Intervista con Ettore Castagna

Ettore Castagna, antropologo dell’Università di Bergamo, storico protagonista in musica con la seminale formazione calabrese Re Niliu, tra i non numerosi ensemble del revival italiano che hanno saputo attraversare efficacemente la fase acustica e l’elettrificazione, la riproposta di temi tradizionali e la nuova composizione, combinando stilemi e scale del canto tradizionale a testi ed armonizzazioni contemporanee ma senza ”nobilitarsi” ricorrendo alla struttura cantautorale. Tra compenetrazione di suoni del mondo agro-pastorale della Calabria meridionale e propria espressività musicale i Re Niliu, pur con cambi di organico, producono tre dischi: dallo splendido acustico esordio di “Non suli e no’ luna” (1984), a “Caravi” (1988), album che precorre certe tendenze estetiche world, fino a “Pucambù” (1994), in cui zampogna, lira, doppio flauto, organetto e strumentario elettrico e digitale si mescolano senza smarrirsi in stereotipate forme etno-pop. Esauritasi con gli immancabili diverbi l’esperienza con Re Niliu, più recentemente Castagna è stato l’ideatore dei gruppi Nistanimera ed Antiche Ferrovie Calabro-Lucane, solo per citare due delle sue innumerevoli ed acclamate esperienze artistiche. Da studioso e musicista si è occupato di lira calabrese – in un tragitto che lo ha portato da “discipulu” a prosecutore dell’insegnamento dei maestri della tradizione – e di danza nella Calabria greca, nello specifico del sonu a ballu, che ha indagato in tutta la sua complessità di fenomeno musicale e coreutico della cultura popolare calabrese. Altro suo interesse che viene da lontano il rapporto tra ‘ndrine e mondo tradizionale calabrese. Da sempre, al di là di una breve interruzione, dirige il festival Paleariza (www.paleariza.it), una delle manifestazioni più importanti del sud Italia, seppure priva di maestri concertatori e battage mediatico, notevole strumento di promozione del territorio della Calabria grecanica. Paleariza, giunto all’edizione numero sedici, è un festival itinerante che prevede – è stato tra i primi, poi largamente imitato da altre manifestazioni – oltre ai concerti e ai laboratori di strumenti, la realizzazione di escursioni guidate in Aspromonte e di incontri e dibattiti sulle tematiche dello sviluppo delle aree interne dell’area grecanica. Il polistrumentista calabro-bergamasco(?), diretto nel conversare, mai asserragliato dietro la retorica dei paroloni roboanti, sempre incline ad infilare pungenti ed ironiche osservazioni dettate dalle sue esperienze di campo e di musicista on the road, ci presenta Paleariza 2013. Ma da buoni gourmet, l’occasione è propizia per mettere sul piatto questioni perfino ardue, come tradizione e radici, parlare di “tarantelle” e lire calabresi, ma anche di un ritorno, e questa sì che è un’anteprima, dei Re Niliu. 

Dal 2 al 24 Agosto 2013, ritorno a Paleariza… 
Mancavo alla direzione da praticamente tre anni dopo averlo diretto dal 1997 al 2009. Il tema di fondo è “Erkete o kerò ja’ pasa prama”, che significa “Viene un tempo per ogni cosa”. Le cose si trasformano, anche le realtà che ci appaiono più statiche trovano la strada del rinnovamento. Il Sud conosce un’immobilità apparente, paga le sue responsabilità, ma vive anche i suoi momenti di entusiasmo, di speranza. È una lunga marcia verso una società civile meridionale che porti con sé coscienza civica e trasformazione, diversità, umanità ma anche un modo rinnovato di essere rigorosi, fedeli alla parola data. Mescolata al sogno la memoria storica dà buoni frutti. L'edizione di quest'anno è improntata all’elevata qualità dei contenuti artistici, una proposta che vuole essere sempre più originale. Proporre concerti in data unica per la Calabria è un grosso sforzo anche economico oltre che progettuale ed organizzativo. Inoltre, l'attenzione alla musica tradizionale del territorio grecanico e calabrese conferma il festival come marchio d'area e come momento di leggibilità di un intero territorio. 

