BF-CHOICE: Maria Pia De Vito featuring Chico Buarque – Core [Coracão]

In “Core[Coracão]”, la vocalist partenopea, ai vertici del panorama jazz internazionale, offre cittadinanza sonora napoletana a tredici canzoni carioca. Sperimentatrice delle infinite possibilità sonore della voce, Maria Pia De Vito è artista versatile, sensibile e creativa...

BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

giovedì 29 agosto 2013

Numero 115 del 30 Agosto 2013

Blogfoolk chiude agosto partendo dalla tradizione musicale siciliana: presentiamo uno speciale dedicato a Rita Botto, intervistata in occasione della pubblicazione di “Ninnaò” e “Terra Ca Nun Senti”, qust'ultimo inciso con la Banda di Avola. I Luoghi della Musica mette a fuoco due immagini diverse della “nostra musica”, guardando prima dentro il Concertone che chiude il Festival de La Notte della Taranta, paragonabile ormai a mega-eventi, come il concerto romano di di San Giovanni in occasione del Primo Maggio, poi, facendo tappa in Abruzzo al Civitella Alfedena Folk Festival, manifestazione dai decibel e dai numeri più pacati, ma non meno significativa per le sorti del movimento della musica trad italiana. Per le recensioni discografiche, Blogfoolk si tuffa nell’oceano Indiano: il consigliato va a “Salem Tradition” di Christine Salem, direttamente dall’isola de La Réunion. Poi spazio all’Irish music suonata sotto il Vesuvio con il trio Là Nua. La rubrica Viaggio in Italia ci riporta nel Salento per “Le Voci Della Terra, Artéteka, Txalapàrta”, disco prodotto da Dodicilune, che raccoglie la suite composta per La Notte della Taranta del 2001 da Piero Milesi, e due composizioni di Ivan Fedele. Dal sud-est all’estremo nord-est della Penisola, per parlare della cantautrice friulana Giulia Daici, che ha dato alle stampe il suo secondo disco “Tal Cîl Des Acuilis”. Completano il numero due recensioni per la Rubrica Letture, ovvero la presentazione del nuovo numero de “La Piva Dal Carner”, e il consueto taglio basso di Rigo, dedicato al volume “Op Op Trotta Cavallino. Epopea Dello Swing Italiano” di Tiziano Tarli.

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Terra Ca Nun Senti: La Sicilia di Rita Botto

Cantante dal timbro intenso e dalla grande passionalità, Rita Botto nel corso della sua vicenda artistica si è segnalata come una delle più originali interpreti della tradizione musicale siciliana, avendo spesso unito l’attività di ricerca e riproposizione, con la sperimentazione in ambito jazz. La recente pubblicazione di “Ninnaò”, disco dedicato alle ninna nanne siciliane, e di “Terra Ca Nun Senti” inciso con la Banda di Avola, sono l’occasione per approfondire la genesi e le ispirazioni alla base di entrambi i progetti e allo stesso tempo per toccare le fasi principali della sua carriera. 

Ci puoi parlare del tuo percorso di ricerca, riproposta e sperimentazione in chiave jazz dei materiali della tradizione siciliana? 
Il bisogno di cantare in una lingua che fosse mia, e corrispondesse visceralmente al mio modo di esprimere sentimenti in musica, non è stato immediato. Ci sono voluti anni prima di capire che cantare in siciliano era la cosa giusta per me! Certamente la scoperta di Rosa Balistrieri e del suo repertorio furono determinanti, perché lasciassi il mio amore per il jazz, in nome della canzone popolare siciliana! Rosa è stata come la Sirena che ti ammalia e non ti lascia respiro, non solo per l’intensità del canto, ma per i versi che finalmente parlavano alla mia anima assetata. C’è da dire che tutto questo avvenne, mentre vivevo a Bologna, e forse questo spiega lo stupore di scoprire in terra straniera, il potere seducente della mia cultura, che sentivo forte per la prima volta! Perché Rosa Balistrieri cantava principalmente i sentimenti di un antico popolo, la tradizione! In questa nuova avventura di cantare in siciliano, mi sono affidata al repertorio della Balistreri, con i musicisti di sempre, con i quali cantavo il jazz, che hanno trattato la canzone popolare effettivamente come uno standard, ecco perché viene spontaneo l’accostamento al jazz. D’altra parte il mio modo di cantare, rivela subito che ho affinato la mia voce per altre esperienze , che esulano dal canto popolare tradizionale. Lo scioglilingua che faccio spesso in concerto, mette in luce più di ogni cosa quanto dico, è un esperimento che gioca nel ritmo e nella timbrica della voce, con l’uso di parole sicule, dove la parte sonora del dialetto viene ad essere esaltata. 

Più in particolare quanto ti ha influenzato l’incontro con il repertorio e lo stile vocale di Rosa Balistrieri… 
Se qualche influenza c’è stata, questa è sicuramente riconducibile al modo di rielaborare la tradizione! Spesso parto da versi di autori anonimi per aggiungerne dei miei, o magari inventarmi di sana pianta una melodia su antiche quartine. E’ tutto un lavoro di ritaglio dove il vecchio è cucito a nuovo. Credo, invece, per quanto riguarda la voce, che ci accumuni un certo temperamento focoso e schietto, doti che si hanno a prescindere da qualsiasi influenza, oltretutto Rosa Balistrieri è unica! 

Le canzoni di Rosa Balistrieri e Antonino Uccello sono tra le protagoniste del progetto Ninnanò. Come nasce questo disco? 
Il disco sulle ninnananne siciliane, nasce dopo cinque anni di silenzio dal precedente “Donna Rita”. C’era tutta la voglia di cambiare, di iniziare un nuovo corso che lasciasse da parte i vecchi arrangiamenti jazz, per avvicinarsi con più rispetto alla tradizione, senza però essere scontati. 

Il disco raccoglie anche diversi brani tradizionali come “Ialofru Ca Ri Spagna Si Binutu” e “Figghia Mia Quantu Si Fina”… 
Il lavoro di ricerca fatto da Antonino Uccello sulle ninnananne, forse è la più bella testimonianza che abbiamo in questo senso su un repertorio tutto al femminile, dove la tradizione orale e la fantasia individuale producevano effetti di grande intensità. Scegliere tra le tante da lui raccolte e quelle cantate da Rosa, non è stato difficile! Ma se devo dire con quale criterio ho selezionato i brani ,non è stato certo quello della tematica, che è comune a tutte,ma quello dell’indossabilità! Credo che il paragone, dove un brano che canti ti deve stare bene come un abito che indossi, calzi a pennello! Devi sentirti a tuo agio, in più mettere in risalto le tue qualità migliori. Sentire a primo colpo che quella melodia ti acchiappa, che la senti dentro, per me è già un segnale di buona riuscita. 

Dal punto di vista degli arrangiamenti come si è indirizzato il tuo lavoro in “Nannaò”? 
Chi ha curato gli arrangiamenti nel disco delle ninnananne è Giovanni Arena, contrabbassista con il quale collaboro da anni qui in Sicilia. Musicista che ha il pregio che lavorare minuziosamente con uno sguardo rivolto alla musica contemporanea. Cosa che sicuramente, mi dava la possibilità di fare un disco che suonasse diversamente da quelli precedenti. Ho solo espresso il desiderio che ogni brano avesse un suo carattere, un suo mondo, e ribadito l’essenzialità di arrangiamenti scarni che lasciassero alla voce un ruolo protagonista, visto che le ninnananne nascono così e continuano a vivere in questo modo. Sono estremamente soddisfatta di tale risultato, credo sia un disco che accarezzi l’orecchio, rivolto essenzialmente ad un pubblico adulto, che certamente ha bisogno, per essere apprezzato, di più di un ascolto. 

Al disco ha collaborato anche Riccardo Tesi con cui esegui “E La ò Lu Figghiu Miu”..
È stata una grande fortuna avere avuto Riccardo Tesi in “E La ò Lu Figghiu Miu”, oltretutto è un bellissimo canto, ricco di abbellimenti melismatici, che andava trattato in un modo che solo un maestro come lui poteva fare. Rimane tra i brani più riusciti dell’intero disco. 

Il disco si chiude con il racconto della leggenda di Colapesce, come mai questa scelta? 
Quante volte i bimbi chiedono un racconto, una favola, prima di dormire! Da piccolina rimanevo affascinata ascoltando le favole sul giradischi. Così ho pensato a Colapesce, personaggio leggendario qui in Sicilia. Cola, metà uomo, metà pesce, con grande generosità, decise di rimanere a sorreggere la colonna che stava per crollare, affinché la Sicilia non sprofondasse negli abissi! Un eroe… un ottimo esempio. Tra l’altro ,la storia con alcune varianti, è conosciuta anche in Francia, ed e stata ripresa anche da Italo Calvino. 

