Femi Kuti – No Place For My Dream (Label Maison/Naive)

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Di Fela Anikulapo Kuti è il figlio maggiore e al padre somiglia fisicamente, anche se non ne condivide la smisuratezza caratteriale. Come lui soffia nel sax, nella tromba e canta, ha la stessa determinazione nel denunciare i mali di un’Africa depredata dalla corruzione dei potenti con canzoni dalla possanza sonora, solo un po’ più diluite e accattivanti rispetto a quelle del capostipite dell’afro-beat. Potrebbe essere altrimenti per uno come Femi, cresciuto alla luce risplendente del genitore (scomparso nel 1997, sconfitto solo nella battaglia contro l’Aids), che ha assistito alle angherie da quest’ultimo subite dalle autorità nigeriane, ma anche al suo riconoscimento postumo (il museo Kalakuta inaugurato a Lagos)? Femi che è stato portato su a dieta massiccia di funk, jazz e sound elettrico urbano ovest-africano? Oggi cinquantenne, seppure forse non raggiungerà mai i vertici di popolarità e lo status iconico dell’indomabile Presidente Nero, la sua musica possiede comunque impeto e calore e tratti di originalità che non lo rendono una riproduzione stilistica del genio poliritmico nigeriano. Al di là del rispetto dovuto, non vuol essere un clone di suo padre: “Voglio trovare il mio spirito, la mia anima, la mia voce”, sostiene Femi, “Il mio intento è far ballare le persone aiutandole a ingoiare l’amara pillola della realtà”, dichiara. Con in copertina una fotografia di Finbarr O'Reilly, il fotografo canadese vincitore del World Press Photo of the Year nel 2005, che ritrae una donna africana che, con in testa un recipiente, cammina guardando una montagna di rifiuti, “No Place for my Dream”, nono album, segna il ritorno di Femi e della sua band di quattordici elementi, i Positive Force, nei territori invariabilmente ribollenti dell’afro-beat, sotto la produzione di Sodi, già al servizio della famiglia Kuti. 
Così sin dall’iniziale “Nothing to show for it”, il passo ritmico è frenetico, l’apertura presenta un irresistibile riff di chitarra, hammond, basso palpitante, fiati tiratissimi, voci e liriche che si scagliano contro il malcostume neo-colonialista, smascherando l’ipocrisia della presunta democrazia nel suo paese, nonostante siano passati più di dieci anni dalla fine della dittatura. Tumultuosità funk in “The World Is Changing”; si prosegue con la stessa impetuosità nell’autobiografica “No place for my dream”, e nella macina-ritmo “Action Time”. Ancora sferzate contro l’ingiustizia e la corruzione governativa arrivano nei ritmi intricati di “Politics na Big Business”, accesa da una potente sezione fiati, mentre ”No Work, No Job, No Money” è un crudo commento a ciò che sta accadendo in molte parti del moindo, dominato da accenti reggae. Canto responsoriale, ancora suadenti riff e fiati che ruggiscono sul muro poliritmo e su un basso puslante in “Na So We See Am”, strepitoso invito alla danza. Attacco milesdavisiano nella superlativa “One man show”, brano dal groove irrefrenabile e imbevuto di jazz. C’è ancora la massiccia “Wey our Money”, mentre si invoca la distribuzione della ricchezza nella conclusiva, troppo breve ma assai palpitante “This is only the Beginning”, segnata da un ardente assolo del sax. 


Ciro De Rosa