delle ceneri, ma custodia del fuoco", e in questo senso si comprende bene quale sia stato lo spirito che ha animato il Majaria Trio tanto nel lavoro di ricerca, quanto in quello della rilettura dei brani tradizionali, che hanno rivestito di colori ethno-jazz. Ad aprire il disco è “Terra Ca Nun Senti dal repertorio di Rosa Balistreri, a cui segue il jazz ritmato di “’A Pinnula” e la cialoma trapanese “Aja Mola”, un canto responsoriale tipico dei pescatori, nel quale alla voce del rais faceva eco il coro di coloro che tiravano le reti a bordo delle Muciare. Il canto di rivendicazione “Niura Mi Dicisti” apre poi la strada prima a “Rosa Canta E Cunta” e successivamente alla preghiera “Maria De Li Grazzi” cantata a capella dalla Bordonaro. La fisarmonica e le percussioni di “Balkankan” ci conducono a “Persuasiva Amurusa” su testo del poeta e drammaturgo palermitano Giovanni Meli, mentre il jazz pizzicato di “'A Virrinedda” funge da perfetto apripista per la trascinante “Cuntadinu Sutta Lu Zappuni”. “Lu Focu Di La Pagghia” ci accompagna verso il finale con “Si Maritau Rosa” e la ninna nanna “'A Siminzina”. Nel complesso “La Custodia Del Fuoco” pur essendo un disco valido e gradevole, forse non rende piena giustizia alle grandi potenzialità del Majaria Trio, che per molti versi ci sembra molto più incline alla sperimentazione in chiave jazz in senso stretto, piuttosto che alla rilettura di brani tradizionali, le cui strutture in qualche modo imprigionano un po’ il talento dei singoli strumentisti. 


Salvatore Esposito

Newpoli – Tempo Antico (Beartones, 2013)

I Newpoli sono una formazione che produce musica internazionale di matrice “folcloristica”. Sono nati nel 2003 grazie a Carmen Marsico e Angela Rossi - le due cantanti del gruppo - e nel loro decimo anniversario hanno pubblicato “Tempo Antico” (Beartones Records), il loro terzo disco, dedicato, come gli altri, alle musiche popolari del sud Italia. A chi è abituato a confrontarsi con produzioni musicali riconducibili al vasto genere “neo-tradizionale”, che al livello internazionale è convenzionalmente ricondotto alla cosiddetta world music, i tredici brani di “Tempo antico” evocheranno scenari nuovi e allo stesso tempo conosciuti, tutti rappresentativi di una storia musicale - quella cioè delle aree più mediterranee dell’Italia - molto radicata nell’immaginario collettivo. Dicendo “musica di matrice folcloristica” ho voluto svincolare la produzione musicale di questo gruppo di migranti - che ha base negli Stati Uniti, dove alcuni dei membri fondatori si trasferirono dall’Italia per studiare jazz al Berklee College of Music - dai cliché più magmatici cui rimanda il termine “folclore”, o “folk”. In altre parole vorrei allontanare i Newpoli da un genere che - nonostante gli studi e le