Ci puoi raccontare del progetto “Terra Ca Nun Senti" con la Banda Di Avola? 
Il progetto “Terra Ca Nun Senti”, nasce dalla voglia di accostare la tradizione del canto popolare siciliano a quella, altrettanto diffusa nell’isola, delle bande municipali, accoppiata musicale alquanto insolita, basti pensare che nel repertorio bandistico non esistono brani che contemplino la voce. Ci siamo ritrovati la scorsa estate a Noto per “La Notte di Giufà” con questa finalità; ci siamo ritrovati perché già in Spagna, nel 2004 al Real Alcazar di Siviglia e l’anno dopo a Barcellona, eravamo insieme nel progetto Banda Ionica di Roy Paci e dell’ex fisarmonicista dei Mau Mau Fabio Barovero. Dal Concerto a Noto è nata così l’idea con Sebastiano Bell’Arte, Direttore della Banda di Avola,di fare un disco insieme, registrando ad un mese di distanza da questa esperienza: tema la Sicilia, ovviamente partendo dalla comune passione per Rosa Balistreri, dal cui repertorio vengono ripresi brani che sono parte sostanziale della nuova creatura discografica. Per la fretta di registrare, non c’è stato molto tempo di realizzare brani nostri, giusto due inediti: “Fatti Li Fatti Tò”, un mio brano, che con parole dure, in siciliano verace, mette in ginocchio chi ingiuria l’amore di due amanti lontani, arrangiato da Sebastiano Bell’Arte; e “Don Nuzzo”, uno strumentale che chiude il disco, scritto dal direttore della Banda, un omaggio in musica al “nonno” della banda, il settantasettenne Don Nuzzo Calvo, ex trombettista ed oggi suonatore di piatti. “Lu Matrimoniu”, presente già in “Stranizza D’Amuri”, si prestava ad essere ripreso con arrangiamento bandistico, oltretutto è un brano a me molto caro, in quanto racconta il matrimonio dei miei genitori. 

Come si è indirizzato il tuo approccio vocale, nel misurarti con una banda? Quanto ti ha arricchito musicalmente questa esperienza con la Banda Di Avola? 
È stato tutto molto naturale, mi sento completamente a mio agio a cantare in banda, anzi ho trovato grande facilità d’intonazione vista la ricchezza armonica. L’esperienza con i “banditi” cinquanta ragazzi capitanati da un maestro di qualità, continua ad essere stupenda, mi sento protetta, mi danno una carica pazzesca. In cambio, credo di aver donato loro il piacere di suonare canzoni che forse, per la loro giovane età non conoscevano, che invece adesso cantano tutti. 

Concludendo quali sono i tuoi progetti per il futuro? 
Difficile da dire, aver lavorato nello stesso anno a due dischi molto diversi tra loro, mi ha tolto un po’ la voglia di pensare. Ho ancora dei brani miei inediti, che mi piacerebbe registrare. Forse il prossimo disco potrebbe essere tutto autoriale. 

Rita Botto – Ninnaò (Recording Arts, 2012) 
“Mia Nonna era levatrice, faceva nascere i bambini in casa come usava un tempo. Io di figli neanche l’ombra. Curioso come mi sia dedicata alle ninnananne. Mi sono detta che le ninnananne sono una componente importantissima della cultura popolare. E poi, sono talmente belle. Ma sentivo che c’era dell’altro, la voglia di non negarmi un ruolo genitoriale, di dare continuità al passato, di tramandare. Spero che i bimbi possano ancora addormentarsi al suono delle antiche nenie, che madri padri e nonni se ne facciano vettori, perché è dalla voce dei propri cari che i bimbi amano essere cullati”, così Rita Botto scrive nella presentazione di Ninnaò, disco interamente dedicato alle ninna nanne della tradizione siciliana, nel quale ha raccolto tredici brani. Inciso con l’aiuto del contrabbassista Giovanni Arena, che ha curato anche gli arrangiamenti, e del chitarrista Vincenzo Gangi, il disco è un viaggio attraverso la semplicità e la dolcezza di alcune melodie tradizionali, attraverso le quali la Botto riscopre la ricchezza e la profondità della tradizione, a cinque anni di distanza da “Donna Rita”, in cui a dominare era la commistione con il jazz. L’ascolto ci regala infatti momenti di grande lirismo soprattutto quando a brillare sono alcuni brani tradizionali come “Ialofru Ca Ri Spagna Si Binutu” e “Figghia Mia Quantu Si Fina”, frutto dell’eccellente lavoro di ricerca compiuto da Antonio Uccello, tuttavia il vertice del disco arriva con la splendida “E La ò Figghiu Miu”, in cui spicca l’arrangiamento per voce e organetto diatonico curato da Riccardo Tesi. “Ninnaò” è dunque un lavoro di grande bellezza, che racchiude in sé tutto il fascino e la ricchezza della tradizione siciliana, e non è un caso che si concluda con l’emblematica leggenda di Colapesce, tra le più famose e note dell’isola. 



Banda Di Avola & Rita Botto - Terra Ca Nun Senti (Recording Arts, 2013) 
Complice un concerto tenuto a Noto nel luglio del 2012, nel corso della Notte di Giufà, in cui Rita Botto e la Banda Musicale di Avola si sono incontrati sullo stesso palco, pian piano ha preso vita il progetto di realizzare un disco insieme, che coniugasse in qualche modo la tradizione del canto popolare e quella delle bande municipali in Sicilia. E’ nato così “Terra Ca Nun Senti”, disco che attraverso dodici brani, arrangiati da Sebastiano Bell'Arte, combina in modo eccellente la bellezza e l’ironia del canto femminile con l’energia e la potenza della musica di un ensamble bandistisico di cinquanta elementi. Durante l’ascolto emerge in modo chiaro come Rita Botto, approcci ogni brano quasi con piglio teatrale dando corpo alla sua voce nel confronto con la banda, e così brillano brani come i doppi sensi sessuali de “ ‘A Virrinedda” e dell’ammiccante “Me Mugghieri Unn'avi Pila”, ma soprattutto il racconto de la fuitina de Mamma Vi L'haiu Persu Lu Rispettu”. A spiccare però in modo particolare sono, senza dubbio quel gioiello che è la title-track “Terra Ca Nun Senti”, che in questa versione per banda appare ancora più intensa e sentita, e la splendida “Cantu e Cuntu” dal repertorio di Rosa Balistrieri, qui resa in una versione dolente, rabbiosa, quasi sacrale, o la trascinante, fino a toccare. Bello anche il finale con “Mi Votu e Mi Rivotu”, “Lu Matrimoniu” e lo strumentale “Don Nuzzu”, che suggellano un lavoro di pregevolissima fattura, che getta nuova luce sulla tradizione musicale siciliana, esplorando la commistione tra il canto femminile e la musica da banda. 


Salvatore Esposito

Concertone de La Notte Della Taranta, Piazzale dell’Ex Convento degli Agostiani, Melpignano (Le), 24 Agosto 2013

