Daniele Durante – Damuli N’Autra Botta, La Poesia Nascosta Dei Canti Licenziosi Del Salento

Figura tra le più importanti della musica di riproposta nel Salento, Daniele Durante vanta una lunga carriera artistica, per la maggior parte spesa alla guida del Canzoniere Grecanico Salentino, affidato negli ultimi anni al figlio Mauro, e proseguita come solista con alcuni interessanti progetti come “E Allora Tu Si De Lu Sud” e “Le Mani Del Sud” dedicato a Vittorio Bodini. La recente pubblicazione di “Damuli N’Autra Botta”, antologia di trenta canti licenziosi della tradizione salentina è stata l’occasione per incontrarlo e ripercorrere con lui la sua carriera. Ne è nata una videointervista (di cui vi proponiamo anche una trascrizione, adattata per ragioni editoriali) in cui, come un fiume in piena, Daniele Durante nel soffermarsi sui suoi ultimi lavori, ci ha offerto importanti riflessioni sulla musica di riproposta, e le sue criticità.




Il percorso che ti ha condotto a “Damuli N’autra Botta” passa attraverso la tua uscita dal Canzoniere Grecanico Salentino al tuo disco solista “E Allora Tu Si De Lu Sud! (Quista è La Vera Pizzica)” fino al progetto dedicato a Vittorio Bodini… 
Ho guidato il Canzoniere Grecanico Salentino per molti anni, mi ha obbligato in qualche modo a fare delle cose in linea con il mercato. Il gruppo all’inizio era nato per dare una risposta politica ad una eccessiva imperializzazione della cultura in genere, sulla scia dell’esperienza dei vari canzonieri che si erano andati diffondendo in tutta Italia, tanto è vero che il nome del Canzoniere Grecanico Salentino, si completava con la dicitura “per la ricerca e la documentazione della cultura subalterna”, ovvero quella che non faceva parte del sistema. All’epoca era vietato parlare dialetto, soprattutto a scuola, perché era considerato un marchio di infamia. L’esperienza del Canzoniere nasceva per contrapporsi a tutto questo, e dal punto di vista gramsciano si potrebbe condensare con la frase “sapere da dove si viene, per sapere dove si vuole andare”. Nel fondare il Canzoniere Grecanico Salentino Rina Durante fece consapevolmente anche un operazione politica, nel riappropriarsi delle proprie origini e della propria cultura. Questa scelta, però, portava a dover fare un lavoro di incontro con il pubblico, riuscire ad interessarlo, così all’inizio cantavamo anche canzoni politiche come Bella Ciao, i Fratelli Cervi, quelle canzoni che il pubblico di sinistra conosceva. Poi eseguivamo i canti popolari nostri. Abbiamo avuto per molti anni questo tipo di approccio, ma per non farla lunga arriviamo all’esplosione della pizzica, che è stato un vantaggio perché ha avuto una buona risposta di pubblico, e ciò è fondamentale per chi sale su un palco e vuole avere successo. E’ stata però anche un arma a doppio taglio, perché quando la gente ha cominciato ad associare alla pizzica il divertimento, e soprattutto lo sballo, è venuta fuori l’equazione pizzica uguale sballarsi, che ci ha condotto nella trappola del divertentismo. Chiunque, soprattutto gli imprenditori privati, organizzi un concerto di pizzica, sa che serve a richiamare la gente, che si deve divertire e deve consumare bibite, alcool, cibo. Questo va bene, perché è la legge del mercato, però io ad un certo punto ho deciso di allontanarmi da questa eccessiva richiesta di divertimento. 