analisi critiche di cui è stato ed è oggetto in tutto il mondo - mantiene un’irriducibile impermeabilità, dovuta al contesto di produzione entro cui le combinazioni dei suoni hanno significati (e sono stati determinati da fattori) impliciti e non sempre rappresentabili e, quindi, decifrabili. Il “folclorismo” di questo ensemble, invece - che riscuote successi anche al di fuori dei circuiti world e che annovera non solo musicisti italiani e suonatori di strumenti popolari (come la tammorra, suonata da Fabio Pirozolo, o la ciaramella, suonata da Dan Mayers) ma anche musicisti con differenti background, come il chitarrista (classico) Bjorn Wennas, il contrabbassista Kendall Eddy, il flautista Geni Skendo e la violinista Megumi Sasaki - riflette uno sguardo più ampio sui repertori di tradizione orale. E si svincola, senza scadere in una rappresentazione leziosa, da quella gravità che spesso si insinua nelle interpretazioni più pretenziosamente esegetiche. Di qui emerge una visione che caratterizza i Newpoli come elastici e dinamici. Come cioè un gruppo nella cui sperimentazione convergono due caratteristiche distintive dei repertori (e delle culture) popolari. Appunto elasticità, dinamicità e, quindi, cambiamento, selezione, tradizione. E non si può escludere (pur cedendo a una visione forse troppo radicale) che queste caratteristiche derivino dalla posizione dalla quale il gruppo osserva e ascolta le musiche che ripropone. Cioè dall’estero, da uno spazio sufficientemente distante da non incollare le esecuzioni a un’idea statica di “popolarismo” e, allo stesso tempo, sufficientemente estendibile verso una forma di rappresentazione libera ma attenta, accurata. Quest’ultimo aspetto, detto tra parentesi, è tutto merito della loro bravura (tecnica e non solo), grazie alla quale questi otto musicisti riescono a elaborare una sintesi nuova sia dei classici della tradizione “alto-popolare” napoletana, come “A serenata e Pulecenella” e “Dicitencello vuje”, sia dei masters musicali della tradizione orale salentina, come “Pizzicarella” e “Mamma la rondinella”. La posizione dei Newpoli non indebolisce la riproposta, anzi rinforza le interpretazioni, che si inseriscono in uno scenario inedito, dentro il quale la parabola delle musiche tradizionali assume una nuova spontaneità, la cui efficacia ci trasporta fin dal primo ascolto. A questa solidità di impianto si aggiunge, infine, un approccio colto e selettivo, grazie al quale si affida alla gamma armonica degli archi e dell’accordion un lavoro di tessitura che imbraca i virtuosismi delle due voci femminili e le percussioni tradizionali. L’equilibrio perfetto tra questi elementi è raggiunto in “Trapanarella”, “Funtana che ddaje acqua” e “Sia benedetto ci fici lo mundo”, il brano di chiusura del disco.