Amato, odiato, criticato, esaltato il Concertone de La Notte Della Taranta, negli anni è diventato un evento di dimensioni e portata sempre più vasta, generando un ritorno di immagine, ed un introito economico di grande rilevanza per il Salento. Nell’arco di sedici edizioni si è assistito ad una crescita esponenziale delle presenze, ed in parallelo ad una sempre più accesa polemica circa la reale validità artistica di una kemesse di tali dimensioni, in rapporto alla tradizione popolare salentina. Nonostante non siano mancati reali errori al livello di direzione artistica, e non poche ombre su certe scelte artistiche, la sensazione è che nelle critiche su tutta la linea si finisca per “gettar via il bambino con l’acqua sporca”, per ricalcare un vecchio adagio. Anche l’edizione del 2013 non è stata esente dalla consueta scia polemica, complice anche la partecipazione di alcuni ospiti smaccatamente pop, ma trasformare il day after salentino in una sorta di post-sanremo in chiave folk, ci sembra piuttosto sbagliato, oltre che fuori luogo. Certo non si può negare che in alcuni momenti si sia davvero toccato il fondo, ma del resto solo chi si trova a fare le cose può sbagliare, e ci auguriamo tutti certi errori, servano da insegnamento. 
Venendo più direttamente alla cronaca, il pre-concertone si è aperto con la bella esibizione dei Cantori di Memamenamò, guidati da Luigi Mengoli, che con i loro canti dell’area di Spongano (Le), hanno sin da subito scaldato il pubblico, tra pizziche, stornelli e canti alla stisa. A seguire sul palco è salito il Canzoniere Grecanico Salentino, che ha proposto una selezione dei brani più ritmati e trascinanti del suo repertorio, con l’aggiunta alla danza della bravissima Silvia Perrone. Come abbiamo avuto modo di osservare anche nel corso del Festival Itinerante, il gruppo salentino sul palco ha acquistato una sicurezza e una coesione difficilmente riscontrabile in altre realtà locali, e questo senza dubbio per merito dei vari strumentisti, come Mauro Durante al violino, Massimiliano Morabito all’organetto, Emanuele Licci alla chitarra, e Giancarlo Paglialunga al tamburello e alla voce, che sembrano non risparmiarsi un attimo alle prese tanto con il repertorio tradizionale, quanto con le loro composizioni, come la trascinante pizzica “Nun Te Fermare”, con la quale hanno fatto ballare tutta la piazza di Melpignano. 
Piuttosto incolore, e priva di grandi slanci interpretativi è stata invece l’esibizione di Eugenio Bennato, che al fianco di brani storici del suo repertorio come “Che Il Mediteraneo Sia”, “Sponda Sud” e “Brigante Se More”, quest’ultima in una versione sgonfia e priva di mordente come non si sentiva da anni, ha proposto anche un brano inedito, composto per l’occasione “La Notte del Sud Ribelle”, della quale ci piace ricordare solo il bel titolo. Conclusa la prima parte, e dopo la presentazione del video de “Lu Rusciu De Lu Mare” suonata da Raffaele Casarano con la partecipazione di Giuliano Sangiorgi, sale sul palco l’Orchestra Popolare de La Notte della Taranta, accompagnata dalla formazione di violoncelli del Maestro Concertatore Giovanni Sollima, ed è subito magia con una superba versione di Antidotum Tarantulae, composta da Athanasius Kircher, che introduce alla bella versione della “Pizzica di Galatone” cantata da Alessia Tondo. Si passa poi alla trascinante “Cent’Anni Sale” cantata da Antonio Amato, mentre l’elegante arrangiamento di “E Lu Sule Calau” è penalizzato da una non brillante prova vocale di Stefania Morciano. Le prime note dolenti arrivano con Niccolò Fabi, che massacra letteralmente “Quannu Te Llai La Faccia”, tuttavia si lascia perdonare nella successiva “Tirisina”, dal repertorio dei Cantori di Villa Castelli. 
Si prosegue con la ballata narrativa “Le Tre Sorelle” cantata in duetto da Antonio Amato ed Enza Pagliara, mentre uno dei vertici di tutto il Concertone arriva con la travolgente versione della “Pizzica Di Aradeo” cantata da Anna Cinzia Villani ed impreziosita dal violino di Mauro Durante, che ne ha curato anche l'arrangiamento. La sempre fascinosa voce di Alessia Tondo interpreta poi “Beddha Ci Dormi”, che ci introduce al crescendo della “Tarantella Del Gargano” proposta in una inedita suite, cantata da Maria Mazzotta ed accompagnata dalle coreografie del ballerino spagnolo Miguel Àngel Berna. Dal repertorio di Villa Castelli arriva anche “Tarantella Malinconica”, proposta da Enza Pagliara, mentre piuttosto sottotono ci sembrano Alessandra Caiulo alle prese con “Ferma Zitella” e Stefania Morciano con “Sia Benedettu”. Se Niccolò Fabi non aveva brillato nelle sue due interpretazioni, anche Max Gazzè ha fallito la sua prova sul palco di Melpignano, proponendo la “Pizzica Di San Vito” e il tradizionale della Basilicata “Fronni D’Alia”. 
Applausi a scena aperta poi per il classico “Fimmene Fimmene”, per la ninna nanna “Tonni Tonni” cantata da Ninfa Giannuzzi e dedicata a tutti i bambini vittime della guerra, e “Aria Caddhripulina” dal repertorio di Pino Zimba, interpretata da Antonio Castrignanò. Man mano che il Concertone prosegue si apprezza sempre di più il lavoro in fase di arrangiamento di Giovani Sollima che è riuscito ad arricchire le sonorità tradizionali, tanto con l’apporto del “Venticello”, la sua formazione di venti violoncelli, quanto con il supporto dell’eccellente Giancarlo Parisi ai fiati e di alcuni strumenti particolari come la viola d’amore a chiave, presente solo in un area della Svezia e che per la prima volta ha fatto il suo debutto sul palco di Melpignano. Grande attenzione è stata riservata poi alla dimensione coreutica della pizzica, con la partecipazione di alcuni dei più importanti ballerini salentini come Piero Balsamo, Laura Boccadamo, Andrea Caracuta, Laura De Ronzo, Silvia Perrone, Lucia Scarabino, coordinati da Maristella Martella, nonché dalla presenza del già citato Miguel Angel Berna. Se belle e coinvolgenti sono state poi le versioni di “E Chora’ Tu Anemu” di Mauro Durante, e “Pizzica di San Marzano” cantata da Enza Pagliara ed impreziosita dal violino del virtuoso ungherese Roby Lakatos, lo stesso non si può dire della disastrosa ed offensiva versione de “Lu Rusciu Te Lu Mare” proposta da Emma Marrone, su cui non intendiamo spendere ulteriori parole, ma rimandiamo i lettori alla visione del filmato relativo. 
A risollevare le sorti del concertone sono state poi le voci dell’Orchestra con brani come “Aka Kaleddha” cantata da Anna Cinzia Villani con la partecipazione di Andrea Senatore, la splendida “Pizzica Martin’ A Rutella”, e l’intensa “I Passiuna Tu Cristu”, interpretata magistralmente da Enza Pagliara e Alessia Tondo. Non manca anche uno spaccato dedicato alla danza con la bella versione di “Scozie”, mentre il grande Alfio Antico ha regalato una trascinante versione del tradizionale siciliano “Pitti Petti”. A regalare qualche altra bella sorpresa sono poi le fasi finali con una corale “Pizzica di Cutrofiano”, “Aremu Rendineddha” cantata da Emanuele Licci e una superba ed originalissima versione di “Pizzica Indiavolata” suonata da Roby Lakatos, il quale ha dato vita ad un travolgente interplay tra il suo violino e i violoncelli dell’orchestra diretta da Sollima. Un velo pietoso è da stendere ancora sulla pessima interpretazione di Emma Marrone de “L’Acqua De La Funtana”, mentre al corale buonanotte di “Kalinifta” è affidata la conclusione del concertone. Come detto, l’edizione 2013 ha riservato molte belle sorprese e alcuni veri disastri, ovviamente non imputabili al Maestro Concertatore, il quale ha svolto in maniera impeccabile il suo compito, ma piuttosto alla direzione artistica, che ha mirato a raccogliere un consenso pop mainstream, di cui la Notte Della Taranta, sembra non aver affatto bisogno. Sulla validità e l’opportunità di far cantare Emma Marrone, si parlerà a lungo, ma sinceramente, vederla rotolarsi sul palco non è stato affatto edificante, e si spera che questo sia stato l’ultimo tentativo di dialogo con una certa area della scena musicale italiana, che mal si adatta ad una musica che richiede rispetto, un valore sconosciuto per certi allievi di un talent nato dalle parti di Cologno Monzese.


Salvatore Esposito

Civitella Alfedena Folk Festival, 19 – 24 agosto, Civitella Alfedena (AQ)