Più in particolare, quali sono state le motivazioni di questa scelta? E’ stata questa la molla creativa che ha fatto nascere “E Allora Tu Si De Lu Sud (Quista è La Vera Pizzica)”…
Non saprei spiegare il perché, in quanto non esiste una sola ragione, ma per condensare direi che è successo come quando sei innamorato di una donna, che ti è sempre piaciuta, ma poi finisce l’amore e non provi più piacere. Se perdi il feeling e finisci per farlo solo perché ti pagano, finisce tutto. Non ho mai voluto essere professionista della pizzica ma mi sento all’opposto, non suono per vivere, ma vivo per suonare. Mi fa piacere che alla gente piacciano i miei dischi, e che li compri, però devo scegliere io quello che devo fare. “Quista E’ La Vera Pizzica” è una critica tanto a quell’eccessivo divertentismo di cui dicevamo prima, quanto alle barzellette che si raccontano e ai falsi miti che ruotano intorno alla riproposta salentina. Qui nel Salento sembra che in ogni casa ci fossero tamburelli, in ogni famiglia c’è o c’era un nonno o una nonna che cantava, ma non è così perché ho fatto ricerca e so chi suonava e chi no. Quando siamo diventati Canzoniere chiedevamo alla gente di prendere contatto con la propria cultura, con la propria tradizione, invece la stragrande maggioranza della gente che va ai concerti, così come quelli che suonano, molto spesso non conoscono nemmeno il contenuto di quello che cantano. Molto spesso assisto a gruppi di cui non ricordo il nome, che cantano la “Cecilia” e la girano a pizzica quando invece è una tragedia, simile a quella della Tosca. Perché devono trasformarla come una pizzica? Per far ballare la gente? Se bisogna prendere contatto con questa cultura, è necessario almeno rispettarne i tratti essenziali, altrimenti se tutto diventa divertimento, inventiamole noi le parole! E’ questo il senso! Se il nostro malessere assomiglia a quello del tarantismo, perché rifarsi a quei dispositivi che prevedono la credenza nel morso della taranta? Perché rifarsi alla credenza che la cura arrivi attraverso la musica, e che ci sia l’intercessione del Santo, questo traghettatore che ti porta alla guarigione? Se nessuno di questi elementi ci appartengono, non crediamo nella taranta, non crediamo nel Santo. Allora non facciamo più invocazioni a San Paolo! Non facciamo più riferimento alla taranta, che non è più una divinità zoomorfa di riferimento! Se sono gli altri i mali, la tv, i politici, allora bisogna fare riferimento a quelli, e nel disco “E Allora Tu Si De Lu Sud” li ho elencati tutti, e parlo di quelli nelle mie canzoni, perché è inutile che io invochi San Paolo o cose del genere. Dopodiché mi sono scocciato anche di quello, perché mi sembrava di essere divento il professionista della contestazione, in qualunque posto non andasse qualche cosa, mi chiamavano a cantare. Non volevo cavalcare la contestazione, perché mi sembrava di tornare agli anni settanta. Scrivetevele voi le canzoni e cantatevele! 

Così hai recuperato il vecchio progetto dedicato a Vittorio Bodini, che avevi realizzato con Rina Durante? 
Il progetto su Bodini era nato con Rina per una serata dedicata alle sue poesie, poi l’ho ripreso ma credo che non abbia avuto la risposta che meritava. C’è un po’ di amarezza in tutto questo, perché ho visto che la gente si riempie la bocca di cultura, di grandi parole, e ho avuto modo di constatare come questo territorio non ami i propri figli. Bodini è piaciuto moltissimo a chi ha preso il libro, e coloro con cui sono venuto in contatto, ma anche politici come Vendola, che si riempie la bocca di cultura, non ha fatto nulla. L’editore ha investito molto in questo progetto e nonostante domande e richieste dalla Regione non è arrivata mai una risposta, viceversa se poi gli si sottopone un progetto dedicato al divertimento allora i finanziamenti arrivano subito. E’ naturale che non c’è possibilità di confronto sul mercato tra la pizzica che diverte le persone, e un concerto su Bodini, che ha bisogno di un certo finanziamento per penetrare teatri, scuole. Nel Salento c’è tanta gente che parla di Bodini, ma se li interrogo e gli chiedo qualche cosa sulle poesie nessuno ha mai letto nulla. Questo è stato uno di quei momenti in cui mi sono reso conto che tanti anni passati a lavorare, non sono stati poi così utili al territorio. Non mi pento delle cose che faccio, perché come ho detto prima le faccio con amore e passione, ma qualche ripensamento su questo fenomeno della cultura popolare, mi viene. Forse molte cose le riguarderei con più attenzione adesso. 