Daniele Cestellini

Massimo Cotto, Mauro Ermanno Giovanardi e Matteo Curallo – Chelsea Hotel (Produzioni Fuorivia/EGEA, 2013)

A New York, e precisamente a Manhattan al 222 West della 23rd Street, tra la Seven e l'Eight Avenue, c’è un luogo che più di ogni altro in quella città ha fatto la storia di rock. E’ il Chelsea Hotel. Definirlo semplicemente un albergo è molto, troppo riduttivo, è piuttosto una sorta di Pantheon di un mondo e di un arte che non esistono più. La sua facciata di mattoni rossi, i suoi dodici piani, racchiudono una serie infinita di storie, ricordi, aneddoti, ora esaltanti ora terribili. Nelle sue stanze, infatti, hanno soggiornato i protagonisti della scena musicale e culturale del Novecento, e in quelle stanze sono nate spesso le loro creazioni più belle ed affascinanti. Da quelle stanze sono passati tutti, e in qualche modo quelle stanze hanno lasciato un segno. A celebrare questo mito della storia del rock è “Chelsea Hotel”, spettacolo teatrale di grande successo, giunto alla sua terza stagione, che ha visto protagonisti sul palco un narratore, Massimo Cotto, voce storica delle radio italiane e giornalista rock tra i più apprezzati; un cantante, Mauro Ermanno Giovanardi, e un musicista, Matteo Curallo che si destreggia tra piano e chitarra. Ora questo fortunato progetto che mescola musica, storia del rock e teatro, è diventato anche un cofanetto, realizzato da Produzioni Fuorivia e distribuito da Egea Music, che contiene due dischi con le registrazioni dello spettacolo in scena il 2 febbraio 2013 presso il Teatro Alfieri di Asti, e un libro con i monologhi firmati da Massimo Cotto. Sebbene l’ascolto riesca a rendere solo parzialmente il fascino e la bellezza dell’azione scenica sul palco, questo doppio disco ci consente comunque di apprezzare a pieno tanto svolgersi dell’intreccio narrativo, nel quale a farci da guida è la voce di Massimo Cotto, che di stanza in stanza ci racconta la storia di chi vi è passato, quanto le canzoni interpretate magistralmente da Mauro Ermanno Giovanardi. Ad aprire il primo disco e con esso le porte del Chelsea Hotel è “Femme Fatale” che Lou Reed scrisse per Edie Sedgwick, una delle muse più belle di Andy Warhol morta a 28 anni per overdose. Entra poi in scena la voce di Massimo Cotto che ci accompagna man mano attraverso le stanze tra aneddoti, e schegge di passato, fino alla bella versione pianistica di “I Wanna Be Yoru Boyfried” dei Ramones. Subito dopo arriva il racconto della fugace storia di sesso ed amore che vide protagonisti Janis Joplin e Leonard Cohen, e le cui tracce sono rimaste indelebili nella splendida “Chelsea Hotel #2” di cui Mauro Ermanno Giovanardi con la complicità di Matteo Curallo alla chitarra ci offre una versione molto sentita ed intensa. Il Chelsea Hotel è stato però luogo anche di delitti efferati, come quello di Nancy Spungen accoltellata nella stanza numero 100 da Sid Vicious, che Mauro Ermanno Giovanardi ricorda interpretando la sua strampalata versione di “My Way” dal repertorio di Frank Sinatra. Incontriamo poi Edith Piaf, e la sua indimenticabile “La Vie En Rose” fino a toccare “Albergo A Ore” di Herbert Pagani. Grazie ai racconti di Cotto incontriamo altri protagonisti del Chelsea Hotel, come Patti Smith della quale Mauro Ermanno Giovanardi interpreta “Dancing Barefoot”, e Bob Dylan, che nella stanza numero 211 scrisse quel capolavoro che è “Sad Eyed Lady Of The Lowlands”, e dal cui repertorio viene ripresa “Blowin’ In The Wind”. Il Chelsea Hotel non ha ospitato però solo musicisti rock ma anche scrittori come Arthur Miller che lì completò “Dopo La Caduta” o registi come Milos Forman, ed idealmente in questo immenso affresco di storie Massimo Cotto ha voluto inserire anche un poeta maledetto italiano Piero Ciampi con la sua “Il Vino”, che ci conduce al finale con “I Can’t Help Falling In Love” di Elvis Presley. Si chiude così questo pregevole lavoro che unisce il fascino affabulativo del racconto ad un pungo di canzoni indimenticabili, raccontandoci una delle storie più belle della storia del rock.


Salvatore Esposito

Danilo Zanchi Trio - Looking Ahead (AlfaMusic/EGEA, 2013)