Accoglie un festival folk da tredici anni Civitella Alfedena, grazioso borgo affacciato sul lago di Barrea, incastonato alle pendici del Monte Sterpi d’Alto, all’interno del Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise. Una settimana che crea una piccola comunità musicale, piuttosto che attrarre valanghe di visitatori che potrebbero portare al collasso un paese di poche centinaia di anime, la cui popolazione aumenta sensibilmente nel corso della stagione turistica. Appeal di una location, dove chi non ha ancora rinunciato ad emozionarsi per le cose genuine, può imbattersi in cervi che brucano liberamente per le strade, avvistare la lince o una coppia di lupi all’interno delle rispettive aree faunistiche; per non dire che Civitella è avamposto per notevoli escursioni montane. Succede che alla sera, conclusa la parte concertistica ufficiale della manifestazione, si possano ascoltare serenamente in strada o in qualche locale, magari sorseggiando genzianella, gli stessi musicisti impegnati, insieme ad altri convenuti, in una session fatta solo per il piacere di suonare. È stato denominato “il festival degli affetti”, dicono Tiziana Spini e Marco Delfino – componenti dell’associazione Mantice nonché musicisti dell’omonimo gruppo di Latina (cfr. http://www.blogfoolk.com/2011/11/mantice-incontri-e-racconti.html) – che sono gli artefici di questo piccolo miracolo culturale (non il solo in Italia, ben inteso), finanziato da un’amministrazione comunale che crede risolutamente nel valore della cultura. 
Civitellesi e paesani delle località circostanti, villeggianti melomani, musicisti, cultori del folk, ma anche turisti curiosi affollano i concerti gratuiti che si tengono nel centro culturale di Civitella, dotato di un auditorium (di capienza più o meno pari al numero ufficiale di abitanti) e gli spettacoli in strada. Un equilibrio raggiunto lunghi anni di impegno, che contempla elevata qualità artistica e dimensione umana della manifestazione, tenendo lontane le tentazioni di trasformare l’evento, come è accaduto altrove, in una pacchiana sagra con tanto di bancarelle o in un raduno di giovani alla ricerca di (s-)ballo popolare. A Civitella, non capita di imbattersi in sciami di neo-folkettari “pizzicaioli”, di suonatori di djembé (o dell’ultimo strumento “etnico” à la page), o peggio ancora, di neofiti tamburellisti monotòni. Un festival che, pur mantenendo il senso della misura, ha ancora margini di crescita ecosostenibile, attraverso il coinvolgimento dell’Ente Parco, per non dire delle altre istituzioni locali. Avendo a disposizione un budget più ampio, si potrebbero allestire showcase o concerti acustici mattutini o pomeridiani, che si tradurrebbero in una sorta sonorizzazione non invasiva dell’ambiente, o ragionando su concerti sempre in acustico nelle aree montane di escursione. Della genesi della manifestazione e del suo sviluppo, abbiamo già parlato con Marco Delfino all’interno di Blogfoolk (cfr. http://www.blogfoolk.com/2013/07/suoni-nel-parco-nazionale-dabruzzo-dal.html), che non a caso ha scelto di essere media partner di questa manifestazione, cosicché qui diamo conto di cosa è avvenuto nei giorni di un festival, rafforzato da laboratori di percussioni, affidati ad un grande nome dei tamburi a cornice, come Arnaldo Vacca, di mandolino, diretto da Felice Zaccheo, di organetto con Alessandro Parente, di ballettu siciliano con Margherita Badalà. Ancora, c’è stato uno stage dedicato ai bambini, diretto da Antonio Franciosa, e, non da ultimo, il corso di canto corale, colonna portante del festival da parecchi anni, con docente Sara Modigliani, voce storica del folk revival italiano. 
Il programma musicale è stato aperto dal gruppo molisano di recente formazione Patrios. L’ensemble (percussioni, organetto, zampogna molisana, ciaramella, flauti, basso, chitarra ritmica, voce femminile) di Christian Di Fiore e Antonello Iannotta si muove all’interno di sonorità che sposano materiali di tradizione popolare e d’autore (Tesi, Sparagna) ad accenti blues, arrangiamenti molto energici e vitali. In altre parole, repertorio in parte scontato, ma non poche potenzialità per devono portare ad una migliore messa a fuoco di un progetto, d’altra parte, nato da pochissimi mesi. La seconda parte della serata è stata all’insegna di un musica più d’ascolto con il trio Elva Lutza: Gianluca Dessì, Nico Casu e la splendida voce di Ester Formosa. Chi scrive, ritiene che il loro album d’esordio sia stata la più incisiva novità nel panorama folk & world italiano del 2012: lontana sia dalle sirene della canzone d’autore sia dalla forzata ricerca di ridondanze strumentali: minimale, poetico e di squisita levatura musicale, al contempo. A Civitella Alfedena, la band sarda ha confermato queste doti in un concerto fascinoso. Non potevano non sbancare la scena anche gli Uaragniaun, in formazione di ottetto, che hanno presentato le loro storie di “Malacarn”, altro album superlativo dello scorso anno musicale trad italiano. 
Conosciamo la sensibilità artistica, la classe e l’umanità della band murgiana, e poi, quando Maria Moramarco canta, sono secoli di cultura contadina che prendono voce. Un’altra voce storica è salita sul palco civitellese, Mireille Ben, in quartetto, che includeva l’ottimo polistrumentista Patrick Novara. Racconto e canto rimangono la traccia seguita dall’ensemble che combina tecnica strumentale a contegno scenico. Un incontro tra suoni rinascimentali e mondo popolare laziale ha caratterizzato il concerto del quintetto di Raffaello Simeoni (voce, organetto, ghironda), che annovera le colonne dei Micrologus, Gabriele Russo e Goffredo Degli Esposti (viella, nyckelharpa, ribeca, flauti, zampogne e cornamuse), la chitarra di Attilio Costa e le percussioni di Arnaldo Vacca. Un set dalle forti suggestioni, imperniato su liriche e danze popolari che si trasformano strada facendo, per l’ampio ed accorto uso di distorsori, assumendo espressività rock (con ogni probabilità il progetto si concretizzerà in un disco entro la fine dell’anno). Il week-end civitellese ha messo in scena i momenti nei quali si realizza più forte il senso di vivere insieme la manifestazione.
Venerdì 23 è stata la volta della “Notte dei Tamburi”. È indubbio che di “Notti di…” pullula l’Italia folkettara e non, ma qui non c’è scimmiottamento di eventi stra-mediatici, piuttosto si persegue una ritrovata ritualità con un corteo che, capeggiato dal trampoliere Pompeo, ha attraversato le vie del centro storico, sostando in alcune piazzette del paese. Nella prima stazione, abbiamo ascoltato una tammurriata, eseguita da Raffele Inserra (maestro e costruttore, che non ha bisogno di presentazioni) e dal giovane Catello Gargiulo: scampoli di tradizione popolare del napoletano nella forma più nitida. Seconda sosta, deliziata da villanelle interpretate dalla brava Nora Tigges, accompagnata da Felice Zaccheo. Nella terza, un breve set dei molisano-calabresi Alberi Sonori. Al termine del percorso, di fronte al municipio, è seguita una rappresentazione teatrale ispirata alla Canzone di Zeza. Poi protagonisti plettri, tamburi e organetti per una nottata di suoni e balli proseguita fino a oltre le due. La serata conclusiva, sabato 24 agosto, è ancora un trionfo del senso di comunità. Titolo del programma: “Te l’ho portata la serenata”. 
La raccolta piazza del Mercato si illumina con le classiche serenate romane interpretata dalla voce preziosa di Sara Modigliani, accompagnata dal versatile e sempre efficace Felice Zaccheo (suo partner nel gruppo Canzoniere di Roma) a mandolino e chitarra. All’interno del concerto c’è stato spazio anche per una breve esibizione dei partecipanti al laboratorio di canto condotto dalla stessa Modigliani. Questa è davvero la serata simbolo del Festival, in cui abitanti e pubblico trovano una comunanza nei suoni e nei cibi (pasta e fagioli, squisite frittelle e dolcini vari, vino) cucinati e offerti dal vicinato. Ancora scalda il cuore una serenata cilentana, cantata da Catello Gargiulo, che sulla fisarmonica traspone sapientemente moduli di zampogna, accompagnato al tamburello da Inserra. La chiusura, intono alla mezzanotte, con le tre “tradizionali” serenate, interpretate dalla Donatina, istituzione canora locale, dai musicisti e dal pubblico. 


Ciro De Rosa

Christine Salem – Salem Tradition (Cobalt, 2013)

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Il maloya è un genere musicale di La Réunion imperniato sull’uso di percussioni e di canto d’impianto antifonale, che da un lato è riconducibile ai discendenti degli schiavi che lavoravano le piantagioni di canna da zucchero, dall’altro ha inglobato elementi musicali provenienti dalla composito contesto multi-etnico isolano. Fino a qualche decennio orsono era un suono ribelle, associato al partito comunista locale di orientamento indipendentista, interdetto dalle autorità (la polizia interrompeva le manifestazioni musicali, distruggendo gli strumenti), condannato dalla chiesa cattolica, perché usato nelle cerimonie servis kabaré, in cui l’incedere percussivo e il canto inducevano stati di trance al fine di comunicare con gli spiriti degli antenati. Il bando è stato abolito nel 1981; poco più di due decenni dopo, nel 2009 il maloya è stato inserito nell’elenco dei patrimoni intangibili dell’Unesco per la Francia (sic), di cui l’isola dell’arcipelago delle Mascarene, nell’oceano Indiano, è un dipartimento d’oltremare. Questo espressione musicale ibrida è stata anche al centro del documentario di Jean Paul Roig, “Maloya Dousman” (1994), di cui esiste in commercio un DVD. 
Sin dall’inizio degli anni ’80 con gruppi come Ziskakan o con il maloya a tinte elettro-jazz dei Ti Fock la neonata scena world music ha messo una bandierina sull’isola tropicale. Ne La Réunion del nuovo millennio il maloya si tinge di rock, reggae e rap, mentre la scena musicale locale mostra una grande vivacità, con punte di eccellenza come il fisarmonicista, residente in Francia, René Lacaille, la cantante Nathalie Natiembé, entrata nel circuito world via la fiera marsigliese Babel Med, e soprattutto con Danyèl Waro, cantautore e poeta creolo pluripremiato, arrivato anche sui palchi del Womex e del Womad. Stella in ascesa è sicuramente Christine Salem, il cui esordio risale agli anni ’90 come corista di un gruppo di séga (principale forma musicale dell’isola); poi è arrivata la svolta verso il maloya, allora prevalentemente interpretato dagli uomini, seppure non fosse interdetto alle donne. Artista dalla presenza scenica carismatica, voce da contralto, a tratti può ricordare Nina Simone, e non solo nell’aspetto. Nata all’incirca quarantuno anni, infanzia a Camélias, quartiere difficile di Saint-Denis, capoluogo dell’isola, Salem incarna una nuova generazione di donne e musiciste, che asseriscono fieramente la loro identità di genere e culturale, dando nuovo volto a una musica che oggi rappresenta una parte significativa della cultura nazionale reunionese. 
Quest’anno ha pubblicato il suo quinto lavoro, “Salem Tradition” – dal nome del suo primo gruppo fondato nel 1997 –, inciso a Parigi, sotto l’egida di Philippe Conrath, produttore e creatore dell’etichetta Cobalt. Christine si accompagna all’idiofono rettangolare kayanm, mischiando le lingue (creolo, malgascio, comorino e swahili), raccontando storia e storie della sua isola, evocando il mondo tradizionale e spirituale del maloya. Nelle interviste Salem stessa rammenta la sua personale consapevolezza della trance, divenuta parte del suo sviluppo spirituale e del riconoscimento dell’eredità familiare. Dei quindici brani del CD, sette sono stati già incisi nei suoi album precedenti, gli altri otto sono nuove composizioni. Dei secondi, in “Sakalav” e “Mikonépa”, che vedono la partecipazione del collettivo folk-rock franco-americano Moriarty, si innestano moduli rock; in altre due tracce Christine duetta con Rosemary Standley, vocalist degli stessi Moriarty (“Lespwar”) e con la cantante sud-africana Portia Solani Manyike (“Thula Sizwe”, canto polivocale tradizionale sud-africano divenuto una sorta di inno quando Mandela fu liberato dalla prigionia). Affianca la voce principale uno strumentario composto da percussioni, corde, batteria, basso, contrabasso, chitarra e cori. In questo lavoro Salem mette al centro l’essenzialità del canto accoppiato a suoni acustici, segnatamente percussivi. Il tamburo cilindrico, il kayamn e l’arco musicale bobre sostengono il timbro caldo con inflessioni velate di Christine in “Ti Blé”, brano d’apertura del disco. Struttura fortemente poliritmica nel successivo “Camelìa”. “Maloki” e “Komor blues” – quest’ultima fa trapelare stilemi afro-americani – presentano una struttura fortemente ipnotica, con le percussioni che valorizzano la voce scura della cantante. Sono centrati sul canto responsoriale con determinante apporto percussivo “Alouwé“, “Gouloum” e “Finale”. Invece, pura polivocalità in “Yelo”. Parte con un sorta di recitativo, per poi assumere una potente accelerazione ritmica, “Django”, mentre è più levigata l’atmosfera di “Kadjembawé”. Tra i brani più efficaci del disco, segnaliamo anche “Djinn”, riconducibile alle esperienze dirette della Salem nei rituali di trance tradizionali. Un’artista da scoprire. 