Hai parlato di ripensamento sulla cultura popolare, ma come mai poi ha deciso di fare “Damuli N’autra Botta”, dedicato ai canti licenziosi della tradizione salentina? Che senso ha riproporre quei canti oggi? 
Questo disco è una conseguenza di quanto dicevo prima, siccome tutti parlano di pizzica, ed identificano il Salento con questo tipo di musica, era necessario dare questa “botta” per far capire che in fondo la pizzica non costituiva che il dieci per cento della cultura popolare salentina. Un buon settanta, ottanta per cento era costituito da canti che afferivano all’elemento fondamentale della vita di un uomo, ovvero la riproduzione. Fin da ragazzino ti insegnavano a capire certe cose della vita, e questo disco è l’affermazione della centralità della vita nella cultura popolare. Tutte le culture tra i loro elementi centrali non hanno la danza o il divertimento ma la riproduzione, l’atto sessuale. Questi canti spiegavano l’importanza di questo atto, ma anche a come stare attenti a non cadere nelle trappole delle donne, contenendo ammonimenti sull’amore e spiegazioni sulla funzione fondamentale come nel caso di “ciu ciu maniello ciu ciu maniello/lassa l'aratro…”. Dopo aver catalogato quasi tutto il canto popolare salentino, ho pensato che mancasse un lavoro di questo tipo, e così ho deciso di lavorare su quei canti che erano più completi, escludendo i frammenti e i canti più goliardici a diffusione più nazionale che locale. Il risultato è stata questa antologia di trenta canti, per la quale abbiamo scelto come copertina un affresco pompeiano di Priapo, divinità fallica che riassume molto bene il senso anche divino di questi canti, che in alcuni casi sono molto chiari con i loro riferimenti al sesso, in altre circostanze sono più poetici e dal significato oscuro. Un esempio di questi ultimi è “La Cerva”, della quale credo pochissimi abbiano capito il significato. Si tratta di un ottava di scuola siciliana, quasi certamente scritta da un poeta di grande capacità sia tecniche che strutturali. Lui usa la forma ABABAB per i primi tre distici, ma poi l’ultimo verso si libera come succede nello strambotto, ma più anticamente nel tetrastico, che era composto da quattro distici. La forma è perfetta, scritta con grande maestria, e anche le allusioni, le immagini usate hanno un qualcosa di poetico. Era questa la cultura popolare, e non “ballati, battiti tutti le mani!” come si sente sui certi palchi, dove ci sono luci, fumo da concerto rock, cose che con la cultura popolare hanno poco a che fare. “Damuli N’Autra Botta” è così un ritorno alla cultura popolare che avevo lasciato quando ho consegnato il Canzoniere Grecanico Salentino nelle mani di mio figlio, tuttavia ho voluto realizzare questo disco da solo, avvalendomi solo del mio grande amico Marco Poeta, che suona la chitarra portoghese. Ho evitato di promuoverlo sul palco per evitare di dare un segnale sbagliato, perché cantare canti licenziosi, canzoni piccanti avrebbe suscitato sicuramente le pruderie delle persone, dando vita ad una situazione che non mi entusiasmava. Ho preferito così fare concerti di presentazione per questo disco in ambienti circoscritti in cui ho la possibilità di spiegare cosa sto facendo. 

Con Marco Poeta hai realizzato anche lo spettacolo “Ballata Salentina”… 
E’ uno spettacolo che è nato nel 1980 su testi di Rina Durante, all’epoca lo realizzammo perché cinquecento anno dopo il Sacco di Otranto, i Martiri erano stati beatificati. Quest’anno invece sono diventati santi. Erano gente comune, contadini, pescatori che si misero sulle mura a difendere la propria identità contro i turchi. Sono diventati santi, ma non con il loro nome, ma come Martiri di Otranto. Noi scrivemmo la storia dal nostro punto di vista, era la storia di noi musiscisti che ci trovavamo a fare anche noi i soldati morti di fame sulle mura, ma ci salvavamo per caso. La situazione è quella di barcamenarsi per trovare da mangiare e fare qualcosa, non mi pare sia cambiamo molto. Adesso che con la santificazione abbiamo ripreso questo spettacolo dove emerge tutto fuorché la santità di queste persone. Se tutti i santi erano come queste persone, protagoniste dello spettacolo allora anch’io sono un santo. Ci è venuto qualche sospetto nel 1980, lo abbiamo avuto di nuovo adesso. La gente però è contenta, hanno organizzato i pulman per andare a ringraziare la Chiesa. Ci inginocchieremo pure nel ricordare questi santi, che erano gente comune. Loro avevano tutto là, le case e così si sono messi a difenderle con la speranza di salvarsi, non ci sono riusciti. La maggior parte di quelli che erano stati sulle mura, più che decapitati furono impalati, gli altri che avevano i soldi pagarono il riscatto. Tutta una città fu distrutta, con la sua cultura e da allora non si riprese. Questa è una storia comune, non di martiri della fede. 