Da tempo attivo nella scena jazz italiana, Danilo Zanchi è un chitarrista romano con alle spalle un solido percorso di formazione, speso tra gli studi al Conservatorio Licinio Refice di Frosinone, dove ha conseguito la laurea in chitarra jazz e numerosi corsi e seminari. Già vincitore nel 2008 della borsa di studio nel Concorso per Giovani Talenti Solisti “Premio Massimo Urbani”, il chitarrista romano negli anni ha avuto modo di seguire i corsi tenuti dal chitarrista e compositore brasiliano Guinga e di collaborare con numerosi artisti italiani. Lo scorso giugno la sempre lungimirante etichetta jazz, AlfaMusic, ha dato alle stampe “Looking Ahead” il suo disco d’esordio, che raccoglie otto brani in cui si apprezza a pieno come la sua ricerca musicale tenda a staccarsi dagli stilemi tradizionali del jazz, per aprirsi ad una fusione tra quello di matrice afroamericana e le tendenze d’avanguardia delle sonorità europee. Al suo fianco per l’occasione troviamo due musicisti di grande esperienza come il grande Ares Tavolazzi (contrabbasso), ormai una pietra miliare della musica italiana e l’americano John Arnold (batteria) le cui collaborazioni di livello internazionale spaziano da Chet Baker a Steve Grossman passando per Lee Konitz e John Pattitucci. A riguardo lo stesso Danilo Zanchi, nelle note di presentazione al disco, scrive: “John e Ares sono il mio trio ideale. Con John avevo già collaborato nel 2010, sempre nel mio trio, con una notevole affinità musicale ed umana, ed è stato da subito contento di registrare le mie composizioni per il disco. Ares è stato sempre un mito per me…! Ciò che più mi piace di lui è il grande eclettismo ed il suo riuscire a calarsi completamente nella musica. Anche lui ha accettato con entusiasmo la proposta di unirsi nella formazione per lavorare sui miei brani, e lo ringrazio per i buoni consigli che è riuscito a darmi!”. L’ascolto di “Looking Ahead” ci svela tutta la maturità artistica, che anima tanto la scrittura quanto soprattutto l’eclettico approccio chitarristico di Danilo Zanchi, in grado di passare con disinvoltura dai virtuosismi strumentali più estremi alle ballate più intense e liriche, il tutto mantenendo sempre intatte le timbriche profonde ed inconfondibili che caratterizzano il suo stile. Sin dal primo ascolto, oltre alla particolare cura con cui è stato registrato, emerge chiaramente come di fronte a noi ci sia un trio vero e proprio, che brilla per un notevole interplay nel quale la sezione ritmica di Tavolazzi e Arnold sviluppa in modo superbo ogni idea ed ogni intuizione musicale di Zanchi, segno evidente di una grande empatia strumentale, ma anche della preparazione altissima di tutti i musicisti in campo. Nel corso dei brani si spazia così da atmosfere rarefatte e dense di poesie, a momenti in cui maggiore è la sperimentazione sonora e più ardite sono le soluzioni chitarristiche, ma ciò che sorprende è la capacità di Danilo Zanchi di saper esplorare modi sonori nuovi, alla ricerca di un personale linguaggio sonoro. Alla fine completato l’ascolto si ha la sensazione, di aver percorso insieme al chitarrista romano un tratto della sua ricerca sonora, che non si ferma al disco, che è solo una tappa del suo camino, ma prosegue dal vivo alla ricerca di nuovi traguardi e sempre più ambiziosi. 


Salvatore Esposito

Gov't Mule - Shout! (Blue Note Records, 2013)

Gruppo dominato dalla gigantesca presenza di un chitarrista e cantante che risponde al nome di Warren Haynes, i Gov’t Mule tornano con “Shout!” disco che arriva dopo uno hiatus piuttosto ampio di quattro anni, e che esce per una etichetta che si sta rinnovando, quella mitica e veramente leggendaria Blue Note, che è stata la casa di un jazz davvero meraviglioso, ora alla ricerca della realtà e della qualità. Elementi questi ultimi che The Mule, come viene chiamato il gruppo di Haynes e Abts possiede in abbondanza. A questo va aggiunto che Warren Haynes è dotato di una voce chitarristica sapida e saporita, e di una tecnica tutta al servizio del feeling, ed è in grado di dare vita a suoni che si inseriscono nel pieno del filone Seventies, ma soprattutto possiede una capacità di jam infinita. So… What’s the problem? Il limite, per gruppi di musicisti così bravi ed ispirati, indiscutibili dal punto di vista della ricerca sonora non è il live, croce che appartiene a moltissime se non a tutte le proposte musicali italiane, ma piuttosto l’ambito di registrazione, laddove le schematicità di riferimento, e la visione tipicamente da barbudos anni settanta, trova un suo limite. Qual è allora la possibilità di sfuggire alle “Forche Caudine” del momento di registrazione per gente che ha suonato con Allman Brothers Band, tanto per dirne uno? Un’idea è confezionare un disco di canzoni nuove, orgogliosamente registrate dosando gli overdubs, anche se “manici” come Haynes e compari non ne hanno bisogno, e cantare il loro cuore fuori. Poi, non contenti, avere una etichetta che ti segua per pubblicare un doppio album che presenta il primo disco cantato e suonato da loro, e il secondo con la stessa tracklist ma cantato e suonato da The Mule con special guests che vanno da Elvis Costello a Dr.John, da Ben Harper a Jim James. Il risultato è molto godibile, niente di travolgente, ma una fiumana di riffoni granitici, groove rocciosi, bei suoni di basso e ancor più di chitarra, il tutto condito dalla voce di Warren Hayes che oggettivamente spacca. Rock on Mule!