Ciro De Rosa

Là Nua – Là Nua (Autoprodotto, 2013)

Gabriele Moscaritolo (fisarmonica e whistles), Giuseppe De Gregorio (percussioni e chitarra) e Francesco Brusco (chitarra e bouzouki), sono tre giovani musicisti campani con la comune passione per la tradizione musicale irlandese, che circa due anni fa hanno deciso di unire le forze per dar vita al trio Là Nua. Come suggerisce il nome del trio, che in gaelico significa “un giorno nuovo”, il loro intento non è solo quello di celebrare gli amatissimi Lùnasa, ma anche di ricercare una originale cifra stilistica, partendo dalle radici della irish music, per toccare le sonorità del Mediterraneo. Risultato di due anni densi di attività live, ricerche e prove in studio, è il loro disco di debutto omonimo, che raccoglie nove brani, di cui due originali e sette rielaborazioni, incisi dal vivo in presa diretta. Si tratta di un lavoro, senza dubbio, interessante che mette bene in luce quali siano le potenzialità del trio campano, nonché qualche bella intuizione a livello stilistico, come nel caso dell’iniziale “Banish Misfortune” che ci introduce subito nel cuore della festa dei Là Nua, o della successiva “An Dro”, danza tradizionale del Morbihan, regione della Bretagna. Durante l’ascolto si spazia dal trascinante medley che mette insieme i tre reel “Sophie’s Dancing Feet”, “The Dark Side of the Moor” e “The Galway Rambler” ai Beatles evocati in ”Merrily Kissed The Quaker”, passando per il gustoso inedito “Wishing Steps” composto da Francesco Brusco ispirandosi alla scala dei desideri del castello di Blarney, e a cui segue un omaggio alla Bothy Band con la slip jig “The Butterfly”. Si prosegue con il medley di reels di “Elusive Otter” e “The Musical Priest”, nelle quali spicca l’utilizzo del bouzouki e che orientano il sound verso suggestive atmosfere mediterranee, per tornare di nuovo alle più pure sonorità irish con l’evocativo ”The Bald Mountain Set”. Si ritorna a guardare ancora ad est, ed in particolare alla tradizione musicale della Romania con “Mileva Rutchenitza” che con il suo ritmo in 7/8 ci conduce verso quel gioiellino che è “While The Snow Goes Away” firmata da Gabriele Moscaritolo ed ispirata alle slow air irlandesi, e la cui melodia particolarmente riuscita evoca in modo molto efficace un panorama invernale. Si chiude così questo debutto dei Là Nuà, un disco suonato con passione e dedizione, che non mancherà di sorprendere gli appassionati di irish music. 


Salvatore Esposito

Piero Milesi, Ivan Fedele – Le Voci Della Terra, Artéteka Txalapàrta (Dodicilune/I.R.D., 2013)

Una delle edizioni più sorprendenti de “La Notte Della Taranta”, è stata senza dubbio quella curata da Piero Milesi, nel corso della quale il musicista e compositore milanese presentò una inedita suite per orchestra di propria composizione, dal titolo “Le Voci Della Terra”, nella quale sperimentava un inedito, quanto originale dialogo tra la tradizione popolare salentina e la musica sinfonica. A distanza di due anni dalla scomparsa di Milesi, e a ben dodici anni dalla sua prima esecuzione sul palco di Melpignano (Le), questa splendida composizione viene finalmente pubblicata nell’esecuzione dell’Orchestra Sinfonica Tito Schipa, diretta da Pasquale Corrado, ripresa dal vivo il 10 maggio 2013 presso i Cantieri Teatrali Koreja di Lecce, unitamente a due composizioni firmate da Ivan Fedele, poste in conclusione. L’ascolto nella splendida resa dell’orchestra salentina, ci restituisce integre le emozioni della versione prosta all’epoca dall’Orchestra Sinfonica ICO, facendoci riscoprire tutta la bellezza e il fascino della composizione di Milesi. Le melodie antiche di brani tradizionali come “Nia Nia”, “Pedimmu”, “Lu Sule Calau Calau” e “Fimmine Fimmine” diventano, così, parte di una narrazione musicale complessa, che recupera la ciclicità melodica, gli stilemi e le timbriche della tradizione orale, esaltandole in una dimensione orchestrale piena di fascino, a cui si aggiunge incessante il suono del tamburello di Vito De Lorenzi. Gli otto movimenti de “Le Voci Della Terra”, conducono così l’ascoltatore in un atmosfera suggestiva e densa di poesia, in cui si rincorrono le immagini, le voci, i volti di un Salento senza tempo, sospeso tra presente e passato, un gioco che Milesi ha costruito con grande intelligenza attraverso rimandi continui tra composizione classica e melodie tradizionali. Nello svolgersi della suite si sviluppa un crescendo continuo, trascinante, che sfocia nel vortice ritmico del tamburello, sul finale, quasi a voler evocare la chiusura di un cerchio. Ad aggiungere ancor più fascino all’opera è l’appendice costituita dai due brani, composti da Ivan Fedele “Artéteka” e “Txalapàrta”. Se il primo, che nel titolo rimanda alla parola che in dialetto vuol dire irrequietezza ed eccitazione, si basa essenzialmente sul movimento della danza in 12/8 tipico della pizzica e sul suono del tamburello, in Txalapàrta è lo strumento che dà il nome alla composizione a guidare la tensione rimica e melodica dell’orchestra. Durante l’ascolto di questa seconda parte, si comprende chiaramente tutta la vivacità compositiva di Fedele, e allo stesso tempo, ascoltando attentamente i due brani, si comprende chiaramente come rappresentino l’altra faccia della medaglia del lavoro di Milesi. Il risultato è, dunque, un lavoro assolutamente omogeneo, che non mancherà di sorprendere quanti vi si lo ascolteranno con attenzione ogni brano, cogliendone ogni dettaglio ed ogni sfumatura. Resta, tuttavia l’amaro in bocca, per non aver potuto ascoltare la suite di Milesi, diretta da lui stesso, probabilmente la sua mano ci avrebbe regalato qualche altra perla del suo genio creativo, magari aggiungendo qualche spunto in più, o magari una conclusione inedita a sua firma. 

Salvatore Esposito

Giulia Daici - Tal Cîl Des Acuilis (Autoprodotto, 2013)

La scena musicale friulana, a buon diritto, può essere considerata come una delle più attive ed interessanti di tutta la penisola, e questo non solo per la presenza di un grande cantautore e ricercatore come Lino Straulino, ma anche per qualche bella sorprese che arriva dalle nuove generazioni, come ad esempio Elsa Martin, che quest’anno ha fatto incetta di premi e riconoscimenti. Più recente è invece la scoperta di Giulia Daici, cantautrice originaria di Artegna in provincia di Udine, con all’attivo un percorso artistico di tutto rispetto che l’ha portata negli anni a pubblicare un Ep nel 2007 e a debuttare nel 2011 con “E Poi Vivere”, che le hanno fruttato importanti riconoscimenti. A distanza di due anni dal disco di debutto, la Daici ha dato di recente alle stampe “Tal Cîl Des Acuilis”, album che raccoglie dieci brani, incisi con la produzione di Simone Rizzi (basso, tastiere, computer programming), e con l’aiuto di un ristretto gruppo di musicisti Enrico Maria Milanesi (chitarra acustica), Alessio de Franzoni (pianoforte), Andrea Varnier (chitarra acustica), Serena Finatti (voce) e la partecipazione del coro de I Bambini e le Bambine della Scuola Primaria di Artegna (UD) e del Gruppo “In Arte… Buri” di Buttrio (UD). Sebbene la Daici si sia fatta conoscere per i suoi brani composti e cantati in italiano, questo nuovo disco è nato in parallelo rispetto a questi ultimi, e ha avuto una gestazione durata dieci anni, a partire dal 2002 quando compose “No Tu Sês”. Siamo, dunque, di fronte ad un disco che è non solo un omaggio alla sua terra e alla sua lingua, ma piuttosto ad una sorta di diario intimo, declinato in una elegante chiave pop-folk, nel quale sono racchiuse emozioni, ricordi e spaccati autobiografici. Ad aprire il disco è “Lidris Di Armonie”, un brano dalle atmosfere quasi irish, nel quale si apprezza sin da subito la bella voce della Daici, ma è con la title track, che si tocca il vertice compositivo del disco, con le sue suggestive visioni quasi oniriche della sua terra. Di ottima fattura sono anche il folk acustico di “Nol Vâl Mica Pôc”, composta da Simone Rizzi, e nella quale si apprezza la partecipazione di Serena Finatti alla seconda voce, la dolce “Lis Nestris Sensazions”, e l’intensa “Scusimi”, tuttavia a spiccare in modo particolare è “Serenade Di Lȗs”, in cui alla voce della Daici si affianca un coro di bambini. Completano il disco la tenue ninna nanna “Ariar”, e la già citata “No Tu Sês”, un brano malinconico e sofferto con cui la Daici ha voluto ricordare suo nonno, e nel quale spicca l’ottimo testo. “Tal Cîl Des Acuilis” è dunque un disco interessante, che ci mostra una cantautrice matura, in grado di combinare folk e pop in uno stile originale e per nulla scontato, ben lungi dalla pretestuosità di tanti progetti in dialetto, che affollano la scena cantautorale italiana. 