Quanto è difficile da calabrese che vive a Bergamo organizzare un festival in quella che è/era, più o meno, casa propria? 
 In effetti, l’area grecanica non è esattamente casa mia. È come un napoletano che si occupa del Cilento. Di sicuro negli anni è un territorio che un po’ mi ha adottato e che io ho amato incondizionatamente, fra gioie e dolori. La frequento dal 1980, l’Aspromonte Greco è un vecchio amore che risale ai tempi del liceo. Ero un ragazzino quando conobbi il grande Rohlfs che mi impressionò molto. Il suo sapere era immenso, era un tedesco che raccontava la mia storia, quella della mia terra. I greci di Calabria divennero una traccia a cui tornare sempre in tanti anni di ricerca e di testimonianza sulla musica, sulla cultura, sul senso e la necessità del fare e del pensare la ricerca in Calabria. Lo struggente abbandono dell'Aspromonte greco, i paesi fantasma, gli ultimi testimoni di una lingua antica mi hanno segnato. La grecità è una pista che ho seguito molto, mi ha insegnato a credere nella cultura e non nella nazione. Katzanzakis diceva che la patria è nella lingua. Pensa quanta nobiltà di pensiero in confronto a un mondo che in nome dei confini del denaro, della razza o dell’identità alza muri, uccide e perseguita. È vero che vivere a Bergamo significa stare lontani, ma da una parte è un vantaggio. La lontananza affina lo sguardo. La lontananza fa parte integrante di ogni buona riflessione antropologica. Infine, è una lontananza da luoghi che conosco veramente molto bene. Insomma è una dinamica agrodolce. 

Com’è finanziato il festival? 
Si tratta essenzialmente di fondi comunitari e della Regione Calabria. La novità di quest’anno è la messa in moto di un’operazione di crowdfunding; si può effettuare una donazione per sostenere il festival Paleariza sul sito nella sezione "Sostieni Paleariza" per coloro che vogliono sostenere, con il loro contributo, la realizzazione del Festival. 

Che tipo di pubblico frequenta Paleariza? 
Assolutamente trasversale. Questo è uno dei pregi di Paleariza. Abbiamo dai ventenni agli over 70. Il festival è stato sempre così, è nato con questa peculiarità, e speriamo la mantenga. Inoltre, intorno c'è una comunità reale e virtuale che abbiamo chiamato Paleariza Chorìo Virtual, il villaggio virtuale di Paleariza. Chi ci segue non solo può finanziare il festival, ma discutere con la direzione di scelte artistiche, scrivere opinioni e racconti sul sito del festival, partecipare il resto dell'anno alla reazione dell'evento. Le tarantelle al chilo le lasciamo fare agli altri, noi facciamo musica classica iraniana nel villaggio abbandonato per 30 persone come i Trans Global per molte di più… 

Quali i luoghi coinvolti? 
Sono i borghi di Bova, Palizzi, Staiti, Condofuri, San Lorenzo, Pentedattilo e Roghudi. 

Cosa offre il festival quest’anno? Novità rispetto al passato? 
 Ho cercato di ripristinare l'internazionalità del discorso, l'alto livello del confronto culturale; ho dovuto faticare per differenziare il discorso da quello degli altri festival calabresi che sono un po’ fatti con lo stampino. Sul modulo diciamo “salciccia insapore e inutilmente piccante e tarantella obbligatoria”. Ho sempre cercato di non lavorare con la logica del concerto di punta o di quello più importante. Paleariza è un'occasione di visibilità e confronto per le esperienze più diverse. Molti musicisti mi dicono che noi invitiamo gruppi che difficilmente circolano in Italia. Per cui per quanto mi riguarda i Trans Global Underground, che chiudono il 24 agosto il festival, sono altrettanto importanti del nostro Mimmo Morello, uno dei migliori suonatori di zampogna della Calabria, che calca lo stesso palco pochi giorni prima. Invito il pubblico a visitare il nostro sito www.paleariza.it, e a decidere qual è il concerto di punta per ognuno. 

Vabbè, ma fuori i nomi! 
Alla rinfusa: Saba Anglana, Margarida Guerreiro, Valentina Ferraiuolo e Trillanima, Massimo Ferrante, Zampognorchestra, Ciccio Nucera, Jedbalak, un organico calabro-marocchino che ruota sulla musica gnawa, Mimmo Epifani, Orchestra Bottoni, Turban Project, un trio sulla via dei "popoli col turbante": tre musicisti e tre continenti fra India, Francia e Marocco. La Dolcezza del Mandorlo, che è un’operetta folk su zampogna e zampognari. Come accennavo prima, Trans Global Underground e Fanfara Tirana, Grecìa ce Calavrìa, dove la musica dei Greci di Calabria incontra quella di un’intera regione, Gaspare Balsamo, Loccisano Trio e Ebritiki Zygia, un organico tracio di musica tradizionale suonata con gli strumenti più antichi. 