Antonio "Rigo" Righetti

mercoledì 20 novembre 2013

Numero 127 del 20 Novembre 2013

Questa settimana è il rock italiano d’autore di Massimo Priviero ad aprire Blogfoolk n. 127, il cantautore veneto racconta in un’intervista il nuovo album “Ali Di Libertà”. Il nostro spazio dedicato alla musica dal vivo presenta il concerto romano di Arturo Stalteri, nel corso del quale ha ripercorso tutta la sua carriera. Dal palco si torna ai dischi, con la band tutta al femminile delle Ninfe Della Tammorra, che hanno realizzato “Scaramantrika”. Dal revival folk  sud-italico al vero suono di strada mediorientale, il mix di dabke elettronica e chaabi sound di Omar Souleyman, al cui nuovo lavoro “Wenu Wenu”, prodotto da Four Tet, va la palma del Consigliato Blogfoolk. La sezione discografica trad/world si occupa di un disco che attraversa i generi musicali: è “Mysterious Boundaries” di Tony McManus, formidabile chitarrista folk alle prese con repertori classici. Il focus etnomusicologico di questa settimana è un approfondimento di Daniele Cestellini, nostro nuovo collaboratore – al quale diamo il benvenuto – sul nuovo libro edito di SquiLibri, dedicato a storiche registrazioni umbre: “Musiche Tradizionali dell’Umbria. Le Registrazioni Di Diego Carpitella e Tullio Seppilli (1956)”. Si passa poi al Jazz con “Kernel Panic” di Walter Beltrami, per giungere infine ad un ampio speciale della rubrica Italian Sounds Good, che prende in esame recenti novità della scena roots rock e indie italiana (The Piedmont Brothers Band,  Blue Cacao, Miami & The Groovers, CocKoo, Her Pillow). Come da programma, chiude il numero il Taglio Basso di Rigo, che questa settimana si occupa di blues made in Italy con "Pleasure Is My business” di Umberto Porcaro. Nel fine settimana Blogfoolk sarà nella giuria critica del “Premio Andrea Parodi” per la world music, le cui serate finali si svolgeranno a Cagliari, da giovedì 21 a sabato 23 novembre con dieci artisti. Anche quest’anno abbiamo il piacere, l’onere e il privilegio di essere parte di una manifestazione così importante per la musica; saremo ospiti di un’isola duramente colpita in questi giorni, è questa l’occasione per esprimere il nostro sentimento di vicinanza al popolo sardo, la cui cultura musicale amiamo tanto, e al quale non faremo mancare la nostra solidarietà. Va segnalato, infatti, che la Fondazione Andrea Parodi, organizzatrice del Premio, ha comunicato che considerata la grave tragedia che ha colpito la Sardegna, la manifestazione sarà dedicata alle comunità colpite. In collaborazione con la Caritas, all'interno del Teatro Auditorium Comunale di Cagliari sarà effettuata una raccolta fondi e beni di prima necessità.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


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L'immagine di copertina è un'opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Massimo Priviero – Ali Di Libertà

A sette anni da “Dolce Resistenza”, Massimo Priviero torna con un nuovo album di inediti “Ali Di Libertà”, lo abbiamo intervistato per farci raccontare da lui la genesi del disco, le ispirazioni che sono alla base di alcuni dei brani, senza dimenticare l’importanza che riveste per lui la dimensione live. 

Sono passati sei anni dal tuo ultimo disco di inediti, nel mezzo tanti progetti speciali tra cui lo splendido folk-rock con Michele Gazich. Come nasce questo nuovo album "Ali Di Libertà"?
Nasce da canzoni e melodie scritte in questi due ultimi anni che a un certo punto andavano fissate. Per strada mi sono accorto di non aver mai scritto niente di così autobiografico. E forse niente di così importante per me che potesse ugualmente essere condiviso. 