Salvatore Esposito

La Piva Dal Carner, Anno 35, N.2 Luglio 2013

Torna puntuale “La Piva Dal Carner”, foglio rudimentale di comunicazione a 361° diretto da Bruno Grulli, che con il numero 2 di Luglio ripropone una delle sue rubriche più seguite ovvero “La Tribuna”, che per l’occasione ospita numerosi interventi di studiosi, giornalisti, operatori culturali. A spiccare sono certamente gli scritti di Antonietta Caccia, Presidente del “Circolo della Zampogna” di Scapoli (Is), la quale offre una bella riflessione sulla standardizzazione della zampogna molisana, di Enzo Conti dei Tre Martelli, che ha raccontato in un saggio la sua ricerca su ballo piemontese dello “sbrando”, e Jessica Lombardi che riprendendo un precedente intervento di Ettore Castagna racconta il suo percorso di avvicinamento alla piva emiliana. Di pari interesse sono anche i contributi di Claudio Dado Mora sulle origini della “Ballata del Pinelli”, e Gianluca Salardi, che ha riaperto la questione della presenza della piva nel Modenese. Cuore di questo nuovo numero è la pregevole e ricca ricerca di Bruno Grulli, sulla Piva nelle Valli Piacetine, che ci offre una importante risposta di ampio respiro sulla vicenda non solo organologica ed antropologica, ma anche storica, umana e leggendaria, il tutto impreziosito da diverse foto inedite e materiali di archivio. Completano il numero de La Piva Dal Carner, una retrospettiva sull’attività di fotografo di Antonio Chiappelloni, del quale il pronipote Pietro ci offre alcune interessanti note biografiche e due lavori sui balli sui balli a Rimagna di Monchio delle Corti (PR) e sullo “Smaggio” a Vetto d’Enza (RE). 

Salvatore Esposito

Tiziano Tarli, Op Op Trotta Cavallino. Epopea Dello Swing Italiano, Curcio Musica 2013, pp.159, Euro 20,00 Libro con Cd in download gratuito

“Op Op Trotta Cavallino. Epopea Dello Swing Italiano” è un agile volume, curato da Tiziano Tarli, che racconta l’epopea di un genere frettolosamente catalogato come “canzone sincopata”. Le sue pagine raccolgono le storie di musicisti leggendari come Gorni Kramer o combo come il Trio Lescano, raccontate attraverso una visione di interni da neorealismo in bianco e nero. Si incontrano, poi, radio gracchianti e strani innesti di jazz americano, pieno di swing, il tutto unito a testi, che alludono ai tempi dei nostri nonni. La scrittura dei brani, che si possono scaricare legalmente ed ascoltare, ci rende edotti circa la capacità di operare in ambito moderno da parte dei nostri musicisti. La lettura è interessante ed offre molti spunti di riflessione, e questo anche perché l’autore del libro è un musicista, che scrive con cognizione di causa. Tra i momenti più interessanti c’è, senza dubbio, il capitolo che narra l’arrivo in quell’Italia dei telefoni bianchi, e del fascismo che censurava la batteria, importata dagli usi americani. E’ qui che scopriamo come i batteristi tenessero nascosto e celato il pedale della grancassa, che era il vero elemento di rivoluzione per fare swing. A me viene in mente il Dylan sublime degli ultimi tre o quattro dischi, quello col baffetto anni Venti, e credo che a sua Bobbità non dispiacerebbe questa compilation...


Antonio "Rigo" Righetti

sabato 24 agosto 2013

Numero 114 del 24 Agosto 2013

Apre il terzo Blogfoolk agostano lo speciale dedicato a “Rutulì”, di Dario Muci, album imperniato sul repertorio dei canti da barberia del Salento. Si resta nel tacco d’Italia con un doppio focus sugli eventi che hanno caratterizzato l'estate salentina, dentro e fuori la Notte della Taranta. Usciti dall’Italia, raggiungiamo l’Irlanda, con una retrospettiva su pubblicazioni discografiche provenienti dagli archivi della RTE, la Radio Televisione Irlandese. Ci parla di una Jugoslavia multiculturale strappata all’oblio il Consigliato Blogfoolk della settimana, che è “Stand Up People - Gypsy Pop Songs from Tito’s Yugoslavia, 1964-1980”, superlativa antologia di canzoni rom provenienti dalla Jugoslavia multiculturale d’epoca titina. Si prosegue all’insegna dell'alt-folk con “Unlearned”, di Scott Matthew, mentre per la rubrica Suoni Jazz abbiamo ascoltato per voi "Arcthetics - Soffio Primitivo" di Roberto Ottaviano. Rotta nord-iberica per la rubrica Letture: “La Pandereta. Suoni e Identità della Cantabria” di Grazia Tuzi è un viaggio a ritmo di tamburello nella tradizione popolare e nelle dinamiche identitarie in Cantabria. Certezza conclusiva è l’immancabile taglio basso di Rigo, dedicato al nuovo album di Mavis Staples.

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Dario Muci – Rutulì

Ci sono proposte musicali che fortunatamente mantengono intatta una propria dose di personalità. In quello che è il mare magno della musica Salentina e della indiscriminata riproposta di suoni a base di tamburelli, c’è chi della propria cultura esalta gli aspetti meno commerciali. Dario Muci, è un artista che è sempre stato attento alle vie traverse della musica tradizionale, approfondendo i repertori legati alla polivocalità (suo il lavoro di ricerca sul repertorio delle sorelle Gaballo di Nardò) ed alla musica strumentale e colta di tradizione. Il suo nuovissimo “Rutulì” spazia fra il repertorio strumentale cosiddetto “da barberìa”, ovvero la musica colta che veniva suonata nelle sale da barba, e quello vocale Salentino. Inutile ripetere l’importanza di straordinari alberi di canto come il gruppo di Cutrofiano Gli Ucci, Antonio Bandello, Antonio Aloisi e Leonardo Vergaro; In “Rutulì” l’ispirazione principale è il repertorio degli Ucci, dei quali Dario Muci riprende riarrangiandolo con gusto estremamente personale e moderno, il patrimonio di “canzoni” alcune delle quali contenute in edizione originale nel disco di Uccio Bandello, “La voce della tradizione” (cfr. http://www.blogfoolk.com/2010/09/uccio-bandello-la-voce-della-tradizione.html). Abbiamo incontrato Dario Muci, per farci raccontare la genesi di questo nuovo lavoro, soffermandoci tanto sulla ricerca quanto sulle figure che lo hanno ispirato. 

Cosa significa “Rutulì”, e perché hai scelto questo titolo per il tuo album ? 
Rutulì è un termine dialettale che non ha un significato. Foneticamente da il senso di qualcosa che ruota e nello stesso tempo è il titolo di un canto tradizionale presente nell’album. Ho scelto questo titolo sia perché fa parte del repertorio degli “Ucci, a cui ho dedicato il lavoro, e sia perché ha un suono frizzante e giocoso, come lu curru (trottola ripresa nell’immagine di copertina) 

“Rutulì” viene pubblicato a due anni di distanza da “Sulu”. Cosa è successo a Dario Muci in questi due anni? 
Il mio obbiettivo è quello di cercare di riproporre le diverse espressioni musicali che appartengono alla cultura tradizionale del Salento. Per questo ho lavorato tanto sulla pizzica (Salentorkestra, Officina Zoè), sul canto polivocale (Sorelle Gaballo), sul canto di protesta (Sulu), sulla sperimentazione (Mayis-Mandatari) arrivando alla barberìa e al repertorio dei canti narrativi (Rutulì). A volte mi è capitato di cantare delle canzoni senza conoscerne la provenienza e la loro storia; a memoria, così come le ho acquisite. Poi, scopro che hanno più di duecento anni e alcune sono ancora più vecchie. Questo è successo in questi anni. Una passione per il repertorio tradizionale ancora più forte che mi ha immobilizzato e che fa continuare il mio percorso di riproposta, per sensibilizzare i salentini e il pubblico della canzone popolare all’ascolto di nuovi repertori, messi da parte dalla spettacolarizzazione della tradizione. 