Il festival porta nel proprio nome il riferimento alle “radici”. Tuttavia, questa metafora arboricola, come l’ha definita Maurizio Bettini, che è connessa con l’idea di identità e spesso di tradizione, altra parola abusata, per quanto potente non dovrebbe essere una buona volta buttata a mare perché inadatta a definire l’essenza dell’uomo che quella del cambiamento, del movimento. Alla verticalità delle radici, Bettini suggerisce la metafora orizzontale del fiume… 
Un nome è un nome, un’etichetta è un’etichetta. Tutto è vuoto, tutto è pieno. Dipende dal significato che si attribuisce. Lo ritengo un discorso inutile. Discutiamo invece sul senso e sul contenuto col quale vogliamo riempire le nostre azioni. I regimi dell'Est sovietico si definivano democrazie popolari e poi di democratico non avevano nulla. Parliamo pure di fiumi e di radici ma simboli e metafore non bastano. Dopo aver predicato bene bisogna razzolare altrettanto bene. Cosa ci metto dentro al simbolo? Il problema è che la gente si sceglie dei simboli che poi contengono solo vuoto pneumatico. Insomma, sul tema delle radici ti dirò che provo fastidio a parlarne. Troppa retorica caricata sopra, troppe speculazioni, troppo business, troppa ipocrisia. Le radici non si dichiarano, si praticano. La cultura non si fa per annunci ma si testimonia vivendola. Inutile che io annunci una innovativa musica con radici meridionali e poi proponga un blues rifritto con testi in dialetto o della musica leggera, del reggae già stra-ascoltato ma coi testi in dialetto. Io credo che serva coraggio e studio e tante volte manca sia l'uno che l'altro. Perdere tempo non piace. Fare i deficienti sui palchi con le luci, i fumi e tarantelle siliconate di musica leggera è veloce, poco faticoso e fa guadagnare. 

“Tradizione”, altra parola ricorrente nl linguaggio corrente di media e musicisti, quasi sempre assunta acriticamente, ma è una nozione che è stata sottoposta ad una decostruzione dagli studiosi… 
La parola tradizione andrebbe cancellata. È diventata una parola valigia che vuol dire troppe cose. I supermercati sono pieni di ricette tradizionali, salumi tradizionali, antichi sapori, antichi saperi, libri di fiabe tradizionali inventate. A che serve questa cosa? Dove ci porta? Cento gli antropologi se ne sono accorti da tempo e il dibattito nel mondo scientifico è anche ferocemente critico. Fuori da questo mondo non se ne sa nulla ed è una frattura grave fra gli studiosi che non riescono a comunicare una criticità all'esterno e un mondo che non pare poter fare a meno dell’etichetta “tradizionale” per catalogare alcuni fenomeni e alcuni prodotti 

C’è un boom di interesse verso la lira in Calabria. Cosa succede? È diventata un’icona identitaria come il tamburello in Salento? Tu sei stato il primo ad occuparsene da musicista ed antropologo. 
Succede un po’ di tutto. La prima cosa è che a livello diffuso se ne sa poco o nulla e quindi ognuno è libero di inventare come e quel che gli pare. Un’altra idea diffusa è che sia uno strumento “facile” e quindi di rapido apprendimento. La terza cosa è che non è semplice come il tamburello e non è complicata (apparentemente) come la zampogna. Infine è più “inusuale” dell'organetto. Genera curiosità. Ciò ha generato un vero business. Esiste una quantità incredibile di scuole e scuolette di lira gestite da maestri completamente improvvisati. Che dire? Fra qualche anno il polverone si abbasserà e vedremo quello che rimane. Speriamo che i danni culturali non siano troppi. Nel frattempo qualcuno che cerca di suonarla davvero per fortuna in Calabria c'è. Pochi ma buoni, diciamo. 

Con Sergio Di Giorgio sul finire degli anni Novanta, creaste la Mediateca Regionale della Calabria, quando la questione del patrimonio immateriale era sconosciuta in Italia. Che è n’è stata di quella esperienza… 
Purtroppo è morta giovane. Oltre i progetti e le buone intenzioni non ci furono le energie economiche e le disponibilità giuste del mondo politico calabrese. Peccato... Resta un bagaglio di esperienza demandato ai posteri. Fu un’esperienza importante, determinante nella mia formazione. 

