Samba Touré - Albala (Glitterbeat/Glitterhouse/Goodfellas)

Quando nel 2006 un tumore alle ossa si portò via Ali Farka Tourè nessuno avrebbe mai immaginato il Mali, nazione della quale era diventato simbolo della rinascita, nel breve volgere di qualche anno, si sarebbe trasformato in un campo di battaglia. Prima il colpo di stato del 2012, poi la conseguente guerra civile hanno lacerato il paese, contrapponendo il sud al nord, che è diventato preda delle milizie islamiste irregolari, che hanno imposto la sharia lasciandosi dietro una lunga scia di violenze ed efferatezze. A fare le spese di questa triste e tragica situazione politica è stata sin da subito la musica, che è stata bandita da ogni luogo pubblico, proprio in quella nazione che fino a qualche anno fa, riscoperta come madre nobile del blues, faceva parlare di sé per i festival nel cuore del deserto, per il messaggio profondo che emanava la sua cultura, e per quella rivoluzione dei garofani tutta locale che aveva cancellato anni di dittatura. In questo scenario così difficile e critico si inserisce anche il vissuto artistico di Samba Touré, musicista maliano ben noto per essere l’allievo e l’erede di Ali Farka Tourè, con cui ha condiviso per diversi anni il palco, e soprattutto la stagione di rinascita del Mali. Dopo la sua partecipazione al fianco di Toumani Diabate al tour tributo “Ali Farka Tourè Variations Tour”, ha dato alle stampe nel 2011 l’apprezzato “Crocodile Blues” che gli ha consentito di scalare le world music charts fino al terzo posto, ma è con “Albala”, il suo nuovo album, il cui titolo in lingua songhai vuol dire “pericolo”, che la sua musica tocca con mano la dura realtà della guerra e delle violenze che stanno insanguinando la sua terra. Prodotto da Chris Eckman, da tempo impegnato nella valorizzazione della musica maliana al fianco dei Tamikrest, il disco a differenza dei più recenti lavori di Bombino e Rokia Traoré, rispettivamente incisi a Nashville e a Bristol, si caratterizza per essere stato registrato integralmente a Bamako con la partecipazione di Djimé Sissoko (Ngoni Ba, Gnoni Medium), Madou Sanogo (Congas, Gjembé) e alcuni ospiti come Zoumana Tereta (Sokou), Aminata Wassidjé Traoré (voci), e Hugo Race alla chitarra in diversi bani. L’ascolto rivela dieci brani che si inseriscono nel solco del blues desertico di Ali Farka Touré, e che si caratterizzano per la potenza e l’intensità della voce di Samba Touré, che permea ogni brano lasciando trasparire la carica di drammaticità e di dolore che sgorga dai testi. Nel suo insieme il disco è, così, un grido di allarme, di sofferenza, un invito all’unita delle diverse etnie maliane che emerge nell’anthem “Awn Bé Ye Kelenye”, ma anche un atto di accusa senza mezzi termini contro le violenze e i seminatori di morte come dimostra la struggente “Ago Djamba”, in cui brilla il dialogo tra la chitarra arpeggiata e lo ngoni ba. In questo contesto anche brani che escono dal contesto della denuncia civile come il canto d’amore “Aye Go Mila” o la danza ancestrale di “Be Ki Don” sembrano acquistare un tono più dimesso, quasi il lutto e la sofferenza di una nazione cancellassero anche le più piccole cose positive della vita. In conclusione arriva poi il brano più intenso di tutto il disco “Bana”, che in lingua songhai vuol dire pioggia, che diventa l’occasione per raccontare attraverso una semplice metafora la storia recente di un popolo e di una nazione, una storia che si trasforma in un ultimo grido dolore, sofferto, acuto, pungente che strappa l’anima. 


Salvatore Esposito