I brani contenuti in questo nuovo lavoro sono (contrariamente a quelli in “Sulu”) tutti salentini. O per meglio dire, versioni salentine di brani ampiamente diffusi nel territorio nazionale. Ti va di parlarne brano per brano ? 
I canti di questo disco, completamente rivisitati, mantengono le linee originali eseguite dai cantori di Cutrofiano, con delle variazioni introdotte in fase di arrangiamento. Ai classici salentini più famosi come “Rutulì” e “Ninella mia de Calimera” seguono brani come “Costantino”, un canto che risale alle guerre del risorgimento, gli alpini la conoscono come la “Portantina che porti quel morto”o “La licenza del soldato”. “Giulia”, un canto presente in alcune regioni del nord, una particolare versione è quella della Maremma Grossetana; il brano si presenta incompleto, a differenza di altri ritrovamenti, a tratti con una totale mancanza di senso. “La barca di Roma”, anche questo di provenienza settentrionale, richiama le migrazioni di fine '800 inizi '900 per l'America; alcune sue strofe, con piccole variazioni di testo, le ritroviamo in un canto toscano dal titolo “Son sonate”. “La vena dell’amor” (detta anche “Cava più giù signore dottore”), sulla scia dell’ “Uccellin de la comare”, si presenta sempre malizioso e anche se la struttura melodica e il soggetto sono diversi, rimangono le allusioni nei versi, tipica ricostruzione di molti testi con dichiarazione di desiderio amoroso. “La figlia dell’oste”, una romanza risalente molto probabilmente al primo concilio vaticano; alcuni clerici vaganti, diretti a Roma, inventavano melodie e racconti per intrattenere la gente in modo da poter ripagare l’ospitalità. “Nunna nunna”, un canto che molti contadini del Salento avevano ascoltato durante la loro permanenza lavorativa in Basilicata e in Campania. Naturalmente non mancano i ballabili: una polka e una mazurca, brani che appartengono al repertorio suonato nelle sale da barba (saloni). Fino alla metà degli anni ’50, molti barbieri erano suonatori di strumenti a corda, un retaggio derivato probabilmente dalla presenza spagnola nei secoli passati. Negli intervalli vuoti, durante la settimana, svolgevano attività musicale e chiunque poteva apprendere lo studio di uno strumento: chitarra, mandolino, violino, erano i più usati. I maestri di livello musicale più alto formavano gruppi strumentali in grado di eseguire brani classici proposti in “serate musicali” di vario tipo. Ai barbieri erano affidate, inoltre, le serenate (omaggi musicali notturni fatti dedicare dall’uomo alla donna amata). La maggior parte dei brani cantati nel disco sono stati arrangiati dal maestro Calsolaro in chiave classica, ispirandosi alla barberìa e alla musica d’epoca (notturni, barcarole), un altra forma musicale che i barbieri conoscevano benissimo per la riproposta negli ambienti più raffinati. 

Come ti spieghi il totale disinteresse per quella che è una delle forme artistiche più diffuse in Salento fino a qualche decennio fa? Intendo il repertorio di canti mono e polivocali rispetto alla dilagante moda della pizzica. 
Secondo me il progresso e successivamente l’abbandono della vita agro pastorale ha portato la fine dei repertori prevalentemente vocali. Basti pensare che si cantava mentre si infilava il tabacco, mentre si raccoglievano le olive, il grano, mentre si pescava. Il canto era presente ovunque perché attraverso lo stesso la gente dimenticava per un attimo la consapevolezza della loro condizione sociale, dando un ritmo al loro lavoro. Nel frattempo la “pizzica” diventa la nostra identità musicale che ci contraddistingue per ritmo, passione e sangue. La gente, nel mondo e in Italia, ci riconosce per la pizzica, non per il canto polivocale, la barberìa o altre forme di espressioni musicale. Naturalmente, oltre a questo mi rendo conto che, a differenza del terzinato irruento e liberatorio del tamburo sul canto, i canti mono e polivocali hanno una struttura armonica ridotta e monotona che quasi annoia lo spettatore abituato all’ascolto di repertori più trascinanti. Il disinteresse per questa tipologia di repertori, se vogliamo, è venuto a mancare già in passato, dopo la ricerca di Ernesto de Martino. Tutti gli studiosi sono venuti in Salento principalmente per il fenomeno tarantismo, limitando, se non annullando del tutto, la ricerca successiva. A parte qualche eccezione (ricercatori locali e Giovanna Marini) la ricerca non è andata oltre al rito terapeutico più conosciuto e studiato nel Mediterraneo: la pizzica. Ma questo è solo un mio punto di vista. 

Come nasce la collaborazione con il maestro Calsolaro, che abbiamo visto accanto all'ultima formazione di Uccio Aloisi?
Il maestro Antonio Calsolaro lo conosco da quando suonava con Uccio. L’estate scorsa mentre ero impegnato in alcune sessioni di registrazioni sul campo, andai a trovarlo ad Alessano per delle interviste. Dopo la prima, seconda, terza intervista gli parlai di questo nuovo progetto. Gli sembrò una bellissima idea e si mise a lavorare da subito. Antonio è molto affezionato a me e mi dice spesso del bene che mi voleva Uccio Aloisi. 

Quanto è stato importante per te il lavoro di ricerca con le sorelle Gaballo? 
Importantissimo direi. Mi hanno insegnato il canto polivocale salentino ed infiniti cunti e storie della mia zona e grazie a loro posso permettermi di portare avanti e raccontare, agli altri, come si canta a “paraoce”(o alla stisa). Naturalmente per arrivare a questo c’è stata un’assidua frequentazione nelle loro case , addirittura le incontravo tre volte alla settimana. Alla fine anche loro, dopo tanto tempo che non praticavano il canto, hanno raggiunto un’ armonizzazione da lasciarti incantato. Ora ho in mente di pubblicare un altro lavoro su di loro; il primo disco s’intitola “Sorelle Gaballo – canti polivocali del Salento Nardò – Arneo” ed. Kurumuny. 

Hai un ricordo del maestro Stifani che vorresti condividere? 
Ricordi c’è ne sono tanti…, ma non dimenticherò mai come l’ho conosciuto. Non avevo nemmeno vent’anni, non esisteva la Notte della Taranta e non sapevo nulla di questa musica se non qualche canto che mi ricordo in campagna del nonno materno. Passeggiavo a Santa Maria e fui completamente rapito dal suono di un violino; era lui, con un amplificatore semi funzionante che si esibiva sulla piazza del paese. Rimasi lì ad ascoltarlo e si alternava con la chitarra cantando brani mai sentiti prima, del tipo la “canzone delle massare”,” Lu monacu”, “La veste”, ecc. Poi riprendeva il violino e prima di suonarlo raccontava delle tarantate. E’ stato in quel momento che scoperto la mia musica, la musica tradizionale del Salento. Da lì fino alla sua morte (28 giugno del 2000) l’ho sempre accompagnato. E anche questa storia di abbandonarci il giorno di San Paolo (protettore dei tarantolati) non la capirò mai. 

Leggevo che la presentazione di “Rutulì” è avvenuta a Tuglie, con l'intenzione di ridare vita alla festa di S. Maria Goretti ed in un quartiere ormai quasi abbandonato. Da dove viene questa necessità di ritornare al passato e riappropriarsi degli spazi vicini? 
Il mio amico Antonio Vincenti, organizzatore di un premio importante in Salento “Che cà Canta Storie”, mi voleva a Tuglie per questo evento e mi raccontò il perché. Purtroppo alcune feste dei rioni o dei piccoli paesi non si fanno più per diversi motivi legati alla politica, alla mancanza di soldi, al disinteressamento delle amministrazioni locali, ecc. Fino a pochi anni fa, in questo piccolo rione di Tuglie si alternavano i gruppi più importanti della scena musicale tradizionale: Uccio Aloisi, Cantori di Carpino, Teresa de Sio, Pino Zimba, Officina Zoè, ecc. Ad un tratto non si fece più nulla e la festa di Santa Maria Goretti, con la perdita anche di Don Dante (fautore dell’ iniziativa), non si fece più fino alla presentazione del mio ultimo disco, “Rutulì”. Abbiamo fatto uno spettacolo bellissimo, in mezzo alla strada, come si faceva una volta e alle spalle la masseria Aragona e la chiesa di San Girolamo del 1600, ormai ridotte al totale abbandono. Tutto questo naturalmente per pura e semplice provocazione, denunciando a nostro modo l’abbandono e il disinteresse delle nostre bellezze architettoniche e paesaggistiche. 

Come vedi il futuro per la musica di tradizione salentina? 
È evidente un certo calo rispetto agli anni scorsi, anche una specie di stanchezza dovuta al boom e alla rinascita che in questi vent’anni passati hanno fatto conoscere ancora di più il Salento nel mondo. Prevedo un futuro incerto per la musica tradizionale per una serie di motivazioni: Per prima cosa, scompaiono tutti gli alberi di canto, cioè tutti quei cantori e cantrici che potrebbero ancora rivelarci nuovi repertori. Secondo, la nuova riproposta è impegnata più all’aspetto spettacolare della tradizione che alla costruzione di progetti, anche nuovi, ma che facciano convivere il nuovo e il vecchio; Terzo, non c’è stata mai la cultura dell’ascolto, ma solo l’aspetto trascinante dei soliti repertori composti prevalentemente dalle stesse pizziche rifatte in chiave diverse, per accontentare gli organizzatori delle sagre e di altri contenitori culturali; Infine, troppi soldi investiti per l’organizzazione di eventi d’estate mentre d’inverno si muore. Dovrebbe essere un po’ più equilibrata la distribuzione delle risorse, anche perché il Salento è un vero museo aperto tutto l’anno… e quante altre cose potrei aggiungere che influiscono sul futuro della musica tradizionale salentina! 