Come studioso ha analizzato la rappresentazione e l’autorappresentazione della ‘ntrangheta nel lavoro “Sangue e onore in digitale”. In tal senso, ti sei occupato anche del capitale culturale offerto da quella che nel linguaggio mediatica è chiamata “tarantella”. 
 È giusto mettere le virgolette. “Tarantella” in Calabria vuol dire troppe cose. Vuol dire qualcosa ballata dai gruppi folcloristici, vuol dire la definizione affibbiata dalla borghesia culturale al vecchio sonu a ballu contadino, vuol dire folle danzanti alla ricerca di improbabili tradizioni ai festival estivi, vuol dire anche ritualità mafiosa. Sono tutti significati vicini e conviventi. Quasi sempre nelle piazze si intrecciano, si sovrappongono, si confondono in un agglomerato indigesto e inestricabile. È un discorso lunghissimo. Gli ho praticamente dedicato un paio di libri (“U sonu”, “Sangue e onore in digitale”, ndr) ma non bastano. 

Sei intervenuto online su La Piva dal Carner con una riflessione piena di verità e di paradossi sulle riproposte dei patrimoni etnici. Poi nel contesto dei social network ti sei scagliato contro i gruppi che suonano con un’estetica pop ma che si dichiarano gruppi che fanno musica etnica. Ci spieghi il tuo pensiero? 
Più che da un punto di vista scientifico vorrei parlare da un punto di vista umano. Un mistico ortodosso dell’Athos diceva: “Colui che insegna qualcosa a cui non è pervenuto è un ipocrita”. Non mi piace l'idea di invitare qualcuno a mangiare pollo arrosto e poi offrirgli le lasagne dicendo “assaggia come è buono questo pollo”. I musicisti hanno bisogno del timbro “tradizionale” per vendere. Nessuno ha il coraggio di dire questa è tutta roba mia. Oppure questa l'ho tutta copiata qui. Allora si dice che è tradizionale. Oppure si dice che è etnica (che vorrà dire? Buh!) se no, non vende. In realtà, come accennavo prima, la schiacciante maggioranza dei gruppi suona pop con spruzzatine etniche e pretende di rappresentare un mondo pastorale e contadino che non ha mai conosciuto, che non può conoscere perché è scomparso. Se gli proponi qualcosa che assomiglia musicalmente a quel mondo lo schifano, ti dicono che non tira, che non funziona, che non gli interessa. Tutto questo fumo, questa inconsapevolezza culturale lo trovo un fenomeno triste. Nel frattempo proliferano le voci da musica leggera, le melodie pop ripetitive e piatte e le piazze saltano a ritmo. Siccome fa successo allora va bene. 

Inverno 2013, so che hai intenzione di riformare i Re Niliu, con alcuni componenti della formazione originale. Quel è il senso dell’operazione? Un’affacciata nel passato? O un ritorno al futuro? 
 La mia idea è quella di non fare la cover band di noi stessi. Vorrei ricostruire un modo di suonare, di comporre e di interpretare ma su un repertorio del tutto nuovo o quasi. Il progressivo smantellamento dell’esperienza del Re Niliu nel corso della seconda metà degli anni '90 ha lasciato indietro una quantità di magnifiche incompiute che meriterebbero attenzione. Gli animatori del progetto siamo io e Mimmo Mellace. Ma pure Salvatore Megna ed Enzo Tropepe credo ci saranno. Danilo Gatto e Sergio Di Giorgio sembrano meno interessati. Insomma... se son rose fioriranno. In realtà, mi è difficile parlare del gruppo sia al passato che al futuro. Si è trattato di un’esperienza complessa che ha segnato artisticamente la mia vita. Credo che un grosso peccato sia stato lasciare inediti i due album (uno elettrico e l'altro acustico) che stavamo preparando negli anni ‘90. Era materiale di un certo livello e piuttosto anticipatore come era nello stile del gruppo. Sono materiali destinati purtroppo a restare inediti per vari motivi. Purtroppo Re Niliu non ha avuto la fortuna che avrebbe meritato. Questo mi sento di dire con un briciolo di immodestia da un lato, ma di sicuro con rimpianto. 

Avete in programma solo concerti o anche un’uscita discografica? 
Francamente non lo so. Credo che l'uscita discografica sia un po’ indispensabile come momento di concretizzazione di un discorso ma lo decideremo quest'inverno. 

Altri progetti musicali in vista per Ettore Castagna? 
Ho una tale quantità di richieste di collaborazione che mi sento una star. Fino ad ora le sto tenendo a bada tutte per mancanza di tempo. Come progetti miei ho dei sogni realizzabili. Un primo progetto potrebbe essere un CD in solo a cui penso da anni. Ma, come è ovvio, su di questo per scaramanzia debbo tacere. 

Ciro De Rosa