Concludendo, tra i vari informatori del disco “Damuli N’Autra Botta” c’è Cici Cafaro, con cui hai collaborato a lungo, e con il quale hai realizzato un libro biografico per Kurumuny. Ci racconti la sua figura, e il tuo rapporto con lui… 
Cici è in assoluto il mio informatore più prezioso, e quando ho qualche dubbio su qualche testo, lui è una miniera, perché ha una memoria fantastica. Il mio rapporto con lui dura da quando è cominciato il mio interessamento per la musica popolare. La prima pizzica, le prime cose le ho imparate da lui. Le sue melodie, la sua abilità di suonatore di armonica a bocca erano eccezionali. Era fra i pochissimi che sapevano fare la respirazione avanti e dietro con accompagnamento e melodia. Poi era un cercatore. Un cercatore di tutto, soprattutto di funghi. Non c’erano eguali tra quelli che conoscevo. Se volevi organizzare una serata ed avere a disposizione funghi tipi di erbe, verdure. Lui le vendeva. Veniva a Torre dell’Orso con la sua Ape e le vendeva. Vendeva di tutto. Lui aveva fatto l’emigrante, aveva comprato la casa dove abita, però non aveva comprato terra, per cui faceva di necessità virtù. Non avendo una terra da coltivare lui andava a cercare i frutti della terra spontanea. Questo mi affascinava molto, perché così come era bravo nel cercare i prodotti della terra selvatici, lui aveva questa capacità di individuare aspetti particolari della cultura popolare. Se sentiva un testo sapeva capire cosa era importante, e già lui stesso faceva una cernita. Subito diceva “Quista è de radio, de televisione”, questa è una distinzione fondamentale. In questo senso un esempio sono gli Stornelli di Uccio Aloisi che non sono salentini, ma arrivano certamente dalla Toscana. Uno dei primi elementi per catalogare i brani tradizionali è vedere se il testo è tutto in italiano, perché se è così è difficile che sia stato prodotto qua. Cici per me è stato un maestro. Lui stesso sa di svolgere questa funzione e mi obbliga come tutti i maestri a fare delle cose. Se deve fare qualcosa mi chiama e io devo andare, mi comanda come tutti i maestri e mi tiene a suo servizio. Io accetto di buon grado. E’ giusto che disponga di me, perché mi trasmette i suoi saperi e anche se è Natale io devo seguirlo. Lui ha un solo cruccio quello di non essere mai stato invitato alla Notte della Taranta, e spesso mi dice se conosco qualcuno che possa aiutarlo in questo senso.

Daniele Durante – Damuli N’Autra Botta. Antologia Licenziosa Di Trenta Canti e Pizziche Dal Salento (Kurumuny, 2013) 

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"La cultura orale di un territorio, che trova nei canti una raffinata sintesi poetica e sonora per esprimere la propria visione del mondo, non poteva non cantare la sessualità, attraverso stornelli a dispetto o una delicatissima poetica in rima. Lo fa ricorrendo a metafore e ammiccamenti; inventando nomi e significati al sesso femminile e maschile; alzando un velo trapuntato di versi e parole poetiche che nascondono l’atto sessuale”, così Luigi Chiriatti scrive nelle note di copertina di “Damuli N’Autra Botta”, nuovo album di Daniele Durante, nel quale sono raccolti in due dischi trenta canti licenziosi, che costituiscono uno dei lati meno noti del patrimonio della tradizione popolare salentina. Sebbene questo corpus di canti, che mescolano ammiccamenti, allusioni maliziose e talvolta contenuti osceni, sia stato negli anni tralasciato e poco praticato dalla riproposta, presenta una grande importanza non solo dal punto di vista etnomusicale ed antropologico, ma anche da quello poetico, nascondendo metafore ed eleganti infocchettature poetiche, che i cantori utilizzavano per aggirare la dottrina religiosa e il pudore collettivo. Attraverso questa arte poetica del canto, veniva veicolato un messaggio importante sulla conoscenza dei comportamenti sessuali, e sull’importanza della continuazione della vita, e poco importa se oggi possa far sorridere il modo in cui in questi canti venivano indicati gli organi sessuali, ammiccando ad oggetti di uso quotidiano (taeddha, farzura, pastinaca, trapanaturu), perché ogni verso trasuda di sapienza antica, e a questa oggi bisogna inchinarsi. In questo senso non è un caso che si sia scelta come copertina un immagine assai evocativa come quella di Priapo, figlio di Afrodite e divinità protettrice della fertilità, quasi a stabilire un contatto archetipale con i riti e ai miti greco-romani. Analizzando questo disco in una visione globale del percorso artistico di Daniele Durante, non possiamo non sottolineare come sia un'altra importante tappa del suo percorso di ricerca attraverso la tradizione popolare, un percorso che ha radici lontane nel tempo, e che negli anni si è evoluto in diverse forme e direzioni, che lo hanno condotto ad esplorare territori sempre nuovi. Questa “altra botta” è così il seguito ideale di “E Allora Tu Si De Lu Sud”, in quanto supera la critica verso la commercializzazione della tradizione, conducendoci alla scoperta di un territorio musicale inesplorato della cultura orale, attraverso canti raccolti sul campo, nelle putee, da informatori storici della tradizione come Luigi Stifani, Uccio Aloisi, Uccio Casarano, Uccio Zimba, e da ultimo, ma non meno importante, Cici Cafaro. Ad accompagnare Daniele Durante, che suona tutti gli strumenti a corda, organetto e percussioni, troviamo Marco Poeta alla chitarra portoghese, e Francesca Della Monaca alla seconda voce e al tamburrieddhu. Durante all’ascolto del primo disco scopriamo pizziche trascinanti come l’allusiva “Tiri Tiri Tonni”, “A Beulicchi” e “Lu Monacu Te Milanu”, ma anche canti a dispetto come “Damuli N’Autra Botta”, e deliziosi spaccati poetici di grande intensità come il dialogo a due voci di “Ciuciu Maniellu”. Di pari interesse è anche la seconda parte in cui spiccano la bella versione de “La Cerva”, e “Trullalà” dal repertorio dei Cantori di Corigliano”, ma anche alcune sorprese come “Tutti Tenenu La Bicicletta” appresa da Narduccio Vergari di Cutrofiano e che ricorda da vicino “Bicicletta Twist” di Matteo Salvatore, e le splendide rese della piccante “Lu Monacu Miu”, di “Zumpa Ninella” e “Lu Cuccuruccù”. Chiude il disco una superba versione di “Oh Santu Paulu Te Le Tarante” suonata con il Canzoniere Grecanico Salentino, un cerchio che si chiude tra presente e passato, e in cui non possiamo non ammirare il violino indiavolato di Mauro Durante, e il cantato impeccabile di Daniele Durante. 