Domanda provocatoria. Ritieni che quella che suoni sia ancora "musica di tradizione" ? Quando una musica smette di essere patrimonio tradizionale? 
Credo di si! Sono e mi definiscono un cantore , nuovo, giovane, ma tradizionale. Anche gli “Ucci” negli anni ‘60, seppure trascinati dalla radio, dalla televisione e da altri generi musicali, a giudicare dalle registrazioni che ci sono pervenute, hanno sempre mantenuto una linea tradizionale tanto da essere ritenuti da tutti I cantori di Cutrofiano. Secondo me, una musica smette di essere patrimonio tradizionale quando si rompe il legame con le radici, ormai avvelenate dal business e dalla poca cultura popolare e quando si spaccia per tradizionale, una musica frutto solo di spettacolo, non trasmessa oralmente. Mi è capitato di registrare degli anziani che si sono avvicinati a me solo perché hanno saputo in giro che c’era un giovane musicista che ricercava i canti tradizionali. In Salento ormai la confusione impera dietro questi repertori e alcuni, specialmente anziani, hanno capito come guadagnarsi un po’ di fama e magari diventare i nuovi Ucci o semplicemente i cantori per eccezione di un paesino qualsiasi. Poi scopro che è tutto un bluff e dalle interviste riesco a capire che questi signori non conoscono affatto il repertorio tradizionale (sicuramente l’avranno sentito nelle campagne), ma cantano versioni nuove, ascoltate dalle nuove pubblicazioni dei gruppi di riproposta o addirittura dai repertori che hanno ascoltato nei quindici anni di Notte della Taranta. 


Francesco Patruno 


Dario Muci – Rutulì (Lupo Editore, 2013) 
Musicista e ricercatore, dotato di rara sensibilità musicale, Dario Muci nel corso della sua carriera ha unito una intensa attività musicale dal vivo ed in studio, ad un personale percorso di ricerca che lo ha portato dapprima a collaborare con figure storiche della tradizione salentina come Luigi Stifani, il violinista delle tarantate, e successivamente a dedicarsi a numerose ricerche sul campo, tra cui spicca il pregevole lavoro dedicato ai canti polivocali delle Sorelle Gaballo. Tale peculiare approccio con la musica tradizionale, unito ad una immensa dose di passione e curiosità gli ha consentito negli anni di ampliare il suo repertorio, rubando dall’oblio vere perle del corpus di canti salentino. Il suo nuovo album “Rutulì”, che giunge a due anni di distanza dall’ottimo “Sulu”, rappresenta così un altro passaggio importate della sua carriera, mescolando brani dal repertorio degli Ucci, con quello del repertorio delle Barberie Salentine, legato alla mitica figura di Stifani. Fino agli anni cinquanta le sale da barba erano uno dei luoghi principali della musica salentina, durante la settimana infatti i barbieri spesso imbracciavano gli strumenti e insieme ad altri musicisti non professionisti si esibivano in un ampio repertorio di brani che spaziava dalle musiche da ballo alle arie delle opere liriche. Non è un caso che una delle figure più importanti della musica tradizionale salentina sia stato un barbiere musicista come il già citato Luigi Stifani, che fu l’ultimo grande suonatore del tarantismo. Ad accompagnare Dario Muci in questo nuovo lavoro discografico troviamo un eccellente gruppo di musicisti in cui spicca il mandolinista ed arrangiatore Antonio Calsolaro, già negli ultimi anni musicista nel gruppu di Uccio Aloisi, il suo allievo e collaboratore Massimiliano de Marco (chitarra), Vito de Lorenzi (tamburi del Salento), Roberta Mazzotta (violino), Rocco Nigro (fisarmonica), Marco Bardoscia (contrabbasso), Andrea Doremi (tuba), Giancarlo Paglialunga (voce), Antonio Castrignanò (voce), Claudio “Cavallo” Giagnotti (voce), Cosimo Giagnotti (voce). Durante l’ascolto spiccano non solo i classici della tradizione salentina, come le trascinanti “Rotulì” e “Ninella Mia De Calimera” ma anche brani meno noti come “La Vena Dell’Amor” e alcuni canti in italiano, provenienti dal repertorio appreso dagli informatori durante la loro esperienza di guerra al fronte (“Costantino”), tuttavia il vertice del disco lo si tocca tanto con la “Polka” e la “Mazurka”, che ci giungono direttamente dal repertorio delle “barberìe”, quanto con lo splendido e toccante canto d’amore “Nunna Nunna”. Insomma “Rutulì” è un bel disco realizzato con intelligenza ed originalità nel quale la ricerca sulle fonti tradizionali è diventata la base per lo sviluppo di un idea concettuale per nulla scontata, che mira a gettare nuova luce su un repertorio poco noto al grande pubblico, quale quello delle barberìe salentine. 


Salvatore Esposito

Festival Itinerante Notte Della Taranta, Grecìa Salentina, 6-21 Agosto 2013

Parlare de La Notte della Taranta significa non solo limitarsi alla cronaca del Concertone, che chiude la kermesse salentina, ma piuttosto è necessario allargare lo sguardo alla ragnatela di concerti che l’anticipa e che tocca i principali centri della Grecìa Salentina. Quindici ricchissime serate, con due o più set, accompagnano gli spettatori alla scoperta della musica del tacco d’Italia in tutte le sue declinazioni spaziando dalla riproposta più pura, alla sperimentazione in chiave rock, reggae o dub, passando per gli immancabili ospiti che caratterizzano le varie tappe. Ad impreziosire ed anticipare i vari live act è stata l’interessante rassegna, La Notte Incanta, promossa da Kurumuny e dall’Associazione Sottotraccia, che nel suo salotto di strada ha ospitato alcuni incontri con gli artisti, showcase dal vivo, dj set e presentazioni come quella del divertente libro di Pierpaolo Lala “Una Frisella Sul Mare” o del numero speciale dedicato al Tarantismo della Rivista “Medicina e Storia”, che rispettivamente a Galatina e a Martano hanno raccolto una massiccia partecipazione di pubblico. 
Nonostante la fase preparatoria del festival sia stata caratterizzata da problemi organizzativi e ritardi in fase di programmazione, e la scena musicale salentina, non presentando grandi novità dal punto di vista discografico, abbia manifestato qualche evidente segno di involuzione, non sono mancate alcune interessanti serate come quella di Sternatia in cui si sono esibiti i Ghetonia, Dario Muci, fresco di pubblicazione del suo nuovo album “Rutulì”, e di Rione Junno, o ancora quella di Zollino in cui Mario Incudine ha presentato al pubblico salentino i brani tratti da “Italia Talìa”, disco con il quale ha vinto il Premio Città Di Loano. Se belle conferme sono arrivate da Bandadriatica, Nidi d’Arac, e Ariacorte, quest’ultima arricchitasi della voce di Emanuela Gabrieli, piuttosto incolori sono state le esibizioni di InSintesi, Anna Cinzia Villani e Antonio Castrignanò, nelle quali non abbiamo trovato novità di rilievo rispetto allo scorso anno, complice anche una stagnazione e una certa ripetitività dei loro repertori. 
Non hanno deluso invece Enza Pagliara, che nonostante la mancanza di un disco da promuovere ha dato vita a Calimera ad un ottimo set, così come a Galatina hanno fatto quei mostri da palcoscenico che rispondono al nome di Mascarimirì, i quali guidati dall’istrionico Claudio “Cavallo” Giagnotti ci hanno riportato nel cuore del loro Gitanistan, nel quale non smettiamo di scoprirne particolarità e belle intuizioni. Un discorso a parte lo merita poi l’Ensemble "La Notte della Taranta", il biglietto da visita nel mondo del festival, che sul palco di Lecce ha ospitato Marina Rei, la quale al di là di ogni previsione si è calata alla perfezione nella tradizione salentina, duettando con Ninfa Giannuzzi in “Aulelì” e con Enza Pagliara in “Menamenamò”. Di grande pregio sono stati poi i concerti di Officina Zoè a Cutrofiano e SalentOrkestra, che sul palco della tappa conclusiva di Martano probabilmente hanno chiuso la loro esperienza dal vivo, tuttavia la palma della migliore esibizione di tutto il festival va però al Canzoniere Grecanico Salentino, che ha portato in scena il progetto inedito “Puglia” nel quale hanno attraversato in lungo ed in largo la tradizione musicale pugliese, spaziando dal Gargano al Salento, con la complicità di alcuni ospiti come l’impeccabile Pio Gravina, che ci ha condotto nel cuore dei suoni della Capitanata. 
La sensazione che si è avuta, è che il Canzoniere Grecanico Salentino sia il gruppo più in forma della scena musicale salentina, non solo dal punto di vista musicale ma anche da quello concettuale, proponendo arrangiamenti curati, originali e frutto di una ricerca rigorosa. Il loro essere un collettivo aperto, in cui non esistono individualità, ma ogni componente è valorizzato per il suo talento e la sua cifra stilistica, fa di questo gruppo una vera isola felice, in una scena musicale che, dopo anni di grande musica comincia a mostrare segni di cedimento. La loro esperienza così non può che essere un esempio per tutti i gruppi della scena salentina, che sembrano non volersi liberare del loro essere gruppi da piazza o peggio ancora da sagra, e questo inevitabilmente rischia di ridurre di molto la loro prospettiva futuribile, con buona pace di quanti ancora affollano le piazze e ballano al ritmo di pizzica, spesso con poca consapevolezza, quasi una discoteca di musica tradizionale. 


Salvatore Esposito