Questo disco è nato in un periodo non facile della tua vita, ma quali sono state le ispirazioni che sono alla sua radice? 
Qualunque passaggio esistenziale, più o meno difficile, ti costringe a fare i conti ancor più con te stesso. La mia vita e anche, quando accade, le mie lacrime devono diventare quello che scrivo. 

Rispetto ai dischi precedenti come si è indirizzata la tua ricerca sonora e sugli arrangiamenti?
E’ un album che segue l’evoluzione del mio impatto sonoro. Forse, rispetto agli album precedenti, ancor più si è fuso l’impianto rock d’autore con gli elementi folk. Certamente l’album è molto più di “ballate” rispetto ad alcuni miei precedenti. Conservando forza emotiva ed impatto sonoro. Questo era il desiderio più forte. 

Come si è evoluto il tuo songwriting da “Testimone” in poi… 
Aumentando sempre di più la ricerca lirica e l’impatto emotivo. Questa è la cosa che continua a contare di più per me. 

Il concetto di libertà è un po’ il tuo leit motiv della tua carriera. Quanto è importante essere e sentirsi liberi oggi? 
 E’ la chiave dell’esistenza. Essere liberi. Essere veri. Nulla è paragonabile a queste due necessità. Nulla può esserti dato in cambio che te li faccia vendere. Questo vale per me, ovviamente. 

Uno dei brani più intensi del disco è “Il Mare”, puoi raccontarci questa canzone? 
Molto è autobiografico. "Il Mare" lo è in modo speciale. E’ la mescola di struggimento legato al ricordo di una storia d’amore ma è allo stesso modo un ritorno a casa nella mia terra. Dove sono cresciuto e dove ho amato. Senza schermi di intensità emotiva ma liberando al massimo il flusso della canzone che aumenta in intensità lungo la strada. 

Ne “La Casa Di Mio Padre”, racconti la vita della tua famiglia. Quanto è stato importante per te guardarti alle spalle in questo senso? 
Torniamo a un concetto simile al precedente. La mia famiglia è stata quello che ero, non solo un habitat dove son cresciuto. Ti guardi alle spalle per guardarti dentro, dunque non vedi solo il passato ma ancor più il tuo presente. E hai bisogno di non spezzare mai questo filo rosso. Sempre ne “La Casa Di Mio Padre” accenni al suo trasferimento a Milano, in cu tu vivi adesso, qual’è il tuo rapporto con questa città? Amore e a volte odio. Ma questa è Milano. Molto più amore. E’ la città che mi ha adottato e mi costringe spesso col coltello tra i denti. E’ la mia città. Non me ne andò mai, anche se a volte vorrei farlo. 

“Madre Mia” è invece una preghiera laica accorata, caratterizzata da una scrittura molto vicina all’impronta di cristianesimo vicino alla gente che sta dando Papa Francesco… 
E’ questo. La scrissi nei giorni in cui morì Carlo Maria Martini, un uomo che ho molto amato, Certo, se mai fosse possibile, la lascerei idealmente sopra il tavolo di questo nuovo papa meraviglioso. Credo in questo tipo di cristianesimo. Mi sento figlio di questo e non no alcun timore nel dirlo magari in quel che scrivo. 

Al disco ha collaborato anche tuo figlio, com’è stato lavorare con lui in studio? 
Tommy ha seguito a suo modo questo album, ha visto alcune incisioni, ha letto i testi che erano in lavorazione, ha suonato una chitarra in un pezzo. E’ stato stimolante. C’è grande amore tra di noi, puoi immaginare. Ma sicuro che non mi risparmia nessuna critica. Non è facile a volte. Ma è meglio così. Anche se so’ che preferisce Vedder a suo padre… 

Il tuo recente concerto a Milano hai fatto sold out, un grande risultato in un periodo di crisi come questo che stiamo vivendo, ma nel quale la musica rappresenta ancora una speranza importante… 
La musica è il live. E’ il flusso emotivo che riesci a creare tra palco e ascoltatore. Parlo di musica fatta in un certo modo, non dei ragazzotti con le basi nei centri commerciali o delle popstar che ripropongono all’infinito lo schema di successo già sperimentato. Il concerto, in qualunque dimensione, è il cuore. Tutto il resto, al 90%, è fuffa che gira intorno 

Quali sono i tuoi prossimi programmi per il futuro? 
Concerti. Finire il libro che ho scritto in questi mesi. Un nuovo album a breve. Ma dammi qualche mese per capirci meglio. Intanto il presente come il futuro prossimo è Ali Di Libertà. 