Daniele Durante – Ballata Salentina di Rina Durante (Città Di Vernole/Regione Puglia/Scena Studio) 
Era il 1980 quando Rina e Daniele Durante realizzarono “Ballata Salentina”, opera teatrale in cui, attraverso parti recitate e parti cantate, rievocavano la storia del Sacco di Otranto del 1480, in occasione della Beatificazione degli Ottocento Martiri. A distanza di trentatré anni quest’opera torna alla luce, grazie all’Amministrazione della Città di Vernole e all’Associazione Scenastudio, che con il sostegno della Regione Puglia hanno promosso il nuovo adattamento curato da Antonio De Carlo e Fabio Chiriatti, per la regia di Antonio De Carlo. Si tratta di una scelta non casuale, perché giunge quasi in concomitanza con la recente Santificazione dei Martiri di Otranto, e di cui qui è raccontato l’aspetto più umano, al di là di quello che possa essere stato il loro esempio religioso nell’opporsi all’invasore turco. La storia si basa sulle vicende di quattro musici otrantini, che colti di sorpresa dall’arrivo dei Turchi, sono costretti a vestire i panni dei soldati, degli eroi, pur di non essere fatti santi. Dopo aver debuttato dal vivo lo scorso anno in questa nuova versione, di recente è stato pubblicato il disco omonimo nel quale sono raccolti i canti tratti dallo spettacolo. Pur non presentando l’azione scenica nella sua interezza, essendo privo dei monologhi (che però sono riportati nel ricco libretto), il disco raccoglie tredici brani, incisi da Daniele Durante (chitarra e voce), con l’aiuto di Francesca Delle Monache (seconda voce), Luigi Bubbico (tastiera), Nico Berardi (fiati, plettri, fisarmonica), e Marco Poeta (chitarra portoghese). Nel loro insieme il disco compone una lunga ballata popolare, in cui emerge tutto il percorso di ricerca di Daniele Durante attraverso la tradizione salentina, che viene reinventata attraverso un linguaggio musicale e poetico nuovo. Si spazia così dalle ballate narrative “Otranto 1840”, “Ballata Di Acmet” e “Duca Alfonso” in cui più da vicino si osservano le vicende dei Martiri di Otranto, a momenti in cui emerge con più forza la tradizione salentina come in “E Ballamu La Tarantella”, “Quannu Te Llai La Facce” e “Luna Otrantina”, fino a toccare brani di argomento più attuale come “Ballata Della Raccomandazione” in un rimando continuo tra presente e passato. 


Salvatore Esposito