Massimo Priviero - Ali Di Libertà (MPC Records/Self, 2013) 
I sette anni che separano “Dolce Resistenza” dal recente “Ali Di Libertà” sono stati per Massimo Priviero, intensi e ricchi di progetti musicali di grande interesse a partire dalla collaborazione con i Gang e Daniele Bianchessi, che lo ha visto protagonista sui palchi di tutta Italia per lo spettacolo “Storie Dell’Altra Italia”, passando per il progetto “Folkrock” in coppia con Michele Gazich, per finire con quel gioiellino che è “Rock & Poems” in cui il cantautore veneto rileggeva attraverso la sua cifra stilistica alcuni classici del rock. Sebbene ricchi di grande musica, gli ultimi anni che hanno separato Massimo Privero da questo nuovo disco non sono stati facili, ma dalle difficoltà incontrate ha saputo trarne una profonda ispirazione, tramutando il dolore in arte. Sono nati così dodici brani, che vibrano di quella forza e quella voglia di vivere che da sempre hanno caratterizzato il suo songwriting, e che nel loro insieme compongono una sorta di personale diario, cantato a cuore aperto, e con la sincerità che lo contraddistingue. Sono canzoni intime, personali, intessute tra ricordi, schegge di vita, sogni infranti e sofferenze personali, in cui il cantautore veneto si mette a nudo, raccontandoci della sua famiglia, del suo essere uomo e padre, ma anche uomo libero, la cui voce è da sempre dalla parte più debole del mondo. Ad accompagnarlo in questo suo personale viaggio dell’anima troviamo alcuni ottimi musicisti tra cui gli immancabili Alex Cambise (chitarra), Onofrio Laviola (pianoforte), e qualche ospite d’eccezione come Michele Gazich (violino), Paolo Bonfanti (chitarra), nonché il giovane figlio Tommy (chitarra) a ribadire la dimensione personale e familiare di tutto il disco. Ad aprire il disco è la struggente “Il Mare”, una delle canzoni più belle di sempre di Massimo Priviero, ma senza dubbio una delle più sofferte e sentite di tutta la sua produzione; è il racconto di una splendida storia d’amore, purtroppo conclusa, con tutto il suo strascico di ricordi e delusioni. Se alle sonorità tex-mex guarda “Apri Le Braccia”, agli stilemi springsteeniani tanto cari a Priviero ci riporta “In Verità”, ma è solo un momento perché subito dopo arriva l’altro vertice del disco “Madre Proteggi”, che ci svela il forte senso religioso che pervade il suo immaginario poetico. Si prosegue con il violino di Michele Gazich che impreziosisce la ballad “Occhi Di Bambino”, mentre il rock stradaiolo di “Alzati” ci segnala che sarà uno dei brani di punta dal vivo. I ricordi del passato ritornano nella toccante pagina autobiografica de “La Casa Di Mio Padre”, a cui segue prima la preghiera laica “Io Sono Là” e poi il rock scatenato di “Libera Terra: La Forza”. Completano il disco il folk-rock di “Libera Terra: Il Sogno” e quel gioiellino che è “Bacio D’Addio”. Insomma “Ali Di Libertà” è un disco intimo, personale, sofferto, ma che mantiene intatta la carica di energia che caratterizza la poetica rock di Massimo Priviero, cantautore lontano da ogni logica di mercato, ma da oggi più vicino a noi in una dimensione più confidenziale, in cui ci appare nel suo essere uomo, con le sue debolezze, i suoi difetti, ma anche con tutta la carica di sentimenti e passioni che lo caratterizza. 


Salvatore Esposito